INTERVISTA SENZA DOMANDE MARIO M. GABRIELE: L’ERBA DI STONEHENGE, (Roma, Progetto Cultura, 2016) a cura di Flavio Almerighi e 4 poesie di Mario Gabriele

 Una intervista senza domande è certamente un fatto insolito, in quanto si decentralizza dal clichè  normalmente  usato, per far emergere alcuni aspetti particolari di un Autore, al fine di evidenziare i caratteri specifici di un’Opera  o di un determinato pensiero, quale approccio a un discorso culturale, sociologico e filosofico. Considerata  la nostra “condizione umana”, credo che l’unica traccia permanente  dell’esistenza rimanga  la  scrittura, come sosteneva Derrida,  e ciò vale anche per il patrimonio culturale trasmesso dalla scienza, dalla medicina, e dalle biotecnologie. Sui 7 punti fissati da Flavio Almerighi  nell’Intervista, e in seguito riportati, relativi ad alcuni versi, prelevati dai vari testi della mia ultima opera dal titolo: L’erba di Stonehenge, che viene ad aggiungersi agli altri dodici volumi  pubblicati nel corso di un quarantennio,  oltre ai saggi e  alle monografie di vari autori,  cercherò di essere chiaro nel  trasporre  il significato delle figure grammaticali, (metonimie, allegorie, similitudine, ecc.) da me usate. Non so quale sia l’input che spinge un poeta a scrivere versi, rispetto a un metalmeccanico che non lo fa. Il concetto di poesia  non risponde a nessun  paradigma. Ogni poeta  è uno “ speleològo” che scende nella  caverna del subconscio, per prelevare i  suoi componenti, riportandoli in superficie come frammenti della realtà.  Sorprendente è l’azione del pensare da cui  nascono i rapporti con le varie fenomenologie.  Scriveva Heidegger:” Può darsi che l’essenza propria del pensare si mostri a noi solo se restiamo in viaggio. Noi siamo in viaggio. Che cosa significa? Che siamo  ancora  tra (unter) le rotte (Wegen) inter vias, tra percorsi differenti. Ma quanto più un pensatore ci è vicino nel tempo e quasi contemporaneo, tanto più lungo è il viaggio verso il suo pensare, non per questo dobbiamo evitare il lungo viaggio”. (Heidegger M.” Che cosa significa pensare”). In  codesto  “lungo viaggio” ci si smarrisce  nella realtà, interrogandosi su ciò che è il Bene e ciò che è il  Male; quel male che non è mai surrealismo o negazionismo, ma presenza  di eventi passati e presenti, attraverso il linguaggio perlustrativo, e psicoattivo.

mario gabriele Nel suo incontro con gli studenti all’Università di  Madrid, il 24  febbraio 2006, Claudio Magris sul tema: Diritto e Letteratura, così si esprimeva: ”L’avversione della poesia al Diritto, ha verosimilmente un’altra ragione profonda. La Legge instaura il suo Impero e rivela la sua necessità là dove c’è o è possibile un conflitto: il regno del diritto e la realtà dei conflitti e della necessità di mediarli. I rapporti puramente umani non hanno bisogno del Diritto, lo ignorano: l’amicizia, l’amore, la contemplazione del cielo stellato non richiedono codici, giudici, avvocati o prigioni, che diventano d’improvviso invece necessari quando amore o amicizia si tramutano in sopraffazione e violenza, quando qualcuno impedisce con la forza a un altro di contemplare il cielo stellato” o brucia  i libri  come  nell’era  nazista e in qualsiasi altra violazione della cultura e  dell’intelligenza.

Prima di entrare nel merito dell’Intervista, credo sia doveroso soffermarmi brevemente sul titolo del volume: L’erba di Stonehenge, che cela l’altra faccia di una realtà, come il Velo di Maya, caduto il quale ogni aspetto  celato si rivela in tutta la sua  funzione e specificità. In sintesi, ci sono due elementi dicotomici  fra  di  loro: il sito neolitico di Stonehenge, che rappresenta il passato, ossia la traccia di ciò che è stato e che sarà il nostro futuro, nella temporalità degli eventi e dei “quanti” astronomici,  e l’erba, invece, che  è la vita che si rinnova.

(pitture di Mario Gabriele)

Ed ecco i punti su cui poggia l’Intervista:

(a) … a salutare i fantasmi della sera.  (pag. 17)

Questo verso sta a significare la condizione degli esseri  umani  buttati in un tragico destino di morte, secondo Heidegger. La visione va oltre la fisicità del  momento. Essa appartiene ad una percezione nella quale i “viventi” sono prefigurati già come ectoplasmi, prima di essere tali dopo la fine della loro vita.

(b) per questo la lasceremo ai lupi e ai cani. (Pag. 18).

La struttura del  testo  si dispiega verso  spazi e contenuti avvolti dalla metafora che, nelle poesia svolge un ruolo di  trasposizione della realtà. Qui si interconnettono elementi e soggetti diversi, ognuno con un proprio ruolo nella rappresentazione scenica. La donna da condannare è Yasmina da Madhia “che nella vita ha tradito e amato” e per questi suoi “peccati” merita la  condanna a morte dai sostenitori del pregiudizio, e della morale, in onore di un credo o di un fanatismo religioso  e comportamentale,  che a volte sfociano  nel  femminicidio. Yasmina è il simbolo che rispecchia un po’ il disordine morale che affligge la nostra società, lacerata da precarietà e violenza. Ma quasi tutto il testo è la messa in scena di un processo virtuale  nel quale appaiono figuranti di reati di fronte a un Giudice. Questa è l’aura originaria da cui è partita la frase.

(c)    I Crani della Storia luccicano sotto i campi di baseball, (pag. 20).

E’ un testo  di  matrice civile il cui iter poetico ha latitudini geopolitiche precise. Mi riferisco, in particolare, all’Irak e a chi ne ordinò  l’invasione,  per far fronte alle armi di distruzione di massa possedute da Saddam, così come dichiarato da Blair; tesi che in effetti, non è stata mai dimostrata  l’esistenza, lasciando questa nazione in  attentati permanenti.  Da qui il saluto ironico  di  Good Morning President, rivolto a chi pretestuosamente, pianificò la guerra, mentre I Crani della Storia stanno a simboleggiare le morti di innocenti, caduti sotto le bombe al fosforo bianco o  sottoposti alle  torture nella prigione di Abù Maghrib.

(d)     La sera chiudeva la giornata con un uomo in transumanza, (pag.24).

Per chiarire meglio questa frase, occorre collegarsi a quella precedente ossia a: Uno sotto l’Arco del Trionfo,  senza donne e mascarpè, esile come un giunco (non più del ramo di una quercia) ecc. E’ la descrizione fisica di un soggetto che va incontro alla morte simboleggiata dalla sera, e che chiude la giornata (la vita) passata in transumanza, cioè trasferita altrove. Sul tema della  Morte e della Vita, ma anche su altri di più marcata centralità, si muove la mia poesia, e che altrove, in un’altra Intervista, ne metto in risalto il controsenso, riducendone  la loro effettualità  in  tanti  frammenti, oltre ai quali c’è il non Essere in contrasto con  il “cerchio del divenire “ di Emanuele Severino, che con le sue teoresi filosofiche centralizza l’assentarsi della morte nel ciclo vitale dell’uomo.

(e)   ma non avete un penny per i vostri peccati, (pag.29).

Per entrare nel fulcro di questa frase, bisogna rifarsi alla lettura di un passo della Bibbia dell’Antico Testamento, là dove si parla della Creazione e del potere dato dal Signore all’uomo su tutti gli animali.  Da qui  la trasposizione in versi che fa riferimento a:”Saranno vostri i delfini del mare / e gli uccelli del cielo/, e quella del Decalogo,  le cui  Leggi  non concedono  alcun premio  ai trasgressori; da qui il senso di “ non avrete un penny (ossia, ricompensa) per i vostri peccati”/.

(f)    Lungo la Deutsche-Limes Strass, / tra  striduli violini e suonatori d’orchestra, / tornarono in nente le cialde dei forni di Auschwitz, / anche se il meglio  con il tempo / non è mai venuto, / dopo il canto di Simeone / e le campane di Pasqua, /pag.30.

Il suono dei violini è la riconduzione della memoria agli strumenti musicali dei prigionieri dell’ultima  guerra, quando  erano costretti a suonare all’aperto per gli aguzzuni nelle serate al chiar di luna, come in molti film neorealisti e in Schindler’s list. Su codesto ambiente s’incuneano le immagini di coloro che morirono nelle camere a gas o nei forni crematori: persone viste come “cialde”, anche se dopo questa tragedia nulla è cambiato, nel senso che le violenze continuano ancora oggi a verificarsi ai danni dell’umanità, e nè Il canto di Simeone, e nè le campane di Pasqua, da me  citati, riescono a sconfiggere il Male nel Mondo, tanto che ad Auschwitz  fu decretata la morte di Dio. 

(g)   senza deliri e metafisiche accensioni, (pag.32).

La citazione dell’opera Un altro settembre di Thomas Kinsella, scrittore irlandese, nasce dal fatto che questo suo lavoro, sviluppa temi esistenziali, senza che egli ricorra a salvagenti metafisici e religiosi, e il verso da me adottato, chiarisce molto bene questa peculiarità, laddove sintetizzo il tutto con senza deliri e metafisiche accensioni. Perché questa scelta? Mi è sembrato percepire, dopo la lettura dell’opera, una certa sincronia psicoestetica intorno alla visione del mondo di Kinsella con la mia, completamente lineare alla sua.

*

mario-gabriele-opera

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Decodificati così i punti di maggiore evidenza, ritengo utile (anche se ciò può violare un po’ l’organigramma dell’intervista di Flavio Almerighi), specificare meglio la struttura della mia poesia, rifacendomi ad un recente post di Giorgio Linguaglossa, apparso su L’Ombra delle parole del 3 settembre 2015, in cui chiarisce meglio l’ambiente nel quale opero e sviluppo i testi:

“Mario Gabriele utilizza il «frammento» come una superficie riflettente, un «effetto di superficie», un «talismano magico», una immagine di caleidoscopio, un «cartellone pubblicitario»; impiega il «frammento» e la composizione in «frammenti» come principio guida della composizione poetica; ma non solo, è anche un perlustratore e un mistificatore del mistero superficiario contenuto nei «frammenti», ciascuno dei quali è portatore di un «mondo», ma solo come effetto di superficie, come specchio riflettente, surrogato di ciò che non è più presente, simulacro di un oggetto che non c’è, rivelandoci la condizione umana di vuoto permanente proprio della civiltà cibernetico-tecnologica. È una poetica del Vuoto, una poesia del Vuoto. E il Vuoto è un potentissimo detonatore che l’innesco dei «frammenti» fa esplodere. La sua poesia ha l’aspetto di un fuoco d’artificio  che si compie in superficie; si ha l’impressione, leggendola, che si tratti di una diabolica macchinazione della simulazione e della dissimulazione, ci induce al sospetto che sia la nostra condizione umana attigua a quella della simulazione e della dissimulazione: non sappiamo più quando recitiamo o siamo, non riusciamo più a distinguere la maschera dalla «vera» faccia. La poesia diventa un gelido e algebrico gioco di simulacri, di simulazioni e di dissimulazioni, una scherma di sottilissime simulazioni, citazioni, reperti fossili, lacerti del contemporaneo utilizzati come se fossero del quaternario. È una poesia che ci rivela più cose circa la nostra contemporaneità, circa la nostra dis-autenticità di quante ne possa contenere la vetrina del telemarket dell’Amministrazione globale, ed è legata da analogia e da asimmetria al telemarket, danza apotropaica di scheletri semantici viventi…

Ricevo da Ubaldo de Robertis questa citazione di Mandel’stam sulla poesia. Credo che si attagli perfettamente alla poesia di Mario Gabriele e alla nostra sensibilità:

“Non chiedete alla poesia troppa concretezza, oggettività, materialità. Questa pretesa è ancora e sempre la fame rivoluzionaria: il dubbio di Tommaso. Perché voler toccare col dito? E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica? La cosa è forse padrona della parola? La parola è psiche. La parola viva non definisce un oggetto, ma sceglie liberamente, quasi a sua dimora, questo o quel significato oggettivo, un’esteriorità, un caro corpo. E intorno alla cosa la parola vaga liberamente come l’anima intorno al corpo abbandonato ma non dimenticato. […] I versi vivono di un’immagine interiore, di quel sonoro calco della forma che precede la poesia scritta. Non c’è ancora una sola parola, eppure i versi risuonano già. È l’immagine interiore che risuona, e l’udito del poeta la palpa. (Osip Mandel’stam, in La parola e la cultura). Con questa chiusa ringrazio vivamente  Flavio Almerighi per l’attenzione dimostratami e per la lettura del mio volume: L’’erba di Stonehenge.

È passato come l’albatros di Baudelaire
l’irrequieto Novecento.
A ritroso tornano alla memoria: La Maison Blanche
a Neuville Saint Vaast,
Guernica e Nagasaki, le ceneri di Gandhi e Irina,
la ragazza dell’Est che amava l’oiseau et son nid
di Georges Braque,
la scarlattina di Max e Joseph il giorno di Natale,
leggendo lunari e piccoli pamphlets,
e poi los ninos pobres de Rio,
i pochi versi di Cibulka nell’infamia del secolo:
“Nun kamen sie (e venivano coloro)
mitt denen ich gelebt, (coi quali avevo diviso la vita)
sie stürzten (precipitavano)
die Hänge des Monte Casino herab,
(giù per i pendii di Montecassino)
lauter Gefallene
(tutti caduti)
in sandbrauner Uniform, (in uniforme bruno-sabbia)”
con gli anni che credevamo non finissero mai
e che ora sono davanti a noi senza più redini e forza.

(da: Le finestre di Magritte, Bastogi, 2000)

 

E andammo per vicoli e stradine.
In silenzio appassirono il vischio e il camedrio.

Più volte tornò il falco senza messaggi nel beccuccio.
Restarono i giorni guardati a vista, arresi,
un gran vuoto dentro il link e la scritta sopra i muri:
– Non cercate Laura Palmer -.Correva l’anno……

L’erba alta nel giardino preparava un’estate
di vespe e calabroni. La nostra già era andata via.
Giusy trattenne il fiato seguendo il triangolo delle rondini.
– Se vai pure tu – disse, io non so dove andare!
Con i ricordi ci addormentammo e non fu più mattino.
L’alba non volle metterci lo sguardo.
Il boia a destra, il giudice a sinistra.
Caddero rami e foglie.
Fuggirono l’upupa e il pipistrello.
Nel pomeriggio confessammo i nostri peccati.

La condanna era appesa a un fil di lana.
I capi del quartiere si offrirono per la pace.
Li conosciamo – dissero. – Hanno dato tutto a Izabel
e Ramacandra. – Aronne è morto.
– A chi daremo allora ogni cosa di questo mondo? –
– La darete a Lazzaro, e a chi risorge
su questa terra o in un altro luogo e firmamento,
prima del battesimo dell’acqua,
non qui dove una quercia in diagonale,
come in una tavola di Poussin,
fermerà il tempo, e sarà l’ultima a fiorire –

PIOMBO FUSO

Sono anni, Louisette, che guardi la Senna,
come un uccello il bianco dell’inverno.
Non ti dico, quanta neve è caduta sullo Stelvio!
Nelle cabine c’erano avvisi di keep out,
una guida turistica del Rotary Club,
e un cuore di rossetto firmato Goethe.
Il gelo ha impaurito i passeri forestieri,
inaciditi i mirtilli nelle cristalliere.
Da nord a sud barometri impazziti,ghiaccio,
fosforo bianco su Gaza City,
tra artigli di condor sulle carni,
Mater dolorosa,
che facesti rifiorire il biancospino sulla collina.
Gennaio ha riacceso i candelabri
nel concerto dei morti,
tra toni bassi e controfagotti
Non so come tu abbia fatto a recidere le corde,
se il più sottile e amaro della vita
è il ricordo.
A monte e a valle profumo di tulipani, briefing.
Eppure se ci pensi, capita di morire ogni giorno,
di passare più volte sotto il ponte di Mirabeau!
Ti dico solo che all’improvviso,
finito il piombo fuso su Jabaliya
si sono di nuovo accesi i lampi nella sera,
i fantasmi della Senna.

7

GLOSSARIO TERAPEUTICO

L’acne ha scavato il derma, doctor.
Bisognerà passare all’ablazione,signora,
prima delle devozioni della sera.
Non vi è altra speranza, altra cura
dopo il Differin Gel, e il peeling,
non allergenico, non comedogeno,
con Salicylic Acid e Lactamide Mea.
Bisogna aver pazienza, Madame,
aspettare il Big Ben
stando con monsieur K allo chateau d’Orleans.
Questa è opera di dèmoni e cherubini, di riti Voodoo.
Prima di dormire non segua il Gossip, le lezioni di Baricco,
La solitudine dei numeri primi, le staminali,
le ali dei rondoni, il Catamerone di Sanguineti,
le morti dei poeti ottuagenari.
Ci rallegrano le short stories dei Dream Songs.
Per il septemberfest preghi Dante di non farla incontrare
Farinata degli Uberti; chieda una terzina al lotto.
A Flintstones House, c’è un – tetto bianco a cupola,
muretti di pietra vulcanica, interni freschissimi.
E a Santorini, vi è pure un’ex dimora rurale –
ed un pendio per l’aldilà.
Oh le vocali di Rimbaud: A, come Allegory,
E, come Enjambement, I, come Ipèrbato, O, come Ossimoro,
U, come Underground!
Avevo una volta, mani dolci e cuore gentile,
le azioni Generali finite male nel Mercato Globale,
gli ossi di seppia, le seppioline al sauvignon.

*

A casa di Morrison si concluse il Patto.
Furono messi all’asta il Bene e il Male.
I frati della Congrega
si sparpagliarono per il mondo
passando per le Cinque Terre,
portando via bachi da seta
e cinque haiku di Matsuo Basho.
Nella settima strada di New York
un coro cantava Happy Birthday.
Tutti i morti uscirono dal tunnel
fermandosi chi nei pub,
che nelle vecchie camere da letto.

Questa mattina siamo stati nel giardino di Klingsor
a vedere come stanno le cose.
L’ingresso era chiuso.
La chiave gettata nel pozzo.
Ida da tempo non stava più bene.
Un signore andava in giro chiedendo money
per l’Africa World..
Il profeta deve aver fatto paura.
-Lascerete qui pelle e ossa e le ritroverete domani
quando finirà la tempesta.- sentenziò senza repliche.
Francoise de Mulier non ce la fa più
a reggere l’amore di Arnold.
La vita è tutto questo?-
-Un po’ di più, un po’ di meno, ma è così.-
– E che altro?. Non so dire!-
Uno, due, tre colpi d’asta batté il direttore d’orchestra
sul concerto dei Pink Floid.
Uno dopo l’altro lasciamo ogni giorno
gli anelli di nozze sui tavolini al confine.
Scandisce di nuovo il suo tocco il Big Ben.
Sono riapparsi i fantasmi della Senna.

mario-gabriele-visoMario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista, ha fondato nel 1980 la rivista di critica e di poetica Nuova Letteratura. Ha pubblicato le raccolte di versi Arsura (1972); La liana (1975); Il cerchio di fuoco (1976); Astuccio da cherubino (1978); Carte della città segreta (1982), con prefazione di Domenico Rea; Il giro del lazzaretto (1985), Moviola d’inverno (1992); Le finestre di Magritte (2000); Bouquet (2002), con versione in inglese di Donatella Margiotta; Conversazione Galante (2004); Un burberry azzurro (2008); Ritratto di Signora (2014): L’erba di Stonehenge (2016). Ha pubblicato monografie e antologie di autori italiani del Secondo Novecento tra cui: Poeti nel Molise (1981), La poesia nel Molise (1981); Il segno e la metamorfosi (1987); Poeti molisani tra rinnovamento, tradizione e trasgressione (1998); Giose Rimanelli: da Alien Cantica a Sonetti per Joseph, passando per Detroit Blues (1999); La dialettica esistenziale nella poesia classica e contemporanea (2000); Carlo Felice Colucci – Poesie – 1960/2001 (2001); La poesia di Gennaro Morra (2002); La parola negata (Rapporto sulla poesia a Napoli (2004). È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio (1983); Progetto di curva e di volo di Domenico Cara; Poeti in Campania di G.B. Nazzaro; Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci;  Psicoestetica di Carlo Di Lieto e in Poesia Italiana Contemporanea. Come è finita la guerra di Troia non ricordo, a cura di Giorgio Linguaglossa, (2016). Si è interessata alla sua opera la critica più qualificata: Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Domenico Rea, Giorgio Linguaglossa, Letizia Leone, Luigi Fontanella, Ugo Piscopo, Stefano Lanuzza, Sebastiano Martelli, Pasquale Alberto De Lisio, Carlo Felice Colucci,  Ciro Vitiello, G.B.Nazzaro, Carlo di Lieto. Altri interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, Riscontri. Cura il Blog di poesia italiana e straniera Isoladeipoeti.blogspot.it.

flavio-almerighi-fotoFlavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste di cultura/letteratura (Foglio Clandestino, Prospektiva, Tratti). Dieci sue composizioni sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

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13 risposte a “INTERVISTA SENZA DOMANDE MARIO M. GABRIELE: L’ERBA DI STONEHENGE, (Roma, Progetto Cultura, 2016) a cura di Flavio Almerighi e 4 poesie di Mario Gabriele

  1. “E soprattutto, perché identificare la parola con la cosa, con l’erba, con l’oggetto che indica?” cito. Parole sante: ma la parola potrebbe diventare oggetto, puro elemento formale disancorato da un senso che – comunque – può sempre riverberare. p. s. delizioso il Glossario terapeutico.

  2. L’Erba di Stonehenge è Poesia che va assimilata con lentezza, se molta poesia è fast food e non lascia traccia, questa ne è l’esatto contrario, uno slow food apprezzabile e sottilmente nutriente. Questo libro mi ha fatto compagnia durante tutta l’estate, e a ogni lettura non finisce mai di stupire, Mario Gabriele è antilirico senza esserlo, romantico senza esserlo, offre una poesia affine alla pixel art figurativa, puoi ingrandirne i dettagli a piacimento, senza distorsioni fin nell’infinitamente piccolo. Solo su una cosa dissento, nella bella introduzione al libro Giorgio Linguaglossa definisce Mario Gabriele “poeta europeo”, troppo restrittivo, Mario Gabriele è “poeta cosmopolita” l’Europa è troppo piccola per lui. Nella scelta dei versi ho privilegiato eclusivamente L’erba di Stonehenge, tralasciando la parte già edita. In questa operazione, Mario si è rivelato disponibile e di spirito. Complimenti a lui, il mio ruolo si è limitato alla lettura e all’accensione della conversazione. Grazie.

  3. Ho scritto qualche tempo fa questo commento su una poesia di Mario Gabriele che vorrei riproporre:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/30/intervista-senza-domande-mario-m-gabriele-lerba-di-stonehenge-roma-progetto-cultura-2016-a-cura-di-flavio-almerighi/comment-page-1/#comment-15586

    LEGGIAMO UNA POESIA di Mario M. Gabriele

    Una fila di caravan al centro della piazza
    con gente venuta da Trescore e da Milano
    ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
    che nella vita ha tradito e amato,
    per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
    getteremo le ceneri nel Paranà
    dove abbondano i piranha,
    risaliremo la collina delle croci
    a lenire i giorni penduli come melograni,
    perché sia fatta la nostra volontà.-
    Un gobbo si fermò davanti al centurione
    dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
    le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
    non ha avuto pietà per Kamadeva,
    rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
    -Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
    alla Miseria e alla Misericordia.
    Domani le vigne saranno rosse
    anche se non è ancora autunno
    e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
    Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
    Carlino guardava le donne di Cracovia,
    da dietro i vetri Palmira ci salutava
    per chissà quale esilio o viaggio.
    Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
    Stranamente oggi non ho visto Randall.
    Mia amata, qui scorrono i giorni
    come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
    Dimmi solo se a Boston ci sarai,
    se si accendono le luci a Newbury Street.
    Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
    Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

    Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?

    Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.

    La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».

    In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
    Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».

    Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.

    Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

    Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
    Stranamente oggi non ho visto Randall.
    Mia amata, qui scorrono i giorni
    come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
    Dimmi solo se a Boston ci sarai,
    se si accendono le luci a Newbury Street.
    Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
    Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

    Nella nuova poesia, come in questa di Mario Gabriele, non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.

    da lombradelleparole.wordpress.com

  4. Non apparteniamo a nessuno, se non al lampo
    di quella lampada ignota, inaccessibile,
    che tiene svegli il coraggio e il silenzio. (René Char)

  5. donfrancesca23

    complimenti

  6. antonio sagredo

    plaudo a Mario Gabriele

  7. Il piacere che provo a leggere le poesie di Mario Gabriele è del tutto particolare, unico. Salto con lui ad ogni rigo, ad ogni inserto. Su ogni frammento. Forse non ci accorgiamo di come vanno i nostri pensieri e le nostre conversazioni; non sono lineari come quando scriviamo: saltano, si fermano, nel mezzo sbatte una porta, suona il telefono; riprendiamo a leggere un libro, ci guardiamo le mani, pensiamo a tutt’altro; il gatto fa le fusa ma lo spostiamo presto. Ci versiamo del vino. Eppure il tema non ci abbandona, aspetta, riprende e intanto cambiamo d’umore. Così è come sembra a me che proceda l’intensa solitudine… Non è strano che Gabriele scriva con questi tempi (forse Leopardi diede appena un’occhiata alla luna prima di scrivere il suo canto; poi aveva i libri che gli parlavano dentro. Ma sicuramente c’era molto più silenzio, ai suoi tempi).
    Dove mi faccio serio è quando osservo la compattezza del suo verso libero. Pare a me che Mario Gabriele abbia risolto definitivamente i quesiti irrisolti dell’a capo nel verso libero, anche i più recenti. Danza con agilità, ha un passo breve, elegante, per nulla ostentato. Anche se nulla viene risparmiato, poesia si diverte.

  8. letizia leone

    Originale intervista indiretta, questa di Almerighi, che ci immette nell’officina poetica di Mario Gabriele attraverso la citazione di un frammento della sua opera. E il poeta in questo si mostra generoso nel farci scoprire cosa cova al di sotto del verso: le intenzioni, i fatti, le ipostasi che trapassano nella scrittura e come queste poi vengano trasformate nell’arte del verso… Una decodifica, un notevole approfondimento alla modernissima, “avanguardistica” arte poetica del nostro autore. Un plauso e un ringraziamento.

    • Mario M. Gabriele

      A conclusione della lettura dell’Intervista di Flavio Almerighi indirizzata su alcuni punti chiarificatori dei miei versi prelevati da l’Erba di Stonehenge,desidero far pervenire i miei più sentiti ringraziamenti a coloro che sono intervenuti, in particolare a Luciano Nanni, a Giorgio Linguaglossa, così attento a strutturare l’intervista con fine competenza, a donfrancesca23, ad Antonio Sagredo, poeta ed esigente lettore, a Lucio Mayoor Tosi, ricercatore accanito dei colori e della poesia, a Letizia Leone che, con ulteriore disamina critica, ha voluto far pervenire il suo graditissimo pensiero e, infine, ma non da ultimo, a Flavio Almerighi, che da tempo sta esercitando un’ammirevole presenza su Facebook e su L’Ombra delle Parole.Un caro saluto e tanti auguri di buon lavoro.

  9. ubaldo de robertis

    L’Erba di Stonehenge è stato il primo/unico volume che ho letto dei tanti pubblicati da Mario Gabriele. Il tempo della lettura ha generato non poche sollecitazioni volte a capire meglio la poesia di un autore impegnato a ricercare nuovi spazi creativi. Uno che come sostiene lui stesso ha rifiutato il vecchio modello lirico per addentrarsi non nella cellula poetica degli oggetti, ma: “in quella dei soggetti destinati all’oblio…” E per questo motivo ne rivitalizza la presenza o assenza con diversi richiami letterari. “Gli eventi – precisa il poeta molisano- sono espressi con particelle linguistiche di diversa provenienza ma non si discostano molto dalla nostra sensibilità e cultura…”
    Lascio l’amico Gabriele, non senza essermi prima vivamente complimentato con lui per il grande passo compiuto in poesia, ed anche per la qualità dei suoi dipinti, a quei versi che secondo l’intuizione di Letizia Leone “funzionano come grandi specchi deformanti. Rifrazioni, pulsioni, allucinazioni…” Sempre la Leone sostiene che l’autore trova sapientemente il modo di divertirsi:“ accumulando sulla superficie specchiante del suo verso i frammenti della Storia, le schegge di un immenso patrimonio letterario e poetico.”
    Ubaldo de Robertis

    • Mario M. Gabriele

      Caro Ubaldo, mentre scrivevi la tuia bella nota con pertinenti riferimenti, desidero ringraziarti per la lettura dell’Intervista, scusandomi per non averti incluso nel gruppo dei lettori perché, sia il tuo commento sia il mio si sono incrociati strada facendo. A te vadano i miei più cari saluti con l’augurio di gestire un’Anfora restituita alla sua funzionalità.

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