Agota Kristof, Poesie scelte da Chiodi, Edizioni Casagrande, 2018 pp. 100 € 16, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: La poesia del nostro tempo non può che nascere e crescere sotto il Grande Gelo, e una intervista di Michele De Mieri 

Agota Kristof (1935-) stands outside the window of a bookstore displaying her works. She is in Strasbourg to attend the Crossroads of European Literature event in October 1989.

Foto di Agota Kristof anni settata davanti alla vetrina di una libreria

Agota Kristof è nata a Scicvàud, Ungheria nel 1935 ed è morta nel 2011. Rifugiata in Svizzera nel 1956, all’epoca dei moti di Ungheria, è stata cittadina svizzera ed ha vissuto a Neuchatel. Ha avuto tre figli, una figlia dal primo marito ungherese e due maschi dal secondo, svizzero. La Kristof è scrittrice notissima in Francia e ancor più nota nella Svizzera romanda, sua terra di adozione. Ha scritto, in francese, tra il 1986 e il ’91 tre romanzi: Il grande quaderno (1986); La prova (1988); La terza menzogna (1991), usciti in traduzione italiana con Einaudi nel 1998 sotto il titolo di La trilogia di K., seguiti da Ieri del 1995 (ed. italiana, Einaudi, 1997), da cui Silvio Soldini ha tratto il film Brucio nel vento, verso il quale la Kristof espresse un giudizio negativo. Sono note anche le sue pièces teatrali: John et Joe del 1972; La chiave dell’ascensore (77), L’ora grigia o l’ultimo cliente (queste due edite da Einaudi 1999) e Un rat qui passe del ’84. La Trilogia è diventata presto un classico della letteratura francofona, e soprattutto la prima parte, Il Grande Quaderno, ha ispirato anche molti adattamenti scenici. È tradotta, in 33 lingue: La Kristof, nella sua laconica riservatezza, ne sembra molto contenta: ha conservato pochissimi libri, dopo il divorzio, (il secondo a quanto si capisce), ma tiene con cura tutte le traduzioni del Grande Quaderno, o “dei Gemelli’, come le chiama la scrittrice.

Gif finestrino treno pioggia

Non avevo nessuno quindi non importava dove fossi/ Pubblicità saltellavano si dondolavano come scimmie/ Tram correvano a casaccio sulle rotaie

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Scrive  Agota Kristof: «Non ho ancora trovato la parola per qualificare ciò che è capitato. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia mente chiamo tutto questo semplicemente “la cosa” per la quale non c’è parola».

 Agota Kristof,  come si sa, ha preferito andare a lavorare in fabbrica come operaia piuttosto che consegnarsi ad una carriera di insegnante. Ha affermato che la fabbrica, per scrivere poesie, va benissimo: “Si può pensare ad altro, e le macchine hanno un ritmo regolare che scandisce i versi”. In uno dei racconti, “Il canale”, compare già il puma che si ritrova in un romanzo successivo, “La terza menzogna”. Mi piacerebbe sapere se ha significato simbolico. In un romanzo di Anna Maria Ortese, “’Alonso e i visionari”, c’è un puma, che rappresenta Cristo, il sacrificio: “Ma no. E’ solo un incubo. Ho spesso incubi con animali. E il puma ogni tanto ritorna. Non c’è niente di simbolico. E nemmeno negli altri racconti. Sono solo visioni”. I venticinque racconti risalgono alla prima metà degli anni Sessanta, quando, grazie a una borsa di studio, frequentava i corsi estivi per stranieri all’Università di Neuchâtel, dove si è stabilita con la famiglia dal 1957. Al professore di allora, che le chiedeva perché si fosse iscritta ai corsi per principianti, dato che parlava già bene il francese, risponde: “Perché non so né leggere né scrivere. Sono analfabeta”. 

«”Le mie mani/ rimettono a posto gli occhiali/ affinché io scriva”: l’ultima poesia di Chiodi, intitolata “Non morire”, si conclude così, riaffermando con semplice fermezza il motivo della scrittura, che attraversa l’intera opera in versi e in prosa dell’autrice e che costituisce il destino da lei accettato e caparbiamente perseguito: “Ho lasciato in Ungheria il mio diario dalla scrittura segreta, e anche le mie prime poesie. Ho lasciato là i miei fratelli, i miei genitori, senza avvisarli, senza dir loro addio, o arrivederci. Ma soprattutto, quel giorno, quel giorno di fine novembre 1956, ho perso definitivamente la mia appartenenza a un popolo”: così la chiusa di un passo memorabile de L’analfebeta.

La “cosa” originaria si complica ora con il sentimento dell’inappartenenza e dell’abbandono; sul versante linguistico ciò significherà appunto il transitare “tra” le lingue senza poter mai più abbandonarsi al sentimento di una vera e propria adesione. A un giornalista piuttosto tronfio che le domandava, dilungandosi in metafore stucchevoli, “verso quale riva avrebbe nuotato” se la sua barca fosse colata a picco in un fiume le cui rive fossero state l’Ungheria e la Svizzera, Afota Kristof rispondeva con infastidito sarcasmo: “verso la più vicina, naturalmente”; a un altro, non meno irritante, che concludeva la sua inconcludente domanda chiedendo retoricamente se in fondo al tunnel la scrittrice non vedesse comunque un po’ di luce, dichiarava secca “assolutamente no”. Rive disamate o non più amabili, non più ospitali; oscurità senza redenzione possibile; sguardo lucido, asciutto e privo di illusioni: da qui proviene la voce di Agota Kristof, tra le più estreme degli ultimi decenni di letteratura europea, che nelle poesie di Chiodi può risultare contemporaneamente atroce e struggente». (Fabio Pusterla, da uno scritto in calce al volume)

Di recente ho scritto: «Adesso diciamo una cosa tremendamente reale, che siamo entrati tutti in un Grande Gelo, in una nuova epoca, nell’epoca della piccola glaciazione dove le parole le trovi sì, ma raffreddate se non ibernate». Più di uno, anzi, molti, anzi, quasi tutti hanno storto il naso pensando: “ah, che noia questo moralizzatore dei costumi dei letterati italiani!”. Ma adesso, leggendo queste poesie di Agota Kristof  ho capito meglio quelle mie parole: la poesia del nostro tempo non può che nascere e crescere sotto il Grande Gelo, come nelle fiabe, sotto un cavolo, deve essere davvero forte e resistente per sopravvivere al Grande Gelo universale.

Ho scritto di recente, parlando della poesia di Anna Ventura, questo pensiero: «la poesia prima di essere poesia è una posizione poetica, è un abitare stabilmente in un non luogo, in un «vuoto», un abitare spaesante. La poesia di Anna Ventura, come quella della Szymborska alla quale è stata accostata, come quella della ungherese Agota Kristof o della rumena Daniela Crasnaru proviene da questo disagio, dal dover abitare stabilmente una zona spaesante del mondo che, segretamente, ci è ostile, non ci vuole, che ci tollera a malapena e ci pone in continuazione degli ostacoli non immediatamente percepibili, che non riusciamo ad afferrare, a concettualizzare».

Per Agota Kristof quella «zona spaesante» del mondo è stata l’Ungheria del comunismo sovietico, quel regime dispotico  e capillare di controllo e di educazione delle coscienze, l’ideologia della felicità dispotica promulgata per decreto poliziesco, l’abbandono da parte della poetessa del suo paese e della sua lingua, il dover imparare un’altra lingua, il francese, come propria lingua madre, l’esperienza del  trovarsi senza lingua, o meglio, spodestata «tra» due lingue, in quella «zona» oscura inospitale, spaesante… La poesia di Agota Kristof nasce da qui, da questa «zona» inospitale e spaesante, priva di lingua, dalla ricerca spasmodica di una lingua di significati stabili.

Tre anni fa mi sono persa in una città dove
Non avevo nessuno quindi non importava dove fossi
Pubblicità saltellavano si dondolavano come scimmie
Tram correvano a casaccio sulle rotaie
Avrei potuto essere perfettamente libera e felice allora
Se avessi trovato almeno un po’ di soldi

Stavo sulla riva ferita da luci di un lago blu scuro
Un’ombra mi passò accanto mi diede un’occhiata…

Agota Kristof_C-da Agota Kristof, I chiodi, prefazione di Fabio Pusterla, traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla, Casagrande, Bellinzona, 2018 pagg. 112, € 16

 L’uccello

Ero un uccello grande pesante e talvolta
riconoscevo le città
dove ero già stato
in particolare mi piacevano i ponti
e i giardini dove la sera
in estate volteggiavano danzatori
sotto i lampioni
avevano paura quando la mia ombra incombeva su di loro
anche io avevo paura quando cadevano le bombe
volai lontano e quando si fece silenzio
tornai volteggiando a lungo
sopra le buche e i morti
amavo la morte
amavo giocare con la morte
sopra i monti oscuri talvolta
chiudevo le ali e come un sasso
precipitavo in un burrone
ma mai del tutto mai del tutto a fondo
ancora avevo paura
ancora amavo solo la morte altrui
e non la mia
della mia morte mi innamorai solo più tardi
molto più tardi
quando ormai fui stanco e affamato e triste
quando ormai non ebbi più paura di niente
solo guardai le pietre e il nebbioso
burrone
e le mie ali si chiusero

 

Il ladro di appartamenti

Chiudere i portoni
arrivo senza far rumore con crudeli
bianche mani
io non sono della razza dei bruti
non sono della razza degli stolti e avidi
le mie mani sono bianche e affusolate
sulla mia fronte e sui miei polsi
le sottili linee delle vene
potreste ammirare se una volta
aveste modo di farlo ma io entro
nelle vostre stanze solo
quando ormai tutti sono andati via
quando ormai tutti tacciono
quando ormai ogni luce è caduta
dai vostri lampadari di cattivo gusto

Chiudete i portoni
arrivo senza far rumore con crudeli
bianche mani
vengo solo per qualche minuto
guantato in abiti scuri
ma ogni notte instancabile
e in ogni casa instancabile
io non sono della razza dei bruti
non sono della razza degli stolti e degli avidi
la mattina quando vi svegliate controllate pure
i vostri soldi i vostri gioielli non mancherà niente

Soltanto un giorno della vostra vita

Agota Kristof cover

Lentamente, lui si abituava

Lentamente, lui si abituava a questo: che lei lasciasse, dimenticasse cose da lui
Dei fiammiferi, un fazzoletto quando aveva pianto, una scarpa dei suoi figli,
i suoi guanti, i suoi occhiali talvolta.
Lui, in generale, dormiva quando lei partiva, era stanco.
Sapeva che lei restava lì, da lui, a fumare sigarette e a pensare a Dio sa cosa.
Era al mattino che scopriva gli oggetti dimenticati.
Lei non smetteva di dimenticare e di lasciare le sue cose da lui.
Il suo reggiseno.
Le sue sigarette.
Il suo accendino, un libro per l’infanzia
Il suo astuccio per gli occhiali
I suoi sandali
(Sarà rientrata a piedi nudi)
I suoi fazzoletti
I suoi cappelli, soprattutto i suoi capelli
C’è n’erano dappertutto, di suoi capelli
Sul cuscino, nel bagno, in cucina.
Un vero e proprio incubo.
I suoi capelli neri, dappertutto, in tutto l’appartamento.
L’ultima volta, aveva dimenticato le sue mani.
Due mani senza anelli, posate sul bordo del tavolo,
immobili, sanguinanti un po’ ai polsi dove le aveva selezionate.

 

Non morire

Non morire
non ancora
troppo presto il coltello
il veleno, troppo presto
Mi amo ancora
Amo le mie mani che fumano
che scrivono
Che tengono la sigaretta
La penna
Il bicchiere.
Amo le mie mani che tremano
che puliscono nonostante tutto
che si muovono.
le unghie vi crescono ancora
le mie mani
rimettono a posto gli occhiali
affinché io scriva

 

Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve
con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate
più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane
un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega
chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

 

Qualche parola

Sono tornati i monti della primavera ma ormai
non assomigliano più a nulla in fondo
al lago non c’è altro che melma
vengono uomini dietro di loro non c’è nulla
guardano si avvicinano e fanno ritorno
a loro stessi
le città lentamente strangolano i loro
gracili giardini squarciano il corpo dei paesaggi
le strade
un uccello prova ancora a sollevarsi
risuona qualche parola qualche campana d’allarme
e cadono le pietre

 

Ti aspettavo

Ti aspettavo in fondo alla strada nella pioggia
andavo a capo chino ti vedevo lo stesso
ma non riuscivo a sfiorarti la mano
Ti aspettavo su una panchina le ombre degli alberi
cadevano sulla ghiaia fresca
come anche la tua ombra mentre ti avvicinavi
Ti aspettavo una volta di notte sul monte
crepitavano i rami quando li hai scostati
dal tuo viso e mi hai detto che non potevi restare
Ti aspettavo a riva con l’orecchio incollato
a terra sentivo il tonfo dei tuoi passi
sulla sabbia morbida poi si fece silenzio
Ti aspettavo quando arrivavano i treni lontani
e le persone tornavano tutte a casa
mi hai fatto un cenno da un finestrino il treno non si è fermato

Su campi freddi

Tre anni fa mi sono persa in una città dove
Non avevo nessuno quindi non importava dove fossi
Pubblicità saltellavano si dondolavano come scimmie
Tram correvano a casaccio sulle rotaie
Avrei potuto essere perfettamente libera e felice allora
Se avessi trovato almeno un po’ di soldi

Stavo sulla riva ferita da luci di un lago blu scuro
Un’ombra mi passò accanto mi diede un’occhiata
O era solo una pittura che per sbaglio
Avevo scorto attraverso una finestra oppure mi era solo
venuta all’improvviso in mente una poesia forse era musica ormai
Non lo so invano corsi via di lì terrorizzata
Un’auto quasi mi venne addosso urlò rabbioso
Il guidatore poi mi invitò a salire in macchina mi portava a casa
Disse risi e nominai la via dove abitavo

Avevo un amico si è ucciso due anni fa
Quell’estate mi ero innamorata tre volte

Non piangere se non sono venuta da te stasera io
Ho diritto a me stessa non ti vedo nemmeno domani
Penso a tramonti polverosi odorosi di letame adesso e
A carretti solitari che rumoreggiano su viottoli invasi da erbacce
Nei tuoi occhi sento il calore degli ultimi giorni d’estate
e la loro tristezza non dimenticare le colorate sere di maggio
e osserva il pianto disperato dei boschi sferzati dalla pioggia

Camminavo per meravigliosi prati freddi senza fiori
Nel mio sogno del mio cuore non sapevo nulla
I fili d’erba ondeggiavano nel vento come bandiere
Su questi prati felici e sconfinati e allora
Dissi alla terra lascia che io rimanga qui
Di colpo un’ombra mi si parò davanti mi guardò
O forse era solo una pittura una poesia o musica ormai
Non lo so invano corsi via di lì terrorizzata

L’alba era muta e grigia come il tuo viso
Tutto mi faceva di nuovo male

Agota-Kristof_Foto_02

una intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?

Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

E i tre libri della “Trilogia” come nascono?

Dopo le pièces teatrali cominciai a scrivere delle piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l’autobiografia e riorganizzai quei capitoli per una struttura romanzesca.

Come ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?

All’inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po’ speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com’eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l’osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.
Lei sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere un’opportunità di comprendere gli altri, il mondo…

Questo è vero, ma lo è solo per me. E’ il mio modo di mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia valido per le altre persone.

Oggi come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?

Io non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del ’56, io non avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere. All’inizio non capivo cosa c’entravano per me la Svizzera, la lingua francese. E’ stata una separazione difficile, soprattutto quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno fatto alcuni altri scrittori dell’Est. A scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori. E così scrivere in francese è stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: “come può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua che non è la mia”. Era un po’ un miracolo. Oggi mi capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre Kertész, sono stata felice per il suo Nobel. Sa, è stato per anni povero e senza

Agota Kristof è nata a Scicvàud, Ungheria nel 1935. Rifugiata in Svizzera nel 1956, all’epoca dei moti di Ungheria, è ora cittadina svizzera e vive a Neuchatel. Ha tre figli, una figlia dal primo marito (ungherese) e due maschi dal secondo (svizzero).

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9 risposte a “Agota Kristof, Poesie scelte da Chiodi, Edizioni Casagrande, 2018 pp. 100 € 16, con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa: La poesia del nostro tempo non può che nascere e crescere sotto il Grande Gelo, e una intervista di Michele De Mieri 

  1. Scrivo per intero la poesia pubblicata in stralcio,
    Agota Kristof
    :
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/30/agota-kristof-poesie-scelte-da-chiodi-edizioni-casagrande-2018-pp-100-e-16-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-del-nostro-tempo-non-puo-che-nascere-e-crescere-sotto-il-grande-g/comment-page-1/#comment-36217
    Tre anni fa mi sono persa in una città dove
    Non avevo nessuno quindi non importava dove fossi
    Pubblicità saltellavano si dondolavano come scimmie
    Tram correvano a casaccio sulle rotaie
    Avrei potuto essere perfettamente libera e felice allora
    Se avessi trovato almeno un po’ di soldi

    Stavo sulla riva ferita da luci di un lago blu scuro
    Un’ombra mi passò accanto mi diede un’occhiata
    O era solo una pittura che per sbaglio
    Avevo scorto attraverso una finestra oppure mi era solo
    venuta all’improvviso in mente una poesia forse era musica ormai
    Non lo so invano corsi via di lì terrorizzata
    Un’auto quasi mi venne addosso urlò rabbioso
    Il guidatore poi mi invitò a salire in macchina mi portava a casa
    Disse risi e nominai la via dove abitavo

    Avevo un amico si è ucciso due anni fa
    Quell’estate mi ero innamorata tre volte

    Non piangere se non sono venuta da te stasera io
    Ho diritto a me stessa non ti vedo nemmeno domani
    Penso a tramonti polverosi odorosi di letame adesso e
    A carretti solitari che rumoreggiano su viottoli invasi da erbacce
    Nei tuoi occhi sento il calore degli ultimi giorni d’estate
    e la loro tristezza non dimenticare le colorate sere di maggio
    e osserva il pianto disperato dei boschi sferzati dalla pioggia

    Camminavo per meravigliosi prati freddi senza fiori
    Nel mio sogno del mio cuore non sapevo nulla
    I fili d’erba ondeggiavano nel vento come bandiere
    Su questi prati felici e sconfinati e allora
    Dissi alla terra lascia che io rimanga qui
    Di colpo un’ombra mi si parò davanti mi guardò
    O forse era solo una pittura una poesia o musica ormai
    Non lo so invano corsi via di lì terrorizzata

    L’alba era muta e grigia come il tuo viso
    Tutto mi faceva di nuovo male

  2. Rossana Levati

    Un’idea mi ha attraversato la mente alla lettura de “Il ladro di appartamenti” di Agata Kristof: che questo ladro che non ruba per avidità materiale e non è della razza degli stolti e degli avidi, e pure si insinua sotto le porte carico di crudeltà, sia identificabile con il Tempo, quello che sottrae ricordi, che annulla cose e persone. Invisibile agli occhi di tutti perché entra solo quando tutti se ne sono andati per raccogliere impietosamente un bottino fatto forse di odori, di persistenze, di ricordi appena aggrappati alle cose, la sua funzione è quella di riportare tutto al nulla, allo zero su cui precariamente si costruiscono vite e sogni: tutte le evidenze materiali rimangono intatte al suo passaggio, ma se ci si chiede che cosa questo ladro rubi e che cosa faccia sparire, sarà qualcosa di non misurabile, appunto un giorno della vita che tenacemente si aggrappa alle consistenze delle cose che lasciamo intorno a noi, al punto che se esse sono “svuotate” dall’interno anche la nostra vita ne subisce una diminuzione.
    Queste incursioni del Tempo nella nostra vita possono prendere forma delle nostre dimenticanze, come accade in “Lentamente, lui si abituava”, dimenticanze volontarie oppure involontarie, cancellazioni di segni, di ricordi, di pezzi di vita, di pezzi del proprio io esemplificati dai capelli o dalle mani, in assenza di testimoni diretti: dove questi lacerti sottratti dal Tempo vadano poi ad accumularsi non è detto, forse riemergeranno, forse resteranno dimenticati in un altrove oscuro.
    Anche questo doppio movimento riscontrabile nelle poesie, dove sempre qualcuno è fermo e qualcuno passa velocemente, qualcuno è vigile e qualcuno è distratto o meglio immerso nel sonno e quindi nella non-coscienza (il ladro di appartamenti, la persona attesa in “Ti aspettavo”) ma dove nessuno è mai “compresente” alla vita dell’altro, di cui magari restano segni precari, quasi che la coscienza del primo fosse sempre troppo spenta o lontana per percepire il secondo nella simultaneità della vita, conferma lo scacco di una attesa che non si realizza: si attende quasi rassegnati un’ombra, un ricordo forse o un affiorare improvviso di un’emozione, una traccia, un segno di una vita passata, un solo “cenno” magari anche della propria vita, che riaffiora dal profondo ma che non può fermarsi, dolorosamente non può restare in quel fluire tra le ombre, il silenzio, la sabbia morbida di un Tempo che avvolge tutto senza strappare nulla violentemente ma appunto sottraendo con leggerezza e a tradimento, inavvertitamente.

    Allora quella penna tenuta ostinatamente tra le mani, benchè queste tremino, dove le unghie ancora crescono a segnare una vita tenace, è ancora l’unica resistenza al fluire del mondo a cui lo scrivere può garantire un ancoraggio, mentre tutto scompare.

  3. A proposito dell’alta poesia della Kristof, Giorgio Linguaglossa vi coglie, giustamente, un “senso di spaesamento” che è fonte di disagio, di insicurezza,di dolore.L’ho provato anch’io, molte volte, all’Aquila,città civilissima,ma ancorata a troppe certezze di casta per non provocare in me, coinvolta in una realtà familiare difficile,un senso di frustrazione:che ho risolto qui, a Montesilvano, dove posso nascere ogni mattina,ogni mattina decidere la mia singola giornata; qui la gente lavora e basta; mi rispetta in quanto si sa da me rispettata.Qui non provo nessun senso di spaesamento ,perchè il “paese”non esiste.

  4. quello che dici, cara Anna, è molto bello, mi conforta, mi conforta sapere che ogni tanto come critico ci azzecco, per questo sono considerato come un alieno… La poesia nasce sempre da un senso di spaesamento con la propria lingua, con il proprio paese, con il proprio io… i minimalisti che vanno di moda e imperversano oggi vanno invece benissimo d’accordo con tutte queste cose e, in specie, con il potere delle istituzioni politiche e letterarie…

    Avevo scritto in un precedente Commento del 2014 mentre parlavo della poesia di Alberto Bevilacqua:

    «Una lingua che ha cessato di essere la depositaria del «messaggio» o dell’«anti messaggio», che si deposita un po’ come la polvere sui mobili. Che cade ed accade come per una sua legge di gravità. Che adoperiamo quando parliamo in una stanza ammobiliata, in una camera d’albergo, nelle sale d’aspetto di un aeroporto, nel corridoio di un anonimo ufficio. Una lingua estranea e provvisoria».
    Alberto Bevilacqua giunge a capire, acutamente, che oggi si può fare poesia soltanto se adoperiamo una «lingua estranea e provvisoria», una lingua che parliamo in un «corridoio di un anonimo ufficio», «in una stanza ammobiliata», in «una camera d’albergo» per incontri clandestini, una lingua di plastica, di stracci… Ecco, direi che Bevilacqua giunge fin qui… ma non può andare oltre… non può andare oltre la sua ontologia estetica…

    A proposito del minimalismo italiano,

    dirò che c’è una bella differenza tra il minimalismo di Carver e il minimalismo italiano, anzi, c’è un abisso… Quello di Paolo Ruffilli è un minimalismo inimitabile, alla maniera di Carver ma con lo stile ruffilliano.

    Dirò che là dove c’è sentore di minimalismo triviale non ci sono io. Credo di essere incompatibile con il minimalismo italiano, quel medesimo minimalismo che ha imperversato sul nostro paese per più di quaranta anni come una epidemia, dalla caduta del muro di Berlino ad oggi e che ha impedito di fare le riforme di cui il paese aveva estremo bisogno. Il minimalismo è il pensare in piccolo, pensare e vivere nella convinzione che tanto le cose si metteranno a posto da sole; minimalismo è stato il colpevole silenzio della Chiesa che per quattro soldi dati dallo Stato italiano alle scuole cattoliche, ha preferito tacere in lungo e in largo sulla deriva antropologica, politica, filosofica e psicologica degli italiani; minimalismo è la doppiezza, l’ambiguità, l’ipocrisia, l’ironia facile e a buon mercato. Minimalismo è avere un concetto minimale dell’etica e dell’estetica oltre che della politica. Minimalismo è il «particulare» da cui prendeva le distanze il Guicciardini; minimalismo è farsi gli affari propri, è un sistema di pensiero antropologico. Noi in Italia non abbiamo minimalisti del calibro di Carver o della Szymborska, noi qui abbiamo e Magrelli e i magrellini, i Rondoni e i rondoniani…

    il problema era già stato acutamente analizzato da Giacomo Leopardi nello Zibaldone e da Gramsci nei Quaderni quando riflettevano sulla necessità di una “riforma morale e intellettuale degli italiani”. Senza questo distinguo non si può comprendere come il mio personale atteggiamento non è solo di natura estetica ma è collegato a quel problema antropologico e storico che da prima dell’unità d’Italia era stato già intravisto da un pensatore come Machiavelli (intendo il problema di costruire un partito nazionale attorno ad un Principe). Insomma, ritengo che il problema dell’estetico non sempre si esaurisce entro il campo dell’estetica, a volte va visto entro il campo più generale che colloca il problema della delibazione estetica entro il campo più generale della Riforma politica, amministrativa, filosofica, estetica e anche religiosa del Paese. Per quanto riguarda il campo della riforma religiosa, lascio questo compito alla Chiesa e al suo capo, ma per gli altri ambiti ritengo che sia dovere anche dei poeti prendere una posizione chiara, univoca nei confronti di quello che va sotto il nome di “minimalismo italiano”, che è una forma mentale, una visione antropologica, una visione anche politica (intesa come coincidenza di interessi tra arte e status quo della società italiana). L’adesione o no al “minimalismo italiano” costituisce, nella mia visione (per fortuna non solo mia ma anche di un giovane come Valerio Pedini e di tutti i redattori dell’Ombra delle Parole), un discrimine, un confine irrinunciabile nella convinzione che l’atto estetico non è un atto neutrale e personale ma un atto eminentemente politico, un atto di educazione estetica per dirla con Schiller.

  5. propongo qui, in anteprima, un brano di un poemetto di Peter Handke, Canto della durata (1995) adesso in traduzione italiana, Einaudi, 2016 nella traduzione e postfazione di Hans Kitzmuller

    Peter Handke

    Canto alla durata

    “Si era rivolta a me […] e come dall’alto
    e mi venne così di descrivere
    la sensazione della durata
    come il momento in cui ci si mette in ascolto,
    il momento in cui ci si raccoglie in se stessi,
    in cui ci si sente avvolgere,
    il momento in cui ci si sente raggiungere
    da cosa? Da un sole in più,
    da un vento fresco,
    da un delicato accordo senza suono
    in cui tutte le dissonanze si compongono e si fondo assieme. […]
    Ecco, la durata è la sensazione di vivere. […]
    Credo di capire
    che essa diventa possibile solo
    quando riesco
    a restare fedele a ciò che riguarda me stesso,
    quando riesco a essere cauto,
    attento, lento,
    sempre presente a me stesso sino nelle punte delle dita.

    E qual è la cosa
    a cui devo restare fedele?
    Essa ti apparirà nell’affetto
    per i vivi
    – per uno di loro –
    e nella consapevolezza di un legame
    (anche soltanto illusorio).
    E questo non è una cosa grande
    particolare, non è insolita, sovraumana,
    non è guerra, non è un allunaggio,
    non è una scoperta, un capolavoro del secolo,
    la conquista di una vetta, un volo da kamikaze:
    io la condivido con altri milioni di persone,
    con il mio vicino e allo stesso tempo
    con gli abitanti ai margini del mondo,
    dove grazie a questo fatto comune
    si crea lo stesso centro del mondo
    che è qui accanto a me.
    Sì, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
    è di per sé poco appariscente,
    non fa conto parlarne
    ma è degno di essere affidato alla scrittura:
    perché dovrà essere per me la cosa più importante.
    Dovrà essere il mio vero amore.
    E io,
    affinché da me nascano i momenti della durata
    e diano un’espressione al mio volto rigido
    e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
    devo assolutamente esercitare
    un anno dopo l’altro
    il mio amore.
    Restando fedele
    a ciò che mi è caro e che è la cosa più importante,
    impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
    sentirò poi forse
    del tutto inatteso
    il brivido della durata
    e ogni volta per gesti di poco conto
    nel chiudere con cautela la porta,
    nello sbucciare con cura una mela,
    nel varcare con attenzione la soglia,
    nel chinarmi a raccogliere un filo. […]

    Ma anche continuare per anni a essere ben disposto nei tuoi confronti
    può darti durata.
    Sapermi guardare amichevolmente negli occhi
    talvolta mi assolve. […]
    Essere indulgente con i miei difetti […]
    rabbonirmi, se mi viene fatto un torto,
    come mio unico parente,
    battermi il petto
    in trionfo per una parola felice
    al posto giusto
    e urlare un «sì» nella foresta della mia stanza
    può ringiovanirmi
    come una bottiglia di prelibatissimo vino
    (con effetto però diverso).

    Singolare è il sentimento della durata
    anche alla vista di certe piccole cose
    quanto meno appariscenti, tanto più toccanti:
    un cucchiaio
    che mi ha accompagnato in tutti i traslochi
    un asciugamano
    appeso nelle stanze da bagno più diverse,
    la teiera e la sedia di vimini
    per anni lasciata in cantina
    o accantonata da qualche parte
    e ora finalmente di nuovo al suo posto,
    un altro, in verità, diverso da quello originario
    e tuttavia al suo posto. […]

    Anche a casa mi si fa accanto molte volte
    quando cammino su e giù per il giardino
    nella neve, nella pioggia, al sole, sotto il temporale,
    […] oppure quando mi siedo nella mia stanza
    al cosiddetto tavolo da lavoro –
    non per attendere alla mia occupazione, al testo,
    ma per fare tutti quei soliti gesti secondari:
    spostare indietro la sedia,
    dare uno sguardo nel cassetto […]
    sbirciare dalla finestra in giardino
    dove i gatti lasciano le loro tracce
    nella neve profonda e tra l’erba alta,
    mentre ascolto da diverse direzioni a seconda del vento
    il fischio e il trabalzare
    dei treni che percorrono la pianura.

    O durata, mia quiete!
    O durata, mia sosta! […]

    La durata è il mio riscatto,
    mi lascia andare ed essere. […]
    Chi non ha mai provato la durata
    non ha vissuto.

    La durata non stravolge,
    mi rimette al posto giusto”.

    dal retro di copertina:

    Prendendo spunto da Goethe, «maestro del dire essenziale», Handke propone in questo poemetto una sua personale ricerca sul concetto di durata, l’entità che fornisce contorno a quanto ha la tendenza a dissolversi. Connessa al ripetersi degli eventi quotidiani, ma al contempo svincolata dalla permanenza in luoghi o itinerari consueti, la sensazione della durata è l’esito della fedeltà a ciò che l’individuo sente come piú profondamente proprio: fedeltà al divenire di una persona, fedeltà a «certe piccole cose» che ci accompagnano «in tutti i traslochi», fedeltà infine a determinati luoghi, un lago, una piazza, una sorgente alla periferia di Parigi. La durata tuttavia non esiste a priori, bisogna cercarla, andarle incontro, trovare un punto di mai definitiva, instabile quiete. La poesia – dice Handke – è uno dei migliori supporti in questa ricerca interiore. Ed è dunque naturale che questo libro di meditazione filosofica sia stato scritto in versi, quasi per bussare alla porta di quella condizione sapienziale tipica della poesia di ogni tempo.

  6. Carlo Livia

    La stessa bellezza pura e drammatica che mi ha affascinato leggendo le sue prose, la trovo in queste poesie, dallo stile asciutto, disadorno, ruvido, talvolta crudele nell’evincere la misteriosa e ineffabile violenza che pervade le relazioni umane, nelle dimensioni degli eventi storici, che ignorano e disprezzano il dolore individuale, come nella più velata, ma non meno spietata, tragica crudeltà che spesso si annida nei legami sentimentali e familiari. Solo i maestri della narrativa (Cechov, Ortese e Ginzburg in Italia) hanno potuto far scaturire dalle loro pagine tale densità emotiva, questa vertigine del senso denudato e vinto di fronte all’ineluttabile oscurità del destino.

    Aggiungo un testo che forse riflette le sue atmosfere.

    INVOCAZIONE ALLA SPOSA

    Un delirio biondo attraversa il giardino
    ( no, è la morte rosa che ristagna nel violino )

    Il cielo è un flauto insonne, impazzito per la tua assenza
    ( la donna finta grida da una torre di febbre )

    Sogni e peccati si gettano dalla scogliera,
    santi e avemarie ti cercano in alto mare
    ( ma ti allontani in un veliero di nubi )

    Sei l’estasi dei pazzi che inseguono
    le ostie solitarie del pomeriggio
    ( ricordi un torrente di folgori
    rinchiuso in un ripostiglio di specchi )

    Stringo il tuo nome nel vento
    che nasce dalla malattia del cielo
    ( in attesa della tua voce
    i comandi dell’universo sprofondano nel buio )

    Trascino il mio sonno di ferro nero fra belve dementi
    ( dimenticando lentamente il tuo sorriso )

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/30/agota-kristof-poesie-scelte-da-chiodi-edizioni-casagrande-2018-pp-100-e-16-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-del-nostro-tempo-non-puo-che-nascere-e-crescere-sotto-il-grande-g/comment-page-1/#comment-36243
    La lingua che adoperiamo quando parliamo in una stanza ammobiliata, in una camera d’albergo, nelle sale d’aspetto di un aeroporto, nel corridoio di un anonimo ufficio. Una lingua estranea e provvisoria, una città sconosciuta ed estranea… è questa la lingua di Agota Kristof

  8. donatellacostantina

    Sì, quando apprendiamo a parlare in una lingua estranea, allora siamo già molto in avanti, abbiamo fatto passi importanti in avanti. Solo quando la lingua ci abbandona e non ci riconosce più, solo allora è possibile scrivere in poesia. Noi non possiamo mai scrivere poesia, è la lingua che ci invita a scrivere in poesia. Meglio se usiamo le parole che si usano tutti tutti i giorni, quelle parole sono quelle vere, le parole del sonno…

  9. cara Costantina,
    Rovatti pone la seguente domanda:

    «Quanto si può reggere la serietà di una frase perché questa non divenga completamente falsa? Per essere credibile, quanto a lungo la parola filosofica può tenere gli occhi al cielo? Qui, è l’esatto opposto di quel che, per esempio, sembra pensare Heidegger…».

    Io rovescerei la domanda così:

    1) Quanto a lungo può reggere la serietà di una frase poetica perché questa non divenga completamente falsa?

    2) Quanto a lungo può reggere la non serietà di una frase poetica perché questa non divenga completamente falsa?

    Personalmente diffido sia delle poesie troppo serie sia di quelle troppo non serie, non c’è uno spartiacque che divide il serio dal faceto, abitano entrambe lo steso luogo. È il poeta professionale colui che punta o sull’uno o sull’altro versante del linguaggio. Sta di fatto che il linguaggio poetico non si fa abbindolare come vorrebbero gli esegeti della serietà smisurata, si ritira immantinente egualmente sia dinanzi alla serietà delle scritture che si ritengono serie, sia dinanzi alla non-serietà delle scritture che si qualificano non-serie.
    Il linguaggio poetico è saggio, si mantiene a distanza dal ludus e della seriosità.

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