Archivi categoria: ebook

Marco Onofrio “Da Omero all’e-book. Le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura”, Parte II

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Evgenia Arbugaeva Weather_man

Alla metà del ‘400 data l’inizio della  “galassia Gutenberg”, con l’invenzione della stampa a caratteri mobili. Se la scrittura trasferiva le parole dal mondo del suono a quello dello spazio visivo, la stampa le fissa definitivamente in questo spazio. Le parole stampate sono nitide, regolari, inevitabili, più facilmente leggibili. Ciò che è stampato diventa con ciò stesso fededegno, nella misura in cui tendenzialmente veritiero e “autorevole”. Il passaggio dal manoscritto al libro stampato segna il primo atto della “riproducibilità tecnica” della cultura. Prima di allora le edizioni erano manoscritte (da copisti, ma anche per mano dell’autore), e il libraio nella sua bottega – lo “scriptorium” – provvedeva a far trascrivere copie su ordinazione dell’originale. Il numero dei manoscritti era molto basso, la produzione lenta, il costo altissimo. D’altra parte la domanda era limitata, doveva rispondere alle esigenze di una casta culturalmente egemone ed endogamica (gli umanisti e i loro mecenati). La cultura era comunicazione interna fra “addetti ai lavori”: mittente e destinatario appartenevano alla medesima élite.

Albrecht Durer ex-libris 1516

Albrecht Durer ex-libris 1516

Con l’invenzione della stampa nasce la figura dell’editore-stampatore, d’ora in poi medium determinante (mai neutro) fra autore e lettore. L’editore deve vivere del proprio lavoro, ha dunque tutto l’interesse che i libri vengano acquistati e letti da un sempre maggior numero di persone. I lettori potenziali rappresentano un mercato da conquistare. C’è una domanda, cui occorre conformare l’offerta del prodotto tipografico. Anche se i maggiori utenti di libri restano chierici e umanisti (per i quali si stampano opere in latino), una notevole produzione comincia ad essere destinata a più larghe fasce di pubblico, i laici al di fuori dell’élite. Molti autori (i cosiddetti “poligrafi”), inaugurando forme più fluide e disinvolte di lavoro intellettuale, operano proficuamente, in simbiosi con gli editori, nella divulgazione della cultura “alta”, ma anche nella produzione di un’offerta agile, pensata e scritta apposta per rispondere al gusto degli “incolti”. È un fenomeno che contribuisce a normalizzare l’uso anche scritto del volgare. La stampa in volgare ha particolare sviluppo nell’Europa del Nord, dove viene utilizzata, come più efficace strumento di propaganda, dai movimenti politici e religiosi, ad esempio il protestantesimo. In Italia, invece, autori e stampatori continuano per molto tempo a scrivere e pubblicare soprattutto per l’élite culturale.

cardini cervo_unicorno

cardini cervo_unicorno

Lo sviluppo della stampa è rapido e progressivo (nel ‘500 le tirature si contano già sull’ordine delle migliaia di copie) e comporta alcuni fenomeni “collaterali”:

–  il libro costa molto meno del manoscritto: finché era prodotto a mano dal copista, come manufatto singolo, aveva un prezzo insostenibile per l’uomo comune eventualmente alfabetizzato e interessato all’acquisto;

–  di conseguenza, la produzione di libri in serie a costo accessibile permette alla cultura di abbracciare un pubblico enormemente più vasto di quello raggiungibile con i manoscritti;

– la stampa promuove in tutta Europa un vasto fenomeno di alfabetizzazione e di nuovo interesse per la cultura;

– l’editoria inserisce la cultura nel meccanismo economico, quindi la rende soggetta alle leggi di mercato;

–  l’editoria fa nascere un nuovo lettore, che a sua volta la sostiene e ne assicura il successo;

– la stampa elimina le incertezze e le idiosincrasie dei manoscritti, contribuendo alla standardizzazione delle lingue volgari.

Starry_Night by Eugeal

Starry_Night by Eugeal

La stampa, inoltre, trasforma le modalità della lettura, che da pubblica e orale diventa privata e silenziosa. All’epoca dei manoscritti, pochi di numero e poco maneggevoli, la lettura era ancora l’attività sociale di un soggetto che legge ad alta voce dinanzi a un uditorio (il predicatore dal pulpito, il banditore che proclama gli editti, il poeta che recita i suoi versi); i libri stampati, invece, sono numerosi e maneggevoli: chiunque può procurarsene una copia e, se lo può fare, leggerla in disparte. Tuttavia «anche dopo l’introduzione della stampa, la testualità raggiunse solo gradualmente il posto che oggi occupa all’interno delle culture nelle quali la lettura è soprattutto silenziosa (…) ancora per tutto il corso del XVIII secolo, molti testi letterari, anche se composti per iscritto, erano comunemente destinati ad essere recitati in pubblico, in origine dall’autore stesso. Leggere ad alta voce in famiglia o in altri piccoli gruppi era un’attività ancora comune all’inizio del XX secolo» (Ong).  Per questo molti autori, fino al Romanticismo, si esprimono, scrivendo, secondo una retorica basata ancora sull’oralità, come in vista di una pubblica lettura. Il lettore è un orecchio che ascolta più che uno sguardo che legge. Soltanto nel corso dell’Ottocento, con l’ulteriore sviluppo massificato della stampa, l’autore acquisisce una mentalità tipografica che lo porta a dialogare con lo spazio bianco del foglio (equivalente al silenzio), utilizzandolo in funzione espressiva. La stessa ricerca della “poesia pura” che sostanzia tanti sviluppi poetici del Simbolismo europeo, deriva secondo Ong «dal senso dell’autonomia dell’espressione della scrittura e, ancora più, dal senso di chiusura creato dalla stampa».

Ardengo Soffici Chimismi

Ardengo Soffici Chimismi

Il genere orale dell’epica lascia il passo al genere scritto del romanzo borghese, sempre più soggettivo e introspettivo, tipico frutto della cultura tipografica e della nuova coscienza che essa ha contribuito a sviluppare. Alle soglie del Novecento l’imponente sviluppo scientifico e tecnologico consente una sempre più sofisticata e precisa riproducibilità dell’opera d’arte (Benjamin), la quale si emancipa definitivamente dalla dimensione del “rito”. Con la possibilità di una fruizione potenzialmente infinita, l’arte perde l’antico valore cultuale, l’“aura”, l’unicità dell’“hic et nunc”. L’esperienza estetica si decontestualizza dall’evento originario che l’ha prodotta. Il rito collettivo viene parcellizzato in una serie continuativa di fruizioni solitarie. Non ha più senso parlare di “originale”, in quanto le copie sono prodotte meccanicamente in serie, su scala industriale, e tutte perfettamente identiche. L’arte diventa merce, creata per stimolare e soddisfare i bisogni e i sogni delle masse: nasce l’industria culturale. Mass media come radio e televisione importano tecnologie linguistiche “avvolgenti” che rendono passivo il fruitore, riportando in auge la dimensione orale e, per certi versi, quella magica delle epoche remote. La televisione è una “scatola radiofonica” che ha in più il beneficio pittografico delle immagini, profuse a getto continuo: una sorta di totem luminoso (il nuovo focolare delle famiglie) che ipnotizza l’attenzione dello spettatore, sostituendosi al suo pensiero. Quale miglior strumento per plasmare e controllare i voleri delle masse? Anche l’avvento del cinema (e di Hollywood come “fabbrica dei sogni”) modifica profondamente l’immaginario collettivo, le strutture percettive, i linguaggi della comunicazione e della ricerca artistica. I romanzi non saranno più gli stessi, dopo la diffusione mondiale dei film e l’assimilazione del montaggio e del ritmo cinematografico. Enormi cambiamenti nei processi di elaborazione semiotica dei linguaggi e di interpretazione semantica della “realtà” produce, fra l’altro, l’oceano di carta stampata (tabloid, rotocalchi, fotoromanzi, etc.) che inonda ogni giorno il pianeta, specialmente nella seconda metà del Novecento, fino alla soglia degli anni ’80.

The_Scream___Eugeal_version_by_Eugeal

The_Scream___Eugeal_version_by_Eugeal

L’ultima fase è quella che stiamo ancora vivendo. Il computer di massa, completando l’opera pervasiva svolta per decenni dalla televisione, giunge negli anni ’90 (dopo l’incubazione dei prototipi ad uso militare) a produrre la maggiore rivoluzione antropologica – nelle tecnologie dei linguaggi ma anche nelle abitudini quotidiane – dai tempi della stampa di Gutenberg. La diffusione mondiale del personal computer ha segnato l’avvento della terza rivoluzione industriale e – grazie alle incommensurabili potenzialità democratiche di Internet, senza cui questo blog non potrebbe esistere – della società a informazione globalizzata. Tutta la storia e tutta la cronaca del mondo sono simultaneamente a disposizione di ogni internauta: basta un clic. Il computer ha trasformato per sempre (in meglio) il modo di scrivere e di comporre “in fieri” l’architettura delle frasi digitate sullo schermo. Si è sveltito, ottimizzandosi, il lavoro nelle redazioni dei giornali, nelle case editrici, nelle tipografie. Intere biblioteche possono essere contenute e trasmesse in minuscoli dispositivi elettronici. Telefonini cellulari, iPhone, iPod, tablet, book reader e altri accessori, in continua evoluzione e rapidissima obsolescenza, completano il bagaglio iper-tecnologico dell’uomo contemporaneo; ma la “disponibilità totale” dei linguaggi e dei testi aumenta di pari passo il pericolo della loro dispersione entropica, con il conseguente indebolimento progressivo delle segnaletiche utili per orientarsi nel “labirinto”. I codici cambiano più velocemente di quanto impieghiamo ad impararli: essere up to date impone un aggiornamento continuo e compulsivo, parallelo a quello dei dispositivi. La storia si è accelerata a tal punto che sembra ferma: tutto è in rapidissima evoluzione. Il libro cartaceo è già stato affiancato dall’e-book e (forse?) rischia di esserne soppiantato. Siamo nel pieno di una rivoluzione culturale della quale non possiamo fino in fondo valutare gli scenari e gli sviluppi. Le grandi predizioni sono ormai fuori portata: ci è concesso, al più, di navigare a vista.

Marco Onofrio  

Annunci

8 commenti

Archiviato in crisi, ebook, estetica

Parla Jonathan Galassi, presidente di Farrar, Straus & Giroux, la più prestigiosa casa editrice americana: Pubblico e mass media; «I libri sono stati messi da parte»; «Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più»; «I lettori fanno i critici»; «esistono poeti che vendono bene»; «I critici sono a rischio di estinzione». Intervista di Giulio D’Antona

Jonathan GalassiVentidue premi Pulitzer, tra i quali: John Berryman, Bernard Malamud, Michael Cunningham, John McPhee, Jeffrey Eugenides e Marilynne Robinson. Venticinque premi Nobel, tra i quali: Knut Hamsun, T.S. Elliot, Isaac Bashevis Singer e William Golding. Ventitré National Book Award , tra i quali: Jonathan Franzen, Tom Wolfe e Robert Lowell. Sono le placche e i diplomi inquadrati, retti a malapena dalla parete che fronteggia la porta d’ingresso alla sede di Farrar, Straus & Giroux, la casa editrice fondata da Roger W. Straus Jr. e John Farrar nel 1945, oggi indubbiamente la più prestigiosa del panorama editoriale americano. Non è soltanto una questione di riconoscimenti pubblici, non solo una questione di numero di scrittori premiati, ma di sensibilità e dedizione alla causa editoriale, invariata in settant’anni di pubblicazioni.
Oggi, alla scrivania che è stata di Robert Giroux siede Jonathan Galassi, uno degli ultimi editori romantici. Poeta, romanziere — la sua prima opera di narrativa è uscita da poco in Italia, per la traduzione di Silvia Pareschi e si intitola La musa (Guanda, 2015) —, traduttore — di Leopardi e Montale, tra gli altri — e detentore di uno degli sguardi più lucidi sul panorama letterario americano e internazionale. Pensare alla carriera di Galassi è come immaginare uno scoglio in mezzo ai marosi della crisi di settore, alle tempeste del dubbio e alle basse maree dei lettori in secca. Parlare con Galassi significa prendere atto della storia dell’editoria e considerarla tutta assieme: preda dei suoi alti vertiginosi e vittima dei suoi bassi abissali.
I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte.

books 5Cosa sta succedendo ai libri?

Quello che sta succedendo ai libri lo vedi ogni giorno quando accendi il cellulare. La gente ha a disposizione tanti modi di passare il tempo, che i libri sono diventati una pratica occasionale, anche per i lettori più forti, attenti e dedicati. Non è successo in una notte, c’è voluto parecchio tempo, è stato un processo graduale, ma è quello che ci troviamo di fronte oggi. I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte. Hanno assunto una posizione defilata, secondaria. È un processo ancora in corso, ma oggi più che mai vive di un accelerazione drastica. Poi c’è il digitale, che intacca le vendite. I libri hanno cominciato a essere venduti online, in vari formati, per prezzi sempre minori e i librai hanno dovuto adattarsi, se volevano rimanere nella competizione. La mia paura è che succeda quello che è successo alla musica: che i libri perdano di valore.

Sta succedendo davvero?

Sicuramente. Hanno cominciato perdendo l’importanza centrale che avevano e poi hanno perso valore economico. È un po’ come se stessero scomparendo dal panorama del reale.

E la letteratura? È destinata a scomparire coi libri?

No, direi di no. Ci sono ancora un sacco di pazzi in giro che vogliono scrivere e abbastanza persone che vogliono leggere. Stanno cambiando le generazioni, stanno cambiando i mezzi, si stanno moltiplicando le possibilità. Le nuove generazioni vogliono essere al centro dell’azione: giocano, scrivono, hanno a disposizione un’infinità di media tra i quali possono spaziare. Non hanno bisogno di concentrarsi su un unico mezzo, ma questo non vuol dire che lo abbandoneranno definitivamente. La letteratura non scomparirà, ma dovrà adattarsi. Dovrà rassegnarsi a diventare parte di un continuum dell’intrattenimento, un tassello in un tutto talmente vario e talmente universalmente accessibile — pensa di nuovo al telefono: hai tutto lì, non hai bisogno di nient’altro — da risultare utile, ma non più necessario.
Eppure, negli Stati Uniti vengono pubblicati un milione di libri l’anno.
Ci sono molti piccoli editori super-specializzati, moltissimo self-publishing. È come con la poesia: tutti vogliono scrivere poesie, ma sono veramente pochi quelli disposti a leggerle.

Perché gli editori li lasciano fare?

Parli del self-publishing?

Anche.

Non glielo lasciamo fare. Molti editori hanno provato ad arginare il fenomeno, a creare diversivi in grado di distogliere le persone da questo nuovo strano culto dell’ego, ma pubblicarsi un libro da soli è talmente facile. Chiunque voglia farlo, trova online tutti gli strumenti, basta aggiungere un po’ di astuzia e di senso del gusto e il gioco è fatto.
Sa che in una libreria di New York c’è a disposizione una macchina per stampare da soli qualche copia del proprio libro? La cosa bella è che ti permettono di stampare, ma sulla macchina è esposto un cartello che avverte che i libri stampati non verranno venduti nella libreria.
Perché lo sanno, che nessuno li comprerebbe davvero. Gli unici clienti per una faccenda del genere sono chi ha scritto il libro e i suoi genitori, magari. E quindi esattamente il numero di copie che l’utente produce. Né più, né meno.

books 1

Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più

Oltre al self-publishing: in America si pubblicano circa trecentocinquantamila libri l’anno. È tanto.
C’è un altro fenomeno in atto da molti anni, ma che negli ultimi tempi si sta estremizzando: ogni anno pochi titoli sono in grado di vendere milioni di copie in pochissimo tempo. E di fatto catalizzano tutta l’attenzione del poco pubblico rimasto. Il fatto è che i lettori non sono più indipendenti, seguono i trend, proprio come succede nell’industria musicale e in quella cinematografica, proprio come succede nella moda. Così, l’attenzione del pubblico viene concentrata tutta su un grande fenomeno, piuttosto che essere distribuita su uno spettro di interessi. La buona letteratura non attrae più, quello che attrae sono i fenomeni di costume, che possono essere o meno buona letteratura (spesso non lo sono). Chi vince, insomma, prende tutto. Non c’è più spazio per la costanza di leggere, perché la letteratura si sta assimilando agli altri intrattenimenti di massa. Ci sono libri veramente buoni che vengono pubblicati e sono costretti ad appoggiarsi a un bacino di lettori sempre più esiguo. Escono molte meno recensioni sui giornali e la curiosità viene fagocitata dall’immensa mole di informazioni mediate da Internet.

Che ruolo ha la critica in tutto questo?

I critici sono sempre meno e godono di una sempre minore autorità. La critica stessa, come forma giornalistica, sta piano piano scomparendo. Questo perché ai lettori occasionali, cioè alla fetta più ampia dei lettori di oggi, non interessano veramente le critiche. Chi legge un libro all’anno non ha bisogno di sapere se quel libro è piaciuto o meno a un critico del Times. I critici sono a rischio di estinzione. Però questa situazione genera un paradosso: siccome le recensioni sono sempre meno, quelle che un libro riesce a collezionare diventano sempre più importanti. Il paradosso nel paradosso è che pur essendo importanti, non muovono copie ma si limitano a “blasonare” il libro.
Il paradosso nel paradosso nel paradosso è che nel frattempo i lettori a cui non importa della critica, per non sbagliare fanno i critici.
Certo. Postano le loro recensioni, danno i voti su Amazon e sugli altri siti di vendita. Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più e nessuno capisce più niente. La verità è che ormai un numero sempre minore di lettori forti ha veramente letto abbastanza da avere un fondamento critico in quello che fa.

Come fa un editore a sopravvivere a questo scenario?

[Ride]. Bella domanda. Credo che gli editori debbano essere molto attenti, prudenti ma orientati sulle nuove tendenze. Noi a FS&G facciamo questo mestiere perché crediamo in un certo tempo di letteratura e in un certo tipo di poesia. Crediamo nella coerenza del nostro prodotto e nell’affidabilità del nostro messaggio. È quello che ci ha premiato e ci ha dato onore in tutti questo anni. Ci sono molti editori che credono in questo tipo di costanza, ma è altrettanto scivolare fuori dai radar. In un certo senso sono convinto che oggi si scriva molto meglio che trent’anni fa, ma anche che parte della buona letteratura si perda inevitabilmente nella massa.

Si parla di lei come di un editore romantico…

Se faccio questo mestiere è perché lo amo. Ci sono entrato per amore e penso ancora che la maggior parte dei miei colleghi resistano per amore. Nel mio libro La musa, cerco di trasmettere un messaggio: quello che conta nel rapporto tra un autore e il suo editore è l’amore dell’uno nei confronti dell’altro. Tutto inizia con un innamoramento e cresce come una relazione romantica. Sì, sono un romantico.

books 12

Trova che questo genere di romanticismo si stia perdendo?

C’è una battuta di settore: «Come fai a mettere assieme una piccola fortuna lavorando nell’editoria? Investendo una grande fortuna». Non è romantico, questo? Non ci si diventa ricchi, non con la letteratura. Non più, per lo meno.

Eppure nascono sempre nuovi editori.

Credo che sia una questione generazionale. Gli scrittori ringiovaniscono e così il pubblico — per una questione di mera demografia — e gli editori devono adattarsi ai nuovi autori e ai nuovi lettori. Se un giovane editore si lancia sul mercato, lo fa probabilmente perché pensa di pubblicare qualcosa che nel panorama attuale non trova spazio. Ho un esempio che ti piacerà: minimum fax, vent’anni fa in Italia. Marco Cassini è un romantico e assieme a Daniele Di Gennaro ha fondato un nuovo editore per rispondere a un nuovo pubblico. Si tratta di mettere sul mercato qualcosa che manca, sostanzialmente, e di farlo perché si è convinti di poter comunicare in un modo che nessun altro ha trovato prima.
Ma ora si tratta comunque di incastrarsi in un mercato saturo.
È sempre una mezza pazzia dal punto di vista economico, sicuro.

Negli Stati Uniti succede meno?

Il mercato è molto più grande. Nascono alcuni editori locali, ma è difficile che una piccola realtà dell’Arizona, per esempio, riesca poi avere un impatto nazionale. C’è chi lo fa.
Considerando tutte queste premesse inquietanti: come si fa ad avere ancora talmente tanta fiducia in un libro da lanciarlo sul mercato? Come si fa a capire se un libro funzionerà?
Non si può. Ma lo hai detto tu: io sono un romantico e mi lancio comunque. Credo che dipenda dall’esperienza e che il tempo costruisca una tale fiducia attorno alle proprie sensazioni da farci diventare sempre più sicuri di quello che facciamo. Ci sono libri che mi piacciono, e per questo penso che possano piacere ad altri, così come ci sono libri che piacciono a me ma che so che non piacerebbero a molte altre persone. I primi li pubblico di sicuro, i secondi meno.
Lei parte avvantaggiato: poeta, traduttore, romanziere. Com’è coniugare tutto questo con il mestiere di editore?
Sono un editore, prima di tutto. Le altre cose che faccio, le faccio per piacere. Però più invecchio più cerco di scrivere. Forse perché il tempo stringe e invecchiando ho guadagnato fiducia in me stesso, ho meno paura di lanciarmi. Un po’ come quando scelgo i libri da pubblicare. Non ho mai creduto che il fatto di lavorare i libri di altri potesse essere un ostacolo alla mia attività di scrittore, né viceversa. Anzi, casomai ho sempre imparato qualcosa di utile per ognuna della attività, coltivando le altre.

Crede nella poesia?

Che possa ancora comunicare qualcosa?

Che possa vendere.

Dipende dal poeta. Uno dei protagonisti del mio romanzo è una poetessa da milioni di copie, una specie di rockstar. Una figura inesistente. Però esistono poeti che vendono bene come i romanzieri. Magari non i romanzieri da bestseller, ma stiamo parlando di un altro tipo di sensibilità e un altro tipo di pubblico. La poesia lavora su un piano temporale differente dalla narrativa: ci mette più tempo ad attaccare, ma poi dura più a lungo. A FS&G pubblichiamo molta poesia, è uno dei nostri marchi, assieme alle traduzioni. Sappiamo che si tratta di due campi differenti e come tali li trattiamo.

18 commenti

Archiviato in ebook, Giornali, letteratura, libri, Pubblico e mass media