Giorgio Linguaglossa,  Una poesia, Avenarius tirò una cordicella, Poesie di Alfonso Cataldi, Mauro Pierno, Commento di Giuseppe Talìa, Il Nulla e lo stile ultroneo della nuova poesia

Antology How the Troja war ended I don't remember

Giorgio Linguaglossa

caro Giuseppe Talìa,
dopo alcuni anni di rifacimenti, ecco una mia poesia fatta dal Signor Nulla con gli scampoli e gli stracci raccattati qua e là
.

Avenarius tirò una cordicella

Il silenzio si accostò al tavolo
sopra il quale oscillava un lampadario di cristalli.

Avenarius tirò una cordicella, un misterioso campanellino squillò
e il tendaggio si aprì lentamente…

Una musichetta dolciastra come di carillon.
Degli specchi con le cornici dorate brillavano nella penombra.

[…]

«Qualcuno rumoreggia e sferraglia dietro il sipario del teatro;
incastro di motori, di ruote dentate,

rotori, rospi di tropi, ellittici tropismi
trapezoidali».

Disse proprio queste parole. Rimasi sbalordito
per la loro sconsideratezza.

Poi, chiese le ultime notizie sul meteo, sul pianeta terra
e sulla fiducia posta dall’opposizione in Parlamento..

Un pagliaccio con nacchere, un cappello rosso alla tirolese e dei nani
orribilmente agghindati saltellavano lì intorno.

[…]

La signorina Morphina accenna un passo di danza,
si sporge dal davanzale della finestra

del suo appartamento a Cannaregio. Acqua verdastra di canale.
Odore di zolfo e di aspirine.

K. introduce la mano destra nel guanto di velluto nero
e la mano sinistra in un guanto di velluto bianco.

«Anfragen, Spruche, Blumen… von Fremden und Freunden…
Besucher sitzen, verdammt…

im Besuchersessel, erzahlen…»*
Studio di un interno:

Un manichino femminile con un microvestito color metallo
e autoreggenti rosse colto in una ragnatela di lattice

su sfondo di perplex nero e luci fotofobiche, una stampelliera con delle stampelle
in vista e vestiti appesi.

[…]

K. si sedette lì, nel sotoportego, ordinò un’ombra, giocò con la tovaglia,
cincischiò con l’indice rivolto in alto:

«Se sarà un viaggio che sia un viaggio lungo
un viaggio vero dal quale non si torna».1

«Siamo soli, finalmente, Signor poeta, il mondo,
questo metro cubo compresso,

tra un attimo scomparirà…»

* [Domande, massime, fiori di amici e sconosciuti
visitatori siedono, condannati…

sulla sedia dei visitatori, raccontano…]

1] versi di Zbigniew Herbert da L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 a cura di Francesca Fornari, Adelphi, 2016

Foto manichino con vestiti su stampelle

Un manichino femminile con un microvestito color metallo
e autoreggenti rosse colto in una ragnatela di lattice
su sfondo di perplex nero e luci fotofobiche, una stampelliera con delle stampelle
in vista e vestiti appesi.

Alfonso Cataldi

A margine, il nascituro

La curva ha in serbo un pettegolezzo sul nascituro
concepito a margine di un’accelerazione.

La narcosi è in letargo, l’habitat-type sogna di calare il jolly.
Rubik pubblicizza la sua faccia tosta.

Giacomo lancia una macchinina del wwf contro la TV
Il Super Attach cola e corrode il disimpegno.

La delegazione degli esteti indovina il capofila
nella mischia lo sfoggio d’aria avvampa il fotogramma.

Sotto coperta chi assorbe l’enfasi dell’apertura?
In vista del traguardo l’unghiata graffia le comparse e chiude il conto on-line.

«Dopo cena sporcarsi le mani su un pannello svuota-famiglia
fantasia concorrente. Per cambiare programma.»

Giorgio Linguaglossa

Dobbiamo ringraziare il Nulla (Nichts) che ci ha graziosamente concesso questo soggiorno terminale nell’orizzonte dell’essere.

Come dice Heidegger: «La domanda sul niente mette in questione noi stessi che poniamo la domanda. Si tratta di una domanda metafisica.»

Ma noi, obietto al filosofo, non poniamo nessuna domanda al niente, noi ci limitiamo a prenderne atto, ad accettare, come tra due parentesi tonde, che qualcosa aleggi come tra due parentesi graffe all’interno di un grande mare dell’immobilità assente che sta al di là del Nulla e lo contiene e lo sdogana, per così dire.

E come non poniamo domande, non ci attendiamo alcuna risposta. E questo è la nostra posizione metafisica sul nostro essere metafisici, poiché l’esistenza è già in sé metafisica e noi non possiamo sfuggire in alcun modo al nostro essere animali (pardon, esseri) metafisici.

Mi è stato chiesto: «ma come si fa a pensare al nulla?».

Credo che sia errato partire da lì, dal pensiero che pensa il nulla, per il semplice fatto che il nulla non è pensabile. Non possiamo dire nulla intorno al nulla perché esso sfugge al pensiero, è questa la impasse della metafisica che vuole pensare il nulla. «Das Nichts nichtet», il nulla nullifica e, nullificando, crea essere. Noi siamo nient’altro che il prodotto, la combustione del Nichts.
Possiamo però pensare al nulla a partire da una cosa, non abbiamo altro scampo che aggirare la questione del nulla e partire dal pensiero di una cosa. Perché il nulla è dentro la cosa, non fuori.

Mi è stato anche obiettato: «ma come fai a pensare all’impensato partendo dal pensato?».

Ecco, anche qui penso che sia errato voler pensare all’impensato partendo dal pensato. Se parto dal pensato ricadrò sempre nel pensato, in un altro pensato. Un altro errore è quello di voler fare una equivalenza: nulla = impensato. Altro errore. Per indicare il nulla devo per forza di cose nominare una cosa, non ho (non abbiamo) altra possibilità che nominare le cose. Non possiamo sfuggire alle cose.
Così, quando scrivo nella mia poesia:

Il silenzio si accostò al tavolo
sopra il quale oscillava un lampadario di cristalli.

Avenarius tirò una cordicella, un misterioso campanellino squillò
e il tendaggio si aprì lentamente…

Una musichetta dolciastra come di carillon.
Degli specchi con le cornici dorate brillavano nella penombra.

è ovvio che io qui stia tentando la rappresentazione del nulla per la via indiretta, nominando cose e azioni e personaggi che fanno qualcosa. Non avrei altra possibilità che comportarmi in questo modo, cercare di nominare le cose, ma è che le cose vanno nominate in un certo modo, è il modus linguistico che determina l’essere delle cose, le chiama alla visibilità linguistica. Chiamare alla visibilità linguistica le cose, questo è fondamentale, chiamarle in modo che esse facciano intendere che galleggiano sul nulla. E questo lo si può fare cancellando la significazione ordinaria dagli enunciati. Ogni proposizione istituisce un teatro, una situazione, una questità di cose che non ha alcun referente con il mondo reale del realismo rappresentativo. È visibilmente assurdo e ultroneo che il signor Avenarius tiri una cordicella proprio nel momento in cui il silenzio si accosta al tavolo. Che relazione ci può essere tra il modus del silenzio e il modus del tavolo? Ecco, questo è il punto, c’è una relazione tra cose diverse e disparate, anzi, ci sono molteplici relazioni ma non più del tipo realistico mimetico della poesia del novecento ma di tipo nuovo, ultroneo, non referenziale. Possiamo dire che le cose nominate equivalgono al pensato e tutto ciò che non viene nominato equivale al nulla che aleggia e insiste intorno alle cose. Il nulla è tutto ciò che sfugge alla significazione. È il nulla, la consapevolezza del nulla che costituisce il motore della composizione. E tutta la composizione sembra come galleggiare sulla membrana del nulla.

Se l’impensato è ciò che il pensiero non riesce a pensare, ne deriva che esso è quel quid che sta fuori del pensato e del nominato, e quindi se partiamo dall’impensato tutta la composizione ruoterà attorno all’asse dell’impensato piuttosto che all’asse del pensato. La novità del punto di vista non è di poco conto, è una novità rivoluzionaria perché cambia le carte in tavola e il modo di impiegarle, cambia le regole della significazione. Il che non è poco.

Perché noi siamo irriflessivamente sempre dominati dal pensiero rappresentativo e referenziale in ogni momento della nostra vita quotidiana, anche quando scriviamo una poesia siamo succubi di questa impostazione irriflessa. La difficoltà è qui, nel ribaltare questa posizione irriflessa, questa prigione. È questo il tentativo che sta facendo la nuova ontologia estetica, partire dalla cosa pensata per andare verso l’impensato del nulla senza cadere nel non-senso, che, in sé corrisponde al modo di impostare il discorso poetico alla maniera convenzionale rappresentativa, referenziale e mimetica. Partire dall’impensato significa partire dal non ancora pensato (non dal non-pensiero), sarà l’impensato che dirige il nostro sguardo, sarà l’impensato che ci costringerà a costruire il discorso poetico in modo che non corrisponda più al pensato, cioè al referenziato. Il risultato sarà una poesia finalmente liberata dal referente frutto di convenzione.

Non si tratterà di pensare in anticipo ciò che verrà pensato poi in un secondo momento. Si tratterà di un nominare-pensare non più mimetico e rappresentativo ma a-mimetico e a-rappresentativo, non più dipendente dalla scala referenziale.

Plotino ricorre ad una analogia: come per l’occhio la materia di ogni cosa visibile è l’oscurità, così l’anima, una volta cancellate le qualità delle cose (che sono della stessa sostanza della luce), diventa capace di determinare ciò che rimane. L’anima si fa simile all’occhio quando ci si trova nel buio. L’anima vede veramente soltanto quando c’è l’oscurità.

In un certo senso pensare all’impensato è analogo al vedere le cose nell’oscurità. Soltanto nell’oscurità si possono vedere le cose in un modo diverso.

Mauro Pierno

Soltanto forma.
La firma sottintesa della cariatide.

La statua vuota un contrappeso
all’esordio di un unico gigante. Voce del verbo porgere.

L’attesa dell’approvazione.
Quante carte uguali sulla parete

gli stessi strati di colore, la stessa orma
di stupore. Un lavoro perso nella ripartenza.

La macchia, se preferite le marce.
Attenti a sinistr! Un burrone enorme.

Oggi citofonare Ventura.

Giuseppe Talìa

Stamani stavo leggendo un saggio di un accademico nostrano, gli Uccelli di Aristofane, e subito una lucina si è accesa in me, la luce di un ricordo. Così sono andato a ricercare il libro di poesie di Linguaglossa, Uccelli, edito da Scettro del Re, Roma, 1992.
Non avendo il libro, ho ricercato su internet e, guarda casso, mi sono imbattuto in una poesia della silloge Uccelli che magicamente mi ha riportato al testo postato dallo Stesso in questa pagina, Avenarius tirò una cordicella.

Il mio primo pensiero fu: non si scrive che una cosa sola. Nel senso che l’impronta del poeta una volta impressa non cambia di misura, cambia di direzione. Prende altre strade, altri sentieri. Con il risultato, però, che trova sul cammino, gli stessi soggetti e gli stessi oggetti. Come quel cane che si morde la coda.

E qual è, dunque, la differenza tra un sentiero e l’altro?

Il testo di “Avenarius tirò una cordicella” presenta diversi e interessanti Holzwege, frutto di una unione sapiente di diversi percorsi “scampoli e stracci raccattati qua e là”. Ma, in nuce già Uccelli apriva le scene del teatro della vita, teatro dell’assurdo e del nonsenso : “Il retro dell’inferno è fitto di quisquilie”; “Il teatro dell’inferno è gremito di voci oscure”; e ancora, “mostro”, “demone” che condiscono un io fin troppo presente sul cammino della riabilitazione.
In Avenarius tirò una cordicella, il patchwork è impreziosito da schizzi (ruote dentate, rotori, rospi di tropi, ellittici tropismi trapezoidali), come da screzi (Un pagliaccio con nacchere, un cappello rosso alla tirolese e dei nani orribilmente agghindati saltellavano lì intorno), da informazioni, Anfragen, da reclami, da fiori… da estranei come da amici, insomma materiale di risulta, o come egli stesso ama dire, da spazzatura.

Anche la spazzatura richiede intelligenza e savoir faire.

6 commenti

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6 risposte a “Giorgio Linguaglossa,  Una poesia, Avenarius tirò una cordicella, Poesie di Alfonso Cataldi, Mauro Pierno, Commento di Giuseppe Talìa, Il Nulla e lo stile ultroneo della nuova poesia

  1. carlo Livia

    Complimenti, Giorgio, ma perchè spazzatura e non piuttosto echi celesti, tracce del divino? Perchè solo Burri e non Chagall? L’inconscio non è una discarica di materiali rifiutati dall’istanza morale, come credeva Freud, ma semplicemente l’infinito che trascende e alimenta l’io, di cui in sogno afferriamo brandelli, echi, lampi, riflessi. Noi non sogniamo ciò che vogliamo, ma ciò che dobbiamo, e quando ripercorriamo coscientemente il labirinto onirico, siamo pervasi da una libertà smisurata, insostenibile, che coincide con la necessità di dare vita e forma all’emozione che sentiamo all’origine del percorso iconico, che alimenta e orienta l’espressione, dandole concretezza e densità icastica.

    RECITARE NEL NASCONDIGLIO

    Sono nella quinta rassegnazione, con lo sciame in collera e la testa di sonno.

    Lei mi guarda col vassoio pieno di secoli. La vergine irreale e l’istante pazzo che si getta dalla scogliera.

    La bestia della provvidenza si dondola dalla vetrina in fiamme, ornata di lunghe psicosi.

    Quando cadono, c’è un brivido che unisce i risorti all’erba stregata, gonfia di occhi induriti dai farmaci.

    Allora fa buio nel miracolo, e chi crede di esistere entra nell’omicidio dell’acqua santa.

    La prigione allucinogena fugge dalla madre triste. E’ un esilio in sol minore, biondissimo. Cresce dall’umido della sposa.

    Respiro il sax del mostro verde, morto alle fanciulle. Le antiche vaniglie non mi lasciano risorgere.

    E’ solo uno specchio, altissimo e confuso – dicono.

    • marinapetrillo

      Si accende in distonia celeste, pira di combusta legna arsa in epoca remota. Indugia ogni terra a varcare la sua soglia se , a seme inverso, oblitera i sensi. Siamo forse giunti in estremo limite. Essere o naufragare.
      Traccia di linea assente il buio nel miracolo. Deve aver lasciato tracce troppo lievi per affondare sulla neve. Le sillabe stropicciano al sole e la dimora sussulta il giudizio finale. Del proprio abito rinviene l’antica forma sino a tacitare l’inascoltato suono. Era vento o acqua a giacere tra rovi e rose,..
      Trascorso in attimo, la luce rifrange l’esilio. Devoto fiore sospeso tra nembi dal cui nitore erge capo l’indicibile. Fummo elementi del Tutto, a lui affini, poi in dimenticanza sorse un idioma a cui porgemmo inchino. Poeta, la cui vacuità declama versi.

      “Anima lucente che doni spazi di umide stelle, o luna, in antico candore involta.Linea di perfezione cosmica, sede di intelletto, ove Astolfo sostò per Orlando, pazzo d’amore.S’io fossi in altro tempo viva, di te, o dea, stupirei i contorni di fasi e inclinati assi. Coglierei erbe mediche e studierei il tuo profilo di madre. Poiché questo tu sei.”

      Scrivo, carissimo Carlo Livia, dall’ultimo sogno mai giunto a destinazione. Dai minuti negati che in silenzio creano una piccola ombra. Scrivo in dolce sintassi mentre il cuore piange un ricordo svanito.
      Esilio la parola, Giorgio, ove sostare. Combustione. Etere. La ferita del tempo nel ventoso orizzonte degli eventi ove tutto converge: scorie, lamine d’oro e zolle di terra, lamentazioni agli dei. Umano in assenza di tempo, Virtuoso neologismo dal cui sconfitto fronte, nasce rugiada.

      Marina P.

  2. caro Carlo Livia,

    è che noi viviamo in mezzo alla spazzatura ogni istante del nostro giorno: lessico salviniano, parole prossime alla betoniera, in mezzo al museo delle discariche, in mezzo a quei cartelloni pubblicitari qual sono Istagram, twitter e Facebook et similia… come possiamo pensare di avere a che fare con gli «echi celesti»?

    Il polittico, nel quale siamo impegnati tutti noi, chi più chi meno, è la frontiera più avanzata di una poesia difficile, sempre più problematica, ma il polittico presuppone una grandissima distanza tra il sé e l’ego, presuppone una Gelassenheit dalle cose e alle cose, un rivolgimento del piano del quotidiano. So che queste mie osservazioni ti sono familiari, anche la tua poesia è protesa verso quest’obiettivo, ma è difficile, oltremodo problematico avanzare lungo queste frontiera, occorrono lunghissimi sforzi, reiterati tentativi. Costruire un polittico non lo si può fare con il semplice ausilio di una tecnica versificatoria come quella che vediamo diffusa oggi tra tutti gli autori, quello è mestiere, nient’altro.

    La mia e la nostra poesia si nutre della spazzatura, dei rifiuti urbani, del ciarpame. Ed è un ottimo menù, perché questo è il mondo di oggi, non spetta al poeta abbellirlo, semmai spetta al poeta mostrarlo per quello che è.

  3. Livio Cinardi

    Sulla situazione emotiva quale struttura dell’esserci.

    L’esserci è già sempre, afferma Heidegger, situato. Manifestazione del suo “ci” è l’essere-nel-mondo, l’essere situato in esso il donde e il verso
    dove sono petizioni non concernenti l’ontologia fondamentale. Come fenomeno, vive il proprio esser-situato come gettatezza, e proprio perché è
    vita e non teoria, ne fa esperienza, l’esserci ne va del proprio essere.
    Come fa esperienza del proprio “ci”, della propria gettatezza l’esserci è già sempre situato, emotivamente.
    L’esserci è situazione emotiva, sentirsi situato emotivamente. La Befindlichkeit è il come, il modo in cui l’esserci si trova aperto nei confronti del puro e semplice fatto di esistere: rispetto al nudo «che esso è»1. Non più solo semplice-presenza, persa nel mondo: l’esserci si scopre, svelato, come semplice-esistenza. L’esserci è ex-sistenza, è essere-oltre ciò che il quotidiano sguardo dell’esserci, errabondo, ha del proprio essere. In quanto ex-sistenza, è pro-getto: esistenza progettante.

    La situazione emotiva è struttura dell’esserci, il quale, in quanto situato, gettato, rimesso, è emotivamente intonato. Ogni situazione emotiva, ogni essere-situato dell’esserci è già fenomeno. Nella fenomenologia ontologica, o ontologia fenomenologica heideggeriana (ovvero, fondamentale: fondamento è il fenomeno, la cosa stessa), manifestazione del fenomeno dell’esserci in quanto essere-emotivamente-situato è la tonalità emotiva, ovvero, “lo stato d’animo”. Precisa il filosofo: vi sono tonalità emotive sorgive dall’autenticità dell’esserci, e tonalità emotive sorgive dall’inautenticità dell’esserci. L’esserci percepisce l’autenticità o l’inautenticità dell’essere del proprio esserci già sempre secondo le tonalità emotive che vive: la vita, l’esserci, è già sempre tonalità emotiva. A tal guisa, Heidegger riporta due exempla, dai quali appunto comprendere cosa egli intende per tonalità emotive: la paura e l’angoscia. Molta è la confusione intorno a tali stati d’animo, ragionevole data l’ambiguità caratteristica di entrambi. L’indagine attorno alle tonalità emotive dell’esserci costituirà il corpo centrale del presente elaborato.
    Avanzeremo così nella “notte” dell’esserci: non più perso nel mondo ma preso, assalito dall’angoscia, proprio dentro il più familiare dei mondi circostanti, l’esserci non si trova più a casa, neanche nell’ambiente più vicino e fidato. Allora, si scoprirà come possibilità: scoprirà il proprio essere, l’autenticità del proprio essere, come possibilità. Una possibilità massima solo apparentemente contradditoria: l’essere-per-la-morte dis-vela all’esserci il proprio essere, come ni-ente, come non-ente. Per l’appunto, oltre l’ente, ovvero ex-sistenza. In una parola: leben.

    Ciò che nella domanda è in domanda è l’essere che avverto, ex-per-isco come stimmung, come tonalità emotiva, come stato d’animo, come vibrazione. Io sono toccato da ciò che cerco, ovvero gettato nel cercare. Per questo lo cerco. La gettatezza è allo stesso tempo pro-getto. È una co-
    struttura. L’esserci è quell’ente che in quanto è gettato nel mondo, gettato in ciò che è, si lascia toccare da questo getto (che è dell’essere dell’esserci) e in questo getto che lo tocca e lo riguarda, progetta se stesso. Questo pro-gettare se stesso,questo gettare-innanzi se stesso, è trascendenza, è esistenza. Essere già sempre oltre. Non in senso religioso: non è verso dove, ma è oltre, in senso ontologico, costitutivo: fenomenologico. L’esserci ontologicamente non è già, lo ripetiamo, de-finito (non ha una essenza che lo determini). l’esserci è in quanto poter-essere, in quanto possibilità.
    Un esempio: l’esserci, gettato nella domanda sul senso dell’essere dell’esserci, progetta se stesso, articolando la domanda. Per tale ragione, la domanda filosofica è un movimento che modifica, determina, l’essere dell’esserci, quest’ultimo è, pertanto, sempre comprensione. L’esserci è sempre in gioco: sempre ne va del proprio essere, costantemente. L’esserci è il suo – ci, è il mondo che è.
    L’esserci non è un soggetto, non una coscienza atta a conoscere teoreticamente oggetti, res. La realtà dell’esserci è progetto situato, situazione emotiva comprendente, ovvero comprensione sempre emotivamente situata. Non c’è quindi solamente questo elemento del trovarsi, dell’essere gettato di volta in volta in una particolare situazione, a caratterizzare l’esserci in quanto aperto alla fatticità del proprio esistere.

    L’esserci non solamente percepisce una tale situazione, ma anche avverte un tale suo percepire. Ciò è dovuta al fatto che vi è una particolare riflessività nello stesso sentire, tale che esso risulta al tempo stesso un sentire di sentire, il quale tuttavia nulla ha a che vedere con un’autocoscienza di tipo teorico.
    Ecco perché l’ambito degli stati d’animo, delle emozioni, delle passioni, degli umori, può essere una delle modalità in cui il mondo è aperto all’esserci. Lungi dall’essere ricacciate nella sfera dell’irrazionale o dell’inconscio, le passioni, in quanto modalità del sentirsi-situato,riacquistano una dignità filosofica, venuta meno dopo Aristotele.
    […]
    Così Annalisa Caputo modifica il testo del “primo” Heidegger, I concetti fondamentali della metafisica.

    Una tonalità emotiva c’è già da sempre. È una sorte di atmosfera nella quale ci immergiamo e dalla quale veniamo poi pervasi ed intonati (durchstimmt). […]Non è un ente, ma il come fondamentale del nostro essere […] e – ciò implica immediatamente anche – del nostro essere con gli altri. […] maniera d’essere nel senso della melodia: non qualcosa che fluttua al di sopra di un presunto sussistere autentico dell’uomo, ma ciò che gli dà il tono, cioè accorda, dispone e determina (stimmt und bestimmt) il modo del suo essere.

    Le tonalità emotive non nascono dal nulla. Sono un mutamento della nostra accordatura con il mondo. E questa intonazione non è né il soggetto
    né l’oggetto a causarla, ma c’è già e sempre. È impossibile non essere affettivamente intonati per il fatto stesso di essere uomini, esserci.
    […]
    Nell’angoscia, noi diciamo, uno è spaesato, ma dinanzi a che cosa c’è lo spaesamento. E cosa vuol dire quel “uno”, non possiamo dire dinanzi a che cosa uno è spaesato. Perché lo è nell’insieme. Non c’è una cosa che mi angoscia. Tutte le cose e noi stessi, nell’angoscia, sprofondiamo in una sorta di indifferenza (Gleichgültigkeit, ovvero “tutto vale allo stesso modo”. L’ente non ci parla più, non ha più niente da dire). Questo, tuttavia, non nel senso chele cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi, le cose sirivolgono a noi. È questo allontanarsi dell’ente nella sua totalità che nell’angoscia ci accerchia, ci angustia, non rimane a noi nessun sostegno.25

    L’angoscia per la morte non è, dunque, la paura davanti alla morte. Nella paura l’esserci è preso dal tentativo di sfuggire alla morte [deiezione],
    mentre nell’angoscia davanti alla morte si è all’interno di una strana calma,consapevolezza, la possibilità dell’impossibilità dell’esistenza, dell’esserci
    in quanto esistenza, in quanto io temporalmente strutturato.
    Semplicemente, nell’angoscia per la morte, le cose cessano di imporsi su di noi. Cessa la forza impositiva e deiettiva della pubblicità del mondo.
    Nell’angoscia per la morte è come se essa si allontanasse da noi. Quando questo avviene noi guardiamo la nostra vita quotidiana come dall’esterno,
    in una situazione, appunto, di spaesamento.24

    V.COSTA, Heidegger, 66
    25 M. HEIDEGGER, Che cos’è metafisica?, 50

    In questo sprofondare di tutte le possibilità emerge però la temporalità dell’esserci come temporalità finita, e il futuro finito diventa costitutivo del
    nostro Esserci in quanto totalità. Il pensiero della morte in quanto possibilità suprema, il cui realizzarsi annullerà tutte le altre possibilità esistenziali, fa emergere, infatti, la possibilità di una decisione autentica attraverso cui l’esserci può ri-petere la domanda sul senso dell’essere del proprio esserci, ovvero ri-appropriarsi della propria esistenza. In rapporto alla morte il mio essere un fondamento inconsistente o nullo (nichtig) è di fronte a me e io sono richiamato a identificarmi con le mie possibilità, a decidermi per esse. E questa autocoscienza è anche il presupposto dell’etica, poiché solo avendo scelto se stesso, cioè chi vuole essere, quale è il suo progetto, l’Esserci può essere responsabile. Infatti, solo un essere che si rapporta alla sua morte è sollecitato a definire chi vuole essere. L’angoscia danti alla morte sorge, pertanto, quando la totalità stessa del nostro mondo, nella deiezione così rassicurante, ci colpisce con il carattere dell’insignificanza, quando emerge che le fondamenta del nostro essere non le abbiamo poste noi. Facendo apparire il mondo come un tutto limitato, allontanandolo da noi, «l’angoscia apre l’Esserci come esser- possibile , e precisamente come tale che solo a partire da se stesso può essere ciò che è: cioè come isolato e nell’isolamento»26.

    Allontanandomi dal mio mondo, facendomelo sentire improvvisamente “estraneo”, l’angoscia mi fa comprendere che sono libero, che davanti a me stanno, seppure all’interno di uno spazio di manovra circoscritto e finito, possibilità d’esistenza, «l’angoscia rivela nell’Esserci l’esser-per il più proprio poter-
    essere, cioè l’esser-libero-per la libertà di scegliere e possedere se stesso»27. Nell’angoscia sono ricondotto a me stesso perché mi si manifesta la mia esistenza nella sua totalità, la mia esistenza come totalità temporale, temporalmente strutturata, e sono invitato a scegliere di essere quello che sono, a pormi come soggetto responsabile delle mie azioni.28

    «Infatti l’angoscia ci isola e ci rende insostituibili, facendo emergere proprio quello che il Si aveva nascosto sotto la struttura del “si fa così”»29. Pertanto:
    Questo isolamento va a riprendere l’Esserci dalla sua deiezione e gli rivela l’autenticità e l’inautenticità come possibilità fondamentali del suo essere. σell’angoscia le possibilità fondamentali dell’Esserci, che è sempre mio.

    Essere pienamente mortali. Vivere fino in fondo la propria finitezza.Come è possibile questo? Roccia, albero, cavallo, finiscono, ma non vivono
    la propria morte. Solo l’uomo muoreμ perché solo lui è capace di vivere nel precorrimento, nell’avvertimento, nell’anticipazione che tutto ciò che è, daun momento all’altro, potrebbe anche non essere.
    Avviene un ribaltamento:«vanno rivisti i concetti di tutto, di compiutezza, di essere, di temporalità. La morte diventa essere-per-la-morte; la perfezione
    autenticità ν l’essere tensione; la temporalità attimo».

    Sein zum Tode,
    essere verso la morte,essere tale da tendere alla morte: è il tentativo di vivere la propria “colpevolezza” (nullità) nel modo più pieno e meno sfuggente possibile.
    È il riuscire ad av-vertire il tempo non come uno scorrere indifferenziato di istanti, da riempire come capita, ma come il kairòs della mia esistenza.
    Essere verso la morte: essere pienamente, consapevolmente, in maniera intensa e grata, mortali. Così la mortalità può essere vissuta e non subita.Trasformando gli istanti della dispersione in temporalità autenticamente umana. La temporalità autentica non è quella del passato-presente-futuro,
    ma quella dell’av-venire, presentare, esser-stato. Essere mortali significa vivere il tempo innanzitutto nell’av-venire (Zu-kunft). Non il mero aspettarsi qualcosa di futuro, ma è mantenere aperte di volta in volta lepossibilità che mi pervengono, certamente non infinite, ma pur sempre “qualcosa”, che posso anche perdere (o possono farmi perdere), ma che posso anche tentare di compiere (e di vivere autenticamente). Avvenire significa allo stesso tempo raccogliere ciò-che-è-stato (Ge-wesen). Non il mero passato (un accaduto di fatti), ma ancora un tenere insieme tutti i poter-essere diventati realtà, sempre vivi dentro di me: sono la mia storia.
    Ge-wesen come raccolta (Ge-) dell’essenza (Wesen) che mi ha caratterizzato fin qui: storia che posso portare avanti sulla stessa scia o

    CONCLUSIONE
    posso ricominciare da campo, mai de-finita, sempre da ri-petere , ri-compiere. Un continuo e tensivo ri-appropriarsi della propria mortalità,
    della propria temporalità. E, infine, l’avvenire, confrontato continuamente con ciò-che-è-stato, significa vivere il presente come un continuo
    presentare (Gegenwärtigen): lasciar venir incontro ciò che si presenta nel mondo; accogliere ciò che ancora non è e ripensare ciò che già è in base alla situazione emotiva (intesa come stimmung: mai scissa dalla fatticità dell’esserci) in cui mi trovo ad essere. Questo fenomeno unitario dell’avvenire
    che contemporaneamente è stato e che presenta è la temporalità (Zeitlichkeit), ovvero, l’essere dell’esserci e costituisce il senso della cura autentica. Questa è la svolta (kehre) ontologica heideggeriana. Le modalità della temporalità (a; dietro; presso) sono le estasi temporali, gli slanci nei quali l’uomo, in quanto ek-sistente travolto dal divenire, si ritrova allo stesso tempo in sé e fuori di sé. Si ritrova inautenticamente come passato-presente-futuro (la temporalità è colta come susseguirsi di istanti); si ritrova invece autenticamente come anticipazione, ripetizione e attimo (la Zeitlichkeit è colta come kairòs).
    Essere verso la morte significa non rendere l’avvenire un mero aspettare indaffarati lo svolgersi del domani, ma pre-correre (Vorlaufen) le situazioni e i loro sviluppi, e lasciar pervenire solo quei modi d’essere che portano all’autentico prendersi cura ed avere cura. Non dimentico ciò che ho fatto, come se non fosse mai stato mio, ma riprendo (ripeto, Wieder-holung) ciò che corrisponde al mio poter essere più vero, lasciando cadere ciò che si è rivelato improprio, aprendomi a ciò che può portare più in là la mia tensione esistenziale. Inoltre, non riduco tutto assolutamente al presente – non soffermandomi su niente veramente e aggrovigliandomi sui miei istinti e bisogni momentanei. Ma soffermo lo sguardo degli occhi (attimo, Augen-blick) in quegli angoli di realtà, volti, che davvero costituiscono il motivo per cui mi alzo la mattina.
    «[…] Ed era-passando-la-notte nell’orazione di Dio».30 Passare la notte, vivere l’angoscia attraversandola, non come un cataclisma, una punizione, sebbene un peso, libera l’uomo dall’omologante sguardo del Si e lo pone di fronte a se stesso. In questo porsi davanti a se stesso, in questo situarsi autentico, l’uomo diventa capace di aprirsi (Erschlossenheit) al mondo: di disvelarsi (a-letheia) nel suo autentico essere, di dischiudersi, e quindi di de-liberare, a sua volta già liberato, di de-cidere, di tagliare una chiusura (Entschlossenheit) per liberare, sciogliere, uscire all’aperto.

    1 A. CAPUTO, Pensiero ed Affettività, 269
    26 M. HEIDEGGER, Essere e Tempo, 229
    27 Ibidem, 229
    28 A. FABRIS, Essere e Tempo, 122
    29 V. COSTA, Heidegger, 68
    30 LUCA, Vangelo, cap. 6,12

  4. Non è un caso che nelle posizioni più intelligenti della nuova ontologia estetica l’attenzione dei poeti si rivolga al Nulla inteso quale possibilità sempre aperta che si da all’esserci, non semplice modalità esistentiva quanto come analitica esistenziale e fenomenologica con cui si dà l’esserci, tra apertura (Erschlossenheit) al mondo e chiusura (Entschlossenheit).

    Il problema del Nulla e del Niente, viene analizzato da Heidegger a partire dalla considerazione della problematica fatta nella prolusione Che cos’è metafisica?. In questo breve scritto Heidegger attribuisce al Niente una posizione positiva, non lo considera come un “vuoto d’essere”, una “assenza”. Al contrario, esso si dimostra essere la condizione del darsi degli enti. Dinanzi al Niente, l’Esserci è rimandato all’ente. La manifestazione del Niente toglie quindi l’Esserci dallo stato tranquillizzante della deiezione quotidiana nell’ente intramondano, e gli dà la possibilità di comprendersi come “fondamento infondato”. La “decisione anticipatrice” viene interpretata come “non abbandonare il Niente”, che si mostra nell’esperienza dell’ente, come sua condizione di possibilità, apertura progettante nell’orizzonte degli enti intramondani.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/09/10/giorgio-linguaglossa-una-poesia-avenarius-tiro-una-cordicella-poesie-di-alfonso-cataldi-mauro-pierno-commento-di-giuseppe-talia-il-nulla-e-lo-stile-ultroneo-della-nuova-poesia/comment-page-1/#comment-59590
    Una lettera di un vecchio amico che ci segue, Vincenzo Aveta

    Caro Giorgio,

    giorni fa tentando (vana speranza!!) di mettere mano all’oceano cartaceo che invade casa, ho trovato un tuo biglietto autografo ed un numero di Poiesis, il 12 del 1997 firmato da te, in cui pubblichi e recensisci alcune mie poesie.
    Te li allego con grande gioia.
    Un evento che capita assai di rado, (per mia scelta) e mi trovo, anche se ormai vecchio, ad essere combattuto con il desiderio prepotente, che in effetti mi accompagna sin da ragazzo, di restare anonimo, sconosciuto, o forse nascosto, una sorta di predilezione per il behind the scenes.
    Dunque presenziare, intervenire, apparire, anche se con una sola parola, riveste per me un significato speciale.

    Che dire, sono trascorsi da allora oltre venti anni e sarei tentato di dire che non me ne sono accorto, invece non è così lo so benissimo. Non so. Naturalmente non ho mai smesso di scrivere seppure le difficoltà contingenti spesso me lo hanno impedito e tutt’ora specie con l’età che avanza esse sembrano aumentare.
    Forse c’è un nesso di proporzionalità nel senso che ciò che più si ama è anche più doloroso viverlo ma tant’è.

    Riflettevo così sulle parole di Gibran che osservando la ghianda che diventa albero si chiede perché lo stesso miracolo non possa prodursi nel cuore dell’uomo. La magia della vita. In realtà accade che l’antico aforisma biblico (Libro dei Proverbi, Vangelo di Luca credo) ma sicuramente mutuato da una cultura orientale, e che recita:come un uomo pensa nel suo cuore tale egli , si realizzi di continuo .
    Problema è che questo è sia nel bene che male.
    Qualcuno ha scritto, non rammento chi, che poeta è colui che anche se non ti vede ti sente.
    Ergo è come se ti vedesse anche se cieco ? Ti vede anche se non vedente ?
    Montale del milione di scale mi ricorda ……….gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede.

    Lessi tempo fa un articolo che narrava della sordità incipiente di Moravia e che alla domanda posta: ma se non ci senti ormai più perché è acceso lo stereo che suona Beethoven ? E sembra che lui abbia risposto: perché vedo i colori.
    Quasi riaffermasse un antico adagio orientale che recita: “il colore è la forma che assume il suono”.
    Ho conosciuto persone non vedenti totali in grado di leggere l’ora, ottimi insegnanti di educazione musicale nelle scuole, sordomuti capaci di dirigere un coro. E poi Omero, Borges?

    E poi come la mettiamo con «la cordicella di Avenarius»? Possibile che si discuta ancora sulla natura psichica degli oggetti mentali, è ovvio che gli oggetti psichici non possono avere natura mentale anche se c’è chi fa di tutto per farlo credere. Perché allora pensiamo certe cose? Perché la mente ha natura duplice, astratta e concreta. Nell’aspetto concreto poi, anzi quella comune non è forse neanche una mente nel senso tecnico ma un quid commisto all’emotività. La vita della maggior parte dei viventi è partecipata solo di ciò che vede o ciò che sente. In quella che chiamano mente sono incubati percezioni, sentimenti e soprattutto emozioni sia positive che negative che chiamano pensieri.
    In realtà la maggior parte non pensa neanche.

    E’ ancora così difficile accettare che il mondo è illusione? Mi rendo conto che per fare questa affermazione occorre quanto meno la presa di coscienza che esiste una mente e che essa è affatto l’elaborato psichico del cervello tanto meno una concrezione di derivazione genetica, non ha alcuna relazione neanche con la fisiologia mentre invece si può concordare con Avenarius che la salute del cervello è questione di metabolismo.
    Fattori clinici o l’individuazione della nox patogena afferenti il cervello non si tramutano immediatamente in malattia mentale.
    Questa ultima nozione andrebbe decisamente rivisitata attraverso sì lo studio del comportamento ma anche della coscienza, della esatta proiezione del disturbo comportamentale, non secondo le mode o le tendenze.
    Oh, no la mente è tutt’altro dal comportamento.
    Il mondo mentale non implica necessariamente una dimensione psichica e fisica attiva. Questi sono gli ambiti della fenomenologia. Ciò che distingue l’essere umano dall’essere animale è l’accesso ad un piano della mente focale, del tutto precluso all’animale ed ai regni vegetale. La loro apparente memoria è una memoria fisiologica mentre l’uomo detiene il potere della memoria.
    Essa è di tutt’altra natura.
    Il potere della memoria è il potere della memoria del mito.
    Occorre una visione nuova e più lucida, e rievoco uno scritto anteriore di anni fa su Uccelli e su cui spero di poter ritornare.
    Un pensiero che comprenda un’etica della memoria (che è anche titolo del bel lavoro di Avishai Margalit edito in Italia da Il Mulino se ricordo bene)
    Ma il “mistero”rimane il tempo.
    Senza la mente come funzione per così dire al mondo superumano nei panni umani, nella carne, l’uomo per definizione, l’essere umano neanche esiste.
    Questo non fa altro che rafforzare la convinzione che occorre uscire dai luoghi comuni delle poetiche convenzionali che par definire una valenza puramente estetica. Ma siamo certi che sia così ?
    Occorre necessariamente ricondurci ad uno dei più importanti concetti della nostra grecità inerente. Il concetto di parresia che fino ad ora è stato manipolato solo in una sua accezione o nel significato letterale di libertà di dire tutto mentre la accezione originaria include la disposizione a prendere la parola, a parlare, ad intervenire, magari in maniera eccessiva o eccessivamente franca. Degenerando poi nella libertà di dire tutto ciò che ad uno gli pare, perchè è democrazia!
    In realtà aderisce perfettamente al diritto/dovere di dire ed affermare sempre la verità.
    Basterebbe ricordarci l’esortazione di Giovanni che la verità ci renderà liberi.
    Uno dei compiti della Poesia è quello, piuttosto celato, di concorrere alla liberazione del buono, del bello, del vero da sempre imprigionati nel mondo della forma.
    Nelle strettoie del fenomenico, del materialismo più deteriore possibile, che non è quello nell’accezione propria democritea o marxiana (Democrito e Marx sono degli scienziati puri) ma ciò che deriva dell’attaccamento alle cose, l’egoismo sfrenato, ciò che non è buono, ciò che genera bruttezza, odio e che distorce la verità e mente sul futuro, ho con gioia, letto da qualche parte.
    Questo è ciò che cerca di imprigionarci.
    E qui apriti cielo, cosa vuol dire ? che sono queste categorie ? infinito dibattere su cosa si debba intendere. Sei retrogrado. Ah ma allora sei di destra, di sinistra…………et similia.
    Io sono uno che difende a spada tratta la verità, lo pensavo già da bambino anche se non mi rendevo conto di cosa si trattasse, di cosa vivesse in me.
    E per questo sono un poeta di lungo, lunghissimo corso.
    Quattrocento anni fa Giulio Cesare Vannini approssimandosi alla morte per rogo sembra abbia affermato :andiamo a morire da filosofo.
    A Tolosa , il 9 febbraio 1619 agli strapparono prima la lingua poi lo arsero.
    Cosa si affermerà quando dovrà affrontarsi la fine del Poeta?
    Come se questo aspetto trinitario della verità potesse essere relegato in una dimensione esclusivamente estetica per contro come autorevolmente è stato studiato: un nuovo approccio neuronale al problema.
    Categoria assai antica nella nostra cultura analizzata da filosofi, psicologi, neurologi, la recente psiconeurobiologia di recente protagonista in un libro di Jean-Pierre Changeux del 2013 che reca proprio per titolo il bello, il buono, il vero.
    Lo accetto ma vero è che siamo di fronte allo spuntare di una nuova realtà etica ovvero la ricerca un nuovo significato ontologico. La nostra vita non si fonda sulla realtà genica, sulla fisiologia per quanto meravigliosa, perfetta e complessa sia la natura umana ma parliamo sempre della vita fisiologica, il pensiero non nasce dal gene del pensieri !
    Non è un risultato biochimico questo inerisce casomai alla struttura capace di percepire il pensiero. La manipolazione genetica può accadere solo per due motivi:o per rendere migliore perfetta la vita degli umani o per dominare la vita degli altri. Per quanto si possa ricercare qualche motivo di nobiltà in una delle e constatare per converso la dimensione malefica dell’altra non credo possa essere eticamente così. Una nuovo ontologia? Senza alcun dubbio si.
    Natura naturante, natura naturata…..
    Ma da dove veniamo, cosa siamo stati per esser ciò che siamo.
    Dante nell’immensità del suo sapere, nei moderni è riflesso in Goethe, Leopardi, mentre Dante nell’inferno e purgatorio “umano” invoca l’ispirazione delle Muse di presso alla cognizione appunto più propriamente umana, nel paradiso invoca invece Apollo ossia la Poesia stessa che trova origine in Dio .
    Basta l’esempio del Canto X la magia della simmetria, Dante dopo averci trattenuto nell’empireo del mistero teoretico di Sigieri, dopo averci innalzato ci riporta alla realtà del contingente, coi piedi per terra si direbbe, ma con una dolcezza senza pari .
    La sua meraviglia lo induce ad evocare l’immagine dei martelletti che toccano la campana ed il trillìo del suono che Egli così restituisce: tin tin sonando così dolce nota.!
    La mia meraviglia, nel senso descritto dallo stupore di Platone, è duplice perché contemplo la meraviglia del poeta e resto al contempo meravigliato della sua meraviglia.
    E uno degli aspetti della ragione poetica sta in quell’ indovarsi, in quell’insemprare.
    Grazia, dolcezza, armonia, simmetria, soavità senza limiti.
    Evidentemente occorre un ripensamento, una rielaborazione profonda del nostro conosciuto. Un ritorno alle origini.
    Un ritorno alla fase magica, scrivevi “qualche” tempo fa ancor più attuale di allora.
    Una originale meditazione, penso spesso, del Timeo e del Teeteto. Abbiamo veramente compreso i significati cui ci avvicina Platone? Origini del cosmo (che non è l’universo) e la nostra, origini nel senso da cosa è costituito in nostro presente, le origini immediate nel tempo, come sistema e razza umana .
    Perché ci sarebbe nel Timeo la narrazione di Atlantide, quasi il filosofo vorrebbe dirci che è stata la razza che ci ha preceduto? E poi tutto ciò che possiamo percepire anche con gli strumenti più sofisticati, nelle esplorazioni nello spazio corrisponde a ciò che è realmente ? Temo proprio di come temo che venga sottovalutata la reale influenza del fattore tempo nello Spazio che è una vera e propria Entità e che perciò non è riducile ad alcuna indicazione matematica. Resta il mistero? Si.
    Un universo, di segni e tempi, finzionale ? Non so.
    Elia Prigogine sovente fa riferimento ad una Nuova Alleanza e nel richiamare Il caso e la necessità di Monod afferma:il sapere scientifico diviene ascolto poetico della natura e contemporaneamente processo naturale nella natura, processo aperto di produzione e d’invenzione, in un mondo aperto, produttivo ed inventivo.
    Quale è la chiave della comprensione? Scorgo fra tanti spunti almeno due. Il primo è di Marco Guzzi, apparso in Poiesis n.10 del 1997 Che ti riporto : <> il secondo è di Manlio Sgalambro : “Io appartengo al sistema solare. Il resto non mi dice niente. Le stelle che vedo a occhio nudo, la luna che percepisco quasi con tenerezza, insomma quello che fa parte di questo sistema mi commuove e ne ho un senso vivissimo di partecipazione. Mi sento intimo a una stella più che a qualcuno con cui ho spartito il mio vivere quotidiano. [..] Quel che esso può, ci dà. In questa immagine è compresa la sua morte stessa. […] Si morirà del tutto quando morirà il sistema solare, e anche i morti morranno nuovamente. Ma esso ci ha portato, ci ha fatto da madre e da padre. Il sentimento di appartenenza a questo sistema ci ritaglia uno spazio nel vagare cosmico. Qui sono le radici, questa è la nostra “cara patria” cercata invano nella fallacia e nelle lusinghe. Ma il sentimento di contemporaneità a quel momento in cui il FIAT si disgrega – it’s all in pieces – ci dà la misura e ci impone una norma. A partire da esso si svegliano le sopite energie morali, e guardiamo in faccia ciò che vi è di comune. E’ la prima umanità si ricongiunge all’ultima. E ciò che non è possibile al genere umano mentre è in balìa delle potenze vitali, la sospensione della vita nella bellezza o nella contemplazione e, nell’istante, una forte commossa immaginazione ci indicano entrambe quel che avrebbe potuto essere, e ciò che è si impregna del nostro rimpianto”.

    Sono queste le chiavi da adoperare in questa certa ineluttabile impresa della coscienza dell’essere umano. Tutto, la nostra intelligenza medesima, ci spinge verso la realizzazione di una coscienza cosmica e che è affatto uno sterile cosmismo ma l’emblema di una conoscenza e dei saperi che hanno dell’inimmaginabile. Ma quale chiave esatta adoperare in questa impresa.
    In primo luogo accettare il fatto che la saggezza è cosa diversa dalla sapienza come totalità dei saperi.
    Mi rendo conto che i nostri migliori filosofi impegnano miliardi di parole e tomi voluminosi per spiegare un concetto che nella filosofia orientale magari è espresso in poche e semplici parole ma tant’è, ed è anche vero che devono però parlare a individui occidentali assai più confusi tra ragione e sentimento che non in oriente.

    Se Hegel ha scitto : “ E’ per via di questo coro che ho quindi ritenuto opportuno dare dei chiarimenti diffusi ed exoterici sulla non-verità esterna e interna di questo presunto Factum.
    Inizialmente, infatti, sull’apprendimento esteriore dei concetti come meri facta – apprendimento mediante cui i concetti si ribaltano appunto nel loro contrario -, non si può parlare che in termini exoterici. La considerazione esoterica di Dio e dell’Identità, come pure della conoscenza e dei concetti, invece è la Filosofia stessa”.
    Non vedo dunque perché la Poesia, il pensiero poetico, la parola poetica non possa essere ritenuta la considerazione esoterica dell’Anima, ossia del vero uomo.

    Naturalmente ci affidiamo alla Poesia non al ciarpame poetico-letterario altrimenti spacciato per Essa e di cui tanti editori si vantano addirittura di pubblicare e di cui tanti pubblicati si vantano anche di essere poeti e letterati.
    E’ difficile averne contezza specie per generazioni giovani immersi come siamo nella spazzatura della iperseduzione pubblicitaria, della pseudo informazione, (non si possono più leggere giornali ne vedere la televisione il disgusto è totale). Non si è in grado di cogliere il falso nelle panzane pseudoscientifiche e geoclimatiche. Spesso quelli che ritengono di avere idee o pensieri non sanno neanche loro cosa pensano tanto le logiche del linguaggio che hanno acquisito o usano sono perfide e perverse votate infallibilmente ed esclusivamente a distorcere la verità mediante l’artificiosità ed il falso.

    Riporto un pensiero per me chiarissimo espresso da C.G.Jung e che è di una bruciante attualità : “Sta divenendo sempre e sempre manifesto che non la fame, non i microbi, non il cancro, ma l’uomo steso costituisce il pericolo più grave per il genere umano, in quanto non dispone di alcuna protezione adeguata contro le epidemie psichiche, infinitamente più devastatrici per le loro conseguenze delle più grandi catastrofi naturali”.

    E’ fuor di dubbio che come ci insegna Agamben su Esiodo, che “…Dalle Muse è l’inizio, dalle Muse iniziamo e siamo iniziati; le Muse infatti dicono con voce concorde <>.
    Questo si traduce, a seconda della sensibilità del poeta innanzi ad una parola che non gli appartiene, come tu Giorgio osservi, direttamente in musicalità. Oh si.
    Tuttavia osservo che spesso la funzione poetica (qualcuno vuole la finzione) ha il compito di elaborare il suono e di trasmetterlo prima che di derivarne una composizione accessibile sia all’impianto logico-cognitivo che della partecipazione emotiva.

    Che il problema che la individualità tono-fono-simbolica, uso specificatamente le Tue parole, caro Giorgio, inimitabile abbia una incomunicabilità nel senso che nella derivazione ultima ossia “le voci” non siano altro che voci morte è dovuto alla incapacità di andare oltre, di affacciarsi in prossimità della nuvola carica di cose conoscibili ostinandosi a sentirsi, peggio proclamarsi poeta anche quando del Poeta appena marginalmente e malamente è sfiorata la sensibilità. Essere Poeta credo sia ben altro.

    E’ vivere in un verso solo, e nel verso, e non solo figurativamente.
    Volevo pure ritornare sulla questione della Poesia come rappresentazione totale del mondo, magari riparto a breve da un testo anteriore ampliandolo e correggendolo.

    Non è solo la cattiva musica, come ben dice Agamben, che ci invade ad ogni istante. E’ il contesto in cui viviamo che è invivibile. Anche in oriente non vi sono isole felici sotto questo profilo. Il solo fenomeno di tendenza direi, è proprio la tendenza unica come tu dici dell’epigonismo di massa.
    Probabilmente si realizza il fatto che in fondo la società non esiste, è un artifizio, una costruzione della cultura deteriore della mente umana.
    Leggere Agamben è stato ricevere lezioni magistrali, fra tante sue nobili considerazioni ho viva quelle che reca nel libro Cos’è reale?, in cui più volte richiama e mostra il pensiero di Simone Weil, che già di per se dimostra l’annichilimento della purezza a vantaggio di brame di potere in ambito scientifico. Questo poi si traduce in servilismi verso il potere, ossia in ambiti precostituiti da chi detiene il potere. Il potere di rendere in schiavitù in ossequio agli sfruttatori. Insomma la cosiddetta società contemporanea è preda del potere temporale. I gusti le tendenze gli interessi i bisogni perfino sono manipolati. L’unica uscita da questa prigione viene rappresentata dai consumi, affamare le persone per costringerle nell’anfratto dei consumi imposti.
    Non è solo l’informazione, intesa come mezzi di comunicazione ad essere manipolata. Altro che libertà e democrazia. Lo stiamo osservando tutti.
    Massa e Potere di Elias Canetti sembra persino non essere mai stato scritto.
    Agamben nel magnifico libro Cos’è reale prende a pretesto, letterario s’intende, per evidenziare problemi di ontologia scientifica, la scomparsa di Ettore Majorana.
    In particolare scrive: Se la realtà diventa l’ombra della probabilità, la scomparsa è l’unico modo con cui il reale può affermarsi perentoriamente come tale sottraendosi alla presa del calcolo.
    Forse anche il Poeta sarà costretto alla scelta di Majorana?
    Credo proprio in te quando affermi che è sull’indicibile che viene costruita poesia anche perché se Essa fosse costruita solo sul dicibile non sarebbe altro che solo una narrazione, magari altissima, bella, perfetta ma resterebbe solo, anche se bellissimo, un resoconto.
    La parola poetica ha il compito di rapire dal reame dell’inconoscibile ciò che può essere percepito e la sua altezza è intrinseca alla missione o funzione. Costa ammetterlo ma è anche rivelazione.
    Che poi il problema, e mi sembra altrettanto giusto e condivisibile, con cui la filosofia deve misurarsi sia il dicibile e non l’indicibile è un conflitto interamente filosofico. Osservo pure che se ancora non si accetta che possa esistere una metafisica allora non ci sarà mai una nuova ontologia perché a priori è negata l’identità fosse anche solo concettuale, l’oggettività dell’universale.

    Quando di parla di questo si viene tacciati di essere fermi al medioevo.
    Contro Roscellino venne sollevata l’eccezione (quasi una accusa di empietà) che Egli avesse ridotto l’universale a flatus voci cioè solo suono (non Suono), e poi Abelardo, Occam, almeno Essi veramente leggevano e studiavano e affrontavano le questioni sollevate da Platone, Aristotele, Porfirio, Boezio.
    Noi qui invece noi affidiamo le discussioni nel senso più alto del termine ad un cinguettìo, ad un Whatts App et similia e risolviamo la faccenda.
    Anche le questioni politiche sembra si dibattano così. Fra l’altro tanti illustri pensatori ritengono che gli avatar siano una degna configurazione sociale, il corrispondente esatto di ciò che la parola sanscrita Avatara costituisce in seno all’induismo e che fa parte in sostanza del regno del sacro.
    A me invece sembra che siamo preda di un’allucinazione collettiva e le tensioni sociali non sono tanto lontane o dissimili da quelle che un tempo hanno degenerato in guerre catastrofiche.

    Che dire che fondamentalmente è giusto affermare che noi abitiamo l’ombra, non solo l’ombra delle parole (!) ma tutto il nostro vissuto è rintracciabile nell’ombra, ci vediamo nei pensieri di un riesame serale, ci scorgiamo nei mille rivoli d’acqua d’una fontana, tra le foglie del fitto d’un giardino, tra le bacche del latifoglio negli anfratti della psiche o negli effetti che fa un raggio di sole sul balcone, per usare un titolo di Proust.
    Nulla di ciò che possediamo ci appartiene veramente e nulla di ciò che crediamo essere proprietari e realmente nostro.
    Da dove veniamo per essere qui dove siamo cosa siamo stati per essere ciò che siamo, quanti di noi possono conoscere il flusso del Poeta che chiede conto dell’origine di ciò che è e di ciò che diviene, quanti possono affermare di essere padroni di Se stessi?

    Volevo pure dire, in margine a quanto rappresentato da Giuseppe Talìa, che non trovava una copia di Uccelli, che da oltre venti anni sul mio comodino c’è una copia di Uccelli e che ogni sera lì ormai impetrata, inamovibile, imperturbabilmente attira il mio sguardo ed il mio pensiero tanto che sovente, seppure in un muto interrogarci, mutuiamo chissà da quale fonti sprazzi, di eternità.

    Caro Giorgio ho esperienza diretta perché ho vissuto e vivo sulla mia pelle esiti di pesanti battaglie, conosco bene cosa vuol dire essere un combattente, mi rendo conto cosa vuoi dire quanto sia difficile sostenere la massa dei mediocri, degli invidiosi, di tutti gli ostacoli che artatamente ti si fanno parare davanti e che rendono arduo il cammino.
    Coloro che credono fermamente che la Poesia è atto sacro sono esposti a maggiori sofferenze, in primis perché per il poeta la verità viene prima di tutto ed egli non può mentire, per statuto interiore è connaturata a, come dire, una realtà intrinseca che trascende l’ordinario e che si declina come agitata da un istinto sorgivo.

    Sin da bambino ho sempre pensato così anche se non mi rendevo conto di cosa vivesse in me.
    E’ evidente che la sofferenza aumenta nell’assistere alla consumazione del sacrificio della parola poetica. Alla profanazione del tempio interiore, all’avanzare delle acque melmose e limacciose del vituperio della poesia e la sopraffazione del verbo poetico. Occorre dunque combattere perché il mondo è affatto finito, nessuno salverà nessuno, occorre ricordare il Vita, Vita di Arsenij Tarkovskij :

    Esistono soltanto la realtà e la luce,
    in questo mondo non ci sono né buio né morte.
    ……..mentre passa a branchi l’immortalità.

    Mi sembra che non abbia cantato invano attese le immagini e le sceneggiature di suo figlio Andrej.
    Queste considerazioni ne richiamano altre, i cenni probabili d’un vero perseguibile La fisica dell’Immortalità di di FranK Tipler che inizia proprio discorrendo sull’origine convenzionale ovvero la storia della creazione dell’uomo contenuta nel Genesi, oppure anche Biocentrismo di Robert Lanza, e oltre il biocentrismo: Ripensare il tempo, lo spazio, la coscienza e l’illusione della morte.
    I sottotitoli sono una sfida alla creazione di una nuova ontologia, non importa se estetica o scientifico, importante è conoscere i fondamenti.
    Ripensare il tempo, lo spazio, la coscienza e l’illusione della morte, da sola questa frase potrebbe rappresentare un movimento di pensiero epocale.
    In realtà io credo che i filosofi del futuro saranno tutti quanto almeno in primis dei cosmologi, poi e all’unisono, ne cantino i Poeti la bellezza.
    Occorre il coraggio di osare, di andare oltre (ch’è forse il più bel avverbio ch’io conosca), di andare avanti nello sforzo di gettare le fondamenta di costruzione di una nuova ontologia.

    Resto sempre più convinto che le realtà ultime entrino nel tempo.
    Il Poeta le accompagna, ossia le rende percepibili si suoi simili.
    Solo dopo le medesime possono assumersi nella mente umana quali percettibili, comprensibili, e così via.
    Non dispero anche se al malessere si aggiunge che non ti leggono o se lo fanno non ti capiscono.
    Sono con Te totalmente, anzi desidero che tu mica in che modo posso, come dire, collaborarti pur se con mio piccolissimo, trascurabile contributo.
    Ho evitato deliberatamente qui di apporre note in fin di pagina, titoli, estratti, cfr, pagine, autori, rinvii e compagnia bella.

    Avrei potuto farne un saggio ma non ho alcuna aspirazione a passare per dotto, erudito o altro, perciò richiamo solo gli autori.
    La mia è una lettera devota, fraterna, quasi filiale rivolta a Te.
    Potresti anche pubblicarla così com’è o commentarla ma anche farne cenere, o invece custodirla. E’ dedicata a te, tu dedicala pure ad altri, se vuoi.

    Ti invio anche dei componimenti scritti sia di qualche anno fa che l’ultima cosa che ho completato, se lo ritieni, se ti piacciono pubblica pure ciò che più ti convince.
    So bene quanto vale la Tua dedizione alla causa della poesia, Ti abbraccio e ti ringrazio anche per chi non lo fa.

    Un fraterno saluto, estendilo a tutti, per favore.

    Prima settimana di ottobre 2019

    vincenzo aveta

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