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È scomparso Dario Fo, il premio Nobel del 1997, il«giullare», come è stato definito da quella parte d’Italia che fa capo al potere clerico-fascista; il grande drammaturgo, come diciamo noi, un intellettuale e un artista che non è mai sceso a patti con il potere partitico e il conformismo dell’Italia di questi ultimi decenni

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«I miei grandi maestri? Ruzzante e Molière». Ci ha lasciati Dario Fo, è morto a 90 anni e sette mesi per complicazioni polmonari. Era ricoverato da 12 giorni all’ospedale Sacco di Milano. Un’esistenza bizzarra, unica. «Esageratamente fortunata», come diceva lui stesso. Figlio di un capostazione era nato il 24 marzo del 1926 in un paesino del lago Maggiore. L’ attore versatile, il drammaturgo, il regista, lo scenografo, l’impresario del suo teatro, lo scrittore, il pittore, l’uomo che ha occupato un ruolo sinistra eslege, il «giullare», come  è stato definito dalla massa dei conformisti benpensanti a cui non andava giù l’assegnazione del Nobel nel 1997. Dario ha sempre fatto il teatro che gli era congeniale, quello di Ruzzante e della Commedia dell’arte, quello che si fa beffe del potere e del Palazzo, come lo chiamava Pasolini. Il Nobel manda in tilt gli intellettuali benpensanti. Dario Fo: l’eterno giullare, premio Nobel per la Letteratura, istrione del palcoscenico, come viene definito.

Siamo neli anni dell’Accademia di Brera, ricchi di stimoli culturali, fino alla divisa della Repubblica di Salò, «per non finire deportato in Germania»,  come spiegò più tardi. Dai testi radiofonici del Poer nano all’esordio con Parenti e Durano al Piccolo Teatro con Il dito nell’occhio, all’unica esperienza cinematografica, con Carlo Lizzani che gli cuce su misura il film Lo svitato. E poi l’incontro con Franca Rame, fulminante,  la donna della sua vita, la compagna che ha saputo dargli per tutta la vita il sostegno e l’incoraggiamento di cui Dario aveva assoluto bisogno.

Siamo negli anni della messa al bando dalla Rai democristiana. Siamo nel 1968 quando una sua canzonetta, cantata insieme a Enzo Jannacci, viene rifiutata dal Festival di San Remo.

Marito e moglie danno vita ai surreali titoli degli anni Cinquanta e Sessanta, Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare; debuttano in tv nella scandalosa Canzonissima del ‘62 che gli costò la messa al bando per 14 anni dalla Rai democristiana. Segue il grande successo di Mistero Buffo del ‘69, dove Fo riprende a modo suo la lezione dei fabulatori e dei cantastorie, raccontando il sacro e il profano, sberleffi e sublime, le storie della Bibbia e dei Vangeli, di papi boriosi e di villani. Il ‘69 è anche l’anno della strage di piazza Fontana, inizio della strategia della tensione e degli anni bui. Storia e cronaca entrano prepotenti nel teatro di Dario, che sera dopo sera scrive e riscrive le pièce modificandole in diretta sugli eventi. Così è per Morte accidentale di un anarchico, sulla morte di Pinelli; così per Il Fanfani rapito. Un teatro fitto di rumori e di sberleffi, trombette e quisquilie, gli anni ruggenti della Palazzina Liberty. La polizia trova ogni pretesto per impedire gli spettacoli, irrompe sovente anche in teatro. Con grande intuito Dario Fo trasforma quelle invasioni in episodi improvvisati di una farsa che continua. Un elenco di sberleffi contro il potere ottuso dell’epoca democristiana con il suo grammelot infarcito di lessemi e di fonemi, di idiomi disparati, nonsense, bisticci linguistici. Una invenzione in progress, irrefrenabile, multiforme, magmatica, irriverente, prorompente che prende corpo in circa un centinaio di testi teatrali.

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Accolto con entusiasmo all’estero, con sufficienza e ironia in Italia, dove la nicchia benpensante della letteratura italiana mal digerì quel Nobel. Dario Fo, diceva la motivazione degli Accademici svedesi, «seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi». Riconoscimento a cui Dario rispose ringraziando quei dimenticati e anonimi maestri, ricordando Ruzzante e Molière e, su tutti, Franca Rame, la sua compagna di una vita, con la quale condivise il riconoscimento dandole  pubblicamente il ruolo di coautrice di tante commedie e sua consigliera. Franca Rame muore il 29 maggio del 2013. Per Dario Fo è un dramma. Al lutto di Franca si aggiunge quelli di Enzo Jannacci, amico e complice di canzoni irriverenti, da «Ho visto un re» a «El purtava i scarp del tennis» e quello recente di Gianroberto Casaleggio. È Franca a mancargli sempre di più, la perdita è incolmabile. Si getta nella campagna politica, appoggia il movimento dei 5 Stelle, scrive testi e articoli, interviene nei media, dipinge.

Una disperata vitalità. Ricordo che, intervistato sui giovani, disse che dovevano pensare a «grandi imprese». Li voleva spronare a non acquietarsi al presente, a non accettare la vulgata del potere.

(Giorgio Linguaglossa)

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Dario Fo e Franca Rame, 1962

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Su cantiam, su cantiam…
“Popolo di poeti, di cantanti, di canzonettisti, di cantautori;
Popolo di Canzonissima: cantate!
Popolo del miracolo
Miracolo economico
O popolo che volendolo
Puoi far
Quel che ti par
Hai libertà di transito
Hai libertà di canto
Di canto e controcanto
Di petto ed in falsetto
Chi canta è un uomo libero
da qualsivoglia ragionamento
Chi canta è già contento
di quello che non ha
Su cantiam, su cantiam
Evitiamo di pensar
Per non polemizzar
Mettiamoci a ballar
Su cantiam, su cantiam
Evitiamo di pensar
Per non polemizzar
Mettiamoci a ballar
Facciam cantare gli orfani
Le vedove che piangono
E quelli che dimostrano [E gli operai in sciopero]
Lasciamoli cantare
Facciam cantare gli esuli
Quelli che passano le frontiere
Assieme agli emigranti
Che fanno i minator
Su cantiam, su cantiam
Evitiamo di pensar
Per non polemizzar
Mettiamoci a ballar
Su cantiam, su cantiam
Evitiamo di pensar
Per non polemizzar
Mettiamoci a ballar
O popol musicomane
Che adori i dischi in plastica
Aspetti Canzonissima
Come Babbo Natale
Un Babbo un poco frivolo [senza scrupoli]
che alleva un sacco di canzonette
E poi te le fa correre al posto dei cavall
E poi te le fa correre al posto dei cavall
Boom!”

Sigla di Canzonissima 1962

Musica di Dario Fo e Fiorenzo Carpi.

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comunicato-di-solidarieta-degli-operai-a-dario-fo-per-il-licenziamento dalla RAI 1962

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DIECI POESIE ANTOLOGIA di TOMAS TRANSTRÖMER traduzione e Presentazione di Enrico Tiozzo – Notturno, da “Den halfärdiga himlen”, 1962; Musica lenta, da “Klanger och spår”, 1966; Tardo maggio, da “Stigar”, 1973; Elegia, 1973; Lo sguardo dell’inverno, da “Det vilda torget”, 1983; La stazione, 1983; Profondamente in Europa, da “För levande och döda”, 1989; Volantini, 1989; Arcate romaniche, 1989; Air mail, 1989

pittura Jason Langer, 2001

Jason Langer, 2001

Commento di Enrico Tiozzo: Premiato il più grande poeta svedese
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Stoccolma, 6 ottobre 1992
Era dal 1974 che il Nobel per la letteratura non andava alla Svezia (soprattutto a causa delle polemiche nate quell’anno per il premio assegnato a due membri della stessa Accademia giudicante), ma Tomas Tranströmer non fa parte dell’Accademia ed è stato candidato al Nobel ogni anno a partire dal 1993. Dopo un’attesa quasi ventennale, era giusto che gli svedesi trovassero il coraggio di insignire del premio il loro massimo poeta vivente, tradotto in tutto il mondo e considerato un indiscusso, anche se nascosto, maestro. Tranströmer infatti era e rimane estraneo al mondo accademico. Nato a Stoccolma nel 1931, dopo studi di psicologia nell’Università della capitale svedese, ha poi scelto la carriera dell’impiegato amministrativo nella cittadina industriale di Västerås fornendo cosí una chiara indicazione della sua estraneità agli ambienti delle Accademie e delle Università. Della sua infanzia e della sua adolescenza, apparentemente spensierate e serene, ma percorse in realtà da un crescente senso di angoscia culminato in una vera e propria crisi psichica, Tranströmer ha lasciato uno splendido ritratto nel libro autobiografico Minnena ser mig  pubblicato in Svezia nel 1993 e tradotto tre anni dopo in italiano (I ricordi mi vedono, Göteborg, 1996).
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Partendo da esperienze personali e narrate in uno stile nudo ed essenziale (la casa nel popolare quartiere di Söder a Stoccolma, la figura del vecchissimo nonno pilota di rimorchiatori, il divorzio dei genitori, le figure dei vicini, l’episodio traumatizzante di quando a 5 anni si perse per le strade di Stoccolma ma riuscí a ritrovare da solo la strada di casa, la passione per le visite solitarie nei musei, le difficili esperienze scolastiche, ecc.) Tranströmer tratteggia via via, in questo libro, il quadro di una crescente inquietudine e di un malessere spirituale, ignoti ai suoi familiari e scanditi dalla solitudine, dal dolore per l’assenza del padre, e dalla consapevolezza di essere considerato un estraneo dai compagni che avevano interessi e comportamenti diversi dai suoi. Ad uno di loro che lo picchiava sistematicamente, Tranströmer oppose una resistenza passiva comportandosi come «una salma, uno straccio inanimato che lui poteva schiacciare come voleva. Se ne stancò». Diario drammatico e commovente di un inserimento molto difficile nella vita, scritto con estrema lucidità e senza un briciolo di autocommiserazione, il libro rimane una delle cose migliori, e meno note all’estero, di Tranströmer. Il poeta fu felicissimo quando decisi di tradurlo , e i contatti con lui furono intensi ma passarono soprattutto attraverso il filtro della moglie Monica, divenuta la voce del poeta dopo l’ictus degli anni ’90 che ha portato Tranströmer all’afasia e alla riduzione ma non all’interruzione dell’attività poetica, come dimostra anche la raccolta Sorgengondolen (La gondola a lutto) del 1996, dettata alla moglie in grado di percepire le parole del poeta.
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Le poesie dell’esordio, con la raccolta 17 dikter (17 poesie) del 1954¸gli erano valse, da parte della critica svedese, il titolo di «maestro delle metafore» e un’immediata e meritata collocazione di rilievo nelle lirica svedese degli anni Cinquanta per la classicità e insieme l’inconfondibile ricchezza del suo stile, ben riconoscibili anche dietro il velo modernista. Quelle poesie, in cui il sogno è spesso il punto di partenza per le riflessioni dell’autore, quasi a voler sottolineare che ogni cosa ha un’origine immateriale, contengono infatti immagini veramente “senza fili” dove una quercia può apparire come un’alce pietrificata ed il mare di settembre può sembrare una fortezza. Una ricchezza di immagini destate dalla fantasia, che servono a Tranströmer per meglio esprimere un’esperienza rilevante e che offrono al lettore un nuovo angolo visuale della realtà. A questa straordinaria abbondanza figurativa fanno però da efficace contrappunto la costante sobrietà e la contenutezza nella scelta della parola poetica.
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Con le sillogi poetiche degli anni Sessanta, in particolare Klanger och spår (Echi e tracce) del 1966, Tranströmer, che è anche un appassionato cultore della musica, si dimostra indifferente alle nuove esigenze di una poesia “impegnata” nel dibattito politico sociale, sorprendendo e in parte deludendo quei critici letterari del suo Paese che non si erano ancora accorti della grande coerenza del poeta (ormai tradotto in una trentina di lingue straniere), del tono inconfondibile e perciò, in qualcjhe misura, immutabile della sua poesia cosí asciuttamente classica e nello stesso tempo tipicamente scandinava nella capacità di cogliere gli elementi freddi e nudi della realtà. Le raccolte degli anni ’70 (il poeta autoconsapevolmente critico ha sempre pubblicato con grande parsimonia)  come Östersjöar (Mari dell’Est) del 1974 e Sanningsbarriären (La barriera della verità) del 1978, hanno confermato infatti la fedeltà del poeta ai sempiterni temi dell’enigma e della rivelazione, del dolore e della difficoltà che fa parte del processo di identificazione di se stessi e del mondo. Grazie anche a fondamentali ed illuminanti contributi critici (come il saggio di Kjell Espmark sull’opera tranströmeriana del 1983, che ha identificato i modelli del poeta in Hölderlin, Rilke, Dante) alla fine degli anni ’80 è arrivata per Tranströmer la definitiva consacrazione con la silloge För levande och döda (Per vivi e morti) del 1989, concentrata sul tema della presenza costante della morte nelle aperte vie della vita. La sporadica, per forza di cose, produzione poetica dell’ultimo ventennio, fa ritenere motivatamente  che il Nobel sia stato assegnato al grande lirico svedese soprattutto per quanto ha prodotto fino agli anni Novanta.
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foto donna allo specchio in posa.
© traduzione italiana di Enrico Tiozzo, in: Poeti Svedesi Contemporanei, a cura di E. Tiozzo, Frosinone, 1992

Notturno, da “Den halfärdiga himlen”, 1962
Musica lenta, da “Klanger och spår”, 1966
Tardo maggio, da “Stigar”, 1973
Elegia, 1973
Lo sguardo dell’inverno, da “Det vilda torget”, 1983
La stazione, 1983
Profondamente in Europa, da “För levande och döda”, 1989
Volantini, 1989
Arcate romaniche, 1989
Air mail, 1989

Tomas-Transtromer 2

Tomas-Transtromer

POESIE
 
Notturno (1962)

Guido attraverso un villaggio di notte, le case spuntano
nella luce dei fari – sono sveglie, vogliono bere.
Case, fienili, cartelli, veicoli senza padrone – è adesso
che si vestono di Vita. – Gli uomini dormono:

Alcuni possono dormire tranquilli, altri hanno il volto
teso come stessero in duro allenamento per l’eternità.
Non osano lasciarsi andare benché il loro sonno sia pesante.
Riposano come sbarre abbassate quando il mistero passa.

usciti dal villaggio la strada va tra gli alberi del bosco.
e gli alberi silenziosi concordi fra di loro
hanno un colore teatrale che è nel riflesso del fuoco.
Come sono evidenti le loro foglie! Mi seguono fino a casa.

Nel letto per dormire, vedo immagini sconosciute
e segni che si scarabocchian da soli dietro le palpebre
sul muro del buio. Nella fessura fra veglia e sonno
una grande lettera cerca d’infilarsi invano.

Musica lenta (1966)

L’edificio è chiuso. Il sole entra attraverso i vetri delle finestre
e riscalda la parte superiore delle scrivanie
che sono abbastanza forti da sopportare il peso dei destini umani.

Siamo fuori oggi, sulla discesa lunga e larga.
Molti vestiti di scuro. Si può stare nel sole ad occhi chiusi
e sentire il vento che lentamente spinge avanti.

Arrivo troppo raramente all’acqua. ma adesso sono qui
fra grandi pietre dai pacifici dorsi.
Pietre che lentamente sono retrocesse su dall’onda.

Tardo maggio (1973)

Meli e ciliegi in fiore aiutano il luogo a librarsi
nella dolce sporca notte di maggio, bianco salvagente, volano i pensieri.

Erbe ed erbacce con silenziosi insistenti battiti di ali.
la buca per le lettere splende zitta, lo scritto non si può ritrattare.

Dolce freddo vento attraversa la camicia e cerca il cuore.
Meli e ciliegi, ridono in silenzio di Salomone
fioriscono nel mio tunnel. Io ho bisogno di loro
non per dimenticare ma per ricordare.

Elegia (1973)

Apro la prima porta.
È una grande stanza soleggiata.
Un’auto pesante passa per la strada
e fa tremare il vasellame.

Apro la porta numero due.
Amici! Avete bevuto il buio
e siete divenuti visibili.

Porta numero tre. Una stretta camera d’albergo.
Vista su una strada secondaria.
Un lampione che scintilla sull’asfalto.
La bella scoria delle esperienze

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Tomas-Transtromer

Lo sguardo dell’inverno (1983)

Mi appoggio come una scala e arrivo
col viso al primo piano del ciliegio.
Sono dentro la campana dei colori di sole.
Finisco le ciliegie rossonere più svelto di quattro gazze.

Allora mi colpisce d’improvviso un freddo da lontano.
L’attimo s’annera
e rimane come segno d’ascia in un tronco.

Da adesso in poi è tardi. Andiamo via quasi correndo
sparendo alla vista, giù, giù, fra le cloache antiche.
i tunnel. Là camminano per mesi,
metà per lavoro e metà per fuga.

Corta devozione se una botola s’apre sopra a noi
e una debole luce cade.
guardiamo in alto: il cielo stellato attraverso il tombino.

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La stazione (1983)

Un treno è entrato. Sta qui vagone per vagone,
ma chiuse sono le porte, nessuno sale o scende.
Ma ci son le porte? Là dentro pullula
di gente chiusa dentro che va avanti e dietro.
Guardano fuori per i finestrini immobili.
E fuori passa un uomo lungo il treno con un martello.
Batte sulle ruote, batte piano. ma non qui!
Qui si dilata il suono stranamente: una tempesta,
uno scampanio da duomo, un suono da viaggio intorno al mondo
che alza tutto il treno e le pietre umide della contrada.
Tutto canta. Dovete ricordarvelo. Continuate il viaggio!

Profondamente in Europa (1989)

Lo scafo scuro che galleggia fra due chiuse
riposo nel letto dell’albergo mentre la città intorno si sveglia.
La sveglia silenziosa e la luce grigia entrano dentro
e lentamente mi sollevano al prossimo livello: il mattino.

Orizzonte ascoltato. Vogliono dir qualcosa, i morti.
fumano ma non mangiano, non respirano ma hanno voce.
Mi affretterò per le strade come uno di loro.
la nereggiante cattedrale, pesante come luna, ha flusso di marea.

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Air mail (1989)

Alla ricerca di una buca
portai la lettera per la città.
Nel bosco grande di pietra e cemento
svolazzava questa farfalla smarrita.

Il tappeto volante del francobollo
le traballanti lettere dell’indirizzo
più la mia verità sigillata
adesso sospesa sopra il mare.

L’argento strisciante dell’Atlantico.
I banchi di nuvole. La barca da pesca
come un osso d’oliva sputato.
E la pallida cicatrice della scia.

Quaggiú il lavoro procede piano.
Guardo spesso l’orologio.
Le ombre degli alberi sono cifre nere
nel silenzio avaro.

La verità sta per terra
ma nessuno osa prenderla.
La verità sta per la strada.
Nessuno la fa sua.

Arcate romaniche (1989)

Dentro l’enorme chiesa romanica s’affollavano i turisti
nella penombra.
Volta si spalancava dietro volta senza fine.
Svolazzavano fiamme di candela.
Un angelo senza volto mi abbracciò
e sussurrò attraverso tutto il corpo:
“Non vergognarti di essere uomo, sii fiero!
Dentro te s’apre volta dietro volta all’infinito.
Non finisci mai ed è così che deve essere”.
Ero accecato dalle lacrime
e fui spinto fuori nella piazza piena di sole
insieme con Mr. e Mrs. Jones. Il Signor Tanaka e
la Signora Sabatini
e dentro loro s’apriva volta dietro volta all’infinito.

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Volantini (1989)

La silenziosa rabbia scarabocchia sul muro in dentro.
Alberi da frutto in fiore, il cuculo chiama.
È la narcosi della primavera. Ma la silenziosa rabbia
dipinge i suoi slogan all’inverso nel garage.

Vediamo tutto e niente, ma dritti come periscopi
presi da una timida ciurma sotterranea.
È la guerra dei minuti. Il bruciante sole
è sopra l’ospedale, il parcheggio della sofferenza.

Noi chiodi vivi conficcati nella società!
Un giorno ci staccheremo da tutto.
Sentiremo il vento della morte sotto le ali
e saremo piú dolci e piú selvaggi che qui.

enrico tiozzo

enrico tiozzo

Enrico Tiozzo è nato a Roma, dove si è laureato nel 1970 con una tesi sulla ricerca di Dio in Pär Lagerkvist, pubblicata lo stesso anno da Bulzoni. Da oltre trent’anni è professore ordinario di Lingua e letteratura italiana presso l’Università di Göteborg, in Svezia. È autore di numerosi studi sulla letteratura italiana del Novecento (Bonaviri, Bertolucci, Sciascia) e sulla lirica svedese contemporanea (Espmark, Forssell, Tranströmer). A partire dagli anni Settanta ha collaborato alle pagine per la cultura prima dei quotidiani “Il Tempo” e “Il Messaggero” di Roma, e successivamente a quelle del “Dagens Nyheter” di Stoccolma. Attivo anche come traduttore, è stato premiato nel 2003 dall’Accademia di Svezia per la qualità del suo lavoro. Tra le sue opere piú recenti figura Il premio Nobel e la letteratura italiana (Catania, La Cantinella, 2002).

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Parla Jonathan Galassi, presidente di Farrar, Straus & Giroux, la più prestigiosa casa editrice americana: Pubblico e mass media; «I libri sono stati messi da parte»; «Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più»; «I lettori fanno i critici»; «esistono poeti che vendono bene»; «I critici sono a rischio di estinzione». Intervista di Giulio D’Antona

Jonathan GalassiVentidue premi Pulitzer, tra i quali: John Berryman, Bernard Malamud, Michael Cunningham, John McPhee, Jeffrey Eugenides e Marilynne Robinson. Venticinque premi Nobel, tra i quali: Knut Hamsun, T.S. Elliot, Isaac Bashevis Singer e William Golding. Ventitré National Book Award , tra i quali: Jonathan Franzen, Tom Wolfe e Robert Lowell. Sono le placche e i diplomi inquadrati, retti a malapena dalla parete che fronteggia la porta d’ingresso alla sede di Farrar, Straus & Giroux, la casa editrice fondata da Roger W. Straus Jr. e John Farrar nel 1945, oggi indubbiamente la più prestigiosa del panorama editoriale americano. Non è soltanto una questione di riconoscimenti pubblici, non solo una questione di numero di scrittori premiati, ma di sensibilità e dedizione alla causa editoriale, invariata in settant’anni di pubblicazioni.
Oggi, alla scrivania che è stata di Robert Giroux siede Jonathan Galassi, uno degli ultimi editori romantici. Poeta, romanziere — la sua prima opera di narrativa è uscita da poco in Italia, per la traduzione di Silvia Pareschi e si intitola La musa (Guanda, 2015) —, traduttore — di Leopardi e Montale, tra gli altri — e detentore di uno degli sguardi più lucidi sul panorama letterario americano e internazionale. Pensare alla carriera di Galassi è come immaginare uno scoglio in mezzo ai marosi della crisi di settore, alle tempeste del dubbio e alle basse maree dei lettori in secca. Parlare con Galassi significa prendere atto della storia dell’editoria e considerarla tutta assieme: preda dei suoi alti vertiginosi e vittima dei suoi bassi abissali.
I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte.

books 5Cosa sta succedendo ai libri?

Quello che sta succedendo ai libri lo vedi ogni giorno quando accendi il cellulare. La gente ha a disposizione tanti modi di passare il tempo, che i libri sono diventati una pratica occasionale, anche per i lettori più forti, attenti e dedicati. Non è successo in una notte, c’è voluto parecchio tempo, è stato un processo graduale, ma è quello che ci troviamo di fronte oggi. I libri, che per secoli sono stati il punto focale della cultura, sono stati messi da parte. Hanno assunto una posizione defilata, secondaria. È un processo ancora in corso, ma oggi più che mai vive di un accelerazione drastica. Poi c’è il digitale, che intacca le vendite. I libri hanno cominciato a essere venduti online, in vari formati, per prezzi sempre minori e i librai hanno dovuto adattarsi, se volevano rimanere nella competizione. La mia paura è che succeda quello che è successo alla musica: che i libri perdano di valore.

Sta succedendo davvero?

Sicuramente. Hanno cominciato perdendo l’importanza centrale che avevano e poi hanno perso valore economico. È un po’ come se stessero scomparendo dal panorama del reale.

E la letteratura? È destinata a scomparire coi libri?

No, direi di no. Ci sono ancora un sacco di pazzi in giro che vogliono scrivere e abbastanza persone che vogliono leggere. Stanno cambiando le generazioni, stanno cambiando i mezzi, si stanno moltiplicando le possibilità. Le nuove generazioni vogliono essere al centro dell’azione: giocano, scrivono, hanno a disposizione un’infinità di media tra i quali possono spaziare. Non hanno bisogno di concentrarsi su un unico mezzo, ma questo non vuol dire che lo abbandoneranno definitivamente. La letteratura non scomparirà, ma dovrà adattarsi. Dovrà rassegnarsi a diventare parte di un continuum dell’intrattenimento, un tassello in un tutto talmente vario e talmente universalmente accessibile — pensa di nuovo al telefono: hai tutto lì, non hai bisogno di nient’altro — da risultare utile, ma non più necessario.
Eppure, negli Stati Uniti vengono pubblicati un milione di libri l’anno.
Ci sono molti piccoli editori super-specializzati, moltissimo self-publishing. È come con la poesia: tutti vogliono scrivere poesie, ma sono veramente pochi quelli disposti a leggerle.

Perché gli editori li lasciano fare?

Parli del self-publishing?

Anche.

Non glielo lasciamo fare. Molti editori hanno provato ad arginare il fenomeno, a creare diversivi in grado di distogliere le persone da questo nuovo strano culto dell’ego, ma pubblicarsi un libro da soli è talmente facile. Chiunque voglia farlo, trova online tutti gli strumenti, basta aggiungere un po’ di astuzia e di senso del gusto e il gioco è fatto.
Sa che in una libreria di New York c’è a disposizione una macchina per stampare da soli qualche copia del proprio libro? La cosa bella è che ti permettono di stampare, ma sulla macchina è esposto un cartello che avverte che i libri stampati non verranno venduti nella libreria.
Perché lo sanno, che nessuno li comprerebbe davvero. Gli unici clienti per una faccenda del genere sono chi ha scritto il libro e i suoi genitori, magari. E quindi esattamente il numero di copie che l’utente produce. Né più, né meno.

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Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più

Oltre al self-publishing: in America si pubblicano circa trecentocinquantamila libri l’anno. È tanto.
C’è un altro fenomeno in atto da molti anni, ma che negli ultimi tempi si sta estremizzando: ogni anno pochi titoli sono in grado di vendere milioni di copie in pochissimo tempo. E di fatto catalizzano tutta l’attenzione del poco pubblico rimasto. Il fatto è che i lettori non sono più indipendenti, seguono i trend, proprio come succede nell’industria musicale e in quella cinematografica, proprio come succede nella moda. Così, l’attenzione del pubblico viene concentrata tutta su un grande fenomeno, piuttosto che essere distribuita su uno spettro di interessi. La buona letteratura non attrae più, quello che attrae sono i fenomeni di costume, che possono essere o meno buona letteratura (spesso non lo sono). Chi vince, insomma, prende tutto. Non c’è più spazio per la costanza di leggere, perché la letteratura si sta assimilando agli altri intrattenimenti di massa. Ci sono libri veramente buoni che vengono pubblicati e sono costretti ad appoggiarsi a un bacino di lettori sempre più esiguo. Escono molte meno recensioni sui giornali e la curiosità viene fagocitata dall’immensa mole di informazioni mediate da Internet.

Che ruolo ha la critica in tutto questo?

I critici sono sempre meno e godono di una sempre minore autorità. La critica stessa, come forma giornalistica, sta piano piano scomparendo. Questo perché ai lettori occasionali, cioè alla fetta più ampia dei lettori di oggi, non interessano veramente le critiche. Chi legge un libro all’anno non ha bisogno di sapere se quel libro è piaciuto o meno a un critico del Times. I critici sono a rischio di estinzione. Però questa situazione genera un paradosso: siccome le recensioni sono sempre meno, quelle che un libro riesce a collezionare diventano sempre più importanti. Il paradosso nel paradosso è che pur essendo importanti, non muovono copie ma si limitano a “blasonare” il libro.
Il paradosso nel paradosso nel paradosso è che nel frattempo i lettori a cui non importa della critica, per non sbagliare fanno i critici.
Certo. Postano le loro recensioni, danno i voti su Amazon e sugli altri siti di vendita. Tutti sono scrittori, tutti sono critici, nessuno legge più e nessuno capisce più niente. La verità è che ormai un numero sempre minore di lettori forti ha veramente letto abbastanza da avere un fondamento critico in quello che fa.

Come fa un editore a sopravvivere a questo scenario?

[Ride]. Bella domanda. Credo che gli editori debbano essere molto attenti, prudenti ma orientati sulle nuove tendenze. Noi a FS&G facciamo questo mestiere perché crediamo in un certo tempo di letteratura e in un certo tipo di poesia. Crediamo nella coerenza del nostro prodotto e nell’affidabilità del nostro messaggio. È quello che ci ha premiato e ci ha dato onore in tutti questo anni. Ci sono molti editori che credono in questo tipo di costanza, ma è altrettanto scivolare fuori dai radar. In un certo senso sono convinto che oggi si scriva molto meglio che trent’anni fa, ma anche che parte della buona letteratura si perda inevitabilmente nella massa.

Si parla di lei come di un editore romantico…

Se faccio questo mestiere è perché lo amo. Ci sono entrato per amore e penso ancora che la maggior parte dei miei colleghi resistano per amore. Nel mio libro La musa, cerco di trasmettere un messaggio: quello che conta nel rapporto tra un autore e il suo editore è l’amore dell’uno nei confronti dell’altro. Tutto inizia con un innamoramento e cresce come una relazione romantica. Sì, sono un romantico.

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Trova che questo genere di romanticismo si stia perdendo?

C’è una battuta di settore: «Come fai a mettere assieme una piccola fortuna lavorando nell’editoria? Investendo una grande fortuna». Non è romantico, questo? Non ci si diventa ricchi, non con la letteratura. Non più, per lo meno.

Eppure nascono sempre nuovi editori.

Credo che sia una questione generazionale. Gli scrittori ringiovaniscono e così il pubblico — per una questione di mera demografia — e gli editori devono adattarsi ai nuovi autori e ai nuovi lettori. Se un giovane editore si lancia sul mercato, lo fa probabilmente perché pensa di pubblicare qualcosa che nel panorama attuale non trova spazio. Ho un esempio che ti piacerà: minimum fax, vent’anni fa in Italia. Marco Cassini è un romantico e assieme a Daniele Di Gennaro ha fondato un nuovo editore per rispondere a un nuovo pubblico. Si tratta di mettere sul mercato qualcosa che manca, sostanzialmente, e di farlo perché si è convinti di poter comunicare in un modo che nessun altro ha trovato prima.
Ma ora si tratta comunque di incastrarsi in un mercato saturo.
È sempre una mezza pazzia dal punto di vista economico, sicuro.

Negli Stati Uniti succede meno?

Il mercato è molto più grande. Nascono alcuni editori locali, ma è difficile che una piccola realtà dell’Arizona, per esempio, riesca poi avere un impatto nazionale. C’è chi lo fa.
Considerando tutte queste premesse inquietanti: come si fa ad avere ancora talmente tanta fiducia in un libro da lanciarlo sul mercato? Come si fa a capire se un libro funzionerà?
Non si può. Ma lo hai detto tu: io sono un romantico e mi lancio comunque. Credo che dipenda dall’esperienza e che il tempo costruisca una tale fiducia attorno alle proprie sensazioni da farci diventare sempre più sicuri di quello che facciamo. Ci sono libri che mi piacciono, e per questo penso che possano piacere ad altri, così come ci sono libri che piacciono a me ma che so che non piacerebbero a molte altre persone. I primi li pubblico di sicuro, i secondi meno.
Lei parte avvantaggiato: poeta, traduttore, romanziere. Com’è coniugare tutto questo con il mestiere di editore?
Sono un editore, prima di tutto. Le altre cose che faccio, le faccio per piacere. Però più invecchio più cerco di scrivere. Forse perché il tempo stringe e invecchiando ho guadagnato fiducia in me stesso, ho meno paura di lanciarmi. Un po’ come quando scelgo i libri da pubblicare. Non ho mai creduto che il fatto di lavorare i libri di altri potesse essere un ostacolo alla mia attività di scrittore, né viceversa. Anzi, casomai ho sempre imparato qualcosa di utile per ognuna della attività, coltivando le altre.

Crede nella poesia?

Che possa ancora comunicare qualcosa?

Che possa vendere.

Dipende dal poeta. Uno dei protagonisti del mio romanzo è una poetessa da milioni di copie, una specie di rockstar. Una figura inesistente. Però esistono poeti che vendono bene come i romanzieri. Magari non i romanzieri da bestseller, ma stiamo parlando di un altro tipo di sensibilità e un altro tipo di pubblico. La poesia lavora su un piano temporale differente dalla narrativa: ci mette più tempo ad attaccare, ma poi dura più a lungo. A FS&G pubblichiamo molta poesia, è uno dei nostri marchi, assieme alle traduzioni. Sappiamo che si tratta di due campi differenti e come tali li trattiamo.

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