248 GIORNI – Dramma in tre atti di Donatella Costantina Giancaspero, dal romanzo omonimo di Giorgio Linguaglossa

 

bello Une femme mariée di Jean-Luc Godard

fotogramma da Une femme mariée di Jean-Luc Godard

Per un Nuovo Anno ricco di «cose» che la redazione augura a tutti i lettori dell’Ombra

Personaggi
(in ordine di apparizione)

ELY, la spogliarellista
MASSIMO, lo scrittore
L’EDITORE
MAGISTRI, l’impresario di porno star

ATTO PRIMO

Primo quadro
                                                                                                                                                 
La scena si svolge in una stanza, nella notte di fine anno 1999.

Il sipario si apre sul palcoscenico immerso nel buio. Lentamente si rischiara, fino a una mezza luce. Al pari della luce si diffonde un suono di musica da ballo, insieme a un rumore di stoviglie e alle voci, allo scalpiccio degli ospiti, che immaginiamo affollare un salone attiguo, dove si svolge la festa di fine e principio d’anno.

Al centro della scena, sopra un tappeto sdrucito, è un divano rosso, illuminato dall’alto da una luce più intensa e fredda. Sin dall’inizio, già nel buio, esso accoglie seduti i due protagonisti, Ely e Massimo. Dietro al divano, sul fondo, un poco a destra (guardando il palcoscenico), una finestra: ai due lati scendono le tende, rosse come il divano. I vetri sono illuminati a tratti da bagliori esterni, che simulano fuochi d’artificio. Al loro rumore ovattato, si unisce quello continuo, ma ovattato anch’esso, di una pioggia battente, insieme a scoppi di bottiglie stappate, grida festose di brindisi…

Sulla parete grigia, di lato alla finestra, come fossero quadri, alcuni specchi appesi, di varie dimensioni, con bizzarre e vistose cornici. Sulla sinistra, un grande orologio a muro segna la mezzanotte.

I protagonisti, seduti l’uno accanto all’altro, fissi come manichini, stanno fumando. Le volute di fumo volteggiano nell’aria. La biondissima ELY: ha il volto esile e ben truccato. Il suo corpo sensuale è stretto in un abito nero, lungo e scollato, con un ampio spacco che mostra due splendide gambe accavallate, fino al pizzo delle calze nere autoreggenti. Massimo, capelli brizzolati, indossa un elegantissimo completo da sera.

Tutti i suoni e i rumori di fondo a un tratto tacciono. Resta solo quello della pioggia.

 

bello angelo androgino

Ci sono molte cose che possono accadere…

MASSIMO: (guardando davanti a sé) Cade molta pioggia, stasera.

(dopo una breve pausa): Ci sono molte cose che possono accadere…

ELY: (guardando anch’essa davanti a sé, in tono neutro, quasi inespressivo) Ma non tutte le cose accadono… Accadono veramente soltanto le cose che noi non vogliamo. Anzi, le cose che non vogliamo, quelle sì, irrimediabilmente, accadono.

MASSIMO: (con tono affabile) Un filosofo tedesco del Novecento ha detto che il mondo è tutto ciò che accade, ma ha dimenticato un particolare: che noi non sappiamo quasi mai ciò che accade e quando accade.

ELY: (come in uno stato di apnea) Ciò che non vogliamo, ciò che non siamo…

Massimo sfiora con la mano il ginocchio di Ely, vi si sofferma. Poi, la sua carezza sale su, fino al pizzo delle calze. Sale ancora e le tocca i fianchi. Ely resta immobile, come una bambola o un manichino. Ma, a un tratto, un brivido lungo la schiena la risveglia dal proprio stato di apnea.

MASSIMO: (in un ironico fraseggiare, ammirandola) Sei una donna indiscutibile, con delle gambe indiscutibilmente inoppugnabili ed eleganti… Ed io ho un debole per le donne indiscutibili…

ELY: (a bruciapelo) Che cosa significa per te “indiscutibile”?

MASSIMO: Significa che la tua bellezza non si può discutere: è un dato, un evento che bisogna accettare così com’è. Se fossi in te, non correrei il rischio di perdere un’occasione così ghiotta per fare la mia conoscenza. (dopo una pausa, con humour): Vedi, potrei cambiare idea e fumarmi un’altra sigaretta… Sai, il velodromo di Monza contiene meno curve del tuo abito leggero… ed io amo appassionatamente prendere le curve in velocità!

 Dopo un silenzio gelido, Ely, all’improvviso, getta la testa indietro e prorompe in una fragorosa risata, che cessa di colpo. Fissa gli occhi sulla tappezzeria. Poi, nel momento in cui li distoglie, incontra di sfuggita quelli di Massimo. Ely appare smarrita in una inafferrabile inquietudine, che dissimula in finta allegria.

 ELY: (guardando davanti a sé) Tu vivi senza scandalo.

MASSIMO: (rivolto ad Ely, in contropiede) E tu vivi per lo scandalo.

ELY: (dopo un attimo di esitazione, nello stesso modo diretto di Massimo, guardando i suoi capelli brizzolati) Tu vivi sul filo del rasoio.

MASSIMO: E tu vivi in bilico, come dentro l’ovatta e sull’orlo di un precipizio.

ELY: (con l’intento di sorprendere, meravigliare Massimo) Io, invece, non cambierei il mio precipizio per un semplice rasoio.

MASSIMO: (come a voler chiudere il dialogo, lasciando Ely sospesa, perplessa): Ciascuno ha il suo modo di stare sul filo del rasoio o del precipizio. È il nostro modo di essere interlocutori: si scelgono uno o due oggetti, una o due metafore… e si continua per tutta l’esistenza  a parafrasare quegli oggetti, quelle metafore…

Ely alza gli occhi sul volto di Massimo. Ritorna da lontano la musica udita all’inizio. I due si guardano e, all’improvviso, si baciano: Massimo in modo affannoso, appassionato, Ely, invece, altera, come assente. E continuano a baciarsi, anche quando, lentamente, cala la luce sul palcoscenico, insieme alla musica.

Buio.

  

Secondo quadro

Le lancette dell’orologio a muro segnano le 3,20 circa: è pomeriggio. Una luce piena illumina la scena. Il divano rosso si trova un po’ più a destra, in prossimità della finestra, aperta sul cielo sereno. Le stesse tende rosse, ai lati. Alle pareti, gli stessi specchi. Sulla sinistra un tavolo con le sedie.

Ely è semidistesa sul divano, con la schiena appoggiata al bracciolo. Fuma pigramente e indossa una vestaglia di seta e pizzo nero che le lascia intravedere le gambe vestite dalle calze autoreggenti. Ai piedi, delle pantofole con un piumino di struzzo e tacchi alti. I capelli vaporosi sono raccolti disordinatamente dietro la nuca.

Massimo indossa dei pantaloni di velluto e una giacca di tweed marrone su una maglia chiara girocollo. Appoggiato alla finestra, fuma anche lui.

Le note di una canzone risuonano per un attimo, insieme ai rumori della strada. Poi, si perdono.

MASSIMO: (con aria leggera, divertita) Ah, lo sai, Ely!, il mio amico Raf… Raf Vallone (ridendo), come lo chiamo io… quello scrittore mancato peggio di me… beh, era proprio pazzo, lo sai? pazzo di te! Ti trovava portentosa quando lo portavo al locale e tu cantavi… La tua voce profonda e roca, diceva che era strascicata come se ti trascinassi dietro una borsa piena di pietre… (e ride di nuovo).

ELY: (un po’ annoiata) Già, Raf… Che tipo anche lui!

MASSIMO: Diceva che però canti male, senza espressione… le mani penzoloni lungo i fianchi…

Eh, ma il suo pezzo forte sono le gambe!, diceva… E che gambe! Sì, Ely, sono straordinarie!

ELY: (con indifferenza) Lo so…

MASSIMO: Io dico che hai successo anche per questa tua aria noncurante, il sorriso provocatorio di chi se ne infischia di quello che può pensare la gente. Poi, quando ti togli le autoreggenti… beh, a quel punto, li mandi tutti in tilt!

ELY: (annoiata) Con Raf ci sono andata a letto per compassione… Lo sai come sono: preferisco gli uomini ricchi, magari che mi offrano delle occasioni di qualche ruolo nel cinema… Ma poi (rivolta a Massimo, dolce, sorridendo), ho scelto te…

MASSIMO: Sì, e Raf ha perso la testa! Perciò se n’è andato in Croazia, d’estate, con quelle due ragazze bisex…

ELY: (interrompendolo, presa da un  pensiero) Mi sa che deve essere favoloso fare il romanziere. Un sognatore, un idealista privo di senso pratico. La gente crede di poterti fregare quando vuole, senonché, poi, ti metti a scrivere un libro su di loro, dimostri che razza di porci sono… e hai un successo pazzesco e fai soldi a palate e…

MASSIMO: (spezzando il suo entusiasmo) Vacci piano, Ely… (dopo una breve pausa) Ho idea che il mio problema sia di non sognare abbastanza.

ELY: Ah, se solo potessi diventare l’amante di un uomo ricco sfondato! Farei qualsiasi cosa per  diventare ricca!

MASSIMO: Qualsiasi cosa?

Massimo lascia la finestra e va a sedersi sul divano, accanto a Ely.

ELY: Sì, qualsiasi cosa… (guardando Massimo negli occhi) Lo so che vinceremo. Sono quelli come noi che vincono. Ma non mi  basta: devono scorrere i soldi come altrove scorre il sangue.

MASSIMO: Ah, il sangue! Il sangue scorre, eccome!, ma lontano dai nostri occhi, dove non lo vediamo, o, se lo vediamo, è solo in televisione… (poi, accarezzandole un braccio come per rassicurarla) E i soldi, quelli, cara, scorreranno a rivoli, è sicuro: il presidente l’ha promesso, è nel nostro programma politico. Nei locali si continua a ballare. Gli uomini si travestono. Le donne si spogliano… Chi si iscrive alla lista dei vincenti, chi a quella dei perdenti… C’è chi preferisce le bionde, chi le brune… Ed ecco che, alla fine di un millennio, la situazione dell’economia precipita… Un gran ballo in maschera! (dopo una breve pausa, accendendo una sigaretta) Ha fatto bene Raf ad andarsene in Croazia, con quelle due… Del resto la vita è un music hall… Magari, un giorno, qualcuno scriverà una storia simile alla nostra… Un romanzo o forse un copione teatrale, chi lo sa… Oppure no, ne faranno un film, sì, un film con Liza Minelli! (con un ampio gesto delle mani, disegnando in aria) Un bel musical! (poi, smorzando un poco il tono della voce) Sì, Ely, una spogliarellista e uno scrittore fallito nell’Italietta di Berlusconi e della finta opposizione…

Sulle ultime battute di Massimo, lentamente, cala la luce.

Buio.

Foto Volto arrabbiato

Tu vivi dentro un buco…

 Terzo quadro

La scena si illumina a giorno. È mattina: l’orologio a muro segna le 11,35.

Ely è seduta sul divano. Si alza, apre la finestra. All’istante la stanza risuona dei rumori della strada. Fa per accendere una sigaretta, quando entra Massimo da sinistra, con dei fogli in mano. Si siede sul divano e comincia a esaminarli. Ely richiude la finestra e inizia a passeggiare nervosamente, fumando. A un tratto si ferma, rivolgendosi a Massimo.

ELY: (afona, con disappunto) Tu vivi come una talpa.

MASSIMO: (continuando a esaminare i fogli, con tono neutrale) E tu vivi come uno struzzo, con la testa sempre sotto terra.

ELY: (incalzando, con voce sottile) Tu vivi come una talpa, mentre fuori (indicando la finestra) risplende il sole e cinguettano gli uccellini…

MASSIMO: (interrompendola stizzito e guardando davanti a sé) Ma per la talpa va bene così.  Il punto di vista della talpa è diverso da quello degli uccellini… Non mi interessano gli uccellini e non mi interessa il sole!

ELY: (insistendo) Sì, ma il sole c’è. Ci sono gli uccellini e tutto il resto. Questo tu lo disconosci…

MASSIMO: (ironico e anche stizzito, rivolgendosi a Ely) Non sono un ministeriale! Non sono un impiegato del catasto!

ELY: (con ostinazione) Tu vivi dentro un buco…

MASSIMO: (replicando senza convinzione e tornando a guardare i fogli) Beh, almeno nel buco non c’è l’aria fritta che si respira fuori.

ELY: (insistendo corrucciata) Per quanto tempo ancora resterai in questo buco?!

MASSIMO: (senza passione) Per tutto il tempo che riterrò opportuno.

 Dopo una riflessione, Massimo si alza avvicinandosi a Ely.

MASSIMO: (con tono pacato) Vedi, cara, c’è solo una cosa che mi riconcilia col mondo… (prendendo tra le dita il mento di Ely): il tuo perizoma. Il resto non ha importanza. Tutto il resto può anche scomparire…

ELY: Non mi sembra un’asserzione granché originale!

MASSIMO: Ti prego, Ely, non pretendere da me frasi originali. Sono corrivo, scontato… uno scrittore di terza categoria.

ELY: (convinta) Tu non sei né corrivo, né scontato, e tantomeno uno scrittore di terza categoria… Solo che giochi a nasconderti. Continui a fare il gioco a nascondino che facevi da piccolo.

MASSIMO: È perché sono convinto che soltanto nascondendoci noi siamo. Dobbiamo stare nell’ombra, per esistere.

ELY: Allora… l’ombra è necessaria più della luce?

MASSIMO: Sì, l’ombra ci è indispensabile. Pensa tu se dovessimo vivere tutto il giorno alla luce… che so?… del neon!

ELY: (con aria suadente, avvicinando la bocca al viso di Massimo) È per questo che ti interesso? Perché io vivo nelle ore notturne?

MASSIMO: (accarezzando le spalle di Ely) Sì… Vedi, cara, fai conto che noi viviamo dentro un Leviatano, in cui mettiamo tutto alla rinfusa: società, civiltà, epoca, gli occhiali, i nostri stracci… ovvero tutto ciò che lega e divide gli uomini tra di loro. E poi agitiamo il tutto… (interrompendo la carezza e guardandola negli occhi): Credi tu che questa cosa sia una faccenda seria?

ELY: (con ingenuità) È il nostro mondo, non possiamo cambiarlo, non credi?

MASSIMO: Tu, perché credi che mi sia ridotto a scrivere romanzi gialli?

ELY: Non lo so.

MASSIMO: (tenendo Ely per le spalle) Credi veramente che la scrittura possa cambiare il mondo? Credi veramente che si possa scrivere altro? Nel migliore dei casi puoi scrivere alla Moravia: dei gialli psicologici. Tutto il resto è solo sfogo privato di intellettuali solitari ed elitari.

GIF OMBRA NUDA

E tu non sei un intellettuale elitario?

ELY: E tu non sei un intellettuale elitario?

MASSIMO: (allontanandosi e scuotendo la testa): No, cara Ely, non sono un elitario. (guardando altrove) In realtà, io scrivo degli antiromanzi.

ELY: Che cosa significa?!

MASSIMO: Significa che oggi, nelle condizioni dello Stivale, è becero scrivere dei romanzi con un eroe positivo.

ELY: (con ostinazione, tornando a sedersi sul divano) E va bene, non vuoi scrivere alla Moravia! Scrivi almeno come gli scrittori di successo!

MASSIMO: (in piedi dietro il divano, alle spalle di Ely, cercando di divagare): Il successo di vendite o… il successo di critica?

ELY: (guardando Massimo) Scegli tu.

MASSIMO: No, sei tu che devi dirmelo.

ELY: Facciamo… il successo di vendite.

MASSIMO: Oppure tu credi che io scriva per il successo letterario?

ELY: (scuotendo la testa) No… lasciamo ai posteri il successo letterario.

MASSIMO: Insomma, resta il successo commerciale.

ELY: E ti pare poco?

Massimo prende a passeggiare, fermandosi di tanto in tanto nel parlare.

MASSIMO: Il fatto è che non mi interessa.

ELY: (rivolta a Massimo) E allora, perché scrivi?

MASSIMO: Scrivo per mangiare.

ELY: (guardando davanti a sé) Vuoi dire per… sopravvivere!

MASSIMO: Esattamente, per sopravvivere e nient’altro.

ELY: (rivolta di nuovo a Massimo) Ma tu hai la stoffa per scrivere romanzi di successo!

MASSIMO: In che modo?

ELY: Fai del tuo commissario un eroe positivo!

MASSIMO: (con aria desolata) Il mio commissario è un intellettuale isolato: cosa vuoi che gliene freghi ad un intellettuale isolato di salvare il mondo! O meglio, una piccola, piccolissima fettina del mondo! (poi, cercando di spiegare) Vedi, Ely, se del mio commissario facessi un eroe positivo, come tu dici, commetterei un reato estetico, un vero e proprio atto di falsità ideologica! Non posso, capisci? Non posso scrivere delle sciocchezze!

ELY: (spazientita e sbrigativa) Ma insomma, che te ne importa! Fagli acchiappare qualche ladro, qualche assassino, magari pure per sbaglio! Così farai contento il pubblico… e l’editore!, che almeno ti pagherà  di più!

Massimo non risponde. Ely si versa del caffè da una caffettiera posta s’un tavolino davanti al divano e accende l’ennesima sigaretta.

ELY: (un po’ pentita, con tono conciliante) Dài, non fare lo schizzinoso… Scrivi una bella storia con tanto di mafiosi in gattabuia! Eh?

MASSIMO: (sedendosi accanto a Ely e guardando davanti a sé) Ma non è una questione di… Ely… è che non ci riesco… Non potrei nemmeno sotto tortura!

Foto volto con mani

Il segreto del successo è molto semplice: dai al pubblico quello che il pubblico chiede.

ELY: E allora?

MASSIMO: (stizzito) Allora, è che non voglio dare al lettore quello che il lettore si attende: lo capisci?

ELY: Ah, sei un bel tipo, tu! È come se io pretendessi di farmi pagare dall’impresario senza fare lo spogliarello! (ride sarcastica)

MASSIMO: Senti Ely, cerca di ragionare… Io sono uno scrittore, non una spogliarellista. Lo capisci questo, no?

ELY: Certo che lo capisco!

MASSIMO: E allora capisci che io non posso esaudire le richieste del lettore?

ELY: Ma perché?

MASSIMO: Perché verrei meno al patto che ho fatto con me stesso!

ELY: Quale patto?

MASSIMO: Quello di non gabbare il lettore.

ELY: (spazientita) Questo non lo capisco! No, non lo voglio capire! Tu dici che non vuoi gabbare il lettore: è per questo che le tue storie non piacciono! Le tue storie sono storie di scacchi matti e di sconfitte. Le sconfitte del commissario sono sconfitte anche nostre e il lettore questo lo sente. Sente che sono anche le sue sconfitte.

MASSIMO: (cercando di tagliare corto): Bene, vedo che finalmente hai capito.

ELY: Ma è come se io mi rifiutassi di spogliarmi sul palco! Il pubblico chiede che io mi spogli, paga il biglietto perché io mi spogli, e se non mi spoglio lui si sente fregato e non torna più al locale. E se non torna più al locale, sai che fine faccio?… Che so… vado a fare la commessa in un grande magazzino!

MASSIMO: Spogliarti è una tua scelta.

ELY: No, mio caro, spogliarmi è una necessità. (Dopo una breve pausa, riprende con tenacia) Il segreto del successo è molto semplice: dài al pubblico quello che il pubblico chiede.

MASSIMO: (alzandosi e fingendo un momento di resa) Vuoi che faccia del mio commissario un vincente?

ELY: (con amabile sicurezza) Sì, crea un eroe positivo, così guadagnerai più lettori.

MASSIMO: (iniziando a passeggiare) Devo fare come Camilleri con il suo eroe, il commissario Montalbano, che sbroglia tutte le matasse più intricate?

ELY: (con semplicità) Come fanno tutti gli scrittori di romanzi gialli.

MASSIMO: Ma io non sono uno scrittore di romanzi gialli, Ely. Faccio finta di scrivere romanzi gialli.

ELY: E allora cosa sei?

MASSIMO: (fermandosi davanti a uno degli specchi appesi) Sono uno scrittore di terza categoria. Scrivo i gialli di un perdente. (poi, voltandosi) Ma questo è il miglior modo di essere contemporaneo.

ELY: (con aria ingenua) Sì?! E che cosa significa essere “contemporaneo”? Me lo dici?

MASSIMO: (sbrigativo) Essere contemporaneo significa semplicemente essere contemporaneo.

ELY: E allora non farai mai un romanzo di successo!

MASSIMO: (testardo) Ma non capisci che non voglio essere uno scrittore di successo?

ELY: (adirata) No, non lo capisco!

MASSIMO: (pacato ma deciso, tornando a sedersi e riprendendo i fogli in mano) Bene, lo capisco io. Non posso scrivere un romanzo di successo. Nel successo non c’è stile.

ELY: Ah, ma pensa! Ne fai una questione di stile?!

MASSIMO: Sì, mettiamola così: ne faccio una questione di stile.

ELY: Con lo stile non si risolvono le questioni di quattrini.

MASSIMO: E allora, mettiamola in un altro modo. Tu, per esempio (guardando Ely), avresti potuto fare la ballerina classica. Avresti avuto successo, saresti stata una celebrità… Perché non l’hai fatto?

ELY: Perché le cose sono andate così.

MASSIMO: Così come?

ELY: Sono andate come sono andate.

MASSIMO: Allora, anche tu sei una perdente.

ELY: No, non è vero. Non mi andava di studiare danza classica: richiedeva molto tempo e troppo sacrificio, tenacia… virtù che io non avevo… Ma per te è diverso. Avresti tutte le qualità per scrivere romanzi di successo.

MASSIMO: (prende una sigaretta e la accende) Sì… forse le avrei: ma non voglio. Sarebbe troppo facile. E le cose facili non mi interessano.

ELY: E cosa ti interessa, una vita sempre in bolletta? Sempre ad inseguire l’editore che ti tiene alla fame?

MASSIMO: Questa è un’altra faccenda. I miei rapporti con l’editore sono rapporti commerciali.

ELY: Puoi andare avanti così… sigarette, caffè… Per quanto ancora? Per un anno, due anni, dieci…?

MASSIMO: La questione del tempo è un’altra faccenda ancora.

ELY: (con voce afona) Senti, lasciamo stare la letteratura… Parliamo di te.

Foto Emma Watson minimalist

No, aspetta: e tu perché fai la ballerina? Non c’è un altro modo per guadagnarti da vivere?

MASSIMO: (alzandosi, tentando una via di fuga dall’interrogatorio. Poi, girandosi verso Ely) No, aspetta: e tu perché fai la ballerina? Non c’è un altro modo per guadagnarti da vivere?

ELY: Sì, c’è un altro modo… Ma è faticoso.

MASSIMO: Esatto. Anche per me ci sarebbe un altro modo, ma è faticoso.

Segue una breve pausa. Massimo si guarda in uno specchio.

ELY: È per questo che… stiamo insieme?

MASSIMO: (sempre allo specchio) Sì, in un certo modo siamo speculari.

ELY: (ironica, guardando davanti a sé) Ed essere speculari significa andare d’accordo?

MASSIMO: (voltandosi in direzione di Ely) Essere speculari significa che per un certo tempo possiamo viaggiare in parallelo.

ELY: E poi?

MASSIMO: Non c’è un “poi”. Si vive un eterno presente: così ho impostato la mia vita.

ELY: Con questa impostazione andrai dritto all’inferno!

MASSIMO: Beh, sia come sia.

ELY: (ripetendo meccanica) Sia come sia.

La scena si oscura rapidamente dopo l’ultima battuta.

Buio.

Quarto quadro

Le luci rischiarano la scena. L’orologio a muro segna le 8,50 circa.

Massimo, con indosso un pigiama, sta seduto al tavolo occupato da fogli, libri e da un Toshiba portatile. È intento a scrivere. Entra Ely, da destra, con un vassoio e due tazzine di caffè. Indossa una lunga vestaglia di seta blu oltremare che lascia intravedere le gambe nude. Ai piedi calza delle pantofole blu col tacco e il piumino di struzzo. Ely posa il vassoio sulla scrivania e, con gesto affettuoso, porge una tazzina a Massimo.

ELY: Buongiorno! Ti sei alzato presto, stamattina!

MASSIMO: (sorseggiando il caffè) Oh, Ely! È dalle sei e mezza che sono in piedi. Devo finire di correggere le bozze. Mi voglio sbrigare, così consegno tutto all’editore… E incasso il saldo!

ELY: (con entusiasmo, bevendo il suo caffè) Bene! Allora ti lascio lavorare…

MASSIMO: No, no, stai qui con me. Lo sai che mi piace…

ELY: (cingendogli le spalle con le braccia con fare intrigante) Sai, Massimo… Mi domando perché mai il tuo commissario non ha una donna.

MASSIMO: Ti sbagli, nel mio terzo romanzo c’è una donna.

ELY: Sì, ma è una via di mezzo tra un’amante clandestina e una libertina.

MASSIMO: È vero. Però, la donna del commissario non può non essere che un’amante clandestina.

ELY: Sì, ma il tuo commissario non ama gli incontri fortuiti, gli amplessi fugaci…

MASSIMO: È vero, non li ama. Non è il tipo.

ELY: (indugiando) Non ama le donne facili, e tantomeno quelle difficili. Direi che non ama l’avventura, l’imprevisto, l’irregolare… In fin dei conti, sta bene con la sua amante clandestina…

MASSIMO: Purché la sua amante non abbia un solo amante.

ELY: (staccandosi da Massimo e prendendo il vassoio con le tazzine come per portarlo via) Già, lei deve averne altri, che poi gestisce in modo burocratico: uno il martedì, l’altro il venerdì… E la domenica a riposo.

MASSIMO: E questo è riprovevole?

ELY: Altroché! è spregevole!

MASSIMO: È spregevole avere amanti?

ELY: È spregevole la gestione burocratica degli amanti.

MASSIMO: E tu invece come li gestisci i tuoi amanti?

ELY: (quasi infastidita) Io non li gestisco affatto. Lascio che siano i miei amanti a gestirmi.

MASSIMO: Ah, capisco… Preferisci l’irresponsabilità?

Foto Amelie

Mettila come vuoi… Io sono io… e tu sei tu.

ELY: (annoiata, col vassoio in mano, si dirige verso destra da dove era venuta) Mettila come vuoi… Io sono io… e tu sei tu.

MASSIMO: (incalzante, guardandola mentre si allontana) Preferisci che siano i tuoi amanti ad avere libero accesso al tuo letto?

ELY: (fermandosi a metà, con tono deciso) Preferisco far entrare nel mio letto chi voglio io: lo decido sempre io. Ricorda!

Ely esce. Massimo riprende a scrivere. Poco dopo, Ely rientra con un giornale in mano e si siede sul divano.

ELY: (con tono incuriosito, rivolta a Massimo): Ma… torniamo al tuo commissario. Lui è un burocrate. Perciò, preferisce gli incontri clandestini… senza responsabilità… senza destino…

MASSIMO: (guardando davanti a sé) Il destino non è altro che rumore. Il nostro destino è di perire in un rumore sempre più assurdo e incomprensibile.

ELY: Vuoi dire che destino e rumore sono sinonimi?

MASSIMO: (guardando il monitor del computer) Esatto.

ELY: (testarda) Ti sbagli!

MASSIMO: E quando finirà il rumore, finirà il destino.

ELY: (con ironia) È per questo che il tuo commissario passa tutta la giornata in ufficio a fare niente?

MASSIMO: Il commissario De Luca non ama il rumore insulso delle parole, ma non ama neanche il silenzio… Insomma, non ama né il rumore né il silenzio… Direi che non è un mistico, non è un poeta.

ELY: E l’amante del tuo commissario…?

MASSIMO: Cosa vuoi sapere? Che ci trovi di tanto interessante?

ELY: Lui va da lei il martedì e il sabato. Prende il caffè, fuma le sue sigarette, le MS con filtro, e poi ci finisce a letto. Poi si riveste, fuma un’altra MS e se ne va. In tutto questo tempo avrà detto appena cinque parole: “Buongiorno, buonasera, come stai, sei bella, sei troia”… Non ti sembra un po’ eccessivo? Chi è veramente il commissario De Luca e perché ha smesso di parlare?

MASSIMO: (sbrigativo) Non sta a me dire chi è il commissario De Luca.

ELY: Oh, bella questa!

MASSIMO: È il lettore che deve scoprirlo.

ELY: Allora… è il lettore il vero detective?

MASSIMO: Esatto. Il vero commissario è il lettore. Solo che lui non lo sa. È sempre il lettore che vorrebbe scoprire il delitto e mettere il delinquente in gattabuia… Però, io non lo seguo fino a questo punto: non sono disposto ad esaudire le sue richieste.

ELY: E chi compie il delitto?

MASSIMO: È sempre il lettore che compie il delitto. O almeno… vorrebbe compierlo.

ELY: (appassionandosi al discorso) Quindi, è il lettore il vero rebus.

MASSIMO: Diciamo che qui sta il punto.

ELY: Ah, ecco perché il tuo commissario non parla! Non vuole avere contatti con il lettore. Non vuole  avere a che fare con quello… spione!

MASSIMO: Diciamo che ha preso le distanze… ha preso le distanze da tutto.

ELY: E qui si chiude la partita?

MASSIMO: Qui si chiude la partita.

Massimo si alza. Va alla finestra, la apre e accende una sigaretta. Ely, sul divano, appoggia la schiena al bracciolo con aria interrogativa.

Foto uomini che scendono le scale

che cos’è per te il «rumore del silenzio?».

ELY: (aggrottando la fronte, come per una riflessione) Massimo, che cos’è per te il «rumore del silenzio?».

MASSIMO: Il silenzio non fa rumore.

ELY: E il destino ha un rumore?

MASSIMO: Il destino, sì, ha un rumore.

ELY: Che cosa intendi per «silenzio»?

MASSIMO: Quello che metto dentro i miei romanzi.

ELY: Vuoi dire che i tuoi romanzi sono fatti di silenzio?

MASSIMO: Sì.

ELY: (cercando di capire) Ma perché scrivi gialli se ti annoia scriverli?

MASSIMO: Perché sono annoiato. Non potrei fare altro che scrivere gialli. (Poi, chiudendo la finestra e sedendosi sul divano accanto a Ely) Vedi… il lettore ti segue: vuole scoprire il colpevole, far luce sul delitto… È una cosa da bigotti! Sono annoiato perché il lettore si annoia. Il romanzo, a pensarci bene, è stato il miglior prodotto della noia.

ELY: Che cosa vuoi dire?

MASSIMO: Voglio dire che senza la noia non scriveremmo gialli e neanche li leggeremmo.

ELY: E… la noia che cos’è?

MASSIMO: (alzandosi, cercando di sottrarsi alle domande) Ely, perché mi fai queste domande? Lo sai che non mi va di fare il filosofo…

ELY: Anche il filosofo si annoia?

Massimo non risponde. Sta di fronte a uno specchio.

ELY: E il tuo filosofo ha smesso di filosofare?

MASSIMO: (sempre guardando lo specchio) Sì, credo di sì.

ELY: (come riprendendo un vecchio discorso) … Tu dici che i tuoi sono gialli di terza categoria… va bene, lo ammetto, forse lo sono.  Ma puoi metterci delle cose dentro…

Massimo si volta in direzione di Ely. Ripete esitando le sue ultime parole. Poi prosegue convinto.

MASSIMO: … metterci delle cose dentro… Ma la letteratura non può spiegare il reale. Non è una scienza. Parla per metafore e per metafora.

ELY: (categorica, mettendosi seduta con le gambe unite e la schiena dritta) La scienza si spiega con la scienza.

MASSIMO: (seduto accanto a Ely, nella sua stessa postura) Noi diciamo che lo spazio è fatto solo di spazio, il tempo solo di tempo, i sentimenti solo di sentimenti, gli errori solo di errori… Ma non è vero: le cose non stanno così.

ELY: No. Tu sei uno scrittore: devi spiegare le cose, adoperare le parole per spiegare le cose. Il silenzio non è mai chiaro. È la cosa più oscura che ci sia. Il silenzio è essere morti. Il silenzio non chiarisce, moltiplica solo le ipotesi. Il silenzio usato per dire qualcosa è stupido, vile, crudele. Non si deve mai, mai – capito? – mai rispondere al silenzio con il silenzio!

Cala il sipario.

Fine del Primo Atto

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15 commenti

Archiviato in Senza categoria, teatro

15 risposte a “248 GIORNI – Dramma in tre atti di Donatella Costantina Giancaspero, dal romanzo omonimo di Giorgio Linguaglossa

  1. Cara Donatella, leggerò il tuo lavoro con interesse, appena sarò fuori dalle spire di questa inesorabile tornata di feste ;ti comunicherò qualche mia impressione.Per ora, buon anno e buon riposo, dopo tanto lavoro. Un bacio,Anna Ventura

    • donatellacostantina

      Grazie, Anna!
      Auguri grandi di buona fine e buon principio d’anno!

      Il mio lavoro teatrale resta fedele al significato del romanzo, ma se ne differenzia in alcuni punti nella struttura, laddove mi è stato necessario creare dei dialoghi ex novo oppure ho dovuto invertire, eliminare o accorpare qualche capitolo.
      Spero che si potrà rappresentare, un giorno non lontano…

  2. gino rago

    Gino Rago, riflessioni sul Romanzo “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa,
    Ed. Achille e La Tartaruga, Milano, maggio 2016

    Possiamo definirlo il romanzo dell’età della stagnazione spirituale. Una storia di soldi, sesso e violenza psicologica. L’esistenza da saldare. L’esistenza messa in saldo. Il romanzo si svolge all’interno dell’appartamentino della bellissima protagonista, Ely, a Roma; racconta la storia tra Massimo (uno scrittore che si autodefinisce «di terza categoria») ed Ely, una fotomodella, ex pornostar. Una storia intensa, violenta, che si sviluppa in dialoghi serrati, drammatici, in capitoli brevi che scandiscono i giorni dei 248 giorni del loro tragico amore, con uno stile asciutto a metà tra noir e giallo e romanzo esistenzialista, fino all’atto finale dell’ultimo capitolo quando si avvera un tipico scioglimento del plot da romanzo giallo. A pagina 29 del suo recente, godibilissimo romanzo 248 Giorni . Giorgio Linguaglossa fa fiorire sulle labbra di Massimo, il protagonista del romanzo, le seguenti parole derivanti da una severa, profonda meditazione sul «tempo»: «Chi può asserire, con cognizione di causa, di vivere in pieno nella dimensione della coscienza? È questo il limite di un intellettuale: che lui crede sempre di vivere nella dimensione della coscienza vigile, alla luce delle sue categorie logiche o illogiche, razionali o irrazionali. Ma non è vero. Così, avvenne che incontrai Ely proprio nel momento in cui avevo deciso di vivere unicamente nel «presente».
    Che cos’è il presente? È una specie di pianura dove si calpesta un pavimento orizzontale; che cos’è il «futuro»? È una strada in salita. E il «passato»? E’ una strada in discesa ripida dove tutto rotola verso il fondo…».
    Faccio mie le immagini di «presente, di «passato» e di «futuro» che lo scrittore attribuisce al protagonista di 248 Giorni, immagini scaturenti dal tentativo d’interpretazione del sogno di Massimo, poco tempo prima d’incrociare Ely, ( nel romanzo incarna l’idea di «bellezza»), in cui il signor “X” che proviene dal passato incontra il signor “Y” proveniente dal futuro a metà d’un ponte su un “fiume turbolento” che collega le “due parti della città che giace lungo le due sponde”.

    Ecco un tipico dialogo tra i protagonisti del romanzo:

    85° giorno
    L’ESISTENZA SENZA DESTINO

    “– Tu vivi come una talpa, – mi diceva Ely con la sua voce afona ed agnostica.
    – E tu vivi come uno struzzo, con la testa sempre sotto terra, – replicavo con il suo stesso tono neutrale.
    Cominciavano così le nostre schermaglie, con degli appunti reciproci. Era il nostro modo di fare chiarezza. Il poeta Eugenio Montale in un famoso verso degli anni Trenta scrisse: “Tendono alla chiarità le cose oscure”. Ecco, diciamo che le nostre cose oscure, le cose da cui provenivamo, in un certo senso si dirigevano verso la chiarità. Questo per un po’, fin quando durò il nostro amore. Ovvero, una eterna temporaneità. ovvero, 248 giorni. All’improvviso, tutto precipitò. Dapprima lentamente, poi velocemente, sempre più velocemente…
    – Tu vivi come una talpa, sotto terra, mentre fuori risplende il sole e cinguettano gli uccellini, – incalzava Ely con la sua voce esile e sottile.
    – Ma per la talpa va bene così. Il punto di vista della talpa è diverso da quello degli uccelli. Non mi interessano gli uccellini, non mi interessa il sole, – rispondevo stizzito.
    – Sì, ma c’è il sole, ci sono gli uccellini e tutto il resto. Questo tu lo disconosci, – insisteva Ely.
    – Non sono un ministeriale, non sono un impiegato del catasto, – rispondevo ironico e stizzito perché il discorso si ripeteva per l’ennesima volta con le medesime noiose modalità.
    – Tu vivi dentro un buco, e da quel buco non uscirai più, – tambureggiava la Ely con la tenacia di cui sono capaci soltanto le donne.
    – Beh, nel buco almeno non c’è l’aria fritta che si respira di fuori, – replicavo senza convinzione tanto per tappare il vuoto della mia coscienza.
    – Per quanto tempo ancora resterai nel buco? – insisteva con tenacia la mia amante che appariva sempre più bella con la sua aria corrucciata.
    – Per tutto il tempo che riterrò opportuno, – rispondeva senza passione una voce che era in me.
    A quel punto dei nostri discorsi inevitabilmente mi rifugiavo nella filosofia (…)”

    Gino Rago

  3. gino rago

    Costantina Donatella Giancaspero fa muovere i due protagonisti del suo dramma, elaborato liberamente ed efficacemente da “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa, in una notte di vigilia d’anno nuovo (il 1999) , in un ambiente
    popolato di ‘oggetti’ che stentano a farsi ‘cose’. A me sembra che Massimo ed Ely sfuggano a se stessi, temendo di mettersi davanti a uno specchio,
    lo specchio del poeta che non sbaglia mai, che non mente… Si vedrà il seguito del pregiato lavoro giancasperiano. Ora desidero dedicare alla
    autrice del dramma, Costantina Donatella Giancaspero, questi miei antichi versi, quasi dimenticati, con in epigrafe di Franco Fortini, cui imposi il
    titolo proprio di “Lo specchio del poeta” (una poesia che come forma si
    discosta notevolmente dalle mie recenti, ma che forse aveva in fieri molti dei temi poi ripresi con un poderoso lavoro sul linguaggio poetico): Con ciò,
    auguro a tutti noi de L’Ombra un 2018 che onori la poesia.

    Lo specchio del poeta (2010/2011)
    “Ogni parola che mi giunge
    è addio …”
    Franco Fortini

    a Costantina Donatella Giancaspero ( al suo dramma “248 giorni”)

    Archeologo del presente, raccolgo
    in me i frammenti dei naufragi
    dell’esistenza finta del mio tempo:
    soltanto i miti dicono
    dove io possa trovarmi, questi uteri
    perennemente gravidi d’umano,
    crepe di luce
    sulla necessità d’un labirinto,
    quella reggia incantata di Minosse
    da Dedalo stampata
    nel cuore d’ogni uomo. Il sole
    a dardeggiare sul mare senza moto
    è specchio d’enigmi
    nell’eco d’un linguaggio adatto all’anima:
    il viaggio, la storia di Narciso,
    l’oceano calmo dell’indifferenza …
    Inversioni d’immagini, grido
    assoluto, dialogo muto
    con la coscienza, incanto della quiete,
    mormorio solitario, rivelazioni
    senza epifanie, verifiche
    solipsistiche fedeli alla poesia,
    parola della carne
    scesa ad abitare in mezzo a noi?
    Approdi certi verso antri oscuri
    su spiagge lastricate d’utopie.

    Gino Rago

    • donatellacostantina

      Caro Gino,
      sì, è vero: i due protagonisti, Massimo e Ely, hanno timore di mettersi davanti allo specchio, lo specchio che non mente, sebbene la loro vita sia popolata da superfici riflettenti. Ma qui, esse restituiscono immagini alterate, come il volto di Ely, falsificato dalla perfezione del maquillage. Gli specchi moltiplicano le immagine e riproducono frammenti dell’ esistenza, “i frammenti dei naufragi/ dell’esistenza finta del mio tempo”, come tu scrivi nella tua poesia. Questa idea degli specchi, suggeritami dal romanzo stesso, mi pare una magnifica metafora.
      Grazie, Gino, per la dedica dei tuoi versi!

      A presto…

  4. Mi è sembrata ottima la trasposizione del romanzo in opera teatrale. Ottima l’idea e ottimi i dialoghi, sui quali Donatella è intervenuta riuscendo a creare le pause-tempo che servono alla rappresentazione. Mi piace come ha saputo giostrare il Tempo nei diversi quadri, giorno sera notte come illustrati. Tempo che non scorre. Bene anche il rosso del divano. Nelle mani di uno scenografo un po’ pazzo, tutti questi elementi potrebbero essere ulteriormente interpretati. Qualche nota di surrealismo, o comunque qualche invenzione. Anche se è vero che il piacere mentale è dotato di un proprio particolare erotismo; e tutte le forme di erotismo sono in qualche modo spoglie ed escludenti. Insomma, pochi elementi. Sarebbe davvero molto bello se davvero si arrivasse a una rappresentazione teatrale. E’ nell’augurio di Buon Anno!

    • donatellacostantina

      Ti ringrazio, Lucio, per il tuo commento. In effetti, uno scenografo sufficientemente “pazzo” (come dici) e altrettanto intelligente potrebbe metterci del suo e reinterpretare gli elementi dell’arredo che io descrivo, allestendo una scena spoglia, nuova, al limite del surreale. Per me andrebbe benissimo!
      Grazie per l’augurio. Spero davvero che il 2018 potrà vedere la realizzazione del mio lavoro teatrale.

      Ancora auguri! E a presto…

  5. griecorathgeb

    Evidentemente questa è una narrazione fatta da tre autori: Massimo, il commissario e il lettore scrivono l’un l’altro. Di solito domina Massimo, ma di colpo è il commissario che sta scrivendo Massimo; e fra il terzo e il quarto quadro è chiaramente il lettore che prende il sopravvento e scrive gli altri due, facendo in modo che Massimo a sua volta scriva della posizione dominante del lettore. Questo procedimento catapulta l’intera narrazione nell’inverosimile, e infatti le battute iniziali già tendono all’inverosimile: non sempre si “concede” ad una spogliarellista di raggiungere una tale sottigliezza di pensiero. Anche se Massimo, o chiunque altro la stia scrivendo, fa del suo meglio per semplificarne il pensiero, in realtà Ely è ben addentro alla tematica del romanzo/riduzione teatrale, che è appunto la dispersione totale del filo narrativo. Qui la narrazione diventa la narrazione della narrazione, la scrittura della scrittura.
    E i personaggi che all’inizio sono palpabilmente delle semplici ombre dell’autore, cominciano a diventare molto più vivi dei personaggi “tridimensionali” del romanzo convenzionale.
    Grazie a Costantina Donatella Giancaspero per l’attenta, equilibratissima riduzione teatrale del romanzo di Giorgio Linguaglossa.

  6. griecorathgeb

    COMMENTO DI CHIARA CATAPANO
    Ora Chiara Catapano, che si trova qui con me, scriverà il suo commento non avendo altro accesso, in questi giorni, al blog:

    La prima cosa, il primo appunto, è per la riduzione teatrale di Costantina Giancaspero: abilissima nel creare lo spazio scenico sotto il nostro sguardo di lettori, ci materializza un quadro tridimensionale, aperto poi verso la moltiplicazione di sé (gli specchi che rimandano la scena dentro se stessi all’infinito, da ogni angolazione). Non c’è scampo per i protagonisti, né per il lettore. E lo spettatore verrà catturato, poiché anch’egli verrà risucchiato dentro la scena, imprigionato nel proprio riflesso.
    La storia – e attendo con impazienza di leggerne gli altri due (se non sbaglio) atti – tira fuori da un abbozzo di personaggi (come da una pietra grezza) delle persone a tutto tondo; quasi cesellandone alcune caratteristiche (direi “pur” cesellandole) ci rimanda una loro totale umanità, esasperata a tal punto da suonare vagamente surreale. Vagamente, perché sono esseri di carne e ossa, non si procede mai verso una qualche idealizzazione: solo gli specchi qui ci ricordano, silenziosamente (con quel silenzio spietato di cui Ely ci parla alla fine) che Massimo ed Ely sono anche l’involucro di un discorso molto più ampio.

  7. Una cosa che balza agli occhi è la «contaminazione» tra un autore e l’altro, tra un testo e l’altro all’interno della comune sensibilità che è la «nuova ontologia estetica». Questo è un fatto nuovo. Un altro elemento di differenza rispetto alla letteratura cui siamo abituati è che ogni autore veste i panni del regista, voglio dire che ciascun autore/commentatore vede e interpreta la «scena» (poesia o romanzo) di un altro autore proprio come un regista vede la scena che sta girando, sta ad un tampo all’esterno e all’interno del «quadro».

    Quello che mi ha sorpreso è la capacità registica di Donatella Costantina Giancaspero, la sua capacità di «vedere» i personaggi del mio romanzo che si muovono all’interno della scena; i personaggi acquistano una loro autonomia, una vita propria. La crisi esistenziale dello scrittore Massimo coincide con la sua crisi artistica: per Massimo ormai nelle nuove condizioni di mercato e spirituali dell’Occidente non è più possibile scrivere una grande opera letteraria. Da questo postulato il romanzo prende l’avvio. Tutto quel che segue non è altro che lo svolgimento di questo assunto. Un altro postulato è la bellezza quasi disumana di Ely. La bellezza della protagonista può essere accettata dalla comunità soltanto ad un prezzo: che essa venga acquisita come «valore di scambio», che essa divenga una merce.

    Il dramma dei due personaggi è tutto qui: con le parole di Heidegger, «l’inautenticità è la riduzione al valore di scambio», che poi suona molto simile alla condanna marxiana del capitalismo per cui il valore d’uso viene ad essere annullato in quanto ricompreso nel valore di scambio.

    L’argomento che il romanzo (e la riduzione teatrale) mettono a fuoco è questo: l’impossibilità di sfuggire alla inautenticità esistenziale che permea tutti i rapporti umani e anche il rapporto per eccellenza: l’amore tra due persone.

  8. gino rago

    Dalla mia e-mail copio, incollo e condivido questo denso racconto di Giorgio
    Manganelli scelto da Rossana Levati

    “Caro Gino Rago,
    dopo aver letto il tuo commento a “248 giorni” di Giorgio Linguaglossa., ho pensato a questo racconto di Manganelli, che ti mando, sulle velocità dell’universo dove presente, passato e futuro si incontrano, si intersecano, si scambiano, e forse perdono ragione d’essere:

    Giorgio Manganelli, N. 69 (da ” Centuria “)

    L’astrologo – un uomo dall’aspetto tranquillo e per nulla fantastico – ha appena terminato i suoi calcoli, e li sta esaminando con una punta di acre divertimento. Da questi calcoli, eseguiti e controllati con cura, risulta quanto segue: egli dovrà incontrare la donna della sua vita tra un anno e sei mesi; per molti versi, pare donna del destino, e non esige altro che d’essere accettata; l’astrologo non ha nulla da eccepire, essendo uomo ubbidiente alle esigenze del cosmo, tra le quali esigenze figura anche codesto incontro con una donna per lui fatale. Ma i suoi calcoli gli hanno anche detto qualcos’altro: vale a dire, che egli morirà esattamente venti giorni prima dell’incontro con la sua donna. L’astrologo ha un certo senso dell’umorismo, e non può trattenere il sorriso; questo è veramente un rompicapo. Il giorno dell’incontro, dunque, la donna sarà indubbiamente viva, ed egli, altrettanto indubbiamente, morto; tuttavia l’intero cosmo pare organizzato con tanto rigido ordine, che quell’incontro non può non avvenire. L’astrologo medita: forse il suo fantasma si innamorerà e disvelerà alla donna destinatagli? Non è impossibile, astrattamente, ma sarebbe il primo caso di una profezia riguardante la storia di un fantasma, le ambagi affettive di un defunto. E poi, quale sorta di rapporto potrebbe istituirsi tra lui morto e lei viva? Né è il caso di pensare a reincarnazione, giacchè anche nel caso, tecnicamente improbabile, di una reincarnazione istantanea, egli, quel giorno, avrebbe venti giorni di vita. Fantastica: che la donna si innamori di un suo ritratto; ma può un suo ritratto essere considerato “lui”? Dunque, se una qualche soluzione è possibile, essa deve avere a che fare con qualche regola del mondo che finora nessuno ha né sondato né sfiorato. Questa regola, come nel caso che egli ha scoperto, prevede qualcosa che egli non sa se definire l’impossibile o l’errore. Se è l’impossibile, vuol dire che l’universo contiene in sé l’esigenza di qualcosa che non può essere, e dunque è in conflitto con se stesso, e verosimilmente, preso nel suo insieme, l’universo è infelice; se la regola prevede ed impone l’errore, vuol dire che il mondo è giunto ad un punto in cui solo l’inesattezza può rivelarlo a se stesso, solo la menzogna può comunicargli la verità, la malattia guarirlo, la morte crearlo. In tal caso, il giorno dell’incontro con la sua donna sarebbe l’ultimo di un Grande Anno, giorno del bruciamento e ricominciamento del mondo.

    E in “Agli dei ulteriori” immagina che Amleto e la Principessa di Cleves, vissuti in epoche e luoghi diversi, comunichino nell’universo con una “balista verbale”, scambiandosi parole che li possono raggiungere al di là del tempo e dello spazio: “I nostri universi, radicalmente incompatibili, sono entrati in contatto solo perché qualcosa, altrove o dentro, s’è sfasciato, e dunque i nostri due mondi, come tali, non esistono più. Dunque: se i nostri mondi fossero durati, noi non ci saremmo mai conosciuti; sfasciandosi l’impalcatura del mondo, il vostro destino è distrutto.”

    Rossana Levati

    Penso che questo contributo di Rossana Levati possa ulteriormente nutrire
    il dibattito in corso incrociando i commenti di Lucio Mayoor Tosi, di Chiara
    Catapano, di Steven Grieco-Rathgeb e il recentissimo di Giorgio Linguaglossa su e intorno al dramma di Costantina Donatella Giancaspero
    lavoro originale nel quale l’autrice si segnala, come ben coglie Giorgio Linguaglossa, abilissimo Maestro di regia.

    Gino Rago

  9. molto brava Costantina a stringare in modo ottimale la scena e i personaggi del romanzo di Giorgio. Sarebbe interessantissimo assistere alla rappresentazione teatrale. Buon anno a tutti voi!!!

  10. Giuseppe Talia

    Non ho letto il romanzo 248 giorni” di Giorgio Linguaglossa., se non qualche stralcio apparso sull’Ombra. Più o meno la parte che Donatella Costantina ha postato qui in versione teatrale. Anche io, come altri, spero che possa essere rappresentato in teatro.
    Alcune considerazioni: 248n giorni è un romanzo nichilista, se ne avverte il portato in una semplice citazione, ” E tu vivi in bilico, come dentro l’ovatta e sull’orlo di un precipizio.
    Continuano, sia nella versione teatrale di Costantina che nella versione romanzata di Linguaglossa, le chicche verità, come l’anti-commissario che in un assetto surreale non risolve nessun delitto o crimine commesso; lo scrittore che non cede al facile ricatto del successo, quale? “Quello di non gabbare il lettore.

    E’ un romanzo filosofico, quello di 248 giorni, come è d’uopo nelle corde di Linguaglossa, un romanzo incompleto, o forse bastevole, dura 248 giorni in luogo di 365.

  11. letizia leone

    Ottima abilità drammaturgica di Donatella Costantina Giangaspero. Non è infatti cosa semplice scorporare l’azione scenica dal flusso narrativo di un romanzo, e per di più romanzo filosofico e iperreale come quello di Linguaglossa. Ma l’autrice ha trasposto magistralmente quella “patina di superficie e predominante” (Baudrillard) che caratterizza la massificazione mediatica. Il Leviatano del romanzo “della stagnazione spirituale”.
    Così opportunamente seminando indizi nel suo testo, l’autrice, detta al regista tutto l’immaginario con il quale allestire la scenografia: la vetrina di Vogue che sola può accogliere la scena dei dialoghi dei protagonisti. Un regista dovrebbe semplicemente leggere il testo e posizionare due manichini nelle loro camere borghesi dietro questa vetrina illuminata quali oggetti brillanti ad uso libidico (“I protagonisti, seduti l’uno accanto all’altro, fissi come manichini, stanno fumando…I vetri sono illuminati a tratti da bagliori esterni…di lato alla finestra, come fossero quadri, alcuni specchi appesi”)..dal cosmo alla cosmetica, dall’estetica al maquillage di una spogliarellista-filosofa ingabbiata nel cliché del proprio ruolo , come Massimo, d’altra parte, lo scrittore snobisticamente “fallito”. Personaggi di una nuova Commedia dell’arte.

    Il tempo, altro grande protagonista, è finto. Immobile in un’azione fusa completamente nei dialoghi. Ne movimento, né ritmo ma “Stagnazione”, perpetua girandola di “scarnificanti” elucubrazioni sul corpo, sulla vita, sul vivere, sull’amore…questi pezzi mancanti del dramma erotico-esistenziale collocato davanti a un orologio. Il tempo è comunicato ai presenti dagli spostamenti delle lancette che segnano i cambi di giornata e le posizioni dei protagonisti nella camera (“Sulla sinistra, un grande orologio a muro segna la mezzanotte…Le lancette dell’orologio a muro segnano le 3,20 circa: è pomeriggio…”) Naturalmente moltissime sono le suggestioni del testo come i commenti precedenti hanno efficacemente messo in luce…
    Definirei questa drammaturgia un grande “Teatro di parola” come quello che inaugurò Pasolini, rito civile e culturale che inglobava una diagnosi acuta sulle mutazioni culturali e antropologiche in atto. Complimenti a Costantina e Giorgio con l’affettuoso augurio per il 2018 di andare ad assistere a questa “brillante” dramma erotico-filosofico!

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