Sabino Caronia OTTO POESIE INEDITE alla maniera di… con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e una Citazione di Alessandro Alfieri

foto-donna-macchina-e-scarpaSabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995).

Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000).

Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal».

Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009), le raccolte poetiche Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) e La ferita del possibile (Rubbettino, 2016) .

 giorgio-linguaglossa-11-dic-2016-fiera-del-libro-romaCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».1

Nel mondo disincantato anche la proposta di arte più feroce cade nella impostura del razionalismo globale che la vuole ammaestrata e ditirambica, mistica e soporifera, disincantata e perifrastica… È da qui che prende l’abbrivio la poesia carnascialesca e feroce di Sabino Caronia, peraltro cultore e autore di una poesia di idillici stati d’animo e di perifrasi amorose, vedi La ferita del possibile (Rubbettino, 2016). D’altro canto, per Adorno «la disartizzazione è immanente all’arte», «e questa discrepanza non è eliminabile mediante adattamento, la verità sta piuttosto nell’evidenziarla fino in fondo».2 La verità sta quindi nel ritracciare e riesumare i linguaggi già esperiti per evidenziarne, come nel caso in questione, la carica eversiva e scostumata. È quello che fa Sabino Caronia.

Caronia sa che il linguaggio è rappresentativo, instaura l’ordine del senso in luogo di quello dell’essere, inteso come pienezza chiusa, assoluta presenza. Ma allora, che sorta di rappresentazione è mai quella istituita da un significante così inteso?

Semplicemente, risponde Lacan, il significante (non) rappresenta nulla. O meglio, il significante rappresenta quel niente che il soggetto patisce una volta sottomesso alle leggi della parola. Un significante, in sé, non vuole nulla, cioè, non vuol dire nulla. E ancora: non esiste un in sé del significante, perché la significazione agisce nel coordinamento dei significanti tra loro.

L’unica differenza è che Lacan accorda al «soggetto» il posto evanescente del «significato», gli assegna il posto reso vacante oltre la barra, una volta introdotta cioè la scissione all’interno del segno linguistico. Ma se così stanno le cose allora il «soggetto» non è altro che quel nulla che il significante può rappresentare di volta in volta, quel significato che risulta, senza consistervi, dall’operazione differenziale della significazione.

La normalizzazione ha imposto in tutto l’Occidente un’arte, un romanzo e una poesia fattizia e fittizia, in una parola ideologica. Perché Sabino Caronia sa benissimo che c’è una ideologia del bel verso, una ideologia della bellezza, una ideologia per ogni cosa fungibile, e anche che una interiorità che si pretenda pura ha pure il suo loculo al banco dei pegni e il suo luogo nel mercato delle rigatterie; ecco perché Caronia impiega gli stessi stilemi e gli stessi mezzi dell’arte plebea, cafona e cafonesca di un Belli, ne risuscita il linguaggio feroce e imbelle, lo riaggiorna e lo reinventa. Incredibile ma vero, ormai i linguaggi si danno allo stato di frammenti significanti, sono dei corpi essiccati conservati in frigorifero che possono essere rivitalizzati con un buon magistero stilistico e un corredo stereofonico. È quello che fa Caronia.

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E poi c’è ancora qualcuno di noi che ancora non si capacita di questo stato della nostra civiltà, la quale si offre come un gigantesco ipermercato di frammenti, di universalia, e di fetenti e continua a pensare all’arte e alla poesia idealisticamente come ad un discorso immanente che ha un inizio e una fine, un’onda fonetica e altre bazzecole da libro Cuore. Caronia, il rarefatto poeta idillico, sa tutto ciò, lo dà per scontato, ha bisogno di rivolgersi ad un interlocutore concreto: il sottoscritto, il suo mentore, l’Alter Ego, per apostrofarlo in modo beffardo e ribaldesco: «A Giorgio Linguagro’, nun fà er cazzaccio»; il bello è che c’è presente anche il poeta Alfredo de Palchi, citato romanescamente così: «Sor De Palchi»; ed ecco le «settacce bbuggiarone» dei poeti sempre in conflitto e astio reciproco, ci sta il «monnaccio», «er croscione» [la croce che i fedeli portano in processione], l’invito a «Mostra li denti, caccia fora l’ogne». Insomma, c’è un’umanità lutulenta e facinorosa, quella dei poetastri da strapazzo, le poetine da gipsoteca e i poetini da talamo feriale…

Sabino Caronia rivela qui la sua magistrale capacità di metamorfosarsi e mimetizzarsi tra le catene significanti che costituiscono i linguaggi poetici in poeta idillico e in poeta belliano, a secondo delle circostanze. Anche questo rientra  tra le possibilità stilistiche del Post-moderno, questa camaleontica capacità di Sabino Caronia di sublimare e desublimare ad libitum i linguaggi artistici del tempo trascorso ridotti allo stato di frammenti significanti disartizzati e destrutturati.

SUL FRAMMENTO

di Alessandro Alfieri (nel saggio di cui a “Aperture” n. 28, 2012, scrive):

«Il frammento può venire compreso come la cifra caratteristica della modernità; il mondo moderno, infatti, si pone sotto il segno della dispersione, della deflagrazione del senso, della moltiplicazione delle prospettive… differenti modi per riferirsi alla secolarizzazione e alla laicizzazione della vita sociale avvenuta nella cultura occidentale compiutasi nel XIX secolo, e che ha trovato nella filosofia di Friedrich Nietzsche la più piena espressione. La morte di Dio, e la fine della visione platonico cristiana, è difatti la scomparsa del centro, la decadenza della verità assoluta, l’impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad un’unità di senso.

Il prospettivismo nietzschiano può venire interpretato come una promozione della frammentarietà di contro alle tesi di ordine metafisico, che rivendicano di venire recepite in una loro presunta verità indiscutibile e dogmatica. Infatti, è a partire proprio dalla filosofia di Nietzsche che, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del Novecento, alcuni autori svilupparono determinate e peculiari “filosofie del frammento” in grado di restituire dignità alle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno.

1 T.W. Adorno Teoria estetica Einaudi, 1975 p. 85
2 Ibidem p.82

Er momoriale

A Giorgio Linguagro’, nun fà er cazzaccio,
svejete da dormì, brutto portrone,
Sor De Palchi t’ha ddato lo spadone
p’annà a rifà le bbucce a sto monnaccio.

Duncue, a tte, ffoco ar pezzo, arza quer braccio
Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
dì lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
serreje er tu Parnaso a catenaccio.

Mostra li denti, caccia fora l’ogne,
sfodera n’anatema eccezionale
da falli inverminì come carogne.

A n’omo come noi de carne e d’osso
te l’arivorti tutto, tale e cquale.
Coraggio, amico mio, taja ch’è rosso!

Na bona nova

Se sa, er sor Coso se la lega ar dito
ma mo, dice, se so pacificati.
Che casino! Ma mo’ tutto è finito,
mille scuse, e se so puro abbracciati.

Tra tante delusioni e fallimenti
sta bona nova proprio me consola.
Me dispiaceva ch’arestasse sola
sta pora fija a soffrì pene e stenti.

Dice, però, che prima de fa pace
l’amico nostro j’ha fatto l’esame
pe’ vede’ se sta donna era verace.

Dice che ne lo scritto è annata male
però va mormoranno quarche infame
che s’è sarvata co la prova orale.

Il Giubileo Vecchio

Rinfodera la spada
angelone mio bello
abbandona il castello
e va per la tua strada.

A compiere l’impresa,
Gloria in excelsis Deo,
c’è Santa Madre Chiesa
col Santo Giubileo.

Che giovani giulivi
sui prati a Tor Vergata,
quanti preservativi
e che bella scopata!

Piacere originale,
stato senza peccato!
Che fine ha fatto il male?
L’hanno sponsorizzato!

I miei amici

Dicono che il paese
dell’anima è l’assenza,
io ne ho fatto esperienza
e ne pago le spese.

Dicono che l’amore
ha un suo linguaggio muto
io stronzo ci ho creduto
e muoio di dolore.

Parlan d’amore fino,
d’amore alla lontana,
poi chiedono un pompino
alla prima puttana.

Se

Se veramente fossi
l’amore che tu ami
vorrei che fosse sempre,
che sempre fosse amore.

Ogni giorno sarebbe
il più bello dei giorni,
se veramente fossi
l’amore che tu ami.

Vorrei che fosse sempre,
che sempre fosse amore,
se veramente fossi,
ma sono quel che sono.

Perdono

A chi mi toglie tutto voglio ancora
regalare qualcosa, ultimo dono
che l’accompagni nel fatale andare
su questa terra e quindi oltre la vita.

Sento che sono vecchio e sono stanco
e che per me la fine è ormai vicina,
così, per debolezza, li perdono,
ma confido che Dio non li perdoni.

L’appuntamento

Tacita stella che di notte vai
sempre obbediente ai calcoli del cuore
dammi un appuntamento dove sai,
dove non c’è miseria né dolore.

Il vento ci porterà via

Nella mia breve notte il vento, ascolta,
corre all’appuntamento con le foglie.
Nella mia breve notte, messaggere
di lutto, in cielo passano le nubi.

A che serve un ricordo? Le tue mani
poni sulle mie mani innamorate
e col dolce calore delle labbra
scalda, ti prego, le mie labbra ancora.

Dietro quella finestra c’è la notte,
c’è la notte che passa e non ritorna.
Una notte e poi nulla, poi più nulla.
Domani il vento ci porterà via.

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12 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, Poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

12 risposte a “Sabino Caronia OTTO POESIE INEDITE alla maniera di… con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e una Citazione di Alessandro Alfieri

  1. Giuseppe Talia

    Mi sono divertito molto a leggere le poesie di Caronia. Una bell’ironia, tagliente e verità sparse qui e là , “Che fine ha fatto il male?/L’hanno sponsorizzato!

    Mi accodo nell’esortazione: sor Linguagrò e sor de Palchi, “tajate ch’è rosso”.

  2. non è un ipermercato, è un bazar questo casino di commercio d’arte (solo quella vendibile)

    Duncue, a tte, ffoco ar pezzo, arza quer braccio
    Su ttutte ste settacce bbuggiarone:
    dì lo scongiuro tuo, fajje er croscione,
    serreje er tu Parnaso a catenaccio.

    Ciao Carò, ‘te vojjo bbène

  3. Divertito anch’io. Poesie che sembrano scritte da un paroliere (Domani il vento ci porterà via) tanto son chiare e scaltre nel rendersi “popolari”. Però arrivano sincere… anche se, ma lo dico solo per complicare, sono dell’idea che l’in-autentico renda meglio l’autenticità. Prova ne è che amore, anima, dolore (e Dio) qui si combinano con scopata, pompino e puttana. Sì sì sì, divertente.

  4. gino rago

    “Una possibilità stilistica del postmoderno”, suggerisce Giorgio L. nel suo commento. Ha ragione.
    E quando Sabino Caronia segue Trilussa nella ben frequentata “tecnica del distanziamento” (come succede per esempio nella trilussiana “L’aquila”

    “L’ommini so’ le bestie più ambizziose,
    disse l’Aquila all’Omo – e tu lo sai;
    ma viettene per aria e poi vedrai
    come s’impicciolischeno le cose.”)

    Sabino riesce nell’intento non dichiarato del suo verso a restituire all’uomo
    di sé stesso innamorato il senso dei suoi limiti, mentre riesce a esortare
    l’uomo dotato di elevate qualità (a Linguaglò) a non mettersi sempre in un cantuccio, facendo occupare spazi così lasciati vuoti sempre alla mediocrità…
    Gino Rago

  5. anna maria favetto

    Sono venuta a conoscenza di un «incontro» fra Franco Buffoni e Sabino Caronia; questi riferisce una parola del Buffoni sui poeti italiani di 60 e più anni considerandoli «premorti». Premorto se mai è il Buffoni fin dal suo esordio poiché lo considero fin dai suoi esordi un mediocrissimo poeta presentato all’epoca da quel “morto” di Raboni. Il Buffoni più che mediocrissimo è solo talentuoso nell’essere figlio di un poeta “mortale” e più che un fantasma è un «ectoplasma» montaliano che infesta più del suo maestro mortale (il Raboni intendo, di cui ne ha ereditato il potere editoriale) – La poesia italiana col suo corpo senza carne è perciò soltanto ossa che camminano e nemmeno ombre!, poi a seguito della sua ultima antologia, il Buffoni manifesta il proprio credito intellettuale presentando una quarantina di poeti-giovani che possono ricambiare il favore della inclusione?. È questo il criterio base della sua antologia? Il criterio di un favore presente per averne in cambio favori futuri?
    Il suo destino è già nel suo cognome. Non ho altro da dire.
    Il Buffoni «salva» Elio Pecora di 80 anni e Maurizio Cucchi di oltre 70 anni (inclusi nella antologia) poiché sono “altra cosa”… “altra cosa”? Che significa? Che non sono comuni poeti? Che per loro si può fare una eccezione alla regola dei 60?, intendo alla regola dei «premorti»?
    .

  6. antonio sagredo

    Certo che le parole della signora Favetto sono frutto dell’ira: sono concitate e non troppo controllate; come p.e. esempio l’aver ripetuto la parola “esordio” a distanza ravvicinata e senza senso, ma che a ben vedere denotano un odio antico verso questo Buffoni e credo verso altri poeti dalla Favetto menzionati… ( ma più che un odio direi che è un ribrezzo, che solo una donna può provare verso un uomo). Quei poeti che menziona, più altri della loro stressa specie, meriterebbero una critica più ragionevole e circostanziata, intendo un linguaggio critico così consapevole della sua stessa propria forza che sia anche definitivo, e intendo un ultimo giudizio prima che un pesantissimo coperchio di marmo li seppellisca definitivamente.
    Non approvo la maniera “linguistica” della Favetto, ma ne approvo il risentimento spietato verso quei “mediocri” che approvano altri mediocri.
    Spero davvero che il Silenziario scenda su di loro, poiché a ben vedere, e ha ragione la Favetto, la loro poesia ha la stessa natura di un mortale morbo.
    Ho letto quell’antologia del Buffoni (simile a tante del passato) meritevole nemmeno del fuoco, poiché il fuoco purifica, ma in quelle pagine non c’era nemmeno un verso da purificare, se mai nella fogna è il destino dei buffoni e dei ciarlatani: primi e mortali (direi “immortali”, ma solo nel senso che questi macellai della Poesia non muoiono mai) affossatori della Poesia.

  7. Fornisco la lista degli autori inseriti nella antologia di poesia curata da Franco Buffoni: poesie in inglese senza testo italiano a fronte.
    Preciso che tra i “premorti” ultraottantenni c’è anche Giuseppe Conte.
    Preciso che la pubblicazione è stata finanziata dalla FUIS. Stigmatizzo la grave assenza dei testi italiani a fronte e la assenza di un progetto culturale che giustifichi la pubblicazione. Il richiamo del prefatore curatore Franco Buffoni alla antologia di Anceschi appare del tutto ingiustificato, il lettore attuale vorrebbe piuttosto sapere qualcosa in più sulla necessità di una antologia di poesia oggi, dopo le migliaia di antologie sopravvenute in questi decenni.

    Elenco degli autori inseriti:
    Antonellla Anedda, Gianmaria Annovi, Nanni Balestrini, Elisa Biagini, Silvia Bre, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Claudio Damiani, Milo de Angelis, Roberto Deidier, Eugenio De Signoribus, Gianni D’Elia, Paolo Febbraro, Umberto Fiori, Alessandro Fo, Biancamaria Frabotta, Gabriele Frasca, Bruno Galluccio, Massimo Gezzi, Andrea Inglese, Vivian Lamarque, Valerio Magrelli, Francesca Matteoni, Guido Mazzoni, Aldo Nove, Elio Pecora, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Andrea Raos, Antonio Riccardi, Mario Santagostini, Luigi Socci,, Luigia Sorrentino, Patrizia Valduga, Gianmario Villalta, Cesare Viviani, Valentino Zeichen, Edoardo Zuccato.

    • e cosa c’è di strano per il popolo bue? Sono i nomi degli scrittori di versi (poeti per me è troppo) che vendono, che frequentano i Palazzi giusti, che non rispondono alle e-mail, che quando li incontri sono educatissimi (quattro di costoro li ho incontrati a Martina Franca, ad un corso), che ti sorridono amichevolmente e che poi, di fatto, se non conosci nessuno non ti c..[il termine esatto sarebbe poco elegante da scrivere] “calcolano nemmeno dove ti trovi” , come si dice dalle mie parti.
      E’ la poesia che manovra pubblico e mercato, che detta il passo di quello che si deve leggere e indica la direzione in cui andare [o dove mandarli, fate voi], così da diventare perfetti burattini di una letteratura di facciata… amen.

      • Concordo pienamente con quanto dici, cara Angela; siamo alla letteratura di mercato, che è potente,perchè astutamente organizzata.Sappiamo benissimo, tuttavia, che c’è più gente di quanto si creda che è in grado di militare degnamente nella buona letteratura, che è capace di produrla,di cercarla e di trovarla: è quasi una setta carbonara, e si è orgogliosi di farne parte.Lasciamo pure il mercato ai mercanti; il tempio è altrove.

        • Ho letto con gusto le poesie di Sabino Caronia; lo conosco come critico esperto e bravo poeta ; scopro del nuovo ( o del’antico), nelle poesie proposte sull'”Ombra”: un filo conduttore che le lega alla nostra poesia più antica, alla Satura di gloriosa memoria; della quale non ci stanchiamo di affermare che “tota nostra est”.

  8. J. Lacan, Écrits, Édition de Seuil, Paris 1966; trad. it. a cura di G. B. Contri, Scritti 2 voll., Einaudi, Torino 2002; in particolare Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, pp. 815-16:

    “Partiamo dalla concezione dell’Altro come luogo del significante. Ogni
    enunciato d’autorità non trova in esso altra garanzia che la sua stessa enunciazione, perché è vano che la cerchi in un altro significante, che in nessun modo potrebbe apparire fuori da questo luogo. Cosa che formuliamo col dire che non c’è un metalinguaggio che possa esser parlato o, più aforisticamente, che non c’è Altro dell’Altro ”.

    Il linguaggio deve necessariamente presupporre se stesso. Il che significa che, come tale, esso è ciò che in ultima istanza manca di presupposto, e questo mancare si dà come esperienza irriducibile, come condizione stessa affinché via sia linguaggio.
    Dire che non c’è metalinguaggio significa così affermare che ogni dire – e lo stesso ordine significante – si smarrisce una volta posto di fronte ai suoi presupposti; o altrimenti, che la Cosa del linguaggio, la parola ultima, non si pone che come “ mancante ”, non c’è cioè alcun linguaggio della Cosa.

    Per Sabino Caronia il luogo dell’Altro è il significante costituito dai testi letterari, le sue escursioni sui testi di altri sono quindi delle escursioni sui testi dell’Altro, che altro non è che il linguaggio letterario codificato in formule sintattiche e lessicali, semantiche e morfologiche. Il testo letterario si dà come un cimitero di corpi semantici in attesa della venuta del loro «Messia» o «Salvatore». ed è per l’appunto questo il ruolo di Caronia, quello di essere il «salvatore» delle parole morte.

    «Mentire, fingere, dire che le cose stanno in un modo quando non è così: ecco in cosa consiste la capacità umana di fare uso dei segni. Ed è questo che differenzia un segno qualunque da un segno linguistico, da un significante, il fatto cioè che la sua significazione, la sua Bedeutung, possa essere velata, possa cancellarsi.
    Adesso, la dinamica appena descritta, muta l’indicare in un rappresentare, suggerisce che il significante sorge in relazione alla possibilità di mentire, e cioè di fare quello che un animale non può fare, sviare facendo credere il falso sul vero, cancellare la traccia. Si tratta dell’idea di finzione, di truffa simbolica come marca del mutamento del segno in segno linguistico. Questa sorta di intervento in cui la traccia assume il suo valore di significante solo nella potenzialità del suo cancellamento, descrive il valore finzionale che l’Altro, in quanto luogo della parola, inaugura. La stessa Verità, per il fatto di non essere in relazione con alcuna realtà esterna, tangibile, trova la sua sede in questa struttura di finzione, per il fatto stesso che l’unico testimone a cui essa si enuncia è l’Altro, l’Altro della parola così come lo abbiamo definito. L’Altro, come luogo della parola, prima ancora di sanzionare l’oggettività dei miei discorsi, è lì in quanto testimone della menzogna del
    linguaggio, della sua struttura altalenante ed eminentemente sviante. Ecco cosa il soggetto reperisce nell’Altro: il soggetto reperisce, attraverso l’azione del significante, attraverso cioè la modificazione profonda che il significante introduce nel soggetto, il suo proprio svuotamento, il divario che separa il detto dal dire, ovvero, in termini semantici, il soggetto dell’enunciato dal soggetto (evanescente) dell’enunciazione». 1]

    Si veda J. Lacan, La cosa freudiana, in Scritti, pp. 391-428.

  9. antonio sagredo

    …nemmeno un requiem, un necrologio, un epitaffio, ecc. … faranno la fine di quei poeti dell’ 800 che Silvio Ramat da anni si ostina a presentarceli sulla rivista “Poesia”… mercanti!
    e che i buffoni di turno ripropongono con squallide antologie… si dividono premi costoro, si mettono d’accordo, credono nell’immortalità dell’inganno:
    peggiori dei politici!

    ———————————————————————————-
    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    -camminano i poeti a lungo incalliti dal vagabondare –
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione

    Mentre sbolliscono, strimpellando rime,
    una brodaglia di amori e di usignoli,
    la via si contorce priva di lingua:
    non ha con che discorrere e gridare.
    ————————————————-
    Ma non sventolate
    la carogna che vi è dentro
    la purezza indegna sulle labbra
    la compassione sciatta
    che vi strozza!

    Basta pensare
    alle frasi fatte
    avviluppate di vergogna
    alla ruvida bagascia che v’immerge
    strozzini filistei
    iconoclasti e casti
    nel vecchiume
    arido
    consunto
    conservato putrefatto!

    Come un inchiostro imbarazzato
    davanti a rigidi disegni
    punteggiati da ruvidi consensi
    la pietà
    ha fame
    di amori stomachevoliLa rabbia è perfino nel corpo
    dello schifo che schiamazza
    onoranze funebri

    di onorati buffoni
    di gente in incognita contenta
    di personalità indigeste
    di incesti cristiani.
    Forse
    io vedo
    nella vita
    tutto un qualcosa
    di profondamente bislacco
    come una palude percorsa
    da stupidi
    martiri
    e santi.

    19….

    ——————————————————–

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