Rose Ausländer (1901-1988) POESIE SCELTE Patria madre parola a cura di Stefanie Golisch

 

Rose Ausländer

La Bucovina della nascita, l’America dell’emigrazione, la Romania del ritorno, la Germania dell’epilogo: in nessuna di queste terre Rose Ausländer (Czernowitz 1901 – Düsseldorf, 1988) riconosce la sua terra madre. Nel 1939 il suo primo volume di poesie, Der Regenbogen (L’arcobaleno), pubblicato per l’interessamento di Alfred Margul-Sperber. 

Nel 1941, per sfuggire alla deportazione, si rifugia con la madre nel ghetto di Czernowitz. Lì incontra Paul Celan, la cui amicizia avrà grande influsso sullo stile della Ausländer, che riuscirà finalmente a liberarsi del suo tono classicheggiante ed espressionista.

Nella primavera del 1944 l’armata rossa marcia su Czernowitz e Rose Ausländer lascia di nuovo il paese alla volta dell’America, si stabilisce a New York. Le vessazioni e la dura vita di quegli anni di conflitto e persecuzione antisemita hanno sortiscono un influsso molto negativo sulla vita pubblica e privata della poetessa che, delusa dalla storia e turbata nella psiche, prende a scrivere in lingua inglese per tornare al tedesco solo nel 1956, un anno prima di incontrare nuovamente Paul Celan, a Parigi.

Il suo secondo volume di poesie Blinder Sommer viene pubblicato nel 1965, questa volta con grande successo. Nel 1966 Rose Ausländer ritorna in Germania e, pur non conoscendo la lingua italiana, si reca più volte in Italia, in particolar modo a Venezia, che la affascina per la sua atmosfera.

È la lingua tedesca, quella che non ha mai abbandonato – anche se nel periodo vissuto a New York scrive in inglese – la sua vera casa nonostante la miseria, nonostante la persecuzione (è di famiglia ebrea), nonostante la malattia fisica e psichica che la colpisce presto e che negli ultimi anni della sua vita la costringe a letto.
Nonostante tutto, Rose Ausländer è la poeta della speranza che canta, a voce bassa, la vita in tutta la sua bellezza e terribilità. Disse di sé: Mi scrivo nel nulla. «Esso mi conserverà per sempre

pittura Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958

Bekenntnis

Ich bekenne mich

zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen

zu Regen Schnee
Baum und Berg

Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht

zu Milch und Brot

zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt

zum Menschen

bekenne ich mich

mit allen Worten
die mich erschaffen

Confessione

Confesso

la terra e i suoi
segreti pericolosi

pioggia neve
montagna albero

il sole materno assassino
l’acqua e
la sua fuga

latte e pane

la poesia
che ordisce la fiaba
dell’uomo

confesso

l’uomo

con tutte le parole
che mi creano

Versöhnung

Wieder ein Morgen
ohne Gespenster
im Tau funkelt der Regenbogen
als Zeichen der Versöhnung
Du darfst dich freuen
über den vollkommenen Bau der Rose
darfst dich im grünen Labyrinth
verlieren und wiederfinden
in klarerer Gestalt
Du darfst ein Mensch sein
arglos
Der Morgentraum erzählt dir
Märchen du darfst
die Dinge neu ordnen
Farben verteilen
und wieder
schön sagen
an diesem Morgen
du Schöpfer und Geschöpf

Riconciliazione

Ancora una mattina
senza spettri
nella rugiada scintilla l’arcobaleno
come segno di riconciliazione
Puoi gioire
della fattura perfetta della rosa,
puoi perderti nel verde labirinto
e ritrovarti
in una veste più chiara
Puoi essere umano
senza sospetto
Il sogno mattutino ti racconta
favole tu puoi
riordinare le cose
spargere colori
e dire ancora
bello
stamani
tu creatore e creato

Mutterland

Mein Vaterland ist tot
sie haben es begraben
im Feuer

Ich lebe
in meinem Mutterland
Wort

Patria madre

La mia patria è morta
l’hanno seppellita
nel fuoco

Io vivo
nella mia patria madre
parola

rose-auslander-1

rose-auslander

Nicht fertig werden

Die Herzschläge nicht zählen
Delphine tanzen lassen
Länder aufstöbern
aus Worten Welten rufen
horchen was Bach
zu sagen hat
Tolstoi bewundern
sich freuen
trauernd
höher leben
tiefer leben
noch und noch
nicht fertig werden

.
Non finire

Non contare i battiti del cuore
fare danzare i delfini
scoprire paesi
dalle parole chiamare mondi
ascoltare quello
che Bach ha da dire
ammirare Tolstoj
gioire
tristemente
vivere più in alto
vivere più in basso
ancora e ancora
non finire

.
Nachtzauber

Der Mond errötet
Kühle durchweht die Nacht
am Himmel
Zauberstrahlen aus Kristall

.
Ein Poem
besucht den Dichter

Ein stiller Gott
schenkt Schlaf
eine verirrte Lerche
singt im Traum
auch Fische singen mit
denn es ist Brauch
in solcher Nacht
Unmögliches zu tun

Magia notturna

La luna arrossisce
l’aria fresca attraversa la notte
nel cielo
raggi magici di cristallo

Una poesia
fa visita a un poeta

Un dio silenzioso
dona il sonno
una allodola smarrita
canta nel sogno
anche i pesci cantano insieme
perché si usa
fare cose impossibili
in una notte come questa

.
Noch bist du da

Wirf deine Angst
in die Luft
Bald
ist deine Zeit um
bald
wächst der Himmel
unter dem Gras
fallen deine Träume
ins Nirgends
Noch
duftet die Nelke
singt die Drossel
noch darfst du lieben
Worte verschenken
noch bist du da
Sei was du bist
Gib was du hast

.
Ancora ci sei

Butta la tua paura
nell’aria
Presto
il tuo tempo finirà
presto
il cielo crescerà
sotto l’erba
i tuoi sogni
cadranno nel nulla
Ancora
profuma il garofano
canta il tordo
ancora puoi amare
regalare parole
ancora ci sei
sii ciò che sei
dai ciò che hai

*

Neue Zeichen
brennen
am Firmament

doch

sie zu deuten
kommt kein Seher

und

meine Toten
schweigen tief

*

Nuovi segni
bruciano
al firmamento

ma

non c’è veggente
per interpretarli

e

i miei morti
tacciono profondamente

rose-auslander-una-poesia

Das Weißeste

Nicht Schnee

Weißer die Zeichen
die der Einsiedler
auf die Tafel der Einsamkeit
schreibt

Das Weißeste
Zeit

.
Il più bianco

Non la neve

Più bianchi i segni
che l’eremita
scrive sulla tavola
della solitudine

Il più bianco
il tempo

Wer

Wer wird sich meiner erinnern
wenn ich gehe

Nicht die Spatzen
die ich füttere
nicht die Pappeln
vor meinem Fenster
der Nordpark nicht
mein grüner Nachbar

Meine Freunde werden
ein Stündchen traurig sein
und mich vergessen

Ich werde ruhen
im Leib der Erde
sie wird mich verwandeln
und vergessen

Chi

Chi si ricorderà di me
quando me ne andrò

Non i passeri
che cibo
non i pioppi
davanti alla mia finestra
non il parco nord
mio verde vicino

I miei amici saranno
tristi per un’oretta
e mi dimenticheranno

Riposerò
nel grembo della terra
mi trasformerà
mi dimenticherà

Hoffnung II

Wer hofft
ist jung

Wer könnte atmen
ohne Hoffnung
daß auch in Zukunft
Rosen sich öffnen

ein Liebeswort
die Angst überlebt

.
Speranza II

Chi spera
è giovane

Chi potrebbe respirare
senza la speranza
che anche in futuro
le rose si apriranno

una parola d’amore
sopravvivrà la paura

rose_auslander-2

rose-auslander

Gib mir

Gib mir
den Blick
auf das Bild
unsrer Zeit

Gib mir
Worte
es nachzubilden

Worte
stark
wie der Atem
der Erde

.
Dammi

Dammi
lo sguardo
sull’immagine
del nostro tempo

Dammi
le parole
per riprodurlo

Parole
forti
come il respiro
della terra

.

Wo sich verbergen

Wo
wenn der Regen abspringt
von schmutzigen Ziegeln

wo
wenn der Damm reißt im
Gedächtnis und die
gestauten Wasser hervorbrechen

wo
sich verbergen

wenn sie dich anfallen
ungestüm
und sich verbünden mit
stürzenden Himmeln

.

Dove nascondersi

Dove
quando la pioggia
si stacca dalle tegole sporche

dove
quando la diga si rompe nella
memoria e le acque stivate
irrompono

dove
nascondersi

quando ti assaltano
impetuosi
e s’uniscono con
i cieli cadenti

rose-auslander

rose-auslander

Denn

Denn ich hab dir
nichts versprochen
nur den Docht für die Lampe
und das Kännchen Öl
für gedämpftes Licht
auf dem Tisch
mit den Blutflecken

Den Teppich
kann ich nicht weben
mit diesen Fäden aus Draht

Sag nicht Gute Nacht
die Nacht ist nicht gut
die fremde vergessliche Nacht

Poiché

Poiché non ti ho
promesso nulla
solo lo stoppino per la lampada
e il bricco d’olio
per una luce bassa
sul tavolo
macchiato di sangue

Non posso tessere
il tappeto
con questi fili di ferro

Non dire Buona notte
la notte non è buona
notte estranea senza memoria

Raum II

Noch ist Raum
für ein Gedicht

Noch ist das Gedicht
ein Raum

wo man atmen kann

Stanza II

Ancora c´è spazio
per una poesia

Ancora la poesia
è uno spazio

dove si può respirare

Weil

du ein Mensch bist

weil
ein Mensch eine Muschel ist
die manchmal tönt

weil
du in mir tönst
als wär ich eine Muschel

weil
wir uns kennen
ohne Namen und Samen

weil
das Wort Welle ist

weil
du Wort und Welle bist

weil
wir strömen

weil
wir manchmal
zusammenströmen

Wort Welle Muschel Mensch

.
Perché

tu sei un uomo

perché
un uomo è una conchiglia
che a volte suona

perché
tu suoni in me
come se fossi una conchiglia

perché
ci conosciamo
senza nome né seme

perché
la parola è onda

perché
tu sei parola e onda

perché
noi scorriamo

perché
a volte scorriamo
insieme

parola onda conchiglia uomo

Hoffnung IV

Mein
aus der Verzweiflung
geborenes Wort

aus der verzweifelten Hoffnung
daß Dichten
noch möglich sei

.
Speranza IV

La mia parola
nata dalla
disperazione

dalla disperata speranza
che è ancora possibile
fare poesia

.
Bukowina II

Landschaft die mich
erfand

wasserarmig
waldhaarig
die Heidelbeerhügel
honigschwarz

Viersprachig verbrüderte
Lieder
in entzweiter Zeit

Aufgelöst
strömen die Jahre
ans verflossene Ufer

.
Bukovina II

Paesaggio che mi
inventò

braccia di acqua
capelli di bosco
le colline di mirtilli
nere di miele

Canzoni fratelli
in quattro lingue
in tempi disuniti

Dissolti
scorrono gli anni
alla riva di una volta

.
Dichten

Sieben Höllen
durchwandern

Der Himmel sieht
es gern

geh sagt er
du hast nichts
zu verlieren

Fare poesia

Attraversare
sette inferni

Il cielo
è d’accordo

vai dice
non hai nulla
da perdere

.

stefanie-golisch

stefanie-golisch

Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)

.

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8 commenti

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8 risposte a “Rose Ausländer (1901-1988) POESIE SCELTE Patria madre parola a cura di Stefanie Golisch

  1. La mia patria è morta
    l’hanno seppellita
    nel fuoco

    Io vivo
    nella mia patria madre
    parola

    potrebbe e dovrebbe essere questo il motto della nostra Rivista. Vera patria. Grazie Stefanie, il tuo profilo di filologa, studiosa e persona estremamente concreta, ne esce rafforzato.

  2. Donatella Costantina Giancaspero

    PENSIERI INQUIETI

    Pensieri inquieti, il vostro cortese strazio cessate,
    E tenete i vostri torti avvolti in un cuore pensoso;
    E tu, mia lingua, che della mia bocca fai una zecca,
    E stampi i miei pensieri per coniarne con arte parole,
    Ristai: perché se mai ciò ancora farai,
    Taglierò la corda che fa battere il martello.

    Ma cosa può trattenere i miei pensieri dal ricominciare
    O tenere la mia lingua in prigionia, in attesa di morte,
    Quando questi occhi, le chiavi di bocca e cuore,
    Aprono la serratura dove tutto il mio amore si trova?
    Li sigillerò per sempre con i loro coperchi,
    Così pensieri e parole e sguardi moriranno insieme.

    Come potrò allora contemplare gli occhi della mia Signora?
    I miei pensieri devono avere qualche sfogo o il cuore si spezzerà.
    La mia lingua arrugginirebbe nella bocca
    Se occhi e pensiero fossero liberi, e lei non parlasse.
    Parla allora, e dì la passione del desiderio,
    Che trasforma i miei occhi in flutti, e i miei pensieri in fuoco.

    (trad. dal sito http://scuolamusicatestaccio.splinder.com/archive/2008-05)

  3. Scrive Ortega y Gasset: «La vita è un gerundio e non un gerundivo: un faciendum e non un factum. La vita è da-fare. La vita, infatti, dà molto da fare… Il suo modo di essere è formalmente essere in difficoltà, un essere che consiste in un compito problematico. Di fronte all’essere sufficiente della sostanza o cosa, la vita è l’essere indigente, un ente il cui essere è, precisamente, di essere bisogni».*

    Riprendo da qui. La poesia (l’arte in genere) è un gerundio e un participio passato, un ente problematico, perché è, insieme, faciendum e factum. Da quando abbiamo appreso che l’opera d’arte è aperta, il passo ulteriore che abbiamo fatto è capire che l’opera d’arte del Moderno non è mai finita, non è mai un factum, ma è sempre un faciendum. E questo aspetto dell’ente riflette la problematicità del fare arte oggi nel Moderno (o post-moderno), in quanto noi abbiamo consapevolezza che l’opera non è mai finita, che le nostre soluzioni stilistiche sono sempre provvisorie, desultorie, temporali.

    Questo aspetto ci porta alla ulteriore considerazione secondo cui l’arte si distacca progressivamente, si allontana, dalla «verità» e si pone come allestimento di un palcoscenico in cui la verità può essere richiamata; di essa ci restano solo tracce, echi, orme, impronte, ombre… ma mai la verità che si dilegua. L’arte rammenta, in qualche modo e in contraddittorio, l’oblio della verità. E questo, credo, è già tanto.

  4. “Attraversare
    sette inferni”

    su tutti, questi due versi tratti da ‘Fare poesia’…
    A me verrebbe da dire ‘attraversare / sette inferni / per fare poesia’, ma poi riflettendoci penso che sono pure pochi, sette inferni, per una tale “materia”! Molto interessante la pagina odierna, grazie a chi l’ha realizzata.

  5. «tasto la lunghezza e la larghezza/delle parole».
    «Scrivere significava vivere. Sopravvivere».
    Nel ghetto di Czernowitz, la Ausländer concepisce la poesia come conquista della luce. È nell’irriducibilità dell’inumano (il terrore della deportazione) che la Ausländer sonda la totalità della parola poetica. Ad essa affida la dicibilità dell’indicibile:
    «Ho imparato/la lingua degli occhi/nel ghetto/quando la mia bocca/doveva tacere»,
    In questa poesia lirica ridotta alla essenzialità la poesia è vissuta come testimonianza, parola nella luce che subito viene investita dal buio, parola che vive nell’abbaglio di un attimo.
    È questo un modo di intendere e concepire il fare poesia legato ad un momento storico irripetibile e tragico. E, sicuramente Rose Ausländer è una poetessa che ha del tragico…

    «Alla parete ammuffita è appeso il Crocifisso/e sopra di lui pavoneggiava la croce uncinata».

    Sono partita
    per imparare la vita

    Spogliata della mia casa
    abito nella parola

    Essa è attaccata alle cose
    che abitano in me

    Qualcuno
    mi dà la sua parola

    Se è abitabile
    l’accolgo
    la mantengo

  6. Giuseppe Talia

    La  perifrasi “andare/ venire+ gerundio” è stata oggetto di numerosi studi.

    Per quanto riguarda l’italiano antico, l’analisi si è concentrata essenzialmente sui testi in prosa, mentre la produzione in versi è stata tenuta presente soltanto in modo saltuario. Ciò non manca di stupire, se si considera che nella poesia del Duecento (senza distinzione di generi e di provenienza) l’uso della perifrasi è largamente diffuso.

    Pertanto uno studio specificatamente dedicato ai testi poetici potrà fornire dati utili per la descrizione e l’interpretazione di questo particolare costrutto, osservato in contesti“obbligati” (dall’assetto metrico e rimico), nella sua fase antica.

    Conviene, innanzi tutto, fare delle precisazioni. Nella bibliografia di riferimento le due perifrasi “andare/venire+ gerundio” e “stare+ gerundio” sono considerate sullo stesso piano come costrutti che «realizzano l’aspetto dell’azione durativa» (Rohlfs, 69,§ 720); le differenze di natura semantica passano in secondo ordine.
    È da notare poiche a tutt’oggi manca una terminologia univoca: Maiden (995/998, p.66) definisce entrambe le perifrasi «strutture progressive»; Bertinetto (986) considera “andare/venire + gerundio” una «perifrasi continua» e “stare+ gerundio” una «perifrasi progressiva» ;Brianti (2000) inverte i termini di tale distinzione: vale a dire “andare/venire+ gerundio”è una «perifrasi progressiva», “stare+ gerundio” è una «perifrasi continua; Squartin(i.s., § 2.) applica ad “andare/venire + gerundio” un’etichetta neutra e, per così dire, non problematica: «perifrasi durativa». Tale incertezza terminologica è in una certa misura un riflesso della varietà di usi di tali perifrasi in italiano: tratto questo che distingue la nostra da altre lingue (per es. l’inglese), nelle quali costrutti simili sono adibiti a particolari e circoscritte funzioni grammaticali.
    Le nostre perifrasi, infatti, non sono del tutto grammaticalizzate: quasi sempre le valenze aspettuali “progressiva” e “continua” possono essere rese mediante verbi semplici; inoltre non sempre verificabile è la tesi secondo la quale una perifrasi progressiva realizza l’aspetto progressivo, mentre la perifrasi continua realizza l’aspetto continuo.

    Gianluca Colella, LA PERIFRASI “ANDARE/VENIRE + GER UNDIO”NELLA POESIA DELLE ORIGINI, in Rivista internazionale, II 2006, istituti editoriali e poligrafici internazionali.

    Il problema non è il gerundio tout court ma l’uso sapiente che se ne fa.

    Palazzeschi, per esempio, in Ara Mara Amara, realizza il perfetto faciendum, ma diremmo anche il factum, se è vero che certa critica ha letto in Ara Mara Amara l’azione delle tre Parche che tessono il destino degli uomini (faciendum e factum).

    In fondo alla china,
    fra gli alti cipressi,
    è un piccolo prato.
    Si stanno in quell’ombra
    tre vecchie
    giocando coi dadi.
    Non alzan la testa un istante,
    non cambian di posto un sol giorno.
    Sull’erba in ginocchio
    si stanno in quell’ombra giocando.

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