Letizia Leone, Le ragioni di una antologia americana di poesia italiana contemporanea, How the Trojan War Ended I Don’t Remember (An Anthology of Italian Poets in the Twenty-First Century) Chelsea Editions, New York, 2019 pp. 330 & 20.00, Poesie di Chiara Catapano, Alfredo de Palchi, Mario M. Gabriele, Donatella Giancaspero, Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, (Edited by Giorgio Linguaglossa, Preface by John Taylor, Translated from the Italian by Steven Grieco-Rathgeb)

Antology How the Troja war ended I don't remember

È uscita negli Stati Uniti la prima ed unica «Antologia della poesia italiana contemporanea» di quel paese curata da Giorgio Linguaglossa e tradotta da Steven Grieco Rathgeb con prefazione di John Taylor, edita da Chelsea Editions di New York, 330 pagine complessive, How the Trojan War Ended I Don’t Remember, titolo che ricalca la omonima Antologia uscita in Italia nel 2017 per Progetto Cultura, Come è finita la guerra di Troia non ricordo. I poeti si dispiegano lungo un arco generazionale di circa cinquant’anni, dal 1926 anno di nascita di Alfredo de Palchi (il primo libro è del 1967, Sessioni con l’analista) passando per Anna Ventura il cui primo libro è del 1978 Brillanti di bottiglia, fino alla più giovane, Chiara Catapano. I poeti sono: Alfredo de Palchi, Chiara Catapano, Mario M. Gabriele, Donatella Giancaspero, Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Renato Minore, Gino Rago, Antonio Sagredo Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura e Antonella Zagaroli.

Letizia Leone

Le ragioni di una antologia

Un lettore forte americano che si trovi tra le mani questo elegante volume di 330 pagine rifletterà inevitabilmente sul fatto che in Italia la poesia non è un ‘vuoto a perdere’ ma, erede della più nobile tradizione dantesca, sia ancora in grado di armarsi di una forte autoriflessività filosofica e critica. Insomma, anche nel post-moderno o tardo-moderno l’arte della parola, «l’anello più debole della catena dei linguaggi» (1), riesce ad esprimere una densità gnoseologica tracciando un solco invalicabile con l’atmosfera politico-culturale del paese che la esprime. Naturalmente questa sarà una prospettiva distorta dalla mancanza di informazioni. In Italia si potrebbe morire per intossicazione da scrittura consolatoria e minimalista. Tante piccole e usurate cronache emotive dell’io come pacchetti vuoti di sigarette compilano le collane degli editori storici. Il target promozionale è precostituito. Libretti di stagione, foglie morte per colmare la misura pubblica della futilità, si sa, mentre i Poeti, in numero esiguo, scrivono come antichi amanuensi trecenteschi ai margini. A latere non più dei grandi volumi in folio delle cronache domestiche ma all’ombra dell’audience del reality show di una «letteratura postuma», ingenua e sentimentale, nell’accezione di Ferroni.

Dunque poesia facile, quella che oggi va per la maggiore, operazione di superficie, gioco linguistico incapace di ogni interrogazione sul senso o su presupposti ontologici: «Accade che nella poesia meno accorta di questi ultimi tre decenni le ipotesi poetiche che operavano sull’assunto di una lettura diretta del reale, che il ‘reale’ fosse lì, stabile e duraturo, almeno quanto si pensava che lo fosse, si sono rivelate ingenue e acritiche, si sono rivelate essere ipoteche poetiche piuttosto che ipotesi di poetica.» (2)

Nella sua introduzione critica John Taylor individua il comune taglio prospettico di questa ars poetica. I poeti selezionati dal curatore Giorgio Linguaglossa, nella loro eterogeneità propongono una sorta di nuova poesia modernista italiana (a colmare una lacuna importante nella nostra tradizione) le cui peculiarità il critico statunitense assomma nella formula «versi più massimalisti che minimalisti» affermando che l’elemento più macroscopico è l’orientamento non autobiografico e il riciclo o riuso sincronico dei materiali mitici, soprattutto della tradizione greco-latina.

Scrive John Taylor: «Certo, alcuni modernisti del ventesimo secolo hanno sviluppato una analoga Poetica, che fa rivivere o riutilizzare il passato nel presente. Tecniche sviluppate da T. S. Eliot in The Waste Land e “The Love Song di J. Alfred Prufrock” vengono in mente quando si esaminano i campioni di alcuni dei poeti qui antologizzati.. Alcuni lettori potrebbero persino ricordare le poesie storiche di C. P. Kavafis che resuscitano questa o quella figura del passato. Detto questo, i poeti qui antologizzati spesso spingono l’ironia molto più lontano di quanto non abbiano fatto Eliot, Kavafis, o altri antenati modernisti; e talvolta persino una sorta di giocosità scorre in sequenze interconnesse, come quella deliziosa di Mario Gabriele con In viaggio con Godot o come la suite di nove poesie di Lucio Mayoor Tosi che inizia con Woody Allen e termina con Zorba e Marc Chagall, per tutto il tempo dando una svolta metaforica al “tonno in scatola”.»

Per John Taylor una domanda è sottesa alle poetiche esplorate nel libro (collegata alla questione dell’oblio della memoria e di una nuova percezione del fattore tempo): «per cogliere il presente che si svolge davanti ai nostri occhi, dobbiamo cercare di afferrarlo prima che accada, o forse dopo, o ingannevolmente attraverso qualche improbabile parallelismo?»…«Forse l’intera antologia potrebbe essere incoronata con la massima di George Santayana: Coloro che non ricordano il passato sono condannati a riviverlo ».

Di certo «Il Logos è diventato spazio problematizzato» scrive Linguaglossa in merito al forte ripensamento teorico-metodologico dei poeti antologizzati quasi tutti reduci dall’officina a cielo aperto della Nuova Ontologia Estetica. Una riflessione critica a vocazione interdisciplinare, questa, che si concretizza in una ricca dialettica sulle pagine telematiche della rivista on line L’Ombra delle Parole.

In un pressoché quotidiano engagement dialogico la questione cardine (sebbene sempre presente) non è più quella dei linguaggi, «la verità è che non siamo più dentro la problematica dei linguaggi, per via del fatto che i linguaggi non fanno più testo, si sono extra-territorializzati, sono diventati delle zattere significazioniste…» (3)

Dunque con l’uso di una strumentazione complessa si tratta di ripensare una filosofia dell’arte. Una riflessione disposta trasversalmente tra scienza, filosofia, sociologia e ‘scienze umane’ che porti alla rielaborazione poetica di tutte quelle categorie de-valorizzate dal nichilismo (soggetto, linguaggio, verità, storia, etica). Progetto ambiziosissimo, arduo che si basa di una forma «eterodossa del sapere».

Partire dalla certezza che per oltrepassare il guado di tutti i cliché post-moderni, (dalla perdita del fondamento al crepuscolo del soggetto…) è necessario un cambiamento di paradigma. Una rifondazione, una nuova maniera di pensare il discorso poetico. Una frammentazione di vuoti e di pieni dove il nulla (Nichts) quale tonalità di fondo (Grundstimmung) del mondo dell’uomo, cioè dell’esistenza, risulti «come uno stato emotivo ineliminabile della Nuova Poesia.»

È questa è in fondo la tonalità emotiva fondamentale, la spia rossa che fluttua tra questi testi, la dove l’invito a leggere una certa poesia significa anche quello ad inoltrarsi nell’abitare spaesante, nell’enigma, nelle crepe che si aprono tra i versi.

Da un dialogo impossibile tra Linguaglossa e Heiddegger:
Martin H.: «La domanda sul niente mette in questione noi stessi che poniamo la domanda. Si tratta di una domanda metafisica.»

Giorgio Linguaglossa: «Ma noi non poniamo nessuna domanda al niente, noi ci limitiamo a prenderne atto, ad accettare, come tra due parentesi tonde, che qualcosa aleggi come tra due parentesi graffe all’interno di un grande mare dell’immobilità assente che sta al di là del Nulla e lo contiene e lo sdogana, per così dire.»

Chiara Catapano_2

CHIARA CATAPANO

A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita

1
A giudicare da come vanno le cose lungo la dorsale della vita,
Dovrò presto fare i conti con quanto fa pendere la bilancia
Oltre i confini estremi della misura.
Quando morirò vorrei leggessero Elytis al mio capezzale:
Nessun Cristo migliore della sua Maria Nefèli potrebbe
ungermi la fronte
Prima che il nero mi raggiunga con l’ultimo respiro.
Accompagnatemi a Oxòpetra e abbandonatemi distesa sulla roccia
Come un frutto di mare aperto.
Lasciate che mi dissipi l’aria e non siano i vermi giù in profondità
a svezzarmi:
Sia la natura a pedinarmi e, in segreto, mi assolva
Benché anche per un sol giorno avrò creduto che concretezza è male.
Basterebbe levarsi di torno l’opinione come gli abiti la sera:
Invece stiamo ancora a implorare l’un l’altro approvazione
Per il modo in cui mordiamo il frutto appena spiccato.

Non esiste religione che non comprenda in segreto violazione
Nelle segrete stanze della fede.

Ho chiuso gli occhi come per un miracolo.
Era gennaio e dentro l’estate già s’apre un varco:
Il mio errore sta nell’imporre un tempo unico alle cose
Ed io viverci male, col ritmo del rammendo.
In silenzio l’uomo raccoglie dalla bianca roccia piante selvatiche,
E il poeta dà loro un nome:
E nella pausa tra il gesto e la parola vive l’eternità iterata mille
e mille volte,
Finché anche l’oro dell’icona non avrà rivelato il tuo stesso volto
dipinto da Dio
Sulla tavola nel legno della croce.

Finiamola qui. Voglio abbandonare la paura al crocevia
Dove con mani leggere accetterò la soma della Sfinge
E i quesiti che valgono anche quando ormai tutto è svelato.
Tebe è chiusa in un morbo d’ignoranza, nessun assedio
abbastanza definitivo
Per abbattere le mura ed espugnare la città affamata.

Siamo vivi per puro caso: divinità luminosa liofilizzata
in equazioni
O deposta con velluti e porpora nel più remoto dei remoti cieli,
Porterai sempre il nostro nome.

Cerchiamo comprensione,
per non doverci assumere la responsabilità di noi stessi.

1
Judging by how things go along the ridge of life
Soon I must reckon with what tilts the balance beyond all sense
of measure.
When I die I’d like them to read me Elytis at my bedside:

No Christ better than Maria Nefeli could anoint
my forehead
Before blackness reaches me with my last breath.
Take me to Oxopetra and leave me there lying on the cliff
Like an open oyster.
Let the air waste and scatter me, lest the worms wean me deep down:
Let Nature shadow, and secretly absolve me
Even though I may for a single day have found evil in concreteness.
We would only need to shed opinions like our clothes at night:
Instead here we are still imploring each other’s approbation
For the manner in which we bite the freshly plucked fruit.

There is no religion that does not include a secret violation
In the secret chambers of faith.

I closed my eyes as if by miracle.
It was January, and a passage already opens in the summer:
My mistake is to force a single time upon things
And then live poorly, in rhythm with the darning needle.
In silence man gathers wild plants from the white rock
And the poet names them:
And in the delay between act and word, eternity lives many
thousand times over
Till the icon’s gold also reveal your countenance painted by God
On the panel in the wood of the cross.
Let’s finish it here. I want to abandon fear at the crossroads
Where with light hands I will accept the Sphynx’s burden
And the queries that are still valid after all is revealed.
Thebes is shut inside a plague of ignorance, no siege so final
To knock down the walls and overwhelm the starving city.

We are alive by pure chance: divinity, luminous and rarefied
in equations
Or laid down with velvet and purple in the remotest of remote skies,
You shall always bear our name.
We seek understanding So that we need not be answerable to our own selves.

Onto De Palchi

ALFREDO DE PALCHI

da Paradigma / from Paradigm

Sono il dilemma
che oltraggia la veste monacale usata dalla mente,
e per il suo corpo incolume
sono lo sposo della mensa
adorato ogni notte in ginocchio presso
il letto spogliato quanto te;
la veste intatta ad un chiodo a poco a poco si chiazza
di unguenti spalmati sulle piaghe dell’intimo punire
mentre tenti di fermare la mano surreale che ti accende
e ti invischia nella sua potenza.
La finestra della cella è chiusa, l’uscio sbarrato,
i muri calcinati assorbono le urla mute;
e tu, monacale, divarichi le carni ustionate,
e con bocca saturnina piena di lingua che serpeggia lucifera
avvolgi nell’ideare il mio calvario infiammato
vinto con la religione della tua essenza
carnale — prendimi come vuoi,
in tutte le bocche gonfie di rosa, turgide di passione,
riempiti del tuo salvatore.

4 febbraio 2000

I am the dilemma
that outrages the nun’s habit used by the mind,
and for your unharmed body
I am the groom of the altar,
adored by you on your knees each night
next to the bed undressed as you are.
The garb intact on a nail bit by bit is stained
by unguents smeared on sores in the intimate punishment
as you attempt to stop the surreal hand that ignites you
and entangles you in its power.
The cell window is shut, the exit blocked,
the whitewashed walls absorb your silent screams
and you nun-like divaricate your scalded flesh
and with saturnine mouth full of meandering luciferian tongue
you envelop in the concept my inflamed calvary,
conquered with the religion of your carnal essence—
take me as you will, in all your mouths swollen with rose,
turgid with passion,
fill yourself with your savior.

4 February 2000

Mi
immedesimo in te, Cristo,
spirito incolume della mia religione
carnalmente di bestia umana — la mia comunione sacra
è la manifestazione di quanto esprimi spezzando il pane
“prendete, mangiate, questo è il mio corpo”
e porgendo il vino
“bevete, questo è il mio sangue.”

Mi spezzo, come il pane della cena,
e dissanguo, come offerta di vino — simbolo del sangue
prezioso; sono il carnivoro
il cannibale che lingueggiando divora il suo corpo
e beve il sangue della ferita
perché si ricordi di me;
e tu inchioda sulla stessa croce il mio amore
per le sue carni maestose.

Grace Church, NYC, 11 giugno 2000

I
immerse myself in you Christ,
unharmed spirit of my carnal religion
of human beast—my sacred communion
is the manifestation of all you express breaking the bread
“here, eat, this is my body”
and offering the wine
“drink, this is my blood.”

I break myself like the dinner bread
and bleed, like the offering of wine—symbol of precious
blood; I’m the carnivore
the tonguing cannibal devouring the body
drinking the blood of the wound
so that I’ll be remembered:
and you nail my love on the same cross
for her majestic flesh.

Grace Church, NYC, 11 June 2000

*
Perché brucio di calce nel sangue
porgi la tetta nutriente di succhi
all’età che sgela il siero
nella radice ossea

sbiancata
ramifica germi sotto la pelle
terragna di raccolti cereali
verdure al mattino di brina
zucche e vendemmie

dal fondo ciclico di filari con pioppi
e olmi sulle rive del fossato
guizzante di pesci all’alba
arrivi quasi sveglia
nel circolare vortice

hai il sapore del riposo
non gli ultimi voli della notte e il brucare in silenzio
l’odore acre del letame fumigante a mucchi
per i campi di novembre
e la crescita nei solchi con il sole che scala
l’orizzonte della perfetta curva

che si allontana
si allontana e visibilmente si fonde
nel turbine che trascini nell’aria

19 novembre 2007

*

Because my blood is burning white with lime
you feed me the nourishing juices of your breast
at an age when serum thaws
in the bone root

off-color
it spreads seeds under the skin
earthy from the harvest: cereals
vegetables in the dewy morning
squash and vintage grapes

from the cyclical depth of rows of poplars
and elms by the banks of the moat
that flickers with fish at dawn
you arrive almost awake
in the whirling vortex

you taste like sweet repose
with the last nocturnal flights and the silent grazing
the acrid smell of manure steaming in pats
through November fields
and the growth in hedgerows under the sun as it scales
the horizon of a perfect curve

that moves away
moves away and visibly melts
into the whirlwind you drag through the air.

19 november 2007

Mario Gabriele Lucio
MARIO M. GABRIELE

da In viaggio con Godot / from Traveling With Godot

Un Ermitage con combine paintings
di Rauschenberg
e un guardiano al limite degli anni
dove chi va oltre non lascia traccia;
— tanto vale restare qui — ,
disse Alicia che temeva il cambio di stagione.
Non è stato facile lasciare la casa in via delle Dalie.
Giose è rimasto con Benedetta in Guysterland
e con le piccole gocce di lacrime amare.
Quando non è nel Vermont
manda romances and poems.

Non basta un dollaro per incontrare — la Bella Carnap
fatta di pelle di capra e zoccoli d’oro — .
Sweeney ha oltrepassato il confine,
lasciando un Frammento di prologo
dopo aver salutato per sempre Mrs. Turner.
Abbiamo trovato serpenti nel giardino.
Una sofferenza l’ha patita la farfalla
prima di volare sul concerto
per pianoforte e orchestra di Richter.
Kafka uscì distrutto nel Processo.
Ci fu chi riferì su l’Assassinio nella Cattedrale,
ma i vecchi del borgo giocavano a poker
senza fare nomi.

*

A Hermitage with combine paintings
by Rauschenberg
and a keeper on the verge of retirement
where those who go beyond leave no trace;
“We might as well stay here,”
said Alicia who feared the change of season.
It wasn’t easy to leave the house in Via delle Dalie.
Giose stayed back with Benedetta in Guysterland
and with the little drops of bitter tears.
When he is not in Vermont
he sends romances and poems.
A dollar is not enough to meet The Carnap Belle
made of goat skin and golden hoofs.

Sweeney has now crossed over the border
leaving a Fragment of a prologue
after saying goodbye for ever to Mrs. Turner.
We found snakes in the garden.
The butterfly suffered some distress
before flying onto Richter’s
Concerto for piano and orchestra.
Kafka came out of The Trial in pieces.
There were some who reported on Murder in the Cathedral,
but the old men in the hamlet played poker
without revealing names.

*

Donna Evelina piantò le orchidee nel giardino.
Lucy mi volle con sé a vedere l’erba sotto la pietra.
Un abate ci invitò a salvare l’anima.
— La città — disse, — è un luogo proibito
e l’azzurro è il centro dell’iride — .
Un cappellino di velluto rosso
accolse le lacrime dal cielo
come un’acquasantiera.
Alle nostre panchine tornammo
a spargere semi,
germogliando e appassendo dentro casa.

A piedi nudi ci avviammo
in un bosco di prataioli notturni.
Il freddo ci lasciò contriti,
non indietreggiò davanti ai rami
abbattuti dalla neve.
Non sapeva che da lì, a breve,
sarebbero venute le idi di marzo.

Fernandez non conosceva — Caroline in Sickness — .
“Buenos dias, Senior. Siamo turisti,
veniamo dal Sud per vedere Guernica
e il Ritratto con Maternità
su fondo bianco di Francoise Gilot
e dei suoi due bambini. Ne sa qualcosa? — .
— Yo no tengo mucha idea de cuáles son los lugares:
más interesantes de esta zona pero me han hablado
del Teatro National” — .

*

Lady Evelyn planted the orchids in the garden.
Lucy wanted me beside her to see the grass under the stone.
An abbot called on us to save our souls.
“The city,” he said, “is a forbidden place
and blue is the center of the iris.”
A little red velvet hat
gathered the tears from the sky
like an aspersorium.
Back we went to our benches
to scatter seed
as we sprouted and wilted indoors.

We set off barefoot
in a wood of night champignons.
The cold left us feeling remorseful,
it didn’t retreat before the branches
knocked down by the snow.
It never knew that soon enough
the Ides of March would be with us.

Fernandes was not acquainted with Caroline in Sickness.
“Buenas dias, Señor. We are tourists,
we’ve come from the South to see Guernica
and Portrait with Maternity
on a white background, by Françoise Gilot
and her two children. Do you know anything about it?
“Yo no tengo mucha idea de cuáles son los lugares:
más interesantes de esta zona pero me han hablado
del Teatro National.”

*

Sulla Swiss Air leggemmo I Racconti Ginevrini
e La Salamandra di Octavio Paz.
Si fa colazione insieme, questa mattina, Miriam,
dopo il saccheggio dei sogni.
La notte è cuscino e coperta.
Oh, Principessa, qui davvero comincia il count down!
La stanza accumula fumi, si ridesta al mattino.
Tutto si rallegra in un Buon giorno Madame.
La terra è un braciere. Non vale discuterne ancora.
Già le cose, come sono, ci spezzano le dita.
Non c’è porto sicuro dove andare.
Aspettiamo un miracolo
da Nostra Signora di Guadalupe.
Ora siamo in due a sognare una gita
non prima aver chiuso il giardino,
ritoccato il viso a Marybloom,
così non può dire che la giovinezza è sparita.
L’anno è passato.
La pioggia rivuole le sue note da pianoforte.
Una musica dal sottoscala saliva al cielo.
Natalie Cole cantava Unforgettable.
Ora i miei morti sono quelli che non ricordo.
Gli altri, figuranti nella memoria,
vivono in orizzonti stretti,
se ne stanno in silenzio nel giardino di Klingsor.

*

On Swissair we read The Geneva Stories
and The Salamander by Octavio Paz.
This morning it’s breakfast together, Miriam,
after the plundering of dreams.
The night is pillow and blanket.
Oh, Princess, here the countdown begins in earnest!
The room builds up fumes, reawakens in the morning.
Everything brightens up in a Buon giorno, Madame.
The earth is a brazier. There’s no point discussing it any more.
Things as they stand are already breaking our fingers.
There’s no safe haven to go to.
We await a miracle
from Our Lady of Guadeloupe.
Now it’s two of us dreaming of an outing
not before we’ve shut the garden,
given Marybloom a face enhancement
so she can’t say her youth is gone.
The year is over.
The rain wants its piano notes back.
From the basement some music rose to the sky.
Natalie Cole was singing Unforgettable.
Now my dead are those I don’t remember.
The others, picturing in my memory,
live in narrow horizons,
they keep silent in Klingsor’s garden.

donatella-giancaspero

Costantina Donatella Giancaspero

DONATELLA  GIANCASPERO

da Ma da un presagio d’ali / from A Premonition of Wings

È domani

Eppure è già domani,
a quest’ora fonda della notte,
quando, nei condomini, i muri,
che separano vita da vita,
hanno spessori di silenzio
e dalle strade il buio rimanda
rare sirene, eco sorda di macchine.
S’impiombano
attoniti, nel vuoto,
i binari della metro di superficie.

È domani
e non vale la veglia ostinata,
non servono i rituali del fare
a prolungare l’oggi.
Questo domani, questo tempo muto,
scattato da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso sulla zona franca del sonno, dove, ignoti,
già tanti destini si compiono,
questo è l’oggi.

Tra poco, la notte sbiadirà
in un brusio di appannati risvegli
e frulli, alle finestre, cinguettii,
di luce in luce più canori,
fino al sole pieno, puntato sulla città.
E sarà azzurro,
azzurro estremo, impietoso,
nel suo occhio fermo,
astratto dagli occhi,
dissuasi, volti altrove;

perché altrove li volge
questo Tempo acuminato,
dov’è vita ferita che dispera la vita,
nei quotidiani martìri,
nelle morti suicide per dignità negata,
nelle stragi, ai tribolati confini,
dove affonda il cuore

e la notte
di un altro domani.

*
It’s Tomorrow

Look, this late-night hour
is already tomorrow,
when the walls in the condos
separating one life from another
are layered in thick silence
and the darkness in the streets sends back
a few siren wails, muffled echo of cars.
Stunned, the tramlines
above ground give off a leaden boom
in the emptiness.

Tomorrow is here,
and the stubborn vigil is of no avail,
the to-do rituals cannot
stretch out what’s left of the present day.
Tomorrow—this wordless time
triggered by a combination of clock hands
and livid sky hovering
over sleep’s safe haven, where so many
unknown destinies are unfolding— this is today.

Soon night will pale
in a murmur of blurred awakenings
and a whirr at the windows, a chirping
more melodious as light increases light
to the ful sun bearing down on the city.
And it will be sky-blue,
an extreme, relentless blue
in its firm eye withdrawn from eyes
dissuaded, turning elsewhere:

for this sharp-edged Time
is what turns them elsewhere,
where life is hurt and despairs of life,
in the daily sacrifices,
the suicide deaths of dignity denied,
in the bloodshed at grief’s outer limits
where the heart sinks

and so the night
of another tomorrow.

Una vitrea prospettiva

1

Il riquadro di una vitrea prospettiva.
Ti assale il giorno con bagliori di nascente sole:
lo vedi insediarsi nel tuo riluttante risveglio,
innalzarsi supremo . . .

E spandersi intorno, colmare le trafelate arterie
del mondo, fino a un corrusco declino,
allorché tu, con brandelli di luce ancora nella gola
e membra dolenti, affondi il passo
nel tuo serale cammino.

2

Un cielo a lutto sovrasta la terra.
Ai vetri, tu fissi l’inverno che diventa pietra.
Grigio nel grigio, alto sui campi,
il fumo delle ciminiere — e la sabbia ciclica,
schiava del Tempo — .

Dove non è più silenzio,
s’ingorga la vita: abiti privi di corpi,
come portati via viaggiano
per metropoli che esalano violenza.
Siedono nella corruzione dei Palazzi,
nell’ingiustizia dei vinti.

E niente si leva a contrasto.
Insorge.

Ai vetri,
resta fisso l’inverno.
E niente può niente.
A Glassy Outlook

1

The frame of a glassy outlook.
The day grabs you with flashes of rising sun:
you see it lodge inside you, rise triumphantly
as you reluctantly awaken. . .
And spread all around, filling to the brim the world’s
breathless arteries, until glittering it declines;
while you, with scraps of light still in your throat
and aching limbs, founder

along your evening path.

2

A bereaved sky overhangs the earth.
At the window you watch winter turning to stone.
Grey on grey, high over the fields,
the smoke from smokestacks: and the cyclical sand,
slave to Time . . .

Where silence is no more
life drowns: clothes without bodies
as though carried off, travel
across great cities exhaling violence.
They sit in the corruption of the centers of Power,
in the injustice of the vanquished.
.
And nothing rises to challenge.
To revolt.

At the window panes
winter stands unmoved.
And nothing budges anything.
*
Nell’ora
più solare del giorno,
guardando oltre lo scenario
della realtà che appare,
verso una prospettiva
certa e interiore,
una notte sopraggiunge,
senza stelle,
come un’ala scherma la luce,
placa il clamore diurno
e ci cattura.

Per un tempo
che cerca scampo
dalla propria definizione,
noi trascorriamo
nella buia consistenza,
ne respiriamo
la segreta fragranza,
finché ci lascia,
ci ricongiunge al giorno,
che la disperde

e ci separa.

*

In the day’s sunniest
hour,
as we gaze past the spectacle
of unfolding reality
to an inner perspective
we can trust,
a starless night
arrives,
like a wing it shields the light,
calms the day’s uproar
and wins us over.

For a time
that seeks an escape
from its own definition,
we linger on
in the dark density,
breathe in
its secret fragrance
till it leaves us, links us back to the daylight
that dispels it

and uncouples us.

Onto Steven Grieco
STEVEN GRIECO-RATHGEB

Volto e risvolto
                                             per Mani Kaul

In una sala del museo lui guardò
attentamente l’antico quadro,
poi s’incamminò verso il suo infinito.

Giunto in fondo — in un baleno, avresti detto —
con un dito ne sfiorò la superficie
(un’altra fuga di stanze), e disse: “di là
non c’è niente.
Tutto quello che possiamo vedere,
afferrare, sta qui.”

Tu lo guardi e lo compatisci. Sai bene
quanto più complessa è questa realtà,
le asimmetrie nascoste nel suo cielo splendido,
nelle montagne e foreste e grandi
città affacciate sugli oceani.

E mentre lui è in piedi, rigido dentro il quadro,
tu spazi e ti libri, ma da ogni lato
la realtà avanza impetuosa, raggiungendo
anche in te il suo infinito.

1990

Face and Counterface

                                                    for Mani Kaul

In a hall of the museum, he carefully
studied the old painting,
then set off towards its infinity.

When he got there—instantly, it seemed—
with one finger he tapped the surface
(one more suite of rooms), and said: “on that far side
is nothing.
Whatever we can see,
grasp, is here.”

You look at him and sympathize. How well
you know the deeper complexities of this world,
the warps hidden in its splendid sky,
in the mountains and forests and great
cities facing oceans.

And while he stands stiffly inside the painting,
you move and hover at will, but from
every corner the world advances in a rush
to reach you, too, in its infinity.

1990

Cervi

Mi racconta calmo di quel che avvenne. Non ci aveva nemmeno fatto caso, ma in quel punto l’autostrada attraversava una foresta. Poi dopo buio, d’un tratto, il profilo maestoso, gli occhi illuminati nei fari: la frenata, un urto nauseante, la testa che gli batte forte sul parabrezza.
Solo di sfuggita accenna al seguito, la fronte insanguinata (niente di grave per fortuna, poco più di un graffio), l’auto rovesciata, la polizia. E la forma sull’asfalto, il corpo senza vita che due addetti trascinano via davanti all’enorme colonna di auto ferme. È curioso, mi dice, che adesso ricorda solo l’attimo-sguardo prima dell’urto, se suo o della bestia, non saprebbe dire: da cui luce profonda, prodigiosa, irradia verso un soccombere più vasto che ignora questa morte isolata: e la sensazione che nello specchio sovrumano di quello sguardo (l’autostrada, il bosco, le ombre al galoppo) fosse apparsa l’immagine rara e fugace della sua totalità.
Adesso che lui ricorda e io ascolto, appaiono davanti a noi smisurati orizzonti e grandi interrogativi, pregni di significato; che poi lasciamo per conclusioni più modeste, al riparo da quella visione che ci scuote con troppa veemenza.
E quando infine è ora di alzarsi e salutarsi, sorge in noi il dubbio che il nostro intendere sia come la squama, da cui la serpe si è divincolata.
agosto 1990

Deer

Quietly, he tells me what came to pass. In that place the motorway crossed through a forest, and he hadn’t even noticed. After dark, the majestic shape rearing suddenly up, eyes shining in the headlights—he brakes, a sickening thud, his head hits against the windshield.
Only briefly does he mention the aftermath—the blood on his forehead (luckily nothing serious, just a scratch), the car overturned, the police. And the lifeless body on the tarmac, the carcass two road workers drag away past the giant line of waiting cars. It’s curious, he says: now he only recalls the lightning glance before the crash—whether his or the animal’s, who knows; its deep, wondrous light traveling out towards a greater killing field, indifferent to this one culling; and a sense that in the superhuman mirror of those eyes (the motorway, the forest, the galloping shadows) he had glimpsed a rare and fleeting image of his total self.
Now that he reminisces and I listen, far-flung horizons and very big questions appear before us. But soon we move on, to reach humbler conclusions, seeking shelter from that vision that so overpowers us.
And when it’s time to get up and say goodbye, we’re both left wondering: is our grasp of things like the skin the snake has shaken off.
August 1990

Senza titolo V

Ineluttabile destino, il tuo, che fosti il primo
a volere uno specchio:
più gli antichi artigiani ti approfondirono
nel riflesso del vetro, più ti appiattisti
in quell’immagine, facendo della vita
una cosa unica, angosciosa,
in cui apparire è la sola ragione d’essere.
Perché loro, nella loro astuzia
non posarono gli arnesi fin quando,
foggiata una seconda realtà di te,
non ti ebbero disperso.

ottobre 1990

Untitled V

To have been the first to want a mirror,
this became your inescapable destiny:
the deeper the ancient craftsmen made your
reflection in the glass, the flatter you became,
your one-and-only life an image of anguish
n which to emerge
is the only raison d’être.
For those knowing masters never
laid down their tools until
they’d fashioned your second I
and flung you to the winds.

October 1990

Onto Letizia Leone

LETIZIA LEONE

da La disgrazia elementare / from The Elementary Misfortune

Estasi della macellazione

Chi conosce l’indirizzo dei mattatoi?
Supplizio fossile
(Del Satiro Marsia che osò sfidare in gara musicale il dio Apollo e finì scorticato vivo: strumento cantante.)
No,
non avresti dovuto scherzare col suono
col grido di do
questo drago illeso nel fuoco della campana,
nell’arca di bronzo. Né usare

le note
dell’uovo spaccato
quasi fossero venti, Marsia!
Per non dire delle folate d’aria
sullo scheletro vibratorio delle sillabe.

Hai immolato il tuo corpo.
Raggiante di silenzio e morte
sembra il lavoro di un sadico
ma c’è troppa letizia di un dio
in questo fasto del sangue.

E che altro?
Il canto di lode
travolse gli alberi da olocausto,
era dunque musica incosciente
la risata quadrata della natura?
Poi si sa, un dio
in questo caso Apollo,
è un mezzo vivo con poca musica,
affamata di grida guerriere
la sua sordità.
E come si canta?
Dapprima il gioco di Apollo

fu pantomima del tuono
grande musica totemica.
Imitava — lui, dio pappagallo —
i rumori robusti delle materie:
folgori mareggiate sfregamenti
di bestie contro cortecce
poi passò agli animali,
esaurito il coro della natura,
prese dai vivi il fiato per un canto,
l’invidioso.
Ma gli inni primaverili, l’accompagnamento
dei cembali, i tintinnii, in fondo
lo mettevano a disagio
che farsene di un Cantico solare?
Costruire un tamburo di pelle
dura e gonfia con pezzi d’animale
e assordare Marte con quest’arma sonora
al ritmo delle arterie
una crociata di rombi, urla
a squarciagola
e le lingue profonde dei selvaggi
farle volare mozzate con la freccia sibilante
di un suono e gli schizzi di sangue,
questo si che è uno strumento cantante
da pestare con mani e piedi
su una terra assetata
— se è vero che i suoni incurvano e spezzano —
e poi si potrebbe amplificare tutto in un
antro! Questo pensava Apollo.

Oppure un altro ordigno: il corno.
Con tamburo e corno
sarebbe stato più facile imboccare la via dell’inferno.
Ma questi, di far risuonare caverne
erano desideri inespressi
profondi. Che qui come dio
gli toccava accoppiarsi al sole
all’armonia delle piante
alla forza altalena di una scala maggiore,
una gru di toni e ipertoni
dai ritmi edificatori,
insomma
all’unisono con i bocci
tanta musica alata
a nutrire gli insetti non nati
pronti a tuffarsi nella luce.

Perché un cantare supremo era il suo compito
apollineo, celebrare il culto
della vita con la lira.
Altro che clamori infernali.
la sua sordità.
E come si canta?

Slaughterhouse Ecstasy

Who knows the way to the abattoir?
Fossil Torture
(Of Marsyas the Satyr, who dared challenge the god Apollo to a musical contest and was flayed alive. A singing instrument.)
No,
you should not have trifled with the sound
with the cry of C
this dragon unharmed in the bell’s fire,
the bronze ark; nor used
the notes
of the split egg
as though they were winds, Marsyas!
Not to speak of the airy gusts
on the syllables’ vibrating skeleton.

You offered your body in sacrifice.
Radiant with silence and death
it looks like a sadist’s job
yet great indeed is a god’s delight
in this splendor of blood.
And what else? The song of praise
overwhelmed the holocaust trees:
was it then an unmindful music,
nature’s square burst of laughter?
For we know, a god
—in this case Apollo—
is a living means with little music,
such deafness as his hungers
for warrior cries.
Then how is it to be sung?

9 commenti

Archiviato in Antologia Poesia italiana, Senza categoria

9 risposte a “Letizia Leone, Le ragioni di una antologia americana di poesia italiana contemporanea, How the Trojan War Ended I Don’t Remember (An Anthology of Italian Poets in the Twenty-First Century) Chelsea Editions, New York, 2019 pp. 330 & 20.00, Poesie di Chiara Catapano, Alfredo de Palchi, Mario M. Gabriele, Donatella Giancaspero, Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, (Edited by Giorgio Linguaglossa, Preface by John Taylor, Translated from the Italian by Steven Grieco-Rathgeb)

  1. Mario M. Gabriele

    Grazie, gentile Letizia Leone del suo intervento su questa antologia.Non si poteva rimanere in silenzio dopo la pubblicazione. Se ricordo bene mi sembra di aver sollecitato gli autori antologizzati di esprimere un parere. purtroppo rimasto senza riscontro. Ma oggi il suo post è più che significativo, un “bellosguardo” sulla Antologia e sui testi pubblicati e messi
    sotto osservazione.
    Grazie ancora. Il silenzio si è trasformato in -sound-

  2. letizialeone

    Cari amici, i testi dei quattordici poeti presenti nell’antologia verranno pubblicati in due parti. Una parte oggi e l’altra nei prossimi giorni…Le citazioni nell’articolo sono di G. Linguaglossa tratte dall’antologia italiana “Come è finita la guerra di Troia, non ricordo” Ed. Progetto Cultura, 2016

    • letizialeone

      Assolutamente giusta la sua osservazione in merito ad un feed-back su questo prezioso lavoro critico e creativo, caro Gabriele! Mi scuso per il mio momentaneo silenzio causato da incombenze esistenziali, “Incommoda” come direbbe Seneca. Abbiamo tra le mani un volume di altissima qualità, oltre naturalmente che in materia critico- poetica, anche concretamente nell’oggetto libro per eleganza grafica e cura editoriale…

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/09/12/letizia-leone-le-ragioni-di-una-antologia-americana-di-poesia-italiana-contemporanea-how-the-trojan-war-ended-i-dont-remember-an-anthology-of-italian-poets-in-the-twenty-first-century-che/comment-page-1/#comment-59168
    Fine della dicotomia tra la linea innica e la linea elegiaca di Gianfranco Contini e Inaugurazione della linea modernistica della poesia italiana

    cari amici e interlocutori,

    penso che l’idea forte di questa Antologia sia la individuazione di una Linea Modernista che ha attraversato la poesia italiana del tardo novecento e di queste due ultime decadi. Non riconoscere o voler dimidiare l’importanza della Linea Modernista nella poesia italiana di queste ultime decadi è un atto di cecità e di faziosità, penso che rimettere al centro dell’agorà della poesia italiana la questione della poesia modernista implichi il riconoscimento che la dicotomia tra una «linea innica» e una «linea elegiaca» di continiana memoria, non abbia più alcuna ragion d’essere, siamo entrati in una nuova situazione stilistica e poetica, il mondo, quel mondo che si nutriva di quella «dicotomia» si è dissolto, oggi il mondo è cambiato e la poesia non può non prenderne atto ed agire di conseguenza. Voler fermare la nascita di nuove proposte è, ripeto, un atto di cecità, un atto di conservazione faziosa di posizioni istituzionali.

    In tal senso, il mio personale sforzo di queste ultime decadi è sempre stato quello di favorire l’emergere di una linea modernistica, dalla rivalutazione di poeti come Alfredo de Palchi, Helle Busacca, Giorgia Stecher, Maria Rosaria Madonna, Mario Lunetta, Anna Ventura, Roberto Bertoldo, Luigi Manzi, Mario M. Gabriele, Donatella Giancaspero indebitamente trascurati e intenzionalmente dimenticati e rimossi. Una storia letteraria non può farsi a suon di rimozioni e di espulsioni, e compito della critica è quello di ripristinare le regole del gioco e ripulire il terreno delle valutazioni estetiche da interessi di parte.

    Altra cosa è la individuazione della linea che naturalmente segue la poesia modernista di fine novecento, ovvero, la nuova ontologia estetica, che altro non è che un approfondimento e una rivalutazione delle tematiche della linea modernistica su un altro piano problematico. Certo, la problematizzazione stilistica e filosofica della nuova ontologia estetica è l’indice dell’aggravarsi della Crisi rappresentativa delle proposte di poetica personalistiche e acritiche che continuano inconsapevolmente la grammatica epigonale di una poesia ancora incentrata sull’io post-elegiaco. Ecco, questo è il punto forte di discrimine tra le posizioni epigonali e quelle della nuova ontologia estetica che ritengo caratterizzata da uno zoccolo filosofico di amplissimo respiro e dalla consapevolezza che una stagione della forma-poesia italiana è definitivamente terminata. E che occorra aprire una nuova pagina della poesia italiana.

    Riporto, per completezza, il brano di Giorgio Agamben sulla vexata quaestio della linea innica e della linea elegiaca:

    «Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia (1925). Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco(1956) rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà (1968), aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)

    L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione.»1]

    1] Giorgio Agamben in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114

  4. L’ha ripubblicato su RIDONDANZEe ha commentato:
    È uscita negli Stati Uniti la prima ed unica «Antologia della poesia italiana contemporanea» di quel paese curata da Giorgio Linguaglossa e tradotta da Steven Grieco Rathgeb con prefazione di John Taylor, edita da Chelsea Editions di New York, 330 pagine complessive, How the Trojan Ended I Don’t Remember, titolo che ricalca la omonima Antologia uscita in Italia nel 2017 per Progetto Cultura, Come è finita la guerra di Troia non ricordo. I poeti si dispiegano lungo un arco generazionale di circa cinquant’anni, dal 1926 anno di nascita di Alfredo de Palchi (il primo libro è del 1967, Sessioni con l’analista) passando per Anna Ventura il cui primo libro è del 1978 Brillanti di bottiglia, fino alla più giovane, Chiara Catapano. I poeti sono: Alfredo de Palchi, Chiara Catapano, Mario M. Gabriele, Donatella Giancaspero, Steven Grieco Rathgeb, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Renato Minore, Gino Rago, Antonio Sagredo Giuseppe Talìa, Lucio Mayoor Tosi, Anna Ventura e Antonella Zagaroli.

  5. Da osservatore sopraggiunto non posso che complimentarmi per la bella copertina di una antologia, intensa, che non segnano il passo ma che scandiscono il ritmo incessante della ricerca che contraddistingue L’Ombra.

    …e non vi siete mai fermati. Sopraggiunge l’onda
    GRAZIE OMBRA.

  6. Talìa

    Non ho ancora ricevuto la copia dell’Antologia. L’altro giorno qualcuno ha suonato al campanello, ma non ho risposto, mi succede, succede che di lasciare fuori quel che dovrebbe essere dentro con il risultato che un avviso di recapito pacco sia stato depositato nella mia buca delle lettere.
    Mi toccherà andarci di persona. Cavolo, avessi risposto quel giorno.
    Ma va bene anche così, mi farò una passeggiata in centro. Scherzo, ovviamente, ma spero che il pacco che dovrò ritornare sia quello dell’antologia che oggi ritrovo nel post con il commento di Letizia.
    Cara Letizia, le ragioni di questa antologia che tu riporti riempiono d’orgoglio, soprattutto se si compara il risultato finale del gruppo NOE con l’affermazione, più che giusta della tua nota: “In Italia si potrebbe morire per intossicazione da scrittura consolatoria e minimalista. Tante piccole e usurate cronache emotive dell’io come pacchetti vuoti di sigarette compilano le collane degli editori storici. Il target promozionale è precostituito. Libretti di stagione (…)

    E a questo proposito vorrei riportare alcune considerazioni di Kant e di Schiller.

    L’lluminismo è l’uscita dell’uomo dalla minorità di cui è egli stesso colpevole. (Kant).

    E Schiller, sullo stato di “minorità”, dice:

    … tali poesie [idilli], essendo fondate nell‟età che precede l‟inizio della cultura, ne escludono non solo gli svantaggi [si allude al dominio della logica dell‟utile e alla separazione delle professioni], ma anche i vantaggi [i progressi dell‟intelletto] e si trovano per loro essenza in necessario contrasto con essa. Ci conducono dunque teoreticamente indietro, mentre praticamente ci portano avanti e così ci nobilitano. Disgraziatamente pongono dietro di noi la meta verso la quale invece dovrebbero condurci, e possono quindi ispirarci soltanto il triste sentimento di una perdita, non quello sereno della speranza. […]
    Il poeta moderno non ci riconduca alla nostra infanzia solo per procurarci, a prezzo delle più alte conquiste dell’intelletto, una quiete che non può durare più a lungo del sonno e delle nostre forze spirituali, ma ci conduca in avanti, verso la nostra maggiore età.
    […] un idillio, intendo dire, in virtù del quale l‟uomo, che non può più tornare in Arcadia, sia proiettato sino all‟Eliso.

  7. letizialeone

    Caro Giuseppe, scartando il pacco dei libri ho notato tutta l’efficienza americana. Qui in Italia i libri hanno girato a vuoto per uffici per almeno dieci giorni. Ho trovato un avviso volante di notte al mio rientro, sul portone esterno del palazzo, in una delle vie più trafficate di Roma. Poi lunghe trafile tra uffici postali a cercare il pacco che risultava ancora in giro a “Roma centro”. “Signora, deve stare a casa perché torneranno!”…mi informano. Molto romantico, come aspettare un amante un po’ deluso…Alla fine l’ho recuperato al deposito delle ‘Poste Centrali’…ma se l’avviso sul portone fosse volato o fosse stato strappato?
    Interessantissime le notazioni Kantiane, il quale già nel 1794 ne “La fine di tutte le cose” scriveva che quest’annuncio (diremmo post-moderno!) ha “in sé qualcosa di orribile…è un pensare che è insieme terrificante e sublime”…

  8. L’antologia.
    Breve l’introduzione, succinte le bio; si dà valore alla veste grafica: lettering elegante ma leggibile, carta di primordine, copertina chiara Come to Italy, a sostegno di un titolo già piuttosto impegnativo. Ben distinguibile sugli scaffali.
    Letizia Leone ha pienamente ragione a sottolineare questi aspetti.
    Il pregio dell’antologia sta anche nel fatto di essere pensata per il pubblico (non solo americano), e solo di sfuggita, e qui sta il coraggio, per gli addetti ai lavori. Modernista, sì, anche nella veste editoriale, ma nel senso che non si perde in cerimonie, proclami, e nemmeno tenta un revival del classicismo.
    Ne penso quindi tutto il bene possibile , e credo possa valere come esempio di felice non belligeranza, per il futuro imminente. Non curarsi degli altri, andare diritti per la propria strada, non comporta rischi più di quanti già ne riserva l’esistenza.
    Va tenuto conto che due anni fa, quando si fece in italiano la stessa antologia, alla NOE ancora non si parlava di distici. Forse per questo alcuni poeti secondo me si trovavano nella via di mezzo, per quanto già alle prese con le molte immagini e il discorso che si andava frantumando; le tante domande al cospetto del Vuoto, prima di arrivarci dentro.

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