Archivi del giorno: 5 marzo 2022

Poesie di Giorgio Linguaglossa da Distretto n. 18 Il Signor Dobermann è entrato nella mia stanza, si è guardato intorno con sospetto. I canarini all’improvviso cessarono di cantare. All’epoca non c’era ancora l’energia elettrica, non era ancora venuta l’era dei pulsanti e degli interruttori. L’ospite mi ha chiesto con delicatezza di aprire la gabbia dei canarini, di strozzarli con le mie mani, uno ad uno, ed io mi sono voltato a guardare la tartaruga col carapace che si illumina e la finestra aperta

Lampada, foto

foto di Marie Laure Colasson (2022), l’abat jour di Stanza n. 89

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Giorgio Linguaglossa

da Distretto n. 18

(di prossima pubblicazione con Transeuropa Ed.)

Il Signor Dobermann è entrato nella mia stanza, si è guardato intorno con sospetto. I canarini all’improvviso cessarono di cantare. All’epoca non c’era ancora l’energia elettrica, non era ancora venuta l’era dei pulsanti e degli interruttori. L’ospite mi ha chiesto con delicatezza di aprire la gabbia dei canarini, di strozzarli con le mie mani, uno ad uno, ed io mi sono voltato a guardare la tartaruga col carapace che si illumina e la finestra aperta dalla quale il vento del nord è entrato nella stanza e ha spazzato via i corpi dei pennuti. Un corvo che io capii essere un messaggero del buon augurio prese a picchiettare sul vetro della finestra, la spalancai ma non c’era più, volato via, gli alberi però erano ancora là, aspettavano qualcosa… le tazzine del caffè erano rovesciate, le cicche delle sigarette riempivano i posaceneri

«Chi è il Signor Dobermann?»
«Non lo so»
«Chi è K.?»
«Non lo so»
«Cogito?»
«È morto. È stato un personaggio delle mie poesie, tanto tempo fa»
«Enceladon?»
«Non lo so. Anche lei è stata un personaggio delle mie poesie»
«Un personaggio immaginario?»
«Sì»
«Madame Hanska?»
«Una mia invenzione»
«Anche lei un personaggio delle sue poesie?»
«Sì»
«Madame Tedio?»
«Anche quella, una mia invenzione»
«Marco Flaminio Rufo?»
«Un personaggio di Borges»
«Lei parla sempre con personaggi inesistenti?»
«Sì, che c’è di male?»
«Lei è un mitomane, caro poeta, un baro»
«Sì… forse»
[…]
«Mi parli della sua infanzia»
«Non ho avuto una infanzia»
«Mi parli di Lei»
«Non saprei cosa dirLe»
«Ogni sua affermazione…»
«È una negazione»
«Mi parli delle sue passioni»
«Non ho passioni, le ho perdute»
«Donne?»
«Anche quelle…»
«Di suo padre?»
«È morto»
«Sua madre?»
«Non ho avuto una madre»
«Si riconosce colpevole?»
«Di che cosa?»
«Del delitto»
«Cogito sa tutto»
«Non ha nessuno al mondo?»
«Nessuno»
«Allora, può morire»
«Sì»
«O forse, vivere…»
«Sì».
«Ha dei ricordi?»
«Hmmm…»
«In una sua poesia scrive di aver discusso con Ponzio Pilato»
«Sì, ci ho parlato»
«E che le ha detto?»
«Non ricordo»
«Possibile, non ricorda nulla?»
«Era avvolto in una toga rossa»
«E poi?»
«Aveva mal di testa»
«Ha incontrato Jeshua Hanozri?»
«Sì»
«Lo ha visto di persona, intendo, in viso?»
«Era di spalle»
«Le ha parlato?»
«Parlava»
«A chi parlava?»
«A degli straccioni»
«Straccioni?»
«Sì, la folla che lo salutava come un Messia»
«Che cosa diceva?»
«Non ricordo»
«Non ricorda nient’altro?»
«Nient’altro»
«Mi dica un suo ricordo. Qualsiasi.»
«Non ho ricordi»
«Non ha niente altro da dirmi?»
«Niente»
«Tutto qui?»
«Tutto qui»

Distretto n. 18

È entrato nella stanza all‘ora della pausa pranzo.
Si è seduto sulla sedia a dondolo
– il Signor K., in maniche di camicia –
«Un Campari?».
Guardò attraverso la finestra aperta
dalla quale un vento sporco rimestava gli angoli della stanza come alla ricerca
di una refurtiva nascosta.
«Non c’è fretta, caro Linguaglossa, c’è posto per tutti
per le visioni, le revisioni e le permutazioni…»

Gli impiegati di banca entravano ed uscivano dai bar,
sembravano preoccuparsi di qualcosa d’altro;
li percepivo nella nebbia, come se ci fosse un filtro,
i polsini delle camicie con i gemelli in finto oro, le spille, i fermacravatte
con le cravatte dozzinali,
il fumo delle sigarette tra gli scaffali e le bibite, le mani
che si stringono alle maniglie…
ricordo il profumo di un vestito femminile
non saprei dire…

Esteves è uscito dalla tabaccheria, s’è voltato, mi ha visto,
mi ha salutato con un cenno;
io mi sono alzato dalla sedia, sono andato alla finestra,
e gli ho risposto: «ciao Esteves!»,
poi la nebbia gialla è entrata nella stanza

La nebbia gialla strofina il petto sui vetri della finestra,
la pioggia fitta sui vetri,
le persone negli autobus vorrebbero dire qualcosa,
si tengono ai ganci;
una donna si ripassa il rossetto sulle labbra, fa una smorfia,
si osserva allo specchietto

Rivedo Giusy attraverso un acquario,
appoggiata allo stipite della porta;
mi getta un’occhiata, sorride, si volta all’indietro.

«Ricordi, Alberto?, ero con il mio terrier, “Coccobill”,
al luna park, all’Eur, sulla Grande Ruota!
stavamo così stretti!, poi venne il buio, una pioggia fitta…
lo ricordi Alberto?»;
io mi schernii: «no, non lo ricordo…»,
dissi,
però non le ho detto che non ero io…

La pioggia cadeva fitta
mi venne in mente che fosse una estranea;
dissi semplicemente:
«un caffè, ti va?», così,
per prendere tempo.
«chiudi la porta, Giusy».
Aggiunsi:
«Non dimenticare di chiudere sempre la porta alle tue spalle».

Mi sporsi dalla finestra per vedere
se gli alberi erano ancora lì.
«C’è troppo caldo qui, non si respira…», dissi

La incontrai molti anni dopo sulla Berkeley street,
la spider rossa parcheggiata tra gli alberi
il tubino aderente
il décolleté rosso fuoco

Cadeva una pioggia fitta sullo Stanbergersee.
«ripariamoci, andiamo via di qui,
fa freddo…»,
dissi.

Nel linguaggio della metafisica le cose sono collocate nel loro «luogo» (Ort) presso il quale il dire si spoglia di tutte le finzioni della retorica e della inautenticità della vita quotidiana; in base a questa categoria la perdita del «luogo» significa la dispersione dell’esistenza e la dissoluzione della memoria, infatti noi avvertiamo la «presenza» dell’esistenza soltanto quando ci allontaniamo dall’esistenza, quando siamo ex stasis, quando abitiamo la «presenza» di un’altra temporalità, una temporalità estraniata; avvertiamo la distanza dal tempo soltanto quando abitiamo un altro tempo e un altro spazio, in ciò penso risiede il significato dell’ek-esistenzialismo della  poesia di Distretto n. 18, in quello slogamento, in quella divaricazione che si apre tra un tempo, quello del quotidiano, e l’altro, quello dell’immaginario.  Andrea Emo in Quaderni di metafisica (Quaderno 359, 1973), ha una posizione tipicamente modernista, per il filosofo italiano il «passato e la memoria sono il regno di Dio» («Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo»). Oggi, in pieno Post-postmodernismo, siamo usciti fuori da questa equazione: Passato=Memoria, la poiesis più evoluta ne è consapevole, gli eventi della pandemia e della guerra di aggressione all’Ucraina rendono evidente che siamo in presenza di eventi traumatici, la storia destoricizzata in storialità ci ha posto davanti alla storialità che è ridiventata storia, e l’Occidente è chiamato a riepilogare la propria storia e a respingere la barbarie che viene dall’Est. Questa presa di consapevolezza dell’Europa ci pone davanti all’imperativo della assunzione delle proprie responsabilità, e la poesia anche deve assumersi le proprie responsabilità.1

1 R. Gasparotti, Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388. Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86)
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