Gino Rago, Storia di una pallottola, Poesia inedita, Prima e seconda versione, Il Polittico come struttura instabile aperta, Editoriale n. 9 de Il Mangiaparole, Giorgio Linguaglossa

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È il «reale» che ha frantumato la «forma» panottica e logologica della tradizione della poesia novecentesca, i poeti della nuova ontologia estetica si limitano e prenderne atto e a comportarsi di conseguenza.
1a stesura

Gino Rago

Storia di una pallottola

La volontà di fare di sé stessi un fuoco. Una rivoltella.
Una pallottola entra nella tempia destra di Carlo Michelstaedter.

Da Gorizia vaga per anni sulle trincee del Carso, sulle doline, sull’Isonzo.
Daniil Charms a distanza di chilometri

sente nell’aria come un sibilo ma non dà peso al fatto:
«Forse è’ un alieno sulla mia testa o uno starnuto dal Cremlino…»

La pallotola entra in un monolocale, si ficca in un’altra pistola.
Parte il colpo. Scoppia il cuore di Vladimir Majakovskij.

La pallottola-dei-poeti fuoriesce dalla spalla,
Lascia la stanza:«Ho un’altra missione, non posso arrestare la mia corsa,

Non mi fermano né il tempo né lo spazio
Né le forze di attrazione della terra e della luna».

Torino. Agosto. 1950. La pallottola-dei-poeti rompe i vetri
Di una camera dell’albergo Roma.

Cerca un’altra tempia.O un altro cuore. Afa. Nemmeno un’anima in giro:
«Tardi, troppo tardi…»
[…]
Il poeta è già morto. Cartine di sonnifero dappertutto.
Sulla copertina dei Dialoghi con Leucò:« Perdono a tutti e a tutti chiedo Perdono… Non fate troppi pettegolezzi».

La Stampa. Prima pagina. Morto-suicida-Cesare-Pavese.
La pallottola lascia di corsa la camera dell’albergo.

Ha fatto in tempo a leggere su un foglietto non visto da nessuno:
T. F. B… Su un altro foglio (Connie).

Un agente della STASI ruba i due foglietti.
Con il primo treno parte da Torino in direzione di Berlino Est…

*
2 stesura

Storia di una pallottola

Una rivoltella.
Una pallottola entra nella tempia destra di Carlo Michelstaedter.

Da Gorizia vaga per anni sulle trincee del Carso, sulle doline, sull’Isonzo.
Daniil Charms a distanza di chilometri

sente nell’aria come un sibilo ma non dà peso al fatto:
«Il miagolio di un gatto o uno starnuto dal Cremlino?»

La pallottola fa ingresso in un monolocale, entra nel tamburo
del revolver col manico di avorio di Madame Colasson.

Parte il colpo. Colpisce al cuore Vladimir Majakovskij.
poi la pallottola fuoriesce dalla spalla, va in giro per un po’,

lascia la stanza: «Ho un’altra missione, non posso arrestare la mia corsa».
Entra nel boudoir di Madame Altighieri

E colpisce alle spalle il generale d’Aubrey
in partenza per la guerra di Crimea.

Torino. Agosto. 1950. La pallottola rompe i vetri
di una camera dell’albergo di Roma.

«È tardi, troppo tardi…».
Il poeta è già morto. Cartine di sonnifero dappertutto.

Una copia dei “Dialoghi con Leucò”. Sulla copertina c’è scritto:
«Non fate troppi pettegolezzi».

Prima pagina de “La Stampa”. «Morto suicida Cesare Pavese».
Lascia di corsa la camera dell’albergo.

Ha letto su un foglietto non visto da nessuno:
T. F. B… Su un altro foglio (Connie).

Un agente della STASI ruba i due foglietti.
Con il primo treno parte da Torino

in direzione di Berlino Est… cerca al telefono
il Signor Cogito. «È in casa Cogito?».

«No, non è in casa. È uscito».
E allora cambia strategia. Si reca ad Istanbul.

Sull’Orient Express incontra Madame Altighieri,
si innamora della duchessa e la uccide con un colpo

di pugnale alle spalle…

Ma non è questo quello che volevo raccontare,
era un’altra storia, che però ho dimenticato…

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Nella prima versione appare chiaro che inseguivo troppo “il significato” e questo procedere può diventare una gabbia, un freno inibitore alla libertà completa della nostra immaginazione.
Nella seconda versione, grazie anche alla approfondita lettura dell’Editoriale di Giorgio Linguaglossa per il prossimo numero della Rivista “Il Mangiaparole”, rimuovendo il condizionamento dell’inseguimento del “significato” a tutti i costi, l’inedito ha guadagnato in libertà ed entra nello scenario Madame Colasson che capovolge, anzi stravolge la storia della morte di Vladimir Majakovskij: non più suicidio, ma omicidio (non importa se omicidio volontario o involontario) commesso da Madame Colasson. Il regime bolscevico ha nascosto a lungo questa verità? Sulla morte di Majakovskij ha diffuso un’altra notizia falsa fra le tantissime notizie false di regime? E chi si meraviglia delle tantissime “bugie di Stato” adoperate sia dai regimi totalitari sia dalle democrazie occidentali? Allora anche lo stratagemma, tipico di una poesia della NOE, di stravolgere una storia radicata nel tempo e nella memoria collettiva ‘inventando’ un’altra storia al posto della precedente è un gesto di coraggio estetico e dunque è anche un fatto etico, eticamente lecito,
perché tutti noi d’accordo con Brodskij sappiamo che “l’Estetica viene prima dell’etica”.
Accanto a Madame Colasson agiscono, per proprio conto, ma nello stesso tessuto poetico, come nel teatrino siciliano dei ‘pupi’ con i fili tirati da un unico puparo, anche Madame Altighieri la quale, con un salto acrobatico spaziotemporale, spara al Genarale d’Aubray sullo sfondo della Guerra in Crimea, per poi saltare a Torino nel 1950, un altro tempo, un altro luogo…con un agente della STASI, (i cui tentacoli come sapevano tutti erano in grado di arrivare su chiunque e dappertutto, che forse deve redigere un rapporto al Signor Cogito), che a sua volta sopprime Madame Altighieri ma con un pugnale per non far troppo rumore perché viaggiano pugnalatore e pugnalata sullo stesso treno, il treno più elegante ed esclusivo del vecchio Novecento europeo (assassinio sull’Orient Express…). Per noi la scrittura non è lineare, consequenziale, perché non crediamo nel tempo premoderno né nei tempi moderni o postmoderni o ipermoderni, lo stesso dicasi per lo spazio.
Perché?
La risposta è anche qui, nella parte finale dell’Editoriale scritto da Giorgio Linguaglossa per il n.9 del trimestrale cartaceo Il Mangiaparole, perché:
“il «polittico» è un sistema instabile che fa di questa instabilità un punto di forza. Mi sembra una ragione sufficiente”.

Giorgio Linguaglossa

caro Gino,

La poesia NOE è nient’altro che una «rappresentazione prospettica», una rappresentazione priva di funziona simbolica. La prospettiva come forma simbolica (1924) di Erwin Panofsky è una utilissima guida perché ci mostra come funzione simbolica e rappresentazione siano legate da un cordone ombelicale che è dato dal linguaggio. Ma mentre le opere del passato erano portatrici di una funzione simbolica, le opere moderne, a cominciare da Brillo box di Warhol, non sono provviste di alcuna funzione simbolica, sono dei dati, dei fatti, dei ready made. Invece, la tua poesia, di Intini, di Mario Gabriele, di Giuseppe Talìa per fare qualche nome di poeta che è maturato nell’officina della NOE, è priva di funzione simbolica, sembra la registrazione di dati di fatto, di elenchi statistici, elenchi cronachistici. In più, qui si ha una molteplicità di prospettive che convergono e divergono verso nessun fuoco, nessun centro prospettico, le linee ortogonali non portano ad alcun centro che non sia eccentrico, spostato, traslato; inoltre lo sguardo che guarda è diventato diplopico, diffratto, distratto.

La tua «poesia-polittico» può essere ragguagliata ad una matassa, ad un groviglio. Tu ti limiti ad aggrovigliare i fili, li intrecci gli uni con gli altri e tiri fuori il percorso degli umani all’interno di un labirinto. La tua è una «poesia-labirinto», uno spiegel-spiel. I tuoi personaggi sono gli eroi, prosaici, del nostro tempo, vivono in un sonno sonnambolico, tra chiaroveggenza e inconscio, guidati e sballottati come sono dalla Storia (Achamoth) e dalle loro pulsioni inconsce (Von Karajan, la Signora Schmitz, Joseph il pacifista, Madame Colasson); c’è «poi Madame Tedio, il tempo,[che] sbroglia le carte» e sdipana i destini individuali; c’è l’intellettuale, il Signor L., il quale denuncia la Grande mistificazione dell’Occidente: che l’«Ulisse è un bugiardo inglese». Questo Signor L. mi piace, è una sorta di Baudrillard per antonomasia, l’intellettuale che ci mette in guardia contro la mitologizzazione di certi prototipi umani come Ulisse, progenitore e prototipo del politico imperialista che avrà discendenti di tutto riguardo ai giorni più vicini a noi, da Giulio Cesare a Napoleone e giù fino ai pazzi sanguinari Hitler, Mussolini, Stalin, Pol Pot, etc.

La tua «poesia-polittico» è un esempio mirabile di come si possa oggi scrivere una poesia moderna, appassionata e dis-patica, raffreddata e ibernata, patetica e algida, serissima e ilare. Una poesia che, finita la lettura ci lascia sgomenti e ammirati.

 

Giorgio Linguaglossa

Editoriale n. 9 (rivista di poesia e contemporaneistica “Il Mangiaparole”)

L’ermeneutica segna lo spostamento del baricentro della trattazione dai problemi del senso verso i problemi del referente. In conformità con questa impostazione concettuale, tutta la poesia del secondo novecento e di questi ultimi anni ha perseguito il medesimo obiettivo: ha fatto una ricerca del senso impiegando un linguaggio referenziale.
L’equivoco verteva e verte sul fatto che si è considerato il discorso poetico come equivalente, nella sua funzione, al discorso ordinario, senza capire che il linguaggio ordinario si limita a «servire» gli oggetti che rispondono ai nostri interessi sociali, il nostro interesse sociale è limitato al controllo e alla manipolazione degli oggetti nella vita quotidiana, ma la funzione del linguaggio poetico non può essere «servente» degli oggetti, questa sarebbe una grave miscomprensione della sua natura specifica e ci porterebbe fuori strada.

Il discorso poetico lascia in libertà la nostra appartenenza al mondo della vita e al mondo della vita quotidiana, lascia-dirsi, lascia che vengano messe delle parentesi tra il pensiero e il linguaggio, tra il linguaggio e il linguaggio, lascia alla parola il compito di dire ciò che il linguaggio ordinario non può dire. Quello che così si lascia dire è ciò che Paul Ricoeur chiama la referenza di secondo grado, la referenza sganciata dal rapporto di controllo e di dominio degli oggetti e del mondo.

Il discorso poetico della nuova ontologia estetica, comporta (in modi vari e con diverse sensibilità linguistiche), l’abolizione del linguaggio descrittivo-informativo. Ciò potrebbe far pensare alla famosa «funzione poetica» di Jakobson, ad un concetto di linguaggio poetico che rinvii soltanto a se stesso, ma la NOE ha compiuto un decisivo passo in avanti: è proprio tale abolizione che costituisce la condizione positiva affinché venga liberata una possibilità più profonda per attingere un referenza soggiacente, una referenza di secondo e terzo grado che coglie il mondo non più al livello degli oggetti manipolabili, ma ad un livello che Husserl designava con l’espressione Lebenswelt e Heidegger con In-der-Welt-Sein.

Se osserviamo la struttura delle poesie della nuova ontologia estetica, ci accorgiamo che è lei, la struttura, che decide la disposizione, la frammentazione, la dislocazione e la cucitura degli enunciati: il loro ordine disordinato, o il loro disordine organizzato, il disallineamento degli enunciati e l’eterogeneità degli stessi, la loro natura disparatissima di varia provenienza di ordine culturale, in una parola: è la struttura che dispone della libertà o illibertà degli enunciati e delle immagini.

Un aneddoto di distrazione esistenziale

Un giorno uscii con due calzini diversi, uno blu e uno avana. Me ne accorsi quando fui in metropolitana accavallando le gambe. Davanti a me era seduta una signora vistosa, con permanente, biondizzata e profumata la quale puntò gli occhi sui miei due calzini. Ecco, mi accorsi allora che avevo messo i calzini invertiti. Avevo infranto una consuetudine condivisa inconsapevolmente dalla generalità attirando l’attenzione della bella signora. Così, un giorno, consapevolmente, uscii di casa con ai piedi due scarpe diverse, un mocassino testa di moro con la frangia e una scarpa con i lacci nera con in più due calzini di colore e di foggia diversi. Presi di nuovo la Metro e accavallai le gambe. Il risultato fu che tutti gli utenti della metro mi guardarono le gambe e i piedi. Ecco, non avevo fatto nulla di particolare, ma avevo infranto lo “schermo” di una condivisione sociale accettata inconsapevolmente da tutti. Penso che la poesia debba avere il coraggio di fare questo: di infrangere il conformismo di un linguaggio informativo, performativo, referenziale. E, per fare questo occorre una notevole dose di distrazione continuativa.
Una distrazione esistenziale radicale può aiutare.

Gino Rago, nato a Montegiordano (Cs) nel febbraio del 1950 e residente a Trebisacce (Cs) dove è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, dove si e laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005) e I platani sul Tevere diventano betulle (2020). Sue poesie sono presenti nelle antologie Poeti del Sud (EdiLazio, 2015), Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2016). È presente nel saggio di Giorgio Linguaglossa Critica della Ragione Sufficiente (Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018). È presente nell’Antologia italo-americana curata da Giorgio Linguaglossa How the Trojan War Ended I Dont’t Remember (Chelsea Editions, New York, 2019). È nel comitato di redazione della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole” e redattore della Rivista on line lombradelleparole.wordpress.com”.

15 commenti

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15 risposte a “Gino Rago, Storia di una pallottola, Poesia inedita, Prima e seconda versione, Il Polittico come struttura instabile aperta, Editoriale n. 9 de Il Mangiaparole, Giorgio Linguaglossa

  1. La mia “postilla” collocata in calce a Storia di una pallottola che Giorgio Linguaglossa pubblica in questa pagina de L’Ombra magnificamente allestita viene da lontano, più precisamente da uno scambio di e-mail fra chi scrive e lo stesso Linguaglossa. Da una e-mail di cui recupero uno stralcio e che oggi ri-propongo erano già condensati alcuni motivi estetici e morali di una poesia “altra” da ri-scrivere, meglio da tentare di ri-scrivere intervendo su alcuni fattori, a cominciare dalla rivisitazione delle dimensioni spaziotemporali (“dimmi che uso fai del tempo e ti dirò la poesia che è possibile fare”).

    Nella e-mail in questione Giorgio Linguaglossa scriveva:
    “[…]
    È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della nuova ontologia estetica: nel punto in cui introduciamo una «rottura», non una semplice distassia o dismetria della struttura linguistica, ma una «diafania», una «disfania», una moltiplicazione delle temporalisation, la spazializzazione del tempo, la temporalizzazione dello spazio.

    Anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare a pensare una diversa temporalization del tempo, il che non significa porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia sia la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme.

    Bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, delle temporalization, sostare nella Jetztzeit, nel «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

    Occorre una nuova poesia, una poesia che abbia alle spalle il pensiero di una serrata critica dell’economia estetica[…]”

    Da tali premesse e da poche ma chiare parole-chiave (temporalizzazione dello spazio, spazializzazione del tempo, rotture, distanziamenti, economia estetica nuova, più tutto l’altro su cui da tempo stiamo tutti dibattendo non potevano non approdare a polittici in distici che ripudiassero dall’economia estetica dei lavori poetici la trappola-gabbia dell’inseguimento del significato.

    Gino Rago

  2. I M P O R T A N T E
    Nel commento di sopra non sono riuscito a comprendere un passaggio per me decisivo, riporto qui il commento completo, scusandomi con tutte/tutti.

    *
    La mia “postilla” collocata in calce a Storia di una pallottola, che Giorgio Linguaglossa pubblica in questa pagina de L’Ombra magnificamente allestita, viene da lontano, più precisamente da uno scambio di e-mail fra chi scrive e lo stesso Linguaglossa.
    In una e-mail di cui recupero uno stralcio e che oggi ri-propongo erano già condensati alcuni motivi estetici e morali sulla urgenza di una poesia “altra”, da ri-scrivere, meglio da “tentare di ri-scrivere” intervenendo su alcuni fattori, a cominciare dalla rivisitazione dei fattori spaziotemporali (“dimmi che uso fai del tempo e ti dirò la poesia che è possibile fare”).

    Nella e-mail in questione Giorgio Linguaglossa scriveva:
    “[…]
    È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della nuova ontologia estetica: nel punto in cui introduciamo una «rottura», non una semplice distassia o dismetria della struttura linguistica, ma una «diafania», una «disfania», una moltiplicazione delle temporalisation, la spazializzazione del tempo, la temporalizzazione dello spazio.

    Anche se sappiamo bene che il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio. Tuttavia, in certi momenti storici, dobbiamo mettere da parte un concetto estatico e normalizzato del tempo e ricominciare a pensare una diversa temporalization del tempo, il che non significa porsi in posizione di avanguardia; sia l’avanguardia sia la retroguardia sono concetti della domenica delle Palme.

    Bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, delle temporalization, sostare nella Jetztzeit, nel «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

    Occorre una nuova poesia, una poesia che abbia alle spalle il pensiero di una serrata critica dell’economia estetica[…]”
    *
    Qualcuno allora domandò:
    – Che cosa vuol dire «critica dell’economia estetica»?

    Ecco la sintesi della risposta dello stesso Giorgio Linguaglossa

    “Significa pensare all’atto estetico come a un atto critico.
    Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare e coltivare il proprio orticello, pensare all’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine possibile e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della nuova ontologia estetica) visione del fare poetico implica il principio opposto: non una unidirezionalità del tempo lineare e della linearità sintattica ma una molteplicità dei «tempi» e degli «spazi», il «tempo interno» delle parole, le «linee interne» delle parole piuttosto che quelle esterne; il soggetto e l’oggetto spazializzati e temporalizzati; il «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali.

    Una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi.

    Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

    La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

    Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma». Basta andarselo a prendere. Il proprio «fantasma», dico.”
    *
    Da tali premesse e da poche ma chiare parole-chiave (temporalizzazione dello spazio, spazializzazione del tempo, rotture, distanziamenti, economia estetica nuova), più tutto l’altro su cui da tempo stiamo tutti noi dibattendo non potevamo non approdare ai polittici in distici che ripudiassero dalla economia estetica soprattutto la trappola-gabbia dell’inseguimento del significato.
    *
    Gino Rago

  3. gino rago

    Nota.
    un altro esempio (inedito) di pastiche di espressionismo linguistico sottratto all’inganno della ricerca del significato
    Gino Rago
    *
    Storia di una pallottola II

    I sicari di M.me Colasson sfondano la porta con un piede di porco.
    Una camera al buio. Una cassetta degli attrezzi, pinze,

    tenaglie, raspe, seghetti, una sveglia rotta,
    il titolo di un dattiloscritto: «Requiem per un libro che non ci sarà».

    Una nota color seppia in calce all’«Epistolario Cristina Campo-Alejandra Pizarnik».
    Dal revolver di Marie Laure Colasson esce una pallottola.

    Imbocca via Merulana, sfiora il braccio destro del commissario Ingravallo
    mentre si accende l’ennesima sigaretta.

    Colpisce invece l’autore del romanzo, Carlo Emilio Gadda.
    Un poeta passa di lì, e chiede: «Chi è? Qualcuno di voi lo conosce?».

    «È un poeta del Nord, forse di Milano,
    quello che in undici frasette mette tredici aggettivi qualificativi…

    Si salverà, respira, la pallottola è uscita dalla spalla».

    «Peccato! Speravo di aver fatto centro!»

    *

    • milaure colasson

      caro Gino,
      ti assicuro che non sono stata io, Madame Colasson a sparare il colpo… mia madre mi regalò tanti anni fa la sua rivoltella col manico di madreperla ed io a mia volta ho regalato il revolver a tamburo non ricordo più a chi tanto tempo fa… è probabile che lui o lei sia l’assassino del povero poeta di Milano… io sono innocente! In ogni modo la tua poesia mi ha entusiasmato, è folle come piace a me e posso solo ringraziarti di avermi collocato nella tua poesia… come assassina!… che cmq non escludo in assoluto che nel passato o nel futuro io non abbia sparato qualche colpo…
      Un abbraccio affettuoso
      Milaure

      • gino rago

        Cara Milaure,

        il revolver, che ho visto nel mio sogno ad occhi aperti e in presenza della ragione e che sulla scena della storia di una pallottola ti ho attribuito a me appunto in sogno era parso che avesse il manico di avorio, ma tu mi dici essere di madreperla, e io ti credo.

        Poi, la pallottola è uscita involontariamente dalla tua pistola dal manico di madreperla e hai appena ferito il dottor Ciccio Ingravallo del Commissariato di Pubblica Sicurezza a Santo Stefano del Cacco e tutto sommato alla fine hai mancato il bersaglio del poeta del Nord, forse di Milano, che si è salvato, è stato dimesso da poco da una clinica privata e gira come se nulla fosse stato per le strade semi-deserte della città letteraria e per i piccoli quartieri della poesia.

        Quindi, cara Milaure, puoi stare tranquilla nel tuo “io-resto-a-casa” anche perché da un agente del KGB ho ricevuto una informazione sconvolgente che è questa: il personaggio che la pallottola ha colpito a Via Merulana in realtà era Barabba…

        L’agente del KGB, che ancora mantiene rapporti di stretta collaborazione con la STASI, mi ha invitato per questa rivelazione ad una terza storia della pallottola e a ri-considerare le vicende di Barabba guardando attentamente in alcune poesie di PARADISO (Edizioni Scettro del Re) di Giorgio Linguaglossa…

        Colgo l’occasione per:

        – complimentarmi per l’ottimo lavoro di commenti e traduzione delle poesie di Artaud;

        – augurarti una serena Santa Pasqua di gioia e di meditazioni sulle condizioni reali dell’uomo al tempo della pandemia: quest’uomo che prima del COVID-19 si sentiva onnipotente e padrone di tutte le cose del mondo, e invece…

        grazie per la tua intelligente testimonianza,
        Gino

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2020/04/10/gino-rago-storia-di-una-pallotto-poesia-inedita-prima-e-seconda-versione-il-polittico-come-struttura-instabile-aperta-editoriale-n-9-de-il-mangiaparole-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-63542
    C’è un vincolo pneumatico, che unisce il fantasma (la pallottola), la dizione poetica NOE e il desiderio (l’uccisione di un personaggio-simulacro, un poeta mediocre che abita a Milano). Questo spazio neutrale apre infatti un altro spazio in cui il segno poetico appare come un asilo idoneo offerto al compimento della copulatio tra il desiderio fantasmatico e il fantasma.

    La poesia è la realizzazione fantasmatica di questo desiderio inconfessato e fantasmato, al contrario di quanto asserito da Giorgio Agamben secondo il quale nei poeti dello Stil novo si celebra «Il vincolo pneumatico, che unisce il fantasma, la parola e il desiderio, apre infatti uno spazio in cui il segno poetico appare come l’unico asilo offerto al compimento dell’amore e il desiderio amoroso come il fondamento e il senso della poesia».

    Dopo la fine della metafisica l’unico vincolo che viene ancora concesso al poeta di oggidì è la catena del pneuma che collega il fantasma dell’assassinio di un povero poeta come atto riparatore della ingiustizia subita con la parola poetica che, sola, può realizzare questo telos.
    Siamo ovviamente nella penisola del fantasma e dell’atto derisorio. La poesia oggidì può essere solo un atto derisorio e irrisorio. Tuttavia in questo estremo atto resta pur sempre qualcosa.
    Infatti, quel che resta lo fondano i poeti.

  5. Ewa Tagher

    La necessità di spezzare il tempo, di costruire una realtà alternativa, di modificare la Storia e le storie, come si fa con il letto di un fiume. Il bisogno di irridere e di essere derisi, indossando le maschere di Madame Tedio, del Signor L.. L’urgenza di comporre polittici, illudendosi di poter dare forma a scarti, mentre suona da lontano la tromba dell’Apocalisse. E ora, caro Gino, viene fuori la Sua “pallottola” che riesce, in un colpo solo, con la velocità che la caratterizza, a fare tutto ciò che il poeta NOE sente necessario, senza batter ciglio, lasciandoci, come sottolinea Linguaglossa “sgomenti e ammirati”.

    • gino rago

      Così è scritto:
      “Chinato il capo consegnò lo Spirito”, il cui senso nella saliva del quotidiano giunge chiaramente a tutti. Ma c’è nelle stesse parole un altro senso, ben più elevato e impegnativo.
      Da qui parte quella che Ewa Tagher (che ringrazio) con parole forti a me rivolte indica come: “urgenza di comporre polittici, illudendosi di poter dare forma a scarti, mentre suona da lontano la tromba dell’Apocalisse.”

      La necessità poetica di adozione del polittico è deflagrata in me da quando mi sono reso conto che non riuscivo più a bere la parola “acqua”, né più a spezzare la parola “pane”.

      Che rimaneva alla poesia del dopo della metafisica?
      Lo svela Giorgio Linguaglossa nel commento precedente sulla mia “pallottola”:

      «[…]Dopo la fine della metafisica l’unico vincolo che viene ancora concesso al poeta di oggidì è la catena del pneuma che collega il fantasma dell’assassinio di un povero poeta come atto riparatore della ingiustizia subita con la parola poetica che, sola, può realizzare questo telos.

      Siamo ovviamente nella penisola del fantasma e dell’atto derisorio. La poesia oggidì può essere solo un atto derisorio e irrisorio.

      Tuttavia in questo estremo atto resta pur sempre qualcosa.

      Infatti, quel che resta lo fondano i poeti».

      Per questo è possibile, tornando ancora alla intelligenza interpretativa di Ewa Tagher, “modificare il letto di un fiume, spezzando la Storia” e non è assurdo ma verosimile che la pallottola di M.me Colasson sfiori il commissario Ingravallo, colpisca Carlo Emilio Gadda ,riscrivendo tutto “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana…” .
      Come è verosimile (com’è in un altro mio polittico) che Pino Gallo dagli affacci di Tropea veda un mare di olive o che Pino Talìa porti a Firenze da Taverna un Mattia Preti davanti a Botticelli o che Giorgio Linguaglossa e Mario Gabriele sotto la neve si spingano verso Campobasso…

      (gino rago)

  6. C’era una volta. C’era un uomo piegato che camminava su una strada curva.
    Si chinò e trovò una moneta piegata.

    Non so da dove vengano tutte le storie. Ha comprato un gatto piegato
    che cacciava topi piegati.

    Vivevano in una casa piegata, mangiavano la minestra da una pentola piegata.

    (Arvo Pärt)

  7. Marina Petrillo

    Si abbia cura del sospetto come madrepora emersa dal fondale.
    Vuoti palchi osservano bagni metafisici dove figure
    dal passo umbratile, bisbigliano ad oracolo, il contraddetto evento.

    Indossare candidi abiti o, su vuote piattaforme, diluire
    il respiro tra piante vascolari. Connettori colgono voleri
    superiori a bassa frequenza.

    Soave il mandorlo determina suoi i fiori. Indulge un tempo
    illuminato a sfera terrestre il cui potere attribuisce la regalità del ritorno.
    In assenza plurima deterge asettico il volto a calco.

    Teme oblio l’indifferente sposalizio tra geni mutanti e indivise
    cellule feconde al seme della rivelazione.
    Troppo prossima la fine per sorriderle di lontano.

    Integro il video postato da Giorgio con il testo.
    Apparentemente distonico con il blog odierno in cui il possibile abita altri spazi creativi, indugio tra l’essere” la pietra scartata che diviene testata d’angolo” e la rinascita in un futuro componimento apocrifo di Gino Rago .
    Poiché imperscrutabile è il pensiero del Deus ex machina, rivolgo affettuosi auguri per la Pasqua imminente a Giorgio, ai poeti, ai lettori.
    Nella grazia del momento,
    Marina Petrillo

  8. gino rago

    Una meditazione:

    I sintagmi verbali, aggettivali, preposizionali e anche nominali dei versi di Lucio Mayoor Tosi e di Marina Petrillo riposano sulla idea di viaggio. Li ho messi insieme in una sorta di collage e vi ho trovato l’idea di viaggio secondo Proust:
    «Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi»,

    e, in parte, anche quella secondo Pessoa, il Fernando Pessoa di questi versi

    Viaggiare?

    Per viaggiare basta esistere
    passo di giorno in giorno
    come di stazione in stazione
    nel treno del mio destino
    affacciato sulle finestre e sulle piazze
    sui gesti e sui volti
    sempre uguali e sempre diversi
    come in fondo sono i paesaggi

    *
    Cara Marina,
    Ero nelle carceri della Parola e sei venuta a visitarmi,
    Ero straniero e mi hai accolto.

    Buona Pasqua a te e a tutte/tutti
    *
    Gino Rago

    • Orchestra.

      La parola è tabacco. E’ arte figurativa. Pensiero
      in suono di orticoli. Silenziose blatte.

      Sempre allo stesso stagno, dove il sole a fatica
      compone riflessi. E musica. Evoluzione del quaderno.

      Prima sfera, seconda sfera, quarta sfera.
      Incanto. Sulle rime, verticali di sponde. Per orchestra.

      Arriva da molto lontano il progetto un’opera confusa
      tra vite e vite in fondo a un cassetto di legno, mi pare.

      In prosa moderna, dove un colpo di tosse odi
      per corridoi (bianche finestre piangono).

      Arriva, il seminario appena iniziato. Si spiega
      una virgola sulla lavagna. Femmine e maschi

      sulla nota canzone. Gino Rago, bacchetta alla mano,
      si toglie un fantasma dai capelli. Scusate.

      (May sab 11 apr 2020)

  9. gino rago

    Caro Luicio,
    serena Pasqua,
    il componimento nel quale mi collochi come direttore di un’orchestra destinata a suonare la musica del silenzio è tra le ‘cose’ migliori da te scritte.

    Gino Rago

    • Meno facile con Giorgio Linguaglossa. Non si combina con Commedia dell’arte. Servono altre esse, come stanza, sipario… Mi manca un po’ Giuseppe Talia. Penso sempre che come scrivo lo offendo. Ultimamente scrisse cose sulle quali ora concordo.

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