Arianna Ferri  – Sette considerazioni inattuali sulla poesia  e Poesie inedite – Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine, (Eliot). Con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

 

Gif Polittico

Nella mia camera di bambina ho vissuto le solitudini più lunghe. Negli angoli di quella stanza ha avuto inizio la fantasticheria

 Arianna Ferri nasce a Spoleto nel 1992. Nel 2011 consegue la maturità classica e si trasferisce a Perugia per studiare Filosofia, dove si laurea in Estetica con una tesi sull’antropologia dell’immagine. Nel 2014 si trasferisce a Bologna dove consegue la laurea in Scienze Politiche. Collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna fino al 2016. Dal 2017 studia Scienze Filosofiche. Suoi contributi riguardo il rapporto tra poesia e filosofia sono in pubblicazione sulla rivista “Midnight magazine”. I suoi studi sono incentrati su questioni di natura teoretica, estetica e poetica e sui risvolti che questi hanno nel dibattito contemporaneo.

Sette considerazioni inattuali sulla poesia  

1.

Parlando di angoli, Bachelard vi identifica i luoghi in cui l’Essere trova raccoglimento. Solo così, stando rannicchiati, la rêverie fa sì che il poeta ritrovi il bambino delle lunghe solitudini, l’Urkind originario. Da quella posizione che mima l’embrione uterino, il bambino-immaginato, simulacro di un’infanzia mai vissuta, traccia i contorni di una stanza. In quel disegno appena accennato, appaiono i contorni di un tavolo, un paralume, una carta da parati. Perché no, l’accenno di una serratura.

 

2.

Nella mia camera di bambina ho vissuto le solitudini più lunghe. Negli angoli di quella stanza ha avuto inizio la fantasticheria, il suo germe più puro, di cui ho spesso nostalgia. Solo quando quella stanza si è fatta lontana, inaccessibile nell’impossibilità del ricongiungimento fisico con essa, è arrivata la poesia. Una bambina è rimasta in quella stanza. Una donna è stata partorita, gettata nel mondo.

Se le parole hanno anch’esse cantina e soffitta, scendere giù, sottoterra, ha significato per me prima trovare un corpo nuovo, che avevo bisogno di indagare come una bambina che per conoscersi abbia bisogno di toccarsi la pancia, le braccia; poi scoprire un mondo popolato di creature sconosciute, creature archetipiche e al contempo vive.

“Tranquillo è il fondo del mio mare: chi mai direbbe che esso cela strani mostri?” dice Zarathustra.

E così, con le parole “piccole cose”, ho cercato di ritrarre un insetto nascondersi in una crepa del muro, un rumore che strisciava qualche metro più in là. Ho dovuto scriverlo. Per fortuna nel buio del sotterraneo, senza luce, non si può fare archeologia o collezionismo.

 

3.

“Questo abisso lo abbiamo in comune – forse potremo parlare con una sola bocca?” chiede Nietzsche alla Sfinge.

Portare il Primordiale alla luce. La poesia riesce a riportare l’originario al livello superiore, dalla cantina alla casa, la regione in cui il Senso e l’Essere cercano una connessione dialettica. Ma l’ancestrale non è lasciato lì indifeso, come disperso di fronte alle insidie della logica, anzi, è trattenuto. Questo coincidere del trattenuto e del dilagato, fanno sì che il Primordiale non possa essere imbrigliato, che l’archetipico non diventi commercio, bene di scambio. Per questa sua caratteristica si sottrae all’economia, alla vendita. Cosa c’è di più pericoloso per una politica economicista di una libertà così immensa? Ecco allora questa libertà proteggersi dal mondo, rannicchiarsi nell’angolo, per poi scendere giù, di nuovo nel sotterraneo.

Foto Man Ray Bronislava Nijinska, Paris, 1922

Man Ray, Bronislava Nijinska, 1922

4.

L’angolo ci accoglie per poi espellerci, buttarci in un mondo che troviamo aperto, spalancato come una mattinata di primavera. Il freddo può spaventarci. Farci credere che quel mondo laggiù sia un pianeta spopolato dagli uomini. Ma l’apertura ci impone la ricerca di un senso. E così iniziamo a nominare il mondo. Per chi è talmente sfortunato da percepire l’effetto di questa nomenclatura, chiamiamolo Poeta, il mondo così nominalizzato è una miniatura: l’imposizione dell’indice all’immensamente grande.

Ecco che per lui la Parola eccede ed eccedendo, fluisce. L’archetipo, il primordiale, il fuori-dal-senso incontrano così la luce e si manifestano dotati di nomi impropri, sparpagliati. “Salire e discendere nelle parole stesse: questa è la vita del poeta” Dice ancora Bachelard, richiamando il Brodskij delle Conversazioni.

           

5.

Allora la poesia ci porta di nuovo in quegli angoli dove abbiamo conosciuto la solitudine-bambina, per poi esiliarci, espellerci dopo l’incontro. Scopriamo così il mondo del fuori, la città, le metropoli, in cui la poesia vaga nomade, raccoglie fondi di bottiglia, pezzi di muro, cammina sui binari prima che sia giorno e li riporta a casa come reperti. “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine” (Eliot). E ancora raccogliendo, raccogliersi.  

 

6.

Non sempre la città è deserta. Dentro i suoi confini quell’Altro si mostra nel brulicare vivo di immagini e di individui. Solo di rado, però, si ha l’occasione di vedere l’Altro, nel significato improprio del termine. Vedere nel senso di toccarsi, contaminarsi. Per me la poesia è rivivere quella contaminazione, l’accadimento di quello che nel mio raccogliermi nell’angolo sarà poi il vissuto.

 

            7.

La sfida della poesia è lasciare che gli oggetti vaghino nel mondo con i loro nomi impropri, eccedenti, sovrabbondanti di senso. Sfacciate.

Questo, io credo, sia anche ciò che salverà la poesia dalle cornici, dalle scatole, dai barattoli, dai contenitori dell’uomo contemporaneo, che vive la città, negli autobus, nelle case sovrapposte, in mezzo ai giardini verticali, ai banchi di frutta tropicale.

[G. Linguaglossa nella grafica di Lucio Mayoor Tosi]

Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

È un mondo, questo di Arianna Ferri, dell’ombra, visto dall’ombra all’ombra. Con una scrittura dura, recisa e precisa, la giovane poetessa spoletina va dritta giù nell’«abisso»; lo scandaglia, lo perimetra in lungo e in largo, ne traccia una cartografia. Scrive: «le parole hanno anch’esse cantina e soffitta, scendere giù, sottoterra, ha significato per me» e, conseguentemente con questo assunto, ci parla di questa discesa entro se stessa, di questo viaggio da speleologo, con l’unica certezza che «La sfida della poesia è lasciare che gli oggetti vaghino nel mondo con i loro nomi impropri, eccedenti, sovrabbondanti di senso. Sfacciate.

Questo, io credo, sia anche ciò che salverà la poesia dalle cornici, dalle scatole, dai barattoli, dai contenitori dell’uomo contemporaneo, che vive la città, negli autobus, nelle case sovrapposte, in mezzo ai giardini verticali, ai banchi di frutta tropicale.»

Con l’unica certezza che la «sfida» sia questo: fuggire e accettare insieme gli oggetti «sovrabbondanti di senso», perché «A una mancanza ne segue sempre un’altra», ciò che essi si dicono, ciò che ci resta tra le mani è un senso furtivo, distorto, falso, per il quale non abbiamo più le parole adatte, perché le parole della vecchia metafisica non sono più idonee e dobbiamo procacciarcene di nuove, le parole si sono raffreddate, sono diventate gibbose e ultronee; ogni parola è un pericolo e un perimetro, pericolo che va accettato come inevitabile, come inutile e goffa «eccedenza di senso»; eppure è là, forse, in quella «eccedenza di senso» che dobbiamo condurre la poesia, come un cane al guinzaglio, ad annusare gli angoli nascosti, le eccedenze, gli scarti, gli stracci del nostro mondo. È propriamente questo l’uffizio della poesia, il suo «senso» è scendere e rovistare nelle discariche del senso delle parole consunte e inutilizzabili. Tutto il resto è petrarchismo, orpellittico orfismo.

Questa discesa è il «pensiero rammemorante» di cui ci parla Heidegger che, solo, «apre uno spiraglio in direzione dell’oltrepassamento di quell’ “oblio dell’essere” al quale la metafisica dell’ “epoca dell’immagine del mondo” sembra finora aver condannato gli uomini, facendo loro dimenticare l’appartenenza di ciascun ente all’orizzonte totale di senso in cui è inserito».1]

1] Remo Bodei, La vita delle cose, Laterza, 2009,  p. 46

arianna ferri foto

Arianna Ferri

Poesie di Arianna Ferri

Quando la cena che hai cucinato
finisce nel secchio – la casa vuota –

È meglio che mangiare da soli,
hai ragione.

Ha preso la moto, gliel’ho detto io.
È uscito per due ore ed è tornato.
Erano giorni che era chiuso in garage,
ha cambiato ogni pezzo
e era per lui.

Un uomo si è tolto la vita,
mentre la moglie lo aspettava per cena
poi giù sul litorale a ballare la salsa.

Me lo ha raccontato mio padre.

Mia madre scrostava le pentole del pranzo
e noi lì in poltrona
con le braccia sopra alla testa,

due soldati che pregano una pallottola
dritta tra gli occhi.

***

Se ti butti sotto la metro
la tua famiglia deve pagare
per scrostare il macello che hai fatto.
A Brescia ci sono i vetri
e puoi solo andare dall’altra parte.

Mi hanno tolto il whisky
e scopare
e mangiare. L’ho tolto io.

Non cambierà vi dico.
Le bestie non sanno cosa è ieri o domani.
Sanno cosa è oggi e io so cos’è:
un giorno privo, fermo – fermo
un demone è strisciato da sotto il mio letto,
ha guardato la finestra, il cielo bastardo
e sono passati quarantacinque minuti.
Hai gli occhi bianchi, chi ha gli occhi bianchi
può solo covare nel seno.

.

La peste ha lasciato il primo segno.
C’è mai stato un uomo che ha vissuto senza niente?
O che non ha pagato e nessuno lo è andato a cercare.
Smetterò di essere me, a maggio – l’aria umida
gli scarafaggi coleranno dalle pareti e neri
in plotoni verranno a prendersi quel poco che è avanzato

e voglio tornare a casa.

A casa non sto bene,
ai muri ci sono le croci della figlia prima di me,
che non è mai nata e mi dice sii saggia.
Ho fatto del male a mia madre le ho detto
Guarda e lei non ha retto. Lei non vuole mai guardare
e io non voglio che si preoccupi mai.
Io sono onesta e non voglio figli.
Amo i miei figli così,
non sanno luce smembramento o cose del mondo.

***

Sei veramente più triste di me oggi?
Ieri sera c’era pioggia di foglie
e ho sognato che esistevi ancora.
Ho guardato una foto e ti ho visto vecchio
come avessi cent’anni.

Non la ricordo no, la dolcezza,
masticata e ridicola com’è.
Ho detto solo voglio dormire
          prendo due gocce e vado a dormire,
perché conosco il buio delle palpebre
più del buio della stanza
          e mi sento al sicuro,
verranno le onde
          ma le onde non sono belle
vanno, vengono e tornano
          sono sempre uguali
e buie a volte e
qui non arriva il mare,
non c’è nessuno da cucirmi addosso
          nemmeno un insetto a spaventarmi
un treno che stride a chilometri
due gatti che piangono nell’amplesso.

La paura non è tornare.
A una mancanza ne segue sempre un’altra.
Sono questi pensieri meschini e piccoli.
L’immobilità
La campagna e la sua bugia,
il suo silenzio strano.
Arianna la bambina non ha più la tv accesa
le bambole che dicono le cose dei grandi.
La donna non ha più la rabbia,
le febbri alte, i capelli in ciuffi sul parquet.

Gli altri mi vogliono felice.
Allora fingo una malattia
la chiamo fame:
non c’è sazietà se vive in queste stanze
se ancora esige gli avanzi.

Penso alla prima cellula,
l’annegamento prima della nascita
due tagli verticali, una fine mozzafiato,
per poter dire la vostra cura non è servita.
Tanto non si arriva dalle tre al tramonto,
con tutta quella luce rossa che dura mezz’ora.

Due corpi sani che furono segnati,
senza storia e senza mitologia,
lasciano entrare uno straccio di luna.
Toccarsi è contaminazione,
contaminazione un miracolo.

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8 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

8 risposte a “Arianna Ferri  – Sette considerazioni inattuali sulla poesia  e Poesie inedite – Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine, (Eliot). Con una Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

  1. Mi piace che il motto di Arianna Ferri sia il verso di Eliot:

    con questi frammenti ho puntellato le mie rovine.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/05/04/arianna-ferri-sette-considerazioni-inattuali-sulla-poesia-e-poesie-inedite-con-questi-frammenti-ho-puntellato-le-mie-rovine-eliot-con-una-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-34607
    La migliore poesia del novecento è in qualche modo figlia di questo verso. Che è esattamente l’opposto di tutti gli scetticismi e i violoncellisti del significante della poesia minore del novecento… I «frammenti» di cui ci dice Eliot, siamo noi, ed è da qui che bisogna ripartire.

    I romanzi tradizionali e la poesia tradizionale assumono il «modello frontale»: l’io che osserva sta al di fuori dell’osservato e dell’oggetto. Con l’inizio del novecento si verifica un cambiamento del modello o paradigma. Il soggetto è dentro l’atto della osservazione, diventa autoreferenziale, contempla l’inclusione del soggetto osservatore nel circolo della osservazione. Per questa via si entra in un circolo magico, ovvero, in un circolo vizioso. Non se ne esce che con un’arte che descrive l’atto della osservazione e la traduce in rappresentazione, come se quest’ultima fosse perseguibile mediante una serie di proposizioni correlate che hanno un inizio ed una fine. Orbene, questa concezione piramidale di porre la questione della rappresentazione non tiene nel debito conto che da Les demoiselles d’Avignon (1907) di Picasso il soggetto è scentrato rispetto alla rappresentazione, e la rappresentazione ha cessato di essere prospettica, è diventata posizionale, è una tra le tante, ogni posizione del soggetto può essere sostituita da altrettante infinite posizioni.

    La verità è diventata posizionale, la verità della rappresentazione non c’è più, è subentrata la posizione della verità al posto della verità. Ora, questo indebolimento della verità si rivela essere una vera e propria detronizzazione. La verità diventa una questione proposizionale e posizionale. E se all’ultima proposizione della catena proposizionale scoprissimo che dopo di essa c’è il nulla? E che prima della prima proposizione c’è il nulla? Non resterebbe altro da fare che sostituire la verità con il nulla, assumerci la responsabilità di prendere atto di questa sostituzione, il nulla diventerebbe la posizione valoriale di base della catena proposizionale, il vettore della catena proposizionale. Allora comprenderemmo la massima di Wittgenstein, «dove debbo tendere davvero, là devo in realtà già essere [dort wo ich wirklich hin muß, dort muß ich eigentlich shon sein]. 1)
    Infatti, noi siamo già in una posizione, il soggetto è una posizione tra infinite altre, non gode di alcun prestigio ontologico, e la rappresentazione ha solo valore posizionale.

    Per una «ontologia relazionale» (verso cui ci stiamo muovendo) entro la quale trova posto la «nuova ontologia estetica» facciamo riferimento ai limiti entificanti, che in fisica, sono lo spazio di Plank che è lo spazio minimo del singolo quanto di spazio, la velocità della luce, che è la velocità massima di propagazione di qualcosa nello spazio, la costante di Planck che quantifica l’unità di misura dell’informazione dei quanti, il diametro massimo dell’Universo che è 10 elevato a 120 volte la lunghezza di Planck: L’infinito.

    Leopardi era molto scettico sul concetto di «infinito», anzi, pensava che l’infinito non esistesse. Anch’io sono di questo avviso, esso concetto è un nostro concetto mentale che attribuiamo al mondo di mondi di fuori. Quello che possiamo dire è che posto un inizio possiamo continuare a numerare e numerare all’infinito. Ma questo, signori, non è l’Infinito, è un qualcosa che si muove all’infinito. Cosa molto diversa.

    L’ontologia relazionale è un sistema dinamico che contiene al suo interno una molteplicità di sistemi dinamici in interrelazione…

    1] Ludwig Wittgenstein Vermischte Bemerkungen, Ricerche filosofiche, trad. it. di Renzo Piovesan e Mario Trinchero, a cura di Mario Trinchero, Torino, Einaudi, 1967, 22

  2. luciano

    Trovo interessanti queste osservazioni: fanno riflettere e quindi assolvono a una delle più importanti funzioni della scrittura.

  3. Teatrale.in origine un palco.incontrastato
    come fossero dialoghi i silenzi e le parole.
    Muto l’alone. In verità siamo venuti a soffermarci. Una costruzione teatrale, la poesia della Ferri. Esiste ancora una scena dove muoversi, inventarsi poesia?
    Questo treno me lo permette.succede spesso.
    Pendolarismo ascetico. Non sto a soffermarmi, viaggio incontrastato.
    “L’immobilità
    La campagna e la sua bugia,
    il suo silenzio strano.”
    In viaggio avverto l’errore.
    Dica dong!
    …Dong!
    Convertire in dialoghi il colore?!
    Questa una rivoluzione.
    Gia fatta?
    Che dici Tosi?(abbraccio)


    Grazie, OMBRA

  4. gino rago

    Mi soffermo su questo pensiero di Arianna Ferri :

    “[…]Questo, io credo, sia anche ciò che salverà la poesia dalle cornici, dalle scatole, dai barattoli, dai contenitori dell’uomo contemporaneo, che vive la città, negli autobus, nelle case sovrapposte, in mezzo ai giardini verticali, ai banchi di frutta tropicale.”
    Perché proprio questo e non altri che pure permeano di sé il tessuto di questa voce di poesia? Perché vi colgo da un lato la consapevolezza della differenza fra luoghi antropologici e non-luoghi [Marc Augé], dall’altro la coscienza del fatto che con la postmodernità si inaugura la nuova estetica legata preminentemente al ‘sentire’ e in cui i tempi si frantumano e i luoghi diventano volatili.
    Con la conseguenza che le relazioni sociali appaiono ‘liquide’ e le ‘scritture’ si destrutturano.
    Rimangono i frammenti eliotiani [con rigore lucido evidenziati da Giorgio Linguaglossa nel suo precedente commento] a puntellare una realtà volta alla propria smaterializzazione fino alla virtualità, mentre gli ambienti urbani faticosamente tendono a ricomporsi ‘citando’ il passato con la forza della memoria.
    Sotto questo aspetto forse non esagero se dico che questa di Arianna Ferri può essere sentita come poesia quadri-dimensionale, in cui la quarta dimensione è la memoria:

    […]Mia madre scrostava le pentole del pranzo
    e noi lì in poltrona
    con le braccia sopra alla testa[…]

    Sulle istanze che qui e là emergono dai versi di Arianna Ferri riguardanti i rapporti fra il soggetto [poetante] e il Vuoto potrei indicare i tre ordini discorsivi a noi giunti da L’Ombra delle Parole da lungo tempo:
    Arte, Religione e Scienza [vedi Lacan]

    Gino Rago

  5. Credo sia utile pensare le parole in un ordine non più sintatticamente chiuso.
    http://www.mednat.org/new_scienza/universo_teoria_stringhe.pdf

  6. Rossana Levati

    “Se le parole hanno anch’esse cantina e soffitta, scendere giù, sottoterra, ha significato per me prima trovare un corpo nuovo, che avevo bisogno di indagare come una bambina che per conoscersi abbia bisogno di toccarsi la pancia, le braccia; poi scoprire un mondo popolato di creature sconosciute, creature archetipiche e al contempo vive.
    “Tranquillo è il fondo del mio mare: chi mai direbbe che esso cela strani mostri?” dice Zarathustra.
    E così, con le parole “piccole cose”, ho cercato di ritrarre un insetto nascondersi in una crepa del muro, un rumore che strisciava qualche metro più in là. Ho dovuto scriverlo. Per fortuna nel buio del sotterraneo, senza luce, non si può fare archeologia o collezionismo.”

    Ho trovato le considerazioni di Arianna Ferri sulla poesia tutte estremamente ricche di spunti e orientate a definire con accurata pertinenza il terreno su cui la parola poetica si muove, a volte anche il bivio di fronte al quale il poeta può trovarsi, all’incrocio di territori noti e ignoti da esplorare e percorrere con la sua Parola. Una parola densa, come ribadito nel pensiero qui riportato, molteplice e “doppia”, che si muove da un lato tra le soffitte di un pensiero razionale dove si vanno ad accumulare e catalogare le cose in disuso e dall’altro le cantine di un inconscio dove si stratifica la memoria, l’origine archetipica dell’io o il rimosso.
    Sono tornata su questa frase perché l’esempio riportato da Arianna Ferri, ovvero l’insetto che tenta di “nascondersi in una crepa del muro”, appena “qualche metro più in là” e che richiede, quasi impone di essere scritto o descritto, mi ha richiamato questa piccola prosa di Z. Herbert, “Il sogno dell’imperatore”: anche in essa un sogno-deposito di paure e al contempo momento della verità: la parola del sogno, “una fessura!” urlata dall’imperatore finisce, come spesso accade alla parola poetica, per essere fraintesa da chi la colloca in una dimensione razionale e cosciente (i soldati che la scambiano per un invito all’attacco della fortezza nemica) mentre la parola del sogno non è che un modo per esprimere una verità profonda (l’imperatore “è” un millepiedi), forse anche banale come dice Herbert, ovvero la consapevolezza rimossa, che l’imperatore ha e che ritorna dalla cantina-crepa, della propria nullità e della mancanza di una via di fuga:

    “Il sogno dell’imperatore” di Z. Herbert

    “Una fessura! – grida così forte nel sonno l’imperatore da far tremare il baldacchino di piume di struzzo che lo sovrasta. I soldati di guardia alla sua stanza con le spade sguainate credono che l’imperatore stia sognando un assedio. Ora per l’appunto egli ha scorto una spaccatura nel muro e vuole che attraverso di essa penetrino nella fortezza.
    Ma in realtà l’imperatore è adesso un millepiedi che corre sul pavimento in cerca di avanzi di cibo. D’improvviso vede sopra la sua testa un enorme sandalo in procinto di schiacciarlo. L’imperatore cerca una fessura in cui infilarsi. Il pavimento è liscio e scivoloso.
    Sì. Non c’è niente di più banale dei sogni degli imperatori”

    (da “Rapporto della città assediata”, Adelphi, traduzione di Pietro Marchesani)

  7. gino rago

    Notizia.

    La legge Bacchelli (legge 8 agosto 1985, n. 440), più nota semplicemente come “La Bacchelli”, è una legge della Repubblica italiana che ha istituito un fondo per il sostentamento economico di cittadini italiani illustri che, per non fortunate vicende della vita, versino in stato di particolare necessità e indigenza, cittadini che hanno dedicato tutta la loro vita all’arte, alla letteratura, alla poesia, alla musica e anche allo sport.

    L’Italia, dunque, anche in tempi non facili, se non di crisi, non dimentica i suoi poeti…

    Il vitalizio straordinario della Bacchelli è stato attribuito quest’anno ‘per chiara fama’ al poeta Nanni Cagnone, al critico cinematografico, sceneggiatore e regista Ernesto Guido Laura e al cantante Gianni Pettenati.

    GR

  8. Ritrovo in queste poesie di Arianna Ferri il linguaggio dei pensieri non scritti e riordinati in base alle regole deformanti della scrittura. In questo mi riconosco, nella capacità di deviare l’immagine, e il senso, nel verso nuovo successivo; al quale magari si sarà giunti magari per spostamento delle pupille all’indentro. Qui non sfugge nulla. I due tempi sono rispettati e resi dialoganti. Il terzo, l’interrogante, è sempre ultimo a capire.
    Vivissimi complimenti ad Arianna per queste sue poesie, e per il preambolo filosofico che mi sembra dica dell’inconscio, che al femminile deve obbligatoriamente fare i conti con il corpo: “una bambina che per conoscersi abbia bisogno di toccarsi la pancia”. Quanta nuova intimità in queste poesie.

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