UNA RIPROPOSTA: LA POESIA DI CORRADO GOVONI (1884-1965) da “Gli aborti”, 1907– un Commento di Giorgio Linguaglossa con una scelta di poesia “Dove stanno bene i fiori”, “Il cuculo”, “Nel cimitero di Corbetta”, “Villa chiusa nella campagna romana”, “Charlot”, “Arcobaleno”, “Effetto di nebbia”

 

Govoni

Commento di Giorgio Linguaglossa

Corrado Govoni è un «classico» indiscusso del primo Novecento, anzi, uno dei «classici» di tutto il Novecento. La poesia “Dove stanno bene i fiori” è un esempio impareggiabile dell’estro e della magnifica capacità che Govoni ha di spaziare con le metafore e le immagini, con le analogie e i parallelismi, come mai forse nessun altro nel Novecento. È impressionante quell’andare a briglia sciolta da invenzione ad invenzione, da immagine ad immagine, senza dare tregua al lettore, senza blandirlo con soluzioni languide, servizievoli o ammiccanti, obbligandolo a seguirlo nella sua funambolica ascesa alla immaginazione poetica più sbrigliata e libera di tutto il primo Novecento italiano. Sotto questo aspetto, non c’è nessun altro poeta del primo Novecento (con l’eccezione di Palazzeschi) che possa stare al pari della sfrenata libertà metaforica di Govoni; c’è da restare perplessi, meravigliati e smarriti dinanzi alle iperboli funamboliche delle immagini che si susseguono senza tregua.

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Marc Chagall, “Sopra la città”

Sarebbe ora di rileggere con altri occhiali i grandi poeti del primo Novecento. Torniamo a rileggere la poesia a briglia sciolta di Govoni, vediamo con quale strabiliante svolgimento di immagini Govoni tematizza il tema: prende il tema dei “fiori” e ci fa sopra una poesia che ha una straordinaria brillantezza e «trasandatezza» formale. Scrive Mengaldo: «Govoni appresta quel repertorio di oggetti e temi che sarà tipico della sensibilità “crepuscolare” (parola tematica che in lui compare presto), e lo fa in modo straordinariamente elementare, e, per così dire, feticistico”, accompagnandolo con “arpeggi di annoiata chitarra” (Solmi). In realtà Govoni è soprattutto attratto dalla superficie colorata del mondo, dalla varietà infinita dei suoi fenomeni, che registra con golosità inappagabile e fanciullesca, quasi in una volontà di continua identificazione col mondo esterno» (P. V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1978, p. 5). Il giudizio riduttivo di Mengaldo è indicativo della cecità e della ristrettezza di campo concettuale con cui il critico citato guarda alla poesia di Govoni. Mengaldo fa una duplice operazione: dimidia il valore della poesia dei crepuscolari per puntare dritto sulla poesia del primo Montale, quello degli Ossi e quello delle Occasioni, canonizzato quale spina dorsale della poesia del Novecento; inoltre, l’idea guida di Mengaldo ripete il cliché del topos accademico che guarda alla poesia del primo Novecento dal punto di vista della poesia maggioritaria del secondo Novecento. Mengaldo svaluta la prima per rivalutare la seconda; svaluta la libertà sfrenata e gioiosa dei grandi poeti del primo Novecento come Campana, Govoni, Palazzeschi, i futuristi, Lucini, Saba, i crepuscolari, per rivalutare la poesia del pedale basso del Montale di Satura (1971) e della poesia post-montaliana del disimpegno e dell’ironia, della cultura dello scetticismo e del disinganno dinanzi alla invasione della società di massa.

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Alla luce degli eventi che hanno punteggiato la poesia italiana in questi ultimi tre quattro decenni, dobbiamo rovesciare come un guanto il giudizio critico di Mengaldo e rivalutare quei poeti che nel primo Novecento hanno corso a briglia sciolta sulle ali di una irrefrenabile aria di libertà creativa (Govoni) e di una estenuata malinconia (i crepuscolari). Occorre riparametrare quella presunta centralità della poesia del secondo Novecento che aveva (ed ha) la sua referenza sociale nella piccola borghesia. Ritengo sia giunto il momento di ribaltare i giudizi (anzi, i pregiudizi) consolidati. Proviamo a rileggere all’incontrario la poesia del primo Novecento. Devo fare un inciso su ciò che ci dice la poesia del minimalismo. Attraverso quella poesia si può leggere, in filigrana, ciò che stava diventando il Paese: una Italia invasa dalla cultura dello scetticismo, dal demagogismo, dal disimpegno assunto a nuova ideologia di massa, dall’ironizzazione scontata e facile, da una cultura che non aveva cognizione di ciò che stava avvenendo, che continuava a fare una narrativa del disincanto, del ritorno al privato, alla cronaca, al quotidiano, al particulare, allo scetticismo. Una cultura celebrativa e inaugurale del Presente fondata sulla digressione e su una sorta bilanciamento e oscillazione tra il quotidiano e il privato. E l’affermarsi di una clericatura di massa dotata di invarianza e di tatticismi e di uno stile cosmopolitico, transpolitico. A questo punto, corre l’obbligo di fare una distinzione tra il correre a briglia sciolta della poesia di un Govoni e di un Palazzeschi del primo Novecento e lo sbocco del Paese nel fascismo: non c’è alcun legame tra le due cose; quello che poi emerse negli anni Trenta è stato il richiamo all’ordine de “La Ronda” che la poesia di Cardarelli in certa misura legittima: il ritorno all’ordine politico e il ritorno all’ordine del testo poetico. Occorre leggere la storia della poesia del Novecento con un’altra lente di ingrandimento. E, direi, anche con altri occhiali. Per tornare all’oggi, è utile e salutifero guardare alle esperienze poetiche del primo Novecento con l’occhio critico di chi abita l’omologismo del post-minimalismo di massa dei nostri giorni.

(da Gli aborti, 1907)

Dove stanno bene i fiori

I ciclami, nei chiostri di marmo.
Le ortensie, nelle rosse Certose.
Le margherite, nei prati.
Le viole, tra le foglie secche
lungo i fossi.
La malva, nelle pentole dei poveri, alle finestre.
Gli oleandri, nei vestiboli dei ricchi.
Le rose, dentro gli orti di campagna.
I tuberosi, nei giardini dei collegi.
Le aquilegie, nei cortili dei castelli antichi.
Le ninfèe, come
bianche lavandaie, sotto i ponti.
Gli edelvai, vicino ai nidi delle aquile.
I convolvoli, nelle siepi delle strade.
I glicini, sui ruderi.
L’edera, come una decorazione verde
intorno agli alberi veterani.
I gigli, sugli altari e in processione.
Le orchidee, simili ad aborti, nei bicchieri.
Le azalèe, nelle chiese protestanti.
Le camelie, nei vasi di maiolica sulle scale.
I narcisi, davanti agli specchi.
I garofani rossi, nella bocca delle amanti.
I crisantemi, sulle tombe e nelle tavole.
I pensè, come maschere curiose alle finestre.
I papaveri, nel frumento.
I begliuomini dai fiori ascellari
simili ad arlecchini, negli orti delle zitelle.
Le violacciocche, lungo i viali delle passeggiate.
I semprevivi, nelle camere dei malati e davanti ai santi.
I gelsomini, alle finestre degli ospedali.
I funghi, nei boschi umidi
nelle travi marcite
e nell’anima mia.

Il cùculo

O cùculo, bel cùculo barbogio
che voli sopra il fresco canepaio ,
cantando il tuo ritornello gaio,
il vecchio ritornello d’orologio:
tu sei la primavera pazzerella,
che si nasconde e canta allegra: – Orsù,
venitemi a pigliar… cucù! cucù!
dietro il frumento che va in botticella.
E quando, dopo un lungo inseguimento,
tu speri d’acciuffarla nel frumento,
ella, che ti spiò e venir ti vide,
eccola là, che canta e ti deride
da un alto pioppo, tremulo d’argento,
che s’alza in fondo al campo di frumento.
O cùculo mio del cùculo vaio
che voli sopra il fresco canepaio.

Nel cimitero di Corbetta 

Povera creatura inutile!
io ti conosco, forse.
Eri una delle tante bambine
ch’io vidi nei cortili delle cascine;
scalza, seduta sul limitare
con la tazza di latte sui ginocchi
e un gran pane di frumentone ai denti
e con le compagne intenta a giocare.
Eri anche bella ed accarezzata
da tutti: quando il male
ti spense in un istante.
Ora t’hanno sepolta e più nessuno
stasera si ricorderà di te.
Tranne tua madre che non dormirà,
sospirerà guardando il tuo lettino
vuoto, accanto alla finestra nera
aperta sulla notte di primavera
pensando ch’eri così piccola …
(…sì, ma il becchino
ha sudato scavandoti la fossa
profonda come la sua vanga!
sì, ma non tanto
che tua madre per te non pianga!)
e che sei qui sotto, sola nella tomba oscura,
e che forse hai paura,
tu ch’eri così piccola
che bastava una lucciola
pendula ad uno stelo a farti lume
lungo la via,
così piccola e leggera
nella tua culla, che bastava a muoverla
l’onda dell’avemaria!
O povera innocente, dormi in pace!
Ché anche tu avrai, come ogni misero,
la tua fresca coroncina
di vetro, che il ragno,
che tesse tesse e non sa nulla,
ti rinnoverà ogni mattina;
e invece del tuo lettino bianco
nella camera nera
sei adagiata in una culla
d’odori di primavera,
e se non senti più la voce della tua mamma
hai l’usignolo che ti canta la ninna nanna.

Villa chiusa 
nella campagna romana

So d’una villa chiusa e abbandonata
da tempo immemorabile, segreta
e chiusa come il cuore d’un poeta
che viva in solitudine forzata.

La circonda una siepe, e par murata,
di amaro bosso, e l’ombra alla pineta
da tanto più non rompe né più inquieta
la ciarliera fontana disseccata.

Tanta è la pace in questa intisichita
villa che sembra quasi ogni cosa
sia veduta attraverso d’una lente.

Solo una ventarola arrugginita
in alto su la torre silenziosa,
che gira, gira interminatamente.

Charlot

Con la tua bombetta all’idrogeno
piena d’uova di pasqua e canarini;
con la tua finanziera rattoppata
che ha nelle tasche i resti dell’aquilone
impiccato al lampione del sobborgo
per rumoroso vertebrato fazzoletto;
con la tua giannettina di rabdomante,
scettro di re in esilio,
bastone del vescovo pazzo,
vincastro del pastore;
con le tue scalcagnate scarpe
buone da far bollire nella pentola
nei giorni della carestia;
pagliaccio schiaffeggiato dai milioni:
girerai sempre l’ironico disco
della luna dei poveri
col tuo tacco di eterno vagabondo,
usignolo fischiato dal silenzio,
sull’ipocrita cuore del mondo.

Arcobaleno 

È cessato or ora il temporale
e il prato odora
di menta glaciale.
È un immenso fruscio di pioggia
che sgocciola lenta lenta
lungo i tremuli fili d’erba,
dalle ciglia rosee dei fiori.
Laggiù il cielo sereno
è il grande innaffiatoio di smalto azzurro
col manico variopinto dell’arcobaleno.

Effetto di nebbia

Nella nebbia luminosa del mattino
la casa dolcemente indietreggia e s’appanna;
si piegan sullo stelo, nel giardino,
dolci fiori di spuma e di panna.

61 commenti

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61 risposte a “UNA RIPROPOSTA: LA POESIA DI CORRADO GOVONI (1884-1965) da “Gli aborti”, 1907– un Commento di Giorgio Linguaglossa con una scelta di poesia “Dove stanno bene i fiori”, “Il cuculo”, “Nel cimitero di Corbetta”, “Villa chiusa nella campagna romana”, “Charlot”, “Arcobaleno”, “Effetto di nebbia”

  1. Govoni è una simpatica boccata d’aria. Rileggerlo non fa male.

  2. Qualcosa di Govoni è nel sangue di altri poeti, non ne vedo ma ne sono certo. Antenato di una progenie di dispersi.

  3. Apprezzo molto l’iniziativa di tornare a interessarsi ai poeti del primo Novecento:sono i nostri padri più vicini, ma meno conosciuti e apprezzati,noi stregati dalle sirene di tante nuove proposte:importanti, certamente,ma forse meno soffete e meditate .

  4. Delicata, spontanea e profonda poesia-pittura. Caro Giorgio, mi sbaglio o è una poesia molto lirica? A me non dispiace affatto, anzi!…

  5. Salvatore Martino

    Non comprendo tutto questo entusiasmo di Linguaglossa per Govoni: tra l’altro è un poeta dichiaratamente lirico, quindi della categoria detestata dalla nostra guida critica. A me sembra un Giovanni Pascoli in tono molto minore. Un abisso tra “Nel cimitero di Corbetta” e “L’aquilone” come epicedio sulla morte di fanciulli. Salvatore Martino

    • marconofrio1971

      Caro Salvatore, ma il “diritto di contraddizione” è tra le note peculiari rivendicate dall’esercizio critico linguaglossiano: di che ti stupisci? Si dichiara allergico alla lirica in quanto “poesia ingenua e sentimentale” (con le sue “modulazioni affettive e patetiche”), e poi apprezza l’espansione analogica e “funambolica” di Govoni! Però poi, chissà perché, se gli parli di Pascoli reprime a stento i conati di vomito! … Così come, d’altra parte, si professa sostenitore di uno sguardo scettico e smagato, capace di decomporre il mondo e di articolarne i disamornici frammenti (di più, infatti, non ci sarebbe dato maneggiare), e poi combatte da tempo una crociata contro il minimalismo poiché espressione di un’Italia dominata e rovinata (cito dal Commento del post odierno) “dalla cultura dello scetticismo, dal demagogismo, dal disimpegno assunto a nuova ideologia di massa, dall’ironizzazione scontata e facile”, etc.! Insomma: sembra assumere di volta in volta la posizione scientemente opposta a quella che ti aspetteresti. Se gli parli di sublime ti mostra ad esempio il grottesco, se gli dici nero ti risponde bianco, se vai in basso fai meglio ad andare in alto, etc. (e viceversa). Certe volte ho l’impressione che decida “a priori” quale linea di condotta assumere per orientare il dialogo e ottenere dagli interlocutori determinate reazioni psicologiche. La vita per Giorgio è un gioco indecifrabile che cambia le sue regole continuamente…

      • Angela Greco - AnGre

        Ma caro Marco, però Giorgio non può rispondere a questo commento….e l’altro giorno tu in un commento hai scritto che non era bello parlare degli assenti….

        • marconofrio1971

          Non ho scritto che non è bello parlare degli assenti, bensì chiamarli in causa per situazioni che non dipendono da loro. Giorgio può e potrà rispondere a questo e ad altri commenti, così come ha fatto i primi giorni della sua permanenza indiana. Lunedì, in ogni caso, dovrebbe essere di ritorno.

          • Angela Greco - AnGre

            Scusami ricordavo male.
            Però se posso essere sincera, tante belle energie possono serenamente essere unite per una causa maggiore! Come ho scritto nel commento a questi ultimi successivo, il bello sta nelle differenze. E’ poi il confronto che determina la crescita (la mia e-mail normale ancora non funziona….) Giorgio è una persona disponibilissima al dialogo e anche allo scontro, purché si abbia personalità e coraggio

            • marconofrio1971

              Nessuno sostiene il contrario. Chi ha detto che “tante belle energie” NON “possono serenamente essere unite per una causa maggiore”? Il mio commento nasce proprio dal confronto. Quindi Giorgiodisponibilissimo lo dovrebbe apprezzare, non credi? Perché chiamare in causa “personalità” e “coraggio”?

              • Angela Greco - AnGre

                sono più che sicura che apprezzerà! parlavo per come conosco io Giorgio, pensando alle mie ire e alle mie idee che ha ascoltato da gentiluomo con pazienza ed infinita cortesia, apprezzando sempre il mio caratteraccio e la mia onestà. Per il resto (e sono sincera, quello che penso di lui non collima mai con quello che altri mi raccontano di lui) sicuramente tu lo conosci meglio di me

              • Angela Greco - AnGre

                Personalità e coraggio nel “dire in faccia” quello che si pensa, nel pensare con la propria testa, nel superare quella sorta di “timore” verso una figura della poesia e della critica, che può piacere o no, ma che comunque ha una sua statura pubblica e che, come è accaduto a me, quando ho parlato con lui la prima volta, incute una certa soggezione a chi è alle prime armi e sceglie di navigare in questo meraviglioso e periglioso mare qual è la Poesia appunto. Dicevo in questo senso.

                • marconofrio1971

                  Gentile Angela, Giorgio Linguaglossa non è (e non gradisce essere ritenuto) un “monumento” pubblico! Se ti fa “soggezione” lui, pur con tutte le sue competenze, quale terror panico avresti provato a interloquire con mostri sacri tipo Gianfranco Contini, Cesare Segre o Giacomo Debenedetti?

                  • Ribadisco che la soggezione, che è roba personale, fu relegata al primo scambio di battute. Poi la sua gentilezza mi mise a mio agio. Con tutto rispetto ognuno considera “grande” chi gli pare, indipendentemente dall’opinione comune.

                  • Angela Greco - AnGre

                    Mai parlato di monumento. Con rispetto dico che ciascuno attribuisce agli altri un ‘valore’ personale, si spera non influenzato dall’opinione comune, ma frutto di una esperienza diretta e del proprio giudizio critico. Le persone che tu citi caro Marco, non le conosco e non destano nemmeno la mia lontana curiosità. Linguaglossa nel giro di pochi scambi di battute subito mi mise a mio agio – cosa che tanti personaggi anonimi non sanno fare – e da allora ha la mia stima prima di tutto come persona, poi per tutto il resto.
                    Non riuscire a commentare con il mio profilo gravatar è un problema legato a questo blog per cui ti domanderei di controllare. Grazie.

                    • Angela Greco - AnGre

                      di “mostri sacri” io ho i miei personali 😀

                    • Mariella Corsi

                      Le persone che tu citi caro Marco, non le conosco e non destano nemmeno la mia lontana curiosità.
                      .
                      Queste sono le persone: Gianfranco Contini, Cesare Segre o Giacomo Debenedetti.
                      Congratulazioni!

                    • gabriele fratini

                      Forse dovresti dargli un’occhiata, a quei tre, per ridimensionare e relativizzare tutte le chiacchiere che facciamo su questo e gli altri blog 🙂

                    • marconofrio1971

                      Gentile Angela, non hai parlato di “monumento”, d’accordo [era una mia iperbole], ma di “soggezione” e di “statura pubblica” («una figura della poesia e della critica, che può piacere o no, ma che comunque ha una sua statura pubblica»). E la statura pubblica che tu evochi non interagisce con il piano personale (la disponibilità, l’accoglienza, la gentilezza, etc.) su cui, continuando il discorso, basi la tua stima. Sono due piani separati, o meglio: non necessariamente collegati. La soggezione, in genere, si prova per le persone celebri o molto autorevoli nel proprio campo…

                    • Angela Greco - AnGre

                      grazie Gabriele, darò senza dubbio un’occhiata, soprattutto perché mi viene detto con tanta gentilezza. Un saluto, vado a studiare che è meglio!

                    • Angela Greco - AnGre

                      le risposte per l’amico Marco e per la tale Mariella Corsi, a me sconosciuta anche più dei precedenti tre, sono in fondo ai commenti. Un saluto pure a voi, di buona giornata.

    • gabriele fratini

      Da quanto ho capito a Linguaglossa non piace la lirica di oggi, non quella di cento anni fa. Prima andava bene, oggi il mondo sarebbe cambiato e non va più bene…

      • marconofrio1971

        Ma allora perché scrive che “è utile e salutifero guardare alle esperienze poetiche del primo Novecento con l’occhio critico di chi abita l’omologismo del post-minimalismo di massa dei nostri giorni”? Che cosa direbbe se un poeta di oggi gli proponesse in lettura, spacciandola per propria, una lirica inedita di Govoni? La apprezzerebbe come fa con il vero Govoni, o comincerebbe a limitarla in quanto obsoleta e improponibile?

  6. antonio sagredo

    Dò ragione oltre ogni ragionevole dubbio a Martino: è ora di finirla con questi fossili! E vado oltre: è già tempo – ma bisognava farlo già 30 anni fa – di buttare dalla barca del tempo Montale, Quasimodo, Ungaretti e la loro discendenza… questi autori non reggono il tempo fuori da quello assegnato dalla sorte… messi in altro tempo: non esistono! E non solo bisogna gettarli, ma farli prima a pezzi, perché nemmeno uno solo dei loro versi sia testimonianza della loro epoca: è stato troppo!, abbastanza! Non li sopporto pù! Hanno degradato la Poesia! -Ma non è finito qui… continuerò a…

  7. Angela Greco - AnGre

    La ri-proposta odierna di Marco Onofrio – perché il blog non è solo di Giorgio – a me è piaciuta molto, pur essendo decisamente lontana dai miei gusti poetici personali e oserei dire anche dal mio tempo, accettando la ‘lezione’ degli articoli precedenti inerenti la poesia lirica per la quale la grande, la buona, la vera, etc. poesia non ha scadenza come i generi alimentari.
    Questo periodo ‘indiano’ (qui nel mio amato sud ‘indiano’ è ‘colui che non vuole capire qualcosa’) mi ha dato la bella opportunità di conoscere meglio questo blog, scoprendo che è una realtà ‘plurale’ e non solo incentrata sulla affascinante e carismatica figura di Linguaglossa, ma data dalla convivenza di gusti a volte molto differenti che nell’insieme creano la vivacità necessaria alla crescita. Marco ha gestito con eleganza e intelligenza e, consentitemelo, con decisione un momento particolare di questo blog, forse di cambiamento, sicuramente di rinnovamento e, pertanto, approfitto di questo articolo per ringraziarlo della pazienza e della cura che ha avuto per ciascun giorno, per ciascun autore e per ciascun commentatore, sperando che nei giorni a venire il suo modo di fare così diverso da quello di Giorgio, possa continuare a farci compagnia in questa collaborazione preziosa proprio nella differenza.

    • Angela Greco - AnGre

      p.s. Caro Marco i commenti con la mia solita e-mail non vengono accettati…occorrerà controllare ancora una volta, grazie

  8. “Cantami. o Diva, del Salente Antonio l’ira funesta…” Sarei curioso di sapere come avrebbero commentato i versi di Sagredo i poeti dallo stesso citati. Come sapete la poesia lirica è la poiesis che si accompagna con la lira, e a me il “Bosco Cappuccio” (che nome poetico per un bar!) di Ungaretti mangrado tutto continua a piacere.

  9. gabriele fratini

    Beh ringraziamo Leopardi che con i suoi parziali ed avventati giudizi estetici ha posto una pietra tombale sull’interesse per i favolisti italiani… e soprattutto chi gli ha dato retta!
    Un saluto.

  10. Gino Rago

    La poetica govoniana sembra esasperarsi sempre in quel rigurgito di virtù e difetti in cui, per congenita mancanza di rigore autocritico, una materia
    di poesia rimane fresca e vibrante ma in difficoltà a lievitare e a illimpidirsi
    in quel superiore equilibrio catartico, proprio della poesia. Un senso di letteraria costruzione sembra essere sempre in agguato, anche nella felice vocazione dell’autore, da Fiale (1903) a L’Italia odia i poeti (1950), all’ardito, arioso analogismo. Mi sarebbe piaciuta la proposta di qualche verso di “Aladino” (1946), la raccolta di canti ispirata a Govoni dalla morte del figlio, trucidato dalla crudeltà nazifascista alle Fosse Ardeatine.
    Vale anche per Corrado Govoni la meditazione di Palazzeschi secondo cui,
    riferendosi all’esperienza del Futurismo, per quel che riguarda la poesia degli inizi del ‘900 italiano ciò che conta è il verso libero. Con il verso libero nasce il nuovo ciclo della lirica italiana. Coloro che al verso libero non aderirono sono rimasti poeti dell’Ottocento…
    Gino Rago

  11. Che la poesia di Govoni possa sembrare una cartolina d’altri tempi, è comprensibile. Ma dare ad intendere, come si è fatto in alcuni commenti, che è lirica e sorpassata (crepuscolare o futurista) significa non saperne cogliere la vivacità e forse, nella storia letteraria del ‘900, nemmeno la solitudine. “Da invenzione ad invenzione”, scrive giustamente Linguaglossa. Forse non lo è per tutti, ma resta un insegnamento.

    • Credo che le poesia lirica sia, prima di tutto, una modalità del fare poesia che nasce dentro di noi, da un modo peculiare di sentire la realtà, da un approccio singolare che ha a che vedere con la nostra anima e con la nostra visione della realtà. Il fatto che presso i greci si connotasse per il frequente accompagnamento con la lira è secondario, non deve farci necessariamente pensare che ai nostri giorni si sia trasformata nelle canzonette dei tanti cantautori. Qualche blog fa si tessevano, molto giustamente, le lodi di Leopardi, in cui la poesia lirica raggiunge vette di un tale spessore e una tale intensità, in sentimento e in pensiero, che è impensabile contestare. Ora io dico se è valida la lirica leopardiana – è lo è adesso, e lo sarà per sempre- perché si deve a priori scartare l’idea che, verificandosi analoghi presupposti non possa generarsi altra grande Poesia? Cosa vieta, nell’attualità, ad un poeta di talento, di maturare una visione della vita e una poesia che potrebbe, ancora definirsi “lirica”? A meno che non ci si intenda su questo significato o si abbia in spregio radicale il sentimento ( che è poi “il sentire la realtà, non la degenerazione di esso in sentimentalismo).

  12. Con tutto il rispetto per l’opinione pubblica ognuno attribuisce agli altri un valore secondo le proprie idee. La soggezione scomparve subito grazie alla sua gentilezza e oggi continuo a pensare che sia una grande persona che stimo.

  13. ubaldoderobertis

    Delle poesie presenti nel post preferisco “Charlot”. Di Govoni tengo in mente questi altri versi: (Nella casa paterna.)
    “Le ombre giocano ai dadi sopra il pavimento
    ed uno pattuisce coi sicari nel giardino
    la vendita del giorno per poche monete.”
    Oltre alle riflessioni ben argomentate da Giorgio Linguaglossa mi piace ricordare quanto disse di Govoni Leonardo Sinisgalli, poeta scienziato a me caro: “Fu un’ingratitudine il dimenticare l’ebbrezza che la poesia di Govoni ci comunicò da ragazzi, l’abbiamo perduta, senza poi ritrovarla nei poeti che ci sono stati parenti più prossimi». Francesco Targhetta sottolinea: “la rete di rimandi interni e di suggestioni trasversali delle liriche di Govoni – il cui “sguardo sul mondo” rappresenta un reticolo tentacolare e labirintico di immagini e concetti che conducono il lettore attraverso un’esperienza spiraleggiante e ricca di spigoli, dove agli spunti più spiccatamente crepuscolari si affiancano momenti meditativi proiettati su un orizzonte pienamente moderno, se non (in nuce) postmoderno./ E così Govoni, mentre assiste e ci fa assistere alla frantumazione della realtà, si e ci lascia meravigliare dai colori e dai suoni dello spettacolo ottenuto, e prova in ogni modo, forzando il linguaggio a trasmettere al lettore il godimento di un mondo che si dissolve e perde, da ogni falla, il suo significato.”

    La lezione da trarre e che ognuno è tenuto ad avvicinarci con il massimo rispetto ai poeti soprattutto a quelli spesso dimenticati. Per fortuna non sono caduti nel dimenticatoio Montale, Ungaretti e Quasimodo, a quali, seppure in diversa misura, la poesia, non solo italiana, deve molto.
    Ubaldo de Robertis

  14. antonio sagredo

    Caro Ubaldo, anche se scrittto malamente (a differenza dei miei versi), il mio intervento di sopra afferma esattamente il contrario di ciò che Tu affermi sui tre poeti, i quali comparati con quelli maggiori del novecento europeo scompaiono del tutto. Tu scrivi “per fortuna” : ma sono già nel (mio) “silenziario” da diversi decenni! Ma , come si dice, ognuno è responsabile delle proprie conoscenze (qui: poetiche). Linguaglossa una volta ha dichiarato che A. M. Ripellino è stato “il più grande poeta della libertà verbale del secondo novecento”… il critico ha visto giusto e bene – non era facile dato il groviglio infame in cui è la poesia italiana si è impatanata – ma ha dato una indicazione precisa: la ripresa della poesia italiana a livello europeo comincia proprio dallo slavista (il cui bagaglio linguistico, non solo specificatamente italiano, è impareggiabile)… ha visto bene il critico… allo stesso modo anche io ma con motivazioni distinte dalle sue, e il risultato è simile, se non eguale. caro Ubaldo, non so cosa Tu abbia letto di Ripellino, ma ogni suo saggio e la sua stessa poesia sono testimonianza che quanto più alta era la sua umiltà, tanto più grande la sua qualità poetica… e tant’altro!

  15. antonio sagredo

    Alla signora o sig.na Mariella Corsi vorrei ricordare che l’ignoranza quando è ostinata e senza appello caratterizza la miseria culturale di una persona ( non intendo Lei in specie, ma la categoria in cui consapevolmente o incosapevolmente si inscrivono loro malgrado talune persone).Quelle tre persone (ottimi saggisti) che Lei cita e che “non conosce e che non destano nemmeno la [sua] lontana curiosità” di certo non sono inscritte nella categoria di cui sopra. E poi come fa, a posteriori e cioè senza mai averli letti, quasi sprezzatamente, a dichiarare quel che su di loro scrive? Ma si rende conto? No, non si rende conto! Intanto è necessario avere una mente aperta e poi capace di comprendere e poi ancora assimilare quanto quei tre studiosi hanno scritto: temo che Lei non possieda questa capacità, e ha ragione il Fratini quando a Lei consiglia di dare almeno una “occhiata”; credo fermamente che Lei non solo non ha occhi e neppure una mente capace di accedere agli scritti critici dei tre studiosi; e allora rimanga nel suo stazzo, non esca fuori dal Suo recinto, poi che l’erba fresca non Le farebbe bene.

    • Angela Greco - AnGre

      Antonio, tale Mariella Corsi citava me, pure senza riferimento, così, menando il can per l’aia come è (ab)uso in questo blog. Sono io che non so e non conosco quei nomi citati. La signora ha solo sottolineato la sua erudizione, che pure ammiro per il tempo trascorso a studiare.

      un caro saluto

    • Mariella Corsi

      Egregio Signor Sagredo,
      legga bene prima di condannare. e scrivere frasi come “E poi come fa, a posteriori e cioè senza mai averli letti, quasi sprezzatamente, a dichiarare quel che su di loro scrive?”.
      Non una parola di più a chi non capisce ciò che legge.
      Saluti e… buona lettura!
      Mariella Corsi

  16. Caro Marco, consentimi di rispondere qui causa rientri terminati.
    Tu dici: “La soggezione, in genere, si prova per le persone celebri o molto autorevoli nel proprio campo…” orbene, stringendo la mano a te, a Giorgio, a Steven Grieco la prima volta, parlando al telefono con Antonio Sagredo la prima volta, quando ho incontrato Luciano Nota e Dante Maffìa, quando ho stretto la mano ad amici artisti e poeti di cui conoscevo l’opera, anche quando ho scritto in mail ad altri Amici che ho ‘incontrato’ in questo blog ed ogni qualvolta capiterà che io entri in contatto con persone di cui ammiro e apprezzo il lavoro, io avrò sempre una forma di soggezione-rispetto-umiltà-mancanza di presunzione per Persone che reputo autorevoli nei loro campi. Ripeto, dopo un primo momento legato senza dubbio alla mia appartenenza ad una realtà provinciale e meridionale, dove i miei mi hanno sempre detto di ‘portare rispetto’ per chi reputavo ‘più grande di me’ indipendentemente dai titoli, questi sono diventati Amici (tu, non lo so, ma gli altri, sì). Dunque, statura pubblica e piano personale in alcune persone coincidono (ripeto, per me) e queste sono le persone che stimo. Di quello che pensano o dicono o riscontrano gli altri su queste persone (non quelle citate, ma in genere quelle che io reputo degne di stima) mi interessa relativamente, perché sono ancora capace di pensare con la mia testa.

  17. Angela Greco - AnGre

    Mariella Corsi, lei chi è? fortuna mia non conosco nemmeno lei.
    E, cortesemente, eviti la presunzione, perché chi ancora non conosce può sempre migliorare, chi pensa già di sapere è ad un capolinea. Anche umano.

    serena giornata

    • Mariella Corsi

      Gentile Angela Greco,
      io so di non sapere nulla”
      M. C.

      • Angela Greco - AnGre

        Cortese Mariella, siamo in due e ne sono lieta. Mi sembra un ottimo inizio. Un saluto ed un sorriso.

        • Mariella Corsi

          Gentile Angela,
          ricambio il saluto e il sorriso, però , per non risultare ladra di parole,,non posso fare a meno di confessare che la frase da me scritta è il celeberrimo detto di Socrate.
          M.C.

          • Angela Greco - AnGre

            Mariella cara, grazie, anche per aver citato un grande Autori di Filosofia, materia sempre troppo difficile per me. Ti chiedo scusa se ho compreso male l’iniziale tuo commento e se ho risposto con poco garbo all’inizio, ma per me non è semplice avere a che fare con questo blog, dove di fatto tutti hanno una cultura incredibile da cui cerco sempre di imparare e.
            Anche Antonio Sagredo, sono sicura che non voleva usare certi toni, ma siamo appassionati sostenitori di quello in cui crediamo e a volte la passione nel dire e nello scrivere giunge prima del resto. Buon proseguimento di giornata, davvero lieta della sua cortesia

            • Mariella Corsi

              Gentile Angela,
              apprezzo la tua cortese risposta e persino la difesa del signor Sagredo, con la differenza che tu sei scusabile, nonostante un certo tocco di presunzione, perché ammetti di non aver raggiunto il livello di studi che molti in questo blog hanno ampiamente fatto proprio (Marco Onofrio, per esempio), mentre il signor Sagredo pontifica con alterigia dall’alto di non so cosa (cinque lauree, forse?).
              Buona e serena giornata a te
              Mariella C.

  18. ubaldoderobertis

    Caro Antonio, ti sono grato per le volte che hai fatto entrare Angelo Maria Ripellino nella discussione generale. Sono certo che se lo avessi avuto io come insegnante e maestro, avrei finito per restare contagiato dal suo genio interpretativo, dalle personali letture di alcuni giganti del mondo slavo: Majakovskij, Pasternak, la Cvetaeva, ecc. nonché dalle proprie importanti opere letterarie: Poesie, Prose, Saggi o Recensioni.
    Ma oggi, qui si parla dell’opera di Corrado Govoni. Ad essa mi sono attenuto nell’intervento precedente consentendomi un semplice accenno a Montale, a Ungaretti, e Quasimodo in risposta al tuo commento volto a dequalificarli. .
    Caro Sagredo, io considero i poeti e la poesia come qualcuno o qualcosa che mi aiuta a resistere alle asprezze quotidiane e all’indifferenza della società. (Il poeta più grande del nostro novecento si è dovuto pagare la stampa di Ossi di Seppia!). Essendo io per formazione estraneo all’ambiente letterario, (non dimenticare però che ho frequentato per diverso tempo la Facoltà di Lettere di Torino,) conservo l’atteggiamento tipico del mondo scientifico nei confronti dei vari personaggi che hanno contribuito, con la loro ricerca, a far crescere la consapevolezza di poter comprendere meglio il mondo in cui viviamo. E questo senza fare classifiche di merito, senza stroncature. Ognuno porta il proprio mattone, il proprio contributo. Come ha fatto Govoni!
    In un altro sito: http://nazariopardini.blogspot.it/2015/11/enrico-panzacchi-mezzo-maggio.html
    scesi a fianco di Enrico Panzacchi. Per me non esiste che la poesia di un autore sia completamente superflua! Sarà la mia un pia illusione, e visto che ho la fortuna di non essere un critico, vado avanti così rispettando al massimo, come faccio nella vita di tutti i giorni, le persone che ho la fortuna di incontrare.
    Saluti.
    Ubaldo de Robertis

    • Caro Ubaldo, io non credo che il commento di Antonio Sagredo sia dell’autentico Sagredo. L’autentico scrive meglio e soprattutto resta nel tema.

    • Salvatore Martino

      Ho letto con grande divertimento questi commenti al veleno, queste meravigliose diatribe poetiche. Concordo con tanti di questi rilievi ma soprattutto con quelli di Onofrio e di De Robertis. Tutto quasto crescendo di discordanze giova certamente al blog e al cammino poetico che tutti noi tentiamo di intraprendere Salvatore Martino

  19. antonio sagredo

    Grazie Mayoor. un piccolo dono:

    La domanda non muta il sesso di un eco in una conchiglia
    Perfino gli autunni cancellano le cadute dalla propria natura!
    Quei tonfi che testimoniano il via vai di stagioni non ci saranno più
    E nessuna tomba sarà più squillante dello sguardo di un moribondo
    Poi che le rimembranze s’addicono soltanto a chi le nega…
    Così la giostra s’affossa nei futuri che per eccesso abbiamo preceduto.
    E trovare una sorgente non so… se in un patìo dove un qualsiasi Antonio
    sverna la propria inconsistenza e a un muro s’artiglia
    per smerciare fra i mattoni un muschiato trucco
    o fra i cartoni una istanza che non fosse una preghiera
    votiva ad una luce antelucana…
    e il poeta canta…
    Nel mese dell’afa profonde sono le notti… E le stelle, come suonano…
    ————————
    dopo le “Mostruose” del 2015, in cercA di qualcosa di diverso, che non mi convince
    ——————-

    dicembre 2015 … dalla settima > lavori incorso

  20. antonio sagredo

    Gentile Mariella Corsi,
    ha ragione Mayoor… da tempo che lamento una intrusione e una imitazione dozzinale (non è la prima volta… ricordo due anni fa, e l’anno scorso)… sono soltanto dei “sagredini” che non avendo le capacità critiche necessarie per colpirmi, colpiscono così… non ho molto tempo per queste cose… sono occupato a trovare, cercare nuove forme come riferisco nel precedente mio intervento. Ringrazio Maria Angela che si è spesa inutilmente e mi ha suggerito qualcosa di tecnico… ho già avvisato la redazione di porre rimedio… non posso dire nemmeno che sono stufo poi che sono lontano dal pettegolezzo. Grazie
    as
    —-
    Gli svolazzi della mia mente erano capricci di stiletti spuntati a malincuore,
    da una accidia di laguna vedevo un puntino azzurro come tanti da Saturno
    – era la terra che miravo! – e non sapevo il suo millennio quel giorno estivo
    di lei che mi sorrise con Cassini. Quale gioia la conoscenza che compresi

    dai miei occhi, e come Dio fosse a sua volta una creazione della Rota,
    l’emorragia di una clessidra ai tempi della mia innocente trasparenza.
    Le contrade come una sinfonia d’infanzia in quel sarcofago: tabernacolo pinto da epitaffi e necrologi per fissare in una partitura gli anelli –
    della Storia!

    antonio sagredo

    Roma,
    (all’ora terza del 29 gennaio 2014)
    e 30/01

    • Achille Massimiliano Chiappetti


      Trovo sia stato utile avere riproposto un poeta che è sempre stato indicato come un classico del 900. Per me è stato di particolare interesse in quanto mi ero sempre chiesto per quale ragione la critica poetica insistesse tanto nell’attribuirgli un titolo così onorevole, pur giudicandolo spesso e volentieri con forti riserve negative.
      Linguaglossa m’induce a supporre che il mio scetticismo nasceva dal fatto di essermi avvicinato a Govoni proprio attraverso Mengaldo, subendone l’approccio preconcetto. Avevo cercato testi che non fossero quelli scelti per il suo volume dell’ormai lontano 1978. Avevo rinvenuto non poche poesie in internet e anche nell’Antologia della poesia italiana contemporanea di Giacinto Spagnoletti, che era di oltre trent’anni precedente. Così avevo letto alcuni piccoli capolavori come “Siringa fioca” e in particolare “Sul Tevere”, un inedito del 1942 che ignoro se sia mai stato pubblicato in prosieguo:

      “Troppo presto i papaveri scarlatti
      insanguinano il magro grano e questa
      bionda striscia di sabbia lungo il Tevere
      che carreggia melmosa acqua alla foce
      baciata di sfuggita dai rondoni,
      rimescolata dagli anelli lividi
      dei silenziosi vortici! …”

      Tuttavia anche il giudizio di Spagnoletti era più incuriosente che incoraggiante, perché interamente costituito da passaggi encomiastici affiancati da critiche severe.
      Basti un esempio: “Ma già col successivo libro di poesia Poesie elettriche, che vibra a metà fra i crepuscolari e i futuristi, questa struttura di tristezza chiusa in interni mitologici di evasione, è abbandonata per un illimitato desiderio e sfruttamento di immagini libere; e continua e si arricchisce con i successivi fino a L’inaugurazione della primavera, forse il libro più personale di Govoni. Il lirismo è in piena fase prosastica, sbandato, insistente nei richiami, con un ingenuo spirito architettonico, che trattiene la fuga delle analogie addizionate senza scrupolo. Ma qui talora i risultati sono eccellenti, e una lettura superficiale può rivelarli … Il calore di Govoni è meraviglioso quando tenta accostamenti figurativi (e pittorici in senso stretto) …meno schietti quando corre a precipizio su argini puramente melodici.”
      Eppure Govoni trova sempre ampio spazio nelle antologie, anche se non nei contributi monografici. Sanguineti lo ospita degnamente nel suo Poesia italiana del Novecento, riconoscendogli un ruolo essenziale nello sviluppo della poesia italiana del primo novecento, in una posizione propria, intermedia tra liberty e crepuscolarismo. Qualcosa di simile a Spagnoletti.
      E ora ecco Linguaglossa che ce lo propone con tre ordini di contributi.
      Il primo è il suo giudizio sul poeta e la sua opera, al di fuori delle solite posizioni di schieramento che infettano, ahimè, la critica poetica italiana, dai più alti livelli a quello di pollaio. È un giudizio generoso; molto generoso. Riconosce il suo estro e la sua “magnifica capacità di spaziare con le metafore e le immagini, con analogie e parallelismi”; il suo “andare a briglia sciolta da invenzione ad invenzione, da immagine ad immagine, senza dare tregua al lettore … obbligandolo a seguirlo nella sua funambolica ascesa alla immaginazione poetica più sbrigliata e libera di tutto il primo Novecento italiano”.
      La tentazione è forte, quindi, di tornare a leggerlo, dimenticando la sgradevole sensazione che può procurare la ripetitività di certe sue immagini, di certi strumentari (i fiori in particolare), usati in poesie che a volte appaiono effettivamente trasandate. Anche Baudelaire ha un suo preciso e, se vogliamo ristretto immaginario (la donna serpente, gatto o caravella indolente), ma lo utilizza nell’ambito di una sola grande opera e ne esce spesso (si pensi a L’albatros). Govoni, no; sta ficcato in questo suo mondo per oltre cinquant’anni. E la prolificità gli gioca contro.
      Per questo motivo, merita di essere apprezzata come un secondo contributo, la scelta dei componimenti proposti nel post. È una piccola raccolta azzeccata e induce ad ampliarla, scovando nel mare magnum dell’opera govoniana, preziosi e profondi contributi. E si che ce ne sono. È impressionante, poi il confronto con le poesie scelte da Mengaldo; tutte utili a valorizzare gli aspetti laschi di Govoni, se si esclude Bellezze e Punta secca, splendido componimento con echi opposti alle immagini baudelairiane e anticipatore di Sbarbaro.
      Ma il post ha il suo più grande merito nel riaprire l’analisi critica sul poeta di Tàmara, anche perché lo fa simpaticamente, snidando la faziosità, diciamolo pure, dell’approccio di Mengaldo. È vero; il noto critico coinvolge Govoni nel suo progetto di sminuire i movimenti poetici che si svilupparono attorno al crepularismo. Ma forse non l’ha fatto, come dice Linguaglossa “per rivalutare la poesia del pedale basso del Montale di Satura (1971) e della poesia post-montaliana del disimpegno e dell’ironia, della cultura dello scetticismo…”. Non gli riconoscerei tanta capacità strategica e tanta scaltrezza. Credo piuttosto che egli sia totalmente immerso nel minimalismo, nello scetticismo, nel demagogismo, nell’ironizzazione scontata e facile della poesia dominante i penultimi decenni del novecento (mi piace usare le parole di Giorgio). Ciò al punto di divenire un rappresentante della cultura – sempre che di cultura si possa parlare – di un paese in forte crisi e incerto sui valori; di una cultura che si chiude a quanto avviene al di là dei confini segnati dalla propria miopia. Il suo disdegno è sincero perché prodotto dal suo modo ormai fallato di intendere la buona poesia.
      Forse il post è stato molto, troppo generoso riguardo a Govoni e anche dei suoi coetanei che si lanciavano nell’entusiasmante avventura della poesia italiana all’alba del secolo scorso. Ma Linguaglossa ci ha detto il perché: occorre rivalutare quei “grandi poeti del primo Novecento come Campana, Govoni, Palazzeschi, i futuristi, Lucini, Saba, i crepuscolari” (e perché no, un certo D’annunzio?). Poeti “che nel primo Novecento hanno corso a briglia sciolta sulle ali di un’irrefrenabile aria di libertà creativa (Govoni) e di una estenuata malinconia (i crepuscolari)”. Conoscere Govoni serve a capire una tappa vitale dell’entrata della poesia italiana nel XX secolo. Serve a ricordare l’entusiasmo che destavano nei suoi coetanei, le sue aperture che oggi ci appaiono scontate (giusto il cenno di Leonardo Sinisgalli all’ingratitudine del dimenticare l’ebbrezza che la poesia di Govoni comunicò ai poeti che gli vennero dopo, offertoci da de Robertis).
      Vale dunque la pena di ripensare il suo ruolo e i suoi meriti, senza cadere in giudizi superficiali, perché, se è vero che Govoni ha individuato un repertorio tematico e cadenze stilistiche che più tardi saranno caratterizzate come crepuscolari (Sanguinetti), egli ha compiuto un proprio percorso nel quale la violenza immaginativa e la capacità figurativa della realtà è ascrivibile a lui soltanto. E, in quel suo percorso, il lirismo è un mero pretesto, senza le sdolcinature delle peggiori prestazioni dei crepuscolari. D’altronde ce lo dice bene Linguaglossa: Govoni ci trascina con sé senza blandirci con soluzioni languide, servizievoli o ammiccanti. Egli ha voluto consolidare la scoperta del linguaggio e del bagaglio poetico del novecento e, cosa fondamentale ha scritto alcune meravigliose poesie.
      Sicché, rileggerlo e parlarne è già un merito; tanto più se si ricordano le parole con le quali Mengaldo ha concluso il suo commento su quello che egli ha definito (spregiativamente) “simpaticissimo poeta”: “…ciò non toglie che – salve le proporzioni – venga un po’ fatto di girare a lui ciò che di un altro poeta a tendenza fluviale, Eluard, pare abbia detto Mauriac: “Eccellente, ma chi ne ricorda un verso?””
      Achille Massimiliano

  21. Ubaldo.derobertis

    Molto bene, Achille Massimiliano! E’ un piacere leggere le sue argomentazioni. Unica mia aggiunta: io di Eluard ricordo piú di un verso.
    Saluti. Ubaldo de Robertis

  22. caro Achille Massimiliano,

    hai colto il centro della questione. Sì, anch’io penso che il riduzionismo di Mengaldo verso la poesia govoniana sia un atto di secondarietà a quella cultura del disimpegno, del cinismo e dello scetticismo che ci portiamo dietro da “Satura” di Montale in poi. Del resto l’equazione è fin troppo chiara, ed è questa: se noi Sopravvalutiamo “Satura”, ne discende che sopravvalutiamo tutti quei poeti che si sono mossi con il tardo Montale nella traiettoria dello scetticismo e del riduzionismo, insomma, della tascabilizzazione delle problematiche metafisiche; se invece valutiamo il tardo Montale per quello che è, cioè un elegante facitore di versi “minori”, allora avremo la soluzione dell’equazione; tutti i poeti epigonici di Montale, che del ligure condividevano la convinzione delle sorti regressive e minoritarie che si aprivano per la poesia,, ne verrebbe fuori che tutti questi poeti, dicevo, verrebbero colpiti da una svalutazione progressiva e profonda.
    Adesso il quadro è chiaro: una certa cultura (che va da Montale a Pasolini) si ritira dall’agone e si limita ad officiare pseudo poesia e para poesia affermando che la poesia non ha futuro nella civiltà mediatica che si sta profilando. Di qui ai giorni nostri non è che un attimo. Oggi va di moda una pre-poesia o una pseudo poesia, e una para-poesia, una chatpoetry e una showpoetry, perché fa bon ton ed è sinonimo di eleganza non puntare che un soldo sulla poesia…

    • Achille Massimiliano

      Caro Giorgio,
      non posso che essere d’accordo, specie con riferimento al discorso di fondo che sta dietro alle considerazioni che il “caso Govoni” ci ha indotte. Avremo, di sicuro, tante occasioni per approfondire il discorso sul cancro che ha afflitto la poesia e la critica poetica italiana; un male in fase recessiva ma fin troppo resistente.
      Vorrei solo dire qualcosa riguardo a P.P.P., un poeta che vorrei tanto amare, che di tanto in tanto rivisito apposta, non riuscendovi, tuttavia. Lo faccio perché nel suo caso ho la forte sensazione che la colpa sia dalla mia parte. Devo ancora trovare la chiave di lettura per “sentirlo” realmente.
      Ma non è questo il motivo della mia risposta. Vorrei dire che questo poeta, che è tra i contemporanei nostrani più noti in giro per il mondo, si è ricreduto, pur dopo avere usufruito a lungo dell’appartenenza alla cultura dominante e goduto dei conseguenti benefici. Sicché negli ultimi anni si è distaccato e ha serenamente pagato il fio della sua nuova consapevolezza.
      Non aggiungo altro, riservandomi di parlarne, se ce ne sarà occasione, dopo essermi del tutto chiarito.
      E, poi, il nostro tema non è Govoni?

      Gentile derobertis,
      Grazie del pensiero gentile.
      La sua citazione di Mauriac cadeva a pennello e poneva anche un problema che non ho voluto approfondire: a che titolo Mauriac poteva sindacare un poeta come Eluard? Certo i cinque libri di poesia del grande accademico di Francia, consentono di qualificarlo poeta e di vaglia, ma i suoi versi molto lucidi e politi sono forse ricordati di più? Per mio conto non dimenticherò mai quelli che Paul scrisse sulla libertà.
      Eluard e Govoni come poeti fiume, certo e con ciò? Aggiungerei, solo per rimanere in Francia, Jaques Prévert e Robert Desnos. Rappresentano perfettamente la loro epoca e la vitalità del xx secolo prima o malgrado le due grandi guerre.
      Massimiliano Achille

  23. Ubaldo.derobertis

    Caro Massimiliano Achille, mi spiace deviare ancora da Govoni.
    Se io fossi conduttore di un blog di poesia farei in modo di postare, ad ogni fine settimana, in continuazione, la lettera che Fortini invió a Montale reo di aver scritto un necrologio poco rispettoso sul Corriere della Sera nella circostanza della morte di Eluard.
    Per il ciclo poesia e moralità!
    Saluti. Ubaldo de Robertis

  24. Alexander Gerschenkron colloca il «grande slancio industriale» tra il 1896 e il 1908; Ruggiero Romano, individuando nel sistema economico italiano una «costante» che pure ammette delle eccezioni, non esita a parlare di un «blocco di quindici secoli» che ha paralizzato in senso «feudale» la nostra economia e di una «rottura» in senso «capitalistico» che si è verificata alla fine del secolo XIX. Il concetto di «rottura» di un «blocco» può tornare utile ai fini del nostro approccio al problema Govoni, ci aiuta a comprendere perché la crisi della «funzione» sociale degli intellettuali, aperta nei paesi ad economia più avanzata già nel corso dell’Ottocento, venga a maturazione e si manifesti da noi, e proprio nei modi di una violenta «rottura» quale è quella attuata, in poesia, da Lucini, da Govoni, da Palazzeschi, dai crepuscolari e dai futuristi, solo ai primi anni del Novecento. La «rottura» risulta tanto più violenta e traumatica quando si pensi che, nel giro di appena un quindicennio, in un contesto economicamente definibile ancora come «feudale», la istituzione di un modo di produzione capitalistico si attua con un rapido trapasso da una fase di capitalismo ancora immaturo a una fase di immaturo imperialismo. Il contraccolpo sul piano sovrastrutturale, e più precisamente sul piano letterario e filosofico, è immediato, e dà luogo a fenomeni caratterizzati da squilibri e contraddizioni. Un vistoso esempio di questo trapasso tra due modi di produzione, da un paleo capitalismo ad un capitalismo ancora immaturo ma di netta marca proto imperialistica, è ben visibile nei due corni della poesia italiana: da un lato Govoni, con la sua lirica profondamente segmentata e bombardata, e dall’altro il Pascoli con una poesia lirica di marca prettamente lineare e onomatopeica, una onomatopea che è la spia di una non adeguazione del suo linguaggio lirico alle nuove condizioni di sviluppo e di capacità di ricezione letteraria dei lettori nella nuova società di tipo capitalistico. In breve, tra la proto poesia lirica di Pascoli e la poesia lirica aggiornata di Govoni c’è un abisso. Quando si parla di «poesia lirica» bisogna collocare ogni tipo di lirica dentro una linea evolutiva del genere lirico, e dei suoi sbocchi… la poesia lirica non è un monolite ma un genere che nel Novecento ha subito modificazioni profondissime… fino ai giorni nostri. E qui il problema presenta i suoi nodi che non possono che venire al pettine quando si legge una poesia, che so, di Elio Pecora o quando si legge una poesia lirica (?), mettiamo, di Antonio Sagredo. Si tratta di due momenti di sviluppo, di due possibilità che vanno in direzioni contrastanti… Dovrebbe essere compito di un critico presentare una geografia della poesia italiana contemporanea… ma qui il problema si complica perché, come ha dichiarato Elio Pecora, la critica italiana è affetta da «pavidità e da cecità».
    Un Pascoli non avrebbe mai immaginato di scrivere:

    Le ninfèe, come
    bianche lavandaie, sotto i ponti.
    Gli edelvai, vicino ai nidi delle aquile

    Accostare le «ninfèe» alle «bianche lavandaie» che stanno «sotto i ponti», probabilmente a lavare i panni sulla riva del fiume, implica una libertà fantastica e un salto iconografico, oltre che una deviazione dell’uso della iconografia delle lavandaie, davvero inusitato e di formidabile forza semantica e fantastica. Insomma, la poesia lirica di Govoni si stacca dal modello lineare del Pascoli e prende il volo verso una sfrenata libertà fantastica unico e ineguagliato esempio nell’Italia di allora, se parliamo del genere lirico.

  25. Valerio Gaio Pedini

    credi qui che si abbiano prese le poesie di govoni minori, pure io che ho studiato govoni e devo approfondirlo non vi trovo nulla di significativo, anzi in queste opere vi è una sorta di vacuità scontata come in tutta la poesia italiana, meglio quindi un corazzini credo, se vogliamo scegliere altro, anche se govoni per altri lavori resta un poeta importante. Per quanto possa essere innovativo non noto niente da rivalutare

  26. Rileggere quel che si è scritto – ma in generale il rileggere qualcosa – dopo tanto tempo ha il pregio di far comprendere quanta strada si sia percorsa anche come persona… E sono felice di rilevare che solo chi \ quel che è autentico, alla fine ritorna \ rimane.
    Tra i tanti nomi da me citati in uno dei tanti commenti non propriamente utili alla causa, Linguaglossa è l’unico che ha confermato tutto quanto scrissi sulla sua persona; quindi, approfittando della ri-proposta sul social, mi permetto di confermare la stima che tutt’oggi nutro nei suoi confronti.
    Fu un inverno difficile, quello a cui rimanda questo articolo, che tuttavia, passò. Grazie Giorgio.

    AnGre

  27. Ogni tanto si trova qualcuno che sa parlare di cose belle. Grazie!
    Amo moltissimo Govoni. Pur essendo Montale IL mio poeta, almeno per quanto concerne il panorama italiano (d’altronde Montale fu un ammiratore di Govoni e espresse parole di elogio per “L’inaugurazione della primavera”), trovo in Govoni un’atmosfera che lo rende unico, straniante… I cocomeri delle poesie elettriche! Questi scorci tra urbano e rurale, “oggetti” che sono già crepuscolari ma che non sono utilizzati come faranno altri esponenti del crepuscolarismo come Civinini.
    Govoni resta un unicum, come tanti poeti italiani poco “usati” nelle scuole, primo fra tutti De Libero, che (anche se su un fronte completamente diverso da Govoni) resta uno dei nostri maggiori poeti.
    Peccato che di Govoni non sia più stata ristampata almeno l’antologia Mondadori che ho avuto la fortuna di trovare in un vecchio negozio di libri usati.

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