Parla Jonathan Galassi, presidente di Farrar, Straus & Giroux, la più prestigiosa casa editrice americana: Pubblico e mass media; «I libri sono stati messi da parte»; «Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più»; «I lettori fanno i critici»; «esistono poeti che vendono bene»; «I critici sono a rischio di estinzione». Intervista di Giulio D’Antona

Jonathan GalassiVentidue premi Pulitzer, tra i quali: John Berryman, Bernard Malamud, Michael Cunningham, John McPhee, Jeffrey Eugenides e Marilynne Robinson. Venticinque premi Nobel, tra i quali: Knut Hamsun, T.S. Elliot, Isaac Bashevis Singer e William Golding. Ventitré National Book Award , tra i quali: Jonathan Franzen, Tom Wolfe e Robert Lowell. Sono le placche e i diplomi inquadrati, retti a malapena dalla parete che fronteggia la porta d’ingresso alla sede di Farrar, Straus & Giroux, la casa editrice fondata da Roger W. Straus Jr. e John Farrar nel 1945, oggi indubbiamente la più prestigiosa del panorama editoriale americano. Non è soltanto una questione di riconoscimenti pubblici, non solo una questione di numero di scrittori premiati, ma di sensibilità e dedizione alla causa editoriale, invariata in settant’anni di pubblicazioni.
Oggi, alla scrivania che è stata di Robert Giroux siede Jonathan Galassi, uno degli ultimi editori romantici. Poeta, romanziere — la sua prima opera di narrativa è uscita da poco in Italia, per la traduzione di Silvia Pareschi e si intitola La musa (Guanda, 2015) —, traduttore — di Leopardi e Montale, tra gli altri — e detentore di uno degli sguardi più lucidi sul panorama letterario americano e internazionale. Pensare alla carriera di Galassi è come immaginare uno scoglio in mezzo ai marosi della crisi di settore, alle tempeste del dubbio e alle basse maree dei lettori in secca. Parlare con Galassi significa prendere atto della storia dell’editoria e considerarla tutta assieme: preda dei suoi alti vertiginosi e vittima dei suoi bassi abissali.
I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte.

books 5Cosa sta succedendo ai libri?

Quello che sta succedendo ai libri lo vedi ogni giorno quando accendi il cellulare. La gente ha a disposizione tanti modi di passare il tempo, che i libri sono diventati una pratica occasionale, anche per i lettori più forti, attenti e dedicati. Non è successo in una notte, c’è voluto parecchio tempo, è stato un processo graduale, ma è quello che ci troviamo di fronte oggi. I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte. Hanno assunto una posizione defilata, secondaria. È un processo ancora in corso, ma oggi più che mai vive di un accelerazione drastica. Poi c’è il digitale, che intacca le vendite. I libri hanno cominciato a essere venduti online, in vari formati, per prezzi sempre minori e i librai hanno dovuto adattarsi, se volevano rimanere nella competizione. La mia paura è che succeda quello che è successo alla musica: che i libri perdano di valore.

Sta succedendo davvero?

Sicuramente. Hanno cominciato perdendo l’importanza centrale che avevano e poi hanno perso valore economico. È un po’ come se stessero scomparendo dal panorama del reale.

E la letteratura? È destinata a scomparire coi libri?

No, direi di no. Ci sono ancora un sacco di pazzi in giro che vogliono scrivere e abbastanza persone che vogliono leggere. Stanno cambiando le generazioni, stanno cambiando i mezzi, si stanno moltiplicando le possibilità. Le nuove generazioni vogliono essere al centro dell’azione: giocano, scrivono, hanno a disposizione un’infinità di media tra i quali possono spaziare. Non hanno bisogno di concentrarsi su un unico mezzo, ma questo non vuol dire che lo abbandoneranno definitivamente. La letteratura non scomparirà, ma dovrà adattarsi. Dovrà rassegnarsi a diventare parte di un continuum dell’intrattenimento, un tassello in un tutto talmente vario e talmente universalmente accessibile — pensa di nuovo al telefono: hai tutto lì, non hai bisogno di nient’altro — da risultare utile, ma non più necessario.
Eppure, negli Stati Uniti vengono pubblicati un milione di libri l’anno.
Ci sono molti piccoli editori super-specializzati, moltissimo self-publishing. È come con la poesia: tutti vogliono scrivere poesie, ma sono veramente pochi quelli disposti a leggerle.

Perché gli editori li lasciano fare?

Parli del self-publishing?

Anche.

Non glielo lasciamo fare. Molti editori hanno provato ad arginare il fenomeno, a creare diversivi in grado di distogliere le persone da questo nuovo strano culto dell’ego, ma pubblicarsi un libro da soli è talmente facile. Chiunque voglia farlo, trova online tutti gli strumenti, basta aggiungere un po’ di astuzia e di senso del gusto e il gioco è fatto.
Sa che in una libreria di New York c’è a disposizione una macchina per stampare da soli qualche copia del proprio libro? La cosa bella è che ti permettono di stampare, ma sulla macchina è esposto un cartello che avverte che i libri stampati non verranno venduti nella libreria.
Perché lo sanno, che nessuno li comprerebbe davvero. Gli unici clienti per una faccenda del genere sono chi ha scritto il libro e i suoi genitori, magari. E quindi esattamente il numero di copie che l’utente produce. Né più, né meno.

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Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più

Oltre al self-publishing: in America si pubblicano circa trecentocinquantamila libri l’anno. È tanto.
C’è un altro fenomeno in atto da molti anni, ma che negli ultimi tempi si sta estremizzando: ogni anno pochi titoli sono in grado di vendere milioni di copie in pochissimo tempo. E di fatto catalizzano tutta l’attenzione del poco pubblico rimasto. Il fatto è che i lettori non sono più indipendenti, seguono i trend, proprio come succede nell’industria musicale e in quella cinematografica, proprio come succede nella moda. Così, l’attenzione del pubblico viene concentrata tutta su un grande fenomeno, piuttosto che essere distribuita su uno spettro di interessi. La buona letteratura non attrae più, quello che attrae sono i fenomeni di costume, che possono essere o meno buona letteratura (spesso non lo sono). Chi vince, insomma, prende tutto. Non c’è più spazio per la costanza di leggere, perché la letteratura si sta assimilando agli altri intrattenimenti di massa. Ci sono libri veramente buoni che vengono pubblicati e sono costretti ad appoggiarsi a un bacino di lettori sempre più esiguo. Escono molte meno recensioni sui giornali e la curiosità viene fagocitata dall’immensa mole di informazioni mediate da Internet.

Che ruolo ha la critica in tutto questo?

I critici sono sempre meno e godono di una sempre minore autorità. La critica stessa, come forma giornalistica, sta piano piano scomparendo. Questo perché ai lettori occasionali, cioè alla fetta più ampia dei lettori di oggi, non interessano veramente le critiche. Chi legge un libro all’anno non ha bisogno di sapere se quel libro è piaciuto o meno a un critico del Times. I critici sono a rischio di estinzione. Però questa situazione genera un paradosso: siccome le recensioni sono sempre meno, quelle che un libro riesce a collezionare diventano sempre più importanti. Il paradosso nel paradosso è che pur essendo importanti, non muovono copie ma si limitano a “blasonare” il libro.
Il paradosso nel paradosso nel paradosso è che nel frattempo i lettori a cui non importa della critica, per non sbagliare fanno i critici.
Certo. Postano le loro recensioni, danno i voti su Amazon e sugli altri siti di vendita. Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più e nessuno capisce più niente. La verità è che ormai un numero sempre minore di lettori forti ha veramente letto abbastanza da avere un fondamento critico in quello che fa.

Come fa un editore a sopravvivere a questo scenario?

[Ride]. Bella domanda. Credo che gli editori debbano essere molto attenti, prudenti ma orientati sulle nuove tendenze. Noi a FS&G facciamo questo mestiere perché crediamo in un certo tempo di letteratura e in un certo tipo di poesia. Crediamo nella coerenza del nostro prodotto e nell’affidabilità del nostro messaggio. È quello che ci ha premiato e ci ha dato onore in tutti questo anni. Ci sono molti editori che credono in questo tipo di costanza, ma è altrettanto scivolare fuori dai radar. In un certo senso sono convinto che oggi si scriva molto meglio che trent’anni fa, ma anche che parte della buona letteratura si perda inevitabilmente nella massa.

Si parla di lei come di un editore romantico…

Se faccio questo mestiere è perché lo amo. Ci sono entrato per amore e penso ancora che la maggior parte dei miei colleghi resistano per amore. Nel mio libro La musa, cerco di trasmettere un messaggio: quello che conta nel rapporto tra un autore e il suo editore è l’amore dell’uno nei confronti dell’altro. Tutto inizia con un innamoramento e cresce come una relazione romantica. Sì, sono un romantico.

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Trova che questo genere di romanticismo si stia perdendo?

C’è una battuta di settore: «Come fai a mettere assieme una piccola fortuna lavorando nell’editoria? Investendo una grande fortuna». Non è romantico, questo? Non ci si diventa ricchi, non con la letteratura. Non più, per lo meno.

Eppure nascono sempre nuovi editori.

Credo che sia una questione generazionale. Gli scrittori ringiovaniscono e così il pubblico — per una questione di mera demografia — e gli editori devono adattarsi ai nuovi autori e ai nuovi lettori. Se un giovane editore si lancia sul mercato, lo fa probabilmente perché pensa di pubblicare qualcosa che nel panorama attuale non trova spazio. Ho un esempio che ti piacerà: minimum fax, vent’anni fa in Italia. Marco Cassini è un romantico e assieme a Daniele Di Gennaro ha fondato un nuovo editore per rispondere a un nuovo pubblico. Si tratta di mettere sul mercato qualcosa che manca, sostanzialmente, e di farlo perché si è convinti di poter comunicare in un modo che nessun altro ha trovato prima.
Ma ora si tratta comunque di incastrarsi in un mercato saturo.
È sempre una mezza pazzia dal punto di vista economico, sicuro.

Negli Stati Uniti succede meno?

Il mercato è molto più grande. Nascono alcuni editori locali, ma è difficile che una piccola realtà dell’Arizona, per esempio, riesca poi avere un impatto nazionale. C’è chi lo fa.
Considerando tutte queste premesse inquietanti: come si fa ad avere ancora talmente tanta fiducia in un libro da lanciarlo sul mercato? Come si fa a capire se un libro funzionerà?
Non si può. Ma lo hai detto tu: io sono un romantico e mi lancio comunque. Credo che dipenda dall’esperienza e che il tempo costruisca una tale fiducia attorno alle proprie sensazioni da farci diventare sempre più sicuri di quello che facciamo. Ci sono libri che mi piacciono, e per questo penso che possano piacere ad altri, così come ci sono libri che piacciono a me ma che so che non piacerebbero a molte altre persone. I primi li pubblico di sicuro, i secondi meno.
Lei parte avvantaggiato: poeta, traduttore, romanziere. Com’è coniugare tutto questo con il mestiere di editore?
Sono un editore, prima di tutto. Le altre cose che faccio, le faccio per piacere. Però più invecchio più cerco di scrivere. Forse perché il tempo stringe e invecchiando ho guadagnato fiducia in me stesso, ho meno paura di lanciarmi. Un po’ come quando scelgo i libri da pubblicare. Non ho mai creduto che il fatto di lavorare i libri di altri potesse essere un ostacolo alla mia attività di scrittore, né viceversa. Anzi, casomai ho sempre imparato qualcosa di utile per ognuna della attività, coltivando le altre.

Crede nella poesia?

Che possa ancora comunicare qualcosa?

Che possa vendere.

Dipende dal poeta. Uno dei protagonisti del mio romanzo è una poetessa da milioni di copie, una specie di rockstar. Una figura inesistente. Però esistono poeti che vendono bene come i romanzieri. Magari non i romanzieri da bestseller, ma stiamo parlando di un altro tipo di sensibilità e un altro tipo di pubblico. La poesia lavora su un piano temporale differente dalla narrativa: ci mette più tempo ad attaccare, ma poi dura più a lungo. A FS&G pubblichiamo molta poesia, è uno dei nostri marchi, assieme alle traduzioni. Sappiamo che si tratta di due campi differenti e come tali li trattiamo.

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18 commenti

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18 risposte a “Parla Jonathan Galassi, presidente di Farrar, Straus & Giroux, la più prestigiosa casa editrice americana: Pubblico e mass media; «I libri sono stati messi da parte»; «Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più»; «I lettori fanno i critici»; «esistono poeti che vendono bene»; «I critici sono a rischio di estinzione». Intervista di Giulio D’Antona

  1. Mi sembra che Jonathan Galassi abbia messo in luce un punto molto chiaro: È possibile anche per la poesia vendere. Pensare che la poesia sia destinata a non vendere in Italia, è una sciocchezza; in altri paesi la poesia VENDE, non magari alle tirature della narrativa dei best seller, ma VENDE. Non si capisce perché qui in Italia bisogna rassegnarsi ad un destino di morte sicura del comparto poesia.
    Bisogna fare alcune cose:

    1) Rilanciare il comparto poesia;
    2) cambiare i dirigenti che finora hanno gestito la politica editoriale degli editori maggiori;
    3) puntare sulla “qualità” dei libri di poesia (parola magica che significa solo una cosa: che si pubblicano soltanto quei libri che piacciono al direttore editoriale, e non altri);
    4) abbandono della politica clientelare della pubblicazione dei libri degli “amici” e dei “sodali”;
    5) Il problema della vendita dei libri non è soltanto un problema tecnico, ma è un problema politico, che attiene alle scelte di una classe dirigente politica che investa sui libri e sulla lettura dei libri delle future generazioni, attraverso una politica di sgravi fiscali, etc.

    È ovvio che in mancanza di questi 5 presupposti, la situazione disastrosa della editoria di poesia (ma direi anche della narrativa) in Italia non cambierà, né a medio né a lungo termine.

  2. Il sistema non è riformabile.

    • Ivan Pozzoni

      Ogni «sistema», come il «sistema» arte o il «sistema» editoria è riformabile.

      Purtroppo si tratta di introdurre un’attività di modifica complessissima, conseguenza di un difficilissimo lavoro di equipe, tra vari settori della conoscenza.

      Prima di tutto, a] bisognerebbe mettersi d’accordo sull’interpretazione che l’antropologia fornisce alla nozione di «sistema», mutuata dalla fisica (dove non esiste una definizione univoca di «sistema»); secondariamente, b] dovremmo verificare le varie interpretazioni sociologiche, corredate di statistiche e esempi, sulla interpretazione antropologica della definizione fisica della nozione di «sistema»; successivamente, c] attraverso la teoretica estetica (filosofia e storiografia filosofica), dovremmo applicare i risultati della sociologia al «mondo» arte; e, infine, c] mediante conoscenze di economia, diritto, e organizzazione aziendale dovremmo concretizzare, sulla «filiera» (o «sistema») arte, i risultati applicati dalla sociologia sul «mondo» arte, fondati su un’interpretazione sociologica basata sull’interpretazione antropologica della definizione fisica della nozione di «sistema».

      Per riformare il «sistema» arte o editoria occorre un know-how, necessariamente d’equipe, edificato su conoscenze di fisica, antropologia, sociologia, filosofia teoretica e storiografia filosofica, economia, diritto e organizzazione aziendale (etc…). Il «sistema» è riformabile: semplicemente tale riforma è un’attività che, considerando reazioni e attriti di chi non ha interesse a modificare il «sistema», comporterà decine di anni.

  3. IL libro ha una “fisicità” che nessun altro oggetto possiede, anche se non tutti la colgono.C’è anche, nel libro, una coerenza tra forma e contenuti,tra carta e parola,tra colore e spessore; c’è una piccola anima.Se perdo un libro,non mi dispero; so che tornerà da solo.

  4. gabriele fratini

    Ribadisco quanto già scritto altrove. Nella mia biblioteca ho circa 500 libri di poesia (comprati) ma ne ho letti molti molti di più. In biblioteca, su internet, nelle librerie stesse… non si dovrebbe dire, ma se tu editore mi produci un libro di versi nudi e crudi che si legge in mezz’ora, io te lo leggo in mezzora nella stessa libreria, non vedo perché comprarlo con un budget libri limitato. Se mi fai un lavoro serio tipo opera omnia o antologica, con commenti e introduzioni interessanti offrendomi un prodotto commerciale esaustivo allora magari lo compro.
    Un saluto.

  5. A parte quando dice che i libri hanno perso valore, un’uscita commerciale piuttosto faziosa, sulla quale si potrebbe discutere, per il resto si profila la figura dell’editore autoriale, del regista; anche se infine il suo è per lo più un arroccarsi su vecchie posizioni, non lo è quando sceglie tra ciò che gli piace, ciò che piace al pubblico, e ciò che potrebbe piacere ad entrambi. Lui riesce a farlo sembrare un atto d’amore salomonico. Peccato che sia anche lo stile di vendita più in voga tra gli odierni carrieristi, al punto che diresti che viviamo in un modo pieno di persone in buona fede. E se fosse così?
    Mi sento di condividere l’analisi sulla letteratura come genere minore di intrattenimento, perché tra i tanti, nelle sue parole è implicita la consapevolezza di trovarsi in un cambiamento storico. Io chiamerei questo cambiamento “perdita del superfluo”.

  6. cari amici,

    io la penso come Flavio Almerighi: «il sistema non è riformabile», almeno in Italia. Il problema è ben più vasto, qui non si tratta di un problema tecnico o specialistico, cioè di tipo letterario, ma è più vasto: per riformare il settore della poesia (produzione, commercializzazione, pubblicizzazione e consumo del prodotto), occorre una riforma non solo di tipo letterario, cambiare un dirigente di collana è appena una goccia nell’acqua, in Italia bisogna cambiare le regole del gioco, le regole di cooptazione, le regole non scritte delle lobbies letteraria e politica, la seconda che sostiene la prima, riscrivere le regole del gioco, spezzare le cinghie di trasmissione che legano i partiti alle lobbies. Quando io parlo di “qualità” che dovrebbe presiedere la valutazione di certe scritture letterarie, cioè quelle che non sono di mero intrattenimento, intendo appunto un universo assiologico istituzionale che adotti quel valore, quel criterio metodologico, non ho in mente un criterio mitico idealistico di delibazione dell’opera bella. Occorre soprattutto una riforma della scuola, delle università, della stampa e della televisione, nonché dei mezzi di comunicazione di massa, è un problema gigantesco che attiene a quelle mancate riforme istituzionali e di struttura di cui si parla tanto oggi ma che nessuno dei partiti dell’arco costituzionale ha la minima intenzione di porre in essere. Il problema del settore poesia e narrativa non va visto quindi come un problema specialistico o di comparto, ma è molto più vasto ed attiene al tipo di società che vogliamo costruire, se vogliamo continuare sulla falsariga feudale e coloniale che la politica italiana ha seguito finora, non c’è scampo, la scrittura letteraria e la produzione artistica ne rimarranno condizionate. Tutto ciò mi sembra ovvio. Quindi, come dice Almerighi, «il sistema non è riformabile».

    • marconofrio1971

      Ecco il punto cruciale del problema, non faccio altro che dirlo da anni. E’ la perversa politicizzazione (di bassa lega) delle dinamiche culturali come organo di rappresentanza parlamentare, strumento di tutela delle classi borghesi dominanti (gli scrittori ammessi al “Privé” sono tutti di buona famiglia: figli di scrittori, docenti universitari, medici, dirigenti sanitari, avvocati, etc.) e volàno di procacciamento elettorale. E’ particolarmente perniciosa la mafia culturale del PD, estrema propaggine degenerata della Sinistra italiana e lontanissimo erede della supremazia etica e culturale legittimamente detenuta per decenni dal PCI. Il PD è un partito di maneggioni “radical chic” che agiscono – sotto la veste riformistica e populistica – in combutta con le lobbies finanziarie e massoniche dell’Europa più arrogante e retriva. Per contare oggi in Italia, cioè per pubblicare con editori di peso e scrivere su testate a larga diffusione, devi essere cooptato dalla rete politico-culturale del PD, previe garanzie “de iure”, “de censo”, “de familia”. Devi insomma giurare fedeltà al partito e votarti alla sua santa causa gattopardesca, di “cambiare tutto per non cambiare niente”. Dichiararti soldatino di un esercito neanche tanto sommerso. Armarti di carta, penna e tablet. Ovviamente spesseggiano gli opportunisti che fingono di abbracciare il PD solo per usufruire di certi accessi dorati, ma che in realtà hanno idee politiche diverse, talvolta diametralmente opposte. Storia di sempre? Forse, ma mai così in basso. Enrico dove sei?

      • gabriele fratini

        Certo invece Enrico non ha mai raccomandato figlie e parenti per tv nazionali, quotidiani prestigiosi, cattedre universitarie… ai suoi tempi queste cose non succedevano 🙂

      • marconofrio1971

        Chissà perché ci si attacca alla coda estrema del discorso e si ignora il fulcro. Lo sapevo che qualcuno mi avrebbe accusato, con mossa tranchant, di santificazione del PCI. Eppure ho scritto: “Storia di sempre? Forse, ma mai così in basso”. Vorreste per caso confrontare la credibilità etica e la statura politica di E. Berlinguer con la democrazia “spray” di Pittibimbo e dei suoi accoliti? Ma per piacere…

    • Ivan Pozzoni

      Giorgio mi segnala un’osservazione importante: d] occorrerebbe riformare, nello stesso modo, i micro-settori adiacenti al «sistema» arte o editoria, coi medesimi metodi. Ribadisco: Il «sistema» è riformabile: semplicemente tale riforma è un’attività che, considerando reazioni e attriti di chi non ha interesse a modificare il «sistema», e difficoltà di riunire spontaneamente una equipe d’elite dotata del know-how sufficiente, comporterà decine di anni.

  7. Nessuno ai tempi di tangentopoli aveva un durazzo come Greganti, gli altri si scioglievano come neve al sole, il compagno G no. Finiamola con sta storia del PCI immune da corruttele e pomposamente cristallino, che non è vero niente.

  8. Faccio copia e incolla da LPLC di un post di Andrea Cortellessa del 23 luglio 2015 che riguarda il nostro discorso:

    Venendo agli altri interventi, devo dire che rappresenta un’occasione mancata, soprattutto, quello di Alfonso Berardinelli. Fra quelli in attività è lui il maggior critico di poesia: quello cioè che avrebbe, ancora oggi forse, i maggiori strumenti per rispondere alle domande che in questi giorni si vanno facendo. Ed è oltretutto anche – co-autore nel ’75 con Franco Cordelli di un’antologia, Il pubblico della poesia, che per prima antivide il mondo in cui si andava trasformando quello, cioè il nostro – pienamente e personalmente parte in causa. Col suo pezzo s’è invece iscritto al partito dei tantopeggiotantomeglisti (rappresentato allo stato puro da un intelligente poeta e saggista di destra, Davide Brullo, guarda un po’ sul Giornale: che è fra parentesi la più tipica malattia infantile dell’estrema sinistra culturale del nostro paese. (Aveva davvero ragione, allora, un poeta assai irritato con lui quando lo definiva «Adorno di Monteverde»?)

    Dice, il tantopeggiotantomeglista: era così scarsa (qualitativamente), la proposta recente dello «Specchio», che tanto vale che questo chiuda una buona volta i battenti. A parte che, all’atto pratico, se (come è dato oggi prevedere) questa collana semplicemente ridurrà gradualmente le uscite sino all’ineffettualità, il risultato sarà che potrà pubblicare solo le fetecchie di stretta ordinanza (senza potersi permettere i libri “veri”, di Antonella Anedda, Mario Benedetti o Mark Strand), questa obiezione pecca d’essere schiacciata sul presente, sui giudizi che oggi siamo in grado di dare. Se è vero che, concede micragnoso Berardinelli, «di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta», semplicemente non è vero – non è quantitativamente vero, intanto – che «non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita» le collane di poesia. Se sono venti, o addirittura trenta, questi poeti, essi produrranno mediamente dieci-venti libri all’anno; e le collane “storiche”, fino ad oggi appunto, erano due. Ma il punto non è quantitativo; non così banalmente, almeno. Lo dimostra Paolo Febbraro, con la sua utile “verticale del 1961”: se oggi possiamo concludere che lo «Specchio» di allora (gestito da un certo Vittorio Sereni) «aveva fatto per intero il proprio dovere», lo poté fare perché aveva la possibilità di sbagliare. Cioè di sperimentare, piaccia o meno questo termine; di pubblicare cose che nel presente possono apparire, a questo o quel lettore o critico, illeggibili o «inutili» (per usare l’interessante termine di Berardinelli) ma che ad altri, già oggi, appaiono invece perfettamente leggibili, e magari pure utili; e che magari tanto più appariranno tali ai lettori a venire: quelli che oggi leggono con la massima utilità Auden, sì, ma anche Celan. Scommettere sul futuro è stata una prerogativa profonda dei moderni, e se oggi l’abbiamo persa – non solo ovviamente in ambito editoriale – le conseguenze, a livello economico politico umano, sono sotto gli occhi di tutti.

    Dice infine, ma che problema c’è se la poesia non verrà più pubblicata su carta? C’è la Rete, bellezza. Un altro amico intelligente, Daniele Giglioli, suole dire che il verso famoso di Hölderlin, «là dove è il pericolo, lì è la salvezza», altro non è che l’ultima risorsa dei disperati. Capovolgiamo i termini: se – come a me pare assai evidente – la rete per la poesia è oggi una specie di pozzo senza fondo, dove si trova tutto e il contrario di tutto (cioè, appunto, il nulla), si potrebbe dire che, là dove parrebbe esserci la salvezza, proprio lì è il pericolo. A sessant’anni di distanza da quando è stato pubblicato il saggio di Calvino con quel titolo famoso, è oggi che navighiamo, frastornati e senza uno straccio d’indirizzo, nel mare dell’oggettività. Dove però, in realtà, regnano indisturbate le soggettività – intemperanti e risentite – degli autopubblicatori e autopromotori social-seriali. (Fu non a caso uno dei protagonisti della generazione del Pubblico della poesia, Dario Bellezza, a usare per primo il titolo Il mare della soggettività.)

    Si ripete allora sconsolati: Che fare? Un grosso lavoro è quello che ci attende, e che spetta principalmente a quella generazione di esseri «ibridi», come li ha definiti Mazzoni nel suo I destini generali: quelli che, come lui e come me, si sono formati nel mondo vecchio ma hanno avuto in sorte di vivere la maggior parte della loro esistenza in quello nuovo. Nella rete, e con la rete, occorre ri-costruire dei luoghi non dove non ci sia l’inferno (quello, con buona pace di Calvino, ce lo portiamo dentro), ma dove almeno resti acceso un buon impianto d’aria condizionata. Dove cioè si possa contribuire a ri-costruire dei valori condivisi: non perché calati dall’alto da una nuova classe di mandarini (che, lo sappiamo, non ci sono le condizioni storiche perché si ri-formi); bensì perché discussi insieme, a tutti i livelli, da tutti quelli che “ci stanno”, nei molti sensi di questa espressione (per questo aggiungo con la rete: volendo dire, in forma di rete). Un tentativo fu, nel 2010-2013, quello delle Classifiche di qualità “Stephen Dedalus”, ideate e gestite (fra mille improperi e contumelie) da Alberto Casadei insieme appunto a Mazzoni e al sottoscritto, in collaborazione con Pordenonelegge (vale la pena segnalare, perché non lo si è fatto a sufficienza, che l’attuale attività che porta questo stesso nome non ha alcuna continuità con quella che conducemmo allora). Un altro, in ambito specificamente poetico, è la rubrica Campioni che sto provando a portare avanti su doppiozero, cioè uno di quei luoghi illuminati della rete che vanno moltiplicati (non all’infinito, pena l’effetto-caciara di cui sopra) e messi in grado di funzionare (cfr., in particolare, questa giustificazione non petita), come quello dove ci troviamo ora.

    Questo infatti lo stiamo già facendo, stiamo già provando a farlo. Ma c’è un’altra cosa che non possiamo fare, invece, col mero volontariato dei singoli. Ed è porre le condizioni perché venga finalmente affrontato quello che, per la cultura editoriale italiana, è stato finora un tabù (rinvio alle risposte desolanti date al questionario sottoposto agli editori italiani dal numero monografico del «verri» sulla Bibliodiversità, il 35 del 2007): l’accesso a finanziamenti pubblici come quelli da decenni riservati, all’editoria di qualità (non necessariamente cartacea), da diversi Stati europei. Per esempio in Norvegia, come segnalava il compianto André Schiffrin in uno dei suoi imprescindibili pamphlet su queste questioni (Il denaro e le parole, a cura di Valentina Parlato, Voland 2010): dove – con un mercato ancora più ristretto, molto più ristretto, di quello italiano – s’è realizzato un circolo virtuoso che fa leva sul circuito delle biblioteche: quei luoghi, cioè, in cui si tocca con mano che il libro – con buona pace di Franco Tatò e delle sue legioni di, dichiarati o meno, imitatori contemporanei – non è, appunto, una merce come tutte le altre. Facile rispondere alla domanda circa il vero motivo per il quale gli editori italiani si sono sempre sottratti a questa discussione. Facile, se si guarda ai risultati impresentabili (a differenza di quelli ottenuti da altri Stati) coi quali la Repubblica Italiana ha sinora provveduto a sovvenzionare le traduzioni all’estero dei nostri libri: quella cioè che è pressoché l’unica forma di effettivo aiuto pubblico sinora introdotta nel comparto.

    Ma è una risposta sbagliata, esattamente come quella dei tantopeggiotantomeglisti editoriali. Se le collane “storiche” – che per decenni hanno svolto in Italia, né più né meno, una funzione istituzionale – sono venute meno al loro compito, non è questo un buon motivo per chiuderle. Se degli aiuti pubblici all’editoria si è fatto sino a questo momento un uso clientelar-provinciale, non è questo un buon motivo per demonizzarli. Esattamente allo stesso modo in cui la risposta al cattivo funzionamento dei trasporti pubblici non può essere la loro abolizione (se si vuole un esempio meno paradossale, pensiamo alle scuole pubbliche). La collettività siamo noi, anche se sempre più spesso ce ne dimentichiamo. A nessun altro che a noi, dunque, spetta salvaguardare e migliorare i servizi pubblici: all’atto stesso di usufruirne.

  9. Detto con sincerità, il pezzo di Cortellessa è animato da buona volontà, è anche condivisibile, è auspicabile che le cose vadano come dice lui, forse sono io che sbaglio se mi iscrivo al partito dei tantopeggiotantomeglisti, ma penso sinceramente che se Mondadori, Einaudi e Garzanti riducessero (come già stanno facendo) il numero di libri di poesia l’anno (diciamo 1 o 2 l’anno), per la poesia italiana non sarebbe una gran perdita visto i criteri che ispirano la selezione dei libri e degli autori. Forse, non tutto il male viene per nuocere.
    Al punto in cui siamo arrivati (in cui è arrivata la poesia italiana), forse è meglio così, almeno si partirà tutti dallo stadio zero, diciamo che nessuno partirà in pole position. Forse sarò un gufo o un tantopeggiotantomeglista, o un estremista (come mi hanno scritto, non so se di destra o di sinistra, questo l’interlocutore non lo ha specificato), ma credo che partire tutti da una posizione di parità faciliterà le cose.
    Eppoi, una cosa, non è vero che nel mondo i libri di poesia non vendono, come ha dimostrato l’intervista a Jonathan Galassi presidente di Farrar e Straus& Giroux, negli Stati Uniti la poesia vende, eccome.

  10. Ho trovato interessante questa osservazione di Gabriele Fratini:
    “se tu editore mi produci un libro di versi nudi e crudi che si legge in mezz’ora, io te lo leggo in mezzora nella stessa libreria, non vedo perché comprarlo con un budget libri limitato”.
    ieri sera, leggendo la prefazione di C.Milosz a La terra desolata di Eliot, ho colto questo passaggio: “Eliot (…) elaborava la sua arte ricorrendo alla poetica simbolista. Tale poetica, fin dai suoi primi inventori gravitanti nell’orbita del Romanticismo, esigeva sempre maggior “purezza”, ossia tracciava una demarcazione sempre più netta tra poesia e linguaggio comune; cosicché il suo conseguimento finale era un “meta-linguaggio” (zaumnyj jazyk). Una poetica del genere rendeva impossibili molte specie di descrizioni e di discorsi, per cui le dimensioni dell’opera poetica si rattrappivano sempre più, finché non una strofa, ma un solo verso era teatro di deflagrazioni e balenii. Eliot stesso, sia con la pratica che con l’attività teorica, impose ai poeti inglesi e americani alcuni principi che, soprattutto in America, suscitarono notevoli opposizioni. Il principio fondamentale sosteneva che il poeta comunica con il lettore non “direttamente”, bensì creando degli objective correlatives: il poeta, cioè, invece di raccontare ciò che sente e pensa, mostra oggetti o insiemi di oggetti associati a determinate esperienze” (I classici Feltrinelli).
    Ora non mi spiego come si possa rinnovare senza avere coscienza del fatto che serva, prima, un’intensa terapia de-condizionante.

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