Gianfranco Palmery (1940-2013), Poesie da In Quattro (2006) Compassioni della mente (Passigli, 2011) e Corpo di scena (Passigli, 2013) con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

foto ombre sfuggenti

Spogliato ti spegnerai del dispotico / potere della poesia

Gianfranco Palmery (Roma, 22 luglio 1940 – Roma, 28 luglio 2013) nato e vissuto a Roma, è stato poeta e saggista. Ha pubblicato sedici libri di versi e numerose prose sparse in quotidiani e riviste, in parte raccolte in quattro volumi. Critico letterario per alcuni anni del quotidiano «Il Messaggero», ha fondato e diretto la rivista di letteratura «Arsenale». Ha tradotto, per le edizioni Il Labirinto, poesie di Keats, Shelley, Berryman, Sponde, Corbière, Stéfan. Dopo una lunga malattia, è morto a Roma il 28 luglio 2013.

Ha scritto:

Mitologie, Il Labirinto, Roma 1981.
L’opera della vita, Edizioni della Cometa, Roma 1986.
In quattro, Edizioni della Cometa, Roma 1991.
(edizione d’arte, con quattro incisioni di Edo Janich).
Il versipelle, Edizioni della Cometa, Roma 1992.
(con prefazione di Luigi Baldacci)
Sonetti domiciliari, Il Labirinto, Roma 1994.
Taccuino degli incubi, Edizioni Il Bulino, Roma 1997.
(edizione d’arte, con due incisioni di Guido Strazza).
Gatti e prodigi, Il Labirinto, Roma 1997.
Giardino di delizie e altre vanità, Il Labirinto, Roma 1999.
Medusa, Il Labirinto, Roma 2001.
L’io non esiste, Il Labirinto, Roma 2003.
Il nome, il meno, Edizioni Il Bulino, Roma 2005.
(libro d’artista, con interventi a tempera, grafite, collage e graffiti di Guido Strazza).
In quattro, Il Labirinto, Roma 2006.
Profilo di gatta, Il Labirinto, Roma 2008.
Garden of Delights: Selected Poems, Gradiva Publications, New York 2010.
(traduzione e cura di Barbara Carle)
Compassioni della mente, Passigli, Firenze 2011.
(con prefazione di Sauro Albisani)
Amarezze – Madrigali e altre maniere amare, Il Labirinto, Roma 2012.
Corpo di scena, Passigli, Firenze 2013.

Prose critiche

Il poeta in 100 pezzi, Il Labirinto, Roma 2004.
Divagazioni sulla diversità, Il Labirinto, Roma 2006.
Italia, Italia, Il Labirinto, Roma 2007.
Morsi di morte e altre tanatologie, Il Labirinto, Roma 2010.

Foto Richard Serra (1939) the labirint

Me ne sto su me stesso come un falco
o  un  torvo avvoltoio  su  un trespolo

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

Gianfranco Palmery l’ho conosciuto nel 1989 quando sulla rivista “Arsenale” pubblicò cinque mie poesie. È stato il mio debutto in poesia. Palmery già allora aveva deciso di auto confinarsi nel perimetro della propria abitazione-prigione, a Roma, zona Montagnola, circondato dai suoi gatti e dai suoi dèmoni… soleva ricevermi in una anticamera polverosa e schiumosa ingombra di oggetti e di libri polverosi e di gatti sontuosi e pigri; mi parlava lentamente, attento a scandire le sillabe senza mai guardarmi negli occhi, anzi, evitando accuratamente di guardarmi, con quella sua tipica aria cupa e altezzosa mentre teneva in braccio magnifici felini dal pelame iridato che io, al contrario, trovavo orribili, anzi, mostruosi. Era totalmente ripiegato-richiuso in se stesso, nel suo Olimpo-cloaca immaginario, nella sua spettrale oreficeria. All’epoca pensai che non lo interessasse affatto il mondo né i suoi abitanti, era incentrato esclusivamente su se stesso, deciso «di rendere l’osservatore il suo oggetto». Ne sono convinto tuttora: il mondo non lo interessava affatto, l’«oggetto» per lui era nient’altri che l’io, il «soggetto», «un animale araldico arrestato / sulle due zampe e così raffigurato». Dal 1991 decisi di abbandonarlo in preda ai suoi eroici furori e non l’ho più rivisto. Anzi, no, con mia meraviglia un pomeriggio di luglio lo scorsi che passeggiava sulla battigia del mare di Ostia in compagnia della moglie americana, Nancy Watkins. Me ne stupii alquanto che potesse passeggiare in pieno luglio sotto il sole…

Penso che provasse un sordido e perfido autocompiacimento nel raffigurarsi come un animale re araldico effigiato con il blasone nobiliare della propria singolarità genealogica. Nemico giurato della società affluente e del narcisismo, Palmery ha portato alle estreme conseguenze il suo patto di fedeltà alla Musa: «Spogliato ti spegnerai del dispotico / potere della poesia». In questa personalissima e ossessiva genealogia immaginaria che lo ricollegava alla Musa, Palmery troverà un riparo e una abitazione protettiva dalla quale proiettare i suoi araldici e velenosi guizzi all’esterno, verso la pagina bianca della scrittura e del mondo dis-conosciuto. La sua poesia, autoritratto fedele delle sue manie e delle sue ubbie, è sempre rimasta fedele a se stessa, imperturbabile e impermeabile, fitta di piroette acrobatiche, esercizi di scherma, fitta di illusionismi, verbalismi, associazioni consonantiche, irta di picchi semantici, di acrobatismi, di inarcature verbali con cromatismi indecorosi, agonismi lessemici, clamori e sarcasmi, esorcismi e diseroicismi di cartapesta. Il poeta romano amava denominarsi, con un malcelato autocompiacimento, «Issione», condannato al suo destino di evanescenza e di inappariscenza, fedele alla sua idea di rigorismo mentale, inchiodato alla eterna ruota di tortura del suo mito preferito.

Palmery amava crogiolarsi nelle profondità della sua vertigine esistenziale, il nichilismo era  l’index veri del suo «io», era l’unica verità-deità ammessa nel suo tempio perifrastico; immerso nella sua solitudine olimpica fino al mento, ultimo erede della dinastia dei poeti araldici, venuto al mondo per distinguersi dai comuni mortali reprobi e collusi con una vita di vile commercio delle cose comuni. Palmery è stato senza dubbio  l’ultimo dei poeti «araldici», eletto da se medesimo al castigo divino di essere ossessionato dalla propria sorte monastica. In ciò eravamo lontanissimi, non condividevo in nulla la sua metafisica «araldica», io, portato per natura alla terrestrità delle cose per la mia formazione materialistica; lui, ateo e onniveggente, non poteva capirmi ma io, ateo e preveggente, capivo il suo dramma, intendevo i suoi illusionismi cerebrali e i suoi ghirigori stilistici, comprendevo la necessità del suo ritrarsi presso il domicilio coatto del proprio ubiquitario e sdegnoso solipsismo. Era il suo modo di fare della scherma mentale. In un’altra vita sarebbe stato un magnifico schermidore; dunque, avrebbe calcato, in un’altra vita, la pedana dei duelli di fioretto. Anche la sua poesia è vistosamente agghindata di contorcimenti semantici e sintattici, di affondi e di ritirate precipitose, con preferenza per le anadiplosi e per i chiasmi imperfetti, per i duetti con  «le maschere della derelizione». Un universo ermeticamente chiuso quello di Palmery, un immaginario privo di metafisica, ossessivo e rutilante di sgherri, di «canaglie», di «bastardi»: Amleto, Vathek, Don Giovanni, Cerbero, Orco…

Adesso, questi due volumi editi da Passigli sono dei preziosi strumenti per apprezzare il lavoro svolto dalla musa di Palmery, una musa fatta di stracci un tempo nobili. Un poeta da studiare e da considerare come uno dei più originali di questi ultimi decenni tra la fine del novecento e il nuovo millennio. Senza dubbio, la poesia di Gianfranco Palmery «chiude» una certa ontologia estetica tipicamente novecentesca fondata sulla centralità dell’io e su un progetto di tonosimbolismo prettamente novecentesco. Dopo di lui penso che una «nuova» poesia debba cercare fuori dal tonosimbolismo e fuori della centralità ontologica dell’io. Al pari della poesia del piemontese Roberto Bertoldo, un esempio parallelo di tonosimbolismo e di fonosimbolismo di fine novecento portato alle estreme conseguenze, con uno stile ultroneo e perifrastico.

Michele Ortore commenta: “I versi di Palmery sono scanditi dalla frequenza dei poliptoti e delle figure etimologiche, che spesso si combinano in diffratte ecolalie: «[…] costretto alla sua marcia / forzata, al forzato, lo sforzato» (V 65), «Mi spaventa il silenzio e la mia voce / spaventata – pura voce / dello spavento» (CM 38), «Cosa ho più da salvare che mi salvi?» (CM 70), «Mi guardi Dio dal divinizzarti / egizianamente e cadere in egiziache / tenebre» (GP 18). Ma la tecnica palmeriana può giocare anche sulle collisioni sostantivo-avverbio («scendendo nel suo verso verso il buio», CM 74), sulle omofonie («questo / è il la e là restate», CM 75), sulle univerbazioni («mi vedi da per tutto, se non sono / per te che l’eterno signor Dappertutto», V 35), sugli equivoci semantici («[…] e sempre / senti nell’aria la mia aria, in ogni suono», V 35)

– Il ricorso alle interiezioni tragico-patetiche, costante e frequente nei quattro libri: «Ah il rombo del silenzio, il sibilo / della solitudine!» (CM 19), «oh la paura, la paura, il terrore / del corpo prigione» (CM 37), «oh amarezza / tu curi il cuore» (A 8), «tu non sei – ahi, quasi sempre! – / che un irritante incidente» (V 36), «Ah durasse per sempre / questo dolce servizio» (GP 22).

– Interrogative retoriche con anafora del pronome o dell’avverbio: «Dove vanno le unghie, dove i capelli?» (V 47), «Dove vanno i sogni dei gatti, dove evaporano?» (GP 17).”.1

Parlare di barocchismo in Palmery forse è erroneo; per il poeta romano si può parlare di un maestro di architetture verbali sinonimiche e paronomasiche, tutto ciò che tocca lo tocca con algido nitore, dall’alto di uno sdegno numinoso che accetta di scendere tra i plebei, i comuni mortali  con la sua «poesia, mia paziente giardiniera». Poeta tipicamente ultroneo, le sue cose migliori, paradossalmente, le ha scritte quando assorto nella folgorazione del suo solipsismo spasmodico e rutilante.

1] http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Palmery/Ortore.html

[in foto, Gianfranco Palmery]

da In Quattro (2006)

I

L’anno, l’ora, la croce, i cardini
del mondo: tutto si divide in quattro
parti – così qui si misura nello spazio
e nel tempo il sacrificio e la perdita.

IV

Me ne sto su me stesso come un falco
o un torvo avvoltoio su un trespolo:
risibile rapace ormai allo smacco
rassegnato, nel suo piumaggio tetro e crespo.

XXIX

Come tra quattro mura o quattro assi –
in una stanza o nella bara: la quartina
è la cella, il sepolcro, la guardina
– è la misura della chiusura.

XXXV

Sillaba vivere: un brivido di vertebre –
voce paradigmatica di fremere
strepere perdere: febbriciattola sdrucciola
che scarica estinguendosi alle tenebre.

XXII

Anche questo pensiero che pensa
che un giorno sarà spento e sperimenta
intanto l’illusoria sovranità
della coscienza oltre il tempo, ma che sta

nel tempo che la consuma intenta
alla virtù della sua ombra: resterà senza
più tempo ed ombra, labile entità
che sa vedersi sparire – e sparirà.

V

Mentre sostengo con la mano il guscio
angusto dell’anima, la sua curva custodia
d’osso, quel che il pensiero fatuamente
spende o cauto pesa, assorto soppeso.

da L’io non esiste (2003)

Poesia, mia paziente giardiniera,
taglia sfoltisci metti ordine
nel groviglio dei pensieri, in questo
gran disordine dove ogni pensiero
si ripete si perde come in un assedio
di erbe che si fanno presto sterpi
tra loro soffocandosi serpentine
e solo il dispetto, tra serpi e spine,
velenoso verdeggia; anche nei sogni
le ortiche invadono la casa, i ragni
fanno il nido nel mio letto: e tu, presto,
riprendi tutto – ragni erbe serpi,
sotto la tua paziente tutela,
mia poesia, perfetta giardiniera.

da Compassioni della mente (Passigli, 2011)

Ho scritto nere cronache del tempo
senza darlo a vedere, fingendo
di parlare di me… Il novecento

è chiuso, scaduto, il segnadate
ha perso l’1 e il 9 e il tempo la sua
casa secolare: sulle cifre nuove

l’occhio si spaesa, la mano si muove
e scrive come da un’altra terra,
dal Ponto, i Tristia di vite esiliate

I

Cosa ho più da salvare che mi salvi?
Apro tutti i pensieri, gesti, smorfie
allo specchio – dalla mia bocca escono
oracoli vernacoli cabale e vocette
calibane… dove sono i miei santi?
le gemme, i talismani, i versi-sirena
baluardo contro i diavoli vocianti?
Sto qui, buglia e belletta, gracidando
allegro come un rospo nel suo stagno

II

ti fanno eco: nel silenzio li senti
andare sui tuoi passi alla frenetica
manfrina delle tre di notte:
o sordi in piedi, rumorosi assenti!
siete i miei testimoni di tenebra
spioni sospettosi o insonni senza
sospetto o solo assonnate marmotte:
senza saperlo la mia ilare coscienza

*

Braccato da Dio o dalla Morte? O solo
dalla mia mente – dal vuoto, dal niente
con cui mi tendo agguati – o qualche dèmone
acquattato, paziente, mi sta intorno
sempre, mi strema col silenzio e aspetta
il suo turno?

*

La mente sgombra, trasloca, lascia
la carne, armi e bagagli, rientra
in sé – a riparare i danni
resta il povero corpo carpentiere
rozzo sagace nel suo mestiere

*

Su cosa mento, che cosa ho mancato
perché una parte di me implacata infuri
così e confusa mi lasci qui inchiodato
in un letto-sepolcro senza luce
né sonno: la notte che comincia alle cinque
del mattino, dopo la nera zuffa, la gran
baraonda della mente che si spegne
come l’Orsa lassù annullata dalla luce

*

dovunque polvere, polvere, non c’è
che polvere che pesa e pende
in lanosi festoni o polvere
lieve volante per l’aria: chimerica
polvere dorata che il sole incanta
e in vorticosi raggi sale
e discende: vita
immortale della polvere! il mondo
è suo: trionfalmente
lo occupa, lo addobba
con i suoi veli, le tele, le
tende: eterno
in terra plenario niente

Piombo

Era un giardino di luce, oro – e ora
c’è solo piombo, piombo – tende
tirate, tenebre, e un tenero
gheriglio ghermito e smozzicato – messo
a massacro:

come in un pozzo sepolto, nel vano
d’osso, nel molle, giù nel nero
viscere, il locus niger, dove il grigio
s’aggruma, s’inchiostra, viscido
stambugio, strapiombo del pensiero:

io so che là in alto come quaggiù
la musica stride, s’ingorga – e noi
già bolliamo, minestrone d’ombre: siamo
un piatto di lenticchie per l’Orco, la
brodaglia di Cerbero

Gif La noia

Angelo dei millimetri, dei millesimi

da Corpo di scena (Passigli, 2013)

Arua – Mais l’ange

Angelo dei millimetri, dei millesimi
indemoniato della perfezione:
veglia su di me che invento contrappesi
alla natura che è approssimazione

*

Io: la mia stanca abitudine, il mio
vuoto io, instancabile crepitio
del pensiero che arde di sé, della
lingua che non conosce altra favella

in una sempre più fioca fiammella

Arie del tempo

Tempo dei vivi, non-tempo dei morti
non dà, non toglie – l’infernale attrezzo:
questo tempo diviso in giorni e notti
e notti e giorni in ore – e noi nel mezzo
oh notti giorni in ore – e noi nel mezzo
oh notti e giorni in ore, quarti e mezzi
– e noi con loro dimezzati e rotti
già in vita fatti a pezzi

*

io sono quello che voi non pensate
quando mi muovo sulle vostre strade:
IN VERTICALE: TOMBA CHE CAMMINA
io sono la mia tomba che cammina

e quando mi distendo per dormire
ORIZZONTALE: SONO IL MIO SARCOFAGO
lungo per terra formo il mio sarcofago
del morto il revenant, del finto vivo

*

Venga il sonno il silenzio e tutto il buio
della notte dentro di me m’invada
mi ricopra mi anneghi onda oscura
e sacra del sonno – io

sono niente, non sento niente, eppure
esisto, quieto come un sasso, una pietra
che nessuno tocca o calpesta – spaesato
nel paesaggio

il fatuo monumento sepolcrale.

*

Ogni mattina quattro colpi al muro
ti batto a pugno chiuso dal mio oscuro

sepolcro, stanco ostaggio della notte,
e tu che allenti i lacci della morte
leggera porti il giorno alle finestre
e questa tomba come per celeste

zelo ritorna stanza – caro un tempo
all’opera e all’amore e adesso spento

rifugio a pena e affanno ché l’inferno
ha rimesso la vita sul suo perno

*

eccoci, svolanti moscerini
in un pulviscolo di luce, una scia
d’oro, o d’orina che c’inebria – odori e
luce:
godiamoci i dolci tepori
della vita i suoi caldi fetori

*

richiamateli accanto i tuoi secolari
sodali e doppi perduti a turno
nella vanità degli anni: Amleto,
Vathek, Don Giovanni – maschere
della derelizione e del segreto
trionfo notturno

*

mi sputo in bocca, mi mordo la lingua –
il secolo si chiude: addio, addio
e tutto si perda, si spenga, si estingua

*

vedo e stravedo, lo so – di colpo
i miei occhi ritornano lo zimbello
delle fate: tutti gli specchi mentono
a comando e io sono quello che sono
stato e sempre sarò: l’ergastolano
d’una immagine fatta per tormento

*

roba così, da buttar giù alla brava, anzi
alla diavola, alla ribalda, da
bastardi, senza leggi o regole – e basta
con la rima: niente risponde a niente e tutto
va a sghimbescio, a sgambettio, al crollo – opera
della malora, scherzo del diavolo

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9 commenti

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9 risposte a “Gianfranco Palmery (1940-2013), Poesie da In Quattro (2006) Compassioni della mente (Passigli, 2011) e Corpo di scena (Passigli, 2013) con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. “Leggera porti il giorno alle finestre”:un omaggio squisito alla sua donna,una vera dichiarazione d’amore.La cupezza del vivere non ha tagliato le ali al poeta Gianfranco Palmery,che vola nella poesia:come quell’uccello con le ali impeciate dal catrame, simbolo di un futuro temibile:nel quale, forse, siamo già immersi,anche se continuiamo a resistere.

  2. Per me vale come buon esempio poesia di ricerca introspettiva. Egli sembra sfruttare volutamente la sindrome dissociativa per la quale uno interroga e l’altro risponde, fingendo che si tratti di se medesimo. Quindi sono domande e domande, alcune senza risposta, altre – siccome l’altro, come fa poesia, risponde quando gli pare e se è il caso – perché va detto che chi è cosciente della propria nevrosi e scrive, di certo non gli va di risolvere nulla, ché non è questo che gl’interessa – altre, dicevo trovano risposta; e qui è anche ironico e leggero, anche bambino. Faccio un esempio di domanda con risposta:

    Domanda:
    Cosa ho più da salvare che mi salvi?
    Apro tutti i pensieri, gesti, smorfie
    allo specchio – dalla mia bocca escono
    oracoli vernacoli cabale e vocette
    calibane… dove sono i miei santi?
    Risposta:
    le gemme, i talismani, i versi-sirena
    baluardo contro i diavoli vocianti?
    Sto qui, buglia e belletta, gracidando
    allegro come un rospo nel suo stagno

    Poesia non gli risponde in modo pertinente, non cade nel tranello esistenziale. Gli fa notare dov’è e com’è: allegro come un rospo nello stagno.
    E qui il lettore dovrebbe sorridere, l’effetto è benefico, il contrasti esistenziali sono bene approntati.
    E non è tutto oscurità, a volte sembra alzare il capo dalla vista delle scarpe (purché nessuno entri a disturbare) e scrive:

    sepolcro, stanco ostaggio della notte,
    
e tu che allenti i lacci della morte
    
leggera porti il giorno alle finestre (…)

    Mentre qui invece si nota che tiene a mantenersi dissociato:

    (…) sono quello che sono
    stato e sempre sarò: l’ergastolano
    d’una immagine fatta per tormento

    Grazie, il poeta Gianfranco Palmery è per me una bella scoperta.

    • So di psicoanalisti che hanno avuto a che fare con artisti; questi sanno bene che il paziente va da loro, magari per poter parlare ma non per guarire – sebbene capire e curare siano per certi aspetti la medesima cosa.

  3. gino rago

    Gino Rago
    Da
    “In Verticale: tomba che cammina
    Orizzontale: sono il mio sarcofago”
    di Giafranco Palmery
    alla Poesia che si confronta con il Paradigma dello Specchio fra scissioni del Sé, magia e misticismo, tensioni drammatiche, viaggio terreno,mimesi della morte.

    Poeti a confronto con Il Paradigma dello Specchio

    Wislawa Szymborska

    Lo specchio
    Si, mi ricordo quella parete
    nella nostra città rasa al suolo.
    Si ergeva fin quasi al sesto piano.
    Al quarto c’era uno specchio,
    uno specchio assurdo
    perché intatto, saldamente fissato.
    Non rifletteva più nessuna faccia,
    nessuna mano a riavviare chiome,
    nessuna porta dirimpetto,
    nulla cui possa darsi il nome
    “luogo”.
    Era come durante le vacanze-
    vi si rispecchiava il cielo vivo,
    nubi in corsa nell’aria impetuosa,
    polvere di macerie lavata dalla pioggia
    lucente, e uccelli in volo, le stelle, il sole all’alba.
    E cosi come ogni oggetto fatto bene,
    funzionava in modo inappuntabile,
    con professionale assenza di stupore.

    Ezra Pound

    SUL SUO VISO ALLO SPECCHIO

    “O strano viso nello specchio!
    O compagnia ribalda, ospite
    sacro, o folle
    sconvolto dal dolore, che risposta?
    O voi moltitudini che lottate,
    giocate e svanite,
    scherzate, sfidate, mentite!
    Io? Io? Io?
    E voi?”

    Sylvia Plath

    Specchio

    “Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
    Quello che vedo lo ingoio all’istante
    Così com’è, non velato da amore o da avversione.
    Non sono crudele, sono solo veritiero –
    L’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
    Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
    È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
    Che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
    Facce e buio ci separano ripetutamente.
    Ora sono un lago. Una donna si china su di me
    cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
    Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
    Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
    Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
    Sono importante per lei. Va e viene.
    Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
    In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
    Sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.”

    Lidia Popa

    Arrampicarsi sugli specchi

    Dopo gli specchi […] altri specchi
    ci sono figure sulla scala mobile. Senza sosta.
    Tutti salgono. Tutti scendono.
    Gli specchi grandi della Serenissima Nuvola.
    Gli attimi che appartengono a noi.
    Piedi che zoppicano per il target
    del primo posto sotto il sole.
    Questo millennio ha vinto alla tombola
    uno specchio dell’ego. Chi rimane più in alto?

    Giorgio Linguaglossa

    Il Signor Posterius

    sulla sinistra, c’è un vuoto; metto una mano nel vuoto,
    faccio un passo in avanti:

    di fronte ad uno specchio con la cornice bianca
    c’è un altro specchio.

    i due specchi si specchiano nel vuoto,
    illuminano il vuoto, specchiano il vuoto che è nel loro interno.

    sul fondale, c’è una porta,
    dietro la porta, una Figura maschile con la giubba nera

    e bottoni di madreperla
    da cui risalta una gorgiera bianchissima

    bacia sulla gota una dama bellissima
    in crinolina bianca.

    l’uomo sembra di passaggio, forse è lì per caso;
    è immobile sulla soglia [dietro la soglia una vampa

    di luce lo investe alle spalle] forse emersa da un’altra stanza,
    o da un corridoio attiguo al bianco del nulla.

    sta lì, in attesa.
    assume una posa, forse osa un passo che non accade,

    il suo sguardo occupa la scena, e la scena
    respinge il suo sguardo.

    la figura accenna un movimento, che non c’è.
    la bellissima dama accenna un inchino, che non c’è.

    adesso, la Figura è un osservatore distratto
    che sta curiosando nelle suppellettili del nostro vuoto

    semipieno, o pieno semivuoto.
    sulla sinistra,

    c’è un vuoto che abita uno specchio bianco,
    dietro lo specchio con la cornice bianca

    c’è un altro specchio…

    GR

  4. gino rago

    Gino Rago
    Intervista immaginaria a
    Wislawa Szymborska

    [Bnin (Polonia), 1923 1923 – Cracovia 2012]

    Gino Rago domanda:

    Ricordi ancora i passaggi per te più importanti del discorso tenuto a Stoccolma nel 1996,All’Accademia Reale di Svezia per il conferimento del Nobel?

    Wislawa Szymborska Risponde:

    « Sì, alcuni sono fermi nella mia memoria, come questo:
    […] Nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, “vita normale”, “normale corso delle cose”…
    Tuttavia, nel linguaggio, nella poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
    A quanto pare, i poeti avranno sempre molto da fare.»

    GR Domanda:
    Quali concetti chiave hai desiderato evidenziare davanti agli Accademici di Svezia?

    WS Risponde:
    «Due concetti chiave, per me fondamentali:
    – lo scetticismo, che nella mia poesia si esprime nell’incessante non so;
    – le qualità del poeta, eletto dalla sorte, il quale attraverso le doti dello stupore, dell’ispirazione e dell’ironia trasforma il mondo ordinario in stupefacente».

    GR Domanda:
    E’ forse banale domandartelo ma hai una poesia prediletta?

    WS Risponde:

    «Le ho amate tutte, con differenti gradi d’amore. Ma una sì, mi accompagna sempre.
    Te la dico a memoria:

    Nato

    Dunque è sua madre.
    Questa piccola donna.
    Artefice dagli occhi grigi.
    La barca su cui, anni fa,
    lui navigò fino a riva.
    È da lei che è venuto fuori
    Nel mondo,
    nella non-eternità.
    Genitrice dell’uomo
    Con cui salto attraverso il fuoco.
    È dunque lei, l’unica
    Che non lo scelse
    Pronto, compiuto[…]

    GR Domanda:
    Sono versi bellissimi che mi inducono a esplorare il tuo rapporto con la fede.

    WS Risponde:

    «Nel 1935 mi sono iscritta al Liceo delle Orsoline di Cracovia. Cominciarono allora i primi dubbi.
    Per un periodo sono stata molto credente. Adesso si sente dire che la perdita della fede ha aperto la strada al comunismo. Nel mio caso le due cose non hanno avuto niente in comune. La mia crisi religiosa non nasce dal sapere che il parroco va a letto con la perpetua. I miei dubbi sono di natura razionale. Non sono assolutamente d’accordo con l’opinione di Dostoevskij che se Dio non esistesse tutto sarebbe ammesso. E’ un pensiero ripugnante. Esiste un’etica laica, che è nata attraverso lunghi secoli e grandi sofferenze e che naturalmente deve molto al decalogo. La fede non dovrebbe essere concepita in modo dogmatico. Nessuno può dirsi completamente non credente».

    GR Domanda:
    Nel 1954 ricevi il premio Città di Cracovia. Inizia da allora il periodo di viaggi all’estero anche come verifica-esame della tua vita?

    WS Risponde:

    «Mi sono subito resa conto di quanto la mia vita fosse priva di elementi drammatici. Come se avessi vissuto la vita di una farfalla, come se la vita mi avesse semplicemente accarezzato la testa. Questo è il mio ritratto. Ma sono veramente io? Effettivamente nella vita sono stata fortunata, anche se non sono mancati morti e numerose disillusioni. Ma dei fatti personali non voglio parlare. Allo stesso modo non amo che lo facciano altri. Dopo la mia morte sarà tutta un’altra cosa».

    GR Domanda:
    Dalla tua biografia emerge un dato: non ami le letture pubbliche o gli incontri con l’autore, sei sempre alla ricerca della semplicità della spontaneità. Hai difficoltà a rispondere alle domande sulla tua poesia, non ami le dichiarazioni poetiche, né leggere i tuoi versi prima della pubblicazione; non hai mai scritto saggi di critica letteraria né giudizi sui poeti, nemmeno amici, contemporanei…

    WS Risponde:

    «Ho sempre amato tanto la prosa. Sembra strano lo so, ma è così. Ho sempre letto più prosa e quando ho iniziato a voler scrivere, quando pensavo che avrei scritto, all’età di dodici, tredici anni, era per me inconcepibile la scrittura poetica. Dio ci scampi dalle poesie! – dicevo, scriverò enormi romanzi, in più volumi, grassi, voluminosi, intere biblioteche di romanzi!»

    GR Domanda:

    Negli anni ’80 qualcuno in Polonia ti fece pesare la non iscrizione a Solidarnosc.. Perché decidesti di non iscriverti?

    WS Risponde:

    «Perché non ho mai avuto e non ho sentimenti collettivi. Non mi vedo in alcun raggruppamento. Forse a causa della lezione che avevo ricevuto, non potevo più appartenere ad alcun gruppo. Posso solo simpatizzare. L’appartenenza per uno scrittore è solo un problema. Lo scrittore deve avere delle sue convinzioni e vivere in modo coerente».

    GR Domanda:

    Dalla lettura attentissima della tua biografia si nota che
    dai primi anni Sessanta inizi un’intensa attività di traduttrice dal francese.
    Nel frattempo insegni, pubblichi alcuni libri tradotti dal ceco e dallo slovacco, abbandoni l’ostello di via Krupnicza e ti trasferisci in un piccolo appartamento. Perché lo hai da lei definito “il cassetto”?:

    WS Risponde:
    « Perché era ed è così piccolo che i mobili dovevano essere fatti su misura. Ma per la prima volta disponevo di un appartamento tutto mio, con bagno privato e riscaldamento centralizzato…»

    GR Domanda:

    In questi anni le tue poesie mostrano una freddezza crescente verso la realtà politica del tuo Paese, mostrano un’ottica diversa

    WS Risponde:

    «Ho sempre guardato a tutta la sfera terrestre con la sensazione che ancora in altre parti del mondo si svolgono fatti terribili. Ma dopo una crisi profonda negli anni ’50 ho capito che la politica non è il mio elemento. Ho conosciuto gente molto intelligente per la quale tutta la vita intellettuale consisteva nel mediare su quello che aveva detto Gomulka ieri, e poi Gierek. Un’intera vita chiusa in un orizzonte così terribilmente ristretto. Così mi sono sforzata a scrivere versi che potessero superare questo orizzonte. Non mancano in essi le esperienze polacche. Se ad esempio fossi una poetessa olandese, la maggior parte dei miei versi non sarebbero stati scritti. Ma alcuni sarebbero stati scritti ugualmente, indipendentemente dal luogo dove sarei vissuta. Questa è una cosa importante secondo me».

    GR Domanda:

    Torniamo a Stoccolma, all’assegnazione del Nobel per la Letteratura. Ricordi la motivazione del conferimento?

    WS Risponde:

    « Wislawa Szymborska autrice di una poesia che, con una precisione ironica, permette al contesto storico e biologico di manifestarsi in frammenti di verità umana. Si rivolge al lettore combinando in modo sorprendente lo spirito, la ricchezza inventiva e l’empatia, ciò che fa pensare talvolta al secolo dei Lumi, talvolta al Barocco».

    GR Domanda:

    L’ultima domanda non può non riguardare la tua idea sul poeta odierno.
    Ricordo perfettamente ciò che su questo dicesti a Stoccolma. Ma sarebbe per me un grandissimo onore sentirlo da te direttamente…

    WS Risponde:

    «Il poeta odierno è scettico e diffidente anche – e soprattutto – nei confronti di se stesso. Malvolentieri dichiara in pubblico di essere poeta – quasi se ne vergognasse un po’. Ma nella nostra epoca chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene, e molto difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non ne siamo convinti fino in fondo…»

    * L’intervista immaginaria a WS fa riferimento a molte fonti, in particolare a
    “Szymborska, la gioia di leggere [Lettori, poeti, critici]”, Editore Pisa University Press, 2016
    curato da D. Bremer e da Giovanna Tomasucci

    Giovanna Tomasucci

    Docente di Letteratura polacca all’Università di Pisa. Nei suoi studi si è interessata alla prosa e alla poesia del Novecento polacco. Suoi studi e traduzioni di poesia polacca sono apparsi anche su riviste o antologie («L’ottavo giorno», «Alfabeta», Quaderni di Stilb, L’annuario mondiale della poesia, “Lo Straniero”) e siti web (L’ospite ingrato, L’imperfetta ellisse). Ha scritto anche sulla cultura ebraica del Novecento e sul rapporto con la cultura polacca di Angelo Maria Ripellino e Franco Fortini. Alcune sue versioni di poesie di Wisława Szymborska sono apparse in «Stilb» (1981) e «Repubblica» (2012).

  5. dal libro di saggi inedito di Alessandro Gaudio, Gli anelli di Saturno, offro questo stralcio sul problema degli oggetti.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/02/gianfranco-palmery-1940-2013-poesie-da-in-quattro-2006-compassioni-della-mente-passigli-2011-e-corpo-di-scena-passigli-2013-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-35436
    Si è arrivati a comprendere, da un lato, la natura multidimensionale e simmetrica dello spazio dei pensieri, delle emozioni e delle azioni mentali e, sulla scorta di ciò che sostenevano Mach e Schrödinger per la fisica, Wittgenstein sul versante filosofico e Matte Blanco su quello psicanalitico, come non sia possibile descrivere un fenomeno (anche semplice) in tutti i suoi dettagli. È necessario ritagliare un’immagine del mondo, quella parte di esso che risulti funzionale ai miei scopi, introducendo, cioè, un principio limitante asimmetrico che sia in grado di precisare le imprecise relazioni (e le relazioni tra relazioni e le relazioni tra relazioni tra relazioni, diceva proprio Matte Blanco nel 1954) che legano sensazioni e dati sensibili. Ciò che scaturisce (si è visto bene con Sebald) è una verità condensata della mia mente che, senza essere falsa, risulterebbe inevitabilmente periferica, parziale, più povera, ma che si apre − attraverso l’induzione − alla possibilità.

    La letteratura, lo si sa, ha a che fare asintoticamente con questo principio che, più che impoverire, ha il compito di sostituire, vale a dire di economizzare, riducendo opportunamente il flusso continuo degli stimoli provenienti dall’esterno. Sul modo psicologico-conoscitivo ed economico di considerare le cose proposto da Mach ha riflettuto un giovane Robert Musil, nella tesi di dottorato dedicata alle teorie dello scienziato austriaco, discussa all’Università di Berlino nel 1908 (cfr. R. Musil, Sulle teorie di Mach, trad. di M. Montinari, Milano, Adelphi, 20106). Ma prima di analizzare sinteticamente il punto di vista dello scrittore su alcuni aspetti delle idee di Mach, credo che sia utile riportare il famoso incipit dell’Uomo senza qualità, anche per poter constatare in modo diretto come il programma machiano venga osservato e ridiscusso in termini di figurazione da un autore, peraltro, che spesso, proprio sulla scorta della sua non comune mobilità prospettica, è stato evocato nel parlare di Sebald e che deve essere considerato una vera e propria incubatrice dei fondamenti del Novecento:

    Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.

    Al di sopra e al di sotto del mio mondo, di una qualunque giornata d’agosto, c’è qualcosa che aleggia: una visione, un modo di pensare e di sentire che frammenta l’immagine della realtà in un numero sempre più grande di particolari ma che, alla fine dei conti, rimanda a un concetto che ne riepiloga il senso, correggendo e mettendo in crisi il suo stesso meccanicismo. È come se Musil volesse porre la scienza al servizio del senso comune o, comunque, sentisse il bisogno di provare che la convivenza tra la prima e il secondo è possibile: la scienza, modello ideale di sapere, e il senso comune, nient’altro che scienza degradata e luogo del sapere rimosso, non razionale − tanto secondo Mach (Conoscenza ed errore è del 1905) quanto, poi, secondo Wittgenstein (che lavorerà alle sue riflessioni sul senso comune sino a pochi giorni prima di morire, nel 1951) −, si sosterrebbero reciprocamente, riuscendo ad adattare la raffigurazione dei fatti all’esperienza.

    Il romanzo incompiuto di Musil è capace, sin dalle prime pagine, di sovrapporre immagini diverse, di tentare di calcolare l’incalcolabile, di riflettere su quanto il sopra e il sotto siano indistinguibili, di accordare la medesima importanza tanto a ciò che è quanto a quello che non è, di trovare un equilibrio tra la natura a un tempo delimitata e inesprimibile della vita: sembra, insomma, che Musil abbia scoperto il mezzo più vantaggioso (perché fantasioso e bivalente) per rispondere ai riferimenti di Mach a una natura che esiste una volta sola finanche nella molteplicità assai complicata delle relazioni tra i suoi diversi elementi distintivi. Tali relazioni, aggiunge il Mach studiato da Musil, sono funzionali, cioè reciproche e simultanee, e danno vita a una permanenza della realtà che, pur essendo unitaria, è relativa, frutto intermittente di quelle dipendenze non causali che legano le entità che la compongono.

    (14 ottobre 2013)

  6. «Considerare un libro come una macchina asignificante il cui unico problema è se funziona e come funziona… quest’altra lettura lo è in intensità: qualcosa succede o non succede. Non c’è niente da spiegare, niente da interpretare, niente da comprendere. È una specie di connessione elettrica.» [1]

    (Gilles Deleuze, Pourparlers[1])

  7. donatellacostantina

    Caro Giorgio, cari amici,
    ho conosciuto anch’io Gianfranco Palmery. Era la fine degli anni ’90… Nel ’97, mi sembra, o ’96. Frequentava la nostra Galleria d’arte Il Bulino, sita in via Urbana, ancora attiva a quell’epoca, sede di importanti mostre d’arte contemporanea, italiana e straniera, ma aperta anche a performance di poesia, di musica, a presentazioni letterarie.

    Gianfranco è stato il primo ad aver letto le mie prime poesie (dopo anni di silenzio), scritte proprio in quel periodo, e il primo ad apprezzarle, pur con qualche suggerimento e correzione, che io accoglievo sempre con entusiasmo. Ero davvero lusingata dal suo interesse per i miei versi, piccoli, anche per brevità metrica. Io mi schermivo, dicevo di essere una semplice dilettante, e lui, di contro, mi incoraggiava, commentando che il mio “dilettantismo” era senz’altro preferibile al “professionismo” di certi poeti… Ed era da crederci, detto da lui, uomo scabro, chiuso, di poche parole, senz’altro poco incline ai complimenti… Sì, «parlava lentamente, attento a scandire le sillabe», proprio come riporta Giorgio Linguaglossa nel suo aneddoto, e non guardava mai l’interlocutore. Ricordo, infatti, che quando parlavamo non si sedeva mai di fronte a me, ma accanto, di lato. Però non so se avesse un’«aria cupa e altezzosa»… Piuttosto, direi un po’ malinconica, accentuata dall’eccessiva magrezza, sintomo evidente di una salute niente affatto buona. Ma, a parte questo, ricordo che si parlava bene insieme, serenamente. Forse Gianfranco coglieva qualcosa di particolare in me, nel mio pensiero e nel carattere: quella onestà di fondo, credo, che fa cadere ogni barriera.

    Fra i tanti consigli che mi dava, uno in particolare ricordo: quello di rendermi sempre consapevole della mia scrittura: a questo proposito, una volta mi suggerì di scrivere le intenzioni, i pensieri dai quali io ritenevo derivasse la mia poesia. Un lavoro molto utile. E quegli appunti ancora li conservo.
    Nei nostri incontri, Gianfranco conduceva con sé la sua cara Nancy: alta, bella, sorridente; gli occhi magicamente azzurri, i lunghi capelli castano chiaro, per lo più raccolti alla nuca. In molte occasioni siamo stati ospiti da loro. E una volta, proprio in una serata insieme, Gianfranco tirò fuori da un cassetto alcuni fogli, ovvero una recensione per me, per le mie poesie. Un’autentica sorpresa! Non ho il testo, che rimase inedito e, probabilmente, poi andò perduto, ma ne conservo l’emozione. E ne ricordo l’incipit, dal tono poetico. Più o meno così: «Questi versi si allungano sulla pagina come le ombre della sera». A seguire, i riferimenti a Palazzeschi e altro, dimenticato ormai…

    Nonostante tutto, i nostri incontri, per vari motivi, si diradarono. L’amicizia si perse.
    Poco più avanti, per molti altri motivi ancora (e di un certo peso), io uscii di scena. Definitivamente.
    Nell’autunno del 2013, cercando qualcosa in internet, per caso, appresi tristemente che Gianfranco era morto alla fine di luglio. Allora scrissi le mie tardive condoglianze a Nancy, accompagnandole con una sua poesia e una foto nostra: l’immagine di un istante. Il ricordo indelebile di un poeta.

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