Covid19, La peste e la noia, La «zona grigia», L’homo sapiens sapiens dell’Epoca cibernetica, Una zona grigia ci separa dall’inorganico, Poesia di Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa

Covid 19 2

Covid19, immagine al microscopio

Giorgio Linguaglossa

La peste e la noia. La «zona grigia». L’homo sapiens sapiens dell’Epoca cibernetica

caro Francesco Paolo Intini,
cari amici e interlocutori,

Viviamo e operiamo in una sorta di «zona grigia» della storia umana.
Fino all’epoca precedente del Coronavirus vivevamo in una appendice della storia. Pensavamo di vivere nella post-storia, nella storia del Dopo la guerra fredda, in un regime di storialità purtuttavia ancora storica molto diverso dalla dimensione storica dell’epoca precedente. E invece vivevamo nell’epoca della «zona grigia». Non ce ne eravamo accorti se non per lampi e per rapide intuizioni. Si continuava a poetare e a fare arte continuando gli stilemi del tardo novecento, non avevamo alcuna consapevolezza che il mondo era radicalmente cambiato. Si pensava di vivere in un mondo asettico, dove la nostra biologia era separata dalla biologia della vita animale. Le masse erano avvolte da questa nebbia che le accecava.
Noi lo dicevamo da tempo che non si poteva continuare a vivere e a fare poiesis come avevamo fatto fino all’altro ieri, ma venivamo denigrati come menagrami, e si continuava a poetare alla maniera epigonica, si continuava a fare quadretti decorativi e rassicuranti.

Poi, improvvisamente, tutto è cambiato, la pandemia del Covid19 ci ha messi di fronte alla nuova cruda realtà, alla cruda realtà della nuda biologia alla quale anche l’homo sapiens appartiene.

Che cos’è la NOE?, la nuova ontologia estetica? Ecco, io penso che sia la risposta più urgente alla «zona grigia» in cui consiste la nostra esistenza storica e la nostra poiesis. Noi lo ripetiamo da molti anni: la Krisis è la «zona grigia» in cui si presenta il nostro modo di vita nel mondo capitalistico.

Ci trovavamo da tempo in una «zona grigia» e non ce ne siamo accorti.

Orban ha detto: «Ci penso io al Coronavirus» e si è preso i «pieni poteri». I nostri politici ciarlatani da circo Togni hanno reclamato e reclamano i «pieni poteri» per risolvere i problemi. Viviamo in un mondo di miracoli e di traumi. Le masse tele mediatiche aspettano l’evento miracolistico. E intanto vivono sotto il trauma di un essere piccolissimo che distribuisce la morte a piacimento.
Morto Dio si è risvegliato il Signor Satanasso.
Le masse immunizzate dalla scarlattina della idiozia mediatica vivono da molto tempo una vita di mera sopravvivenza, credono alla balla della diffusione del Covid19 da un laboratorio americano o cinese. Ciarlatani e pseudo intellettuali hanno affermato che si trattava di poco più di una semplice influenza. E intanto si moriva e si muore a centinaia al giorno (adesso a migliaia e domani a decine di migliaia). Le masse credono da sempre ciecamente a complotti inesistenti e ai miracoli. Ondeggiano in preda al panico.
Un cardinale ciarlatano ha affermato che il Covid19 è stato inviato sulla terra da Dio per punire l’umanità per i peccati del divorzio, dell’aborto, per le libertà sessuali, per le promiscuità sessuali; i «poeti» di regime e gli sciocchi si sono precipitati a scrivere poesie sul Covid19 con annessa lezioncina d’amore e ninne nanne soporifere…
È questa la «zona grigia» di cui si diceva…

Covid 19

Scrive Giorgio Agamben:

«Una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, se lo sarà – non credo che, almeno per chi ha conservato un minimo di lucidità, sarà possibile tornare a vivere come prima. E questa è forse oggi la cosa più disperante – anche se, com’è stato detto, “solo per chi non ha più speranza è stata data la speranza”».1

Io penso invece che una volta che l’emergenza, la peste, sarà dichiarata finita, gli uomini torneranno a vivere come prima, cioè una vita vegetativa, primitiva, dalla quale è bandita ogni dimensione politica, comunitaria e finanche affettiva, erotica, partecipativa, attiva.
Non ho speranza alcuna. Ma non ho neanche alcuna dis-peranza.

Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, nel 476 d.C., l’ultimo imperatore di Roma, gli uomini continuarono per almeno un secolo a vivere come prima continuarono a parlare il loro latino infarcito di dialettismi, a fare l’amore, a moltiplicarsi, a odiarsi, a combattersi…
Poi venne il Medioevo, vennero i secoli bui…

La mancanza di tempo coincide ed equivale all’eccesso di tempo dell’uomo della rivoluzione cibernetica. Questa mancanza/eccesso così intesa getta l’uomo in uno stato di noia diffusa, richiama l’impossibile libertà dell’uomo dell’epoca cibernetica: ingabbiato nel recinto del proprio immediato presente assoluto l’uomo dell’epoca cibernetica è incapace di rompere le catene biologiche della propria datità, dello spazio vegetativo dove è inscritto a vivere nelle nostre moderne società depoliticizzate, non può costruire se non in questa dimensione di mancanza/eccesso e di noia diffusa che caratterizza il presente assoluto. Il presente assoluto, per istituirsi come tale, ha bisogno dell’oblio assoluto, oblio del passato e del futuro, altrimenti non riuscirebbe a costituirsi quale unica dimensione dell’homo sapiens sapiens. Questa dimensione assoluta e onni avvolgente è la situazione emotiva fondamentale che getta l’uomo nella condizione di vivere in un perenne stato di noia, in una «zona grigia» che non gli fa avvertire la noia come malattia in quanto tutto è «grigio», tutto è ridotto al valore di scambio e non si dà altro modo di sortire fuori da questo sortilegio. L’uomo dell’epoca cibernetica è prigioniero del suo sortilegio ed incapace di uscirne. La «noia grigia» è la condizione assoluta per la felicità del sapiens sapiens ridotto al valore di scambio.

Grazie alla pandemia del Covid19 siamo in presenza di una vera e propria riabilitazione ontologica del simulacro nell’ambito della vita quotidiana e anche nell’ambito dell’economia estetica. La vita quotidiana è già diventata una iconomia, una economia di icone, di simulacri, di immagini. Anche il Covid19 è diventato qualcosa di affine al simulacro. Aleggia, si diffonde ovunque per vie misteriose ed imperscrutabili, un microrganismo fatto di gelatina simile ad un ologramma, ad un simulacro. Il Covid19 è così entrato prepotentemente nel nostro immaginario e nella nostra esistenza quotidiana determinandone ogni singolo atto, sconvolgendo la nostra domesticità, è penetrato nella nostra forma-di-vita determinandone ogni singolo comportamento, inducendoci in paura, angoscia, spavento, noia, orrore, acquiescenza…

Proprio in virtù di queste considerazioni, possiamo pensare la discontinuità ontologica – che non è mai opposizione dialettica ma differenza assoluta
– tra l’uomo dell’epoca pre-cibernetica, pensato in quanto Dasein, a cui è concesso un rapporto di ‘libera’ corrispondenza con l’Essere nel tempo, e l’homo sapiens sapiens dell’epoca cibernetica, il quale, incapace di accedere a questo spazio di ‘libertà’, rimane inchiodato alla necessità biologica della sua «nuda vita» continuamente ‘presente’.

Nella Stimmung della noia diffusa e di superficie che caratterizza l’homo sapiens sapiens, è possibile trovare il punto di massimo contatto tra l’uomo e l’animalità. L’animale è stordito nel suo ambiente, l’uomo è stordito nella noia. Ma si tratta di una noia molto diversa da quella descritta da Moravia nel suo omonimo romanzo (La noia, 1960),* una noia più di superficie, che stordisce il sapiens sapiens ma senza danneggiarlo, perché in fin dei conti è felice della sua posizione nel mondo, felice di non-essere felice.

*[Scrive Moravia ne La noia: “Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi versi essa assomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà. Per adoperare una metafora, la realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno:la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.”]

Covid 19 3Scrive Giorgio Agamben:

«In questo essere ‘consegnato all’ente che si rifiuta’ come primo momento essenziale della noia, si rivela allora la struttura costitutiva di quell’ente – il Dasein – per il quale ne va nel suo stesso essere del suo stesso essere. Il Dasein può essere inchiodato nella noia all’ente che gli si rifiuta nella sua totalità perché esso è costitutivamente ‘rimesso [überantwortet] al suo proprio essere’, fattiziamente gettato e smarrito nel mondo di cui si prende cura. Ma, proprio per questo, la noia fa apparire alla luce la prossimità inaspettata fra Dasein e l’animale. Il “Dasein” annoiandosi, è consegnato (ausgelifert) a qualcosa che gli si rifiuta, esattamente come l’animale, nel suo stordimento, è esposto (hinausgesetzt) in un non rivelato».2

«L’uomo ha ormai raggiunto il suo telos storico e non resta altro, per un’umanità ridiventata animale, che la depolicitizzazione delle società umane, attraverso il dispiegamento incondizionato della oikonomia, oppure l’assunzione della stessa vita biologica come compito politico (o piuttosto impolitico) supremo […]. Di fronte a questa eclissi, il solo compito che sembra ancora conservare qualche serietà è la presa incarico e la “gestione integrale” della vita biologica, cioè della stessa animalità dell’uomo».3

Scrive Antonello Sciacchitano:

Basta un solo quanto iperenergetico – un solo fotone ad alta frequenza – proveniente da chi sa dove (irrgendwoher): dal sole o da qualche lontano cataclisma distante miliardi di anni luce, perché si produca una mutazione in una catena di acidi nucleici e un virus [ad es. il Covid19] si trasformi da innocuo saprofita in pesante patogeno in grado di effettuare lo spillover dall’animale all’uomo e produrre una pandemia.

http://www.journal-psychoanalysis.eu/come-nasce-lideologia/

https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-riflessioni-sulla-peste
2 G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, p. 68.
3 Ibidem p. 79, 80

Covid 19 7Francesco Paolo Intini

Una zona grigia ci separa dall’inorganico

Caro Giorgio,

penso che una zona grigia ci separi dall’inorganico. Tutto parte da lì, dalle leggi che governano questa disciplina e che danno origine alla tavola degli elementi. La natura ci ha messo miliardi di anni per assegnare ad un solo elemento, con l’aiuto di pochi altri, l’onere di portare sulle spalle l’uomo.

E lui cosa ha fatto?

C’è una distanza incolmabile, tra un modo di concepire lo stare nel Tempo, proprio di chi ha dalla sua parte l’ autosufficienza e chi invece vuole conquistarsela contraddicendosi nel momento di reclamarla. Il gioco vede da parti opposte due intelligenze. L’una utilizza soluzioni che preleva da una banca dati inesauribile di risposte ampiamente collaudate, l’altra che fonda tutto su pochi circuiti neuronali che sanno d’invenzione del momento e spesso sbaglia le sue mosse anche se da quelle impara a ragionare come Specie.

Come non condividere quello che tu riporti di Richard Feynman?

«Tutta la conoscenza scientifica è incerta; gli scienziati sono abituati a convivere con il dubbio e l’incertezza.»

Ecco, il Virus è una pedina nelle mani di un giocatore formidabile. Dall’altra parte un formicaio in guerra con sé stesso che arranca nelle risposte e si crogiola nella goffaggine. Credo che i poeti si collochino nel mondo di mezzo, siano la rete del ragno sospeso tra due mondi. Ci capita a volte il nutrimento dell’una o dell’altra parte.

Quale la sua gloria?

A chi appartiene il corpo che di tanto in tanto si affaccia per succhiare e riparare la seta che risplende nella penombra?

Io me lo chiedo anche perché di notte mi si tira con la potenza dell’istinto di conservazione, di giorno mi si muove con la regolarità di un orologio fuori portata.

Un caro saluto.

Covid 19 6Ebola

Liquidare l’uomo. La contabilità delle angosce sul treno
Persino l’Africa diventò America e nell’infiorescenza il voodoo.

Tutto scorre perché un virus abolì la complessità degli organi
Bisognava ricostruire Berlino su un’idea di Tito 70 d.C.

Quali differenze?

Mettere un capriolo al posto di una mela
Invece dell’albero della conoscenza il gruppo sanguigno.

Una schiuma antropomorfa divenne simbolo di intelligenza
Il chopper in mano a un broker vendicava Abele.

Salì sul palco la campagna d’Italia.
Due o tre australopitechi al posto di Napoleone.

Un trasfigurare Austerlitz e diventare marzo 2020.
Dinnanzi ai popoli la mitraglia da cui discese l’ossidiana.

In un angolo della savana la termite accumulò membrane
in salvo la discendenza dei fosfolipidi.

I Dna invece giacevano a distanza
sapevano di pesce marcio, ancora infetti.

Non se ne sarebbe fatto niente senza un’idea volgare.
Al figlio magro l’esilio del fiume.

La mano andò alle generazioni passate.
L’occasione di ricostruire il canino da latte.

Non si era tentato Dio?

Intorno al tavolo dei Gentili rimase poca entropia
qualche miliardo di ossa ancora da liquefare.

Bastava chiedere aiuto,
ma nessuno se la sentì di pagare il conto.

Si trattava di stabilire una distanza.
Capire l’asintoto sull’inorganico.

Nei test c’è sempre qualcuno più intelligente.

Uno iato divide dal Sapiens Sapiens.
Una rete nella penombra di chissà chi.

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17 risposte a “Covid19, La peste e la noia, La «zona grigia», L’homo sapiens sapiens dell’Epoca cibernetica, Una zona grigia ci separa dall’inorganico, Poesia di Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa

  1. Copio e incollo da Il Foglio del 7 aprile 2020

    L’articolo scientifico che solleva più di una domanda sulla gestione lombarda dell’emergenza coronavirus.
    Cinque dei suoi autori sono parte dell’unità di crisi della Regione. Molte le osservazioni che meriterebbero una risposta. Anche dal governatore Fontana e dell’assessore Gallera

    di Michele Usuelli*

    7 Aprile 2020 alle 16:32 L’articolo scientifico che solleva più di una domanda sulla gestione lombarda dell’emergenza coronavirus

    Gira già su alcuni motori di ricerca di articoli scientifici, un contributo preprint non ancora peer-reviewed dal titolo “The early phase of the COVID-19 outbreak in Lombardy, Italy”. Ciò che rende peculiare ed interessante questa pubblicazione, è che cinque tra i suoi autori sono parte della unità di crisi di regione Lombardia. I tecnici di Attilio Fontana e Giulio Gallera si confrontano con i loro colleghi medici e scienziati nel luogo corretto, la pubblicazione scientifica.

    Viene analizzata l’epidemia dal 20 Febbraio all’ 8 Marzo: sono descritti i provvedimenti adottati e l’evoluzione da essi determinata. Nella introduzione si apprende che l’epidemia lombarda è iniziata “molto prima” del 20 Febbraio, il primo caso di Codogno. Questo è il vero motivo per cui non è stato possibile trovare il paziente zero.

    Gli autori hanno studiato i dati dei primi 5.830 casi accertati come positivi e riferiscono (candidamente) che la data di inizio dei sintomi cui sono riusciti a risalire è il 14 gennaio, 36 giorni prima della scoperta del paziente uno. 36 giorni in cui la catena di comunicazione di sorveglianza epidemiologica (Lombardy Notifiable Disease Surveillance System), non è riuscita a far pervenire la comunicazione dalla periferia al Palazzo di casi atipici di infezione polmonare, in un momento in cui nel mondo era in corso una epidemia di polmoniti anomale.

    Non sappiamo dove questo “telefono senza fili” si sia interrotto. Ciò può essere rivelato solo se medici ospedalieri e di medicina generale troveranno il coraggio di dire quando e quali segnalazioni furono fatte alla Regional Health System, Local Health Authorities (ATS, Agenzia di Tutela della Salute). Ciò serve non solo a identificare responsabilità, ma a rimediare subito per “rioliare” un meccanismo arrugginito da decenni di visione ospedalocentrica lombarda, e rimettere a sistema un servizio essenziale e indispensabile adesso e nella sorveglianza dei focolai futuri: medicina preventiva e sorveglianza epidemiologica.

    Altro contributo scientifico originale dell’articolo, ancorché non corredato da numeri a sostegno, è l’affermazione reiterata per la quale gli autori non avrebbero osservato significative differenze nella carica virale dei tamponi tra positivi sintomatici ed asintomatici, esattamente il contrario di ciò che l’assessore Gallera ha riferito in commissione Sanità (di cui sono membro) di regione Lombardia. Un’altra catena di comunicazione da oliare.

    L’articolo dei tecnici di regione Lombardia prosegue indicando ciò che è stato fatto per evitare un “esito catastrofico per il sistema sanitario”: strategie di contenimento aggressivo; un intervento duro e proattivo di tracciamento e test a tutti i contatti dei pazienti sarebbe stato messo in atto dal 21 febbraio. Le autorità sanitare locali (ATS), Regione e Istituto superioresanità hanno introdotto azioni coordinate per limitare la diffusione: tra esse l’isolamento dei casi, il contact tracing, intensive testing e zone rosse attorno alle cittadine più affette. Cioè, è proprio scritto “collaborated to introduce”, non would have collaborated, wished have, should have (avremmo voluto, ci sarebbe piaciuto, avremmo dovuto).

    Anche la definizione di caso sospetto, a cui evidentemente fare il test, necessita di una peer review. Gli autori scrivono: “Un paziente con almeno una tra tosse, febbre e difficoltà respiratoria, senza altra causa dimostrabile ed un link epidemiologico (viaggio in Cina, lavoro in ospedale, essere entrato in contatto con un caso possibile o confermato di COVID 19)”. Questo è ciò che riportavano i documenti del ministero e Consiglio superiore di sanità. Essi però omettono di dire che i tecnici della Lombardia (cioè loro stessi), in data 25 Febbraio inviavano una comunicazione a tutti gli ospedali lombardi, che cambiava sostanzialmente il protocollo ministeriale: il test andava fatto solo a coloro che si fossero presentati in Pronto soccorso con una sintomatologia respiratoria tale da necessitare il ricovero. Questa difformità sostanziale nei protocolli di testing, già da me denunciata a mezzo stampa dal 5 marzo, è stata ricordata anche nel mio intervento in Consiglio regionale il 31 marzo (il consiglio è rimasto non convocato dal 25 febbraio al 31 Marzo!) dove ho consegnato a mano le delibere al presidente Fontana.

    Proseguendo questa review dell’articolo degli esperti di regione, si nota che gli operatori delle ATS hanno raccolto i dati intervistando i casi positivi e i loro contatti, facendo contact tracing, ricostruendo i loro movimenti, contatti, hobbies nei passati 14 giorni. Lo hanno fatto? Hanno continuato a farlo? Dove sono inseriti questi dati, a cosa sono serviti, oltre che a questa pubblicazione? Ciò che apprendiamo dall’articolo è un ritardo medio di 3,6 giorni tra la data di arrivo di un test positivo e la sua registrazione sul database (quale database?, ne esiste uno regionale?). Perché gli autori dichiarano che questo studio non è approdato, come tutti, al parere del Comitato etico?

    L’analisi dei dati mostra come già nella fase iniziale di epidemia, caratterizzata da una crescita esponenziale, il tempo di raddoppio della epidemia fosse più rapido nella bergamasca (3,1 giorni) che non a Codogno (3,4). Quindi era nota da subito una velocità di propagazione maggiore nella zona di Bergamo che non nel Lodigiano.

    Conclusioni: le riviste scientifiche di cui sono peer reviewer, BMC Pregnancy and Childbirth e Italian Journal of Pediatrics quando mi mandano un articolo da valutare, tre le varie cose, mi chiedono se l’articolo sia già pubblicabile così come è arrivato o se sia meglio rispedirlo agli autori con mie domande o precisazioni cui rispondere prima della pubblicazione. Come vedete le domande e le osservazioni cui rispondere sono molte. Sperando che trovino risposta, chiederei di inserire tra gli autori anche il presidente della Regione e l’assessore alla Sanità.

    *medico di terapia intensiva neonatale, Mangiagalli Milano
    consigliere regionale della Lombardia, +Europa Radicali
    membro della commissione Sanità

  2. Uccidete ogni narrazione, perché è dalla narrazione che nasce la paura della morte.
    (Mayoor)

    Rilassatevi: sopra un ramo canta la luna. E’ scesa apposta, e ora fa catenelle dei vostri capelli. Tutto vi sorride. Vi sentite tranquilli, beati. Le palpebre vi si fanno pesanti. E’ piacevole riposare, avete lavorato tanto… ve lo meritate. Giuseppe Conte si è messo in viaggio, al vostro risveglio sarà qui con le caramelle Mou, che vi piacciono tanto… tanto… tanto…

    … State facendo un’esperienza straordinaria. Siete soli con voi stessi… senza rimedio. E’ normale che diate fuori di testa. Osservate… è la vostra follia, quella che avevate in corpo ma non lo sapevate. Siete spaventati. E’ normale. Solo rendetevi conto: non capiterà un’altra volta… dite grazie: grazie Gesù, grazie Maometto, grazie Carletto Marx. La vita è bella, e noi siamo moribondi.

    (May – 8 apr 2020)

  3. Roland Barthes – La camera chiara. Nota sulla fotografia – tr. it. a cura di R. Guidieri [Einaudi, Torino 2003, pp. 130, € 15]S&F_scienzaefilosofia.it Recensioni Portfolio Classic Roland Barthes – La camera chiara. Nota sulla fotografia – tr. it. a cura di R. Guidieri [Einaudi, Torino 2003, pp. 130, € 15] di Fabiana Gambardella

    Il tramonto della metafisica ha decretato la fine della dicotomia tra mondo vero e mondo apparente, sancendo la definitiva vittoria del regno dell’apparenza, dato che, fenomenologicamente ciò che appare coincide con ciò che è. Se, come voleva Hannah Arendt, siamo esseri visibili il cui statuto è mostrarsi all’occhio di un altro che ci riconosca, potremmo dire che il XXI secolo porta a compimento tale paradigma, configurandosi come epoca dell’immagine tout court. L’immagine oggi pare sostituire il linguaggio, la parola scritta, l’espressione viva della mimica nel suo immediato espletarsi, addirittura sembra presentare uno statuto ontologico più certo della vita stessa. La nostra identità pare assumere rilievo non tanto perché siamo al mondo, immersi già da sempre all’interno di un orizzonte di vita e di significazione, quanto piuttosto perché continuiamo a produrre feticci iconografici che ci immortalano in tutti i momenti della nostra vita. Pensiamo ai vari e variegati “diari virtuali” che corrediamo di foto, video e quant’altro possa attestare in maniera inequivocabile la nostra presenza nel mondo. Esistere significa allora essere visti, essere immortalati da un obiettivo che certifica senza inganno alcuno che “noi c’eravamo”. Ne l’avventura di un fotografo, pubblicato per la prima volta nel 1970, Calvino prendeva di mira i “fotografi della domenica”, quelli che con famigliola ridente al seguito, astuccio e apparecchio a tracolla partivano baldanzosi per la solita gita fuori porta. Tuttavia solo quando la settimana successiva avevano in mano le effigi di mogli arrossate in costume da bagno e di vivaci pargoli sguazzanti nell’acqua, la giornata di festa trascorsa diventava reale, tangibile, acquistando «l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può più essere messo in dubbio» (I. Calvino, L’avventura di un fotografo Milano, 1990, p. 39).Ma che cos’è l’immagine e nella fattispecie la fotografia, che, sebbene attraverso forme mutevoli, ha di fatto invaso la nostra società a partire dalla fine del XIX Secolo?È la domanda cui cerca di rispondere Roland Barthes in questo breve quanto ispirato testo.Il desiderio di Barthes è ontologico: della fotografia vuole catturare l’essenza, vuole scoprire cioè cosa essa sia in sé. Lo fa tuttavia a partire dalla propria esperienza personale di Spectator, di soggetto non esperto che guarda le foto. Il suo interesse è di tipo sentimentale più che eminentemente gnoseologico: la foto talvolta gli appare come una ferita.La fotografia al fondo è l’espressione della contingenza assoluta, di ciò che è avvenuto una sola volta: essa «ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente» (Barthes, p. 6). L’immagine per certi versi appiattisce il suo referente all’interno di una tautologia: «nella foto la pipa è sempre una pipa, inesorabilmente» (p. 7). L’ipostatizzazione che mette in scena ha qualcosa del “ritorno del morto”. Al momento dello scatto, colui che viene fotografato non è né oggetto, né soggetto, bensì un soggetto che si sente diventare oggetto. Secondo l’autore si tratta di una micro-esperienza della morte, nella quale si diventa spettri. Una foto può piacerci o non piacerci, colpirci, irritarci addirittura, e tuttavia l’emozione che essa provoca ha solitamente la durata ridotta dello sguardo distratto che la attraversa, mentre la mano sta già sfogliando altro. Di essa non permane neanche il ricordo. Accade però che alcune foto provochino nello spettatore Barthes una specie di «agitazione interiore, una festa, un lavorio se vogliamo, la pressione dell’indicibile che vuole esprimersi» (p. 20). La foto allora diventa avventura, nel senso di avvenire a chi la guarda.Alcune immagini di fotografi illustri risvegliano in Barthes l’avventura: non si tratta tuttavia di un’ammirazione per gli artisti: Barthes ci tiene a precisare che sebbene travolto da Il capolinea del tram a cavalli di Stieglitz, di questo stesso autore non ama altri lavori. La foto che determina la ferita contiene la co-presenza di due elementi: lo studium ma soprattutto il punctum. Lo studium è un interessamento senza particolare intensità, esso è «il vastissimo campo del desiderio noncurante, dell’interesse diverso, del gusto incoerente» (p. 29). Il punctum al contrario è puntura, taglio, fatalità che pungola, ciò che va a interrompere la piacevole contemplazione dello studium. Il punctum tuttavia non ha nulla a che fare con lo shock che possono provocare ad esempio molto foto di reportage, che urlano ma non feriscono. Il punctum si nasconde spesso in un particolare insignificante che però sembra ferire il contesto generale.Un interno, e in posa una famiglia nera americana, siamo nel 1926. Lo studium è facilmente identificabile e antropologicamente interessante: «esprime la rispettabilità, il familialismo, il conformismo, l’indomenicamento, uno sforzo di promozione sociale per arrivare a fregiarsi degli attributi dei bianchi» (p. 44). Fin qui nulla di strano, fino a che agli occhi dello spectator sale la commozione: non stava, come inizialmente presagito, nella larga cintura della sorella, nella sua posa da scolaretta con le mani dietro la schiena, né in un paio di scarpe con il cinturino, bensì in un filo d’oro al collo, che riconduce l’autore ai suoi personali ricordi d’infanzia. Il punctum è sempre inintenzionale, esso non fa emergere l’arte del fotografo, ma solo il fatto che egli era là; esso attesta in maniera necessaria l’assoluta contingenza dei fatti. Il punctum è in fondo il punto di fuga dell’oggetto dalla sua condizione di oggetto, dalla fissità mortifera cui di solito è consegnato attraverso lo scatto; esso fa uscire la foto dalla sua consustanziale immobilità, crea una sorta di campo cieco: «a causa della sua collana, la negra vestita con l’abito della domenica ha avuto, per me, tutta una vita non legata al suo ritratto» (p. 58).Il punctum allora è una specie di fuori-campo «come se l’immagine proiettasse il desiderio al di là di ciò che essa dà a vedere» (p. 60).L’analisi di Barthes si fa sempre più personale: in una sorta di ricognizione proustiana della madre e della sua amata effigie, l’autore cerca di ritrovare la sostanza del volto amato all’interno di alcune vecchie foto. Il tentativo pare essere destinato a fallire: «mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false» (p. 68). Finché la “verità” del volto amato fa capolino tra le pieghe ingiallite di una vecchia foto che ritrae la madre bambina in un giardino d’inverno. Quella foto secondo l’autore realizzava utopisticamente la scienza impossibile dell’essere unico. «Avevo capito che bisognava ormai interrogare l’evidenza della Fotografia, non già dal punto di vista del piacere, bensì rispetto a ciò che si potrebbe chiamare romanticamente l’amore e la morte» (p. 75). Il noema della fotografia è infatti l’ “è stato”, a differenza di altri canali comunicativi la foto attesta senza ombra di dubbio la presenza della cosa, che non è mai metaforica: «la Fotografia non rimemora il passato […] L’effetto che essa produce su di me non è quello di restituire ciò che è abolito (dal tempo, dalla distanza), ma di attestare che ciò che vedo è effettivamente stato» (p. 83).Certezza insindacabile che non ci è data dal linguaggio, che è invece traccia, a ogni momento simulante e dissimulante. Il linguaggio crea e inventa, la foto non può: «ogni fotografia è un certificato di presenza» (p. 87). Certezza dell’immanenza di ciò che è stato, la foto è tuttavia priva di avvenire; a differenza del cinema, essa non è minimamente protesa. A differenza del cinema, per Barthes la foto è “indialettica”: «se la dialettica è quell’idea che domina il corruttibile», la fotografia «è il teatro morto della Morte, l’impedimento del Tragico» (p. 91), che esclude qualsiasi catarsi.Nella fotografia il tempo è ostruito. A differenza di quanto si crede, essa non fa emergere il ricordo, lo blocca poiché costituisce un contro-ricordo.La fotografia ha a che fare con la crisi della morte che investe la seconda metà del XIX Secolo, costituisce l’irrompere di una morte a-simbolica al di furi del mito e del rito.Il materiale stesso di cui è fatta è corruttibile; la fotografia allora, sebbene testimonianza certa rimane effimera, al contrario del monumento, che rendeva eterno il ricordo in qualche modo trascendendo la morte. Ciò che scompare insieme alla foto, non è solo la vita, ma l’amore: «Davanti all’unica foto in cui mio padre e mia madre sono ritratti insieme, di loro che so che s’amavano, io penso: ciò che sta per scomparire per sempre è l’amore come tesoro; infatti quando io non ci sarò più, nessuno potrà più darne testimonianza: non resterà altro che l’indifferente Natura» (p. 95). È da questo che u altro sentimento va sgorgando: la pietà.Il punctum allora emerge laddove io cingo ciò che è morto o che sempre, inevitabilmente sta per morire. La foto, che dunque ha a che fare con la follia «riporta alla coscienza amorosa e spaventata la lettera stessa del Tempo».

  4. Giuseppe Gallo

    Ho chiuso a chiave la fantasia. Ho ripetuto con calma e indifferenza la cantilena di Lucio Tosi e “il grigio” dell’ultima Zona gaming mi ha “morto”…

    • Caro Giuseppe Gallo, Giuseppe,
      converrai che il polittico non può tutto, specie se si vuole tentare una piccola ipnosi. In questo caso, molto meglio la cantilena. Poi, lo capisco, invece di nominare il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, avrei fatto meglio a cavarmela con un lirico “Odisseo” – come fanno i più, o almeno quelli che abbondano di fantasia; ma il presente lo tengono a distanza (di metafora).

  5. AI POETI DEL DOPO-CORONAVID-19

    El Clarin. Prima Pagina.
    BUENOS AIRES. 10 SETTEMBRE 1972.

    ALEJANDRA ESCE DAL GIARDINO DELLE MERAVIGLIE
    O FORSE COSÌ VI RESTA PER SEMPRE.

    SUL COMODINO ACCANTO AL LETTO L’ULTIMA LETTERA:
    «MIGUEL, AMICO, on n’a pas été des lâches.

    On a fait ce qu’on a pu».

    Miguel Otero Silva da Berlino:
    « NIE WIEDER ZENSUR IN DER KUNST».

    «Non siamo stati vigliacchi.
    Abbiamo fatto quel che abbiamo potuto».

    «Nessun freno di censura nell’Arte».
    […]
    «Perché lo hai fatto? Perché tante boccette di barbiturici vuote?»
    «Perché non riuscivo più a bere la parola “acqua”.

    Le parole che mi hanno dato nutrimento
    Non hanno più consistenza di materia.

    Non mi fanno più sentire né corpo né viva nella vita.
    E neanche più donna».

    Lautréamont invia un sms a Michaux:
    «E’ una tragedia, un disastro.
    Da Borges a Hölderlin, da Rilke a Mallarmé…

    Tutti hanno abbandonato Alejandra
    Il suo Male? L’Inferno dell’Incomunicabile».
    […]
    Mme Colasson sfonda la porta con un piede di porco.
    Una camera al buio.

    Dalla pistola di Milaure Colasson parte una pallottola.
    Sfiora il braccio destro del commissario Ingravallo a Via Merulana

    Mentre si accende un’altra sigaretta.
    Colpisce al petto un poeta di Milano.

    “Chi è? Qualcuno di voi lo conosce?”
    “E’ il poeta che in undici frasi mette tredici aggettivi qualificativi…”
    *
    Gino Rago

  6. Giuseppe Gallo

    Carissimo, Lucio Mayoor Tosi, va bene così? Molto probabilmente sono stato frainteso… mi spiego. Ho seguito il tuo suggerimento ipnotico e mi sono ritrovato in quella “Zona grigia” come l’ha denominata Giorgio Linguaglossa e che io, altre volte, ho chiamato “Zona gaming”. Niente di più e niente di meno. L’unica differenza è che tu hai trovato “moribondi” , io una sequenza di cadaveri… comprese le parole! Avrei voluto aggiungerci anche le metafore, ma non è stato possibile: non si può morire senza un briciolo di ironia!

    • Vi è qualcosa nel lascito del poeta Czesław Miłosz, a proposito di metafore, che mi fa riflettere. Non le amo tanto, a volte le parole si dispongono in modo da sembrare metafore. Mi sembra però che siamo andati oltre… verso una poetica principiante, del farsi principio o dell’origine. Grazie per avere compreso l’ironia.

  7. … a proposito della «zona grigia»

    Stanza n. 91

    Una crossdresser nuda con la gabbia per il pene oscilla sull’altalena,
    manda dei kiss kiss e dei cuoricini al gentile pubblico.

    Il Commissario con la mascherina interroga Enceladon.
    Il pappagallo giallo-verde sventola la bandiera italiana alla finestra.

    Ripete ossessivamente:
    «Preferiti, Commenti, Scarica, Condividi, Chi siamo!»

    Il trans Aurelio augura a tutti: «Merry Christmas!».
    La femboy Barbie si dichiara credente, fa sesso con Zozzilla
    davanti alla webcam.

    Lady Malipierno porta al guinzaglio la tgirl Andrea con manette dorate fetish.
    Chiede al cagnolino di abbaiare.

    Fanno ingresso in scena il Commissario e il filosofo Cogito,
    si accomodano in poltrona e guardano un film porno.

    «I comunisti sono scomparsi», dice il Commissario.
    La subgirl Korra Del Rio prende il caffè

    before bondage banging.
    Le gemelle Kessler agitano le gambe sul palcoscenico.

    «Il telefono senza fili si è interrotto, dove non sappiamo»,
    dice l’assessore alla sanità lombarda

    mentre il Covid19 se ne va allegramente in giro da 39 giorni.
    «Outbreak in Lombardy, Italy», titolano i giornali esteri.

    La tigre dello zoo di New York ha il Coronavirus.
    Il pappagallo dichiara all’erario che ha fatto l’autocertificazione.

    L’Anello fallico vibrante gold cammina in compagnia di un set per bondage
    e un kit sadomaso new style.

    Lady Fremdy passeggia in via Sistina con collarino nero in pizzo,
    stringatura in lacci e borchie di metallo ai seni.

    Il Signor Spectator dice: «Nella foto la pipa è sempre una pipa»,
    si fa un selfie con la crossdresser Andrea Lou Salomè.

    Il vento del meriggio accompagna i passi del filosofo.
    Cogito torna a casa nella Marketstrasse n. 7.

    Fischietta il ritornello da avanspettacolo degli anni sessanta:
    «La notte è piccola per noi, troppo piccolina!…»

  8. Carlo Salzani

    Agamben sostiene che la macchina di tortura della leggenda kafkiana è, in realtà, il linguaggio: e cioè che il linguaggio è, sulla terra, uno strumento di giustizia e castigo, e il segreto della leggenda è rivelato in una frase che egli cita dal romanzo Malina di Ingeborg Bachmann (alla cui memoria Idea del linguaggio II è dedicato): «Il linguaggio è la pena». Il linguaggio in quanto significazione, per Agamben, è intrinsecamente legato al «giudizio»: «la logica ha il suo ambito esclusivo nel giudizio: il giudizio logico è, in verità, immediatamente giudizio penale, sentenza».

    È questo il vero significato del linguaggio, che elude la comprensione, finché per tutti arriva «la sesta ora», in cui misuriamo e comprendiamo la nostra colpa, e giustizia è fatta. Tuttavia la svolta interpretativa avviene nella seconda parte della leggenda, quando l’Ufficiale,dal momento che comprende di non poter convincere l’Esploratore a sostenere la sua causa (la conservazione del vecchio sistema di punizione), libera il Condannato e prende il suo posto nella macchina. Il testo che la macchina deve ora scrivere sulla carne dell’Ufficiale non ha, nota Agamben, la forma di un comandamento preciso (per esempio «onora il superiore», come nel caso del Condannato), ma consiste invece nella pura e semplice ingiunzione «sii giusto». Quest’ingiunzione non solo distrugge la macchina, ma viene anche meno al suo stesso compito: «L’erpice non scriveva, solo si conficcava. […]non era tortura, […] era assassinio e basta».
    .
    Il precetto «sii giusto», sostiene Agamben, è l’istruzione che deve distruggere la macchina; questo significa che il significato ultimo del linguaggio è l’ingiunzione «sii giusto», ma proprio il senso di quest’ingiunzione è ciò che il linguaggio – nella sua funzione significante – non è in grado di trasmettere. Per poterlo fare deve smettere di eseguire il suo compito «penale» – e cioè, significante. Che per l’Ufficiale, alla fine, non ci fosse, «nel linguaggio, più nulla da capire»,significa per Agamben che la «giustizia» del linguaggio risiede solo nella sua distruzione – o, meglio, deposizione, désœuvrement – messianica, nel superamento messianico della sua struttura significante/penale.
    Idea del linguaggio è riprodotta parola per parola, con il titolo Nella colonia penale, come seconda delle Quattro glosse a Kafka, pubblicate l’anno seguente. Anche la prima «glossa», intitolata Sulla morte apparente, tratta dello stesso soggetto: il linguaggio. Agamben si ispira qui all’omonima leggenda di Kafka per sostenere che il linguaggio è come una morte apparente. Come nel mito platonico della caverna, anche nella leggenda kafkiana, scrive Agamben, il momento decisivo è quello del ritorno. La morte infatti è l’impossibilità del ritorno, e in essa non c’è posto per noi. Solo chi ha fatto ritorno da una morte apparente sa che da una vera morte non sarebbe potuto tornare. Quindi ha derivato l’idea di una vera morte proprio da una morte apparente; e cioè: che esista qualcosa da cui non si può tornare egli l’ha scoperto solo fingendo di essere tornato da essa. Allo stesso modo, la parola non è mai stata al di fuori del linguaggio, nel non-linguistico; il non-linguistico, «l’indicibile», sono solo invenzioni del linguaggio stesso, e solo nel linguaggio è possibile concepire tali idee. Quindi Agamben conclude:

    Nel punto in cui comprendiamo la parola come parola, cessiamo di immaginare parole al di là della parola, cessiamo di fingere di essere stati nella vera morte. Tornati da dove non siamo mai stati, siamo finalmente qui, dove non potremo più tornare. Il non-linguistico, taciuto dalla parola, è ora perfettamente dicibile
    .
    L’idea del linguaggio alla base di questi testi deriva dai saggi giovanili di Benjamin sulla lingua. Agamben postula, con Benjamin, il necessario intrecciarsi di significazione e giudizio, e questa è l’idea centrale che sostiene :

    anche – sebbene rimanga spesso inavvertita – tutto il suo progetto sulla biopolitica. In Homo sacer (1995), infatti, questa affinità è usata proprio per spiegare il paradosso della sovranità: proprio come una parola acquista potere denotativo solo nella misura in cui sussiste indipendentemente dal suo uso concreto nel discorso, così la norma può riferirsi al caso concreto solo nella misura in cui è in vigore, come pura potenza, nella sospensione di ogni riferimento reale, nell’eccezione sovrana; proprio come il linguaggio presuppone il non-linguistico come ciò con cui si deve mantenere in una relazione virtuale così da poter poi denotarlo nel discorso concreto, così la legge presuppone il non-giuridico come ciò con cui si mantiene in una relazione potenziale nello stato di eccezione.

    Questa struttura necessaria può solo essere sospesa nella deposizione messianica, nel «giorno della Gloria»,di qualsiasi significazione e quindi anche di qualsiasi comandamento e di qualsiasi legge. In Il tempo che resta (2000) e Il Regno e la Gloria (2007), la poesia, o, meglio, il poema, è preso come esempio di quell’operazione messianica che disattiva il linguaggio nelle sue funzioni comunicativa e informativa, e in cui il linguaggio finalmente contempla la propria potenza e si apre a un nuovo, possibile uso. Se i testi di Idea della prosa e Quattro glosse a Kafka, a livello contenutistico, sono debitori della teoria benjaminiana, la loro «forma» è però singolarmente «kafkiana»: essi non presentano una «teoria» nella forma accademica abituale; non «spiegano», ma propongono invece, in modo alquanto evocativo, una figura e un paradosso. Il paradosso non solo mette in questione la possibilità dell’interpretazione, ma spinge anche la filosofia ai suoi limiti.1

    Questi testi esemplificano perciò la più intima relazione di Agamben con l’opera kafkiana: come Liska ed altri hanno notato, Agamben, come Benjamin, trova negli scritti di Kafka sia una diagnosi critica dello stato del mondo – del linguaggio, come in Idea della prosa e Quattro glosse a Kafka, o, più spesso, dello stallo culturale e politico della modernità – sia le tracce di un’inversione messianica.*

    1 Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, 1995 p. 26
    *https://www.academia.edu/39694144/In_un_gesto_messianico_Agamben_legge_Kafka

  9. Un parrocchetto è di fronte a me. C’è un via vai di questi uccelli che di questi tempi costruiscono i nidi. I pini che circondano la mia casa sono isole nel Pacifico. Quasi tutte sono state conquistate da questi guerrieri. Resiste ancora qualche corvo spaurito che di tanto in tanto si posa su un’ antenna, sempre più in alto. Nessun passero. Quest’anno il bouganville non è fiorito ma ha comunque i rami coperti di spine dell’altro anno. Il nostro ha imparato a curvarli ed intrecciarli senza farsi male.
    Una corona di spine in cui far nascere i piccoli gli sembrerà il miglior riparo dalle tempeste che di tanto in tanto qualche gazza organizza mettendosi in testa idee di sovversione.
    Sono idee che non hanno seguito e dunque falliscono prima ancora di produrre qualcosa.
    Così il dominio resta e si fortifica di casamatta in casamatta.
    Tutto questo è avvenuto negli anni scorsi, sotto gli occhi di tutti.
    A vederli sembrano davvero belli ma a sentirli di certo non possiamo paragonarli al cardellino o all’usignolo. Ben altra tempra hanno Ungaretti, il classico Quasimodo, l’immortale Montale.
    Eppure in quel gracchiare potente si cela il segreto delle spine, la capacità di raccontare il presente. Come si presta ad essere sgranocchiato senza possibilità alcuna di progettare qualcosa che non sia merce.
    A che serve il bel canto?
    C’è tutta l’ irruenza di Withman e l’anima di Lorca contro il capitalismo al collasso, la giungla in cui si trasformò il ‘29 dell’altro secolo con i cobra in vetta ai palazzi del potere.
    Anche la mia casa è un’isola nell’Oceano ma non tanto lontano dal continente dove i mercati crollano, le banche chiudono, lo spread impazzisce e la gente muore di polmonite acuta.
    Di tanto in tanto azzardo un volo. Provo qualche verso, imito i piccoli abitanti delle Figi, senza nostalgia alcuna percorro distanze che non pensavo fossero vere. La terra sembra non avere un limite estremo. Le acque sembrano infinite. Mi è sempre piaciuto andare allo scoperto, viaggiare in terre inesplorate. Io e gli elementi.
    Il ritratto di Magellano è sul mio letto. Il suo fantasma è anche il mio, ucciso in una guerra sconosciuta. Mi sarebbe piaciuto che Pigafetta non fosse mai tornato.
    A quanti non interessa il quarto d’ora di fama?
    Me lo chiedo.
    Nessuna terraferma per il momento. Però di dentro mi chiamano. Non è l’equipaggio.. Arriva l’ ora a ricordarmi che c’è comunque un ingranaggio da tenere in efficienza. Far funzionare il meccanismo è mio dovere.
    Ho sentore di un’energia del tutto nuova che si sta accumulando nelle molle degli apparati. Si avverte una forza estrema che esploderà con la potenza di mille mesi di Maggio. Per il momento ancora in maschera.
    Per simmetria però suppongo un bluff. Ho piaceri minimi con me.
    Di Lavoisier che sollevano con un soffio la lama della ghigliottina ancora non ne conosco e dunque non mi fido di politici che dicono che tutto cambierà, persino la noia, persino il piacere estremo di abbattere il bandito del secolo in diretta.
    Penso ai parrocchetti invece, a quale casamatta occuperanno domani senza mascherarsi da serpenti a sonagli.

    [PLATEAU] Nella strozzatura di clessidra
    la faccia ebete della terra.

    A luna ridens corrisponde
    uno sguardo di Gorgona.

    Cosa si vorrebbe da queste mani possenti?
    Una tappa di era glaciale?

    Sale Newton sul plateau
    il prato su cui portare il dobermann.

    Aprile partecipa senza sussulti
    sbuccia una mela dal torsolo

    Mai visto un Dna spendere tanti euro
    senza produrre una proteina.

    Finiremo con una vista governata dai reni.
    Che fine ha fatto il telecomando?

    L’ultima volta che ci eccitammo
    Fu per l’uccisione di un bandito internazionale.

    Estraemmo vermi dal fegato
    e nervi su cui passeggiare per un millennio.

    Alle sette di sera cadevano lucciole cieche

    Si ordinò ai peschi di restare nei boccioli
    Divieto assoluto di trasformarsi in frutto.

    Portarono l’ ultimo pasto alla contraddizione.
    Sul muro un temporale.

    C’erano bisonti e api forse il bisogno
    Ma i nomi si erano persi.

    Nessuna corrispondenza con i suoni della bocca.
    Gridavano maggio ma ghiacciava la voce

    Una donna retrocedeva su passerella.
    Un bacino, alto e tondo su perno centrale

    Le mani penetrate da viole.

    Ologrammi perfetti per le strade.
    Tanti che non si potevano nominare.

    Le lingue accatastate nell’organico.

    [L’AUTODAFÈ DA’ INIZIO ALLO SPETTACOLO] Alla scomparsa del Sole si accompagna
    un residuo di biancospino.

    Non aver visto quello che succedeva
    Ha nuociuto agli occhi.

    L’altro lato mostrava crateri bianchi
    Le pupille non si sono mantenute intatte.

    Da oggi rispetterà i ragni.
    Più solido dell’acciaio il cristallo della seta.

    Il mandorlo aiuterà ad annusare il vuoto.
    La peristalsi non assicurerà il sesso.

    Invece di Botticelli arriva un parrocchetto
    a strappare il bouganville.

    Costruire trincee, obbedire a strategie
    di uno che non è stato scimpanzè.

    Un refolo dalla porta suggerisce terrore.
    Lo stesso di una rondine radente l’asfalto.

    Alla scomparsa degli uomini seguì
    il guadare di gnu sull’ autostrada.

    [FERMATA AL GRANATELLO] Ci sono colori che agitano braccia
    e buchi che assomigliano a falchi

    Si parla senza gusto di cioccolatini.
    I denti vanno sul sicuro.

    In tempi di masticazione lenta
    accadono cose che lo stomaco non ha mai visto.

    La digestione investe il bar dell’angolo, la sparizione
    di una rotatoria crea vortici di auto.

    La distanza è percorsa in pochi istanti
    ma certe costanti sembrano accelerare il passo.

    Cosa chiedere di più ad una macchina ferma?

    C’è l’elettrolisi sul pianerottolo
    e un fulmine sale le scale.

    L’assicurazione va a passo di valzer.
    Una chitarra genera piccoli Hendrix

    e dal basso un tocco di Metternich
    rimette il Borbone sul trono.

    Non sarà come prima, versi anarchici fino al 20,
    esametri d’ora in poi.

    Dai limoni di Sorrento nasceranno baobab.
    La stirpe sanfedista è sanguigna.

    Schiaccia le margherite.
    Impicca pulsar agli alberi maestri.

    Il Requiem dà tranquillità alla corte.
    L’ agave si richiude a tabacchiera rococò.

    Da dove quest’ accidia nelle locomotive?
    Diventarono perfette.

    Togliersi di dosso nuclei marci significò
    pranzare nel nocciolo di supernova.

    Dal finestrino vedemmo la costellazione Edipo.
    Una carezza, un bacio sulla bocca.

    Sulla locomotiva salì la regina
    La caldaia mandò una colomba.

    Grazie Giorgio, grazie amici dell’OMBRA

    Francesco Paolo Intini

    • Caro Francesco,
      letto e riletto, ecco il mio feedback:

      degno di un film di fantascienza, non Blade Runner ma qualcosa di attinente ai disegni di Enki Bilal; che, ricorderai, per gli amanti del genere fu al centro di una disputa: chi lo preferiva a Moebius e chi no – toni foschi e drammatici quelli di Bilal, filosofico e surreale Moebius. Per la regia vedrei bene Spielberg. Questo per significare che, forse, fino ad oggi ho sbagliato a prenderti sul serio; la realtà non si può mai dire e, a parer mio, a meno di escludere la gran parte dell’universo, nemmeno la realtà sociale. Inoltre disapprovo, in generale, l’approccio sempre negativo, lo trovo facile; nella poesia NOE, se manca di “tempo interno”, viene meno l’intento ontologico. Apprezzavo però l’andamento zigzagante, il contrasto dei significanti, le parole gettate. Preferisco così, la mia lettura di oggi, perché toglie quel velo di aderenza alla realtà che si suppone messo lì per creare partecipazione, identificazione, mentre è chiaro che contiene del giudizio. Tutte cose, queste, che solo una buona finzione può rendere con efficacia. Non so se tu sia d’accordo. Sono tempi duri.

      • Caro Lucio, Lorca cantava tempi forse ancora più duri,.
        Troppe ore attaccati ai PC, da farsi saltare le pupille e cadere in un mondo di iperconnessione tra reale e virtuale, 24 h su 24, non portano ottimismo, ma vediamo. Fondamentalmente il mio intento non è né pessimistico né ottimistico.
        Nella mia filmistica c’è anche Matrix.
        Pillola blu o rossa?
        La sera, nel mio dormiveglia mi tocca scegliere. Talvolta sbaglio e mi ritrovo al buio tra catene di impegni del giorno dopo, sopraggiunge il rumore delle cremagliere, delle catene di montaggio del lavoro anche quello intellettuale e di ricerca.
        Mi perdo in esse come Charlot, uscendone a pezzi in preda a stordimento, convincendomi che avrei fatto bene a ingoiare l’ altra pillola. Altre volte sbaglio di mattina e allora mi ruotano attorno visioni di gechi enormi e agavi mangiatrici di auto. Il traffico intero si lascia ingoiare dalla bocca di una rotatoria, quella di un carcere sotterraneo che diventa il mio stesso lavoro.
        Vedo parrocchetti destinati ad un potere sempre più grande, a fare forse un salto di qualità e prendersi quello dei nostri politicanti.
        Chi è che beve il mio caffè alle quattordici di un giorno feriale, al bar dell’angolo su una via importante di Bari vicina alla sua Università? Me lo chiedo guardandomi in uno specchio di argento liquido da cui non riesco a staccare il viso.

        Il pessimismo che tu vedi viene fuori da questa frustrazione di scegliere in maniera indecisa, cronicizzatosi in scelte a metà tra realtà e finzione che offrono con una mano soddisfazione e l’ annullano con l’altra. Il tempo in questo modo incespica nei progetti, ha uno strano modo di fingere realtà.
        È il suo stallo nei cieli del senso.

        Poi c’è Matrix con le sue domande e le risposte.
        Dunque cos’è l’uomo?
        Una pila.

        Ma si può scoprire il piacere di giocare a scacchi anche senza una soluzione su cui contare, estraendo piacere dal Nulla di un risvolto dei pantaloni di Prufrock:

        “Divento vecchio… divento vecchio…
        Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.”

        Questo sì che mi interessa perché diventando vecchi sento di rimpicciolire sempre di più e ciò mi sembra oltremodo desiderabile almeno quanto non aver mai cercato successo e fama. Chissà che non sia la cabina telefonica giusta attaccata al filo di speranza che separa dal pessimismo. D’altro canto penso di riuscire per Maggio a realizzare alcune cosette di cui vado fiero.
        Ciao e grazie

  10. Giuseppe Gallo

    Carissimo Gino, anche a me capita, a volte, di non riuscire a “bere” qualche parola…
    “Perché non riuscivo più a bere la parola “acqua” (Gino Rago)

    Il Padre si alzò dal divano e spense il televisore.
    Le parole gli piovevano addosso come la grandine del giorno prima.
    Si guardò in giro. La Moglie in cucina,
    il Figlio a percuotere le pelli dei tamburi.
    Afferrò la prima parola che gli venne a tiro
    e la spiaccicò sul piano della scrivania.
    La seconda la schiacciò sul dorso dei libri allineati sullo scaffale.
    -Che c’è? gli chiese la Moglie dalla cucina.
    -Faccio un po’ di pulizia! Le rispose il Marito.
    La terza la affogò nel water insieme alla carta igienica.
    La quarta e la quinta le scaraventò dalla finestra sul marciapiede.
    Il Figlio sentì gli insoliti rumori.
    -Che c’è, Padre?
    -Poco o niente, Figlio. Mi preparo al…
    -A cosa, Padre? A che ti prepari?
    -Al… al…
    E ammutolì per sempre.

  11. Ewa Tagher

    gentile Signor L.,

    non passa giorno senza che io, finito di accudire gli animali del Circo,
    non pensi a Lei e alla Rivista

    con profonda pietà per me stessa.
    Non riesco a leggere più nulla, a scrivere più nulla.

    È come se il tempo del Covid 19 mi avesse ricoperta di polvere.
    Sono io stessa diventata resto archeologico.

    Mi sono trasformata in uno scarto: aspetto che qualcuno mi riutilizzi per qualcosa di nuovo.
    Nel frattempo rimango in un angolo, atterrita.

    Ricordo soltanto che un tempo ero capace di immaginare il vuoto.
    E ne scrivevo.

    Ora che nel vuoto mi ci trovo ho rotto un tabù
    e non ho nulla contro cui combattere.

    Spero, di cuore, che Herr Cogito trovi subito un antidoto.
    Nel frattempo la abbraccio.

    E per quanto possibile,
    Le auguro un sereno soggiorno

  12. gentile Ewa Tagher,

    Il 10 marzo 2016 scrivevo a proposito del «frammento»

    Aprendo un libro della mia libreria, mi sono trovato dinanzi ad un reperto del passato che avevo dimenticato: una lettera d’amore di una donna di cui ero stato innamorato e di cui avevo perfino disperso il nome. Nel rileggerla, sono rimasto fulminato. E l’ho subito richiusa nella bara di un altro libro della mia libreria. Un’altra volta, ho pescato un pezzetto di carta. C’era la calligrafia di mio padre e la sua firma: «Filippo». Ed era così simile alla mia quella calligrafia che ne sono rimasto turbato e spaesato. Un’altra volta, con il gomito ho urtato una ceramica che raffigurava una ballerina (che detestavo, regalo di una donna di tanto tempo fa). Ecco, ho pensato, finalmente il mio inconscio ha avuto la meglio sulla mia coscienza che tentava di mettere al riparo quella statuetta dalle sue ire. Un’altra volta, aprendo un libro, mi sono trovato di fronte ad una cartolina da Samarcanda che raffigurava delle statue di poeti russi con una scrittura che diceva: «un giorno anche tu sarai tra di loro». È stato spaventoso.

    Un giorno (siamo verso la fine degli anni sessanta), entra un ragazzo nel negozio di scarpe di mio padre. Lo riconosco subito. È il mio compagno di banco della V elementare. Lo abbraccio. Mi racconta che faceva il mestiere di trapezista presso il Circo Togni. Rimasi fulminato. Da allora non l’ho più rivisto, ma il pensiero di lui che volteggia al trapezio mi ha sempre invaso la mente.
    Tutto sommato, anch’io, come lei cura i leoni del Circo e il mio vecchio compagno delle elementari volteggia sul trapezio, faccio il trapezista. Ogni giorno mi addestro nella palestra di insicurezza e di aleatorietà della poesia. Eseguo volteggi in aria, tripli salti mortali. Il polittico è questo: saper fare tripli salti mortali, volteggi senza toccare terra con i piedi. Ho imparato l’arte del coraggio che altro non è che il dominio della paura.

    Ecco, adesso l’ho imparato, questi frammenti di vita sono importantissimi, sono reperti di un’antica città morta dissotterrati come da uno scavo archeologico che ci rimandano ad un lontano passato. Ecco, questi ritagli, questi frammenti sono transitati, in veste irriconoscibile, in alcuni luoghi delle mie poesie, questi frammenti sono importantissimi per il nostro sguardo di oggi. Il frammento un tempo è stato vita, reca la traccia di tutte le contraddizioni, di tutte le illusioni, di tutte le sconfitte e di tutti gli amori, di tutte le cose che abbiamo amato e odiato. Perché questi frammenti sono così importanti che, al loro apparire, ci turbano? Cosa hanno in sé che ci turba? Ecco, io credo che sono importanti, molto importanti anche per la scrittura di un romanzo o di una poesia. Il frammento è stato vita che si è raggelata. C’è in essi il sigillo della morte, perché il passato è morte. È la sede dell’Assoluto. Ma è stato anche vita, la nostra vita. Adesso ho capito, retrospettivamente, quanti di questi frammenti ci siano disseminati nella mia poesia.
    Con questi frammenti ho puntellato la mia poesia.

  13. tizi88

    A proposito della noia..

    Il dono più gradito del Covid-19, la perdita di tempo. Viviamo in una società in cui, normalmente, i tempi delle giornate sono frenetici e concitati. In cui dobbiamo dare al nostro passo quotidiano un ritmo centometrista ed accelerare esasperatamente le nostre azioni per non perdere tempo. Il tempo. L’unico vero boia della nostra esistenza, capace di stabilire chi può sopravvivere e chi deve perire nella corsa all’autorealizzazione superomistica. L’estetismo portato all’estremo, la volontà di primeggiare e di imporre la propria supremazia sull’essere più umile e naturale, sapientemente incapace di corrompere gli ordini della creazione. La dialettica dell’uomo sopra l’uomo. L’illusorio trionfo del cretino. Il principio machiavellico dell’odio-motore delle azioni dell’essere umano. In questa logica chi perde tempo è morto. Chi sta solo a guardare viene accecato dalla scaltrezza di chi agisce e compromette, di chi compra e imbastardisce. Oggi non è tempo di perdere tempo. Non è tempo di perdere.
    Perdita di tempo non è tempo di perdita però, ma di vittoria e di conquista. È ciò che tutti inconsapevolmente miriamo e contestualmente ingiuriamo. Perdiamo poco tempo per avere tempo di perdere tempo, anche se non lo sappiamo. Quello che ci schernisce è però nella natura della nostra ambizione e finiamo così nella centrifuga dell’ottimizzazione, il braccio destro del tempo.
    Dobbiamo guardare la perdita di tempo come il mezzo, oltre che il fine, per non cadere nella frenesia. Perdere tempo è costruttivo: si dice condizione di rilassamento e di riflessione, di promozione di uno stato di quiete interiore che accresce la consapevolezza di noi. E dello spazio in cui viviamo. Necessario, il cammino verso la crescita della presa di coscienza, per non arrivare ad esasperare i nostri stili di vita e il nostro eco-sistema confinandoli in un punto di non ritorno.

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