Dopo la fine della Metafisica, Poesia da frigobar, scritta con un linguaggio aggiornatissimo, cioè da frigidaire con parole necessariamente conservate al freddo, La forma-poesia per eccellenza dei nostri tempi infetti dal virus del populismo, del sovranismo e del Covid19; la crisi climatica è la crisi del pianeta Terra, del capitalismo mondiale, crisi dell’Antropocene che accomuna Occidente ed Oriente, Nord e Sud, La crisi ormai ha assunto dimensioni planetarie. E la poesia? Penso che la poesia abbia l’obbligo di riformulare i suoi parametri fideistici, Poesie kitchen di Guido Galdini, Mimmo Pugliese, Mauro Pierno, Raffaele Ciccarone

Foto volto con quadrato nero

Dopo la fine della Metafisica

La poesia che si scrive oggi avendo in mente un ente ricade nel modello del «vero» e del «verosimile», e quindi del realismo – Pieno di demerito e impoeticamente abita l’uomo su questa terra

Se prendiamo La ragazza Carla di Pagliarani (1960) o anche Laborintus (1956) di Sanguineti, lì vengono trattate (rappresentate) delle cose che realmente esistono; se prendiamo un brano de I quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca, lì si tratta di un tema ben preciso: la morte del fratello «aldo» e della conseguente j’accuse del «sistema Italia» che lo ha determinato al suicidio. Voglio dire che tutta la poesia del novecento italiano e quella di questi postremi anni post-veritativi, rientra nel modello del «vero», e del «verosimile». Ebbene, questo «modello» nella nuova ontologia del poetico viene ad essere caducato,  messo in sordina; la distinzione tra verosimile e non-verosimile cade inesorabilmente ed entrano in gioco il possibile e l’inverosimile, l’ultroneo e l’erraneo; si scopre che l’inverosimile è della stessa stoffa del possibile-verosimile e che l’ipoverità è il lessico più evoluto della forma-poesia e della forma-romanzo di oggi.

Questa possibilizzazione del molteplice è la diretta conseguenza di una intensa problematizzazione delle forme estetiche portata avanti dalla «nuova ontologia estetica», prodotto dell’aggravarsi della crisi delle forme estetiche tardo novecentesche che ha creato una fortissima controspinta in direzione di un nuovo modello-poesia non più ancorato e immobilizzato ad un concetto di eternità e stabilità del «modello del vero e del verosimile».

Il concetto di «verosimile» della poesia lirica e anti lirica che dir si voglia di questi ultimi decenni poggiava sulla stabilità ed eternità del soggetto che legiferava in chiave elegiaca o antielegiaca.

La poesia che si scrive oggi avendo in mente un ente ricade nel modello del «vero» e del «verosimile», e quindi del realismo in senso lato, ovvero, poesia fatta con il pilota automatico innestato.
La poesia che si scrive senza l’ausilio di alcun pilota automatico, è la sola poesia che è possibile scrivere Dopo la fine della Metafisica.
Il fatto è che l’uomo è «un animale metafisico» (dizione di Albert Caraco) che non può che riprodurre la metafisica anche dopo la fine della metafisica. Si tratta di un meccanismo infernale che non può arrestarsi mai, ma è preferibile esserne consapevoli. Ecco perché la «nuova poesia» assume a proprio tema centrale il perché della poesia, se si debba perseguire il senso e il significato, o si debba perseguire il fuori-senso e il fuori-significato.
Poiché la crisi è in poesia, la poesia reagisce diventando meta poesia, ricusando la vecchia metafisica per una meta ontologia. Il poetico non è uno spazio separato dal non-poetico, quanto che esso è la stessa meta ontologia che diventa nuova metafisica. La meta ontologia verte su ciò che è al di fuori della ontologia, fuori dell’ontico e, precisamente, sul nulla che costituisce le cose, sulla nientificazione che sta all’origine di tutte le cose e determina la nostra esistenza.

Riprendendo un verso di Hölderlin in cui il poeta dice:

«Pieno di merito, ma poeticamente, abita / l’uomo su questa terra»

Heidegger formula un’interpretazione rimasta storica che indica l’essere dell’uomo in presenza degli dei e dei «mortali». Gli uomini sono coloro i quali muoiono ogni volta, muoiono sempre di nuovo e infinitamente. Heidegger sottolinea che il fare poesia è il fabbricare «poeticamente» le «case», intendendo l’attività pratica del costruire abitazioni, in quanto anche la poesia è una «casa» che possiamo abitare. La poesia indica: «L’atto del fare si dice in greco  po…hsij. L’abitare [das Wohnen] dell’uomo dovrebbe essere [Poesie], cioè qualcosa di poetico». In base al detto del poeta, l’abitare dell’uomo non è un prodotto  di una delle tante facoltà dell’uomo, ma è il fondamento stesso dell’esserci: l’abitare è il modo principale con cui l’esserci attua la sua struttura fondamentale di essere-nel-mondo. L’abitare della poesia di oggi è la costruzione di un luogo dove vige lo scetticismo nei confronti del vero, dell’io e del reale; optare per la leggerezza, la volatilità, l’ultroneo e l’erraneo è ciò che dischiude la peculiarissima Befindlichkeit, il «modo» d’essere del nostro essere nel mondo, ma è questo «pieno di merito» la locuzione significativa usata dal filosofo tedesco, quel «merito» la poesia odierna lo svela come un «demerito», un minus habens un minus di essere.

L’umanità estraniata esternata dalla poesia di oggi è una umanità in minore, che si occupa di inezie, di dettagli insignificanti, trascurabili, inessenziali, minimi, che preferisce il Non è di Guido Galdini, che predilige il principio di dis-piacere, che opta per la libertà del desiderio di contro alla illibertà del principio di realtà, per una poiesis non più rappresentativa e non remunerativa. La poetry kitchen opta per il pensiero negativo, per la negazione radicale. L’umanità estraniata di oggi non sa di vivere in minore, in omicron, e non è neanche più capace di uscire fuori da questo stato di minorità,  non sospetta neanche di essere condannata alla minoritarietà della storialità. Ed è questo morire indefinitamente tra sovranismo, populismo e personalismo che la poesia di oggi ha il dovere di cogliere. Il motto di Hölderlin andrebbe derisoriamente riformulato così: «Pieno di demerito e impoeticamente abita l’uomo su questa terra».

La dizione «poesia da frigobar», impiegata da Marie Laure Colasson è da intendere in accezione positiva, contrassegna la poesia odierna, oggi la poesia più evoluta «è scritta con un linguaggio aggiornatissimo, cioè da frigidaire con parole necessariamente conservate al freddo». Condivido la tesi della Colasson, oggi lo scetticismo integrale affiancato da una robusta dose di fantasmi e di icone, avatar, sosia etc. è la forma-poesia per eccellenza dei nostri tempi infetti dal virus del panlogismo, del populismo, del sovranismo e del Covid19; la crisi climatica è la crisi del pianeta Terra, del capitalismo mondiale, crisi dell’Antropocene che accomuna Occidente ed Oriente, Nord e Sud. La crisi ormai ha assunto dimensioni planetarie. E la poesia? Penso che la poesia abbia l’obbligo di riformulare la forma-poesia per derubricare i suoi parametri fideistici.

(g.l.)

1 M. Heidegger, …“poeticamente abita l’uomo”… , in Saggi e discorsi, cit., p. 125

Mimmo Pugliese

Il coseno

Il coseno delle autostrade
che farcisce gli occhiali
resta fuori dalle buste della spesa
allo stesso modo dei capelli rossi
del collo di pelliccia
della neve di cartone
dimenticata nel cassetto
delle smilze scale mobili
battezzate con fieno acrilico
gòcciolano i mattoni
sui libri di geografia
Londra è lontana
arrampicata sui tronchi delle sequoie
dall’umore di mosto cotto
sul diario di bordo c’è scritto
che la prossima stella polare
avrà la targa con numeri romani
nella giungla dietro casa
gemelli siamesi traducono
il linguaggio dei passeri
non sfugge
all’occhio attento dell’oracolo
la differenza tra la tattica
ed il posizionamento dei terrazzi
all’ora del ditirambo

Guido Galdini

seguite ora le istruzioni
per il compimento dell’opera
prendete un foglio di sufficiente lunghezza
e copiate con disciplina queste frasi
appendetelo alla parete più opportuna
aggiungendovi, in basso (è facoltativo)
sull’esempio di René Magritte

questa non è una poesia

Mauro Pierno

Azzardo una visione poetica in franchigia. La forma esatta è un montaggio, un compostaggio di eventi- forma. La differenza tra kitchen poetry e realismo terminale sta nella commercializzazione di una idea. Davvero grandi differenze tra un verso di Oldani e di Bjelosêvic non le trovo.

Andando indietro tutto quello che era lontano
diventa più vicino e caro
(Il ritorno in avanti, P. Bjelosêvic)

ne godo che mi ammirino i vicini,
non sanno i fiori sono artificiali. (Esistere, G. Oldani).

La gratuità della ricerca NOE sta nell’ingranaggio
ormai inceppato delle poetiche. Appunto la ricerca trascende qualsiasi significato, si emancipa dalla stessa passione politica, Persegue l’errore.

Potrà solo mettere note esplicative alle allucinazioni.
Curare le ferite dell’ incomprensione con punti esclamativi (F.P. Intini)

Il Signor K. allarmato, ha esternato:
«Lasciamo almeno aperta una finestra, una possibilità esegetica.
Entriamo dalla porta di servizio!». (G. Linguaglossa)

E’ un primo binario per una futura composizione kitchen.(Rago)

Non continuiamo noi ad usarlo per dire qualcosa d’altro, in una situazione differente?». (M.L. Colasson)

Raffaele Ciccarone

Set 1

Adalgisa senza ombrello
incontra una pioggia
vestita d’argento fuligginoso
il cappello a punta nero
montava piume di struzzo
omaggio del suo pappagallo

Set 2

per abbandonare Alcatraz
Dedalo mette a punto
il volo verticale
Minosse ne è adirato
per il suo drone sparito

Set 3


gli era difficile trattenere
il taglio delle mezze lune
il sauro montato da Holden
saltava senza posa
il ritmo market movers
gli permetteva di schivarle tutte


la pipa di Simenon
sfarfalla banchi di fumo
Toulouse Lautrec cena
con sua bella al ristorante
Modigliani allunga
il collo al suo ritratto

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Mauro Pierno è nato a Bari nel 1962 e vive a Ruvo di Puglia. Scrive poesia da diversi anni, autore anche di testi teatrali, tra i quali, Tutti allo stesso tempo (1990), Eppur si muovono (1991), Pollice calvo (2014); di  alcuni ne ha curato anche la regia. In poesia è vincitore nel (1992) del premio di Poesia Citta di Catino (Bari) “G. Falcone”; è presente nell’antologia Il sole nella città, La Vallisa (Besa editrice, 2006). Ha pubblicato: Intermezzo verde (1984), Siffatte & soddisfatte (1986), Cronografie (1996), Eduardiane (2012), Gravi di percezione (2014), Compostaggi (2020). È presente in rete su “Poetarum Silva”, “Critica Impura”, “Pi Greco Aperiodico di conversazioni Poetiche”. Le sue ultime pubblicazioni sono Ramon (Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017). Ha fondato e dirige il blog “ridondanze”.

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Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica. Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018)
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Mimmo Pugliese è nato nel 1960 a San Basile (Cs), paese italo-albanese, dove risiede. Licenza classica seguita da laurea in Giurisprudenza presso l’Università “La Sapienza” di Roma, esercita la professione di avvocato presso il Foro di Castrovillari. Ha pubblicato, nel maggio 2020, Fosfeni, edito da Calabria Letteraria- Rubbettino, una raccolta di n. 36 poesie.
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Raffaele Ciccarone, nasce a Bitonto (Bari) il 10 Ottobre del 1950, dopo la laurea in Economia e Commercio a Bari, si trasferisce a Milano per lavorare in una grande banca, attualmente è in pensione. Si occupa di pittura e ha scritto poesie e racconti alcuni pubblicati su piattaforma di scrittura on line, con uno pseudonimo. Ha partecipato a gruppi di poesia di Milano e non ha mai pubblicato.

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76 risposte a “Dopo la fine della Metafisica, Poesia da frigobar, scritta con un linguaggio aggiornatissimo, cioè da frigidaire con parole necessariamente conservate al freddo, La forma-poesia per eccellenza dei nostri tempi infetti dal virus del populismo, del sovranismo e del Covid19; la crisi climatica è la crisi del pianeta Terra, del capitalismo mondiale, crisi dell’Antropocene che accomuna Occidente ed Oriente, Nord e Sud, La crisi ormai ha assunto dimensioni planetarie. E la poesia? Penso che la poesia abbia l’obbligo di riformulare i suoi parametri fideistici, Poesie kitchen di Guido Galdini, Mimmo Pugliese, Mauro Pierno, Raffaele Ciccarone

  1. «sull’esempio di René Magritte / questa non è una poesia»

    Questo assioma vergato da Guido Galdini segna il punto di non ritorno tra la poetry kitchen e la forma-poesia di accademia. La spinta verso il nuovo deriva dalla stagnazione nella quale si è liquefatta la poesia italiana degli ultimi decenni, la propulsione verso il nuovo ha la sua scaturigine nella stagnazione forzata che ha spento la poesia italiana. La propulsione verso il nuovo ha prodotto la «forma polittico» e la «instant poetry», entrambe formazioni stilistiche contraddittorie e conflittuali. La poesia assume le sembianze di una «composizione» di linguaggi diversi e disparati che trovano un luogo in cui coesistere e coabitare. La forma-poesia della nuova poesia in modalità kitchen è diventata un sistema instabile, anzi, metastabile (la sua ontologia è metastabile), una struttura precaria e non funzionale, infungibile alla amministrazione della comunità, cioè alle esigenze del Politico.
    I quattro Autori riuniti in questo post forniscono quattro diverse direzioni linguistiche e stilistiche. Il linguaggio municipale deve trovare il modo di coabitare (e collidere) con i linguaggi extra municipali, sovra nazionali, con i linguaggi di nicchia (filosofici, giuridici, giornalistici) e i linguaggi mediatici. Si va necessariamente verso il «compostaggio» di diversi idiomi. E qui gli esperimenti di Mauro Pierno sono in posizione avanzata. Ma si può procedere anche in direzione di un polistile da polistirolo, impiegando i linguaggi plastificati, quelli della pubblicità, i linguaggi da bugiardino, i linguaggi desueti e quelli corrivi del parlato, i linguaggi informazionali: in una parola, i linguaggi dell’impero mediatico.
    La «forma-poesia» ha il compito storico di costruire una «commedia» dove tutte le voci, tutti gli stili e tutti i linguaggi possano convivere.

    La parola kitchen è da pensarsi come evento linguistico: quindi evento dell’altro proprio perché si annuncia in quanto irruzione di ciò che è per venire, ciò che è assolutamente non riappropriabile; in quanto unico e singolare l’evento linguistico sfida l’anticipazione, la riappropriazione, il calcolo ed ogni predeterminazione. L’avvenire, ciò che sta per av-venire può essere pensato solo a partire da una radicale alterità, che va accolta e rispettata nella sua inappropriabilità e infungibilità.
    La contaminazione, l’impurità, l’intreccio, la complicazione, la coinplicazione, l’interferenza, i rumori di fondo, la duplicazione, la peritropé, il salto, la perifrasi costituiscono il nocciolo stesso della fusione a freddo dei materiali linguistici, gli algoritmi che descrivono la non originarietà del linguaggio, il suo esser sempre stato, il suo essere sempre presente; una ontologia della coimplicazione occupa il posto della tradizionale ontologia che divideva essere e linguaggio, la ontologia della coimplicazione ci dice che il linguaggio è l’essere, l’unico essere al quale possiamo accedere. Non si dà mai una purezza espressiva nel logos ma sempre una impurità dell’espressione, un voler dire, un ammiccare, un parlare per indizi e per rinvii.

  2. antonio sagredo

    OCCIDENTE E ORIENTE
    ———————————
    da: Europa! Europa, 1970

    Spostiamoci più ad oriente verso una terra
    tendenziosa, servile, noiosa: l’Europa,
    che così unita non mi pare per davvero,

    più la si unisce tanto più si divide.
    Di certo c’è un caos, equilibrio di opposti poli:
    la sua arte è di essere una volpe.

    E una vecchia troia, astuta, corrotta,
    piena di rughe secolari; unica cosa viva:
    il passato, come un chiuso deretano.

    …………………………………………………
    A oriente, in direzione obliqua, una massa
    d’uomini ogni tanto fa rivolte:
    una libertà strana, vera che sussulta
    poi si calma e pare morta.

    Libertà, parola più vuota che di senso
    brucia ancora sulle piazze – cosa nuova?
    No! È vecchio sentimento: morire, non vivere così.
    La rossa libertà adesso è nera!
    —————————————————————-
    L’oriente scivolava sulla pagina
    e dileguava ripreso dalla rotazione,
    come figura di un testo geologico
    tu stesso scatenando l’occidente.

    Nel vostro sangue, nel suo richiamo,
    in quel flusso nero il suo sonno,
    aspettare nel presente ogni segno
    più in là del battito e della sua bocca.

    E in silenzio brillare di là delle bocche
    nel godimento rigido dell’ironia e del ritorno,
    lei che la portava via la vita
    mentre le si alzava il riso e il cuore nella corsa.

    Ed era lo specchio del suo valore
    il fiottìo di sangue che si raccoglie e aspetta,
    e tu sei dissolto in essa, e si frena il coltello
    nel passaggio etrusco del suo corpo.

    A frammenti, a frecce queste onde
    per non più ritornare, questa vecchia storia
    di sesso e di paura, questo schermo, questo specchio,
    succhiando nel Caos il flusso della sua bocca!

    1981
    (pubblicata in” Tortugas” – Zaragoza)

  3. Massimiliano

    C’è della verità.

  4. antonio sagredo

    Queste totalità
    queste pluralità
    queste metafisiche necessità
    becchini della nostra carne!

    (dal quinto “poema idiota”, (1970)

  5. da https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/piero-dorfles-intervista/?fbclid=IwAR2sBqSBetj1UFh0cAuAsZx0SmesuXROlMONoHeCHN4Nfnh4lNQtHL3cXrY

    Estratto di Piero Dorfles

    Il giornalismo culturale è andato corrompendosi, negli ultimi decenni, fino a diventare irrilevante. Ma non è mai stato esente da difetti più o meno gravi. I grandi stroncatori, i critici severi e giusti erano rari anche cinquant’anni fa. Ma il comportamento opportunistico, fatto di scambi di favori e di ricattucci reciproci, sempre esistito, oggi è diventato pervasivo. I premi di cui si parla li vincono gli amici degli amici e, entrati in giuria, restituiscono il favore. Si fa scrivere sul proprio giornale chi recensisce il proprio libro o quello dei clientes; se ne allontana chi ha osato esprimere opinioni critiche. Si recensiscono libri che non si sono letti, alle volte nemmeno sfogliati, raramente capiti. Più che svolgere un ruolo di servizio, il giornalismo culturale persegue l’interesse personale, occasionalmente tenta lo scoop e, se può, alimenta polemiche pretestuose. A complicare le cose è arrivato il predominio del marketing. Chi vende bene è praticamente costretto a pubblicare un libro l’anno, ed è tormentato dall’editore se tarda a mantener vivo il rapporto con i lettori. Chi vince un premio guadagna anche lo spazio di commentatore sui grandi giornali, indipendentemente dalla sua capacità di scrittura pubblicistica. Chi è amico dei dirigenti e dei conduttori di programmi radiofonici e televisivi avrà ampio spazio di promozione su tutti i canali, mentre chi non coltiva amicizie e terrazze non avrà nessun sostegno dalla comunicazione di massa. In definitiva: si recensisce solo chi già vende bene, si tengono d’occhio gli editori che domani potrebbero tornare utili, e si parla con entusiasmo di libri insignificanti, scritti da giornalisti e politici il cui potere, altrimenti, potrebbe danneggiare chi scrive. Ma perché stupirci? C’è forse un comparto della vita pubblica, nel nostro paese, che sfugga a questo paradigma? Non mi pare proprio. Né mi pare che ci sia più chi, con autorevolezza, possa stigmatizzare il sistema di piccola e mediocre mafia intellettuale che domina il panorama culturale. Non mi limito a rimpiangere i Vittorini, i Fortini, i Milano. Guardo e vedo una società nella quale, nel suo complesso, i valori della conoscenza e l’onestà intellettuale sono non solo poco vitali ma, ove carsicamente compaiano, derisi. Se nelle vene della società non scorre il valore della cultura, perché dovremmo trovarne traccia nel suo specchio fedele, e cioè il sistema dell’informazione?

  6. gino rago

    Botta e risposta fra Gino Rago e Marie Laure Colasson
    sulle nuove idee di com-posizioni, montaggio, dispositivo poetico, secondo i recenti interventi di Giorgio Linguaglossa su Guido Oldani

    Preciso a Milaure Colasson che Guido Oldani costruisce un nuovo dispositivo poetico, stabilisce un nuovo patto fra poesia e lettore, questo rapporto letteratura/lettore si può attualizzare sia nell’ambito diciamo “sensorio” nel senso di costrizione verso la percezione estetica dei versi del poeta, sia nell’ambito “etico” da intendersi come spinta o sollecitazione verso la riflessione critica (etica ed estetica) da parte del lettore. Guido Oldani riesce a farlo anche avvalendosi del rapporto immagini/parole, come nel caso ad esempio de la betoniera che può essere sentita proprio come poesia in stile in stile kitchen. Va dato atto a Guido Oldani, a monte dei suoi vari e numerosi detrattori, che è stato un apripista della nuova poesia italiana.

    La betoniera

    che tiene insieme ogni zolla nera
    e il tutto è nella pancia di dio padre,
    che ci mescola, dolce betoniera.

    Rispondo a Gino Rago,
    quanto al discorso di un «nuovo dispositivo poetico» messo in campo da Guido Oldani, asseverando che l’importanza di un certo tipo di poesia, e quindi di un poeta, la si può misurare con lo scorrere del tempo e misurando il quantum di novità introdotta da un certo tipo di poesia rispetto al panorama della sua epoca; detto questo, va dato atto a Guido Oldani della tempestività con la quale ha saputo intercettare le esigenze di rinnovamento presenti, anche se in incognito, nella poesia italiana del suo tempo (gli anni duemila) per tradurle in una nuova IDEA di linguaggio. Se La betoniera è del 2007, va dato atto che il realismo terminale precede la poetry kitchen di 13 anni, sempre che vogliamo datare la nascita della poetry kitchen con la pubblicazione del libro in corso di stampa di Gino Rago, “Storie di una pallottola e della gallina Nanin”, di prossima uscita con Progetto Cultura.
    Certo, penso che i due modelli, quello di Guido Oldani e quello di Gino Rago, si muovano nella sostanza in parallelo verso la fuoriuscita dalla poesia della stagnazione della poesia italiana almeno dagli anni novanta ai giorni nostri.

    (Marie Laure Colasson)

    Cara Milaure,
    José Saramago nel saggio sul realismo magico dell’opera letteraria di Gabriel Garcìa Marquez scrive:«Gli scrittori si dividono (immaginando che accettino di essere così divisi) in due gruppi: il più ristretto, formato da quelli che sono stati capaci di tracciare nuovi cammini nella letteratura, il più numeroso, quello formato da chi arriva da dietro e si serve di questi cammini per il proprio viaggio. È così da sempre e la (legittima?) vanità degli autori non può nulla contro la chiara evidenza[…]».

    Quanti tentativi, prima del Big Bang, quanti primi binari prima del dispositivo poetico per una poesia kitchen con montaggi di divagazioni, entanglement, peritropè, complicazioni, salti spaziali e temporali, personaggi veri e personaggi inventati, situazioni reali e situazioni immaginarie, collages, interferenze, citazioni, aperture con sliding doors, con deviazioni simultanee…Prima del dispositivo poetico come questo che segue

    (Gino Rago)

    Com-posizione Kitchen
    Gino Rago

     «I poeti elegiaci sono tutti delle carogne!»
    gridano gli elettori delle sardine riuniti a piazza San Silvestro a Roma.

    Ilia Prigogine risponde:
    «Non esiste un sistema che non sia instabile
    e che non possa prendere svariate direzioni».
    E infatti il macinacaffè della poesia elegiaca ha preso
    la direzione sbagliata
    ed è finita fuori campo.
     
    La sedia di Van Gogh ha traslocato,
    adesso è finita in un quadro di De Chirico.
    La «sartoria teatrale» di Montale ha lasciato il campo alla poetry kitchen.
     
    La notizia venne udita da uno scrittore di Urbino
    mentre litigava con la vecchia moglie.
    Il fatto viene incriminato dal commissario don Ciccio Ingravallo.
     
    I primi sospetti cadono
    su un’amica di famiglia dell’agente di pubblica sicurezza
    che addestrava il cane poliziotto
    esperto in droghe di ogni tipo
    e amico del commissario.
    Il veterinario che ha fatto l’autopsia ne parla con i giornalisti
    con voce stentorea
    nel corso della conferenza stampa
    davanti all’obitorio del Policlinico.
     
    Al Commissariato di P.S. della Garbatella
    e all’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani
    regna il trambusto, 
    sospettano dei servizi deviati dei poeti di Mediolanum
    per tenere in vita il «mini canone»,
    una costola del «canone occidentale» di Harold Bloom.
     
    Misteriose indagini portano ad una scatoletta di carne Simmenthal,
    unica responsabile del sequestro dell’Onorevole Moro nel 1978.
    Il dottor Linguaglossa dice che la gelatina è fatta con il brodo di carne
    al quale si aggiungono delle tracce di Marsala
    e un gelificante
    per la consistenza del tutto…
     *

  7. Massimiliano

    Salve, vorrei che leggeste questa poesia di Georges Ribemont-Dessaignes,
    il quale appartenne al Movimeno DADA.

    ————

    Ho una smerigliatrice nella mia testa che si trasforma con il vento
    E solleva l’acqua alla mia bocca
    E agli occhi
    Per i desideri e le estasi
    Ho nelle orecchie un cono pieno di colore con l’assenzio
    E sul naso un pappagallo verde che agita le ali
    E urlo alle armi
    Quando i semi di girasole cadono dal cielo
    L’assenza di acciaio nel cuore
    In fondo alle vecchie realtà corrotte e corrotte
    È parziale per le maree lunatiche
    E nei film sono un capitano e un alsaziano
    Ho una piccola macchina agricola nella mia pancia
    Che falcia e lega fili elettrici
    Le noci di cocco lanciate dalla scimmia malinconica
    Cadono come sputi nell’acqua
    Dove fioriscono sotto forma di petunie
    Ho un’ocarina nel mio stomaco e ho un fegato vergine
    Nutro il mio poeta con i piedi di un pianista
    I cui denti sono pari e dispari
    E nei pomeriggi delle tristi domeniche
    Alle tortore d’amore che ridono da morire
    Ti lancio sogni morganatici.

    ———–

    Ecco la domanda: non vi sembra che questo modo di scrivere sia del tutto simile, o possa essere assolutamente integrato ai precetti, alle indicazioni della ricerca NOE? Chiedo.

    • Nella sostanza la differenza tra Dada e Poetry Kitchen è l’affondo nella storia predominante. Accettando la contemporaneità , l’elegia stessa del presente ha una diversa comunicazione tra passato e futuro. È un tentativo, la modalità Ktchen, di superamento del concetto naturale elegiaco. La freccia temporale ci si ritorce contro. La poesia contemporanea deve cimentarsi con la frantumazione e l’afasia temporale. Se Dada teorizzava un futuro quantistico, noi ne siamo all’interno e ci sguazziamo. Lanciamo dardi atemporali bene o male.

      «Ella sogna con i piedi adagiati sulle nuvole»
      opinò il critico bolscevico dall’occhio basedowico
      rivolgendosi
      con un inchino ad una signora che passava di lì imbacuccata
      in un elegante tailleur estivo” (Linguaglossa)

      Misteriose indagini portano ad una scatoletta di carne Simmenthal,
      unica responsabile del sequestro dell’Onorevole Moro nel 1978.(Rago)

      Grazie Massimiliano, grazie OMBRA.

      • Massimiliano

        “È un tentativo, la modalità Kitchen, di superamento del concetto naturale elegiaco” mi permetto di far notare che anche la modalità dadaista non ha nulla a che vedere con l’elegia, non è confessionale, tanto meno sentimentale, e reagiva al suo tempo presente. Riguardo all’espressione “futuro quantistico”, chiedo scusa, ma per quel poco che conosco di fisica, per me è un’espressione, che almeno in questo preciso contesto, per le mie orecchie, non vuol dire nulla, non la capisco. E’ come dire: passato subatomico, o presente ondulatorio. Ma è sicuramente un mio limite.
        Grazie a lei.

    • milaure colasson

      caro Massimiliano,

      sono felice di sapere che ti interessi alla poesia Dada. Loro sono ineguagliabili e non possono essere imitati, però la loro lezioni, giunti al 10 dicembre 2021 è quanto mai attuale. Tutta la poesia seriosa e sensata, davanti a questo testo, si deve semplicemente arrendere. La poesia italiana di questi ultimi due tre decenni, tranne qualche eccezione, come Mario Lunetta, Anna Ventura, Guido Oldani, Maria Rosaria Madonna… poi è veramente normografata, prevedibile, crittografata dai modesti poeti elegiaci di Roma e di Milano che imperversano.

      • Massimiliano

        Buonasera sig. Colasson. Non mi interesso di poesia Dada, semplicemente la conosco, anche se poco e male, ma in maniera sufficiente per rendermi conto delle incredibili sovrapposizioni che sono possibili tra quei testi e quelli che leggo qui. Riguardo all’elegia a cui lei fa riferimento, posso comprendere che cerchi dell’altro, così come immagino un Pollock cercasse, a un certo punto, di uscire dall’egemonia di Picasso. Ci è riuscito? In parte sì. Assolutamente. In parte bisogna però tenere presente che mentre lui creava le sue grandi sgocciolature, al contempo c’era chi ancora cercava, sempre in America, di fare quadri figurativi, penso a E. Hopper, e qui in Europa, non so, a Bacon. Ora se ascoltassimo Pollock probabilmente vomiterebbe davanti alle case al sole di Hopper. Ma se ascoltassimo Bacon, questi diceva dei dripping che sembravano merletti bruciati, e che i quadri di Rothko gli sembravano molto stupidi, e la serie marrone in particolare, carta igienica usata. Aveva torto? Aveva ragione? Mah. Diciamo che lui aveva le sue ragioni, come lei ha le sue.

  8. caro Massimiliano,
    la poesia postata di Georges Ribemont-Dessaignes è un autentico gioiello. Di più non si potrebbe chiedere. La poesia italiana del novecento, dopo l’Incendiario (1914) di Palazzeschi non ha prodotto che quintessenze auratiche vestite con sobri abiti borghesi.

    Ecco qui una mia «composizione» inedita da Una giraffa seduta sul sofà chiede un Campari. di prossima pubblicazione.

    Una mattina di freddo siberiano

    Una mattina di freddo siberiano
    si presentò agli stagni Patriarsci il poeta Gino Rago
    con una giacca a quadretti e la barba mal rasata
    l’incauto poeta iniziò a discutere
    animatamente
    con il critico Linguaglossa e il poeta Mauro Pierno
    intorno alla consistenza della kitsch poetry

    Giunti che furono presso il noto chiosco dall’odore di paraffina
    si avvicinarono ai due esponenti della NOE
    (la nuova ontologia estetica)
    due personaggi
    il critico letterario Ivan Bezdomnyj e un Signore magrissimo e altissimo
    i quali si intromisero nella discussione:

    «Gentili poeti – esordì il Signore altissimo –
    come sapete l’asteroide Psyche 210 kilometri di diametro
    contiene
    al suo interno enormi quantità di trizio, deuterio, nichel, plutonio
    e altri metalli più preziosi dell’oro
    stimati in 10 quadrilioni di dollari il che renderebbe
    – e qui fece uno schiocco di dita –
    ogni abitante della Terra un vero nababbo,
    c’è un piccolo problema
    però
    che l’oggetto viaggia nella fascia di Kujper
    da 30 a 50 UA dal Sole
    (1 UA, o unità astronomica,
    è la distanza dalla Terra al Sole equivalente a 150 milioni di chilometri)».

    Detto questo il protagora si allontanò nella nebbia
    o meglio
    la figura venne assorbita dalla foschia degli stagni Patriarsci

    «Felpa, divano e tè caldo,
    è preferibile accontentarsi del pianeta Terra»,
    pronunzia il critico Bezdomnyj mentre innalza un calice
    colmo di liquido con della schiuma gialla
    proprio dinanzi al chiosco bolscevico

    «Ella sogna con i piedi adagiati sulle nuvole»
    opinò il critico bolscevico dall’occhio basedowico
    rivolgendosi
    con un inchino ad una signora che passava di lì imbacuccata
    in un elegante tailleur estivo

    «Nel mare di Psyche ci nuotano i coccodrilli
    si tratta
    di un asteroide assolutamente inabitabile
    inoltre
    la temperatura scende di notte sotto i 180 gradi centigradi!»
    replicò astutamente il critico Linguaglossa con una diversione
    il quale
    è notorio non amava i voli pindarici e i poeti ipocondriaci
    alla Chodasevič

    In quella mattina di freddo siberiano – dicevamo –
    apparvero due cittadini
    il primo di bassa statura con un completo carta da zucchero estivo
    il secondo altissimo e magrissimo
    indossava occhiali di tartaruga rossicci e mocassini neri in vernice made in Italy
    che presero ad inveire in cirillico nei riguardi del critico Linguaglossa
    agitando minacciosamente un bastone di passeggio

    «Per fortuna il meglio è passato»
    gli fece eco
    il poeta Gino Rago nel 1937 uscendo dalla porta di servizio
    del Bed and Breakfast “Enrico Fermi” al numero civico 17 di via Panisperna
    sito in Roma

    • Massimiliano

      Buonasera. Quindi direi che la risposta alla mia domanda è sì: la poesia postata di Georges Ribemont-Dessaignes potrebbe essere una poesia NOE; detto altrimenti: se l’avesse scritta un poeta oggi, che si dichiarasse un poeta NOE, riceverebbe da lei i complimenti. Ma se è vero questo allora è vero affermare che una poesia NOE è o potrebbe essere scambiata per una poesia dadaista. La sua, per esempio, così scoppiettante, prismatica, che deflagra come una serata di fuochi d’artificio, potrebbe essere, in linea di principio, una poesia appartenente a un poemetto dadaista al 100%! Quindi proveniente da un movimento che è nato (quando? nel ‘15?) ma che però poi è stato superato; un movimento che desiderava ardentemente “rompere” con la tradizione borghese, ( quella borghesia a cui fa riferimento anche lei nella risposta) contro il “bel pensare”, la “frase fatta”, il “cliché”, ” il simbolo” “la rappresentazione realistica”, tanto quanto fa lei, con la ricerca NOE. Una tensione che denunciando superi uno status quo che a suo avviso non dà più frutti da molto tempo.

      Mi permetta: copio e incollo un estratto di un poeta e/o teorico NOE nel suo sito:
      “La gratuità della ricerca NOE sta nell’ingranaggio ormai inceppato delle poetiche. Appunto la ricerca trascende qualsiasi significato, si emancipa dalla stessa passione politica, Persegue l’errore.”

      Metta al posto di NOE la parola Dadaista. Non otterrebbe forse un’ottima definizione del Dadaismo, degna di essere annessa al suo stesso manifesto?

      Ma qui allora una domanda sorge spontanea: non le sembra a questo punto che l’atto di “rompere con la tradizione” sia già diventata la tradizione ? E questo paradosso si perpetua, da oltre mezzo secolo, ogni qual volta si asserisca di “voler superare” con un atto rivoluzionario uno stato precedente considerato obsoleto, stantio, non al passo coi tempi. Eppure parliamo a di arte contemporanea da 50, 60 anni.
      Quindi, se già adesso la “tradizione” coincide con la “tradizione della rottura” non le sembra che la sua poetica sia
      più all’insegna del continuare tale tradizione? Ovvero affermando di voler superare la poetica del 900 non sta perpetuando la tradizione che a sua volta consiste nella “rottura con la tradizione” ?.

      Mi sembra che lei richiami in vita quel che lei stesso afferma non esserci più, o se c’è è debole, fallimentare, morente, e insiste nell’incenerire quanto di questo moribondo rimane, ovvero gli ultimi lacerti della poesia dell’io, il realismo, la verosimiglianza, la poesia lirica di stampo romantico ed esistenziale, più o meno. Ma lo fa, mi sembra, riproponendo forme di scrittura utilizzate un secolo fa.

      Dove risiederebbe quindi la novità formale, sostanziale, nelle poesie NOE se queste possono essere scambiate per poesie dadaiste? Quali ulteriori spazi mirerebbe a mostrare, che il dadaismo, armato come minimo della medesima carica sovversiva e anarchica, contando su un seguito più corposo di persone e con nomi – mi scusi non me ne voglia – più rilevanti di questi che leggo, non è riuscito a fare a suo tempo?

      Prendiamo un brano dal manifesto DADA :
      “L’artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.”

      Ecco, non potremmo sostituire alle materie prime con le quali qui si predica un nuovo approccio all’opera, con la catena dei puri significanti cui le fa, credo, riferimento nel momento stesso in cui auspica che il poeta rompa prima lo specchio – che non fa che rappresentare l’illusione – poi superi tutti i significati, anzi, il processo stesso di significare ( forse meglio dire di interpretare) per approdare al loro uso diretto ( dei significanti) , mediante i più svariati livelli e famiglie di linguaggio, assemblandoli nella pura gratuità del loro esistere, ovvero “nel vento limpido della sensazione del momento” ? E se spingiamo lo sguardo ancora poco più in là non troveremmo ad attenderci proprio il surrealismo, che altro non era che il successore naturale e più sofisticato del dadaismo ?
      Non trovo affatto un caso che si parli di Magritte, tentando di attualizzarlo con “questa non è una poesia”.

      Grazie infinite per lo spazio concessomi e del suo sito sempre così ricco di spunti.

      Massimiliano.


      • Buongiorno Massimiliano,

        ho scritto nel precedente commento che «la poesia postata di Georges Ribemont-Dessaignes è un autentico gioiello».
        Lei afferma che la poesia Dada e quella Noe sono «perfettamente sovrapponibili». Certo, può darsi, è un grande complimento che lei fa alla Noe, ma a mio avviso c’è una enorme differenza tra una poesia Dada e una poetry kitchen, per rendersene conto basta scorrere gli innumerevoli post postati negli ultimi due tre anni sull’Ombra. Quanto al problema del «superamento» (Aufhebung) tra la tradizione e l’anti tradizione, dico soltanto che se scorre i miei articoli non troverà mai il termine «superamento» di matrice idealistica e hegeliana, nella dialettica del mondo reale non si dà mai un superamento completo, resta sempre un residuo non superato, un rimosso della storia, uno scarto, un fuori-concetto. Ecco, è proprio questo rimosso, questo scarto, questa traccia che è significativa agli occhi della Noe; noi diamo molta importanza al concetto di «composizione» e di «compostaggio» di linguaggi diversi e diversificati: di nicchia, scientifici, politici, del quotidiano, della pubblicità etc che entrano di prepotenza delle composizioni kitchen attraverso processi osmotici, dialettici e quindi storici. Io non porrei il problema del rapporto tra la tradizione e la poesia nuova che chiamiamo kitchen come un rapporto di inclusione e di assimilazione di una parte sull’altra, posto che esista una tradizione monolitica, i processi storici sono sempre dialettici; noi parliamo di passato, è più utile, parliamo del rapporto passato-presente. Quanto alla poesia «elegiaca» noi non ci poniamo in una posizione «anti-elegiaca», non facciamo «anti-poesia», non ci interessa stare all’opposizione di una presunta «posizione». Diciamo semplicemente che quella che facciamo oggi non rientra nella tradizione, almeno oggi, nel presente, forse un giorno tra cinquanta anni un qualche storiografo farà la storia egualitaria della tradizione e della anti tradizione, ma noi stiamo parlando di oggi, del presente, la ricerca Noe la facciamo nel presente, non sappiamo, non possiamo conoscere come ci vedranno nel futuro ma lottiamo per modificare lo sguardo con cui qualcuno ci osserverà nel futuro. Questo è lecito, anzi doveroso.

        • Massimiliano

          Buongiorno sig. Linguaglossa. Grazie della risposta.
          Mi permetta.

          —————————————————–

          I pescivendoli tornano con le stelle dell’acqua,
          distribuiscono cibo ai poveri,

          rosari a corda per ciechi,
          gli imperatori lasciano i parchi

          in questo momento che assomiglia
          alla vecchiaia delle incisioni

          ei servi lavano i cani da caccia,
          la luce mette i guanti

          apriti allora, finestra,
          e sale, notte, dalla stanza come il nocciolo della pesca.

          Dio pettina la lana degli amanti sottomessi,
          dipingere gli uccelli con l’inchiostro

          ….continua | poesia dadaista
          —————————————————–

          -Ora questo estratto di testo NOE :

          Eredia incontra Dio tutti i venerdì
          al bistrot all’angolo della strada de la Gaité

          I cosplayers si travestono in transgender
          la cristografia gioca agli scacchi

          Le supernove messaggere del cosmo
          si tuffano nelle onde del porto di Sant Tropez

          …continua | poeta NOE

          —————————————————–

          Ovviamente nella poesia NOE le terminologie sono di oggi, non so, Transgender. Ma mi dica lei: che differenze formali capta, quale diversità avvisa tra i due tipi di montaggio?

          Al netto dei concetti, sig. Linguaglossa, ( ripeto: al netto dei concetti) della struttura concettuale NOE, che, va detto, illumina molti punti dolenti, ferite aperte, della poesia chiamiamola per comodità elegiaca ( alla “Umberto Fiori” per intenderci), la poesia a cui NOE approda, la sua forma, a me sembra già ampiamente sondata.

          Lei scrive:
          “noi diamo molta importanza al concetto di «composizione» e di «compostaggio» di linguaggi diversi e diversificati: di nicchia, scientifici, politici, del quotidiano, della pubblicità etc”
          Bene, questa è la procedura dei collage dadaisti, per esempio di Hoch

          A cosa approda la poesia NOE in fondo, se non a una sorta di pirotecnico “non senso”, all’esposizione voluta dell’errore e dell’interferenza, dell’irriverente, dell’inaspettato? Certo, oggi possiamo, per ispessire i concetti e “raccontare” i risultati, rifarci alle teorie lacaniane che ribaltano il rapporto del significante sul significato. Ma la frattura tra uno e l’altro, anche se non in quei termini, che lei conosce molto bene, era già nota ai dadaisti; anche loro lavoravano sul rimosso, sullo scarto, sul cortocircuito, in fondo lavoravano su ciò che forse restava loro di un linguaggio che ormai mostrava i suoi limiti ( causa le due forze inversamente proporzionali e dirompenti: da una parte abbiamo Hegel con la sua critica all’arte, poi Leopardi e dopo Nietzsche e dall’altra, per fare un nome, che non sia il solito Freud, Darwin, con la sua Origine della specie: quale opera artistica poteva mai competere con una tale verità? Cosa rimaneva dunque ai poeti già allora? etc ).

          Quella frattura dunque che lei individua e sulla quale riflette e lavora, tra significante e significato, era percepita concettualmente già da allora, e messa in pratica all’interno del processo artistico, ( in pittura, per esempio, la pennellata si sfalda, si scolla dall’oggetto rappresentato) ed è assolutamente già assodata oggi, anche grazie al suo lavoro filosofico. Eppure, ne converrà, da allora, siamo però andati avanti pur con il cappio al collo.

          Sa cosa, a me sembra che NOE abbia, come premessa, senz’altro ben colto la dimensione onnicomprensiva del nichilismo e come questo lavori all’interno del processo poetico attuale, ma che di fatto, cioè operativamente parlando, come testi poetici veri e propri, non sia ancora riuscita ad approdare a una qualche forma di bellezza, perché ancora troppo impegnata a lottare con il trauma.

          Sempre grazie della possibilità di uno spazio del genere in cui poter discutere.

          Saluti
          Massimiliano.

          • caro Massimiliano,

            lei afferma che il procedimento della NOe è «identico» al procedimento dei poeti dada. Lei affermando questo formula un giudizio di gusto, quindi un suo (legittimo) giudizio personale, tanto è vero che finisce così: dicendo che la NOe non è «riuscita ad approdare a una qualche forma di bellezza».
            Qui sta il punto da contendere: la categoria della «bellezza».
            Così, lei si fa alfiere della «bellezza» per difenderla dalla «bruttezza» di altri, cioè della NOe.
            Ovviamente, anche questa sua frase esprime un giudizio di gusto (arrischierei dire un pregiudizio), cioè personale, il che è legittimo, ma si tratta di un suo giudizio, che può differire da un secondo o un terzo giudizio formulato da una seconda o terza persona. E quindi si ricade nei giudizi di «gusto». Legittimi, s’intende, ma piuttosto friabili.
            Io non parlo mai di «bellezza» a proposito dei testi poetici o di arte (provi a scorrere i miei scritti degli ultimi dieci anni e se ne accorgerà). Della «bellezza» ne parlerà, se ne parlerà, il giudizio di qualcuno tra un secolo, o due. Così, non parlo mai di «bruttezza» di un testo, altro concetto inquisitorio che vuole escludere il diverso, ciò che non corrisponde a certe aspettative, che poi sono aspettative di parte, di una parte e non di altre «parti».
            Saluti.
            g.l.

            • Massimiliano

              Immaginavo sa, che il termine non le sarebbe garbato. Ma non ho paura di usarlo. Come non ho paura di usare anche il termine ispirazione. Ma è un altro discorso. E’ certamente personale. Ciò che non è personale e che preme, e che se non è oggettivo risulta quanto meno evidente è questo: il processo attraverso cui lei giunge a scrivere poesia NOE e al suo relativo risultato – dico lei per dire anche i suoi collaboratori, – sono testi dadaisti.

              L’ho mostrato con accostamenti di testi. Parlano da sé. Io stesso, ne ho scritto uno, in qualche minuto, posso farne dieci, cento in due giorni se fossi pagato, e tutti in perfetto stile NOE, e come ho fatto? Semplice: non ho fatto altro che usare la tecnica dadaista.

              Per questo asserisco che la poesia NOE è una ripetizione di quanto è già avvenuto in precedenza più di un secolo fa. Se no che qualcuno mi smenta pure: leggo rifletto e rispondo.

              E’ questo il punto focale sig. Linguaglossa, non altro. Parlo di bellezza, ma potrei parlare di sublime. E’ chiaro che se lei sottrae un qualunque paradigma, lo fa solo in forza del nichilismo, che legalizza chiunque a definirsi artista per il solo fatto che lui afferma di esserlo etc etc.
              Ma se lei difende così, come un semplice fatto di gusto personale, la poesia NOE, con il sostenere tipo: “nessuno è padre di nessuno” ok, va bene, me è un po’ debole.

              E’ debole perché allora lei così conferma che tutto vale, esattamente come nelle poesie NOE tutto vale.

              E perché tutto vale? Ma perché è facile farle! perché sono vuote, perché non significano, perché sono gratuite, e questo non è più un punto di forza, non oggi, non più. Oggi non dimostrano altro che appunto la vuotezza, l’insignificanza, la gratuità di cui sono portavoce. Sarebbe questa la loro carica eversiva? Sono questi i valori?
              Ma se è così perché tanta filosofia attorno?

              Vede, più lei aumenta il filosofico, il concettuale, più l’opera ne viene gonfiata come un pupazzo che necessiti di imbottitura. Con i miei pochi mezzi ho solo indicato che c’è una forte probabilità che il Re è nudo.

              La poesia deve parlare da sola. Ogni opera lo deve poter fare. Tutto ciò che è extra testuale è una voce fuori campo che non resterà, e che non potrà e non può essere presente quando qualcuno legge le poesie e basta. E poi, per carità, non mi faccio portatore di nulla mi creda, o almeno non più di quanto lei non si faccia portatore di novità in campo letterario.

              Mi permetta di terminare con un’altra mia poesia NOE, di mia invenzione…originale….aspetti che la scrivo:

              eccola, 7 minuti, li ho contati:

              Vibrante sopra altissimi toni
              come un protocristiano

              assiepati lungo incompiuti muri
              gli svizzeri segnavano il confine

              ammira gli sporadici residui statali
              vorticando nell’aria .

              E che dire dell’anziano nella sua gabbia buia?
              senza bussola davvero.

              Alla parete della sua cella un orologio
              senza data dall’inizio del mondo

              “hai forse sospeso gli esotismi?”
              “No, vado solo fiero dei vecchi della mia infanzia.”

              La gabbia buia e il confine
              il confine e la gatta buia

              con tutti questi fantastici equilibri
              di società perbene
              in ogni angolo sempre.

              ——

              Ho confuso “gabbia buia” con “gatta buia”, ma fa lo stesso.

              Ancora grazie.

              Saluti
              Massimiliano.

              • milaure colasson

                mi perdoni gentile Massimiliano
                (è il suo nome o è un nick?),

                … ma si capisce che ha scritto questa poesia in 7 minuti. Però se si impegna un po’ di più potrebbe ottenere risultati migliori.

                • Massimiliano

                  La perdono gentile sig.ra Colasson.

                  (Volteggia alla grande
                  intorno al tavolo ed eccelle
                  il protagonismo
                  Ognuno si coniuga alla prima persona
                  Esistere ad ogni costo )

                  +

                  (Su quattro strati
                  Di tulle sovrapposti
                  Un magma sapientemente colorato
                  Alleggerito da spiagge vuote
                  Renato dipinge la sua magia inventata)

                  =

                  Volteggia alla grande
                  Su un magma sapientemente colorato
                  Il protagonismo
                  Alleggerito da spiagge vuote
                  Marco scrive ad ogni costo.

      • Guido Galdini

        Gentile Massimiliano
        il mio tentativo, più che attualizzare Magritte, è stato quello di utilizzarlo.
        Dire che in un quadro quanto rappresentato non è una pipa (lo spunto da cui sono partito) non mi pare troppo stravolgente (non ho notizia dell’uso di un dipinto in tal senso).
        La mia proposta è stata invece di prendere un mucchio di frasi, scriverle su di un foglio, e concludere con “questa non è una poesia”, anche se, a tutti gli effetti, lo potrebbe essere.
        Cosa intendo dire? Io mi intendo di domande, meno di risposte

        • Massimiliano

          Gentile sig Galdini,
          affermare che lei utilizza Magritte in riferimento al procedimento che descrive, mi spinge a farle notare anzitutto che il suo procedimento è identico al procedimento dadaista suggerito da Tzara nel 1915, o giù di lì. Da qui si evince che lei in realtà, traslando il concetto di Magritte, non utilizza Magritte, ma è Magritte che dal fondo dei secoli, forse, utilizza lei.

          • Guido Galdini

            Quindi chi usa un concetto altrui in realtà viene usato dal concetto, il citazionista è preda del citato, la foce è l’erede della sorgente.
            Siamo tutti figli del big bang (o chi per esso).
            Mi piace.

  9. milaure colasson

    Ecco la mia poesia n. 49 dal libro in corso di stampa Les choses de la vie.

    49.

    Eredia rencontre Dieu tous le vendredis
    au bistrot du coin de la rue de la Gaité

    Les cosplayers se déguisent en transgenders
    la cristographie joue aux échecs

    Les supernovae messagères du cosmos
    plongent dans les vagues du port de Saint Tropez

    La croix d’honneur de Georges Bataille
    se ballade dans le “Bleu du ciel”

    La censure enfile sa robe de velours couleur framboise
    la blanche geisha avale un cachet d’alprazolam de 15 kg

    Les temps astronomiques goulûment
    mangent un soufflet au fromage

    Le tout le rien le dessus le dessous
    se confondent et se suicident

    *

    Eredia incontra Dio tutti i venerdì
    al bistrot all’angolo della strada de la Gaité

    I cosplayers si travestono in transgender
    la cristografia gioca agli scacchi

    Le supernove messaggere del cosmo
    si tuffano nelle onde del porto di Sant Tropez

    La croce d’onore di Georges Bataille
    passeggia nel “Bleu du ciel”

    La censura s’infila il vestito di velluto color lampone
    la bianca geisha inghiotte una compressa d’alprazolam di 15 kg

    I tempi astronomici golosamente
    mangiano un soufflet al formaggio

    Il tutto il niente il sopra il sotto
    si confondono e si suicidano

  10. x Guido Galdini.

    Cosa non è.

    «Non è una pipa.»
    «E cos’altro non-è? Un iPhone, una cuffia per capelli?»
    «È un quadro, un dipinto.»
    «Sì, ma cosa non è?»

    È noto che Lao-Tsu scrisse il Tao, e molte persone si illuminarono grazie al suo misterioso non-è.

  11. Guido Galdini

    Lao Tu era più bello.
    Lao Tu, Lao Io, Lao Tutti

  12. Stamane ho ascoltato su Rai3 il direttore del giornale “La Verità”, tale Borgonovo, che si scagliava contro «la scienza ufficiale» che «è pro-vax» e altre corbellerie e oscurità commiste a banalismi. Ovviamente, nella «scienza ufficiale» il Signor Verità comprende anche il Signor Galileo, il signor Einstein, il Signor Pasteur e altri «ufficiali» vari fino al nostro ultimo premio Nobel, tale Parisi Giorgio…
    Ecco quindi, per illuminare questa oscurità, una mia poesia inedita, ancora in fase di assemblaggio, da Una giraffa seduta sul sofà chiede un Campari.

    Il segnale GW190521

    Un ippopotamo saltò sul deltaplano che era in volo
    verso il pianeta azzurro

    K. prese la funivia del San Gottardo,
    si sporse dal finestrino e disse:

    «Il segnale GW190521 è stato generato da una enorme collisione di due o tre buchi neri 66 e 85 volte più densi del nostro sole, si sono avvinghiati l’uno sull’altro e hanno prodotto un buco nero 142 volte più denso del nostro sole»

    Dopodiché K. si sistemò alla meglio sulla seggiovia
    ingoiò una pastiglia di Maalox e accese un sigaro italiano

    «La catarifrangenza del nulla è il nostro cibo quotidiano»,
    gli rispose Z.
    dalla carlinga del motopattino

    «È come passare un dito attraverso la fiamma di una candela
    che brucia a 1000 gradi Celsius
    – disse K. –
    è la singolarità debole
    potremmo trovarci d’un balzo proiettati in un’altra galassia…»

    Azazello chiamò in causa il Maestro Woland
    obtorto collo

    Il Mago, con un completo glitterato e rabescato
    i capelli brillantinati e fosforescenti
    fece ingresso nella hall dell’Hotel Excelsior a Venezia,
    indugiò presso il termopolio a bere un caffè
    cincischiò, tossì,
    si sistemò le mollette delle bretelle a righe che sospendevano
    dei pantaloni con sbuffi da cavallerizzo
    ingurgitò
    tre pillole di Fripass da 100 milligrammi
    e una confezione di Fernet Branca
    poi disse semplicemente:
    «Giacché non è possibile saltare al di là della propria ombra
    – e qui fece uno sgambetto –
    stiamocene tranquilli
    in fin dei conti, la nostra galassia viaggia alla considerevole
    velocità di 600 kilometri al secondo in direzione
    del Grande Attrattore
    ovvero il Nulla
    inoltre
    siamo giunti a 1 milionesimo di grado dallo zero assoluto
    e, sorpresa, sotto lo zero assoluto
    fa più caldo!…»

    Z. tirò fuori dal taschino interno della giacca
    un rotolo di qualcosa
    disse che era il protocollo dei No-vax
    a base di aspirine, anticoagulanti, antibiotici, idrossiclorochina
    e bicarbonato di sodio purissimo
    Aggiunse
    «C’è anche della polvere di fard e della polvere pirica
    e che si tratta di un preziosissimo
    salva vita!»

    «Costui è un acchiappafantasmi
    o un acchiappanuvole!
    confonde i prodromi con i pronomi, la toponomastica
    con la chiroplastica, il che non è educato affatto
    Ergo, potete convocarlo!»,
    proclamò il Mago Woland apparso nel telegiornale della sera il TG1
    avvolto in una livrea cardinalizia

    Così, una nuvola di borotalco fuoriuscì
    dal balcone

  13. La differenza tra una poesia kitchen e una poesia Dada è enorme, ci dividono più di cento anni di storia.
    Posto qui, come esempio, qualche poesia dada di vari autori.

    Emmy Hennings che è stata fondatorice del Cabaret Voltaire. Compagna di vita e lavoro di Hugo Ball, la Hennings è stata determinante nello sviluppo degli spettacoli e dei drammi rappresentati nel Cabaret. È stata cantante, ballerina, attrice e poetessa.

    Emmy Hennings
    Dopo il cabaret

    Vado a casa presto la mattina.
    L’orologio mostra cinque, è giorno,
    ma la luce è ancora accesa nell’hotel.
    Il cabaret è finalmente chiuso.
    In un angolo i bambini si accoccolano,
    i lavoratori sono già sul mercato
    la chiesa diventa silenziosa e antica.
    Le campane suonano dalla torre,
    e una puttana con riccioli selvaggi
    Vaga ancora, tardi e freddo.
    Amami in modo puro per tutti i miei peccati.
    Guarda, sono stato sveglio più di una notte.

    Poesie di – Georges Ribemont-Dessaignes
    drammaturgo e pittore

    – Oh! –

    Appoggiò il cappello a terra e lo riempì di terra
    E ha piantato una lacrima lì con il dito.
    Emerse un grande geranio, così grande.
    All’interno del fogliame maturò un numero indefinito di zucche
    Aprì una bocca piena di denti con corone d’oro e disse:
    Io greco!
    Ha scosso i rami del salice di Babilonia che ha rinfrescato l’aria
    E sua moglie incinta, attraverso la pelle del suo ventre,
    Mostrò al bambino una luna crescente nata morta
    Ha messo il cappello importato dalla Germania sulla sua testa.
    La donna ha abortito da Mozart,
    Mentre si passa in una macchina blindata
    Un arpista
    E in mezzo al cielo, piccioni,
    Teneri piccioni messicani, mangiavano cantaridi.

    Due poesie di Francis Picabia
    pittore e poeta

    Hilandera

    È necessario afferrare il tempo per i capelli
    Accoppiamento di eliche subliminali
    Nello spazio della segretezza.
    È necessario accarezzare il probabile
    E credi nell’impossibilità
    Delle strade che attraversano.
    Devi imparare a pesare
    Dieci grammi di bianco, cinque grammi di nero,
    Aspettando scarlatto.
    È necessario sapere come cadere dal basso
    Per favorire lo zenit
    Dei giorni privilegiati.
    È necessario amare le quattro bocche
    Che galleggiano intorno al dubbio setoso
    Dei principi morti.

    Labbra prolungate

    Sulla bocca dell’hashish
    nel collo del letto
    taglio basso all’occhiello
    doppio effetto sussurrato
    Mi sono visto
    la zuppa di cipolle
    rotto come un gong
    grande sconto

    • Massimiliano

      Esatto sig. Linguaglossa

      ———–
      Sulla bocca dell’hashish
      nel collo del letto
      taglio basso all’occhiello
      doppio effetto sussurrato
      Mi sono visto
      la zuppa di cipolle
      rotto come un gong
      grande sconto
      ———-
      Adalgisa senza ombrello
      incontra una pioggia
      vestita d’argento fuligginoso
      il cappello a punta nero
      montava piume di struzzo
      omaggio del suo pappagallo

    • Massimiliano

      La tangente labile
      di golgota incombenti
      anch’io sarò avvinto, tacito!
      Si annuncia la sagra ventura
      e il libro cieco aperto.
      Ma non essere troppo ansioso
      i parenti danno certezze eterne
      annerite nei cortili
      sono parcheggiate macchine
      di abile tessuto disgraziato.

      —-

      Questa l’ho scritta io in una manciata di minuti
      senza aver cancellato un solo giorno di quei cento anni
      di storia che mi separano dai dadaisti.

    • Massimiliano

      Gemelli siamesi traducono
      i libri con storie diverse
      rispetto ai social
      e al linguaggio dei passeri
      cui non sfugge l’occhio attento
      dell’oracolo che fa la differenza
      tra la tattica
      e il posizionamento degli attrezzi.
      L’ora del ditirambo è rimasta sola
      dopo la morte di Annina.
      Un messaggio arrivò
      decodificato dal sistema chiuso.


      Questa invece è un collage di vari testi NOE
      presi qui e là, con giusto qualche modifica
      più o meno causale per fluidificare un po’.

      • EWA TAGHER

        Gentile Massimiliano, non le sembra curioso che DADA e NOE, che lei ha evidenziato così simili, ricorrano esattamente a un secolo di distanza? Non è che oggi, come allora, i poeti sentano profondamente il sovvertimento di tutti i parametri preesistenti e si rifugino nella profondità della psiche e del linguaggio?

      • gino rago

        Anche per il tentativo di allestimento di un dispositivo poetico che Lei chiama collage io la sento, gentile Massimiliano, proteso verso la composizione in stile kitchen la cui parola-chiave è «montaggio».

        Bene dimostrano questo corso ‘altro’ della poiesis in stile kitchen le testimonianze poetry kitchen di Mauro Pierno, Francesco Paolo Intini, Guido Galdini, Raffaele Ciccarone, proposte su questa pagina de L’Ombra delle Parole, e come confermano i dispositivi poetici, fondati sulla estetica del “montaggio” ,di Ewa Tagher, di Marie Laure Colasson, di Lucio Mayoor Tosi, di Giorgio Linguaglossa, fra i commenti, senza dimenticare Mimmo Pugliese, benché presente in altre pagine de L’Ombra d.P. precedenti alla presente.

        Gino Rago
        Da Storie di una pallottola e della gallina Nanin (di prossima pubblicazione)
        propongo la storia

        n. 12

        Il dottor Ingravallo irrompe nella sala congressi dell’Hotel Excelsior,
        strappa il revolver dalla mano di Marie Laure Colasson.
        «Madame, la dichiaro in arresto».
        Parte un colpo.

        La pallottola colpisce un carrello della spesa
        del supermarket di via Galvani, corre verso il cesto della biancheria,
        coglie lo spigolo del frigorifero della cucina dell’Hotel di fronte,
        attraversa il cassetto del comodino,
        sfiora l’anta di un armadio
        dove c’è Carlo Emilio Gadda davanti al lavandino
        che si rade la barba.

        Madame Colasson ripone il revolver nella borsetta.
        Chiama qualcuno con il cellulare.
        «Dottor Ingravallo, è un sogno!, non sono io l’assassina, mi creda,
        ma il poeta Gino Rago.
        È lui l’autore di tutto questo trambusto …».

        Marc Fumaroli ama l’arte della conversazione,
        conversa amabilmente con il Signor Shakespeare e il Signor Brodskij.
        «Il mio gatto Proust, solo lui capisce i miei sogni!»,
        si lamenta Colette mentre Madame Colasson
        è ancora impegnata nella destrutturazione
        delle sue Strutture dissipative.
        *

    • gino rago

      Giorgio Linguaglossa scrive: “La differenza tra una poesia kitchen e una poesia Dada è enorme, ci dividono più di cento anni di storia…”.
      Con-divido in pieno la sua affermazione e pro-pongo una com-posizione Kitchen tratta dal libro Storie di una pallottola e della gallina Nanin. di prossima pubblicazione (ne sto correggendo le prime bozze proprio in questi giorni) per le Edizioni romane Progetto Cultura.

      Gino Rago
      da Storie di una pallottola
      n.7

      Il governo è nella bufera, al Viminale
      il ministro degli interni è nel panico,
      si cerca l’onorevole Moro nel lago della Duchessa.

      Leonardo Sciascia telefona al direttore
      dell’Ufficio Affari Riservati,
      gli dice di cercare la valigia di pelle di bisonte con doppio fondo,
      lì ci sono delle sorprese. 
      Dice anche:
      «Caro direttore, troverà il bandolo di questa matassa
      in uno dei verbali scritto da Edoardo Sanguineti
      alla fine del terzo giorno di lavori del Gruppo 63, a Palermo.
      Ne sa qualcosa anche Alberto Arbasino …».
       
      Gesualdo Bufalino è al Caffè Notegen di via del Babuino
      per la presentazione del suo romanzo Dicerie dell’untore.
      Qualcuno sospetta che nel suo romanzo ci sono tracce del Covid-19…
       
      L’anonimo romano in un monologo interiore:
      «3 + 3 fa 7.
      Signor commissario, la responsabile del sistema instabile
      è l’artista parigina delle Strutture dissipative.
      Arrestatela!».
       
      Moravia e la Morante al Caffè Canova a Piazza del Popolo
      bevono un chinotto di Imperia con un cubetto di ghiaccio,
      uno spicchio di limone e un rametto di rosmarino.
      Tano Festa e Franco Angeli litigano con Pignotti e Isgrò,
      dicono che la poesia visiva non esiste.
       
      Marie Laure Colasson espone un Notturno
      e tutte le sue «Strutture dissipative»
      alla galleria Ferro di Cavallo di via Ripetta.
      Dice: «Come sappiamo,
      la forma poliedrica dei cristalli è conseguenza
      della sua velocità d’accrescimento
      che si manifesta come proprietà anisotropa discontinua,
      cioè con valori diversi nelle varie direzioni di accrescimento.
      La struttura cristallografica è una struttura a risparmio energetico massimo».
       
      Sulla sedia di Van Gogh si siede Mario Lunetta
      alle prese con la «scrittura materialistica».
      Interviene Linguaglossa:
      «Il programma della poetry kitchen è liberare la “differenza”
      e la “divergenza”,
      dar vita a un pensiero poetico privo di contraddizione…
      Qui il principio di ragion sufficiente è fuori gioco…»
       
      Volevo parlare di altro ma è venuta fuori quest’altra storia…
       *

  14. Non si può dare giudizio di dada surrealismo senza tener conto dell’avvento di internet. Se il processo di creazione si è fatto più rapido ed efficiente, ciò è dovuto al mezzo con cui scriviamo (non più a mano ma con tastiera dotata di memoria meccanica). Il grado di automatismo si è elevato, e con esso inevitabilmente è accresciuta la tendenza al virtuosismo. Vistosi esempi se ne trovano anche in questa pagina de L’ombra. Ma accade anche nella “pittura” digitale (da me praticata dal 2000/2005), pigiando su opzioni di contrasto-luminosità, usando tamponi, ecc. Pare incredibile ma l’esplorazione coloristica che un tempo avrebbe richiesto mesi di tentativi, oggi la puoi risolvere in meno di un pomeriggio. Risultato? Alla lunga ci si stanca, l’atto creativo non ti svuota, ti ritrovi ad avere fame insaziabile e mangi snack che sono bombe di energia che dura un attimo. Poesie troppo lunghe e facili, che si ripetono, volendo all’infinito. Diventiamo designer della poesia, scrittori di poesia, ma ancora poeti?

  15. Con lì’augurio che anche Massimiliano possa entrare a far parte del Gruppo di ricerca Kitchen, posto un mio inedito da Una giraffa seduta sul sofà chiede un Campari:

    receipt 77821

    Una mitragliatrice da dentro la mia testa
    posta su un trepiedi
    inizia a sparare contro un cow boy
    appena sortito fuori dal saloon di Salt Lake City,
    (Texas)
    Uno sceriffo che risponde al nome di Clint Eastwood
    prende a sparare contro la mitragliatrice
    dicendo:
    «For air conditioner faults, call the Air Repair Company»
    (traduzione: Per i guasti al climatizzatore chiamate la Ditta Air Repair)

  16. EWA TAGHER

    SOLITUDO

    Una città.

    Dentro le mura seduti e bendati.

    Fuori acuti, misti a ferraglia.

    “Che ci fai nel mezzo”?

    “Guardo l’orizzonte e mi mordo le labbra”.

    Il tre giugno alle porte della città

    un commesso viaggiatore.

    “Parola d’ordine”!

    “Solitudo…”

    L’elemento sottile sotto gli usci,

    tra le fessure,

    fin nelle orbite vuote.

    Ci si accalca come folla allo stadio

    in attesa di ascoltare un ronzio.

    • milaure colasson

      poesia spietata questa di Ewa Tagher, rigorosamente in rigor mortis, distillato di lessemi anestetizzati, traumatizzati, tranquillizzati. Sembra di leggere un pezzo della poetessa svedese Katarina Frostenson. Addirittura molto migliore di quelli della poetessa svedese. Una scrittura algebrica e algida, neutra, che finisce in un “ronzio”, come quello della “folla allo stadio”.
      I miei più severi complimenti.

  17. EWA TAGHER

    Gentile Massimiliano, non le sembra curioso che DADA e NOE, che lei ha evidenziato così simili, ricorrano esattamente a un secolo di distanza? Non è che oggi, come allora, i poeti sentano profondamente il sovvertimento di tutti i parametri preesistenti e si rifugino nella profondità della psiche e del linguaggio?

    • Massimiliano

      Gentile sig.ra Tagher,

      se esiste una profondità, se esiste, a mio modesto parere, è nel fare i conti con questo essere qui e allo stesso tempo sapere che si è già morti.

      Riguardo al secolo di distanza, non saprei, ritengo sia del tutto casuale.

      Buona serata,
      Massimiliano.

  18. Scrivere poesie con elmetto Dada in testa. Che idea.
    LMT

    2 instant poems:

    Rimini.
    Nessuna apparizione.

    *

    Maionese in tubo. Ostrica che non si apre.
    Batman, Robin, nuvola di fumo. Mystery mondo.

    In palio diverse madonnine. Ma chissà dove adesso.

    LMT

  19. MEN AT WORK

    Respirano i presepi nei reparti maternità.

    Una pecora chiede indietro la sua lana.
    Lavorare gratis a via Sparano. Che idiozia!

    Perché non si smobilitano gli orbitali
    Dalle catene delle lampadine?

    Tra loro c’è un certo imbarazzo
    Nel dichiararsi pronti senza guadagnare un cent.

    Fare Normandia, respirare polistirolo
    Marciare con passo d’oca e abbracciare una cicca.

    Cinesi si, ma non fessi!

    Ci doveva essere una differenza tra il verso di un gregge
    E quello di un popolo.

    Si avvertì lo sparo ma solo Clint Eastvood partì
    Muovendo la pallottola al posto dei denti.

    Sarebbe finito in crema al limone
    Col rischio di essere spalmato sulla torta di nonna Papera.

    A vanvera dunque in questa attesa di tredicesima
    Partì l’essenza di arance e l’alcool per estrarre vaniglia
    Dal risvolto dei pantaloni

    Dal porco si può fare una locomotiva.
    Giochi antichi, sa? E il salame è quello buono.

    Alla porta un tizio biondo come Heisenberg
    col tedesco di un bassotto:

    Posso lasciarle il presepe del suo vicino?
    Manca solo il Grande Vecchio, però per Michelangelo
    Posso farle uno sconto.

    L’amore bruciava con tutte le passioni ma rimase nero
    Finchè la finestra partorì un corvo.

    Non so un’acca, ha capito?

    Solo la fruttivendola mostrò interesse
    saltando dai denti vivi ai morti.

    Le inferriate guardarono la scena
    Ma tolsero i gerani lasciando splendere il bianco.

    Restarono le rotatorie
    A scommettere sul galleggiamento degli oceani
    Mentre un piccolo iceberg cullava la luna tra le braccia.

    Ora che alla frontiera Metternich ammassa metano
    Elettroni di tutto il mondo unitevi!

    (Francesco Paolo Intini)

    • milaure colasson

      caro Francesco,

      la tua è veramente una poesia da Dopo la fine della Metafisica.
      Poesia da frigobar, Kitchen, anzi, super kitchen, fatta con pixel e writing art, scritta con un linguaggio aggiornatissimo, cioè da frigidaire con parole necessariamente conservate al freddo.
      La forma-poesia per eccellenza dei nostri tempi infetti dal virus del populismo e del panlogismo.
      Checché ne dica qualche detrattore. Una kitsch poetry che sa sapientemente mixare discorso diretto con il discorso indiretto e con il discorso indiretto libero.

  20. A proposito della nostra indipendenza intellettuale

    La cessione di Donna Moderna

    L’editore Mondadori ha confermato questa settimana la vendita delle riviste Donna Moderna e Casa Facile al gruppo editoriale creato da Maurizio Belpietro intorno al suo quotidiano la Verità, che già aveva acquisito da Mondadori il settimanale Panorama e altri periodici. La notizia del progetto era nota già dall’inizio dell’autunno, ne avevamo scritto:

    “L’operazione va nel senso che Mondadori ha comunicato spesso negli ultimi anni, di voler investire soprattutto nel suo business dei libri e nelle attività digitali dismettendo progressivamente l’impegno sui giornali: se si concludesse questa cessione le sue riviste rimarrebbero Chi (che è ritenuto un asset di relazioni e interessi che va oltre il suo valore commerciale), Sorrisi e Canzoni (che continua a essere il settimanale più venduto in Italia con gran distacco, e una diffusione di oltre 400mila copie) e Grazia e Interni, su cui da tempo circolano ipotesi di cessioni ad altri editori.
    Donna Moderna ha tuttora una diffusione di 165mila copie, Casa Facile di 123mila. Le testate acquisite finora dal gruppo La Verità hanno dei bilanci generalmente soddisfacenti, grazie alle drastiche ma efficaci riduzioni dei costi, soprattutto del personale: il lavoro fatto in quel gruppo sembra voler essere più in quella direzione che in progetti di ideazione o rinnovo di opportunità che non siano quelle dei ricavi pubblicitari su carta”.

    L’accordo ora prevede il passaggio al nuovo editore di 36 giornalisti e giornaliste. Hanno protestato il Comitato di redazione di Mondadori e la redazione di Donna Moderna – che ancora una decina d’anni fa era uno dei maggiori successi commerciali tra i periodici italiani – in una lettera all’editrice Marina Berlusconi.

    “Vorremmo qui riaffermare con orgoglio che il nostro giornale non può essere solo un conto in rosso e che l’anima di una testata storica, unica, mai di fatto copiabile, è fatta sì dai giornalisti – che la creano – e dai lettori – che la comprano – ma soprattutto da un proprietario forte che la sostiene e che ha l’autorevolezza e l’orgoglio di editarlo, di difenderne qualità, voce e indipendenza. Editore che proprio di recente ha riaffermato la forza e la vitalità della sua azienda, dimostrando con nuove acquisizioni la volontà di continua espansione, e la fiducia nella ripresa del Paese. Scindere Donna Moderna dalla sua casa editrice storica, la Mondadori, rischia di snaturare l’essenza stessa della testata, che è e rimane un patrimonio di tutti. Una garanzia e una tutela per migliaia di donne, lavoratrici, madri, figlie, ragazze, studentesse che ancora hanno bisogno di informarsi e affidarsi a un giornale femminile che parla con onestà il linguaggio delle donne”.

    L’Ombra delle Parole

    è una testata on line, gratuita e libera, ciascuno può partecipare gratuitamente ai lavori della testata senza alcuna paratia o maschera o nick. Ciò non impedisce alla redazione di stigmatizzare chi si presenta con un Nick dissimulando la propria identità dietro un lessema vuoto.
    La politica culturale de l’Ombra delle Parole è libera da vincoli di dipendenza o di sudditanza ad alcuna istituzione pubblica o privata, non ha alcun cointeresse con le sigle editoriali, politiche o pubblicistiche; la partecipazione ai lavori della testata è libera come libera è la sua ricerca; so che questo elemento: la libertà della ricerca intellettuale può dare fastidio e viene osteggiato in tutti i modi, di frequente, con la denigrazione o il silenzio doloso.
    La nostra forza deriva dalla forza delle nostre idee e dalla nostra indipendenza materiale e intellettuale.

    g.l.

  21. mariomgabriele

    Caro Giorgio, citando il testo sopra riportato, allego un mio commento inviato all’Editore di Progetto Cultura e a Lucio Tosi, esprimendo un parere su un avvenimento molto discutibile di cui ti sei reso responsabile.

    -” Carissimo, ti informo che Giorgio Linguaglossa mi ha esautorato dal comitato di redazione della Rivista L’Ombra delle parole, come gesto psicoreattivo alla mia decisione di non scrivere più poesia Kitchen, scegliendone un’altra d diversa morfologia. Gli ho chiesto pure spiegazioni del suo intervento, ma non mi ha risposto. Poiché non amo dittature e dirigenze letterarie, credo che Lui debba avere maggiore rispetto per i suoi collaboratori, per questo motivo ti comunico che non è mia intenzione pubblicare sotto la Sigla- Collana -Il dado e la clessidra-a cura di Giorgio Linguaglossa-, il volume CAMBI di STAGIONE, se non mi pervengono da parte sua le dovute scuse e il riposizionamento del mio nome nella redazione. Non gli ho fatto nulla, né ho agito contro di lui, per questo motivo sono convinto che si è trattato di un disturbo transitorio e di uno stato emotivo neurofisiologico e psicodinamico, che hanno agito sfavorevolmente su di lui, sopraffatto dall’ira e dal risentimento, non riconoscendo in me, il DIRITTO di operare diversamente e in piena libertà d’azione, senza essere trattato come Dante Maffia, Arturo Onofri, Flavio Almerighi, la Giancaspero, Antonio Martino ed altri, considerati come personaggi dell’Apartheid e della Shoah. Se fosse così, non ci voglio restare. Cordiali saluti, MMG

  22. Copio e incollo quanto scritto sulla pagina facebook da Mario Gabriele:

    «Mi scrive un amico da Genova, appassionato di letteratura, al quale avevo consigliato di leggere L’Ombra delle parole, che mi chiedeva cosa ne pensassi della poesia Kitchen, in particolare quella miniaturizzata in pochi versi.

    Sottraendomi alla sua richiesta, egli non ha tardato a inviarmi un’altra lettera, alla quale mi è sembrato doveroso rispondergli.

    Caro Alexander,

    scusami se non ti ho scritto prima, ma tu mi chiedevi un parere ora che la comunità letteraria è allo sbando e se ne va con il Covid 19.

    Ho riflettuto molto se risponderti o meno. Dopo un lungo ripensamento, ti scrivo quanto segue:

    Carissimo,

    la questione è seria. Mascherare la poesia con versi brevi, asintomatici, schizzi neuronali, nel corpus della poesia Kitchen, apre un dibattito con i lettori di fronte a una visione di composizione estemporanea, fatta di scatti sinestetici, ibridi, di graffiti lapidari, in un furore palingenetico.

    Il punto dirimente sta nel fatto che produrre questi versi, come tanti tic tac compulsivi, spettri e lampi della psiche, sembrano frutti di una intelligenza artificiale, mosaico tipografico, pezze d’appoggio di marchio pseudo letterario, di uno stato asmatico, e afasico, bisognosi di ossigeno: una mostra che vorrebbe passare come tanti gioielli Le Bebé, ma che non hanno nulla di pinacoteca. Si tratta di un divertissement di autori creativi, con propri risvolti spaziali e temporali: un vero shock tra pop e sperimentazione, onirismo e allucinazioni lisergiche, che lasciano in un Cracking fatto di selfie, schizzi di pixel art e graphic novel. La stesura ha la forma degli kaiku, ma molto lontana per contenuti ed espressione.

    Credo di aver risposto a quanto da te richiesto, sperando di non creare rabbie avversative, citando il pensiero di Stuart Mill il quale asseriva che “Quand’anche tutta l’umanità, meno uno, avesse un’opinione, e quest’uno fosse d’opinione contraria, l’umanità non avrebbe diritto d’imporgli il silenzio”.

    Cordiali saluti.»

    *

    Posto quanto sopra,
    non ho fatto altro che prendere atto degli insulti e delle frasi offensive e denigratorie scritte da Mario Gabriele nei confronti di tutti i componenti della poetry kitchen.
    Penso che siano venuti meno i presupposti di stima e di rispetto che devono legare insieme i membri di una comunità.
    Non altro da dire che augurare a Mario Gabriele successo e buona fortuna altrove.

    (Giorgio Linguaglossa)

    • mariomgabriele

      Ciò che tu hai riportato non sono insulti, ma critica poetica, quella che tu non sei mai stato in grado di fare, anche per questo la critica ufficiale e l’editoria nazionale ti tengono giustamente fuori. La disistima è reciproca. Tolgo volentieri il tuo contatto da FB e dai miei ricordi. Addio Istanbul

  23. Guido Galdini

    Leggendo la frase “di sapere che siamo già tutti morti” mi è venuto in mente questo mio pezzo, scritto quarant’anni fa (appartenete al “Disordine delle stanze”), quando ero impegolato con la Gnosi.

    ti svegli, e quasi è maggio
    opaco come riesci ad esserlo solo appena addormentato
    quando accanto al precipizio non provi vertigine
    ma scendervi è dolce come violino

    che l’apocalisse sia già avvenuta
    lo si bisbiglia per i vicoli di corinto
    che anzi sia stato l’atto iniziale
    di questa tarda discesa tra le macerie
    abile trucco, ingegnosa illusione
    giocata dall’arconte sui tavoli della Speranza.

  24. Le terre rare sono 17 elementi chimici della tavola periodica classificati come metalli, ovvero Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio, Lutezio, Ittrio, Promezio e Scandio.

    La loro importanza strategica deriva soprattutto dal loro massiccio utilizzo nell’industria dell’elettronica di consumo, che comprende smartphone, tablet, computer, ma anche televisori ed elettrodomestici, nel settore medico, dove vengono impiegate nei trattamenti di alcuni tipi di cancro e nella ricerca scientifica, e nell’industria della difesa, dove vengono usate per la costruzione di sistemi radar, sonar, laser e di guida. La loro importanza è connessa non solo alle intrinseche proprietà fisiche e chimiche, ma anche alla capacità di alterare quelle di altri minerali e di aumentare lo spettro delle loro applicazioni tecnologiche.

    Nel contesto delle trasformazioni economiche contemporanee, orientate e guidate dallo sviluppo dell’high tech e dal tentativo di ottenere il primato globale nell’innovazione tecnologica, la domanda delle terre rare e dei metalli (ferrosi e non ferrosi) utilizzati nell’industria di riferimento è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, rendendoli preziosi e di interesse geostrategico. La Banca Mondiale prevede un ulteriore aumento della domanda di terre rare, trainata soprattutto dalla transizione energetica verso fonti rinnovabili e pulite. Infatti, ad esempio, lo sviluppo delle nuove automobili ibride e delle tecnologie per la produzione e sfruttamento dell’energia solare ed eolica non può prescindere dall’uso di questi metalli.

    La Cina ha attualmente una produzione di 300 mila tonnellate di terre rare e ha predisposto un piano per un ulteriore approvvigionamento di 185 mila tonnellate di terre rare. La Unione Europea a confronto è un barboncino piccolo piccolo con i suoi 7000 tonnellate di produzione di terre rare.

  25. Fare baldoria nell’inconscio è meglio che metterci ordine e disciplina.
    Gioia e schiamazzi.

    Dimentica come andrebbe scritto in prosa, son tutti bravi a rendersi comprensibili.

    Le poesie di Mario M. Gabriele contengono il prontuario utile a chi voglia famigliarizzare con la poesia kitchen. Non ferisce le orecchie. Come non feriva William S. Burroughs, dei miei fantasmi giovanili, la sua scrittura in frenetico be-bop. Perché di buona fattura, elegante.

    Sull’Instant poetry Mario Gabriele vorrebbe dei chiarimenti. Ha fretta, non so perché. Ma io sono all’osservazione di procedure che si ripresentano, nuove.
    Non ho dritte da passare per il momento.

    Dispiaciuto per quanto sta accadendo. Noe genera ramificazioni, serve confronto.

  26. Un mio inedito (ancora in iter processuale) da Una giraffa seduta sul sofà chiede un Campari.

    Wanda Osiris è in colloquio con il Signor K.

    Wanda Osiris è in colloquio con il Signor K. fuori dal Circo Tenda
    di Mosca
    il Mago è in smoking e in smartworking
    Il Signor K
    riferisce di abitare la frattura metafisica della presenza
    e che ha sposato un punto interrogativo

    Il dentifricio KGB disconosce il collagene
    e se ne tiene alla larga
    ma il colluttorio sì che lo conosce

    Un Signore no-mask entra nel supermercato “Emmepiù”
    di via Gabriello Chiabrera, a due passi dalla abitazione
    del critico Linguaglossa, spara un colpo in aria
    e dice:
    «Dio c’è»

    Il direttore del giornale sovranista “La Verità”
    tale dr. Borgonovo ha scrtto che il gorilla Mobutu
    dello zoo si Atlanta
    è risultato positivo al Covid
    dopo aver sniffato della polverina bianca recapitatagli
    in una busta chiusa nientedimeno che
    dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta
    causando le 32 mutazioni della proteina Spike del virus
    virtualmente
    in grado di sterminare la popolazione umana del pianeta Terra

    Il poeta Pavel Řezníček si è messo davanti all’Hotel Kempinski
    di Praga
    con un altoparlante ed ha arringato la folla
    perché non usa la brillantina Linetti

    Non contento
    Pavel Řezníček ha schiaffeggiato in pubblico il poeta Predrag Bjelosevic
    perché
    ha aggiunto ai 17 metalli delle terre rare i seguenti
    7 elementi:
    il sagredio, il poesio, il linguoglossio, il tosio, il colassio, il giorgio, il ragio

    Il gattaccio Behemoth sortito fuori dal romanzo di Bulgakov
    saltella sui tasti del pianoforte a coda
    di proprietà del Mago Woland
    preferisce così
    non parla mai con le parole perché
    dice:

    «I’m no longer interested in these emails
    digging tunnels under the pathway
    I prefer to swallow oysters and caviar
    instead of phonemes and morphemes»

  27. Discorso Indiretto: L’imputato dichiarò di essere innocente
    • L’enunciazione riportata è formalmente dipendente dalla enunciazione riportante.
    Presenza di un unico centro discorsivo.

    Discorso Diretto: L’imputato dichiarò: “sono innocente”
    • L’enunciazione riportata è formalmente indipendente dalla enunciazione riportante.
    Presenza di due centri discorsivi.

    Discorso Indiretto Libero: L’imputato fu interrogato. Era sempre stato amico della vittima, era innocente.
    Presenza di nessun centro discorsivo.

  28. milaure colasson

    A Raffaele Ciccarone
    dico che ha scritto tre cammei distillati.

  29. A proposito di alcuni enunciati standard

    Posto qui alcuni enunciati standard che abbondano nei siti web e nelle comunicazioni via web. Si tratta di alcuni esempi di messaggi anisotropi, neutri, standard, impersonali, oggettivi, persuasivi, assertori, direi gentili della gentilezza di un linguaggio robotizzato, standardizzato, programmato. Si tratta di un linguaggio allo stato cristallino, sostanzialmente ambiguo ed eterodiretto che può essere interpretato in molti modi diversi a seconda delle sollecitazioni psichiche ed endopsichiche che intercettano.

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    Così Treccani definisce la anisotropia:

    « Proprietà per cui in una sostanza il valore di una grandezza fisica (velocità di accrescimento, indice di rifrazione, conducibilità elettrica e termica ecc.) dipende dalla direzione che si considera. Fenomeni di anisotropia naturale si manifestano nelle sostanze allo stato cristallino e mesomorfico, ma non nelle sostanze amorfe; fenomeni di a. artificiale possono prodursi in sostanze amorfe in conseguenza di determinate sollecitazioni: per es., un’a. ottica, che si manifesta nel fenomeno della birifrazione, può insorgere in alcuni vetri e in alcuni liquidi in conseguenza di sollecitazioni meccaniche o dell’azione di un campo elettrico.»

    L’assimilazione di questo genere di linguaggi in un testo poetico o narrativo è un fenomeno del tutto naturale che si verifica in ogni istante della nstra vita di relazione. Ovviamente, in un testo poetico plurilingue e pluristile questi linguaggi vengono, per così dire, messi in vetrina, esposti alla visibilità, cioè, esposti alla verificazione e alla falsificazione, vengono cioè demistificati nei loro contenuti ipoveritativi e meramente strumentali.

    È per queste ragioni che nei miei testi poetici impiego (cito) questo tipo di messaggi comunicazionali, per esporli nella loro nudità, esporli nella loro falsa coscienza.
    È per queste ragioni che questo genere di enunciati si possono rintracciare in gran quantità nella poetry kitchen di vari autori.

  30. antonio sagredo

    QUALCOSA DI DAVVERO SERIO SULLE “TERRE RARE”
    ————————————————————————————-
    Premessio
    Da un convegno internazionale tenuto nella città spagnola di Zaragozza da decine e decine di scienziati esperti di tutte le “fisiche” esistenti in natura, ma pur’anche extranaturali, si è evidenziata una concretezza scientificamente suffragata dalle più recenti scoperte in ogni campo dello scibile umano (soltanto umano?) che la rarissima particella atomica (forse subatomica), non sappiamo se umana, extraumana, inumana o addirittura disumana, cioè la terra rarissima la “idiozio”, da cui dipende esclusivamente il nostro o altrui futuro è oramai entrata nel nostro linguaggio quotidiano. Da alti e altri studi, concomitanti a quelli attinenti la fisica e la “alta” matematica, specificatamente linguistici, tanto da integrare gli studi di “poetistica comparata” agli studi dei numeri primi, si è azzardata l’ipotesi (o più ipotesi non sappiamo tuttora) che I poeti “rari” sono più rari delle “terre rare”, ovvero le terre rare sono più rare dei poeti rari, per cui segue qui, più sotto e non certo più sopra, l’elenco pubblicato nella\sulla Rivista delle Scienze Poetistiche.
    Premetto da perito quasi ingegnere chimico quale sono stato soltanto in teoria, quindi perito senza alcuna perizia perciò davvero imperizio (da qui la “perizio”, nuova denominazione per nuova terra rara) ecc. ecc. devo concludere che tra le più rare, non che rarissime terre più rare figura in primissimo piano ( o livello linguistico attinente altra terra rarissima la “POESIO”) che ha denominazione SAGREDIO, di fattura altamente aristocratica (ma a volte anche sufficientemente accettata dagli abitanti della città di POPOLINIA, da qui altra terra rara la “Popolinio”).
    Illustriamo per sommi (o infimi, cioè davvero bassissimi) capi il seguente elenco, (raro anch’esso) oramai accettato ufficialmente anche dalla rarissima Rivista delle Scienze Poetistiche (difficile reperirla o addirittura trovarla anche nelle biblioteche che trattano di sperimentazioni di alto e basso Medioevo).
    Dunque per giungere all’ultima (o prima?, non si sa) terra rara la IDIOZIO, noi iniziamo la scorribanda dalla POESIO, trascorriamo nella Sagredio la più illustre, poi c’è la LINGUOGLOSSIO (dominatore in lungo, e in breve detto anche “glossio”), segue il TOSIO che s’occupa di fittizie grafiche di origini euclidee; la fantasmatica e coloratissima COLASSIO-N di origine francamente accertata; poi la GIORGIO (sub-derivato dalla glossio; il calabro RAGIO (nel dialetto della fisica anche Raghio). Ma seguono altre rare terre lontane, come la Ombrio (dalla rivista omonima o anonima), la Parolio, la Leonio che ci inonda di fisica letizia, la Talio polemicamente invalida, la Caro\g\nio di origine acerba greco-latina, la più rara (si fa per dire) di tutti forse la Intinio!, ma di certo non più rara la Gabriellio; poi insegue vanamente (pare una corsa priva di rari ostacoli ) dunque la antica ma non troppo Piernio; la Ricciardio cuor di terra leonina non più rara; la pugliesca quasi salentina Petrellio, la Pugliesio ancora da promuovere a cosa rara; il Galdinio (da non confondere con la vera e davverorara Gadolinio ); poi la esotica o estatica Ewiotagherio,; infine la quasi sconosciuta e estraniante Ciccaronio.
    Non posso terminare questo affascinante nonché accattivante elenco senza incluedere la mia predilettia terria raria: Alejandrja Alfaria Alfieria (detta anche il Bacìo Sognatio e mai realizzato).
    Ma scherzi a parte, taluni studiosi o scienziati di sperimentata esasperata esperienza creativa hanno stabilito un elenco parallelo al mio (che è un asintoto o un parallasse scentrato) che stabilisce che le terre rare sono 17 elementi chimici della tavola periodica classificati come metalli, ovvero Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio, Lutezio, Ittrio, Promezio e Scandio.
    Non si comprende bene perché non 16 o 18 o altro numero dal momento (quale?) che i numeri sono infiniti o finiti non si sa, e che tra questi gozzogìcivigliano quelli primi e secondi e anche qui non si comprende bene affatto perché non quelli che vengono prime dei primi o dopo quelli ultimi.
    A questo punto, cari amici delle Terre Rare lo spazio datomi dalla famigerata Rivista delle Scienze Poetistiche , oramai si è esaurito e sono costretto ad abbandonarVi proprio adesso che mi giunge notizia che altre Terre Rare così rare da quasi non esistere se non nella immaginazione creata fatasmaticamente da quei periti di cui sopra ho detto e a cui faccio davvero fatica a credere che fuoriesistano realmente…
    Vi lascio alla prossima spuntata…

    Antonio Sagredo
    (il Sagredio)

    che si congedia con una suoia strofia:
    Da quali viventi tombe e Madri e natali io discendo?
    Ferito dalla Creazione io non risorgo – ancora!
    Né per tutte le terre e gli universi io rabbrividisco,
    né m’annullo… sono solo presente, e solo mi difendo!

    ______
    Anticipo l’avventio di nuove “Terre Rare”, quali
    la Bario
    la Brescio
    la Basilio
    la Bitontio
    la Massimilianio (o Minimalio, a Voi la scelta);
    poi la Einstenio, di già famoso retaggio;
    la Nobelio, terra rara arbitraria (a chi più e a chi meno);
    e poi la davvero mirabolante fantasmaticamente strabiliante ecc. ecc.
    la KITCHENIO.
    —-
    A.S.

  31. Instant poetry di Anonimi pubblicate su facebook

    Sono roberto, sono cristiano, sono in manette, sto alle Vallette

    I pm toccarono il pc, rovesciarono il cestino e chiusero la finestra

    ma del resto anche nella Parigi di Zola, piena di pezzenti, non si andava dalle Halles a Palazzo Reale in dieci minuti?

    forse ho perso una valigia in un vagone della Metro Verde. con trolley grigio, esattamente questo. in foto.

  32. Il linguaggio è cronaca giornalistica, bello freddo: senza articoli, aggettivi solo se fanno spettacolo, verbi con parsimonia perché portano azioni non sempre necessarie, talvolta nemmeno desiderate. Ribadire il concetto appena espresso è lungaggine ed è segno di narcisismo (il bello), ancor più se l’argomento è doloroso. Gemelle Kessler e brillantina Linetti sarebbero da evitare perché dicono del nostro essere defunti negli anni ’70/80. Concetto non esistenziale: moriamo ogni giorno. Gioia e dolore si alternano, sono increspature. È vero che vivere è lento morire, ma fissarsi su positivo e negativo è alimentare uno stato d’animo irreale. Fare psicoterapia. Innamorarsi dello sconosciuto sé. Da qui possibili modifiche di mentalità e comportamenti. Ma c’è dell’altro:

    “Gli stati aziendali.
    La n’drangheta ha più soldi dell’unione europea.
    Apple è più importante economicamente, del Regno Unito.
    Amazon e Alibaba si sono fagocitati il commercio al dettaglio mondiale di tutti gli stati tranne la Corea del Nord.
    Lo stato nazionale, sorto alla fine del medioevo e sotto cui sono nati i parlamenti, la democrazia, le costituzioni moderne, i diritti umani, i sindacati dei lavoratori, la difesa delle minoranze ed i sistemi di wellfare è al tramonto.
    Sta sorgendo lo stato aziendale.
    Come in tutte le aziende, scordatevi i diritti. Varrete solo come “risorse umane”.
    Meno chiedete e più sarete graditi.
    Meno parlerete e più sarete premiati.
    Quando servirete vi daranno da mangiare ed una pacca sulla schiena.
    Quando non servirete più o troveranno qualcuno che costa meno, dovrete sparire.
    Come cittadini intendo”.
    (Da Fb, Maurizio Denaro)

  33. CARI TUTTI

    Come altre volte è successo, sarà il mare a consigliarmi. Ma il mare non lo fa. Questa volta è rinchiuso in una gabbia di tigri rabbiose e mostra solo denti a sciabola che afferrano il molo e vorrebbero spazzarlo via. I poeti hanno queste attese, pensano che qualcosa di prodigioso debba accadere anche in un giorno di pioggia, quando non si vede un cormorano tuffarsi all’orizzonte.
    Come sono i poeti dunque?
    Non sarà neanche la malva cresciuta sull’asfalto, né quella che mi respira tra le mani a consigliarmi. Di solito parlano a nome della sopravvivenza ma sui poeti non hanno da dire nulla. Troppo indietro rispetto alla solidità degli intenti, raggiunta da qualche milione di anni dalle verdi tribù.
    Devo dunque soccorrermi in quanto meno evoluto e fingere una parte di me più vicina nel tempo probabilmente DEJA VU e perciò molto più lacerante perché intima e inaccessibile.
    Dal suo interno tornano i volti muti degli amici persi nei tanti naufragi.
    Perché l’oceano dei poeti non restituisce mai i loro dolci versi?
    Ecco una voce proveniente dalla casa sul lido gridare a un’altra che abita di fronte. Come i tasselli di un puzzle pesante quanto l’universo, i vari pezzi saltano fuori dalle finestre mescolati al respiro di qualcuno che vive al suo interno e così da ogni possibile uscita, compresa l’antenna che per l’occasione funziona da sottilissimo camino.
    Dov’è finito il bandolo dell’ immagine?
    Chi riuscirà a comporla se i pezzi volano di qua, di là senza logica?
    Il mare è sempre più minaccioso. Adesso non si è tranquilli nemmeno in un sasso o sotto un grizzly roccioso e a braccia aperte contro il vento avverso. Dalla casa di fronte dove ci si incontrava per giocare a scacchi rispondono al fuoco lanciando pedine, alfieri e torri.
    Bisogna pur capire o non è necessario?
    La malva risponde con la lingua verde di bile. Agita la chioma, si fa mano feroce. Anche un frigo si fa sentire con la voce roca di uno sportello che si apre e si chiude buttando fuori bottiglie, yogurt e la spesa scongelata del novecento.
    Un innaturale silenzio domina la notte. La mappa di stelle che era così chiara si riempie di costellazioni a casaccio. Incredibile come il mare indietreggi e le case dei poeti si popolino di strani quanto rari elementi della Tavola Periodica.
    Raro è bello, prezioso e sa di futuro, come di un continente di cui s’è persa la traccia ma di cui si respira l’aria.
    E dunque si fa una mano a scopone scientifico?
    Da questa parte Lantanidi e Attinidi, dall’altra Metalli di transizione e Gruppi principali.
    .
    Tutto perché:

    Nello studio di un tizio che conosco
    apparve improvvisa una scritta:

    “il dottore dalla mano tremante scrisse una ricetta che nessuno
    sa decifrare ma la calligrafia si riconosce…”

    Un verso di Tranströmer
    incise la Tavola periodica

    -Ogni chimico ne ha una appesa alle spalle
    Il suo crocifisso-

    Irruzione credo o entanglement nella sua vita
    che si svolgeva altrove.

    Era l’agave che cresceva sulla Murgia
    o quella sincrona sul lungomare di Bari?

    Il mio amico si chiedeva cosa c’entrasse
    Mendeleev con Hegel.

    Né l’uno né l’altro avevano mai sentito parlare di protoni
    In quanto a proprietà invece

    La pistola della legge dice il primo
    Ma si potrebbe giurare sul secondo.

    (SULLA TAVOLA PERIODICA. da “Faust chiama Mefistofele per una metastasi”. 2020. Ed. Progetto Cultura. . Pag.109)

    La partita è aperta. Ciao

  34. Il discorso poetico abita quel paragrafo dell’ inconscio dove siede il deus absconditus, dove fa ingresso l’Estraneo, l’Innominabile. Giacché, se è inconscio, e quindi segreto, quella è la sua abitazione prediletta. Noi lo sappiamo, l’Estraneo non ama soggiornare nei luoghi illuminati, preferisce l’ombra, in particolare l’ombra delle parole e delle cose, gli angoli bui, i recessi umidi e poco rischiarati.

  35. Perché l’oceano dei poeti non restituisce mai i loro dolci versi?

    Perché l’oceano dei poeti non restituisce mai i loro dolci versi?

    Perché l’oceano dei poeti non restituisce mai i loro dolci versi?

    Perché l’oceano dei poeti non restituisce mai i loro dolci versi?
    -Tanta consapevolezza Dada non la possedeva-
    (Compostaggio univoco di F.P.Intini)
    Grande Intini.

    Grazie OMBRA

  36. antonio sagredo

    suggerisco a Mauro Pierno la lettura \se non già letta\ dei Canti di Maldoror
    del Conte Isidore Ducasse di Lautreamont, dove questo eccelso autore dice degli OCEANI cose sublimi …
    ———————————————–
    “Dov’è finito il bandolo dell’ immagine?” (INTINI)
    SUGGERISCO IL CONTRARIO, E cioè “IL BANDOLO DELL’IMMAGINE”,
    questo giusto per avere una idea dell’immagine estremamente chiara, e poi magari va bene il bandolo dell’ immagine.
    —————————————————————

  37. Scrive Jacopo Ricciardi
    29 novembre 2021 alle 11:08

    «Il mio caso è quello di trovarmi a scrivere una sola poesia che non finisce, che si può continuamente arricchire, senza alcuna certezza di un termine. C’è, da una parte il trovarmi spaesato in un oceano senza nome, senza coste in vista, e dall’altra il non sapere, il poter andare ovunque, il poter inventare qualsiasi cosa, il non essere schiavo di uno stile, mi entusiasma, come l’avventuriero nella sua avventura, che qui ha molti reali, che mi appaiono ora dalla posizione in cui mi trovo inesauribili. Però la faccenda, sul piano dell’esattezza compositiva, è molto problematica e seria…»

    Matteo Renzi ha dichiarato ieri in Arabia Saudita:

    «We need Big Data, but we also need big emotions»

    Al Global Citizen Forum, dove Renzi si è esibito, «c’è anche chi ha speso fino a 2.300 dollari necessari ad assicurarsi l’ingresso alle conferenze e alla cena di gala…», scrive oggi “Il Fatto quotidiano”.

    Volevo dire che nella mia tecnica di composizione di una poesia kitchen faccio uso di citazioni prese dal mondo della cronaca e dai media, anche di persone anonime… è il mio modo di procedere e faccio un «compostaggio», un «montaggio», una «composizione» di enunciati diversissimi e lontanissimi. Come Jacopo Ricciardi, non so dove tutto questo mi condurrà, vado avanti a tentoni, alla cieca, ma è proprio questo l’aspetto più interessante della procedura della NOe. Trovo molto interessante la frase di Renzi, che prima o poi finirà in una mia composizione. Il mondo è già da un pezzo kitchen, non dobbiamo inventare nulla che già non c’è, non dobbiamo fare altro che prendere a piene mani quello che il teatro mediatico ci offre, il mondo è una Commedia. E la poesia kitchen deve mettere in scena la Commedia dei nostri tempi. Penso che anche questo sia un compito importante della nuova poiesis.

  38. antonio sagredo

    la poesia della Divina Commedia e la poesia kitchen hanno qualcosa in comune…
    come dire che la poesia kitchen la troviamo in qulasiasi poesia che è stata creata dai poeti… prima di Dante c’è Omero, e prima di questi i poemi mesopotamici, e prima di questi la scrittura sulle pietre, e via dicendo…
    fino a Dada, al surrealismo, al postmoderno…
    poi c’è il ritorno partendo da Sagredio in giù…
    oppure ci si può incontrare a metà strada come suggeriva Pasternàk.

  39. milaure colasson

    Nell’ottobre 1958, per una relazione interna alla rivista «Officina», Franco Fortini scrive:

    “Questo problema dell’eredità è di grandissimo momento perché molto probabilmente può condurci a riconoscere l’inesistenza di una eredità propriamente italiana, in seguito alle fratture storiche subite dal nostro paese; ovvero al riconoscimento di antenati quasi simbolici, appartenenti di fatto a tutte le eredità europee». «Nell’odierna situazione, credo che le postulazioni fondamentali di “Officina” – agire per un rinnovamento della poesia sulla base di un rinnovamento dei contenuti, il quale a sua volta non può essere se non un rinnovamento della cultura – con i suoi corollari di civile costume letterario, di polemica contro la purezza come contro l’engagement primario ecc. – siano insufficienti e persino auto consolatorie. Rappresentano il “minimo vitale”, cioè un minimo di dignità mentale, di fronte alla vecchia letteratura evasivo-ermetizzante e alle nuove estreme-destre letterarie ma sono anche, di fatto, assolutamente prive di forza e di prospettiva di fronte alla letteratura e alla critica nuove.1

    Gli appunti di Fortini illustrano come fosse ben chiara, in lui più che nei redattori della rivista «Officina», l’idea che la vera questione sulla quale ruotavano le scelte strategiche del gruppo era la cosiddetta «ontologia letteraria del Novecento»; un «piccolo mito» creato «a favore d’una definita cerchia di autori e critici degli Anni Trenta». «Alcuni di noi – continua Fortini – ed io fra questi, ebbero in sorte di far coincidere l’inizio della propria attività letteraria con la critica a quel mito e al gusto di quel decennio».2

    L’idea poi che la letteratura e soprattutto la poesia del nostro Novecento si sia sviluppata secondo criteri e caratteristiche speciali e assolutamente innovatrici rispetto all’epoca precedente, tanto da rendere possibile la redazione di un “canone”, è stata lungamente vulgata da critici come Bo, Ferrata, Anceschi e da molti altri. Ma chi più la prende sul serio? Attaccata da tutti i lati, nell’ultimo quindicennio i suoi stessi settatori l’hanno ampiamente corretta. L’inizio del gusto novecentesco silenziosamente si è venuto spostando dai fiorentini a Gozzano, Campana prendeva il posto (modesto) che era il suo, accanto a Jahier si poteva ormai leggere anche Michelstaedter, Rebora diventava una figura centrale, un Tessa o un Clemente non erano più soltanto scialbe figure di periferia e di provincia. Si veniva a sapere, seppure di malavoglia, che negli Anni Trenta aveva operato un poeta della statura di Noventa e che Pavese aveva pur scritto Lavorare stanca. Lo schema “novecentesco” è andato anche troppo in pezzi… Oggi, comunque, la categoria del Novecento letterario, il suo “ontologismo”, il suo “assolutismo” mi paiono formule polemiche inutilizzabili, fantocci di comodo.3

    Franco Fortini da un lato addita gli errori della rivista «Officina»:

    non vedere quanto il nostro “Novecento letterario” fosse appena un episodio della cultura letteraria europea tardo-simbolista e avanguardistica (…) La sua polemica contro la destra novecentesca era in ritardo di dieci anni; quello che la faceva parer nuova era la simultanea polemica contro l’impegno e il social realismo. Non a caso teneva a suggerire una poetica “civica” bensì ma di “disimpegno” dalle parti politiche»;4 dall’altro, invita a riflettere sul fatto che «L’idea che la letteratura del ventennio, o meglio la letteratura della prosa d’arte e della lirica, novecentesca prima ermetizzante poi, sia stata la “via italiana” dell’antifascismo culturale non nasce con la restaurazione successiva al 1948. È invece l’idea centrale, il mito scrupolosamente predisposto prima ancora che il fascismo cadesse, fondato sull’equivoco stesso dell’antifascismo cioè sul suo frontismo, che vedeva schierati da una medesima parte un A. Gide e un B. Brecht. In forma non scritta quell’idea circolava durante la guerra nella fascia di autori e scrittori che erano contigui all’antifascismo liberale o liberalsocialista. La formulazione più autorevole e più abile, anche per la sede ed il momento, è in uno scritto di G. Contini che nel 1944, sulla rivista svizzera “Lettres” introdusse una antologia letteraria italiana da Campana a Vittorini. Vi si sosteneva esplicitamente che la “resistenza” culturale italiana andava identificata col rifiuto dei nostri scrittori migliori ad imboccare la tromba sociale e tirteica. Nell’Italia del dopoguerra quella tesi divenne poi pressoché ufficiale. Nessuna forza o gruppo organizzato sorse a confutarla: nessuno rovesciò apertamente la tesi per affermare che al di là del fascismo di Mussolini c’era una classe ed una ideologia generalizzata e che proprio la letteratura della astensione e dell’ascesi, del “reame interiore” o das Innere Reich era la fedele voce, lo specchio devoto della classe che i fascismi creava e disfaceva.5

    In un articolo del 1960 Fortini individua con lucidità le modificazioni che l’industria culturale ha introdotto nelle istituzioni della letteratura in Italia. È una analisi oggettiva, che coglie la crisi di legittimità e di rappresentatività dell’intellettuale, i legami di dipendenza tra l’attività del critico e del poeta e l’apparato dell’industria culturale: da una parte, la nascita di un nuovo tipo di critico «contemporaneista», un «misto di cinismo, moralismo e intuizionismo», dall’altra, l’industria culturale, afferma Fortini, «ha bisogno di questo tipo di eclettismo, almeno quanto ha bisogno di fabbricare le nuove avanguardie». Rispetto alla generazione precedente, i contemporaneisti di nuovo conio «sono più informati, hanno forse più studi e letture. Ma la loro posizione all’interno della società italiana è proporzionalmente la medesima… dei Serra, dei Cecchi, dei Pancrazi, e dei De Robertis: l’umanesimo zoppo».6 E concludeva:

    Oggi una parte essenziale dell’attività critica è invisibile. Le scelte fondamentali si compiono nelle direzioni editoriali, dove confluiscono quei giudizi dal cui equilibrio o squilibrio scaturisce l’atto di politica culturale e commerciale (e insieme di indicazione critica) che è la pubblicazione d’una o di più opere letterarie. Non voglio dire, con questo, che la vera critica sia quella esercitata dai lettori delle case editrici o dai critici e letterati che esse impiegano; e che la verità critica sia quella depositata negli archivi degli editori. Non voglio dirlo, perché il carattere cerimoniale e convenzionale dell’articolo e del saggio ha pur una sua ragione critica, proprio per l’ossequio formale preteso dalla sua pubblicità, quale non può esistere nella schiettezza del giudizio privato. Ma non c’è dubbio che oggi il critico svolga, se non sempre almeno spesso, una indispensabile funzione tecnica nei confronti di un apparato industriale e commerciale e che, per di più, nell’atto di esercitarla, si faccia latore di tendenze ideologiche e politiche in misura infinitamente più responsabile di quanto non facciano il narratore o il poeta.”6

    *

    Nell’Italia di oggi una critica di poesia, semplicemente non esiste, si fa critica di compagnia, di accompagnamento, di corteggiamento o di cortesia, cerimoniale e di adescamento, cioè di scambio di favori, ovvero, critica strumentale a posizioni di poteri, e di influenze, critica di chierici e di aspiranti chierici che scrivono per altri chierici e aspiranti chierici.
    Il discorso sarebbe più di antropologia della nazione piuttosto che di sociologia del fatto letterario.
    Questa situazione il nostro amico Massimiliano la sa, la conosce bene, è una situazione correlativa alla stazionarietà della poesia italiana diciamo ufficiale, quella degli uffici stampa che genera schedine editoriali da uffici stampa.
    A questo punto, l’unico genere di critica che si può fare oggi in Italia è appunto una critica di nicchia, militanza di nicchia, ovvero, di parte e soltanto di parte.
    A questo punto di arrivo parlare di tradizione è come parlare dell’involucro del pacco, ciascuno la nomina per quello che più gli conviene. Non c’è nessuna questione della tradizione, c’è solo una questione di involucro e di marchio di fabbrica, questo il Signor Massimiliano lo sa bene, e se non lo sa, buon per lui che ancora si illude.
    Linguaglossa sa bene che il suo lavoro dà fastidio, va in contro tendenza, sa bene che questo significa andare in salita, contro corrente, contro i narcisismi in lista di attesa e contro le società per azioni, ma non c’è altra soluzione : ciascuno deve scegliere in quale direzione camminare e proseguire per quella.

    1 Franco Fortini Verifica dei poteri Milano, Il Saggiatore, 1965 p. 64
    2 Ibidem, p. 58
    3 Ibidem, p. 59
    4 Ibidem, p. 59
    5 Ibidem, p. 46
    6 Ibidem, p.44

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