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foto Moschino Fall winter 2022

Moschino, Fall winter, 2022 – esempio di compostaggio ibrido di elementi kitsch. Nell’ipermoderno la Moda anticipa le tendenze artistiche ed interpreta al meglio lo spirito dei tempi –

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Lo spettro della Poetry kitchen

Uno spettro si aggira per il mondo della poesia di accademia che si fa in Italia…
Lo spettro della poetry kitchen
Possiamo perimetrare il luogo vacante del soggetto a misura dell’insuccesso della simbolizzazione

Il detto secondo cui «l’io non è più padrone in casa propria», significa che l’io è uno straniero a se stesso, che nella soggettività si annida una alienazione primaria non eliminabile

non possiamo pensare nulla che preceda il linguaggio, il Reale appare, da un lato come una eccentricità interna ad esso, dall’altro come un eccedente della struttura linguistica

La parola è il cavallo di Troia, una volta che fa ingresso nella città delle parole, si perde nelle strade più svariate, e il significante è il suo cavaliere che crede ingenuamente di guidare il cavallo secondo i suoi desideri, ma si inganna

Il Reale in sé non è assolutamente nulla, è semplicemente
un vuoto nella struttura simbolica che segnala una impossibilità. Il Reale non equivale a qualcosa di esterno che non si lascia catturare dalla rete simbolica ma rappresenta la smagliatura stessa all’interno di tale rete

È il linguaggio pubblicitario che impone al linguaggio poetico le sue regole, si tratta di una modifica del linguaggio che è avvenuta nelle profondità. Oggi la politica estetica la fa la pubblicità

Wo Es war soll Ich werden, significa, per Lacan, che l’io non emerge dall’abisso dell’inconscio come un’isola dal mare, ma è un luogo di emersione della verità del soggetto ciò che riconduce l’io alla sua dimensione immaginaria

(citazioni a cura di Marie Laure Colasson)

“L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata”. “Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto” .1

La diafania del mondo del capitalismo cognitivo rende incognito ciò che non è diafanico, ciò che appare in superficie non corrisponde più a ciò che è nel profondo e che affiora dal profondo perché non c’è più profondità ma soltanto superficie superficiaria.

Se tutto è linguaggio implica che nulla è linguaggio, il linguaggio corrisponde direttamente con il nulla.

Nelle condizioni del capitalismo diafanico e del totalitarismo putiniano la poiesis semplicemente non ha un luogo, non ha luogo. L’arte totalmente oscurata di cui narrava Adorno è divenuta ratio del profitto, e quindi deiettata fuori della logica del capitalismo cognitivo che si regge sulla legislazione inconscia del profitto. La poiesis oggi in Occidente non è neanche legislazione inconscia di un qualcosa d’altro ma linguaggio superficiario della superficie.

(Giorgio Linguaglossa)

1 T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1970, trad. it. pp. 32,33

Francesco Paolo Intini

A mio avviso il vuoto che circonda la poesia Noe somiglia paradossalmente alla bevanda in cui sono immerse le bolle di gas. Ogni verso ha questa possibilità, di andare oltre, deflagrare in qualche altro universo, germinare altrove portandosi dietro il Dna del poeta che la pressione del proprio tempo ha conficcato nel profondo della lattina. E dunque c’è lo stare assieme dominati dalla legge della serendipità e da poche altre che entrano in funzione quando si è stretti nello stesso spazio e c’è che poi, all’atto dell’apertura del sigillo, ciascun verso viaggia per suo conto, mettendo un microsenso al posto di guida.
In quale terra si approda? Dove porta la forza propulsiva della spuma?
Anche indietro nel tempo dove il presente tocca qualche zolla del passato:

I piemontesi entrarono in casa nostra a cavallo sotto la neve di febbraio.
“Qu’est qu’il y à dans cet enfer?”. Le truppe distribuivano pasticcini al vaiolo.
Questa mattina il generale Cialdini sorseggia un tè, nel caffè Francesco II.

Ma lo spazio è dominato da onde distruttive non previste da alcuna teoria o proprio perché banali nella loro crudeltà e semplicità scartate a priori perché ritenute impossibili e irreali. Cosa può una semplice bolla di piacevole iridescenza contro un mare in tempesta?
C’è da mettere nella stiva un po’ di tutto anche “un tailleur nuovo per il giorno dell’ Apocalisse” come fa l’ottimo Vincenzo Petronelli e quelli come me che si riconoscono in queste pagine:

Le insegne già spente oltre l’ora del coprifuoco. “Avete il green pass?”
Il cameriere serve spezzatino in zuppa e filetto Stroganoff.
“Volodymyr, per il giorno dell’Apocalisse pensavo di indossare il nuovo tailleur”.

Basterà il desiderio di non arrendersi per sopravvivere?
I nuclei di alcuni atomi scalpitano nelle ogive, non vedono l’ora di passare ai fatti dopo anni di noia ad aspettare. Stalin e Kruscev e tutti quelli che a loro tempo fecero da controparte della cortina, sembrano giganti a confronto con gli attuali lillipuziani, pasticcioni e vanagloriosi che agitano lo spettro della distruzione finale come se fosse qualcosa di trattabile da cui riprendersi subito dopo con delle benda qui e là e qualche disputa accesa nei salotti buoni della televisione.
In tutta questa crudeltà di animi che spazio c’è ancora per la parola dopo che, spogliata di qualunque bellezza, rivela il mostro al suo interno?

Francesco Paolo Intini

Colazione al plutonio

L’uomo nero si spaventa per il nucleo sottosopra.
Chi l’ha sabotato?

E mentre il sospetto cade sull’ acciuga della margherita
nell’ altro universo, dove il nulla è un signor qualcuno,
chi fischietta indifferente e chi porta la valigia delle 10.25.

Dall’uovo di T.S. Eliot spunta un T-Rex
E il via vai è forte tra Wall Street e il tegamino.

Gino Rago

da Storie di una pallottola e della gallina Nanin 

La poetry kitchen è anche la poiesis della cucina;
ma il frigorifero è vuoto.
Dunque, lottare con il vuoto, ma vuoto non è il frigorifero,
il vuoto è nelle parole stesse.
Siamo alla fine della immortalità, bisogna ricorrere alle metafore cinetiche.
chi intenda fare poetry kitchen dev’essere nella consapevolezza
che della funzione di vedetta su una nave

n. 11

Il commissario Montalbano spegne la sgaretta.
Poi fa un monologo interiore a bassa voce.
Dice:
«Madame Colasson,
la pallottola calibro 7.65 del suo revolver può ridurre ad uno scolapasta
quel distinto Signore di Stavrakakis
e invece ha colpito
un platano del libro di Gino Rago I platani sul Tevere diventano betulle,
mentre il suo autore, il distinto poeta,
correva dietro le sottane di Catherine Deneuve…
Lo so, non è stata Lei a sparare…
Ritengo che in qualche modo abbia la sua parte quel Linguaglossa,
il titolare dell’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani,
l’energumeno che ha trattato la tangente per 65 milioni di dollari
con gli emissari di Putin.
Anche i leghisti, lo sa, sono una banda bassotti della peggiore specie,
dove possono arraffano…
Stia attenta anche a quel filosofo greco
che si spaccia per marxista…
In verità, io dei marxisti non mi fido,
preferisco loro la crossdresser Ewa Kant,
presidia sempre il marciapiede al Moulin Rouge…»

Il dottor Montalbano riprende fiato.
Poi dice:
«Madame Colasson,
vede quel Signore lì? Quello con la giacca a quadretti?
E’ Alain Robbe-Grillet.
Sì, lo scrittore.
Crede di essere un avatar, un calzolaio, un aiuto lavapiatti.
Sta là dietro,
nel retrobottega, in cucina come addetto alla lavanderia
e alle pulizie dello stabile,
al pronto soccorso delle parole in ortopedia.

Nella sala d’attesa dell’aeroporto
Liz Taylor e Audrey Hepburn litigano.
Vogliono un posto in una Struttura dissipativa della Colasson,
invece vi precipita Italo Calvino con tutte le scarpe.
Adesso Marlon Brando fa il posteggiatore abusivo a Fiumicino
e Robert Mitchum fa l’autista di taxi in “Taxi driver”.

Sulla testa di Robbe-Grillet cadono palloncini colorati,
carte da gioco,
un corno di corallo, una statuina decapitata, un collare per cani,
una crema di aloe, un totem in alabastro,
una confezione di taralli
e un tubetto di dentifricio “Colgate” con fluoro activ…

Madame Colasson, Lei non ha un alibi!».

Mauro Pierno
Compostaggio (luglio 2021)

Laura aveva 10 anelli: uno per ogni dito
quanti i figli nati anche con i cesarei.

Il mare dall’oblò.
A Venezia il parrucchiere per signore von Aschenbach.

La rotta degli alluci coincide con il prossimo anticiclone che trafùga oggetti alla primavera.

Dove i treni non si fermano
lì è il luogo ove sostare.

Le relazioni verticali in poesia sono fittizie. In realtà ogni verso è parte di un lungo testo orizzontale

Sopravvivere all’attacco dei versi. Pandemia che provoca vomito e bifida la lingua.Optare per l’uno o l’altro.

Buon Giorno Signor Klister. Ha risolto il problema?
Con tutto il materiale indiziario in suo possesso,
dovrebbe giungere a conclusione il contezioso con le parti offese.

Il piano finale è senza interruzione. Le divise corte,
con calzoncini alle ginocchia. Le magliettine estive.

Una giraffa dialoga con il tempo sul tempo del tempo
prende il suo tempo seduta su uno sgabello da bar

gesticola e discute con un corvo che fuma un sigaro avana

Ed un becco di pappagallo che noi perdemmo nel ventitré, pre, preprepreprepre pre pre

Venite in vacanza qui
Comfort, camere sanificate, picnic,

Colazione a buffet, piscina con idro, sale relax
e penne bic

La Ladyboy Aris fa sesso con il Macho Zozzilla
Gli dice: «Il Green Pass passerà»

Prima, una bella vacanza, poi l’abitudine.
– Eh.

Ciò che conta è quello che manca, ciò che manca è quello che conta. Sta scritto nel thriller.

È ora che ti scegli un marito se non vuoi superare la trentina e trovarti nel dimenticatoio. Anche questo sta nel thriller.

“Non abbiamo già abbastanza guai,
da andarceli a cercare a tutti i costi? Cosa c’è, ti puzza
l’aria, che vuoi andar via da qua?”, con gli occhi accesi

Noi camminiamo sulla riva del mare
È ieri. È oggi. Ci si accosta, ci si sorride
Precipitiamo. Pioggia. Sole. E di nuovo pioggia
Sappiamo che l’inverno non è lontano
È ieri. È oggi. Rammento soltanto le tue mani.
Sappiamo che ieri è già domani.

[Questo è quanto. In ordine di apparizione :
M.M. Gabriele, Mauro Pierno, Mimmo Pugliese, M.R. Madonna, Michal Ajvaz, Francesco P. Intini, M.M. Gabriele, Mauro Pierno, M.L. Colasson, Renato Carosone, Gino Rago, G. Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosy, G. Linguaglossa, Vincenzo Petronelli, M.R. Madonna]

*

nel retrovisore dell’auto in corsa
tra i profughi
tra le animelle che la foglia di alloro confonde. Questa è la gloria dei Carri e dei Droni.
Non vogliono udire
il cielo aperto ed i tavoli restano imbanditi
da coperti congelati.
La neve pure così elencata nella forma del gelo slarga il ragù rappreso.
Che proiettile inventi ora tra il cervello ed il costato?

La lavastoviglie pregava il sapone e la schiuma fece il resto
Il cavallino di legno nitrì anni dopo al vecchio libertino
l’i-pad lasciò il suo messaggio ai sacerdoti del tempio
Un templare, di furia e incanto, misurò la forca al primo atomo
Non ci fu doglia sul marciapiede smarrito. Un passeggino vuoto

cremava lacrime di gelato dalle ruote rosicchiate da un topolino
Il bambino rideva, a ogni dito rosicchiato un cerbiatto moriva
bevendo l’acqua del lago montano. Le cime sono cartoline
per la vista di carbonite.

Epitaffi erano gli schermi, le lapidi iraconde. Tutto nasconde
il segreto di Paracelso. Nel sole nitrisce
il rinoceronte. Putin osserva la nebbia. La mente abbaia. Insetti muovono l’asse terrestre.

*

Distretto 1 Maurizio Costanzo
Sasso 2 Opera trafitta
Oca 3 Orfeo negro
Indaco 4 Calcio d’angolo
Risorto 5 Incudine è martello

Opificio aperto 24h, per sempre chiuso
Vagiti di cani senza ombre
Nick Cave suona le macerie di Bach
Intanto, 3 poeti inaugurano il jazz
Jack sente 2 alberi cadere in Amazzonia
La vita degli insetti tramortisce l’attesa
Ricorda la passeggiata di Hobbes
I microliti in bicicletta nel tuffo di Celan

Marea nera è bianca nel sole versato
Granchi affiorano divorati dalla nebbia padana
Armadio apre le porte al sogno di Artaud
Jeans sopra le spalle visti da terra
Opera di prospettiva ridisegna l’erba
Cadendo in un limbo erratico

Non trova morte l’orso fucilato dal pesce
Lince e bisonte accendono il fuoco
Holderlin alla catena abita 5 stanze senza luce
Non c’è guerra ma emergenza

Soltanto l’eco è amico del cervo
Il colore del dirupo attira la falena
Mosche rap su ippopotami nel Tamigi
La terra verde nella terra rossa. Tutto ghiaccio

Ogni porta ha 2 chiavi, 4 varchi, 5 catene
È già aperta.

Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e vive tra Trebisacce (Cs) e Roma. Laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza di Roma è stato docente di Chimica. Ha pubblicato in poesia: L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005),  I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019) È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”. È redattore delle Riviste on line “L’Ombra delle Parole”. È in corso di stampa Storie di una pallottola e della gallina Nanin con Progetto Cultura
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Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014), Compostaggi (2020). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”.
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Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e “Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie”. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Nel 2020 esce per Progetto Cultura Faust chiama Mefistofele per una metastasi. Una raccolta dei suoi scritti:  NATOMALEDUE” è in preparazione.
 

36 commenti

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36 risposte a “Uno spettro si aggira per il mondo della poesia di accademia che si fa in Italia, Lo spettro della poetry kitchen, Poesie kitchen di Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Gino Rago, La poesia kitchen si fa con quello che abbiamo in frigorifero, Moda, Moschino Fall winter 2022

  1. Giorgio Linguaglossa
    Scrivevo in un commento del 6 marzo 2019

    https://lombradelleparole.wordpress.com/…/comment…/…

    La Cina è vicina. La nuova poesia è vicina, accettiamo la sfida del Futuro
    cari amici e interlocutori,
    siamo alle soglie di un cambiamento radicale del mondo oggi conosciuto, la Cina con i suoi due miliardi di abitanti e una economia in rapidissimo decollo sta mettendo in crisi gli assetti geopolitici ed economici del globo; lo si voglia o no dovremo tutti fare i conti con i cambiamenti geopolitici ed economici che il prossimo futuro, anzi, già il presente ci impone. Non possiamo sottrarci a questa sfida, né possiamo pensare che da sola l’Italia, possa fronteggiare gli eventi per trarli a suo vantaggio. Il Memorandum, ovvero, con il linguaggio pragmatico dell’inglese, l’Understatement, cioè con un linguaggio pseudo giuridico, l’Accordo sui principi non potrà essere evitato: da una parte la CIna con i suoi due miliardi di uomini e donne in multiforme sviluppo, dall’altra l’Italia che tra venti anni sarà sotto i 50 milioni di abitanti, in declino demografico ed economico.
    Che cosa pensano di fare i nostri sovranisti che tubano con Orban, Putin, Xi Jinping (習近平, 习近平, Xí Jìnpíng; Pechino, 15 giugno 1953)?, con il Presidente della Lituania e con i Presidente dell’Austria?, di poter fare da soli? di continuare a fare i furbetti?, di mettere nel sacco la potenza cinese? – Che cosa pensano di fare i poeti italiani dinanzi a questi eventi macro storici? Pensano di continuare a scrivere alla maniera dei nipotini della linea lombarda e dei nipotini malaticci dei magrellisti di Roma? Pensano veramente di continuare a coltivare le molcedini del cuore della poesia femminile che va di moda in casa Einaudi e la poesia dei topologisti milanesi di casa Mondadori? Ma davvero siamo diventati così sciocchi da non percepire l’immane sommovimento che i nuovi continenti economici, militari e politici, le novità del nuovo mondo che bussa alle porte del vecchio continente?
    Io penso che ormai i tempi siano maturi in Italia per mettersi seriamente a lavorare per una poesia all’altezza dei tempi nuovi e delle nuove sfide politiche, economiche ed esistenziali che la crisi del vecchio assetto dei continenti e delle Potenze occidentali ha determinato.
    Il nostro pensiero di una nuova ontologia estetica non è accaduto per caso o per la velleità di singoli o per velleità auto pubblicitarie. Siamo alle soglie di un nuovo mondo che attende ancora la sua nuova poesia.

  2. La lavastoviglie pregava il sapone e la schiuma fece il resto (S. Marconi)

    La lavastoviglie pregava il sapone di lasciarle un po’ di schiuma. (Da una A un carro armato. F.P.Intini)

    Un consiglio per il giovane S. Marconi. Se si cita un verso di un altro autore è buona norma citarlo come fa M. Pierno per le composizioni di compostaggio o chiunque scriva sull’Ombra.
    Un caro saluto

  3. Uno spettro si aggira per il mondo della poesia di accademia che si fa in Italia, Lo spettro della poetry kitchen, Poesie kitchen di Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Saverio Marconi, Gino Rago, La poesia kitchen si fa con quello che abbiamo in frigorifero, Moda, Moschino Fall winter 2022


    A Moscou, les Russes face au vertige de la guerre : le grand reportage d’Emmanuel Carrère dans L’Obs cette semaine.

    A Moscou, les Russes face au vertige de la guerre : le grand reportage d’Emmanuel Carrère dans L’Obs cette semaine.
    L’auteur de « Limonov » se trouvait dans la capitale russe au début de l’invasion de l’Ukraine. Il raconte, pour « l’Obs », la folle semaine qui a suivi : l’impact des sanctions sur la vie des Russes, leur sentiment de vivre un grand bond en arrière, et la terrible angoisse qui les étreint chaque minute un peu plus.
    Par Emmanuel Carrère (Ecrivain) publié le 09 mars 2022 à 07h00 Le rêve d’Irina « Quand j’étais petite, je rêvais que je me cachais dans la cave d’une maison bombardée, à moitié en ruine. J’entendais, dehors, des rafales de mitraillettes. Ceux qui tiraient, c’étaient les nazis. J’avais peur qu’ils me trouvent et me tuent comme ils avaient tué ma famille. Depuis le début de la guerre, je refais ce rêve, mais il est pire. Parce qu’il y a un moment où je comprends que c’est moi la nazie, et je me réveille en criant. » Ce qu’elle me raconte là, Irina l’a écrit sur sa page Facebook – cette scène a lieu au temps où il y a encore Facebook ; au moment où je la raconte, cinq jours plus tard, c’est fini, plus de Facebook.
    Sa mère l’a appelée, terrifiée, la plupart de ses amis se sont désinscrits de son compte. « Le monde entier nous hait maintenant, nous les Russes », dit Irina, et j’essaie de la réconforter, je lui dis que les gens, enfin, les gens, je ne sais pas, mais beaucoup de Français comme moi sont parfaitement capables de faire la différence, d’abord entre les Russes et leur président devenu fou, ensuite entre les Russes qui soutiennent leur président devenu fou et ceux que sa folie épouvante. Elle est sceptique :

    « Tu crois vraiment qu’ils font la différence ? Moi, ce que je peux te dire, c’est que les Ukrainiens, je les envie. Ils sont des héros, ils sont prêts à se battre et à mourir. Ils agissent. Nous, on vit dans la peur. Et un peu dans l’espoir. Un peu. » Elle répète « un peu », et puis elle se met à pleurer.
    Nous sommes dans une cafétéria au centre de Moscou, bois blond, latte, matcha, la vie urbaine des gens qui n’ont pas trop de soucis, et elle pleure, et à travers la baie vitrée je vois des fourgons de police qui se garent les uns après les autres, de plus en plus nombreux, sous ce ciel chaque matin incroyablement bleu qui rend tout ce qui se passe encore plus effarant. Irina est une femme fine et nerveuse, qui travaille dans une maison d’édition de livres pour enfants. Jeune cinquantaine, classe moyenne moscovite, mais comme souvent en Russie on n’a pas besoin de gratter beaucoup pour que s’ouvre sous cette case sociologique rassurante la trappe de la grande et terrible histoire soviétique.

    Elle est née à Magadan, et Magadan, au-dessus de Vladivostok, c’était comme le savent les lecteurs de Soljenitsyne et Chalamov la porte d’entrée du Goulag. Elle en est partie à 5 ans, c’est devenu très lointain pour elle, mais elle envisage aujourd’hui, sérieusement, d’y retourner. Autre frontière entre les Russes, du moins le genre de Russes que je connais : ceux qui peuvent partir, ceux qui ne peuvent pas. Ceux qui peuvent partir partent ou sont déjà partis. Irina ne peut pas. Pas de visa, et elle sait que ce qui commence ici c’est un voyage dans le temps et les ténèbres.
    L’hypothèse la plus optimiste c’est qu’il n’y ait pas de guerre nucléaire mais ce qui est certain c’est que les sanctions qui frappent la Russie vont durer des années, des dizaines d’années peut-être, et qu’elles vont modifier radicalement leurs vies. Irina a une fille de 13 ans – pas un garçon, heureusement, car dans moins de cinq ans un garçon pourrait être appelé à faire la guerre, on tient compte de ça désormais –, et sa fille essaie de mener avec ses copines sa vie d’adolescente mais elles ont déjà compris, elles et ses copines, que maintenant commence la vie sans Netflix, la vie sans TikTok, et que ça n’est pas une blague. Il y a des gens, ce n’est pas une blague non plus, qui font réinstaller chez eux des téléphones fixes et ceux qui se moquent d’eux, ceux qui ne l’auront pas fait à temps, ils s’en mordront les doigts.

    « La seule chose qui me rassure, dit Irina, c’est que notre pays est très grand. Il y a des endroits où se cacher. Magadan, le Baïkal, l’Altaï… Je fais de la navigation de plaisance, tu sais, j’ai un petit bateau avec des amis, amarré à 50 kilomètres de Moscou. Mon rêve, c’était un long voyage jusqu’en Afrique, par les rivières et par les mers. On avait tout bien préparé, je devais prendre une année sabbatique, partir l’été prochain. Peut-être qu’à la place j’irai avec ma fille jusqu’à l’océan Arctique. Peut-être qu’on vivra au bord de l’océan Arctique. Peut-être qu’on apprendra à vivre autrement. Peut-être que ce sera bien. » Irina éclate en sanglots.

    Fake news
    J’ai transcrit les mots d’Irina, mais j’ai changé son nom, sa profession. Je le fais pour presque tous les gens dont je parle dans cet article, et ça peut sembler fou mais je n’ai pas le droit de dire pour quelle raison, tout à fait avouable, je me trouvais moi-même à Moscou au début de la guerre. Il était prévu que je reparte dimanche dernier, j’ai décidé de rester. Les gens qui m’avaient invité m’ont fait jurer de ne rien écrire qui permette de les identifier. En quelques jours, on a atteint un niveau de paranoïa proche de la Grande Terreur stalinienne. Tout est écouté, plus aucun moyen de communication ne peut être considéré comme sécurisé et, si le doute planait sur ce qu’on risque réellement, une loi vient de le lever, ce vendredi 4 mars, qui réprime les fake news concernant ce qui se passe en Ukraine, avec le barème suivant. Ecrire ou prononcer le mot « guerre » au lieu d’« opération spéciale » : trois ans de prison. Cinq à dix ans si c’est organisé dans le cadre d’un groupe sur internet. Quinze ans si ça a « des conséquences publiques », allez savoir ce que c’est, des conséquences publiques. Cette loi ne vaut pas seulement pour les Russes mais aussi pour les étrangers. Les correspondants de presse se tirent les uns après les autres.
    A défaut de nommer la guerre, on la montre, maintenant. Hier encore, sur Perviy Kanal, le TF1 russe que je regarde au petit déjeuner à l’hôtel, rien que d’anodin, des loteries, des documentaires animaliers. Ce matin, on ne voit plus que des blindés, des incendies, des blessés, et même en ne parlant que peu de russe, difficile de douter quand on entend en boucle nazis, nazis, nazis, génocide, génocide, génocide, et de temps en temps, pour varier, le verbe ounitchtojat’, anéantir. Et puis aussi, tiens : un montage gratiné d’un discours de Goebbels avec celui de Bruno Le Maire disant qu’on va en faire baver aux Russes.

    Je retourne dans ma chambre, je commence à écrire cet article supposé paraître la semaine prochaine, et non seulement personne ne sait à quoi ressemblera le monde la semaine prochaine, mais personne ne sait s’il y aura une semaine prochaine. Je sais, ce vacillement existe partout, la Nouvelle-Zélande doit commencer à craindre l’Apocalypse et je viens de lire que la Micronésie s’associe aux sanctions. Je sais, c’est en Ukraine que ça se passe, c’est sur les Ukrainiens que tombent les bombes, ce sont les centrales nucléaires ukrainiennes auxquelles les Russes commencent à foutre le feu, mais ce qu’on voit en Russie, en tout cas à Moscou, c’est autre chose : une société entière qui, par la volonté d’un seul homme, implose à une vitesse folle. Deux synthèses de la situation. Vladimir Poutine, président de la Fédération de Russie : « Vous allez connaître des choses que personne n’a jamais connues. » Dmitri Mouratov, rédacteur en chef de « Novaïa Gazeta », prix Nobel de la paix : « Le futur est mort. » Champanskoïé J’ai à Moscou deux bons amis, Pavel et Emmanuel, qui dirigent la chambre de commerce franco-russe. Gens pondérés, cultivés, aimant passionnément la Russie et raisonnablement ses dirigeants parce que leur métier est de soutenir les entreprises et investisseurs français, pas Navalny. Un exemple de ce qui les préoccupe, en temps normal : la Russie importe en grande quantité des champagnes de luxe, l’oligarque aimant le Dom Pérignon. Elle en produit aussi une imitation, un mousseux appelé champanskoïé. Acte un : la Russie a exigé que son champanskoïé ait le droit de porter le nom prestigieux de champagne. Acte deux : elle exige maintenant que le champagne français prenne celui, infamant, de « vin pétillant ».

    C’est tellement poutinien, comme façon de faire, que je pensais encore il y a quelques jours écrire là-dessus un petit paragraphe narquois, et un petit paragraphe narquois aussi sur le vétérinaire qui court d’une maison d’expats à l’autre pour signer les certificats permettant de quitter le pays aux animaux de compagnie des quelque 4 000 Français résidant à Moscou. Le goût m’a vite passé des petits paragraphes narquois.
    Je me suis joint trois fois aux briefings quotidiens que mes amis adressent, par Zoom, à la communauté française. D’un jour à l’autre, le conseil de raison garder et de ne pas céder à la panique sonne de plus en plus angoissé. On reste fidèle au poste, mais on évacue sa famille. On continue à dire, comme avant, poliment, « le président Poutine », mais on examine sans les juger trop élevés, « pour l’instant », les risques de guerre civile, ou nucléaire, l’une n’empêchant pas l’autre. Chaque phrase s’accompagne d’une précaution comme « si ça commençait à tourner vraiment mal », ce qui fait d’abord rire parce que ça semble quand même un petit peu commencé, et puis plus rire du tout parce que, comme l’a reconnu Macron après avoir parlé une heure et demie à Poutine, « le pire est devant nous ».
    On fait chaque jour le point sur les filières de sortie encore possibles – par les Emirats, l’Arménie, la Turquie. Pavel m’a fait acheter très tôt un billet pour Istanbul, lundi prochain, et bien m’en a pris car hier ces billets se négociaient vingt fois leur prix au marché noir et aujourd’hui il n’y en a plus du tout. Il est maintenant question d’avions pour Erevan ou Antalya contraints de faire demi-tour, leurs passagers restant en carafe Dieu sait où, sur le territoire russe. On se met à étudier les itinéraires par la Finlande. Les trains bondés, la route, l’exode. Après le Zoom, on se réfugie dans le beau bureau de Pavel qui sort ses meilleures bouteilles, autant les boire avant que tout disparaisse. C’est une petite famille, on est au chaud, si ça commençait à tourner vraiment mal c’est ici que je demanderais asile.

    Les jeunes mariés
    C’est comme le 11-Septembre : tout le monde en Russie se rappellera où il s’est réveillé le matin du jeudi 24 février. Irina était à Tbilissi, pour le mariage de sa meilleure amie. Tout le monde inquiet, très inquiet vu le tour que prenaient les choses, mais on a quand même fait la fête, on s’est souhaité bonne nuit à 2 heures du matin et à 7 heures Olga, la meilleure amie, a frappé à la porte d’Irina en lui disant ça y est, c’est la guerre. Irina a pensé que l’histoire d’Olga et de son mari, Xaver, pouvait m’intéresser, c’est pourquoi nous nous retrouvons pour dîner tous les quatre. Olga est élégante, très brillante verbalement, très drôle, une autorité de femme d’affaires. Un peu plus en retrait au début, Xaver est séduisant aussi, sarcastique. Tous deux suffisamment à leur aise pour fixer le rendez-vous dans un restaurant qui a perdu, mais eu, une étoile au Michelin. Olga est russe, à la tête d’une boîte de design. Xaver, allemand, a des boutiques de mobilier de luxe partout en Europe. Ils se sont rencontrés un an plus tôt dans un salon à Milan. Lui vit à Munich, marié, une fille de 6 ans. Elle, divorcée trois fois, des histoires foireuses, une croix sur les hommes mais elle va à cette réunion qui a priori l’embêtait et voilà. Les coups de foudre n’ont pas besoin de raison, celui-ci en a pourtant une.

    Dès leur premier dîner, Olga et Xaver se découvrent une passion commune pour l’histoire, pour les aspects les plus sombres de l’histoire du XXe siècle et pour ce qu’Olga appelle avec un sourire attendri « our horrible historical background », qui se résume ainsi. Le grand-père d’Olga était un héros ultra-médaillé de l’Union soviétique, survivant du siège de Stalingrad, un de ces hommes rudes dont 20 millions sont morts pour que nous soyons libres. Le grand-père de Xaver, lui, était officier de la Waffen SS – et quand je demande à Xaver s’il l’a connu, il répond que oui, il est mort paisiblement en 1985, c’était un petit vieux espiègle qui ne faisait pas grand-chose d’autre que fumer sa pipe sur un banc et se faire tyranniser par sa femme. Les histoires de famille d’Olga et de Xaver pourraient faire un article entier car l’autre grand-père de Xaver, pilote dans la Luftwaffe, a passé après avoir été capturé par l’Armée rouge dix ans dans un camp de prisonniers en Sibérie – d’où il est revenu en 1952 avec une passion pour Lermontov ; quant à l’arrière-grand-mère d’Olga, ses parents ont été tués par les bolcheviks quand elle avait 12 ans et elle n’a survécu dans la tourmente des années vingt qu’en devenant à 14 ans la maîtresse d’un tchékiste – sous la contrainte d’abord, ça ne l’a pas empêchée de l’aimer toute sa vie. Bref.
    Xaver et Olga voyaient déjà les murs couverts de leurs photos de famille dans l’appartement qu’ils projetaient d’acheter à Moscou car Xaver aime la Russie, y a une partie de ses affaires, parle russe, et comptait prendre l’avion un week-end sur deux pour aller voir sa fille à Munich. C’était un plan à la fois réaliste et joyeux, le genre de plan qu’un couple européen raisonnablement aisé pouvait former avant la guerre, et c’est pour le sceller qu’ils ont décidé de se marier, en dépit de la promesse que s’était faite Olga de ne jamais plus s’y laisser prendre. On peut se marier très vite et facilement à Tbilissi, comme à Las Vegas, mais il faut régulariser ensuite les documents qui ne sont valables ni en Russie ni en Allemagne. Procédure un peu compliquée mais possible en temps normal, sauf qu’entre-temps, comme dit Olga, « mon pays a fait des grosses bêtises », et la voilà piégée car elle n’a pas de visa Schengen et même si elle pouvait partir ça la rendrait malade de quitter pour toujours sa mère, à qui elle ne pourrait même plus envoyer d’argent et de médicaments. Xaver :

    « Ils peuvent tous s’entretuer, moi je m’en fous, ce n’est pas ma guerre, mais elle détruit ma vie. Je ne peux pas sortir ma femme de ce foutu pays, et je suis en train de me rendre compte que ma réalité, c’est ça : je vais devoir choisir entre elle et ma fille. » Xaver a un billet le lendemain pour Munich, via Dubai, et un billet de retour, en principe, le 11 mars. Olga et lui essaient de se raconter que les choses s’arrangeront, que quelque chose va enrayer cette escalade de plus en plus cauchemardesque et qu’ils se retrouveront, en mai, à ce salon du design de Milan où ils se sont rencontrés, un an plus tôt, mais comment y croire ? On est dans ce restaurant chic, lumières tamisées, clientèle de très jolies femmes et d’hommes impérieux, renfrognés – comme sont les riches ici. Comment ne pas trouver ça fou, ces gens dans l’histoire individuelle de qui est si violemment inscrite la plus terrible histoire du XXe siècle, et qui pouvaient s’offrir le luxe de s’y intéresser parce qu’ils vivaient, dans un monde apaisé, une vie normale, légère, sans tragique, et qui se retrouvent tout d’un coup repris là-dedans, déchirés, réduits à des choix insupportables, menacés d’être séparés pour toujours ? « Seul avantage, dit Xaver en s’adressant avec une tendresse sardonique à la femme qu’il aime : maintenant, c’est vous qui allez savoir ce que c’est que d’être les méchants pour tout le monde. Nous, les Allemands, on vous refile le rôle, ça nous changera. » Le dernier iPhone On a tous, sur la table, nos téléphones qui bipent et nous alertent d’un nouvel éboulement dans ce monde qu’on croyait solide et fiable comme une voiture allemande. La réalité se défait comme dans les films de science-fiction, comme dans un roman de Philip K. Dick, comme dans « The Truman Show ». On ne le savait pas, mais tout cela pouvait disparaître. Tout cela disparaît. Ces deux derniers jours : Volkswagen, BMW, Warner Bros, Disney, Netflix, Nike, Spotify, Ikea, Airbnb, Vuitton, Shell, Deezer, Carlsberg, BP, Boeing, Exxon, eBay, Bloomberg, CNN, la BBC, et maintenant Twitter, Facebook.

    Olga se rappelle ceci : il y a quelques années, « Aficha », un magazine branché, a fait un reportage ironique sur le thème : « Peut-on survivre une semaine en ne consommant que des produits russes ? » Réponse : on ne peut pas. Il faudra bien pourtant puisqu’on ne trouvera bientôt plus dans les supermarchés russes aucun produit étranger. Bye-bye Dom Pérignon, welcome champanskoïé. « Dans trois mois, dit Xaver, on sera retourné en “nineteen nineteen”. » J’ai compris nineteen ninety. Xaver rit, de son rire carnassier et triste : « Non, 1990, c’est dans un mois ; dans trois, c’est 1919. » Olga montre son téléphone : « Tu vois, j’ai le dernier iPhone. » J’ai décidément l’esprit lent, je crois qu’elle veut dire le dernier modèle. Elle aussi rit : « Tu n’as pas compris. Celui-là, dans ma main, c’est le dernier iPhone. » Le nerf de la guerre Et comment on va faire, ce soir, pour l’addition ? Il y a trois jours, une éternité, Irina trouvait simplement contrariant de ne plus pouvoir payer le parking avec Apple Pay – l’application sur mobile dont tout le monde se sert ici, la carte de crédit en plastique étant aussi désuète que le chèque chez nous. Et puis j’ai voulu payer notre déjeuner avec ma Visa, je n’ai pas pu, et c’est à ce moment-là qu’on a tous les deux commencé à comprendre que les sanctions, la sortie du système Swift, ce n’était pas un truc entre Etats et banques qui n’affecte les gens qu’à la marge ou en siphonnant leurs économies, ce à quoi les Russes sont habitués, mais que ça va bientôt les empêcher de payer quoi que ce soit.
    En prévision du moment où les cartes ne vont plus bugger une fois sur deux, comme c’est encore le cas, mais à tous les coups, j’ai voulu cet après-midi retirer des roubles, le maximum de roubles au cas où, et on m’a conseillé d’aller dans une agence VTB, une banque suffisamment petite pour n’être pas encore sous sanctions – les services se divisant désormais entre ceux qui sont sous sanctions et ceux qui ne le sont pas encore mais ça ne va pas tarder. Il y avait une bonne vingtaine de gens devant chaque distributeur, tous Russes, soucieux mais calmes, et tous la tête levée vers le tableau indiquant les cours du rouble, de l’euro et du dollar. Il y a trois jours, un rouble valait un peu moins de 10 centimes d’euros, aujourd’hui c’est 15, si j’arrive à en tirer je suis le roi du pétrole tandis que les gens qui m’entourent regardent leurs économies fondre à vue d’œil.
    J’engagerais bien la conversation, mais même si on n’a pas encore signalé d’agressivité envers les étrangers à Moscou, c’est tout de même nous qui les prenons, ces sanctions, plusieurs expats de ma connaissance commencent à baisser la voix quand ils téléphonent en français dans la rue, j’aime mieux ne pas trop la ramener. J’ai une peur bleue que le distributeur avale ma carte, cela n’arrive pas, c’est déjà ça, mais je ne peux rien retirer. Heureusement j’ai payé d’avance l’hôtel et mon billet. Pour le reste, c’est totalement imprévisible. Xaver essaie de payer en premier, il a trois cartes de crédit différentes, aucune ne marche. La mienne si, inexplicablement, mais c’est son dernier soupir. Et le taxi pour l’aéroport, lundi ? Si je me trouvais coincé à Moscou parce que je ne peux pas payer le taxi ? Visa et Mastercard annoncent samedi qu’ils se retirent aussi de Russie. Heureusement, Pavel m’a filé une enveloppe de cash.
    Un boomer russe
    « J’ai déjà vu ça, en plus petit. J’ai été en poste à Bagdad, tout jeune journaliste, dans un temps où l’Irak était un pays prospère, un des plus agréables à vivre du Moyen-Orient. On savait que Saddam gazait un peu ses Kurdes, on regardait ailleurs, tous les chefs d’Etat lui déclaraient leur amitié. Il a cru en envahissant le Koweït qu’on protesterait un peu pour la forme et que ça passerait, business as usual. Mais ça n’est pas passé, le monde entier s’est ligué contre lui, embargo, sanctions, le pays prospère est devenu un pays paria, retourné à l’âge des cavernes, il y est toujours. C’est ça qui est en train de nous arriver. Poutine est devenu un paria mais nous aussi nous devenons des parias.
    C’est dingue, tu sais, ce qu’aura vécu un type de ma génération. Un type qui a été adolescent en Union soviétique et puis, à 20 ans, ce miracle total, totalement inimaginable, de la fin des années 1980. Passer d’un coup de Tchernenko à Gorbatchev, et puis le putsch, les chars dans Moscou, les premières boîtes de nuit à Moscou, les premiers voyages à l’étranger. Le fric à flots, le crime, le Far West des années Eltsine. Vous n’avez aucune idée de ça en France, aucune, qu’est-ce que vous avez vécu, mes pauvres petits ? Mai-68 ? L’élection de Mitterrand ? J’ai peur de Le Pen, ho là là ! Un type de mon âge en Russie, il a des expériences pour dix vies, et voilà on croyait qu’on pouvait se reposer, qu’il ne nous arriverait plus que les choses normales de la vie, acheter une datcha, vieillir, tomber malade, mourir, et il nous arrive ça, au pire la fin du monde, au mieux on va retourner dans notre trou à rats. » S’asseoir une minute en silence S’il a de la chance, chacun a dans la vie quelques amis, les vraiment proches, ceux avec qui il fait la traversée. Leur nombre varie selon le degré de sociabilité mais ne peut pas être très élevé. Gainsbourg comptait les siens sur les doigts de la main gauche de Django Reinhardt, moi je monte jusqu’à une demi-douzaine. Ils sont huit, qui se retrouvent cet après-midi du jeudi 3 mars au monastère de Novodievitchi – haut lieu à la fois religieux et touristique, célèbre pour son cimetière où sont enterrés Tchekhov, Gogol, Prokofiev, Chostakovitch et même Khrouchtchev. Je suis venu avec Lionia et Macha, réalisateur et actrice, à qui m’a adressé mon amie Dinara Droukarova (elle est à Paris, ça me fait plaisir d’écrire son nom.) On ne se connaissait pas la veille, je suis incroyablement ému de la confiance qu’ils me font en m’invitant à les accompagner.
    Leur groupe d’amis ressemble beaucoup au mien : des couples surtout, entre quarantaine et soixantaine, plusieurs exerçant des métiers artistiques, certains un peu connus, et l’un d’eux un chanteur vraiment célèbre. Aucun ne se dit religieux, mais le chanteur vraiment célèbre a un ami moine, fou de moto et de rock’n’roll, qui est devenu une espèce de directeur de conscience affectueux pour toute la bande, et leur a proposé de célébrer une petite cérémonie, pas vraiment clandestine mais discrète, pour bénir ceux qui partent et ceux qui restent. Parce que c’est comme ça, ces jours-ci, dans les groupes d’amis comme dans les familles, et ce qui me frappe c’est à quel point il est évident pour tous que ceux qui partent partent sans retour, et que ceux qui restent ne les reverront probablement jamais.
    Mikhaïl et Anna partent pour Tel-Aviv le 10 mars – précaution d’usage : s’il y a un 10 mars. Il est juif, il a la double nationalité, en principe c’est bon pour eux. Ils sont musiciens tous les deux, je leur raconte cette blague d’autrefois : « C’est quoi, un quatuor à cordes soviétique ? – Un orchestre symphonique qui revient d’une tournée à l’étranger. » Ça les fait rire, même si personne n’a le cœur à rire. Ils viennent d’acheter un bel appartement à Moscou, qu’ils n’ont évidemment pas le temps de vendre, encore heureux vu l’état de remplissage des avions s’ils peuvent mettre un bagage en soute, et je m’en veux d’avoir ne serait-ce qu’un instant imaginé un paragraphe narquois sur le vétérinaire de la colonie française, débordé par les certificats à faire pour l’évacuation des animaux de compagnie, quand la fille d’Anna et Mikhaïl, 8 ans, fait bénir par le père Kosma le petit chat qu’elle n’est pas certaine de pouvoir emmener avec elle.

    Elle a les larmes aux yeux, ses parents et le moine cherchent à la rassurer, en même temps ne veulent pas lui mentir. Un autre couple essaie aussi de partir, leur sort n’est pas plus fixé que celui du petit chat. Les autres restent parce qu’ils ne peuvent pas partir, et le chanteur célèbre parce qu’il ne veut pas, sa vie est ici, son public ici, il ne mourra pas ailleurs.
    Le service fini, on boit sur le trottoir la vodka apportée dans des sacs en plastique, on s’étreint, comme auraient aimé s’étreindre, s’ils avaient su, le père et la mère de Macha. Lui est à Moscou, m’explique-t-elle, et elle, qui est ukrainienne, était allée voir sa sœur à Kharkiv. Ils ont 70 ans, cinquante ans ensemble, ils se parlent encore, par Telegram, que Macha leur a montré comment utiliser, mais ils savent qu’à leur âge c’est fini, ils ne se reverront plus. Le groupe se défait, certains s’en vont ensemble, ils vont continuer à boire à la maison, et je sais que lorsque le moment arrivera de se séparer ils feront ce que font les Russes quand ils partent en voyage, s’asseoir une minute en silence en priant pour se retrouver, un jour, dans cette vie.

    Un monastère en Tchouvachie
    Puisqu’on en est au clergé : un journaliste français m’a donné le contact d’un Vendéen devenu prêtre orthodoxe, « forte personnalité, tu verras ». Je l’appelle par WhatsApp, est-ce qu’on peut se rencontrer ? Il répond oui bien sûr, si ça n’est pas trop loin pour vous, je suis en Tchouvachie. Ah. La Tchouvachie, c’est à 600 kilomètres de Moscou. Il commence déjà à me détailler l’itinéraire : une nuit de train au départ de la gare de Kazan, un changement à l’aube, après je viens vous chercher, vous restez tant que vous voulez, vous verrez c’est agréable. On passe en mode vidéo et ça valait la peine car le père Basile, la soixantaine, la barbe fluviale, l’œil malicieux, a une prodigieusement bonne tête. Je dis que j’ai un peu de trucs à faire à Moscou ces jours-ci, mais que je retiens l’invitation. « Quand vous voulez », dit-il, et, les jours qui suivent, c’est une pensée que je garde en tête, réconfortante.
    Jour après jour, les rumeurs annoncent la loi martiale, l’évacuation en catastrophe de tous les étrangers, le French bashing dans les rues, l’ambassade encerclée comme à Saïgon, la fermeture de tout l’espace aérien, l’explosion d’une centrale nucléaire, l’assassinat de Zelensky par les mercenaires de Wagner, et puis Poutine qui, au point où il en est, appuie sur le bouton, mais moi je me dis maintenant que, « si ça commence vraiment à mal tourner », je prends le train à la gare de Kazan et je vais attendre la fin du monde en Tchouvachie, dans l’agreste ermitage du père Basile. Pour un livre, je crois qu’on ne peut pas faire mieux.
    Ce n’est pas arrivé, d’abord parce qu’à l’heure où j’écris la fin du monde n’est pas arrivée non plus, pas encore, et surtout parce que j’ai eu une seconde conversation avec le père Basile, et qu’il m’a beaucoup refroidi en me tenant de son air débonnaire tout un petit discours sur les nazis qui dirigent l’Ukraine – mais tous les Ukrainiens ne sont pas nazis, attention, il y en a de bons – et la sagesse de l’armée russe qui prend soin d’épargner les populations civiles. Dieu la protège, et protège Vladimir Vladimirovitch.

    Les vraies gens
    Une amie parisienne, au téléphone : mais le peuple ? Pas les intellos comme toi et moi : les vraies gens. Est-ce qu’ils sont complètement désinformés ? Est-ce qu’ils sont pour la guerre ? Pour Poutine ? Difficile de répondre. C’est toujours un problème, les vraies gens. Un autre de mes amis, italien, me disait un jour en riant : mon pays a été dirigé dix ans par Berlusconi et je n’ai jamais rencontré quelqu’un qui vote pour Berlusconi. Des poutiniens, à vrai dire, j’en connais quelques-uns, mais ce sont plutôt des Français expatriés que des Russes. Les Russes que j’ai vus ces jours-ci, ce sont ceux que je décris, et si leur sort m’émeut tellement c’est parce qu’ils me ressemblent. Ce que vivent Macha, Lionia et leurs amis c’est ce que nous vivrions mes amis et moi si une telle catastrophe se produisait en France.
    Maintenant, en dix jours, j’ai dû prendre une vingtaine de taxis – à Moscou, je préfère le métro, qui est le plus beau du monde, mais on est plus tranquille dans un taxi pour parler aux vraies gens et voici, compte tenu de mon piètre russe, le résultat de mon enquête.
    Un tiers des chauffeurs, en gros, a refusé de me répondre – surtout au début, quand j’employais le mot voïna, guerre, sans savoir que rien que l’entendre pouvait vous envoyer au trou. Un deuxième tiers, sans refuser l’échange, dit que c’est des conneries, tout ça. Guerre, quelle guerre ? Regardez, il fait beau, les gens sont dehors, ils se promènent, ils s’amusent, ils font leurs courses, vous savez ce que c’est, la guerre, vous avez entendu parler de Stalingrad ? Un mot résume tout ça : normal’no, qui veut dire beaucoup plus que « normal ». En vrac : c’est O.K., sous contrôle, les gens dont c’est le métier de gérer gèrent, ils savent ce qu’ils font, circulez. Normal’no. Troisième tiers, un gros tiers à vrai dire : ceux qui comme le sage père Basile partent au quart de tour sur le génocide des Russes dans le Donbass, les nazis qu’il faut éradiquer, Poutine qui fait de son mieux pour sauver le monde.

    Pour éviter tout rassemblement, des policiers quadrillent les rues de Moscou le 6 mars, embarquant arbitrairement des passants.
    Pour affiner, je suis allé voir Valeri Fiodorov, qui préside un des trois principaux instituts de sondage russes. Cet institut est financé par le gouvernement, s’empresse-t-il de préciser pour n’avoir pas l’air de me prendre en traître, mais l’institut Levada, plus indépendant, n’a pas encore livré ses chiffres, et je vérifierai par la suite qu’à deux ou trois centièmes près ce sont les mêmes. Sur un échantillon de 1 600 personnes interrogées au téléphone, on arrive à ceci. Pro-guerre : 68 %. Anti-guerre : 22 %. Corrigé, peu encourageant, des variations saisonnières : le chiffre des pro-guerre, depuis le début de la semaine, est en légère mais constante augmentation, celui des anti-guerre, en symétrique décrue. Les pro-guerre, comme on pouvait s’y attendre, sont plus âgés, plus mâles, plus pauvres, moins éduqués, moins urbains, informés par la télévision ; les anti-guerre, plus jeunes, plus féminins, plus urbains, plus riches, plus instruits, informés par les réseaux sociaux.
    Eux et nous : je n’avais pas besoin de Valeri Fiodorov pour m’en douter, mais il ajoute deux choses intéressantes. La première, c’est qu’à part un relativement faible pourcentage d’agités, moins de 20 %, les pro-guerre ne se définissent nullement comme pro-guerre. Ils ne veulent pas la guerre, personne dans son bon sens ne veut la guerre. Seulement ils considèrent que depuis huit ans c’est l’Ukraine, soutenue par l’Occident, qui livre à la Russie une guerre sans merci. Alors que les anti-guerre pensent que Poutine, la semaine dernière, a commencé la guerre (ce que, si c’était vrai, on aurait toutes raisons de lui reprocher), les pro-guerre savent qu’il s’emploie, au contraire, à la finir (et qui serait assez fou pour se plaindre qu’on mette fin à une guerre ?).

    « Poutine croit intimement à la supériorité de l’homme russe » L’autre remarque intéressante concerne les sanctions. Les gens que je connais trouvent terrifiant le grand bond en arrière qui a commencé, et qui a de bonnes chances de durer plus que des années, des dizaines d’années – encore une fois, regardez l’Iran, regardez l’Irak. Mais le paradoxe, qui donne ironiquement raison à Poutine, c’est que les sanctions frapperont les amis de l’Occident, pas les siens. Ce sont les gens comme nous, les anti-guerre, les anti-Poutine, qui allons dépérir, pris au piège d’un monde sans Apple, sans Netflix, sans camembert, sans voyage à l’étranger. Mais le Russe de base ? Le peuple, comme dit ma chère amie ? Qu’est-ce que ça peut lui foutre, au peuple, qu’on ne puisse plus rouler en Jaguar, boire du Dom Pérignon, skier à Courchevel ? Il n’est jamais allé à l’étranger, le peuple, jamais sorti de son oblast, 70 % des Russes n’ont pas de passeport et savent à peine que ça existe. Poutine, par contre, ils savent qu’il existe et qu’il leur veut du bien. Comme m’a dit le chauffeur de taxi particulièrement jovial qui m’a ramené de mon rendez-vous chez le sondeur : « Ça va être pas mal de se retrouver tous ensemble, tous égaux, comme avant, bien au chaud, vo dnié ! » (Vo dnié, ça veut dire : « dans le trou ».) Légende urbaine ?

    Cette histoire m’a été racontée deux fois, avec de légères variantes, je ne sais pas si ça ajoute ou retire à sa crédibilité. Une jeune fille marche seule dans la rue avec une pancarte sur laquelle est écrit « Nié moltchitié », ne vous taisez pas. J’en ai croisé plusieurs, de ces filles, ce sont surtout des filles, qui font ce truc incroyablement courageux : on ne tient pas cinq minutes comme ça sans se faire arrêter, puis condamner à une peine qui augmente de jour en jour. Un jeune type au crâne rasé s’approche : « Tu fais quoi, là ? – Tu vois. Lui : Tu as raison. Moi, je suis un nazi, je ne veux pas de cette guerre, et mes copains nazis non plus. Elle : Moi, je suis juive. – Moi, nazi. On est d’accord, tous les deux. » Ils s’embrassent. Elle s’éloigne avec sa pancarte – tout droit vers la prison, c’est plié d’avance. Il la rappelle, elle se retourne, il lui fait le salut hitlérien. Elle lui sourit.

    (Que l’histoire soit vraie ou non, que le garçon soit réellement néonazi ou qu’il s’en vante, on est dans une situation où se déclarer tel devient un acte de rébellion et de défense de la liberté. Zelensky et les siens sont des nazis ? O.K., moi aussi. Ce pays est fou, ce qui s’y passe est fou.) Les hôtesses de l’air Quand vous lirez cet article, si vous êtes encore là pour le lire, cette vidéo hallucinante aura été planétairement vue, commentée, oubliée, d’autres l’auront remplacée mais croyez-moi, c’était une expérience dystopique intense, du « Black Mirror » à la puissance mille, de découvrir dans un hôtel de Moscou, à l’aube du dimanche 6 mars, cette vidéo, donc, montrant Vladimir Poutine attablé avec une délégation d’hôtesses de l’air et leur expliquant où on en est de la guerre.

    On a beaucoup glosé sur la solitude de Poutine. On sait qu’il ne voit pratiquement plus personne, que le Covid a décuplé sa paranoïa, que pour être reçu quelques minutes par lui il faut s’enfermer quatorze jours sous la garde de types du FSB, et ses dernières apparitions ont confirmé cette impression de bunkérisation et d’étanchéité. Le dialogue avec Macron, chacun à un bout d’une table de 15 mètres. Le monologue de 55 minutes qui a donné le coup d’envoi à la guerre – pardon, à l’opération spéciale. La réunion du Conseil de sécurité, avec la garde rapprochée qui justement n’est pas rapprochée mais très loin du patron, chacun à bonne distance derrière son petit pupitre, chacun pétant de trouille, et ce terrible et prodigieux moment où ça tombe sur Narychkine, l’équivalent du chef de la DGSE, que Poutine jouit d’humilier en direct, devant le monde entier, et on se dit alors qu’il va trop loin, qu’à sadiser ainsi ses fidèles lieutenants il ouvre la voie à ce qui semble être maintenant le seul espoir de l’humanité : la révolution de palais, l’assassinat.

    Il est tout seul, pensons-nous, il est devenu fou, nous sommes tous à la merci d’un homme seul devenu fou, et le pire si ça se trouve c’est que lui-même a conscience d’avoir fait une énorme connerie mais il est trop tard pour revenir en arrière, alors tant pis, il fonce, tout droit vers l’abîme, et nous tous avec lui, personne ne descendra du train. Cette version shakespearienne, en total contraste avec le cynisme calculateur qu’on a longtemps prêté à Poutine, et qui lui valait tant d’admirateurs, j’ai bien peur qu’elle soit vraie, mais ce qui est fascinant, dans la rencontre avec les hôtesses de l’air, c’est le soin qui est mis à la discréditer. La table est aussi longue que celle autour de laquelle il a reçu Macron, mais les hôtesses de l’air sont une vingtaine autour de lui, attentives et pimpantes, tout ce monde au coude à coude, et lui-même détendu, avunculaire, buvant du thé – la prochaine fois, on se dit qu’il aura comme Staline des petits enfants sur les genoux.

    Avec ça, il dit les choses sans ambages mais pas comme un paranoïaque, plutôt comme un type énergique et franc du collier, qui aime les affaires rondement menées. Il dit par exemple que les sanctions, ça commence à bien faire, si ça continue on va considérer que c’est un acte de guerre – et donc que ça n’est plus seulement avec l’Ukraine que la Russie, malgré sa patience, est en guerre, mais avec tous les pays qui soutiennent l’Ukraine. Avec nous par exemple, nous la France. Ce qu’il dit est hallucinant, mais il le dit aux hôtesses de l’air sur un ton raisonnable, humain, et si on trouvait déjà terrifiant que notre sort à tous dépende d’un homme aux abois, on se demande tout à coup si ce n’est pas encore plus terrifiant qu’il n’ait pas du tout l’air aux abois.
    La manif
    Lionia, qui décidément me fait confiance, m’a inscrit sur le fil Telegram d’un groupe qui donne heure par heure des nouvelles du front anti-guerre. On y annonce pour ce dimanche à 14 heures des manifestations massives au cœur de toutes les grandes villes russes. Les lieux de ralliement sont indiqués : à Moscou c’est sur la place du Manège, au flanc du Kremlin. En temps normal, une manif en Russie ne doit pas dépasser dix personnes, les autorités doivent en recevoir la demande avec un préavis de deux semaines, et en des temps si peu normaux je me demande avec appréhension comment ça va se dérouler. Réponse : comme une promenade.
    Moins jeunes dans l’ensemble que je ne m’y attendais, parfois en famille, les gens font comme s’ils profitaient de ce dimanche de printemps froid mais ensoleillé pour se promener autour du Kremlin. Ils forment un flot humain pas très dense, pas très organisé, coulant entre des murailles d’Omon, les forces spéciales de la police, qui réagissent de façon aléatoire. Très nombreux, vraiment très nombreux, les Omon sont aussi assez nerveux, certains font barrage, d’autres patrouillent, mais on dirait qu’ils n’ont eux-mêmes pas de consignes bien précises. Vous en croisez ou dépassez un groupe, ils peuvent vous ignorer comme s’ils acceptaient la fiction selon laquelle vous êtes de paisibles flâneurs, ils peuvent vous faire circuler plus ou moins rudement – cela m’est arrivé plusieurs fois, plus de peur que de mal – et parfois, brusquement, ils se mettent à trois ou quatre pour courser quelqu’un, le tabasser méchamment, l’entraîner vers leurs fourgons. Pourquoi celui-là plutôt qu’un autre puisque personne ne porte de pancarte, personne ne crie de slogans ? Puisque, comme dit le proverbe russe, aucun clou ne dépasse qui appelle le marteau ?

    On assiste chaque minute à une violence de ce genre, on sait qu’être embarqué comme ça c’est très grave, des années de prison, et j’apprendrai ensuite que près de 5 000 personnes ont été arrêtées ce jour-là en Russie, mais cela reste sporadique, ne provoque pas vraiment de réaction, ne tourne jamais à l’affrontement en règle. A plusieurs reprises j’ai eu peur que les cosmonautes, comme les gens appellent les Omon, chargent ou même tirent. Ce n’est pas arrivé, la manifestation s’est dispersée aussi indistinctement qu’elle s’était formée. J’étais venu avec un journaliste français, sa femme russe et la photographe, dont les images accompagnent cet article – j’aimerais écrire leurs noms pour leur dire ma gratitude, tout seul j’aurais été plus trouillard. Tous les quatre, en repartant, nous éprouvions une espèce d’accablement, difficile à définir et même à avouer.
    Le danger peut galvaniser, il ne galvanisait pas. Les regards ne brillaient pas, ne se croisaient même pas. Pas d’exaltation, pas de respiration large, pas d’élan. Pas de conviction qu’on est ensemble, qu’on va gagner, qu’on va peut-être mourir mais gagner, et si ce n’est pas pour nous c’est pour nos enfants, pour un idéal, pour la liberté. « Les Ukrainiens sont des héros, me disait Irina, nous les Russes on vit dans la peur. » Ce n’est pas vrai, pas tous, je veux me rappeler les filles qui sortent toutes seules dans le froid avec leur pancarte et même le petit nazi, s’il existe. Mais l’impression que j’ai eue en suivant cette manif, c’est que ces gens étaient venus s’opposer à la guerre par principe, pour l’honneur, pour surmonter leur peur, et c’est beau, mais que pratiquement tous, et ça me donne envie de pleurer de terminer cet article comme ça, ils savent que c’est foutu.
    Emmanuel Carrère (Ecrivain)=

  4. Ne prendo atto. Era un semplice consiglio ad un nuovo autore di utilizzare un modello di scrittura (compostaggio) già ampiamente adoperato in questo sito dall’ amico M. Pierno insieme alle finestre di twitter di Giorgio e altri, che vengono giornalmente proposte citando i vari autori. E dunque non pensavo minimamente ad un furto, come erroneamente ha interpretato lei, ma ad una consuetudine tra autori che si rispettano e si stimano. Ma a quanto vedo lei, già dalla prima comparsa su questo sito, è maestro di poesia Kitchen tale da permettersi di scrivere quello che ha scritto e dunque non ha bisogno di alcunchè da parte mia e né.probabilmente, da parte di chiunque altro. Pertanto onde evitare ogni futuro fraintendimento continui ad omaggiare con la sua scrittura chiunque vorrà ma, per quanto riguarda il sottoscritto, mi farà cosa gradita standosene molto lontano.
    Cordialmente

    • cari amici,

      non è il caso di fare delle querelle tra di noi, il mondo, la civiltà è a un bivio, come scrive Carrière nell’articolo che ho postato, siamo nelle mani di un uomo affetto da paranoia acuta che può ricattare il mondo intero… siamo ad un passo dall’olocausto nucleare… per quanto mi riguarda io ho preso molti versi da molti autori vicini e lontani, non lo considero un atto di ladrocinio ma un atto di omaggio alla poesia, che non conosce proprietà privata, le nostre frasi non sono di nessuno, nessuno di noi ne è titolare, la poesia è di tutti… chi vuole prenda dalle mie poesie le frasi che vuole, ne sarò onorato.

      • Caro Giorgio
        ai nostri tempi non pensavamo si potesse arrivare ai livelli di tensione internazionale a cui stiamo assistendo. La querelle a un certo punto si deve chiudere e mettere dei “fiori nei cannoni”, come cantavamo in gioventù, soprattutto se
        “Atomica è la spada e la visione ”

        Un caro saluto
        Franco

  5. Tragico benessere.
    Zang Tumb Tumb. Il fuoco nemico.

    Seguimi nella giungla. L’armistizio.
    Poi le bandiere.

    LMT

  6. Nota di Marie Laure Colasson

    Nella poesia kitchen il pensiero logico-sequenziale, di tipo “alfabetico”, sembra essere stato in buona parte sostituito da un tipo di pensiero nello stesso tempo “olistico” e “multi-tasking”.
    Il dizionario Garzanti scrive che con multi-taksing «si dice di sistema operativo (informatico) in grado di eseguire contemporaneamente più programmi alternando il tempo dedicato all’esecuzione di ciascuno di essi.
    Etimologia: ← voce ingl.; comp. di multi- ‘multi-’ e il v. to task ‘assegnare un compito’.»

    L’idea della «nuova poesia» si può riassumere così: disattivare il significato da ogni atto linguistico, de-automatizzarlo, deviarlo, esautorare il dispositivo comunicazionale, creare un vuoto nel linguaggio, sostituire la logica del referente con la logica del non-referente. Ogni linguaggio riposa su delle presupposizioni comunemente accettate. Non è qui in questione ciò che il linguaggio propriamente indica, ma quel che gli consente di indicare.
    Scrive Giorgio Linguaglossa: «Una parola ne presuppone sempre delle altre che possono sostituirla, completarla o dare ad essa delle alternative: è a questa condizione che il linguaggio si dispone in modo da designare delle cose, stati di cose o azioni secondo un insieme di convenzioni, implicite e soggettive, un altro tipo di riferimenti o di presupposti. Parlando, io non indico soltanto cose e azioni, ma compio già degli atti che assicurano un rapporto con l’interlocutore conformemente alle nostre rispettive situazioni: ordino, interrogo, prometto, prego, produco degli “atti linguistici” (speech-act)».
    Per la «nuova poesia» è prioritaria l’esigenza di disattivare l’organizzazione referenziale del linguaggio, aprire degli spazi di indeterminazione, di indecidibilità, creare proposizioni che non abbiano alcuna referenza che per convenzione la comunità linguistica si è data.

    Una zona di indistinzione, di indiscernibilità, di indecidibilità, di disfunzionalità si stabilisce tra le parole e le frasi come se ogni singola unità frastica attendesse di trovare la propria giustificazione dalla unità frastica che immediatamente la precede o la segue… non si tratta di somiglianza o di dissimiglianza tra le singole unità frastiche ma di uno slittamento, una vicinanza che è una lontananza, una contiguità che si rivela essere una dis-contiguità, una prossimità che si rivela essere una dis-prossimità… si tratta di una dis-cordanza, di un dis-formismo che si stabilisce tra i singoli sintagmi… anche le unità di luogo e di tempo della mimesis aristotelica sembrano dissolversi in una fitta nebbia e, con la dissoluzione della mimesis, viene meno anche la giustificazione di un io plenipotenziario e panottico, viene meno anche la maneggevole sicurezza del corrimano del significato.
    È una poesia che fa larghissimo impiego di «sovraeccitazioni», di shock, di continui sussulti, di strappi, di traumi… È perché viviamo in una società traumatizzata, che fa del trauma una necessità di vita e una necessità del mercato. Basta osservare il panorama della politica di oggi: Trump, Bolsonaro, Putin, Erdogan, Salvini, Meloni, Orban, parte dei 5Stelle, i populisti nazionalisti e sciovinisti fanno amplissimo uso della sovra eccitazione; gli stessi media Facebook, Instagram, Twitter, i telegiornali lottizzati e non etc non sono altro che una vetrina e un diario di notizie che puntano sulla sovra eccitazione; la stessa forma-merce, nel design e nel marketing punta tutto sullo stato di sovra eccitazione delle masse di possibili acquirenti. Tutto punta allo stato di eccitazione e di surplus di eccitazione, non vedo perché la forma-poesia ne debba rimanere estranea.

    Ha scritto Lucio Mayoor Tosi:

    «La scrittura NOE è più vicina al pensare stesso, ne riprende le modalità. Per questo, nonostante le stranezze, i salti semantici, penso si tratti di poesie ri-conoscibili. Perché tutti pensano, e spesso parlano, in modo incoerente. NOE è vicina all’aspetto sorgivo del pensiero… come anche tutta la poesia di sempre, solo che in altri modi si avverte il profumo del potpourri, violette e lavanda, cose del consueto, del corredo.»

  7. Saverio Marconi

    Sequenza-tempo gocciola in sequenze
    di rasoi elettrici tra fili spinati elettrificati
    a sequenze muoiono 3 rondini e 5 uomini.

    Sappiamo ignoriamo il giorno-vendetta
    Il senso delle cose sfida ombre elettrificate. Strofinare i magneti. Intanto era pioggia
    il filo spinato, sembianza di bosco
    trasceso nel convoglio d’armi per ribelli
    ceceni e olfattive mine.

    Sarà da toccare e non toccare, assolutamente
    intoccato dal contingente. Amore, saggezza:
    cometa Redemptor, non crede al suo tempo
    John Lennon, la pallottola è l’ultima verità
    Intanto odia l’usanza dei Corinzi di solidificare
    il pane o era il Vesuvio, i calchi d’ombra tanto
    amati dai cani incestuosi tra le proprie madri.

    Bisanzio spopolava schiere di lucernari o
    necrofili Arcani folgorati da lucentezza, perquisiscono l’eliocentrismo della ferita, il carsico mai innocuo tramortire.
    Grigio cenere piove OLP, DPD, ERC.

    Stridente il re muore, la sua spada jedi è attesa
    a una nuova visione. Atomica è la spada e la
    visione. Tu intanto muori tra radici d’ontani
    surclassate da sequenze di pioggia. Tic, toc. Esplodi.

  8. milaure colasson

    Complimenti al giovane e valente Saverio Marconi, mi trovo d’accordo con la sua visione della morte dell’autorialità, io personalmente ho preso spunto e suggestioni da molti altri poeti (Gino Rago, Mario Gabriele, Linguaglossa, Intini, Pierno e altri) che male c’è’ LA VISIONE PRIVATISTICA DELLA POESIA CI è ESTRANEA.
    Penso che Saverio non avesse intenzioni di rubare versi a qualcuno, fermo restando che Francesco Intini ha ormai un suo stile e un linguaggio inconfondibili.
    Anzi, dovremmo tutti esercitarci a fare compostaggi e montaggi.

  9. Idi di Marzo: la poesia di Costantino Kavafis sull’ineluttabilità del destino
    Oggi ricorrono le Idi di Marzo, la data in cui il 15 marzo del 44 a.C. Giulio Cesare fu ucciso in una congiura. Per l’occasione ricordiamo una poesia del poeta greco Costantino Kavafis dedicata alla ricorrenza.

    Alice Figini
    Pubblicato il 15-03-2022

    Idi di Marzo: la poesia di Costantino Kavafis sull’ineluttabilità del destino

    In occasione delle Idi di Marzo, che ricorrono secondo la tradizione oggi 15 marzo, ricordiamo l’omonimo componimento del poeta greco Costantino Kavafis contenuto nella raccolta Poesie d’amore e della memoria.

    Costantino Kavafis nel corso della sua vita pubblicò in totale 154 poesie, spesso ispirate all’antichità ellenistica, romana e bizantina di cui fu grande studioso. Molte altre poesie, non comprese nel canone, furono riscoperte e pubblicate solo dopo la sua morte avvenuta nel 1933. Oggi è considerato uno dei maggiori poeti greci.

    Kavafis tramite le sue poesie indaga la storia di Roma e dell’antica Grecia attraverso l’ethos dei suoi principali protagonisti. È esattamente quanto accade con Idi di Marzo, la poesia dedicata al tragico evento della morte di Giulio Cesare.

    Scopriamo testo e analisi della poesia.

    Idi di Marzo di Costantino Kavafis: testo

    Le grandezze paventa,
    anima. Le ambizioni, se vincerle non puoi,
    secondale, ma sempre cautelosa, esitante.
    Quanto più in alto sali,
    tanto più scruta, e bada.
    E quando all’acme sarai giunto, ormai,
    Cesare, quando prenderai figura
    d’uomo così famoso, allora bada,
    quando cospicuo incedi per via col tuo corteggio:
    se mai, di tra la massa, ti s’accosti
    un qualche Artemidoro, con uno scritto in mano,
    e dica in fretta: «Lèggi questo súbito,
    è cosa d’importanza, e ti riguarda»,
    allora non mancare di fermarti, non mancare
    di differire colloqui e lavori,
    di rimuovere i tanti che al saluto
    si prostrano (più tardi li vedrai).
    Anche il Senato aspetti. E lèggi súbito
    il grave scritto che ti reca Artemidoro.

    Idi di Marzo di Costantino Kavafis: analisi e commento

    Idi di Marzo fa parte delle poesie storiche e filosofiche di Costantino Kavafis, che si propongono di mettere in risalto gli aspetti meno noti della personalità dei protagonisti della Storia mondiale.
    Nel componimento, come in tutta la produzione del poeta greco, emerge la percezione inconfondibilmente tragica e classica del destino umano che è propria di Kavafis. L’inquietudine umana è una delle tematiche che ricorrono più spesso nelle liriche del poeta, che descrive il tentativo dell’uomo di sfidare la sorte ineluttabile prescritta dagli Dei.

    Al centro della poesia di Costantino Kavafis vi è l’uomo, nella sua lotta terrena contro la condanna inevitabile della morte, che tuttavia lo coglie di sorpresa come un destino. È proprio in questa battaglia ambigua e disperante che Kavafis declina l’eroismo dei suoi protagonisti.

    È il caso di Giulio Cesare, protagonista della lirica Idi di Marzo, che è qui ritratto proprio nel momento che precede la sua morte. La poesia si configura come un avvertimento.

    Lo si può evincere fin dai primi versi:

    Quanto più in alto sali,
    tanto più scruta, e bada.

    La parola “bada” viene ripetuta più volte nel corso del componimento, con l’intento di porre Cesare in stato di allerta. Nelle prime righe Kavafis sembra ammonire Cesare – ma in generale tutti gli uomini – ad essere cauti una volta giunti al vertice della fama, quando tutte le più alte ambizioni sono esaudite.

    La poesia si basa sulla struttura di un climax ascendente spesso sottolineato dalla ripetizione di alcuni termini come “non mancare di fermarti/non mancare” che sembrano accelerare l’andamento del testo.
    Kavafis sembra voler salvare Giulio Cesare dalla sua sorte ineluttabile e, come l’indovino della leggenda, sussurra nelle sue orecchie il presagio della congiura. Il poeta lo incalza con un avvertimento finale: “Leggi subito
    il grave scritto che ti reca Artemidoro”, leggi immediatamente il messaggio che ti porta Artemidoro.

    Secondo quanto riportano le fonti storiche, infatti, Artemidoro era un insegnante di filosofia della cerchia di Marco Giunio Bruto e quel giorno tentò in extremis di avvertire Cesare della congiura lasciandogli un messaggio. Giulio Cesare tuttavia non riuscì a leggere il biglietto, poiché ogni volta veniva distolto da un’urgenza o da un colloquio. La leggenda narra che Cesare entrò in Senato stringendo il messaggio datogli da Artemidoro ancora in mano.

    Nella poesia Idi di marzo, Costantino Kavafis riprende questo antefatto e confonde i confini, già labili, tra realtà e leggenda. Il poeta greco sfida il destino storico, l’ineluttabilità della morte di Cesare per mano dei senatori, immaginando di fermare il generale un attimo prima del suo ingresso in Senato.
    “Che il Senato aspetti”, scrive categorico Kavafis. La poesia si chiude quasi come una supplica, in cui di nuovo si chiede a Giulio Cesare di leggere il messaggio.
    Attraverso una lirica il poeta greco si propone l’intento di riscrivere la Storia, sventando il Cesaricidio e donando quindi un nuovo epilogo all’evento cruciale della Storia Romana.

    Il poeta francese Dominique Grandmont scrisse in un’edizione critica che la poesia di Kavafis era un’“Iliade dei dimenticati”. Il poeta greco riscrive quindi la storia prendendo in esame gli eventi determinanti, ma anche quelli occulti, dimenticati che riguardano i protagonisti minori.

    Nelle Idi di Marzo di Costantino Kavafis Giulio Cesare è salvo, un incauto avvertimento gli risparmia, in extremis, un infausto destino. Ma sarà davvero così? Oppure nella chiusa della poesia Kavafis immaginava comunque Cesare come travolto da un destino ineluttabile, già scritto?
    Potremmo leggere il componimento in due modi: come l’avvertimento che salva Cesare dalla congiura o, in caso contrario, come la descrizione in chiave poetica dell’antefatto che precede la morte di uno dei maggiori protagonisti della storia antica.

  10. Pubblicando questa poesia di Kavafis con relativo commento mi veniva in mente che nella NOe è cambiato il concetto di climax della poesia, nella poesia di Kavafis il climax è un punto fermo, sito al centro della poesia, che presiede la costruzione della poesia stessa, diciamo il punto centrale, nella procedura NOe invece il punto immobile non c’è, o meglio, forse c’è ma è eccentrico, anzi, ci sono più punti climax, ci sono punti climax e anti climax, basti leggere una poesia di Intini, o anche del giovane Saverio Marconi o una instant poetry di Lucio Tosi, o un compostaggio di Mauro Pierno, come avviene nella poesia di Iana Boukova, infatti un tale mutamento della procedura e della struttura della nuova poesia europea e della poesia NOe non avviene per il ghiribizzo di un autore ma ci sono delle necessità storiche della forma-poesia. Sono cambiamenti epocali.

    • vincenzo petronelli

      Carissimo Giorgio,
      sicuramente proponendo questo poesia di Kavafis, oltre a sottoporci una pagina di eccellente poesia (anche per la sua capacità di rappresentazione storica in poesia, elemento che mi attira particolarmente, perché nella capacità della poesia di riuscire a produrre letture storiche, trovo che si realizzi una sorta di straordinaria entelechia) ci permetti di apprezzare il cambiamento di paradigma che giustamente evidenzi. Come sai, personalmente amo (nell’assoluto piccolissimo della mia poesia) la trattazione di temi storici, ritenendo la poesia un preziosissimo ricettacolo antropologico; leggendo la tua riflessione sul cambiamento del climax nel paradigma della poesia Noe rispetto alla tradizione, mi rendo conto, pensando ad esempio alla produzione di Intini o ai compostaggi di Pierno di come in effetti la poesia Noe sia molto più idonea a sussumere la descrizione storica o l’osservazione sociale, rispetto alla poesia tradizionale, proprio per la necessità della seconda della sottolineatura emotiva, con i rischi di forzatura patetica della versificazione; è fuori discussione da questo punto di vista infatti, che uno dei grandi meriti della Noe sia di aver dilatato il campo del dicibile e del rappresentabile nell’esposizione poetica.
      Lunga vita all’ “Ombra”!

  11. Commento del 16 marzo 2019

    Ieri ho presentato all’Aleph di Trastevere con Luigi Celi e Giulia Perroni il recentissimo libro di Edith Dzieduszycka, allora ventenne, Poesie del tempo d’an tan, scritte prima del 1965, poesie scritte direttamente in francese dove dalle prime poesie in un alessandrino tornito e ossequioso, si arriva alle ultime scritte con un verso spezzato e spiegazzato. Ebbene, dicevo che in questa parabola stilistica, in questo spettro stilistico che va dall’alessandrino al verso spezzato e frammentato di Edith si possono individuare e misurare tutte le tensioni stilistiche che eromperanno trenta quaranta e cinquanta anni più tardi nelle sue poesie in italiano, lingua di adozione di Edith, dove la poetessa oscilla all’interno di uno strettissimo corridoio: da una parte la parete della prosa, dall’altra la parete del linguaggio poetico; e dicevo che Edith riesce benissimo quando scrive prosa pensando alla poesia, e viceversa, quando scrive in quel sottilissimo e strettissimo corridoio di una scrittura non-scrittura, di una scrittura che non ha il marchio di riconoscibilità della scrittura poetica, che non ha nessuna garanzia di veridicità e di genuinità; una scrittura spuria, che sbatte continuamente da una parete all’altra, e che viene respinta dalle due pareti di qua e di là. La scrittura poetica di Edith vive in questa contraddizione: di non poter essere se stessa, di non poter presentarsi con un vestito identificato, in un genere prestabilito: femminile o maschile; si può dire che la scrittura di Edith riesce bene soltanto quando si presenta con un vestito linguistico unisex, una scrittura transgender? No, è una scrittura intergender, che non regala a nessuno la propria irriconoscibilità, una scrittura che non accetta di farsi incasellare in un genere o in un sotto genere.

    Questa problematica avviene, tentavo di spiegare ieri sera, perché nel frattempo, dal 1965 ad oggi il mondo è cambiato in tale misura da rendere impossibile e da manuale obsoleto ripristinare oggi l’impiego del verso alessandrino; ho tentato di dire che la poesia è nient’altro che un ordine proposizionale: dimmi come metti gli aggettivi e i sostantivi in un metro e ti dirò che tipo di poesia fai e chi sei. La «verità», dicevo, dimora all’interno dell’ordine proposizionale, la «verità», tirata in ballo da Luigi Celi nel suo colto intervento, non può vivere al di fuori dell’ordine proposizionale; la «verità» nel frattempo, in questo lungo corso di decenni, più di cinquanta anni, è diventata «posizionale», cioè si può parlare di «statuto di verità del discorso poetico» soltanto nei limiti del discorso poetico, soltanto nell’ambito di quelle precisissime parole collocate in quel precisissimo ordine grammaticale, sintattico, semantico e iconico.

    Da questo punto di vista, il valore dell’ordine proposizionale invece di esserne dimidiato ne viene invece rafforzato. È la severità e la tenacia con cui con cui un poeta medita per anni se sopprimere due aggettivi di una poesia precedente, è la severità e la compostezza di chi accetta il semplice concetto secondo cui la «verità» è diventata una posizione, una collocazione, una cornice del discorso. E non è poco, è un concetto etico ed estetico e politico insieme, in un mondo di ciarle in libertà, in un mondo in cui la politica si fa con i twitter e gli sms invece che con i decreti e con le leggi, chi fa poesia si deve dare un contegno e un metodo della massima severità e compostezza. Questo è l’unico modo per un poeta serio di presentarsi al pubblico.

    Contro chi, con superficialità, ci lancia l’accusa secondo la quale la nuova ontologia estetica spingerebbe tutti a scrivere allo stesso modo, obietto le poesie NOe dimostrano come si possa scrivere secondo la propria personalissima personalità in modo assolutamente diverso da quello di tutti gli altri. La nuova ontologia estetica è una palestra per coltivare e allenare la propria individualità stilistica, non è una legione straniera che impone a tutti i suoi membri una ottusa e acritica uniformità stilistica.

  12. Alfonso Cataldi
    17 marzo 2019 alle 9:44

    sul gesto poetico
    (di Agamben, tratto dal blog di Giuseppe Genna)

    … In questo senso, Kommerell può scrivere che «la parola è il gesto originario [Urgebärde], dal quale derivano tutti i singoli gesti» e che il verso poetico è, nella sua essenza, gesto («Il linguaggio è, insieme, concettuale e mimico. Il primo elemento domina nella prosa, il secondo nel verso. Prosa è, innanzitutto, l’intendersi su un contenuto, il verso è, oltre a ciò e in modo più deciso, gesto espressivo»). Se questo è vero, se la parola è il gesto originario, allora ciò che è in questione nel gesto non è tanto un contenuto prelinguistico, quanto, per così dire, l’altra faccia del linguaggio, il mutismo insito nello stesso esser parlante dell’uomo, il suo dimorare, senza parole, nella lingua. E, quanto più l’uomo ha linguaggio, tanto più forte è, perciò, in lui il peso dell’indicibile, finché nel poeta, che è, fra i parlanti, colui che ha più parole, «l’accennare e il far segni si stremano e ne nasce qualcosa di corrosivo: la furia per la parola».

    Nel saggio su Kleist, i tre gradi di questo essere, senza parole, nel linguaggio, sono l’enigma (Rätsel), in cui il parlante si rende incomprensibile quanto più cerca di esprimersi nelle parole (come avviene ai personaggi del dramma kleistiano); l’arcano (Geheimnis), che resta inespresso nell’enigma e che non è altro che l’essere stesso dell’uomo in quanto vive nella verità del linguaggio; il mistero (Mysterium), che è la pantomimica messa in scena dell’arcano. E, alla fine, il poeta appare come colui che «rimase senza parole nel parlare e morì per la verità del segno».

    Proprio per questo — in quanto, cioè, esso non ha propriamente nulla da esprimere e nulla da dire oltre a ciò che è detto nel linguaggio, ma ha da esprimere lo stesso essere nel linguaggio — il gesto è sempre gesto di non raccapezzarsi nella parola, è sempre gag nel significato proprio del termine, che indica innanzitutto qualcosa che si mette in bocca per impedire la parola e, poi, l’improvvisazione dell’attore per sopperire a un’impossibilità di parlare. Ma vi è un gesto che s’insedia felicemente in questo vuoto di linguaggio e, senza proferirlo, ne fa la dimora più propria dell’uomo: qui lo smarrimento si fa danza e il gag mistero.

  13. Cento coperchi,
    cento valvole,
    cento dentifrici,
    cento spazzole,
    cento parrucche,
    cento peluche,
    cento coltelli,
    cento cucchiai,
    cento occhiali,
    cento spalliere,
    cento quaderni,
    cento colori,
    cento penne,
    cento libri,
    cento cartelle,
    cento zaini,
    cento computer,
    cento bretelle,
    cento magliette,
    cento mollette,
    cento zollette,
    cento caffè,
    cento pentole,
    cento stivali,
    cento assorbenti,
    cento uniformi,
    cento viti,
    cento anelli,
    cento pettini,
    cento bracciali,
    cento poltrone,
    cento biscotti,
    cento costumi,
    cento giacche,
    cento grucce,
    cento cartelli,
    cento zaini,
    cento palloni,
    cento calzini,
    cento pesci,
    cento pani,
    cento vini,
    cento cassette
    cento stendini,
    cento asciugamani,
    cento corde,
    cento coriandoli,
    cento mensole,
    cento armadi,
    cento camicie,
    cento ovetti,
    cento berretti,
    cento zebre,
    cento bicchieri,
    cento bambole,
    cento profumi,
    cento soffitte,
    cento scope,
    cento lampade,
    cento pile,
    cento adesivi,
    cento cd,
    cento cornetti,
    cento cravatte,
    cento matite,
    cento mattoni,
    cento martelli,
    cento microfoni,
    cento bengala,
    cento tricicli,
    cento pattini,
    cento biciclette,
    cento auto,
    cento mollette,
    cento tappeti,
    cento carri,
    cento cassaforti,
    cento pietre,
    cento ombrelloni,
    cento pullman,
    cento treni,
    cento orologi
    cento organi,
    cento chitarre,
    cento spartiti,
    cento cipolle,
    cento fiori,
    cento tamburi,
    cento rotelle,
    cento pneumatici,
    cento biliardi,
    cento materassi,
    cento cuscini,
    cento fazzoletti,
    cento lavatrici,
    cento ascensori,
    cento piscine,
    cento medaglie,
    cento scontrini,
    cento bambini.

    Grazie OMBRA.

  14. È l’ipotiposi della repetitio che nella composizione di Mauro Pierno ha luogo. la repetitio assunta a tropo retorico fondamentale dell’Enkleidung, della modellizzazione secondaria qual è il testo poetico. Un dispositivo semplicissimo, un esempio inequivocabile di diafania applicata alla poesia della NOe. È la prima volta che un poeta italiano si misura con queste procedura, la poesia non ha un inizio e non ha una fine, potrebbe continuare all’infinito in quanto priva di epifania e priva del limite, è un esempio di modellizzazione all’infinito della narrazione letteraria in quanto non c’è più niente da modellizzare e da raccontare, il tramonto del plot in poesia non potrebbe essere più chiaro, è questo, il dado è tratto, così è se si vuole e se non si vuole.

    La narrazione letteraria è un’elaborazione secondaria e, perciò, un Einkleidung, si tratta di un vestito di parole, un rivestimento, il travestimento di qualcosa d’altro. La narrazione dissimula e maschera la nudità dello Stoff. Come tutti le narrazioni, come tutte le elaborazioni secondarie, l’ Einkleidung vela e rivela una nudità preesistente. Lo svelamento della nudità produce stupore e raccapriccio, è un trauma insopportabile per il sistema simbolico del «soggetto scabroso», e allora la nudità va ricoperta, nascosta, celata.

    Il tema nascosto de I vestiti nuovi dell’imperatore [fiaba di Andersen] è il cuore del problema. Ciò che l’Einkleidung formale, letterario, secondario vela e disvela, è il sogno di velamento/disvelamento, l’unità del velo (velamento/disvelamento), del travestimento e della messa a nudo. Tale unità si trova, in una struttura indemagliabile, messa in scena sotto la forma di una nudità e di una veste invisibili, di un tessuto visibili per gli uni, invisibile per gli altri, nudità allo stesso tempo apparente ed esibita. La medesima stoffa nasconde e mostra lo Stoff pre-simbolico, vale a dire che la verità è ciò che è presente mediante una velatura simbolica.
    Se penso a certe figure della mia poesia: il re di Denari, il re di Spade, l’Otto di spade, il Cavaliere di Coppe, Madame Hanska, Ençeladon, Cogito etc.; se penso a certi ritorni di figure tipicamente kitchen che si incontrano e si rincorrono da un libro all’altro e da un autore all’altro della poesia kitchen non posso non pensare che tutte queste figure non siano altro che Einkleidung, travisamenti, travestimenti, maschere di una nudità preesistente, di una nudità primaria, della freudiana «scena primaria» che non può essere descritta o rappresentata se non mediante sempre nuovi travestimenti, travisamenti, maschere, sostituzioni. Si ha qui una vera e propria ipotiposi della messa in scena della nudità primaria fatta con i trucchi di scena propri della messa in scena letteraria. E se questo aspetto è centrale in tutta la nuova ontologia estetica, una ragione dovrà pur esserci.

    [Un suggerimento: togliere tutte le virgole]

    • Cento coperchi
      cento valvole
      cento dentifrici
      cento spazzole
      cento parrucche
      cento peluche
      cento coltelli
      cento cucchiai
      cento occhiali
      cento spalliere
      cento quaderni
      cento colori
      cento penne
      cento libri
      cento cartelle
      cento zaini
      cento computer
      cento bretelle
      cento magliette
      cento mollette
      cento zollette
      cento caffè
      cento pentole
      cento stivali,
      cento assorbenti
      cento uniformi
      cento viti
      cento anelli
      cento pettini
      cento bracciali
      cento poltrone
      cento biscotti
      cento costumi
      cento giacche
      cento grucce
      cento cartelli
      cento zaini
      cento palloni
      cento calzini
      cento pesci
      cento pani
      cento vini
      cento cassette
      cento stendini
      cento asciugamani
      cento corde
      cento coriandoli
      cento mensole
      cento armadi
      cento camicie
      cento ovetti
      cento berretti
      cento zebre
      cento bicchieri
      cento bambole
      cento profumi
      cento soffitte
      cento scope
      cento lampade
      cento pile
      cento adesivi
      cento cd
      cento cornetti
      cento cravatte
      cento matite
      cento mattoni
      cento martelli
      cento microfoni
      cento bengala
      cento tricicli
      cento pattini
      cento biciclette
      cento auto
      cento mollette
      cento tappeti,
      cento carri
      cento cassaforti
      cento pietre
      cento ombrelloni
      cento pullman
      cento treni
      cento orologi
      cento organi
      cento chitarre
      cento spartiti,
      cento cipolle
      cento fiori
      cento tamburi
      cento rotelle
      cento pneumatici
      cento biliardi,
      cento materassi
      cento cuscini
      cento fazzoletti
      cento lavatrici
      cento ascensori
      cento piscine,
      cento medaglie
      cento scontrini
      cento bambini

      Grazie OMBRA.

      • vincenzo petronelli

        Caro Mauro, come ho già avuto modo di dirti, ho apprezzato particolarmente questa tua poesia, non solo morfologicamente perché determina uno scardinamento di qualsiasi linearità tradizionale di scrittura, ma anche per l’incedere di immagini di grandissima suggestione eidetica ed emotiva, con questo innalzamento di climax narrativo coinvolgente.
        Ascoltandola, tra l’altro, si apprezzano ulteriormente queste sue caratteristiche.
        Un grande abbraccio.

  15. AUGH

    Alesia ha qualcosa di Custer da mostrare:
    Nei teepee si bruciano squaw e cuccioli vietnamiti

    La celluloide mostra i protagonisti.
    Avrà la sua vendetta il capo cheyenne
    o sarà sorpreso nella toilette del campo?

    Al bisonte è negato un barattolo d’erba cipollina
    E dunque niente tundra siberiana

    Il cecchino sul francobollo
    spara al capo Xylella e dunque l’ulivo dai capelli bianchi
    Può ricongiungersi all’ultimo mohicano

    Alle stelle lo scalpo del benzinaio.
    Tirano pure i distributori di lecca lecca

    Tra le scorie del Tempo
    L’ora piange il minuto e il secondo
    È fermo a centrocampo

    Si attende l’arbitro, ma la corriera da Giove
    Ritarda di un dinosauro e mezzo.

    (Francesco Paolo Intini)

    • vincenzo petronelli

      Bellissimo componimento Francesco: complimenti! Ormai la tua scrittura è divenuta per me un punto di riferimento imprescindibile di poesia kitchen che qui mi sembra riassunta mirabilmente; scompinimentiodei piani sintattici classici, trasfigurazione frammentata e retiforme della cornice temporale che costituisce una sorta di meta-storia; intuizioni ed associazioni di immagini e significati folgoranti, in grado di riassumere un costrutto semantico nella lirica incisiva di un verso breve; una carica di ironia destrutturante, rispetto alla tracotanza di certa poesia dell’ “Io”.
      Complimenti vivissimi Francesco.

  16. Uno spettro si aggira per il mondo della poesia di accademia che si fa in Italia, Lo spettro della poetry kitchen, Poesie kitchen di Francesco Paolo Intini, Mauro Pierno, Saverio Marconi, Gino Rago, La poesia kitchen si fa con quello che abbiamo in frigorifero, Moda, Moschino Fall winter 2022

    NON È COLPA DELL’OCCIDENTE.
    di Francesco M. Cataluccio

    In queste settimane si è sentito affermare di tutto, soprattutto in Italia, a proposito del ruolo e delle responsabilità della NATO nell’esplodere della crisi ucraina. La tesi più diffusa (sostenuta dal movimento pacifista, dalla CGIL, dalla dirigenza dell’ANPI, da storici dell’antichità, scienziati equidistanti, ex diplomatici e geopolitici più realisti del re) è che la Russia abbia invaso l’Ucraina perché la NATO si era avvicinata troppo ai suoi confini mettendone in pericolo la sicurezza di un tempo. Lo afferma anche Putin, seppur le sue motivazioni (espresse chiaramente nel discorso del 21 febbraio, alla vigilia dell’invasione) hanno sapore non solo difensivo ma anche neoimperiale: questi paesi (Ucraina, stati baltici, Bielorussia, Georgia, persino Polonia) debbono “tornare nella sfera di influenza russa”. Tutto questo spiega in parte, lo scatenamento di una guerra di aggressione devastante, mal preparata e condotta, che non potrà mai essere veramente vinta. Ma la questione della NATO va considerata anche dall’altro punto di vista.

    Non posso non pensare allo storico del medioevo Bronisław Geremek (Benjamin Lewertów,1932-2008) che è stato uno degli intellettuali e oppositori più importanti della Polonia. Dal 1997 al 2000 fu Ministro degli Esteri e si batté con tutte le sue energie affinché, il 12 marzo 1999, la Polonia venisse ammessa nella NATO (mentre l’ingresso nell’Unione europea avvenne successivamente, il 1º maggio 2004). Avendo la fortuna di averlo avuto come professore, e amico, ci sentivamo spesso. Quando il 14 marzo del 2000 gli fu conferito il titolo di Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, ci incontrammo a Roma e facemmo una lunga passeggiata. Conoscendo le mie idee piuttosto tiepide verso la NATO, mi disse: “Se noi e gli altri paesi dell’Est non entriamo nell’alleanza di difesa atlantica, la Russia nel giro di dieci anni ci riprende, con la forza, tutti”. Per lui la NATO era la garanzia di poter stare in Europa: che questo fatto, al quale i polacchi e gli altri paesi dell’Europa centrale avevano aspirato per molti anni, non venisse più messo in discussione dalla Russia. Che l’Europa centrale e dell’Est non venisse di nuovo sequestrata, come scrisse Milan Kundera (Un occidente sequestrato ovvero la tragedia dell’Europa centrale, in: “Nuovi Argomenti”, n. 9, 1984).

    Quell’Europa familiare descritta così bene, nel 1959, dal poeta esule polacco Czesław Miłosz (La mia Europa, Adelphi 1985), secondo Geremek era una grande opportunità per la Polonia, come l’allargamento a Est lo era per tutta l’Europa. All’Europa Geremek credeva molto: voleva che si “facessero gli europei”; si superassero le divisioni in due tra l’Est e l’Ovest del continente (quella cortina di ferro che sta ancora nelle teste di molti); lavorava per consolidare l’Europa politica. Ragionava con passione convinta, ma aveva modi di pensare da storico. Pensava sui tempi lunghi, argomentava sui processi profondi, e rifletteva per quanto possibile in un’ottica comparativa capace di abbracciare l’intero continente europeo.
    Poiché aveva studiato la società medievale dal basso (assai importanti sono i suoi libri e studi sui poveri, i vagabondi, i mendicanti…) sperava ardentemente che nel costruire una sempre maggiore unità non si dimenticasse l’Europa sociale, ovvero le genti e i popoli. Riteneva che gli europei avessero bisogno di simboli vivi della loro identità. Simboli proiettati in avanti, non per forza indietro. Per esempio aveva proposto a più riprese che gli atti europei (elezioni del parlamento europeo, referendum sui trattati) si svolgessero contemporaneamente, nello stesso momento in tutta Europa e non in date differenti nei diversi paesi. Allo stesso modo chiedeva la nascita di centri di eccellenza europei (una università europea, un MIT europeo). Tutto questo aveva bisogno di essere protetto e difeso, nel caso anche militarmente. Da politico esperto, che da bambino era stato portato fuori miracolosamente dal Ghetto di Varsavia e aveva sofferto il carcere comunista, per Geremek ciò era ovvio.

    Oggi che l’Ucraina, che non è mai entrata nella NATO, né aveva ufficialmente chiesto di entrarvi, è stata invasa dalla Russia, che si era già ripresa la Crimea e, con l’aiuto di irregolari, aveva creato due regioni “autonome” nel Donbass, le parole di Geremek mi paiono quanto mai profetiche. La Russia vuole riprendere il controllo dei paesi che le erano appartenuti “prima della catastrofe del crollo dell’Unione sovietica” o che stavano sotto la sua “sfera di influenza”. Però, riprendersi la Polonia e i paesi baltici, che fanno parte della NATO, sarebbe ancor più difficile e rischioso per la Russia.

    Il ricatto nucleare che Putin continua a sbandierare è un azzardo che, prima o poi, gli occidentali saranno costretti a smascherare. Altrimenti la deterrenza diventa impotenza, e la Russia potrà continuare impunita la sua politica di espansione. Essendo uno stato totalitario, la dirigenza russa può permettersi di minacciare di scatenare una terza guerra mondiale nucleare, sapendo che i paesi democratici hanno molte più difficoltà anche soltanto a immaginare di poter prendere una decisione simile. Ma i dirigenti russi non sono pazzi: sanno benissimo (e non vogliono certamente sperimentarlo) che un conflitto nucleare, seppur limitato, non avrebbe nessun vincitore e soltanto un’immane, reciproca, distruzione.
    Ci siamo andati molto vicini, per un errore, alcuni anni fa e proprio grazie al buon senso e al coraggio di un militare sovietico ciò non è accaduto: l’ufficiale addetto alla sorveglianza missilistica Stanisláv Evgráfovič Petróv che, il 26 settembre 1983, non credette al falso allarme del computer e non premette il pulsante dei missili che avrebbe potuto scatenare una guerra atomica. Nonostante si fosse poi riconosciuto l’errore, Petróv fu considerato un disubbidiente e degradato.
    Ovviamente “terza guerra mondiale”, con il coinvolgimento di Russia e Stati Uniti e i loro rispettivi alleati, non significa necessariamente conflitto atomico. L’arsenale delle grandi potenze è così esageratamente e dannosamente grande, variegato e sofisticato, da poter avere effetti distruttivi devastanti anche senza lo strascico mortifero delle radiazioni.

    A proposito dei rapporti tra Russia e Ucraina, mi pare si sia dimenticato che nel 1994, tre anni dopo l’indipendenza dell’Ucraina, fu firmato il “Memorandum di Budapest”: la Russia, gli Stati Uniti e il Regno Unito garantirono l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio del trasferimento alla Russia dell’arsenale nucleare post-sovietico situato in Ucraina. Essa consegnò alla Federazione Russa le armi nucleari schierate sul suo territorio. In cambio, l’Ucraina doveva ricevere garanzie di sicurezza, inviolabilità delle frontiere e integrità territoriale. L’intenzione dell’Occidente, nel 1994, era di riaffermare gli obblighi che già derivavano dai principi universali e dalle norme del diritto internazionale precedentemente accettate, in particolare la Carta delle Nazioni Unite (San Francisco 1945), così come l’Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki 1975). Nel caso dell’Ucraina, si trattava di adattare questi principi generali alla situazione specifica che si era creata dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tre ex repubbliche (Ucraina, Kazakistan e Bielorussia), diventate indipendenti in quel periodo, avevano armi nucleari sul loro territorio. Il Kazakistan e la Bielorussia vi rinunciarono senza discutere. L’Ucraina, invece, che aveva il maggior numero di testate, chiese garanzie supplementari e le ottenne. Prima a Mosca, il 15 gennaio 1991, la Russia e gli Stati Uniti elaborarono e firmarono tali garanzie con l’Ucraina. Poi, nel dicembre 1994, a Budapest, sotto gli auspici dell’OSCE, anche il Regno Unito firmò il memorandum seguita anche dalle altre due potenze nucleari (Francia e Cina). Il memorandum è stato registrato come documento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (doc.S/1994/1399, 19 dicembre 1994). Non è servito a niente.

    Se l’Ucraina fosse stata sotto l’ombrello difensivo della NATO, invaderla sarebbe stato molto più rischioso e quindi sconsigliabile. Che la Russia invada un grande e orgoglioso paese come l’Ucraina perché “costretta a difendersi dalle minacce dei missili NATO e mettere al sicuro la minoranza russofona” (oltre che per “denazificarla”), è una tesi insostenibile: con i sistemi di difesa che esistono oggi ( i cosiddetti “scudi spaziali”) nessun missile nemico ai confini può costituire una minaccia di aggressione per una grande potenza (anche Israele convive da anni con missili a pochi chilometri dai suoi confini che non appena si alzano in volo vengono intercettati e abbattuti).

    Anche alcuni studiosi statunitensi, come l’esperto di Russia George Kennan e il politologo realista John J. Mearsheimer, hanno sostenuto che è stato un errore strategico l’espansione verso Est della NATO, e quindi una buona parte della colpa di ciò a cui stiamo assistendo deve essere attribuita agli Stati Uniti. Ma l’odierno espansionismo russo non è una novità, ha risposto loro l’esperto di Stalin, David Remnick (The Weakness of the Despot, in: “The New Yorker”, 11/03/2022). La politica di Putin non è una sorpresa. È coerente con un modello storico di imperialismo russo. Per mezzo millennio, la politica estera russa è stata caratterizzata da ambizioni che hanno superato le capacità del paese: “A partire dal regno di Ivan il Terribile nel XVI secolo, la Russia è riuscita a espandersi a un ritmo medio di quaranta miglia quadrate al giorno per centinaia di anni, fino a coprire un sesto della massa terrestre. L’ascesa russa ha avuto tre momenti: il primo durante il regno di Pietro il Grande, poi la vittoria di Alessandro I su Napoleone e infine la vittoria di Stalin su Hitler. Gia nel diciannovesimo secolo, la Russia aveva questo aspetto: aveva un autocrate; aveva la repressione; aveva il militarismo; aveva il sospetto degli stranieri e dell’Occidente. Questa è la Russia che conosciamo, e non è una Russia che è arrivata ieri o negli anni novanta. Non è una risposta alle azioni dell’Occidente. Ci sono processi interni in Russia che spiegano dove siamo oggi”.

    Non credo che incolpare l’Occidente sia l’analisi giusta per capire la drammatica situazione nella quale siamo. L’Occidente è un insieme di istituzioni e di valori, non è un luogo geografico. La Russia è europea, ma non occidentale. Il Giappone è occidentale, ma non europeo. “Occidentale” significa stato di diritto, democrazia, proprietà privata, mercati aperti, rispetto per l’individuo, diversità, pluralismo di opinioni, e tutte le altre libertà di cui godiamo, che a volte diamo per scontate. A volte dimentichiamo da dove vengono. Ma l’Occidente è questo. Come ha sostenuto l’ ex ministro degli Esteri polacco (nel governo di Marek Belka, 2004-2005) e membro del consiglio consultivo del segretario dell’ONU per il disarmo (ABDM), Adam Daniel Rotfeld (Due mondi in collisione, in: “Gazeta Wyborcia”, 5-6/03/2022): “Quell’Occidente, che abbiamo espanso negli anni Novanta attraverso l’espansione dell’Unione Europea (e della NATO), è rinato ora, e ha tenuto testa a Vladimir Putin in un modo che né lui né Xi Jinping si aspettavano. Se si supponeva che l’Occidente si sarebbe piegato, perché era in declino ed era scappato dall’Afghanistan; se si supponeva che il popolo ucraino non fosse reale, non fosse una nazione; se si supponeva che Zelensky fosse solo un attore televisivo, un comico, un ebreo russofono dell’Ucraina orientale: se si supponeva tutto questo, allora forse si pensava di poter prendere Kyiv in due o quattro giorni. Ma queste supposizioni erano sbagliate”.

    (Pubblicato su “il Post”, 15/ 03/2022)

    • vincenzo petronelli

      Caro Giorgio, ti ringrazio per aver riportato quest’articolo di Francesco Cataluccio. Dopo giorni di un profluvio ininterrotto di sparate “ad capocchiam” su presunti colpi di stato ucraini, sul Donbass, sulla trasformazioni degli aggrediti in nazisti – posto che nazismo e fascismo sono malerbe diffuse ovunque, ma sono altri i paesi ad est sui quali bisognerebbe puntare l’obiettivo per individuare le roccaforti di tali fenomeni- l’intervento di Cataluccio è tra quelli che restituiscono la dimensione reale delle cose; è lecito ed arricchente confrontarsi su posizione diverse, ma solo se si parte dai fatti e lo dico da studioso di storia ed antropologia di quell’area da ormai trent’anni.
      Fatta questa premessa, la questione della manipolazione della comunicazione, da cui discendono i vari fraintendimenti sulle cause profonde del conflitto, è esemplare anche per il mondo della letteratura e della poesia , per quanto riguarda il rischi che comporta l’assuefazione agli standard, ai canoni linguistici dominanti.
      Si tratta di un problema che noi della Noe conosciamo bene e con il quale ci confrontiamo ogni giorno, alla ricerca di nuovi stilemi che arricchiscano la lingua poetica e la desclerotizzino, restituendole la giusta aderenza rappresentativa alle esigenze di una poesia in grado di interpretare criticamente il mondo attuale, condizione a sua volta fondamentale per esercitare un pensiero poeticamente ed intellettualmente valido e decondizionato dall’influenza del potere.
      Il registro linguistico canonizzato della poetica dominante ha ormai svilito la capacità critica della poesia, isterilitasi nel ruolo di puro esercizio edonistico, lasciando il potere economico e finanzario indisturbato nel portare avanti i suoi disegni criminali.

  17. TUTTI AL CAFFÈ VOLTAIRE

    C’è la possibilità che il pesco armi il giardino
    E dunque si gonfino gonne sugli sfiati d’aria

    Balla una gemma sbattendo i tacchi
    Tic-toc-toc-toc-tic-to-to-to-tic

    Il primo albero che si stanca scemo è
    Il secondo mangia il ramo di un lecca lecca

    Un nocciolo lasciò la postazione nella polpa
    e da quel momento gli scheletri abbandonarono la carne
    ma non ci fu seguito tra le leve dei cambi.

    L’orchidea avanza di un milligrammo:
    che vi pare della modella grassa?

    Il tempo firma un contratto miliardario
    con il mandorlo. Una tromba vi seppellirà
    ma intanto esce linfa buona dai piccioli.

    Potremo sfamare la televisione di stato
    Con le merendine all’albicocca.

    Anche il suono è ottimo:
    i tegami suonano l’inno nazionale:
    Dlin Dlen abbasso la CO2

    I nuclei sono occupati in un’orgia planetaria
    e non vogliono saperne della calvizie di Einstein.

    Sugli schermi del ciliegio
    Un ippopotamo annuncia la fusione con la Luna
    E il primo lotto di crateri last minute.

    (Francesco Paolo Intini)

  18. cari amici dell’ombra, dopo due anni di collaborazione con voi è giunto il momento di lasciarvi.
    Un caro saluto a tutti
    Francesco Paolo Intini

  19. In qualità di Amministratore comunico che ho messo in spam gli account di un disturbatore della rivista. tale Saverio Marconi la cui promozione autopubblicitaria non è gradita. Se il Signor Marconi insiste con i suoi account falsi procederò alla denuncia alla Polizia Postale.

  20. La fortificazione del dolore che traspare dalle ultime postate da Francesco Intini è la dimostrazione della qualità della commistione degli oggetti con i sentimenti. L’utilizzo delle parole di Intini fortificano questi ultimi, danno ad uno spasmo raggelante e ridicolo alla nostra consapevolezza di esseri umani.
    (Francesco caro un invito a ripensarci.)

    Grazie Intini, grazie Ombra.

  21. L’autore è paragonabile a una fonte, non importa tanto una singola poesia ma il fatto sorgivo che si mantiene costante nel tempo. Ogni poesia che derivi da quella sorgente avrà particolare sapore, particolare brillantezza o oscurità. Ma a volte non si capisce, specie nella poesia kitchen, dove si voglia andare a parare. La causa di uno scontento, la traccia di un’aspirazione, la costante di un sentimento, mai esplicitati razionalmente (l’aura o l’ologramma di una poesia è spesso ignota all’autore), sono misteriose risultanti. Siccome però, credenti o meno, siamo tutti culturalmente cattolici, ci si aspetta una luce, una ricompensa per il fatto stesso di continuare ad esistere malgrado il basso livello delle relazioni umane e sociali, mica si può continuare a leggere dello scontento di qualcuno, se ogni volta scrive dell’assurdità senza però che si intravveda, se non un modello, almeno una soluzione, anche non dichiarata, dei conflitti (corpo, mente e società). Può bastare il grido umano? Forse ad un critico, ma al lettore? Si dirà che non esistono più lettori… però io leggo, e quando leggo sono lettore. Non è poi così difficile, e non per questo devo farmi carico dei problemi dell’editoria, o delle varie parrocchie… La sorgente va difesa, l’autore rispettato.

    • Un grande enigma caro Lucio…
      “La sorgente va difesa, l’autore rispettato.”

      Penso agli avvenimenti attuali:

      I binari in serie inseguono nel rumore le rotative scalze./ Bandoneon, la verità sta su una sedia a dondolo./

      Grazie OMBRA.

      • Beato te, caro Mauro, che ancora ti fidi di quel che passa l’inconscio. E, per risonanza, il farsi nel preconscio. Scrivendo poesia kitchen puoi vedere lucidamente questi meccanismi, che anzi tutto, ma secondo me, sono propedeutici (in vista dell’evento). Ma necessari, altrimenti si resta in gabbia.

        • Nelle mie fantasie i versi andrebbero pagati, e stabilirei per questo un prezzario. È che manca la destinazione. D’altra parte, quali versi si possono scrivere, che so, per un film americano, se perfino nella fantascienza, per ogni nonnulla gli eroi anche su Marte stappano bottiglie di whisky e imbracciano fucili? e ancora insistono a propinarci ‘sta roba…

  22. vincenzo petronelli

    Buonanotte a tutti cari amici e ben ritrovati dopo diversi giorni di impegno febbrile per l’accoglienza di vari miei conoscenti ucraini, che mi ha assorbito in questo periodo.
    Intervengo su quest’articolo – che ha immediatamente seguito quello sulle mie poesie per la cui attenzione vi ringrazio ancora infinitamente – che mi sembra evidenzi alcune dinamiche fondamentali dell’evoluzione del progetto Noe.
    Sono d’accordo con Giorgio quando dice che “Possiamo perimetrare il luogo vacante del soggetto a misura dell’insuccesso della simbolizzazione” ed il suo discorso mi riconduce direttamente alla famosa teorizzazione di Zygmunt Bauman della “società liquida”.
    In sostanza, l’idea da cui muove la fomulazione del grande filosofo polacco, è che, la crisi del concetto di comunità, – su cui invece e non a caso si era fondata la riflessione sociologica e filosofico – sociale dal secondo dopoguerra fino alla fine del secolo scorso, quando però la disintegrazione e frammentazione dei legami sociali tradizionali cominciavano a definirsi nettamente – abbia condotto all’emersione di un individualismo sfrenato, in cui i legami sociali si annientino ed ognuno, in sostanza, diventa antagonista di ciascuno.
    Tale eccesso di soggettivismo, avrebbe così finito per indebolire le basi della modernità, rendendola fragile e determinando una situazione di totale anomia in cui tutto si dissolve, appunto come si trattasse di un corpo in liquefazione; perdendo qualsiasi certezza tradizionale, ma senza – cosa che invece sarebbe di per sé un segno positivo e di evoluzione – imprimere una nuova sistema di valori di riferimento, l’unica attenzione verso cui istintivamente l’uomo si rivolge, come risorsa di legittimazione individuale e consenso sociale, è l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore ed il consumismo.
    Si tratta però di un consumismo che non trova la propria realizzazione nel nell’appagamento per possesso di oggetti, poiché i processi delle distribuzione commerciale del capitalismo attuale, tende alla rapida obsolescenza delle merci, di modo che l’individuo si senta obbligato a passare in successione da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo, a cui si ricollega la riflessione di Giorgio sul primato della lingua pubblicitaria. La modernità liquida, per dirla con le parole del sociologo polacco, è “la convinzione che il cambiamento sia l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”.
    Evidentemente, in questo contesto, non può che liquefarsi anche il linguaggio, in particolare il linguaggio artistico, in quanto mimesi della vita, che non può ostinarsi a rappresentare dei totem fuori tempo.
    L’antropologia e la storia delle religioni ci insegnano che i simboli sacri che costituiscono le ierofanie (manifestazioni del sacro), cioè il sistema simbolico su cui si basa il corredo cultuale di qualsiasi credo religioso, in parole povere la lingua della religione, vengono continuamente sottoposti ad un processo di ri-plasmazione culturale; nel momento cioè, in cui il simbolo non risponde più alle esigenze mutate del sentire religioso, in conseguenza della trasformazione della cornice esistenziale, va risemantizzato, pena la perdita di significatività e dunque il suo disuso. Quando questo stato sincretico si realizza (come con la kaaba, la pietra sacra alla religione islamica, travasata da precedenti tradizioni religiose primordiali e ridefinita nel suo orizzonete di valori) si parla di idolatria, per la capacità della manifestazione sacra di presentarsi sempre in forme diverse da sé stessa; laddove il simbolo sacro non riesce ad essere ri-codificato e diventa d’ostacolo alla diffusione del messaggio religioso stesso, si parla di iconoclastia.
    Il termine, nell’accezione che in questo caso formula il grande storico delle religioni romeno Mircea Eliade, non è tanto riferito alle diverse derive messianico-populistiche emerse nel corso della storia in relazione al culto delle immagini sacre, ma indica piuttosto l’inquietudine che si viene a creare nella comunità degli osservanti, per il vuoto di significato che si viene a determinare.
    La poetica Noe denuncia esattamente questo vuoto di significato, che ormai contrassegna il lessico tradizionale e quindi la produzione letteraria e poetica che da essa discende, perché non rappresenta più il reale ed il reale stesso, peraltro è sfaccettato, frantumato in diverse direzioni, indirizzato verso nuovi paradigmi, non più riconducibili al dominio dell”IO”. Il reale è esattamente nella stessa situazione di frantumazione che abbiamo analizzato per i simboli religioni, per mancanza di una rappresentazione simbolica.
    E’ proprio in quest’interstizio che si pone la Poetry kitchen, andando a ripescare i residui di quel reale frantumato, tra i meandri dimenticati del quotidiano, tra i cocci dell’arrembaggio di un capitalismo sempre più finanziario e sempre manufatturiero, che genera gli oligarchi ed i nani di corte che stanno devastando il nostro esistente. Modestamente, la Poetry kitchen, cerca di restituirne i contorni del naufragio e ri-semantizzarli in una nuova cosmologia semantica, in un nuovo paradigma di significati, nella necessità di abbattere le convenzioni fisico-spaziali e simboliche, di questo mondo frantumato.
    RIngrazio infine l’amico Paolo Intini,dolendomi per il suo commiato inatteso – la sua poesia è ormai diventato un riferimento apicale per me – per avermi citato ed aver parafrasato gli ultimi miei componimenti nel suo intervento all’inizio dell’articolo.
    Un abbraccio a tutti gli amici dell’Ombra.

  23. raffaele ciccarone

    Inedito
    Set 93

    Minecraft è assediata dai followers,
    pur se fake news.
    I poeti Kitchen pranzano al McDonald’s con quello
    che è rimasto in cucina. Picasso, De Chirico e Savinio
    mangiano al Jamaica Bar di Brera.
    Maigret passeggia a Montmartre, Lupin gli ruba la pipa
    la rivende la domenica successiva
    al Mercatino di Via Speronari a Milano.
    Il mezzo busto televisivo mostra sul dorso delle mani
    i peli irsuti del dr Jackie.
    I bimbi si sono rifugiati sotto il letto quando sono arrivate
    le ombre dei mostri.
    Alice non trova l’uscita dal Paese delle meraviglie,
    Arianna gli offre la soluzione in cambio del cappello a fiori

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