Iosif Brodskij, Poesia, Odisseo a Telemaco (1972) con Commento di Giorgio Linguaglossa, La città è in quarantena, Il Covid19, Poesie di Gino Rago e Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa,

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa Eruzione

Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa, acrilico 50×50 su tavola, 2020 – Guardando questo quadro mi è venuta in mente l’idea che si tratti dell’istante del collasso della struttura dissipativa, il momento in cui l’equilibrio termodinamico si incrina e si determina un punto di frattura, una linea di depressione termodinamica del nostro ecosistema. Il vaso di Pandora della nostra civiltà è stato infranto inavvertitamente, ed ora siamo tutti in pericolo di vita, rinchiusi in quarantena. Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo chi sopravvivrà.È una situazione esistenziale a cui non eravamo preparati, ma che la Krisis ci fosse e che fosse ad un punto molto avanzato la NOE lo indicava da tempo. Ciò che non può essere detto in parole lo si può però raffigurare con la pittura.

 

Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,

la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.

Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere

i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.

Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.

Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco

trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,

si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,

lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.

Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.

Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.

Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.

Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me

dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, traduzione di Giovanni Buttafava, versione in distici di g.l.)

caro Gino Rago,

colgo in questa straordinaria poesia di Brodskij lo spirito e la consapevolezza di un esule dalla grande patria, un quasi disertore, uno di coloro che si sono ritirati, che non hanno preso parte alla guerra, alla prima grande guerra imperialistica della storia dell’Occidente. E’ una riflessione di altissima profondità e attualità, con quell’accenno al figlio Telemaco liberato dal complesso di Edipo e dalla paura di Edipo. Edipo in quanto responsabile di tutte le guerre. Il padre. Il totem. L’Odisseo di Brodskij ha imparato tanto dalla guerra: che lui è soltanto un figlio di quella cultura che lo ha formato e prodotto. Che siamo tutti figli di quella cultura, nel bene e nel male, che non c’è via di scampo, che non puoi uscire dalla cultura che tu respiri e dalla lingua che parli. L’Odisseo di Brodskij è giunto in prossimità del nichilismo, e del relativismo, anzi, ha attraversato il nichilismo, come soltanto una guerra, un grande bagno di sangue ti può concedere di esperire.
Io leggerei questa poesia-chiave nel segno della nostra cultura di oggi, giunti al Tramonto dell’Occidente, ci volgiamo all’indietro a considerare i nostri progenitori: In primis Odisseo, il nostro progenitore, l’astuto inventore del terribile tranello che porrà fine alla guerra: quel cavallo di Troia, congegno simile alla bomba atomica, per quell’epoca. Brodskij legge, in questa formidabile poesia, la storia a ritroso dal punto di vista di un uomo giunto alla soglia del Tramonto dell’Occidente, un uomo che si rivolge al figlio, che nel frattempo sarà cresciuto e sarà diventato un altro uomo. Questo Odisseo problematico di Brodskij è una poesia-totem, una poesia delle poesie. Una poesia che chiude il ciclo di una civiltà. E chi non lo capisce, mi chiedo che cosa potrà capire mai di questa poesia, così desolatamente profonda e sconfinata. Brodskij non accusa Odisseo, anzi, lo assolve. Come Odisseo libera il giovane Telemaco dalla paura del padre-totem. Così sarà libero, libero di essere uomo di un altro tipo e potrà fondare un nuovo mondo, una nuova umanità.
Una poesia profondissima e amara. Amara per quelle verità che reca con sé.

(Giorgio Linguaglossa)

Gino Rago

Una e-mail dall’Olimpo per Giorgio Linguaglossa

al poeta della “Preghiera per un’ombra”

«So che si trova nella caverna delle vite sospese.
Un nemico senza volto si aggira per le vie.

mentre Lei parla di Odisseo, di Telemaco, di Edipo,

e via cantando di questo passo.

Dal 6 agosto del 1945 dopo Little Boy su Hiroshima
i  vincitori e i vinti di Troia abitano a New York.

Ecuba in cucina prepara marmellate.
Cassandra legge i giornali ogni mattina.

Priamo gioca in borsa, Paride gira con i dreadlock,
porta il cane al Central Park.

Presso i Greci si diffonde un nuovo virus,

Un guerriero travestito da Clitemnestra
sgozza il Re nella vasca da bagno.

Ettore lo incontro ogni giorno  al 10° chilometro della Fifth Avenue,
Andromaca fa acquisti da mille e una notte.

Entra ed esce da una buotique  all’altra.

Astianatte gioca con il pc, è sempre solo in casa.
Mi creda, i miti sono l’inganno dell’Occidente,

Fat Man su Nagasaki ha cambiato il mondo…
Ma per Lei forse i miti sono l’aria.

Chi può vivere senza aria?

Una sciagura ieri a Chicago, tutti morti quelli in volo.
A terra gli agenti della CIA cercano qualcosa

tra i frammenti sull’erba, sui rami degli alberi, sulle pietre.
[…]
A Zbigniew Herbert non importa nulla della scatola nera.
Vuole sapere i pensieri dei piloti, delle hostess, degli steward

e di tutti i passeggeri

Un istante prima del disastro, con un occhio nel quotidiano,
e  l’altro nella immaginazione.

Edipo? Mi creda, è un’altra menzogna.

[…]
Caro Signor Linguaglossa,
Il Suo porte-parole, il Suo alter-ego, Herr Cogito, lo sa,

Zbigniew Herbert non si concentra mai sugli effetti,
Gli interessano le cause dell’ evento,

Tratta tutto come fosse un accidente.
Dice che i sintomi non sono la malattia.

Il commissario del KGB entra nell’atelier di Cogito.

Esamina il corpo di reato.
Una scatola di colori, un cartellone, quattro chiodi,

Una matassa di spago, un barattolo di colla, una risma di carta.
Herr Cogito, Lei costruisce un mondo non dalle molecole o dagli atomi

Ma usando gli scarti, le scorie, i rifiuti.
Non creda ad Ulisse, lasci perdere Telemaco,

troppo gelo sulle parole…»

(inedito, 19/20 marzo 2020)

 

Giorgio Linguaglossa e Alejandra 9 ott 2018

Giorgio Linguaglossa e Alejandra Alfaro Alfieri 2019

Giorgio Linguaglossa

caro Gino Rago,

ricevo quotidianamente messaggi su Messenger con dovizia di Madonne addolorate e altre amenità. Di solito rispondo: «Sì, sono ateo e comunista. Ci sono problemi?».

Stanza n. 47
Il ritorno del Signor Cogito

È mattino. Un gabbiano tinnisce. Il sole impallidisce. Il Covid19 ha colpito ancora.
La città è in quarantena.

La polizia segreta ha rilasciato il Signor Cogito.
Torna a casa il filosofo.

Prende un cappuccino al bar all’angolo di via Gaspare Gozzi,
davanti al muro della Metro B.

Apre la porta. Al quinto piano di via Pietro Giordani 18.
Chiude la porta. A chiave. Tre mandate.

Gira bene la chiave nella serratura, non si sa mai.
Un ladro, un assassino, un portaborse, un leghista…

Si siede in poltrona. Apre il giornale. Sorseggia il caffè.
Legge le notizie del giorno.

Quanti morti? Quanti vivi? Per quanto tempo ancora?
Risponde al telefono.

«Sì, sono ateo e comunista. Ci sono problemi?».

Adesso, può attendere un’epoca migliore.
Sì, c’è sempre la speranza di un’epoca migliore.

Fuori della finestra azzurra un agente della polizia segreta.
Lo sorveglia. Passeggia. Avanti e indietro.

Fuma una sigaretta del monopolio.
Aria di primavera.

Profumo di fiori di gelsomino.

(inedito)

Marie Laure Colasson Struttura dissipativa Eruzione A

Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa, acrilico 50×50 su tavola, 2020 – I colori hanno dimenticato i colori, sono stati attecchiti dall’oblio dei colori. Le parole hanno dimenticato le parole, sono state attecchite dall’oblio delle parole. Un virus pericolosissimo le sta decimando senza accorgercene. Le parole e i colori sono diventati inabitabili. Siamo stati lentamente invasi dalle «parole piene», dai «colori pieni»; i colori comunicazionali, le parole comunicazionali che troviamo in ogni dove e in tutti i libri di poesia che si stampano oggi e in tutte le installazioni. I colori e le parole sono state infettate da un virus invisibile che le ha decimate, e non ce ne siamo accorti. I colori e le parole non ci guardano più, non ci riguardano più, fuggono via, sono diventate estranee. È diventato problematico finanche dire le cose più semplici. Ricordo che Ingeborg Bachman non riusciva ad entrare in una boucherie e chiedere: «Per favore vorrei un chilo di fettine». Una malattia invisibile e letale sta uccidendo tutte le parole. Soltanto pochissimi poeti, i poeti della nuova ontologia estetica se ne sono accorti e lo gridano, lo scrivono, ma parlano al vento, le persone per bene sono ormai diventate cieche e mute…

Marie Laure Colasson 

Nuit brouillard Eredia tire les rideaux
une porte s’ouvre sur une ombre

Terre sans soleil cendre grise
deux chevaux galopent dans la prairie

L’épicier russe vend des gâteaux en technicholor
des fleurs subtropicals sac-plastique sur l’eau visqueuse

La blanche geisha marche dans la rue
son enfance s’envole sans l’avertir

Pure de toute épuration
Lilith se dénude souveraine

Une voix se brise sur un point d’interrogation
tandis que des musiques barbares flottent

La geisha et Eredia se jettent de la Tour Eiffel
avec l’ombre chevauchent armées de parapluies vers la prairie

Lilith plonge dans son océan et ouvre les fenêtres

*

Notte nebbiosa Eredia tira le tendine
una porta si apre su un’ombra

Terra senza sole cenere grigia
due cavalli galoppano nella prateria

Il droghiere russo vende dolci in technicolor
fiori subtropicali borse di plastica sull’acqua vischiosa

La bianca geisha cammina nella via
la sua infanzia se ne va senza avvertirla

Monda di ogni epurazione
Lilith si denuda sovrana

Una voce si frange su un punto d’interrogazione
mentre musiche barbare ondeggiano

La geisha e Eredia si gettano dalla Torre Eiffel
con l’ombra cavalcano armate di parapiogge verso la prateria

Lilith si tuffa nell’oceano e apre le finestre

(inedito)

Le parole hanno dimenticato le parole, sono state attecchite dall’oblio delle parole. Un virus pericolosissimo le sta decimando senza accorgercene. Le parole e i colori sono diventati inabitabili. Siamo stati lentamente invasi dalle «parole piene», le parole comunicazionali che troviamo in ogni dove e in tutti i libri di poesia che si stampano oggi. Le parole sono state infettate da un virus invisibile che le ha decimate, e non ce ne siamo accorti. Le parole non ci guardano più, non ci riguardano più, fuggono via, sono diventate estranee. È diventato problematico finanche dire le cose più semplici. Ricordo che Ingeborg Bachman non riusciva ad entrare in una boucherie e chiedere: «Per favore vorrei un chilo di fettine». Una malattia invisibile e letale sta uccidendo tutte le parole. Soltanto pochissimi poeti, i poeti della nuova ontologia estetica se ne sono accorti e lo gridano, lo scrivono, ma parlano al vento, le persone sono ormai diventate cieche e mute.
(g.l.)

11 commenti

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11 risposte a “Iosif Brodskij, Poesia, Odisseo a Telemaco (1972) con Commento di Giorgio Linguaglossa, La città è in quarantena, Il Covid19, Poesie di Gino Rago e Giorgio Linguaglossa, Marie Laure Colasson, Struttura dissipativa,

  1. milaure colasson

    Caro Giorgio ,grazie per i tuoi commenti sulle mie Strutture dissipative e la mia poe”z”ia.Un grand merci Ugualmente per le poesie di Brodskij ,Gino Rago e la tua ultima che non conoscevo ,tutte tre diverse ma di un valore particolare che appartiene alla personalità di chi si scontra con il suo ” exil intérieur ” come scrive Roland Jaccard .
    Un vivo saluto marie laure Colasson

  2. Maria Grazia Ferraris

    Trovo questa pagina su Brodskij, l’analisi delle Strutture dissipative di L. Colasson:

    “I colori e le parole sono state infettate da un virus invisibile che le ha decimate, e non ce ne siamo accorti. I colori e le parole non ci guardano più, non ci riguardano più, fuggono via, sono diventate estranee. È diventato problematico finanche dire le cose più semplici.” di una forza di analisi del periodo che stiamo vivendo e della poesia in generale acute e tragiche nel contempo, vere di una verità amara che sconfigge ogni falsa consolazione. Oggi è morto il poeta Mario Benedetti, ha portato lui pure il suo tributo misconosciuto alla capacità di vedere:

    ” Quante parole non ci sono più.
    Il preciso mangiare non è la minestra.
    Il mare non è l’acqua dello stare qui.
    Un aiuto chiederlo è troppo.
    Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.
    E non ci sono salti, mani che insieme si tengano
    alla corda, sorrisi, carezze, baci. Una landa impronunciabile
    è il letto nella casa di riposo dei morenti,
    agitata, negli spasmi del sentire di vivere ancora….
    Arido sapere, arido sentire.
    E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni,…
    (Tersa morte)

  3. milaure colasson

    Il Sab 28 Mar 2020, 08:17 L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internaziona

  4. Quando un poeta si rende conto che tutte quelle parole che si dicono lui non può più dirle, allora entra in una nuova dimensione nella quale è senza-linguaggio, scopre con esito esiziale che non ha più un linguaggio di cui appropriarsi. Allora, l’unica cosa che gli resta da fare è parlare come tutti gli altri parlano.
    E questo è peggiore del male che voleva sopprimere,
    È la nemesi delle parole.

    Leggete qui: Agamben, Ciò che resta di Auschwitz http://ariliterature.org/forum/wp-content/uploads/2019/03/AGAMBEN-Quel-che-resta.pdf

  5. Mariella Bettarini

    Grazie sempre di questi preziosi invii. Vivi auguri e un caro saluto da

    Mariella Bettarini

  6. milaure colasson

    Una poesia di Tomas Tranströmer

    Entrammo. Un’unica enorme sala,
    silenziosa e vuota, dove la superficie del pavimento era
    come una pista da pattinaggio abbandonata.
    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    Un esempio indiscutibile di come sia mutata la percezione del mondo dell’uomo contemporaneo. Il quale guarda le cose con sguardo diretto, e non vede niente. Infatti, il poeta svedese impiega sempre lo stile nominale, chiama subito le cose in causa e, in tal modo, causa le cose, le nomina, dà loro un nome. Entra subito per la via sintattica più breve dentro la cosa da dire. Perché nel mondo totalmente oscurato non c’è più tempo da perdere. Nel mondo degli ologrammi penduli non c’è più spazio per gli argomenti in pro della colonna sonora. Nel mondo totalmente oscurato chi parla di Bellezza non sa che cosa dice, o è un imbonitore o è un falsario. Oggi il miglior modo per concludere una poesia è: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.» Chiudere. Chiudere le finestre. Chiudere le porte. Sbarrare gli ingressi. Scrivere su un cartello, in alto, sopra la porta d’ingresso: «Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.»

    Il problema dell’Aufgabe des Denkens come oltrepassamento del nichilismo e preparazione di una nuova dedizione – si configura ora come problema dell’aporetico oltrepassamento del principio di non contraddizione. Questo il tremendo compito assegnato da Heidegger al pensiero filosofico – che il pensiero deve assumere per affermare la sua attività ed autonomia. Solo nel segno di questo compito, solo nella ricerca di una giusta esperienza dell’origine si apre per l’uomo la possibilità di una vita autenticamente etica:
    «Ethos significa soggiorno (Aufenthalt), luogo dell’abitare. La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo. L’apertura del suo soggiorno lascia apparire ciò che viene incontro all’essenza dell’uomo e, così avvenendo, soggiorna nella sua vicinanza. Il soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò che appartiene all’uomo nella sua essenza. (…) Ora, se in conformità al significato fondamentale della parola ethos, il termine «etica» vuol dire che con questo nome si pensa il soggiorno dell’uomo, allora il pensiero che pensa la verità dell’essere come l’elemento iniziale dell’uomo in quanto e-sistente è già in sé l’etica originaria».1

    La ricerca di questa etica originaria si cela nella tensione dell’Aufgabe des Denkens: il pensiero dell’essenza dell’essere come Léthe definisce il luogo, lo spazio aperto entro cui l’essenza dell’uomo trova il suo soggiorno. L’illuminazione di questo luogo essenziale è il compito del pensiero. Attraverso la comprensione dell’origine si può tornare all’originario, ad una pratica dell’origine, alla frequentazione di ciò che è originario, all’azione nel framezzo dell’ente e della storia. solo con tale comprensione preliminare, possiamo essere compresi nella nostra più vera essenza.
    Se intendiamo in senso post-moderno (e quindi post-metafisico) la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», possiamo comprendere appieno il tragitto intellettuale percorso da una parte considerevole della cultura critica: dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs alla odierna de-realizzazione delle merci che scorrono (come una fantasmagoria) dentro un gigantesco emporium, al «valore di scambio» come luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata dal corso della Storia. Della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano verso l’esterno, la periferia. Il discorso poetico nella forma del polittico (in accezione di esperienza del post-moderno) è appunto la costruzione che cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, magari solo per un attimo, la dispersione verso e l’esterno e la periferia.”

    E’ incredibile come la quartina di Transtromer, con quel finale:

    Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.

    corrisponda alla nostra situazione quotidiana, prigionieri all’interno delle nostre abitazioni, con tutte le porte e le finestre chiuse a causa del virus Covid19.

  7. Marina Petrillo

    Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
    Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
    dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.

    Indossare candidi abiti o, su vuote piattaforme, diluire
    il respiro tra piante vascolari. Connettori colgono voleri
    superiori a bassa frequenza.

    Soave il mandorlo determina suoi i fiori. Indulge un tempo
    illuminato a sfera terrestre il cui potere attribuisce la regalità del ritorno.
    In assenza plurima deterge asettico il volto a calco.

    Teme oblio l’indifferente sposalizio tra geni mutanti e indivise
    cellule feconde al seme della rivelazione.
    Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano.

    __________

    Se dovesse lasciare questo piano di esistenza
    vorrei vederla piccola, rannicchiata sul pavimento

    intonare un canto , Angelus della dipartita
    benevolo al gesto dell’insidioso andare.

    Paradigma brama bellezza in archetipo
    se muove l’ insoluta perfezione ad attimo.

    Lì perviene il presente in dubbio
    opalescente al nastro annerito del pianeta.

    Holderlin canta l’Essere sacro, la sua pace d’oro.
    Dimenticanza, perdono. Nube che viaggia innanzi alla serena luna.

    Smemore ogni tratteggio nell’indiviso multiverso
    o diafanità traslucente la parola.

    Alla preghiera antica, torna il coro
    degli esseri senzienti declinati ad Uno.

    Lieve tocco in stilla apparsa in sogno
    primo gesto non contemplato ad inizio

    per cui il Big Bang è tonfo della sua fine.

    Marina Petrillo

  8. gino rago

    I 3 polittici che propone su questa pagina L’Ombra delle Parole, il polittico di Milaure Colasson, il polittico di Gino Rago e il polittico di Giorgio Linguaglossa, cui aggiungerei quello di Marina Petrillo postato fra i commenti, introducono un nuovo tipo di estetica che mi riprometto di approfondire in un prossimo commento: “l’Estetica della interdisciplinarità” come tendenza a far convergere in un unico sapere i frammenti sparsi qua e là dei vari saperi, soprattutto quelli iper-specialistici, del nostro tempo.

    Gino Rago

  9. Leggiamo un sonetto di Dante:

    Per quella via che la bellezza corre
    quando a svegliare Amor va ne la mente,
    passa Lisetta baldanzosamente,
    come colei che mi si crede tòrre.

    E quando è giunta a piè di quella torre
    che s’apre quando l’anima acconsente,
    odesi voce dir subitamente
    “Volgiti, bella donna, e non ti porre;

    però che dentro un’altra donna siede,
    la qual di signoria chiese la verga
    tosto che giunse, e Amor glile diede”.

    Quando Lisetta accomiatar si vede
    da quella parte dove Amore alberga,
    tutta dipinta di vergogna riede.

    «Delle 89 parole di cui il testo si compone, 2 soli sono aggettivi qualificativi (pari al 2,24%), e ben 21 (il 23, 59 %) sono verbi».1
    Se confrontiamo queste percentuali con i 14 aggettivi rilevati da Gino Rago ad una poesia di Paolo Ruffilli di 11 righe e agli 11 aggettivi rilevati sempre da Gino Rago in una poesia di Maurizio Cucchi di 10 righe, abbiamo il riassunto della situazione della poesia maggioritaria che si fa oggidì in Italia.

    Costanzo Di Girolamo, Teoria e prassi della versificazione, Il Mulino, Bologna, 1976, p. 144

  10. Stamattina, tornando a casa mia in via Pietro Giordani (Roma), un refolo di vento ha sollevato «una mascherina da chirurgo, un guanto di plastica, un profilattico, un palloncino giallo e una banconota da cinque euro». Erano le parole che mi servivano per completare una poesia che giaceva incompiuta da alcuni anni.

    Stanza n. 53
    K. è qui

    K. è qui.

    Sotoportego del Ponte di Rialto.
    “Locanda del Doge”. Tavolino. Una damigella in crinolina. Campari rosso

    In bicchiere di cristallo, noccioline, olive verdi,
    patatine croccanti, salatini…

    K. sgranocchia qualcosa di commestibile.
    Ne sortisce un eloquio bizzarro:

    «Kaffee mir über der Mund gegossen wird.
    Hai ein Raubfisch, der heißt Schmerz.»1

    Sofismi, tropismi trapezoidali, bizantinismi
    elicoidali, postruismi,

    dissimmetrismi, notti atrali, disfunzioni atrabiliari,
    bisticci, frasari incongrui.

    Osservo con sgomento il suo mento leporino.
    «Und ich wieg, ohne Verstand, meinen Kopf darüber.»2

    […]

    Sipario di teatro. Wanda Osiris con pennacchi, piume sgargianti e tre rottweiler.
    Il mago Woland in redingote concede un inchino al gentile pubblico.

    Qualcosa rumoreggia, sferraglia dietro il sipario
    come una locomotiva a vapore che stia entrando in stazione.

    È la clacca del mago Woland che entra in azione.
    Improvvidamente, sbocciarono fiori di anacursi e di anapesti,

    In via Pietro Giordani il vento scrollò via una mascherina da chirurgo, un guanto di plastica, un profilattico, un palloncino giallo e una banconota da cinque euro.

    Ci fu un incastro di tropismi: motori, ruote dentate, rotori,
    rospi di tropi, topi di fogna, svastiche, una boccetta di brillantina Linetti…

    1 [Caffè bollente mi viene versato sulla bocca./ Un pesce predatore che si chiama dolore.]
    2 [E io dondolo la testa senza capirlo.]

  11. TRA UNA LEZIONE E L’ALTRA PASSA UN VERSO

    (Envole-toi bien loin de ces miasmes morbides;
    Va te purifier dans l’air supérieur,
    Et bois, comme une pure et divine liqueur,
    Le feu clair qui remplit les espaces limpides.
    Elévation –Le Fleurs du Mal , C. Baudelaire )

    [Houdini] Si fece avanti con ali di rondine. Partire dall’idea
    che un bunker è sulla scrivania.

    Continua la scomposizione. Ora tocca ai giardini
    Non fa meraviglia che un topo rinasca ciclamino

    I suoi figli percorrono Berlino.
    Non c’era la bandiera rossa sul Reichstag?

    Dove andrà la signora Goebbels a deporre gigli?
    Non c’era sufficiente spazio nel Target finale.

    Al cinema danno “I cobra” di Lorca.
    Segue la puntata sulla “Natural burella”.

    Sempre così con Dante che non trova come uscire.
    Lui inchiodato a una pallottola nel cranio

    e scricchiolii sotto i piedi. L’arrivo di Beria è previsto
    Per le nove. Il piombo ribolle di mascheroni

    Finirà per confondere Wall Street e Purgatorio
    Ma non è detto. Forse in una goccia di starnuto.

    Se i bambini non seppero tradire
    fu perché ignoravano la guerra.

    Si giocava a tris, a folle strega…
    Houdini che esce da un proiettile di oggi

    [NUVOLE, A TESTA IN GIÙ] cercano la carotide della città. Rincorrono un topo
    perché pensano che sia stato l’ultimo a vederla.

    I mandorli hanno smesso la brillantina. Non sanno come distrarre i semi.
    E in realtà anche i peschi e le fragole vorrebbero una tana.

    Il paesaggio va da uno spettro all’altro dei marciapiedi
    Su tutti innaffia colonia sperando di attrarre le insegne vuote.

    Flotte di brokers inseguono insetti.
    Polpa e ossa che rilanciano sui mercati.

    Diademi ciechi alle uscite delle banche destano tenerezza.
    Dovrebbero stare nei caveau invece si sentono sicuri alla luce.

    Dietro le scrivanie, nei monitor si contagia il pipistrello.
    La città è malata perché San Michele non fa parte della clientela.

    Il commerciante di stoffa trema quando tocca la cassa
    Sa che dal touch screen decollano i banchieri.

    [MISURE SULLO SCHERMO](…)Si aggiungono Jet in tutta fretta.

    Non si fa in tempo a seppellire una parola
    che subito spunta un bocciolo di ciclamini.

    Il melograno parla di elettrolisi
    Un geranio si affaccia al Power Point

    Non mancano i colombi
    Un nido nuovo tra K ed L.

    Boltzmann illustra il trend.
    Con tutta probabilità sboccerà un fico sulla A.

    La scienza esatta vacilla.
    Tra i titoli di Stato trema l’Entropia.

    Troppa sul mercato
    Finirà per tornare indietro.

    Il tempo sulle ordinate non dà scampo.
    I boccioli ritornano seme.

    Il mercato dell’ ibrido da inventare
    Il ronzio delle mosche sulla Poesia.

    Tormento a parte la vita fuori schermo.
    Chissà se i cormorani sono già migrati.

    Non c’è misura, dunque non esistono.
    Soltanto lettere il disordine dell’universo.

    (Francesco Paolo Intini, Inedito del marzo 2020)

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