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Parla Jonathan Galassi, presidente di Farrar, Straus & Giroux, la più prestigiosa casa editrice americana: Pubblico e mass media; «I libri sono stati messi da parte»; «Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più»; «I lettori fanno i critici»; «esistono poeti che vendono bene»; «I critici sono a rischio di estinzione». Intervista di Giulio D’Antona

Jonathan GalassiVentidue premi Pulitzer, tra i quali: John Berryman, Bernard Malamud, Michael Cunningham, John McPhee, Jeffrey Eugenides e Marilynne Robinson. Venticinque premi Nobel, tra i quali: Knut Hamsun, T.S. Elliot, Isaac Bashevis Singer e William Golding. Ventitré National Book Award , tra i quali: Jonathan Franzen, Tom Wolfe e Robert Lowell. Sono le placche e i diplomi inquadrati, retti a malapena dalla parete che fronteggia la porta d’ingresso alla sede di Farrar, Straus & Giroux, la casa editrice fondata da Roger W. Straus Jr. e John Farrar nel 1945, oggi indubbiamente la più prestigiosa del panorama editoriale americano. Non è soltanto una questione di riconoscimenti pubblici, non solo una questione di numero di scrittori premiati, ma di sensibilità e dedizione alla causa editoriale, invariata in settant’anni di pubblicazioni.
Oggi, alla scrivania che è stata di Robert Giroux siede Jonathan Galassi, uno degli ultimi editori romantici. Poeta, romanziere — la sua prima opera di narrativa è uscita da poco in Italia, per la traduzione di Silvia Pareschi e si intitola La musa (Guanda, 2015) —, traduttore — di Leopardi e Montale, tra gli altri — e detentore di uno degli sguardi più lucidi sul panorama letterario americano e internazionale. Pensare alla carriera di Galassi è come immaginare uno scoglio in mezzo ai marosi della crisi di settore, alle tempeste del dubbio e alle basse maree dei lettori in secca. Parlare con Galassi significa prendere atto della storia dell’editoria e considerarla tutta assieme: preda dei suoi alti vertiginosi e vittima dei suoi bassi abissali.
I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte.

books 5Cosa sta succedendo ai libri?

Quello che sta succedendo ai libri lo vedi ogni giorno quando accendi il cellulare. La gente ha a disposizione tanti modi di passare il tempo, che i libri sono diventati una pratica occasionale, anche per i lettori più forti, attenti e dedicati. Non è successo in una notte, c’è voluto parecchio tempo, è stato un processo graduale, ma è quello che ci troviamo di fronte oggi. I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte. Hanno assunto una posizione defilata, secondaria. È un processo ancora in corso, ma oggi più che mai vive di un accelerazione drastica. Poi c’è il digitale, che intacca le vendite. I libri hanno cominciato a essere venduti online, in vari formati, per prezzi sempre minori e i librai hanno dovuto adattarsi, se volevano rimanere nella competizione. La mia paura è che succeda quello che è successo alla musica: che i libri perdano di valore.

Sta succedendo davvero?

Sicuramente. Hanno cominciato perdendo l’importanza centrale che avevano e poi hanno perso valore economico. È un po’ come se stessero scomparendo dal panorama del reale.

E la letteratura? È destinata a scomparire coi libri?

No, direi di no. Ci sono ancora un sacco di pazzi in giro che vogliono scrivere e abbastanza persone che vogliono leggere. Stanno cambiando le generazioni, stanno cambiando i mezzi, si stanno moltiplicando le possibilità. Le nuove generazioni vogliono essere al centro dell’azione: giocano, scrivono, hanno a disposizione un’infinità di media tra i quali possono spaziare. Non hanno bisogno di concentrarsi su un unico mezzo, ma questo non vuol dire che lo abbandoneranno definitivamente. La letteratura non scomparirà, ma dovrà adattarsi. Dovrà rassegnarsi a diventare parte di un continuum dell’intrattenimento, un tassello in un tutto talmente vario e talmente universalmente accessibile — pensa di nuovo al telefono: hai tutto lì, non hai bisogno di nient’altro — da risultare utile, ma non più necessario.
Eppure, negli Stati Uniti vengono pubblicati un milione di libri l’anno.
Ci sono molti piccoli editori super-specializzati, moltissimo self-publishing. È come con la poesia: tutti vogliono scrivere poesie, ma sono veramente pochi quelli disposti a leggerle.

Perché gli editori li lasciano fare?

Parli del self-publishing?

Anche.

Non glielo lasciamo fare. Molti editori hanno provato ad arginare il fenomeno, a creare diversivi in grado di distogliere le persone da questo nuovo strano culto dell’ego, ma pubblicarsi un libro da soli è talmente facile. Chiunque voglia farlo, trova online tutti gli strumenti, basta aggiungere un po’ di astuzia e di senso del gusto e il gioco è fatto.
Sa che in una libreria di New York c’è a disposizione una macchina per stampare da soli qualche copia del proprio libro? La cosa bella è che ti permettono di stampare, ma sulla macchina è esposto un cartello che avverte che i libri stampati non verranno venduti nella libreria.
Perché lo sanno, che nessuno li comprerebbe davvero. Gli unici clienti per una faccenda del genere sono chi ha scritto il libro e i suoi genitori, magari. E quindi esattamente il numero di copie che l’utente produce. Né più, né meno.

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Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più

Oltre al self-publishing: in America si pubblicano circa trecentocinquantamila libri l’anno. È tanto.
C’è un altro fenomeno in atto da molti anni, ma che negli ultimi tempi si sta estremizzando: ogni anno pochi titoli sono in grado di vendere milioni di copie in pochissimo tempo. E di fatto catalizzano tutta l’attenzione del poco pubblico rimasto. Il fatto è che i lettori non sono più indipendenti, seguono i trend, proprio come succede nell’industria musicale e in quella cinematografica, proprio come succede nella moda. Così, l’attenzione del pubblico viene concentrata tutta su un grande fenomeno, piuttosto che essere distribuita su uno spettro di interessi. La buona letteratura non attrae più, quello che attrae sono i fenomeni di costume, che possono essere o meno buona letteratura (spesso non lo sono). Chi vince, insomma, prende tutto. Non c’è più spazio per la costanza di leggere, perché la letteratura si sta assimilando agli altri intrattenimenti di massa. Ci sono libri veramente buoni che vengono pubblicati e sono costretti ad appoggiarsi a un bacino di lettori sempre più esiguo. Escono molte meno recensioni sui giornali e la curiosità viene fagocitata dall’immensa mole di informazioni mediate da Internet.

Che ruolo ha la critica in tutto questo?

I critici sono sempre meno e godono di una sempre minore autorità. La critica stessa, come forma giornalistica, sta piano piano scomparendo. Questo perché ai lettori occasionali, cioè alla fetta più ampia dei lettori di oggi, non interessano veramente le critiche. Chi legge un libro all’anno non ha bisogno di sapere se quel libro è piaciuto o meno a un critico del Times. I critici sono a rischio di estinzione. Però questa situazione genera un paradosso: siccome le recensioni sono sempre meno, quelle che un libro riesce a collezionare diventano sempre più importanti. Il paradosso nel paradosso è che pur essendo importanti, non muovono copie ma si limitano a “blasonare” il libro.
Il paradosso nel paradosso nel paradosso è che nel frattempo i lettori a cui non importa della critica, per non sbagliare fanno i critici.
Certo. Postano le loro recensioni, danno i voti su Amazon e sugli altri siti di vendita. Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più e nessuno capisce più niente. La verità è che ormai un numero sempre minore di lettori forti ha veramente letto abbastanza da avere un fondamento critico in quello che fa.

Come fa un editore a sopravvivere a questo scenario?

[Ride]. Bella domanda. Credo che gli editori debbano essere molto attenti, prudenti ma orientati sulle nuove tendenze. Noi a FS&G facciamo questo mestiere perché crediamo in un certo tempo di letteratura e in un certo tipo di poesia. Crediamo nella coerenza del nostro prodotto e nell’affidabilità del nostro messaggio. È quello che ci ha premiato e ci ha dato onore in tutti questo anni. Ci sono molti editori che credono in questo tipo di costanza, ma è altrettanto scivolare fuori dai radar. In un certo senso sono convinto che oggi si scriva molto meglio che trent’anni fa, ma anche che parte della buona letteratura si perda inevitabilmente nella massa.

Si parla di lei come di un editore romantico…

Se faccio questo mestiere è perché lo amo. Ci sono entrato per amore e penso ancora che la maggior parte dei miei colleghi resistano per amore. Nel mio libro La musa, cerco di trasmettere un messaggio: quello che conta nel rapporto tra un autore e il suo editore è l’amore dell’uno nei confronti dell’altro. Tutto inizia con un innamoramento e cresce come una relazione romantica. Sì, sono un romantico.

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Trova che questo genere di romanticismo si stia perdendo?

C’è una battuta di settore: «Come fai a mettere assieme una piccola fortuna lavorando nell’editoria? Investendo una grande fortuna». Non è romantico, questo? Non ci si diventa ricchi, non con la letteratura. Non più, per lo meno.

Eppure nascono sempre nuovi editori.

Credo che sia una questione generazionale. Gli scrittori ringiovaniscono e così il pubblico — per una questione di mera demografia — e gli editori devono adattarsi ai nuovi autori e ai nuovi lettori. Se un giovane editore si lancia sul mercato, lo fa probabilmente perché pensa di pubblicare qualcosa che nel panorama attuale non trova spazio. Ho un esempio che ti piacerà: minimum fax, vent’anni fa in Italia. Marco Cassini è un romantico e assieme a Daniele Di Gennaro ha fondato un nuovo editore per rispondere a un nuovo pubblico. Si tratta di mettere sul mercato qualcosa che manca, sostanzialmente, e di farlo perché si è convinti di poter comunicare in un modo che nessun altro ha trovato prima.
Ma ora si tratta comunque di incastrarsi in un mercato saturo.
È sempre una mezza pazzia dal punto di vista economico, sicuro.

Negli Stati Uniti succede meno?

Il mercato è molto più grande. Nascono alcuni editori locali, ma è difficile che una piccola realtà dell’Arizona, per esempio, riesca poi avere un impatto nazionale. C’è chi lo fa.
Considerando tutte queste premesse inquietanti: come si fa ad avere ancora talmente tanta fiducia in un libro da lanciarlo sul mercato? Come si fa a capire se un libro funzionerà?
Non si può. Ma lo hai detto tu: io sono un romantico e mi lancio comunque. Credo che dipenda dall’esperienza e che il tempo costruisca una tale fiducia attorno alle proprie sensazioni da farci diventare sempre più sicuri di quello che facciamo. Ci sono libri che mi piacciono, e per questo penso che possano piacere ad altri, così come ci sono libri che piacciono a me ma che so che non piacerebbero a molte altre persone. I primi li pubblico di sicuro, i secondi meno.
Lei parte avvantaggiato: poeta, traduttore, romanziere. Com’è coniugare tutto questo con il mestiere di editore?
Sono un editore, prima di tutto. Le altre cose che faccio, le faccio per piacere. Però più invecchio più cerco di scrivere. Forse perché il tempo stringe e invecchiando ho guadagnato fiducia in me stesso, ho meno paura di lanciarmi. Un po’ come quando scelgo i libri da pubblicare. Non ho mai creduto che il fatto di lavorare i libri di altri potesse essere un ostacolo alla mia attività di scrittore, né viceversa. Anzi, casomai ho sempre imparato qualcosa di utile per ognuna della attività, coltivando le altre.

Crede nella poesia?

Che possa ancora comunicare qualcosa?

Che possa vendere.

Dipende dal poeta. Uno dei protagonisti del mio romanzo è una poetessa da milioni di copie, una specie di rockstar. Una figura inesistente. Però esistono poeti che vendono bene come i romanzieri. Magari non i romanzieri da bestseller, ma stiamo parlando di un altro tipo di sensibilità e un altro tipo di pubblico. La poesia lavora su un piano temporale differente dalla narrativa: ci mette più tempo ad attaccare, ma poi dura più a lungo. A FS&G pubblichiamo molta poesia, è uno dei nostri marchi, assieme alle traduzioni. Sappiamo che si tratta di due campi differenti e come tali li trattiamo.

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