Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno

Heidegger nella casa di campagna

Heidegger nella casa di campagna

Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger

 «L’espressione esser-gettato sta a significare l’effettività dell’esser consegnato… L’effettività non è la fatticità, il factum brutum della semplice-presenza, ma un carattere dell’essere dell’esserci, inerente all’esistenza, anche se, innanzi tutto, nel modo dell’evasione».1 Con questa impostazione categoriale di Heidegger  l’esserci è imprigionato nel mondo del «si», l’esserci non ha un orientamento, resta preda nell’inautenticità e non può uscirne, è privo di volontà, di pensiero e di azione. L’esserci è bloccato nell’esser-gettato nell’esistenza immobile, surrogato teologico della condanna divina alla espiazione di una colpa che trascende l’esserci. Ma c’è una via per Heidegger che definisce una via di uscita da questa condizione di immobilità dell’esserci, ed è la via per la morte, l’essere-per-la-morte. L’inautenticità per Heidegger ha sempre il sopravvento sull’autenticità. C’è una sola via di uscita da questo impasse: l’essere-per-la-morte. Questa è  l’agghiacciante conclusione di Heidegger.

filosofia geworfenheitScrive Heidegger: «Con questa tranquillizzazione che sottrae all’esserci la sua morte, il Si assume il diritto e la pretesa di regolare tacitamente il modo in cui ci si deve, in generale, comportare davanti alla morte. Già il “pensare alla morte” è considerato pubblicamente un timore pusillanime, una debolezza dell’Esserci e una lugubre fuga davanti al mondo. Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte».2 «L’anticipazione svela all’esserci la dispersione nel si-stesso e, sottraendolo fino in fondo al prendente cura avente cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia: La libertà per la morte».3

heidegger nello studio

heidegger nello studio

L’esasperazione semantica di una «libertà per la morte» indica chiaramente un lapsus filosofico. Non v’è «libertà» ma costrizione per la morte. È esattamente all’opposto che si dà la «libertà» nell’equivalenza della «illibertà». Insomma, come diceva Adorno: «non si dà libertà nell’illibertà generale». Qui il problema dell’inautenticità è connesso inestricabilmente a quelli della «libertà» e della «illibertà»; entrambe queste categorie vivono e prosperano soltanto nell’ambito della alienazione. Una esistenza alienata pone il dilemma insolubile tra libertà e l’illibertà, ma è nell’ambito della alienazione e soltanto in essa che può prosperare questa antinomia, al di fuori dell’alienazione questa dicotomia perde il suo valore ontologico e diventa un epifenomeno della storialità. Una esistenza ricca di senso può affrontare una morte ricca di senso. Socrate, con la sua morte, ne è un esempio. Gesù, con la sua morte, ne è un esempio. Nel senso che sia Socrate che Gesù mediante la decisione anticipatrice, hanno potuto intravvedere liberamente la possibilità della morte e accettarne le conseguenze, con tutto il dramma dell’angoscia connessa alla loro ingiusta morte (angoscia come impossibilità di accedere alla azione liberatrice).

martin heidegger nel bosco alla fontana

martin heidegger nel bosco alla fontana

Per questo Spinoza ha scritto che una filosofia genuina deve occuparsi della vita e non della morte, così come anche Epicuro rilevò che chi vive, fintanto che vive, non ha nulla a che fare con la morte, che resta al di fuori del demanio della vita e delle cose attinenti alla vita. Per questo l’ontologia ha a che fare con la vita, e nulla ha a che fare con la morte. La dove c’è la morte, non c’è più ontologia. Soltanto in una esistenza piena di senso si può operare autenticamente verso la vita. Al di fuori del senso della vita è vano parlare finanche della morte, che non occupa alcun demanio della vita. La decisione anticipatrice la si ha soltanto nell’ambito della vita e per la vita delle generazioni future, in questo senso e soltanto in questo senso essa ha a che fare con l’ontologia dell’essere sociale. Per Heidegger invece l’uomo cade vittima del «si», e questa caduta lo pone nell’impossibilità di adire alla autenticità, e non può che soccombere tra le cose della menzogna e dell’ipocrisia. Per Heidegger l’uomo gettato nell’inautenticità è vittima della «angoscia», per la quale non c’è riscatto.

Scrive Heidegger: «Se l’Esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità. Innanzi tutto e per lo più l’esserci non ha alcuna “conoscenza” esplicita o teorica di essere consegnato alla morte e che questa fa parte del suo essere-nel-mondo. L’esser-gettato nella morte gli si rivela nel modo più originario e penetrante nella situazione emotiva dell’angoscia. L’angoscia davanti alla morte è angoscia “davanti” al poter-essere più proprio, incondizionato e insuperabile. Il “davanti-a-che” dell’angoscia è l’essere-nel-mondo stesso… L’angoscia non dev’essere confusa con la paura davanti al decesso. Essa non è affatto una tonalità emotiva di “depressione” contingente, casuale, alla mercé dell’individuo; in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, essa costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine».4

Heidegger in his hut

Qui Heidegger ci presenta un concetto astratto e vuoto della «angoscia», una entità immodificabile, eterna, eternamente addossata all’Esserci, un concetto della teologia formalmente de-teologizzato, che presuppone una posizione del tutto passiva dell’Esserci il quale non può sottrarsi ad un destino già scritto e dinanzi al quale non v’è possibilità di azione, o di liberazione. Il gioco delle categorie heideggeriane si rivela essere un gioco di bussolotti vuoti. Categorie svuotate di esistenza. Etichette. Segnali semaforici di un essere immodificabile. In questo contesto categoriale l’azione di uscita dalla inautenticità e dall’angoscia viene prescritta, anzi, viene del tutto cancellata. Alla inautenticità heideggeriana non c’è altra via di scampo che soccombere anticipando a se stessi la visione della propria morte.

Una categoria completamente assente nella ontologia di Heidegger è quella della «azione» (con la connessa categoria della «volontà»). Quando, come e dove nasce e si sviluppa l’«azione», qual è la sua direzionalità e il perché della «azione». Ecco, tutta questa problematica è misteriosamente assente nella ontologia di Heidegger. Ma ciò è comprensibile, perché attraverso la categoria dell’«azione» tutto il castello di categorie heideggeriane verrebbe a periclitare fragorosamente se soltanto la si  prendesse in considerazione.

martin heidegger a passeggio

martin heidegger a passeggio

L’ontologia di Heidegger ha al suo centro l’essere dell’esserci, l’uomo isolato e alienato tra le due guerre mondiali. La sua analitica dell’esserci mostra a nudo le categorie ontologiche di questo ente, l’esserci,  scisso e alienato, isolato anche nella sua vita quotidiana. L’ontologia di Hartmann invece parte dalla critica del modo in cui sorgono le categorie dalla vita quotidiana, le connessioni categoriali, gnoseologiche e psicologiche che garantiscono la sopravvivenza dell’ente umano nell’ambito della vita naturale e sociale. L’ontologia di Nicolai Hartmann5 riabilita il primato del pensiero nell’ambito della vita quotidiana, e di qui riparte per la delucidazione delle immagini del mondo religiose, filosofiche e scientifiche. Il realismo ingenuo della vita quotidiana e sociale dell’uomo è il miglior antidoto contro le distorsioni di una visione che adotta un punto di vista antropocentrico dell’uomo alienato e isolato nella sua fissità storica e biologico-sociale. Per Hartmann, in polemica con il concetto di angoscia in Heidegger: «l’angoscia è proprio la peggior guida che si possa immaginare verso ciò che è autentico e caratteristico»..6

Czeslaw Miłosz

Czeslaw Miłosz

Nella poesia di Miłosz che segue abbiamo la esemplificazione della ricerca del “reale”. Orfeo si muove nell’ambito del «realismo ingenuo», si reca nell’Ade per recuperare la sua amata Euridice. Orfeo  è l’antesignano dell’Esserci moderno. Come l’Esserci di Heidegger è imprigionato nell’inautenticità e non può sortirne che attraverso la decisione anticipatrice della morte, così Orfeo è un eroe dotato di autenticità,  scende nella terra, fino alle foci dell’Ade per strappare agli Inferi la sua amata, simbolo della bellezza, e riportarla in vita sulla terra, alla piena luce del sole. Orfeo lotta per la vita, vuole la vita. Ma, appunto, la Euridice che lui vede è soltanto un simbolo, un eidolon del “reale”, non il “reale”, perché Euridice è morta, ed il linguaggio poetico è impotente, non può riportarla in vita, può solo raffigurare la sua immagine fatta di nebbia e di non-vita. Il “reale” è irraggiungibile anche per la poesia, e non può nulla Orfeo con la sua lira a nove corde dinanzi al «Limite» costituito dalla «Morte». Per il pensiero mitico greco, l’esserci di Orfeo è avventura, azione, rivoluzione dell’Empireo e degli Inferi. Orfeo è l’eroe autentico che si batte contro la morte, per la vita, per riportare in vita l’amata Euridice.

de chirico il ritorno di Orfeo

de chirico il ritorno di Orfeo

Czesław Miłosz
Orfeo e Euridice

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava,
lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,
di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,
sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi
nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi,
nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e
senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.

Guardavano altrove, indifferenti a lui.
Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto,
in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso
gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso
del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,
delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne
volo di uno stormo
di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

(traduzione di Paolo Statuti)
1M. Heidegger Essere e Tempo trad. it. Longanesi 1980 p. 213
2 Ibidem p. 254
3 Ibid. p. 266
4 Ibid p. 379
5 N. Hartmann La fondazione dell’ontologia Milano, Fabbri, 1963, p. 130 sgg. trad it. di F. Barone
6 Ibid. p. 197

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42 commenti

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42 risposte a “Giorgio Linguaglossa. Per una Ontologia dell’Essere sociale di Nicolai Hartmann – Per una critica dell’Esserci  e dell’essere-per-la-morte in Heidegger con una poesia di Czesław Miłosz “Orfeo e Euridice” nella traduzione di Paolo Statuti – Orfeo, l’antesignano dell’Esserci moderno

  1. SoniaLambertini

    L’ha ribloggato su sonia lambertini.

  2. A.Z.

    Realismo che comprende la morte come categoria non separata dalla vita. Superamento del dualismo attraverso la consapevolezza del riconoscere chi e cosa c’è intorno al suo pensiero, la terra con i suoi profumi, la terra che non ha bisogno della vista ma solo di un’azione che è esclusivamente ricerca. Una ricerca che si muta nel viaggio attraverso la scoperta finale al di là dell’obiettivo iniziale. E la ricerca deve essere cieca solo così porta ala scoperta, consapevolezza oltre l’obiettivo.di partenza. Orfeo si assopisce nel grande poeta, recupera i sensi torna al corpo, come Dantè. Il poeta supera le categoria duale del filosofo attraverso la vitamorte in un unicum. Il poeta riconosce l’esserci come Comaedia e solo la Commedia, non fa impazzire l’uomo, nudo filo d’erba che giace sulla Terra.

  3. Caro Giorgio,
    ho letto anche queste tue riflessioni teoriche odierne e, al di là delle esternazioni filosofiche dalle quali mi tengo alla giusta distanza del mio digiuno a riguardo, alcuni punti del tuo discorso mi hanno portato a questo scritto. La poesia di oggi, così fortemente basata su individualismi ed egocentrismi (che io pure ho praticato nei miei libri, parlando fondamentalmente di esperienze personali espresse anche in un linguaggio soprattutto piacevole per me) credo che sia così sciapa e così superficiale, perché quello che ha intorno è privo di gusto e di profondità. Voglio dire che decenni addietro, quando si assisteva alle lotte di piazza, quando le persone avevano ancora ideali da perseguire, mete da raggiungere, era più “semplice” incontrare materia dotata di corpo da cui far scaturire una poesia “importante”. Ma se oggi l’unica realtà in cui siamo immersi è un social network confuso pure per realtà autentica, come volevi che venisse fuori la poesia?? Se oggi, quando si esce di casa l’unico argomento che i giovani sentono caldeggiare dalla mamma riguarda il vestiario o la compagnia di figli di papà da frequentare, perché l’immagine è più importante di tutto il resto, dimmi, quei ragazzi tra dieci anni, quando giungerà anche nella loro vita il tempo della poesia, di cosa scriveranno?
    Non è scomparsa la domanda fondamentale, caro Giorgio, è scomparso il mondo che ti accompagnava a porti quella domanda.
    E, così, se si ha la fortuna di incontrare e scegliere di frequentare persone anagraficamente più grandi, in deroga al fare comune che non sente più l’importanza del confronto con le generazioni precedenti, perché gli anziani, in questo mondo attuale, non rispondono alle caratteristiche estetiche a cui ci stanno abituando – se uno è bello è anche positivo, se uno ha un aspetto esteriore meno valido, parimenti si trasferisce questo giudizio a tutta la persona, a tutte le persone simili – dicevo, se uno ha la fortuna di un incontro, allora potrà sperare anche di arricchire la sua poesia (oltre che la sua stessa mente). Dunque, questa poesia contro cui tanto ha da dire il critico, forse non è mai stata figlia dei suoi tempi, come in questo momento.
    Ora, tu giustamente mi dirai che se si è nella melma, non bisogna esserne lieti e rimanervi, solo perché così è, ma, piuttosto, sarebbe opportuno e necessario cercare un mezzo di salvezza, di uscita. Ed ecco che si delinea il progetto; ecco cosa porta uno scrittore di versi, come me per esempio, a poesie nuove tanto dissimili dalle precedenti: la ricerca di una via d’uscita dalla situazione poetica attuale. Sicuramente non tutti abbiamo letto Heidegger, ma ciò nonostante credo che in tanti siamo capaci di “ragionare” ovvero di porci delle domande, e, forse, se i grandi della materia poetico-letteraria ogni tanto mettessero da parte quell’esprimersi in maniera così distante dal resto dell’umanità, forse potrebbero essere un valido esempio da seguire per migliorare persona e poesia. Cosa voglio dire con questo? Che la poesia attuale è anche il frutto dell’incomprensione dei testi che dovrebbero “spiegare” la realtà poetica a cui si appartiene, il terreno su cui impiantare il sistema-albero della propria poesia. Insomma, se io che non ho studi classici alle spalle (e non di sola classicità vive l’uomo!) mi rivolgo ad esempio ad un blog come il tuo, perché una inspiegabile attrazione mi ha portata tra quei righi, perché magari volevo approfondire la situazione-poesia e mi ritrovo a leggere filosofia pura anche tra i commenti, in una situazione di esternazione solo di conoscenze acquisite dai libri e di titoli, come potrò essere in grado di capire e, dunque, di comprendere in che modo posso “migliorare”?
    Non ne sto facendo una questione personale, sia chiaro; soltanto vorrei che emergesse che alla Poesia attuale (come a tutto il “sociale” di cui siamo capaci solo di lamentarci), a quella poesia che tu tante volte chiami in causa nelle tue analisi con toni poco felici, siamo giunti per un concorso di colpe (passami il termine) da cui nessuno è escluso. Non è solo colpa di Montale dopo il libro che tu spesso citi, ma, come tutta la realtà, è un prodotto di chi non ha avuto il coraggio delle sue idee, di chi non ha saputo capirla, di chi non ha saputo trasformarla, di chi si è adagiato sugli epigoni, ma anche di chi aveva i mezzi intellettivi e gli studi giusti e ha tenuto tutto per sé, per la sua gloria, per se stesso, non divenendo in tal modo dissimile dalla dilagante poesia personalistica e casalinga.
    Forse dovremmo semplicemente ritornare a “pensare criticamente”, ovvero con la capacità di saper operare delle scelte.

    p.s. Orfeo e Euridice, in questa traduzione, è semplicemente magnifica.

  4. Innanzitutto, onore al merito e alla bravura di Paolo Statuti che ha reso in un italiano splendido la poesia di Milosz: “Orfeo ed Euridice”.
    E veniamo alle tue domande. Che non sono domande ma un grido disperato e accorato.
    Cara Angela,
    il mondo è stato sempre pieno di pusillanimi, di arroganti, di incolti e di portaborse, di malfattori e di malvissuti. Quando io ero ragazzo il mondo era egualmente pieno di mediocri. Certo, c’erano i Pasolini, i Moravia, gli Sciascia, i Calvino, i Ripellino, i Bertolucci (il poeta), i Raboni. Oggi, certo i tempi sono cambiati, dai poeti non si vuole nulla e non si chiede loro nulla, e così essi hanno smesso di fare domande e di sollevare domande, semplicemente si sono acquietati in un mezzo dire, in un dire di piccolo cabotaggio, in un non dire, in un non osare, in una timidezza… diciamolo pure, in una incapacità a formulare e a sollevare le grandi questioni. Cara Angela, se i poeti che oggi sono più osannati sono i Buffoni e i Magrelli, con tutto il rispetto a questi due onesti pariolini della penna, che cos’altro, ti chiedo, ti aspetti da questa povera inciviltà letteraria? Il problema non è la mediocrità del proprio tempo (tutte le epoche sono state vili e mediocri), è la mediocrità del vivere civile di questa nazione, la sua corruttela intellettuale, la sua corruttela etica, il volersi predisporre ai traffici più iniqui e rozzi pur di raggiungere l’agognata vetrina. Gli scrittori poi sono i più sordidi nella loro inesausta ricerca della vetrina e del successo. E fanno una legittima concorrenza ai politicanti del nostro tempo.
    Ma io credo che un poeta debba concentrarsi, fare un enorme sforzo di concentrazione e studiare, studiare, e pensare molto, assumersi le responsabilità della scrittura poetica. Pasolini diceva che quando leggeva un poeta poteva dire quale salario incassava alla fine del mese. ed io dico che quando leggo i miei contemporanei posso dirti anche i bottoni della loro giacca. Sono tutti uguali, tutti cercano il linguaggio che dia loro maggiore visibilità e vetrina… ma non è certo una cosa seria. Purtroppo, scrivere una poesia è una cosa seria, che presuppone lunghi studi e lunga preparazione spirituale.

    • grazie, Giorgio, (anche) per questa risposta. respiro sempre un po’ meglio dopo aver letto i tuoi scritti, come i tuoi versi.

    • Salvatore Martino

      Carissimo Giorgio condivido la tua disanima sulla poesia di oggi ancorata al mondo in cui viviamo e sono totalmente ‘accordo con Angela Greco con la sua articolata trenodia. Vorrei aggiungere che una delle cause dell’insipienza della poesia che si produce in Italia mi sembra l’assoluta mancanza di cultura nelle generazioni che per età, per forza, per passioni,per abbandono, per dedizione sono deputate a costruire il nuovo dettato poetico.Quando insegnavo scrittura creativa poetica a Roma tre, e persino nei Master a Suor Orsola Benincasa ( e qui si trattava di laureati in lettere con 110 e lode), negli anni mi sono imbattuto in un numero infinitamente piccolo di allievi, tra le centinaia, che conoscesse che dire T.Eliot, o Guido Cavalcanti, G.Marino o L.Ariosto,che avesse letto La morte di Ivan Ilijc o Billy Budd,I dolori del giovane Werther, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.Dicevo loro dovete leggere, andare a bottega come hanno fatto tutti i grandi artisti, l’eventuale talento non basta se non è corredato dalla technè.Cosa ci regalano oggi questi “pennivendoli” ( rubo la terminologia a Donato di Stasi) ? Una pochezza di pensiero, uno stile disperatamente banale, spesso incomprensibile perché inconcludente. Questa teratologia l’arresto, qui rischia di diventare una noiosa geremiade.
      Ho molto apprezzato gli scritti su Heiddeger sempre e comunque una lettura ostica ma grazie a te Giorgio forse ho capito qualcosa di più.
      Ma veniamo a Milosz e alla sua poesia: e si tratta davvero di grande, straordinaria poesia. Leggo e mi emoziono, mi commuovo con l’anima e il cervello. C’è tutto : uno stile sorvegliatissimo e impeccabile, immagini che pur essendo visionarie traducono perfettamente la realtà del vissuto. Il mito di Orfeo diventa la nostra infaticata discesa agli inferi, la msica che vince la fatalità. Ci trascina nel mondo di Proserpina ma sono le nostre disperazioni le nostre ricerche dettate da chissà quali amori. Il Mito si riversa nel quotidiano, nella Storia nella quale tutti siamo immersi Quella poesia di Rilke, Hermes Orfeo Euridice, che ho così tanto amato e letto in pubblico innumerevoli volte,mi sembra quasi dimensionata alla luce di questo meraviglioso canto. Quando ero giovane negli anni 80 si diceva Amleto nostro contemporaneo così possiamo trasferirlo al nostro compagno Orfeo. Poeta visionario come Blake o Yeats con una capacità straordinaria di coinvolgerti in un mondo di fantasmi, di mondi siderali che glorificano le nostre città, i nostri dubbi le nostre paure, in questo abbraccio che può risultare mortale addentro la musica dei suoi versi.Raramente nella mia ormai asssai lunga esistenza ho provato un desiderio di tendere la mano, e credo anche l’anima a questo indagatore del profondo, che intercetta le nostre più recondite dimensioni. La poesia è questo, la grande poesia è racchiusa nelle parole di questo bardo venuto dalla Polonia.

      Sulla terza riva
      Andava, muto fluiva nel luccichio stellare
      le labbra deboli e il cuore per la nostalgia

      Voleva intrecciare scale di stelle lucenti
      colpire il cielo col volto minaccioso e duro

      ( Era molto tempo fa- là sulla terza riva
      della via che giaceva sulla luna e nella neve)

      Notare che nella lingua originale si tratta di una forma chiusa con rime quella che i poetucoli di oggi aborrono, forse perché incapaci di realizzarla.

      Visione siderale , cosmica di un viaggio meraviglioso e impossibile dove il sogno commuove quasi fosse la realtà, ma forse lo è’ questo nostro andare verso ignote destinazioni che dicono ci appartengono. Resto impietrito davanti a questi versi di una discesa come quella di Orfeo ad infera del mondo e di noi stessi, gli abissi che siamo costretti a frequentare, guardando lucidamente, spietatamente nel fondo misterioso che ci affascina e ci terrorizza. Una lezione indimenticabile questa del grande poeta polacco, che mi sembra venga quasi ignorata anche in questo blog così meritevole, visti gli scarsissimi commenti di coloro che sprecano parole per lodare poeti inesistenti. I 94 commenti a quel poeta noiosissimo e persino banale, a mio modestissimo avviso, parlo di Trantromer, ( penso che se non fosse stato svedese mai avrebbe ottenuto il Nobel) sono davvero un insulto sopra la ignoranza che copre questo meraviglioso poeta.

      Ed era molto tempo fa
      la strada sbiadita
      taceva ostinata alle stelle e alla luna
      C’era chi andava muto, negli occhi albe stupite
      senza timori davanti a sé
      e dietro nessuna ombra

    • “ed io dico che quando leggo i miei contemporanei posso dirti anche i bottoni della loro giacca” (G L).
      Caro Giorgio,
      ritornata saltuariamente per il motivo che sai, non resisto alla curiosità di chiederti che bottoni ho sulla mia giacca.
      Un caro saluto
      Giorgina

  5. antonio sagredo

    Ma io dell’ontologia di Heidegger me ne fotto!!!!!!

  6. Caro Antonio,
    Io ritengo molto semplicemente che un poeta che poeta senza avere un quadro di riferimento di che cosa sia l’ontologia e di che cosa sia il reale, è un poeta che si occupa della residualità, dei residui. Forse non è necessario che un poeta sia anche un filosofo, ma è necessario che un poeta si ponga delle domande. E già questo è filosofare. Altrimenti tutto l’universo non sarebbe altro che un “gioco di specchi” uno spiegelspiel fine a se stesso. Io invece ritengo che ci sia un filo di Arianna, solo che dobbiamo andare a cercarlo.

  7. Letizia Leone

    …ma Heiddegger stesso, visto poeticamente, è un Orfeo che sprofonda nei giacimenti dell’impensato, dell’incongnito, e da poeta deve coniare la parola nuova, e nel suo caso un linguaggio inedito, filosoficamente pregnante per sondare e dire l’indicibile dell’Essere, come Orfeo è colui che oltre i limiti della parola e del pensiero, insegue e trascina un’interrogazione sempre sfuggente…E il compito del poeta, a razionalizzarlo, è “disumano”, non è solo il canto, un dare forma (concordo pienamente con Giorgio), ma anche un dare ascolto “alla propria anima asfissiata dal domandare della coscienza insorgente, alla propria mente a cui non si lascia il tempo di concepire silenziosamente, oscuramente anche…”, per usare le parole di Maria Zambrano che nella sua scrittura ha fuso poesia e filosofia. Significa catturare quella presenza “che si dilegua se la si incalza”…
    Il meraviglioso testo di Milosz (grazie al preziosa traduzione di Paolo Statuti) esemplifica magnificamente un metodo di lavoro, trascendere il paesaggio storico, sforzare il proprio potenziale cognitivo, misurarsi con gli archetipi nel grembo dell’Essere e rifondare la parola, la melodia “giusta” (intonata al proprio tempo!) che restituisca il “nome” alle cose, visto che il poeta è colui che dà nome alle cose, risvegliarne la presenzialità in questo mondo gravemente malato di nominalismo…

    Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
    nero di nudi rami e di grumosi rametti,
    e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
    Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
    L’acqua fumante di un riflesso rosato.
    I colori: cinabro, carminio,
    siena bruciata, azzurro,
    i piaceri di nuotare presso
    gli scogli di marmo.
    Il convito sulla terrazza nel chiasso
    del porto dei pescatori.
    Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,
    delle mandorle.
    Il volo della rondine e del falco, il solenne
    volo di uno stormo
    di pellicani sul golfo.
    Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
    Cantava che componeva le sue parole contro la morte
    e che nessuna sua rima lodava il nulla

    Il compito del lettore è difficilissimo, ha ragione Angela, disorientamento e smarrimento di chi oggi voglia conoscere e leggere la poesia contemporanea. Districarsi nel caos delle scritture pare quasi impossibile e già solo questo richiederebbe competenze critiche notevoli aggiungendo che spesso i lettori comuni mi dicono che la poesia moderna li respinge come degli intrusi! E ha pienamente ragione Salvatore Martino nel denunciare il degrado dell’insegnamento scolastico, causa prima ma non unica certamente …Eppure questo discorso potrebbe benissimo estendersi all’arte…chi è capace oggi di districarsi nella ressa esorbitante dell’arte contemporanea, chi conosce l’arte di Antonio Lopez Garcia o Gerard Richter, Ivan Theimer o Odd Nerdrum? Chi sa leggere il linguaggio della grande pittura o della grande scultura contemporanea nella massa sterminata dei “pittori della domenica”? Neanche i poeti probabilmente che dovrebbero avere un fiuto estetico infallibile…

  8. Gentile Paolo Statuti,

    molti complimenti per la traduzione eccellente della poesia di Czesław Miłosz. il quale, in questi versi mirabili, offre una sua originale visione dell’immortale Orfeo che scende nel buio dell’Ade per ritrovare la luce.
    A un momento successivo, per ragioni personali, una disanima del mito di Orfeo ed Euridice che io amo profondamente nel canto di Rainer Maria Rilke, oltre che nei classici e nel “Dialogo di Bacca e Orfeo” di Cesare Pavese (“Dialoghi con Leucò”)..
    Un caro saluto

    Giorgina BG

  9. Un vivo e sincero ringraziamento a Giorgina Busca Gernetti e a tutti coloro che elogiano le mie traduzioni poetiche, che io considero un modo di sentirmi poeta, pur non scrivendo niente di mio. Per me è come una particolare palestra dove posso allenare i “muscoli” dell’anima e della mente, ed un sicuro dolce rifugio dove può riposare il mio cuore…

  10. Alla carissima Giorgina,

    mi permetto di dire che vedo sulla sua giacca bottoni di madreperla, come la sua poesia, che ha la lucidità e la bellezza della madreperla… ma, al di là dello scherzo, credo che la poesia che si deve e si può fare oggi nessuno lo sa, nessuno lo può sapere, perché per fare poesia bisogna «fratturare l’impensato alla parola», o fratturare la parola al pensiero della parola, come dice un filosofo moderno, Meyer. E io dico di più: il pensiero della parola deve fratturare il pensiero, deve tentare di andare oltre il pensato del pensiero. Il mito ci può aiutare in questa direzione. la bellissima poesia di Milosz nella grande traduzione di Paolo Statuti ci dà un aiuto impensato. Ma una cosa è fare poesia del mito e un’altra è fare poesia sul mito. Grandissima parte della poesia mitomodernistica (mi dispiace dirlo), è appiccicata come un francobollo, al mito. Ed il mito resta estraneo e vuoto. E la poesia diventa una operazione neoclassica, narcisistica.
    Di fatto, una poesia è sempre mitica, anche quando parla dei trucioli presenti sul mio/nostro scrittoio, Questo è quanto. La poesia è il Primario che irrompe, ma occorre appunto pensare il Primario. e torniamo al punto: che cos’è il Primario? Che cos’è la Domanda Fondamentale che dobbiamo porci? È possibile fare poesia senza pensare il nocciolo, il noumeno, la Domanda Fondamentale? Si badi che io non voglio affatto negare che si possa fare poesia anche dei trucioli, anche fare questo tipo di poesia è possibile, perché anche lì si può nascondere la profondità, la verticalità, ma il fatto è che per troppi decenni ci siamo abituati ad una poesia dei trucioli e delle targhe delle macchine o a una poesia paesaggistica…

    All’amico stimato Salvatore Martino,

    rispondo che non sono d’accordo sulla sua valutazione negativa della poesia di Tranströmer, ed il perché l’ho già scritto in precedenti post e commenti, e quindi non mi ripeto. Anzi, ho detto che a mio parere la poesia di Tranströmer ha cambiato le carte in tavola della poesia contemporanea. Si può anche fingere che non sia accaduto nulla, si può dire che il poeta svedese ha fatto una semplice poesia del paesaggio. Però, però…

    • Gentile Giorgio,
      sui bottoni hai indovinato. Naturalmente non su tutte le giacche stanno bene in madreperla. Prima, però, mi dici una cosa bella sulla mia poesia e poi fai capire che è uno scherzo! Bada che sono permalosa!
      Quanto alla “poesia del mito” e alla “poesia sul mito” ho l’impressione che tu abbia letto fino all’ultimo verso il mio libro “Echi e sussurri”: ciò mi fa e mi farebbe piacere. Perché anche il condizionale?
      Nessun poeta moderno può regredire allo stato fanciullo dell’umanità (è G.B. Vico, lo so), tanto da possedere quella fantasia ingenua che ha saputo creare i miti antichi e cantarli: miti evocati in seguito da tanti poeti greci, latini, italiani, inglesi, austriaci (R.M.Rilke), neogreci e di lingua slava.
      Sta alla capacita e alla sensibilità del poeta moderno rivivere quei miti, farli propri, entrarvi come interlocutore / personaggio e scrivere ciò che prova nell’animo in quella vicenda mitica illusoria.
      Non è sicuro, però, che un poeta moderno riesca a essere “mitico”, se non nell’accezione gergale che corrisponde a grandissimo.
      Un caro saluto

      Giorgina

  11. antonio sagredo

    “a mio parere la poesia di Tranströmer ha cambiato le carte in tavola della poesia contemporanea”: giusto a Suo parere, che non è affatto il mio!

    se mai Dylan Thomas come scrissi in versi nel 2008:

    “Per favorire una qualsiasi metonimia
    tutte le figure mi sono letali amiche,
    ma quell’immagine intricata di Thomas
    le carte della Poesia ha un po’ sconvolto!”

  12. antonio sagredo

    e inoltre l’ “Orfeo e Euridice” del Milosz è molto meno pregnante del mio (vedi blog <Poliscritture) poema sugli stessi personaggi, e per me pregnante significa che vado molto più profondamente e più in alto del polacco, il cui poema lo prendo in giro un pochettino, avrei voluto allora sbeffeggiarlo del tutto, ma sono stato continente, forse troppo! Quel che scrive Linguaglossa è equilibrato come un acrobata sul filo che tentenna poi che si illude di cadere: ma è una illusione, poi che non c'è vuoto sotto, ma soltanto la terra! Quel che scrive invece la leone mi pare più determinato e dis-piega ilo lavoro del Poeta come un lenzuolo che possiede ancora nelle fibre l'odor di bucato. Anche la Gernetti G. B. dice bene e a proposito, come al solito nei Suoi interventi, sempre più o meno calibrati… e di "poesia dei trucioli" (non si intende bene il significato /nte) del truciolo, qui), ma ho composto diversi versi dove il termine "truciolo /i" appare.. e sempre in una funzione epica (riferita a mio padre, che di trucioli s'intendeva fin dalla infanzia, e canche lui fece poesia dei trucioli con lavoro materiale da artista-ebanista; del resto il padre di Giorgio era sulla stessa barca più o meno, beati loro?!))… quindi la vera "poesia dei trucioli" l'hanno fatta loro e sempre con connotazioni positive! – sia chiaro che io gioco, ma non troppo come certe volte è mio costume, ma resta il fatto che personalmente "me ne fotto dell' "ontologia" di Heidegger, e questo mi fu chiaro già a una prima lettura (a 22 anni) e mi fu lampante a40!
    —————————————————–
    SECONDO REQUIEM
    Il sentiero dei trucioli era viola di specchi e di piombi,
    il fango centenario dei cortili assordante d’epitaffi
    – attraversai le stanze:
    velate per le granate dei singhiozzi
    – attraversai le stanze:
    ah, Padre, sono qui… scusami, l’intercity era una lumaca senza freni!

    Mi salutò, dal capezzale, con un dinoccolato: ehi!
    2003
    ———————————–
    L’orbita claudicante dei sistemi ci collassa!
    Le nostre ossa non dialogano più tra loro!
    Per questo Pinocchio è un tragico esperto
    che disprezza i trucioli e s’indigna della carne!

    UN PIANTO DI LEGNO CHE IL BOIA NON COMPRENDE!

    2006

    Restiamo ombre, ora – non so se l’oblio si ferma in tutte le stazioni –
    il tragitto sia una pergamena nota o un sudario di miele e d’ossa,
    e vincerò per finta quell’infinito, e per dubbio quel mare di stagnola,
    che la paterna gobba piallò dai vagiti a un tumulo… di trucioli!

    2007

    E il tonfo della bara era una studio di schegge e di trucioli,
    un applauso di pietra sul selciato in fuga,
    ma la purezza della tua stilla è in frantumi, Federico,
    e non sai come i tuoi notturni illumineranno Orfeo!

    Con lucciole e lanterne, e fiori bianchi – di Parigi!
    2011
    ————————————
    E me ne andai… lacrimavo trucioli e chiodi, dinoccolato il cammino
    di legno, le morse serravano gli snodi, il lento sale e la mia carne
    di tufo… contorta, deformata dal panico e dal vuoto: Ora, basta!
    Non sono rientrato nella creazione per essere, di nuovo, carne recidiva!

    2011
    Non ho mai incrociato una fede umana o divina con un pianto di legno nella Casa,
    – sul pianerottolo una marionetta gioca con la testa di Maria Stuarda.
    Ha di gelatina gli occhi e non lacrime vomita, ma trucioli e colla di coniglio!
    Il lutto non s’addice ai Cesari e alle stelle… Gesti, gesti a me! Soccorrete le mie mani!

    2011
    —————————–
    E alla malora il Tempo e il Labor che non volevano finire: chiedevano un’assemblea plenaria ai gesti, agli strumenti, ai disegni, ai pizzicati suoni… a che le corde fossero stonate perché mai la fine accadesse tanto presto, e supplicare così la durata della passione divorante nel laboratorio… la testimonianza ricordava quello del Padre mio fra trucioli e colla cervone…
    Io, bambino, l’ammiravo… ma qui, al savese, dobbiamo un inchino immortale, e non lo sconforto dell’anonimato!
    2015

    —————————————–
    Come la mia tentazione è la quiete! Arricciati come trucioli i miei versi gordiani,
    da un diniego teatrale alle quinte non sai se nodi scorsoi, vasi a Samo o nottole ad Atene!
    Requie… e non hai che l’accidia nemica dei falchi come una metastasi d’ossa – e carne
    potrei ancora io cantare a dismisura: la soglia come una lama nella mia gola!

    2015
    —————————————
    ma il buon Milosz alcuni versi come i miei se li sognava!
    e non arriciate il naso, i denti, e le labbra

    • Al critico (questa volta, altre volte poeta) Antonio Sagredo,

      grazie per il giudizio sui miei commento “più o meno calibrati”. Se “calibrato” significa “ponderato”, beh, io di solito non scrivo a casaccio, senza pensare, senza soppesare bene quello che sto per scrivere.
      Forse in questi giorni ho nella mente un grave pensiero che alcuni conoscono, però di corbellerie spero di non averne scritte mai per mancanza di ponderazione (di refusi sì perché sono una pessima dattilografa).
      Un saluto

      Giorgina Busca Gernetti

  13. Dopo queste citazioni, ammetto di essere stato schiaffeggiato in pubblico da Antonio Sagredo il quale ci ha dato una collana di sue citazioni sul tema di Orfeo ed Euridice.
    Ammetto anche che la capacità balistica e linguistica di Antonio Sagredo non ha eguali in Italia, ma se consideriamo che la poesia non è fatta solo di capacità balistiche, ecco che allora il mio giudizio dovrà essere un poco corretto.
    Milosz, però, caro Sagredo, ha la grande capacità di svolgere un tema e di tematizzarlo con incredibile talento e di versarci dentro quello che un tempo si chiamavano i contenuti…

    • Caro Giorgio,
      ti esprimo la mia solidarietà a proposito degli schiaffi e dei “trucioli”, dei quali, peraltro io non ho mai scritto nulla mentre nel discorso di Sagredo non è ben chiaro se io sola, oppure anch’io ne abbia scritto o la frase dopo i puntini di sospensione si riferisca ad altri in generale.
      Avevo scritto piuttosto che avrei parlato di Milosz in seguito, con più serenità di ieri e di oggi.
      Io non arriccio nulla se non i capelli…
      I dento poi!
      A meno che i “trucioli” non siano le mie poesie…

      Giorgina

  14. Varrebbe la pena, in vena di citazioni, di menzionare i vari melodrammi “Orfeo ed Euridice” di Rinuccini – Peri (sec. XVII, di Gluck e di Monteverdi (sec. XVIII).

    GBG

  15. ubaldoderobertis

    Se in coda non ci fosse stato il richiamo in negativo a Tranströmer, avrei condiviso ogni rigo, ogni parola, ogni accento delle considerazioni di Salvatore Martino. Tra l’altro non ho mai capito il fatto che per magnificare un autore si debba demolirne un altro. Ma torno alle cose condivise, una su tutte che il talento(eventuale) non basta se non è corredato dalla technè. Mi congratulo con l’autore del commento, non solo perché ne condivido il senso, ma per come ha esposto le proprie idee.
    Un grande apprezzamento al poeta Milosz e i complimenti al traduttore- poeta Paolo Statuti.
    Ubaldo de Robertis

    • Salvatore Martino

      Carissimo de Robertis leggo solo oggi il suo commento così elogiativo nei miei confronti e la ringrazio. Per quanto riguarda il poeta Nobel svedese forse il mio giudizio è condotto sulla “cattiva strada” da questo farneticante innicare che si sviluppa intorno alla sua poesia, che dovrebbe aver cambiato le linee della odierna poesia mondiale quasi fosse Baudelaire o Whitman o Pound o Borges o Petrarca. Continuo ad annoiarmi con i suoi gelidi paesaggi nordisti, con il grigio delle sue parole. Per finire non volevo affatto demonizzare Transtromer per glorificare Milosz. In ogni caso sarei felice di conoscerla personalmente e di farmi conoscere. Ancora grazie Salvatore Martino

      • ubaldoderobertis

        Caro Martino, a dire il vero c’è una sua successiva riflessione che io condivido in pieno. E’ all’interno del suo intervento su L’Ombra delle parole del 18 novembre dove vengono messe a confronto due versioni dell’Orfeo e Euridice di Milosz.
        Molti mesi fa scrissi a Giorgio Linguaglossa segnalando un certo disagio per il fatto che non facevo in tempo ad interiorizzare la poesia/autore proposta nel blog perché subito, a distanza di poche ore, veniva proposto un altro autore. In questa società, mi dicevo, tutto deve bruciare molto in fretta. Giorgio avrà le sue buone ragioni, pensai.
        E lei il 19 novembre 2015 alle 13:01
        scrive: “Non condivido questa scelta dell’amico Linguaglossa di un’alternanza rapidissima di situazioni, ma certamente avrà le sue buone ragioni per condurre in tal modo il blog del quale è l’anima”
        Caro Martino, per la reciproca conoscenza l’ideatore del blog ha il mio indirizzo di posta elettronica.
        Cordialmente, Ubaldo de Robertis

        • Gentilissimo,
          scusi se m’intrometto, ma anch’io sono del parere che un solo giorno sia insufficiente per riflettere su poeti della levatura di Milosz e simili, tanto da scrivere un commento ben meditato. Questa volta erano due traduzioni di una sua poesia e due poesie di altri poeti sullo stesso tema. Troppo poco un giorno solo per tanta poesia di valore.
          Infatti ho consigliato a Giorgio Linguaglossa di non soffocare subito il grande poeta con un altro pubblicato il giorno dopo.
          Cordiali saluti

          Giorgina Busca Gernetti

  16. cara Giorgina,
    questa volta ho preso il diavolo per le corna e ho sfidato Antonio Sagredo a pubblicare le sue poesie su Orfeo ed Euridice, cosi chè potremo valutare le sue poesie in confronto con quella di Milosz.
    Per i “trucioii”, mi riferivo alle povere cose della poesia del nostro tempo, così piene di trucioli, di cascami, di immondizie, di dettagli insignificanti. Il fatto è che siamo diventati noi stessi insignificanti in un mondo globale. Stiamo attraversando una crisi di civiltà simile a quella che investì l’impero romano una volta stabilizzatosi dopo le guerre di conquista. Solo che la rivoluzione spirituale profetizzata dal cristianesimo si rivelò essere una rivoluzione zoppa e con le ali tarpate, quella di oggi si annuncia con il tinnire delle bombe dei kamikaze, con i mitra dei fanatici…

    • Caro Giorgio,
      ti ringrazio per il chiarimento sui “trucioli” che in questo significato metaforico mi erano già ben chiari, Mi restava però un dubbio sui trucioli di chi lavora con il legno o con il cuoio, Ciascuno vale o non vale per quello che è e che fa personalmente, senza che si vada a rovistare tra gli eventuali trucioli nella professione del padre.
      Buona idea pubblicare le poesie su Orfeo ed Euridice di A.S. e fare un confronto. Stavo per pubblicare le mie, ma le tengo in serbo per un post solo per me.
      Però io non ho la presunzione di paragonarmi ad altri come Milosz o Rilke.
      Un saluto

      Giorgina

  17. Domani pubblicheremo la traduzione di Antonio Sagredo della poesia Orfeo ed Euridice di Czeslaw Milosz, e, a seguire, anche le traduzioni di due slavisti: Cantarutti e Paolo Statuti della medesima poesia, così potremo fare una radiografia alla capacità di traduttore di Sagredo.

  18. Ma si tratta della prof.sa Giulia Cantarutti, Università di Bologna, Lingua e Letteratura tedesca???

  19. antonio sredo

    ribadisco che Linguaglossa abbia confuso un po’ le carte, e che in parte forse non sono stato troppo chiaro con lui nel riferire le informazioni:
    quindi le cose stanno così:
    1) sul tema “Orfeo e Euridice” i due poeti A. Sagredo e Annamaria De Pietro
    hanno scritto un poemetto ciascuno.
    ————————————————————————-
    2) due traduzioni distinte dello steso poemetto di Milosz sul tema Orfeo e Euridice realizzate da Paolo Statuti e Francesco M. Cataluccio

  20. antonio sagredo

    ribadisco che Linguaglossa abbia fatto un po’ di confusione, forse a causa mia…
    le cose stanno così:

    1) due traduzioni distinte del poema di Milosz sul tema Orfeo e Euridice, dal polacco in italiano, di due traduttori (polonisti) : Paolo Statuti e Francesco M. Cataluccio
    ———————————————————————————–
    2) due poeti, Antonio Sagredo e Annmaria De Pietro, hanno scritto ciascuno un poemetto sul tema Orfeo e Euridice

  21. Scusate, ho fatto confusione. Le traduzioni della poesia di Milosz “Orfeo ed Euridice” che presentiamo oggi sono di Paolo Statuti e Francesco M. Cataluccio, oltre due poesie sullo stesso tema di Annamaria De Pietro e Antonio Sagredo.

  22. Caro Giorgio,
    ti ricordo, per un’occasione futura, vicina o lontana a tuo piacere, che io ho composto un poemetto in sei tempi sullo stesso tema, intitolato “Il canto di Orfeo”. E’ inserito nel libro “Echi e sussurri”, Polistampa, Firenze 2015.
    Grazie per l’attenzione e un caro saluto

    Giorgina

  23. antonio sagredo

    Devo riconoscere onestà di intenti e di determinazione sia al Linguaglossa che a Gernetti G.B. e a me stesso…. quando si tratta di correggere le sviste: non tutti hanno il coraggio di farlo.

    • Grazie, gentilissimo Antonio Sagredo. Oggi ho sbagliato a digitare persino uno dei miei cognomi. Ieri ho digitato “dento” invece che “denti”. Ho già scritto che sono una pessima dattilografa (la tastiera del pianoforte mi è più congeniale anche a occhi chiusi)e per di più in questi giorni ho gravi pensieri per la mente. Ho chiesto la cancellazione di un duplicato (in realtà era triplice) perché in vari casi sbaglio a collocare il commento nella casella giusta “rispondi”. Mi scuso per questo perché, scrivendo a mano, non commetto errori da anni.

      Giorgina BG

  24. Pingback: Circa la poesia odierna: lettera con risposta | il sasso nello stagno di An Gre

  25. In accoglimento delle sollecitazioni pervenute da più parti di rallentare il flusso dei post, specie di quelli più complessi, comunico che i post che richiedono maggiore tempo per l’approfondimento, saranno tenuti in bacheca per più di un giorno. Grazie a tutti per la collaborazione.

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