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Gianfranco Palmery (1940-2013), Poesie da In Quattro (2006) Compassioni della mente (Passigli, 2011) e Corpo di scena (Passigli, 2013) con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

foto ombre sfuggenti

Spogliato ti spegnerai del dispotico / potere della poesia

Gianfranco Palmery (Roma, 22 luglio 1940 – Roma, 28 luglio 2013) nato e vissuto a Roma, è stato poeta e saggista. Ha pubblicato sedici libri di versi e numerose prose sparse in quotidiani e riviste, in parte raccolte in quattro volumi. Critico letterario per alcuni anni del quotidiano «Il Messaggero», ha fondato e diretto la rivista di letteratura «Arsenale». Ha tradotto, per le edizioni Il Labirinto, poesie di Keats, Shelley, Berryman, Sponde, Corbière, Stéfan. Dopo una lunga malattia, è morto a Roma il 28 luglio 2013.

Ha scritto:

Mitologie, Il Labirinto, Roma 1981.
L’opera della vita, Edizioni della Cometa, Roma 1986.
In quattro, Edizioni della Cometa, Roma 1991.
(edizione d’arte, con quattro incisioni di Edo Janich).
Il versipelle, Edizioni della Cometa, Roma 1992.
(con prefazione di Luigi Baldacci)
Sonetti domiciliari, Il Labirinto, Roma 1994.
Taccuino degli incubi, Edizioni Il Bulino, Roma 1997.
(edizione d’arte, con due incisioni di Guido Strazza).
Gatti e prodigi, Il Labirinto, Roma 1997.
Giardino di delizie e altre vanità, Il Labirinto, Roma 1999.
Medusa, Il Labirinto, Roma 2001.
L’io non esiste, Il Labirinto, Roma 2003.
Il nome, il meno, Edizioni Il Bulino, Roma 2005.
(libro d’artista, con interventi a tempera, grafite, collage e graffiti di Guido Strazza).
In quattro, Il Labirinto, Roma 2006.
Profilo di gatta, Il Labirinto, Roma 2008.
Garden of Delights: Selected Poems, Gradiva Publications, New York 2010.
(traduzione e cura di Barbara Carle)
Compassioni della mente, Passigli, Firenze 2011.
(con prefazione di Sauro Albisani)
Amarezze – Madrigali e altre maniere amare, Il Labirinto, Roma 2012.
Corpo di scena, Passigli, Firenze 2013.

Prose critiche

Il poeta in 100 pezzi, Il Labirinto, Roma 2004.
Divagazioni sulla diversità, Il Labirinto, Roma 2006.
Italia, Italia, Il Labirinto, Roma 2007.
Morsi di morte e altre tanatologie, Il Labirinto, Roma 2010.

Foto Richard Serra (1939) the labirint

Me ne sto su me stesso come un falco
o  un  torvo avvoltoio  su  un trespolo

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Gianfranco Palmery l’ho conosciuto nel 1989 quando sulla rivista “Arsenale” pubblicò cinque mie poesie. È stato il mio debutto in poesia. Palmery già allora aveva deciso di auto confinarsi nel perimetro della propria abitazione-prigione, a Roma, zona Montagnola, circondato dai suoi gatti e dai suoi dèmoni… soleva ricevermi in una anticamera polverosa e schiumosa ingombra di oggetti e di libri polverosi e di gatti sontuosi e pigri; mi parlava lentamente, attento a scandire le sillabe senza mai guardarmi negli occhi, anzi, evitando accuratamente di guardarmi, con quella sua tipica aria cupa e altezzosa mentre teneva in braccio magnifici felini dal pelame iridato che io, al contrario, trovavo orribili, anzi, mostruosi. Era totalmente ripiegato-richiuso in se stesso, nel suo Olimpo-cloaca immaginario, nella sua spettrale oreficeria. All’epoca pensai che non lo interessasse affatto il mondo né i suoi abitanti, era incentrato esclusivamente su se stesso, deciso «di rendere l’osservatore il suo oggetto». Ne sono convinto tuttora: il mondo non lo interessava affatto, l’«oggetto» per lui era nient’altri che l’io, il «soggetto», «un animale araldico arrestato / sulle due zampe e così raffigurato». Dal 1991 decisi di abbandonarlo in preda ai suoi eroici furori e non l’ho più rivisto. Anzi, no, con mia meraviglia un pomeriggio di luglio lo scorsi che passeggiava sulla battigia del mare di Ostia in compagnia della moglie americana, Nancy Watkins. Me ne stupii alquanto che potesse passeggiare in pieno luglio sotto il sole…

Penso che provasse un sordido e perfido autocompiacimento nel raffigurarsi come un animale re araldico effigiato con il blasone nobiliare della propria singolarità genealogica. Nemico giurato della società affluente e del narcisismo, Palmery ha portato alle estreme conseguenze il suo patto di fedeltà alla Musa: «Spogliato ti spegnerai del dispotico / potere della poesia». In questa personalissima e ossessiva genealogia immaginaria che lo ricollegava alla Musa, Palmery troverà un riparo e una abitazione protettiva dalla quale proiettare i suoi araldici e velenosi guizzi all’esterno, verso la pagina bianca della scrittura e del mondo dis-conosciuto. La sua poesia, autoritratto fedele delle sue manie e delle sue ubbie, è sempre rimasta fedele a se stessa, imperturbabile e impermeabile, fitta di piroette acrobatiche, esercizi di scherma, fitta di illusionismi, verbalismi, associazioni consonantiche, irta di picchi semantici, di acrobatismi, di inarcature verbali con cromatismi indecorosi, agonismi lessemici, clamori e sarcasmi, esorcismi e diseroicismi di cartapesta. Il poeta romano amava denominarsi, con un malcelato autocompiacimento, «Issione», condannato al suo destino di evanescenza e di inappariscenza, fedele alla sua idea di rigorismo mentale, inchiodato alla eterna ruota di tortura del suo mito preferito.

Palmery amava crogiolarsi nelle profondità della sua vertigine esistenziale, il nichilismo era  l’index veri del suo «io», era l’unica verità-deità ammessa nel suo tempio perifrastico; immerso nella sua solitudine olimpica fino al mento, ultimo erede della dinastia dei poeti araldici, venuto al mondo per distinguersi dai comuni mortali reprobi e collusi con una vita di vile commercio delle cose comuni. Palmery è stato senza dubbio  l’ultimo dei poeti «araldici», eletto da se medesimo al castigo divino di essere ossessionato dalla propria sorte monastica. In ciò eravamo lontanissimi, non condividevo in nulla la sua metafisica «araldica», io, portato per natura alla terrestrità delle cose per la mia formazione materialistica; lui, ateo e onniveggente, non poteva capirmi ma io, ateo e preveggente, capivo il suo dramma, intendevo i suoi illusionismi cerebrali e i suoi ghirigori stilistici, comprendevo la necessità del suo ritrarsi presso il domicilio coatto del proprio ubiquitario e sdegnoso solipsismo. Era il suo modo di fare della scherma mentale. In un’altra vita sarebbe stato un magnifico schermidore; dunque, avrebbe calcato, in un’altra vita, la pedana dei duelli di fioretto. Anche la sua poesia è vistosamente agghindata di contorcimenti semantici e sintattici, di affondi e di ritirate precipitose, con preferenza per le anadiplosi e per i chiasmi imperfetti, per i duetti con  «le maschere della derelizione». Un universo ermeticamente chiuso quello di Palmery, un immaginario privo di metafisica, ossessivo e rutilante di sgherri, di «canaglie», di «bastardi»: Amleto, Vathek, Don Giovanni, Cerbero, Orco…

Adesso, questi due volumi editi da Passigli sono dei preziosi strumenti per apprezzare il lavoro svolto dalla musa di Palmery, una musa fatta di stracci un tempo nobili. Un poeta da studiare e da considerare come uno dei più originali di questi ultimi decenni tra la fine del novecento e il nuovo millennio. Senza dubbio, la poesia di Gianfranco Palmery «chiude» una certa ontologia estetica tipicamente novecentesca fondata sulla centralità dell’io e su un progetto di tonosimbolismo prettamente novecentesco. Dopo di lui penso che una «nuova» poesia debba cercare fuori dal tonosimbolismo e fuori della centralità ontologica dell’io. Al pari della poesia del piemontese Roberto Bertoldo, un esempio parallelo di tonosimbolismo e di fonosimbolismo di fine novecento portato alle estreme conseguenze, con uno stile ultroneo e perifrastico.

Michele Ortore commenta: “I versi di Palmery sono scanditi dalla frequenza dei poliptoti e delle figure etimologiche, che spesso si combinano in diffratte ecolalie: «[…] costretto alla sua marcia / forzata, al forzato, lo sforzato» (V 65), «Mi spaventa il silenzio e la mia voce / spaventata – pura voce / dello spavento» (CM 38), «Cosa ho più da salvare che mi salvi?» (CM 70), «Mi guardi Dio dal divinizzarti / egizianamente e cadere in egiziache / tenebre» (GP 18). Ma la tecnica palmeriana può giocare anche sulle collisioni sostantivo-avverbio («scendendo nel suo verso verso il buio», CM 74), sulle omofonie («questo / è il la e là restate», CM 75), sulle univerbazioni («mi vedi da per tutto, se non sono / per te che l’eterno signor Dappertutto», V 35), sugli equivoci semantici («[…] e sempre / senti nell’aria la mia aria, in ogni suono», V 35)

– Il ricorso alle interiezioni tragico-patetiche, costante e frequente nei quattro libri: «Ah il rombo del silenzio, il sibilo / della solitudine!» (CM 19), «oh la paura, la paura, il terrore / del corpo prigione» (CM 37), «oh amarezza / tu curi il cuore» (A 8), «tu non sei – ahi, quasi sempre! – / che un irritante incidente» (V 36), «Ah durasse per sempre / questo dolce servizio» (GP 22).

– Interrogative retoriche con anafora del pronome o dell’avverbio: «Dove vanno le unghie, dove i capelli?» (V 47), «Dove vanno i sogni dei gatti, dove evaporano?» (GP 17).”.1

Parlare di barocchismo in Palmery forse è erroneo; per il poeta romano si può parlare di un maestro di architetture verbali sinonimiche e paronomasiche, tutto ciò che tocca lo tocca con algido nitore, dall’alto di uno sdegno numinoso che accetta di scendere tra i plebei, i comuni mortali  con la sua «poesia, mia paziente giardiniera». Poeta tipicamente ultroneo, le sue cose migliori, paradossalmente, le ha scritte quando assorto nella folgorazione del suo solipsismo spasmodico e rutilante.

1] http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Palmery/Ortore.html

[in foto, Gianfranco Palmery]

da In Quattro (2006)

I

L’anno, l’ora, la croce, i cardini
del mondo: tutto si divide in quattro
parti – così qui si misura nello spazio
e nel tempo il sacrificio e la perdita.

IV

Me ne sto su me stesso come un falco
o un torvo avvoltoio su un trespolo:
risibile rapace ormai allo smacco
rassegnato, nel suo piumaggio tetro e crespo. Continua a leggere

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