Flaminia Cruciani POESIE SCELTE da Semiotica del male (Campanotto, 2016), con un Appunto dell’Autrice e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Romana, Flaminia Cruciani, si è laureata in “Archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente antico”, presso “Sapienza Università di Roma” sotto la guida del Prof. Matthiae, e ha poi conseguito il Dottorato di Ricerca in “Archeologia Orientale” nella stessa Università, con una tesi su “L’iconografia degli dei nella glittica paloesiriana”. Ha poi conseguito un Master di II livello in “Architettura per l’Archeologia – Archeologia per l’Architettura” per la valorizzazione del patrimonio culturale. Per lunghi anni ha partecipato alle annuali campagne di scavo a Ebla in Siria, in qualità di membro della “Missione archeologica italiana a Ebla”. Ha conseguito poi una seconda laurea in “Storia dell’arte” ed è esperta di iconografia e di Visual studies. Presso “Sapienza Università di Roma”, ha tenuto annualmente corsi sul rapporto tra l’iconografia e il testo nella tradizione mesopotamica. È autrice di pubblicazioni a carattere scientifico e consulente nell’ambito di diversi progetti archeologici dell’Università e del Comune di Roma. Si è specializzata, inoltre, in Discipline Analogiche, attraverso lo studio dell’Ipnosi Dinamica, della Comunicazione Analogica non Verbale e della Filosofia Analogica, conseguendo il titolo di Analogista. Ha inventato il Noli me tangere, uno strumento di aiuto fondato sulla metafora e sul potere evocativo delle immagini, in grado di favorire il processo di individuazione della persona. Nel 2008 ha pubblicato Sorso di notte potabile, ed. LietoColle, e Dentro, ed. Pulcinoelefante. Nel 2013 ha pubblicato Frammenti, ed. Pulcinoelefante. Lapidarium è uscito nel 2015 con l’editore Puntoacapo, mentre “Semiotica del male” è del 2016, ed. Campanotto. Suoi testi letterari sono presenti in numerose antologie, italiane e straniere. Ricordiamo la recente antologia 42 voci per la pace, ed. Nomos. Suoi testi poetici sono stati tradotti in spagnolo, rumeno, coreano e inglese.

Ha collaborato con la rivista Qui Libri e collabora con diverse testate giornalistiche. È stata selezionata fra i giovani poeti italiani contemporanei per il Bombardeo de Poemas sobre Milán, opera del collettivo cileno Casagrande. È  tra i fondatori e gli ideatori del Grand Tour Poetico, della Freccia della Poesia e del movimento culturale “Poetry and Discovery”.

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da un Appunto dell’Autrice: Risposta a Lévinas

 L’altro appare in me, non fuori di me e mi mette davanti a me stesso, a un senso anteriore comune dell’ente sull’essere, un’esteriorità che non fa appello né al potere né al possesso. I segni che racchiudono l’infinito si concentrano in un punto dell’universo che si chiama uomo e ne fanno un punto sterminato che contiene il bene e il male, come sponde della stessa acqua. Il suo volto nudo ci chiama alla santità, ci disarma, è la non violenza per eccellenza, irriducibile alla fenomenicità che esige una risposta: è il segno della sovranità dell’uomo sulla materia. Il volto riceve l’insegnamento dell’universo e supera incessantemente il tempo. Perché il volto dell’altro distrugge a ogni istante e oltrepassa l’immagine plastica che ci lascia e nella sua visione varchiamo la totalità. Ricordo il senso di estraneità che provai davanti al volto di mio padre che aveva appena lasciato la vita improvvisamente. L’espressione di quel viso sfuggito dalla natura, in cui le cose erano state dette, non era più attraversata dall’assoluto, lì non dimoravano più gli dèi.

Per questo quando l’uomo compie il male copre il volto, copre il segno irriducibile del suo rapporto con l’infinito, il segno di quella appartenenza gratuita all’universo. Se il volto inquadra l’universo, quando il male è compiuto, officiato e anche autorizzato, come nel caso del boia che taglia la testa, il volto viene coperto. L’uomo incappucciato si pone così fuori dal gioco, in una perdita d’identità, in cui interrompe quel rapporto di disvelamento dell’assoluto. Chi compie l’esecuzione? Non è più lui l’artefice. Il volto nudo dell’altro è il divino che parla dall’alto, non autorizza il male, lo scoraggia e pronuncia “non uccidere”. Ricordo lo sguardo pieno di paura degli uomini neri col volto coperto, entrati armati di notte nella mia casa, che mi chiedevano di non guardarli negli occhi. Certo non volevano essere riconosciuti, ma prima ancora non volevano riconoscere loro stessi e neppure l’annuncio del mio volto nudo, che suonava loro come una minaccia d’amore dalle profondità dall’altrove. Ricordo che mi chiesero perché non avessi paura. Ogni uomo è profeta e in lui arde il mito, che attende di essere riportato alla luce, e l’ininterrotta genealogia con l’infinito, dove in lui sono tutti gli uomini prima e dopo di lui, lui è tutti loro. Perché l’uomo è il testamento di dio. Se è attraverso il volto dell’altro che il divino si pronuncia, in una parola che è ascolto, e il suo è un suono creatore, il verbo, come ci insegnano le più antiche cosmogonie, il male è tutte quelle volte in cui il divino tace nell’uomo e s’interrompe l’infinito processo sonoro della creazione. Il male dunque è assenza di musica.

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

tagliami la testa di argilla / schiuderò palpebre di paglia

Sono due versi della poesia di apertura del libro che bene indicano il modo di procedere delle fraseologie flaminiane nel loro presentarsi nella proposizione in forma di parallelismo e, caso più frequente, nelle forme accrescitive e additive che hanno l’effetto di tenere in compressione la versificazione fino al punto di farla erompere in uno o più punti con catacresi, iperbati e altri moduli accrescitivi degli enunciati. Al di sotto della imagery e degli enunciati si apre, o meglio, si disvela un universo traumatico di pulsioni rapsodiche in costante fibrillazione emozionale che parla «come refuso in bocca altrui» per un «diritto all’origine» che è stato dimidiato e spossessato. Quindi, ecco la parola detonante, altisonante: «L’umanità sprofonda sotto / il peso della sua sentenza spirituale» è detto all’inizio; al di sotto il «vuoto si cimenta in un assolo assordante». Questa è la cornice emotiva della poesia di Flaminia Cruciani: direi una poesia che sta al di sopra di appena un millimetro rispetto alle fluttuazioni emotive della sfera pulsionale. Una poesia sostanzialmente abreativa.

Un aspetto importante in questo tipo di poesia è la presenza del «tempo disarticolato», il che significa assenza di qualsiasi isocronismo e preponderanza del «tempo soggettivo» alla cui base c’è un momento moto-energetico pulsionale, un «lavoro speso» che contraddistingue la versificazione irregolare. Così, appare chiaro che i versi brevi e brevissimi, sia pure tenendo conto della soggettività del tempo pulsionale-frastico, hanno necessariamente un peso diseguale rispetto ai versi lunghi. Il ritmo delle proposizioni è uno dei fattori della dinamizzazione del verso libero in funzione delle «condensazioni» improvvise e delle articolazioni delle unità metriche variabili. La parola poetica nasce come irruzione simultanea di enunciati che introducono una complicazione e una deformazione della modalità enunciativa; sta qui la procedura compositiva fondata sugli elementi accrescitivi più che sugli elementi tonali.

Certi incipit sono enunciazioni dirette («La pistola puntata in testa»), che servono a creare il climax di attesa e di minacciosità tipica di questo tipo di poesia dove subentra di continuo il «tu», un interlocutore diretto che ha il «volto incappucciato», «nato in braccio a sua madre», e altre locuzioni accrescitive, tutte locuzioni edipiche «forti» che culminano in un climax di vero e proprio terrorismo metaforico («è la vendemmia dei girasoli all’inferno / il perdono è avverare l’aria»).

Il finale della poesia è la locuzione posta come titolo: «Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto», dall’inequivocabile spessore edipico-evangelico. Siamo arrivati dunque al punto: quella della poetessa romana è una poesia di origine edipica che ha alla base il rapporto con la figura paterna, con l’«incappucciato», colui che si cela il volto per non essere visto e riconosciuto. Semiotica del male è un libro che vuole colpire il lettore, che preferisce gli enunciati edittali. Libro intensamente voluto, avido, che rivela una autrice di rapace passionalità.

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flaminia cruciani foto di dino ignani-

Poesie di Flaminia Cruciani

GLI INNOMINATI

L’umanità sprofonda sotto
il peso della sua sentenza spirituale
nelle ferite inferte dalla menzogna,
banchi di nebbia
il mezzo dell’amore che ti portavi addosso
a confessione come un sacco
ti consumava il doppio di vita
un abbraccio di incertezza e fango
colmava il vuoto all’eternità.
Il vuoto si cimenta in un assolo assordante
colmo di ignoranza.
Ulcere sotto i miei piedi
procedo oltre il turno del mio dolore.
Il soffitto screpolato del mondo
crolla otto volte più pesante e brusco
tagliami la testa di argilla
schiuderò palpebre di paglia,
parlerò, d’accordo, demonio tentatore
racconterò in un canone breve
quella notte di novilunio durata anni
dirò lo sciagurato dente riposto
come refuso in bocca altrui
canterò le variazioni interrogative
che hanno accompagnato il diritto all’origine
intonerò piangendo l’urto delle virtù carnali
racconterò quelle stagioni silvestri
dagli innumerevoli petali
navigate senza albero maestro.
Vale appena un battito
e addormenterei il tempo ancora
lo incappuccerei alla spiacevole
circostanza dell’umanità posseduta
dall’equivoco nel suo apparato argenteo
riflessa su estremità di deliri irripetibili
periferie dell’umanità
riposte in illustri famiglie.

***

QUELLO CHE È MALE AI TUOI OCCHI IO L’HO FATTO

La pistola puntata in testa
mi chiedi di non guardarti in faccia
abbiamo scherzato
come il signore col servo.
Allora Tu sei sempre stata i miei occhi condannati
come una coda di cometa
e mentre mi inginocchio,
guardo il bracciolo della poltrona, penso
quanto ci metterò a tornare alla mia tenda con un colpo solo?
Coriandoli di carne come papaveri sul pavimento
la pace sarà radunata nella fortezza delle mie ossa
dispersa come sabbia in un numero di luce
e ogni cosa sarà posata in me.
Saprò il giorno tagliato d’invisibile
procurami un angelo per il mio grembo rotondo.
Poi penso a quel volto incappucciato come a un uomo
a lui che grida appena nato in braccio a sua madre
è la vendemmia dei girasoli all’inferno
il perdono è avverare l’aria.
In armature di padre in figlio
quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto.

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flaminia-cruciani foto di dino-ignani

Li avete visti?
Erano qui poco fa
non sono più gli stessi
scomparsi fra la folla
ripetevano “tu devi”.
Alle orecchie prostituite
dai presagi colpo su colpo
rimane un suono di petali
di calicicorpi compiuti
che la luce teme.
Non avevano volti
ma barili di calce
ostacoli di sete
tabernacoli in viaggio nel deserto.
Quanto è profonda la tua Itaca?
***
Nella prigione ad acquarello entra la luce
Gesù è in ginocchio a pregare verso la finestra
ma è di acquarello, fisso come un quadro.
Ho un senso di colpa dentro
è colpa mia se lui è in prigione
io l’ho relegato lì.
Ma lui non è arrabbiato con me
è in prigione perché quando c’era
non gli ho dato importanza
non l’ho riconosciuto.
***

Ortogonale a me stesso
come volessi infilare l’ago nella sua cruna.
Nel suolo inverosimile dei miei pensieri
la menzogna risplende in ogni verità
come un teschio a bagno in uno specchio
e non sai se andargli incontro o indietreggiare.
Immergo i piedi nello Stige
ascolto la parola dei morti.
Ognuno solleva la propria natura
in basso quanto vuole.
Ognuno vince la sconfitta che può.

***
E vidi un arcangelo ballare
contagiato dalla natura
scampanare la primavera
nello stesso ordine di
condanna dell’amore
sulla foresta di figli
dove il tempo è giovane
e va via senza salutare.

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FRANCI

Ho ancora negli occhi
la piega del tuo ginocchio
quando prendevamo il sole
e la rovere d’oro dello stemma
che portavi al mignolo.
Quando guidavo come una pazza
per farti ridere andando in ospedale
tu dicevi “siamo invincibili” e avevo paura.
Mi hai telefonato per dirmi
che quello sarebbe stato
il tuo ultimo albero di Natale,
con la morte volevi punire
per sempre tua madre.
Ma lei ti ha reso ridicola
davanti a tutti per l’ultima volta
nel letto di morte con il vestito da sposa.
Ricordo che non ce la facevo
a guardarti mentre lei mi tirava.
Mi restano nel soppalco i tuoi diari
che non posso leggere
scritti con la calligrafia rotonda
e il male di frontiera
ricordi di noi ovunque.
La verità è che non riesco a scrivere di te,
che preferisco credere che non siamo mai state
che è stato tutto un incidente, anche conoscerci
su quella spiaggia in Thailandia
e vorrei scappare da questo
ultimo testo di questo doloroso libro.
Ora nelle profondità dei fondali
assecondi l’onda che amavi
diluita come non sei mai stata.

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Non sai a Sparta come si piangeva in silenzio
sulla somma degli antenati Dori
dai sepolcri affollati quando
si sposava un cielo inferiore
si malediva il padre e il suo
vangelo di bestemmie
screpolato dall’uso
ingoiati nel caos teologico
sporco di circo equestre.
Il cronometro scattava e si era già in ritardo
sull’addestramento guerriero
le catene da fissare con le
mani paralizzate dal freddo
per assaggiare la rovina di un miracolo
diventare forte come un esercito
una donna forte come un esercito
con l’orchidea schiacciata in pugno
a un passo dall’immortalità.
La pietà nucleare chiedevo
di poter piangere e gridare “riposo!”.
Avrei voluto una zattera di mandorle
ricoverarmi in un bacio.
Ma a portata di voce solo il silenzio
marciavo, la testa bassa
c’era un nemico da sconfiggere,
ero io.

.
***

INSHALLAH

Sono in un paese straniero
mi hanno catturata in un luogo dissestato dell’esistenza
mi interrogano al serraglio barbaro
delle domande impossibili
di come si traccia una lettera sconosciuta
di un alfabeto inesistente
mi chiedono di pronunciare
il centesimo nome di dio
se ho letto quel manoscritto mai scritto
se i demoni sono scappati dalle sue miniature
e so tenere fermo l’asse del fuoco
se so misurare la coppa del sole con il volto santo
e posso addomesticare il vento.
Devo convincerli come un mercante
che gli porterò quei frutti invisibili
che posseggo il vino che inebrierà dio.
Ma non so le regole
è come tirare a dadi l’esistenza
e poi decideranno in modo indiscriminato la mia sorte.
Chiedo ospitalità a quei volti, ma non sorridono
sono tamburi che battono a ridosso del sacrificio
e non lasciano scampo.
A quello prima di me
senza nessun motivo comprensibile
e in modo implacabile
hanno tagliato la testa in un colpo solo
affidandolo al battito eterno.
Io devo solo cavarmela e sperare.

***

Siete tutti traditori con le parole contate
avete piantato i coltelli nella mia schiena
voi che dovevate essere i migliori
mi avete sterminata nei vostri roghi di verbi
siate scomunicati dalla mia carne.
Siete tutti traditori con le mani levate
come Mosè quando Israele vinceva.
Vi siete impadroniti dei confini orientali dell’Impero
avete decapitato la mia statua
mentre marcavo il coraggio degli avversari
come vino antico bevuto da un’urna.
Siete tutti traditori con le parole contate
mi avete bruciata in un lembo dannato del vostro pianto.
Avresti mai detto che nell’edificio giusto dei miei occhi
avrei ospitato il vincolo apostata delle ossa
le catene di sangue rinnegate
destinate dal nome
franate premature in un sudario di sogni?
Non c’è più dio in quest’attesa ad afferrare battesimi.
L’arcangelo possente spalava la scena
lanciava in aria l’estremo delle vostre menzogne
ma la spremitura di esse in una mano
che al tatto obbediva e cresceva peso
e nell’altra il fulmineo impennarsi della sua fragranza
scandivano il contrappunto del tremendo.
Fa presto dio a venirli a prendere appena nati
dai loro troni di latte
annegali nella pazzia
impiccali verso il cielo
nelle piazze delle loro maledizioni sottovoce.
Dammi un’ora sola, l’ultima
per farmi il segno della croce sulle rovine di Sodoma
rovesciare i sacramenti sul mio cuore appagato
strappare il velo all’amore che non ho udito
sulle mani calde che non mi hanno accolto.
Fai leva sulla mia creatura
con l’elmo di Gerusalemme
ubriacami di sete
indosserò una bocca beata
che riderà anche di te.
Luciderò col Mandylion
la mia corazza eretica
ad arte la luciderò, che accechi
chi provi ancora a guardarci dentro.
Amen

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35 commenti

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35 risposte a “Flaminia Cruciani POESIE SCELTE da Semiotica del male (Campanotto, 2016), con un Appunto dell’Autrice e un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Lunghe inutili tirate con qualche riferimento storico/mitologico giusto per la lucentezza. Niente di che. Amen

    • Marco belocchi

      Ottima e profonda la recensione a un libro di rara forza e intensità. Una parola poetica che nasce dalla necessità interiore, da percorsi culturali maturati, affondati nell’arcaico. Una voce originale che tocca, per chi le può, o le vuol sentire, corde ancestrali.

    • Condivido il commento di Almerighi. Si mira a facili bersagli di pubblico.

    • soffiodipoesia

      Dipende dai punti di vista. Quello che per qualcuno è una “lunga tirata” per altri è un capolavoro.
      Occorre rispettare il modo di fare poesia di altri, e il loro modo di esprimersi. Ognuno ha la sua modalità: chi più sintetica, chi più estesa. Entrambe possono avere interesse, e sono modalità.
      Personalmente, tropo la Poesia di Flaminia Cruciani intensa e piena di spunti molto interessanti, e mi ha colpito la sua capacità di parlare oltre le parole.
      Quindi a me piace. Poi ci sono i gusti. Ma occorre anche adeguato rispetto per l’opera altrui, anche da parte di coloro che non l’hanno apprezzata.

  2. Partendo da percezioni personali, esplorazioni della psiche, della memoria, dei territori meno esplorati, la poesia della Cruciani, come è stato opportunamente indicato nella nota introduttiva, mira a condurre se stessa, e con lei il destinatario ideale, quel “tu” che esonda e sconfina nell'”io” e nel “noi”, ad un processo di catarsi, in cui tutto è allo stesso tempo presente e ulteriore, proiettato, anche sul piano cronologico, su piani più ampi, orizzonti più larghi. Chiama in causa, esplorando profondità che spesso restano nascoste, celate, represse. Ha il coraggio di un’originalità controcorrente che la rende individuabile, riconoscibile, dotata di forza. Quelli che in altri casi e contesti potrebbero apparire orpelli, qui acquisiscono il ruolo essenziale di vettori verso una visione che comprenda in un unico gesto, in un’azione dell’istinto e della volontà, qualcosa che aspira ad andare oltre la superficie, della percezione e del pensiero. La Cruciani ha iniziato e con coerenza prosegue un percorso il cui intento è quello di richiamarci con vigore a qualcosa che sfida la miseria del tempo e dei tempi.

  3. gino rago

    L’ “Io” poetante della Cruciani, così come esso emerge dalle poesie oggi proposte alla nostra lettura, non è lo stesso Io di tanta lirica italiana in cui
    il poeta è incline a un atteggiamento “vatico”.
    Di colui il quale pensa di dare un “messaggio” che egli soltanto ritiene di possedere. In questa poesia della Cruciani, “sostanzialmente abreativa”
    (come da acuta nota di Giorgio Linguaglossa), l’ “Io” poetante sa farsi
    sguardo, il nostro stesso sguardo, proiettato in un universo, tra l’onirico
    e il reale, in un flusso continuo di immagini fuggiasche verso una catarsi.
    Gino Rago

    • soffiodipoesia

      Dipende cosa intendi per Poesia. Dire “Non vedo Poesia” significa affermare che la Poesia ha caratteristiche fissate in maniera indelebile e definitiva. Questo non è vero. Un tempo la Poesia era rigorosamente in rima, oggi non lo è, nella maggior parte dei casi. Chi sostiene che poesia = rima, non può apprezzare la poesia senza rima. Che, ciononostante, può essere un capolavoro.
      Poesia è, secondo me, capacità di parlare oltre le parole. E questo, in Flaminia, lo vedo con grandissima forza. Quindi, per me, la sua è Poesia in ogni senso e da qualsiasi angolatura.
      Poi ci sono i punti di vista. Infatti, hai detto “non vedo poesia”, non “non c’è poesia”. Non la vedi tu, ma c’è, te lo posso garantire! Guarda meglio, e la vedrai anche tu!

      • Dove é esercizio intellettuale non é poesia quando si occupa di vicende cosi prosaiche e quotidiane senza nessun transfert forse non c’é poesia quando segue le mode non c’é. Non é un problema di metrica, né di titoli accademici conseguiti. Parlare oltre le parole hai detto e come? Forse vivere oltre vivere. le cose che ci accomunano.Non so rispondere a questo meglio di così

  4. Io sono nel posto
    in cui si vocifera che
    «l’universo è un difetto
    nella purezza del Non-Essere»

    Il simbolo lo ha fatto uomo
    (Lacan – Scritti)

    E dove siete è la dove non siete.
    (T. S. Eliot – Quattro quartetti)

  5. Condivido il perfido”giusto per la lucentezza”di Almerighi. Come è difficile, la semplice osservazione della realtà terrena! Eppure è da questa, che dobbiamo ricominciare.

  6. Sicuramente, la poesia è un difetto che ha la sua radice nel difetto di non essere nella purezza del Non-Essere

  7. Scrive Egilllarosabianca questa poesia che ho copiato e incollo qui:

    Poi
    rive sconosciute e in ogni parte
    Inverno
    tra le cose del giorno come di notte
    si consumava
    il ceppo sugli alari
    spargeva note di cenere
    nell’aria
    avevamo
    aspetto di angeli delle correnti
    del tempo freddo
    Attraversando
    ci legavamo per restare
    zavorre
    alla vita muliebre
    portavo
    ossatura di Padre
    Ancorati così
    mangiavamo seduti
    forse ridevano di noi
    delle fossette cave sulle guance
    l’ebbrezza e il sorriso
    per il cibo il vino
    ti scoprivo diamante dal calice
    alla nostra tavola improvvisata
    nel volto di quel luogo di Fiumi
    e in tutti gli altri
    dove non confluivano somiglianze

    Non posso che farle i miei complimenti. Questa è una poesia interessante, che va fuori contesto con grande scioltezza, una poesia senza pretesto e senza contesto, che sembra salire casualmente come una scala a chiocciola nel buio-luce del cielo, fatta di leggerezza e di spaesamento…

    • Intanto grazie,certo mi sento avvolta nelle spire delle sue parole in un certo senso me la sono cercata, ma se le piace davvero allora sono contenta. Non discuto quello che scrivo ma, non è frutto del caso, quanto di vita fuoricontesto di un perenne spaesamento come Lei ha scritto Grazie

  8. Steven Grieco-Rathgeb

    Caro Flavio, sento il bisogno di puntualizzare. Forse non le hai lette attentamente queste poesie di Flaminia Cruciani.
    Avendole io tradotte in inglese, mi ci sono cimentato personalmente, e posso dire due o tre cose a riguardo, senza beninteso pretendere di esaurire la questione.
    Questa poesia va letta più volte, non la si può scorrere, bisogna meditarla, perché usa uno stile densissimo. Una densità estrema, spesso avvincente, talvolta ai limiti dell’eccesso, ma è proprio quell’eccesso che finisce spesso per giustificarla.
    Per capire il mondo e soprattutto per capire la sua specifica esperienza del mondo, la poetessa deve farsi bruciare dal fuoco del Male, deve lei stessa talvolta praticare il Male: questo l’assunto base esistenziale della raccolta.
    Perché il mondo visto da Flaminia Cruciani è molto spesso terribilmente ingiusto, e qui possiamo anche permetterci di ricordare la condizione femminile, che la Cruciani vive con una certa sofferenza (mi è venuto da pensare ad Artemisia Gentileschi).
    L’eterno dare-avere fra uomo e donna diventa un gioco talvolta micidiale, e provoca estrema sofferenza, di questo stiamo leggendo qui.
    Per fare quello che fa, la poetessa ama spesso prendere un concetto (o una immagine) per i capelli e tirarlo, anche violentemente, in tutte le direzioni possibili, finché lo stesso non è, come dire, esausto: finché non ha dato tutto di sé.
    E’ una densità stilistica forte, talvolta barocca, teatrale (con tutti i rischi che ciò comporta), che, ripeto, cerca però di fare giustizia del vissuto, della condizione umana, del problema di vivere, di far quadrare ciò che rimane un cerchio – inafferrabile.
    Ma la poetessa ci prova. E in questo tentativo di dare un senso al mondo disordinato delle emozioni, sta buona parte della Semiotica del male di Flaminia Cruciani.
    Può non piacere. Non è per tutti gusti, così come non lo è tutta l’altra poesia di tutti gli altri poeti. Ma una certa potenza, e il magistero stilistico, sono sicuri.

    • Rtengo, caro Steven, che si entri nella questione riservata ai punti di vista. A mio avviso l’eccesso si colloca e si giustifica solo se non è un tintinnare. Questa a mio avviso è la grande differenza tra la poesia molto più forte di una Letizia Leone e questa, che più rileggo e più mi viene in mente un vecchio slogan “potevamo stupirvi con effetti speciali… “, questa poesia è piuttosto inautentica, artefatta e si sente. Dissento quindi, ma è un paese libero, se a qualcuno piace non mi straccio le vesti, esigo lo stesso trattamento per quelli che la pensano in altro modo. Ciao e grazie.

      • Maurizio Alberto

        Pienamente d’accordo con Steven, quello che mi lascia perplesso è il fatto che si parli di in autenticità (chiedo scusa ma i neologismi sono mal digeriti dal correttore automatico) in seni alla poesia di Flaminia Cruciani mi sembra francamente volgare. Per occuparsi di poesia è necessario avere in “mano” l’opera è cercare di annusare la sua completezza, a quel punto le possibilità si concentrano sul l’essere o sul non essere, la poesia è da troppo tempo maltrattata nella forma, nella sostanza, nei contenuti, nella vibrazione. Questa ultima parola contiene tutto quanto normalmente non è presente nella “poesia-prosa-sposa” che leggiamo purtroppo invece di passare oltre senza commento. A volte persino il silenzio è più alto di certi commenti.
        Invito a percorrere le proprie semiotiche con la stessa brillante tensione con cui ci ha regalato una Grande Flaminia.
        Maurizio Alberto Molinari

        • ahahah anche citare i “seni” è francamente piuttosto volgaruccio, abbia pazienza, tenga il suo parere che io mi tengo il mio: ripeto, è un paese libero

          • Maurizio Alberto

            Caro Almerighi, persino un bambino avrebbe capito che la frase era sviluppata con “in seno” e non con i seni come pare a lei tanto caro.
            Aggiungo solo per sua informazione che essere recensito da giorgio Linguaglossa è già motivo di evento, Lei cosa ne pensa?
            Buona vita
            Maurizio Alberto

  9. Da un po’ di anni sono una discreta e silenziosa osservatrice oltre che lettrice, scrivo ma vivo per me le mie scritture. Da questo mio punto di vista volutamente esterno recepisco in maniera lucida la Poesia. E mentre avanzano molti simulacri e altarini che vorrebbero farsi poesia io la vedo la sacralità di chi lega davvero i suoi passi al fare poetico. Perché chi si mette in gioco e lo fa con sincerità e trasparenza, anche a costo di tutto,senza armature, merita tutto il rispetto di questo mondo. Non c’è dunque un ruolo ma una personalità autentica e poesia autentica. Non scissione quindi né dualismi né personaggi ma un essere umano che ci offre un grande dono: la sua profondità siderale. A noi è chiesto di allenare l’occhio a vedere il cuore a capire. Leggere è un’operazione d’impegno così come scrivere. È meraviglioso il tuo spessore cara Flaminia, in tutto quello che fai, ed il tuo spirito democratico è nobile ma detto questo…trovo fuori dall’ordinario questo tuo stile poetici. Finalmente qualcosa di diverso in un panorama stantio e ritrito. Qualcosa di Reale e denso di vita.
    Irene Ester Leo

  10. A dirimere la vexata quaestio sulla poesia di Flaminia Cruciani dirò che ci sono due grandi direttrici di marcia nella poesia del secondo Novecento:

    1)la prima è quella che intende la poesia come accumulo, un concetto di poesia come additivo di figure retoriche e agglutinante, un concetto di plurivocità della poesia fondata sulla giustapposizione lessematica e retorica;
    2) la seconda è la via di un disboscamento della forma-poesia, la via della sottrazione, del «levare», del «togliere», per giungere fino alla scarnificazione della parola e del verso.

    Direi che entrambe le vie sono possibili e percorribili, ed entrambe sono state percorse nel secondo Novecento… Poi ci sarebbe la poesia dei fatti propri, della, per dirla in termini culti, retorizzazione del soggetto. Ma anche questa è stata ed è una via che è stata già percorsa nel tardo Novecento… Insomma, direi che se vogliamo fare una poesia veramente nuova dobbiamo uscire dall’armamentario categoriale della poesia italiana del secondo Novecento…

    Di questo e di altri problemi si discuterà nel primo Incontro (Laboratorio Pubblico di poesia) che avremo giovedì 29 dicembre alle ore 18.30 alla Libreria L’Altracittà via Pavia 106 Roma, al quale siete tutti invitati a partecipare

    • Sì, ok, Giorgio, ma quando tu condividi un Autore qui sulla Rivista, questi é passibile di commenti positivi, ma anche non positivi. Cosa c’è di strano se a qualcuno, me compresa, questa poesia condivisa in questa pagina non va a genio? Credo che vi sia da rispettare prima di tutto e tutti la libertà di ciascuno… Non è detto che un nome più o meno noto e che ha amici più o meno noti intorno debba necessariamente riscuotere successi. Anzi, per quanto mi riguarda, penso che la “”grandezza”” (tra virgolette) di una persona, prima che poeta e altro, si misuri dalla capacità di accettare un commento-critica-apprezzamento non positivo.

  11. cara Angela Greco,
    questo è un luogo libero, ciascuno ha diritto ad esprimere le proprie opinioni e i propri gusti, le idee sono tutte degne di rispetto e considerazione. Ci mancherebbe altro. D’altronde, nel mio commento introduttivo ritengo di aver tracciato un binario delle possibili interpretazioni. I toni fideistici mi sono estranei, così anche i sovra toni …

  12. Non molto tempo fa ho avuto la fortuna di scoprire la poesia di Flaminia Cruciani. Sono rimasta immediatamente colpita dall’originalità della scrittura, dal ritmo coinvolgente e dall’intensa passionalità con la quale vengono proposti al lettore tanti aspetti della vita, che è la vita dell’Uomo, la vita di noi tutti, con le tante miserie, l’amore offerto e crudelmente rigettato, l’invito perentorio a riscattarsi da ogni male, l’indicazione di una possibile redenzione. La lettura dei suoi possenti e musicalissimi versi è stata un’esperienza di grande impatto emotivo: leggendoli, anzi, bevendoli vorace, ho sentito vibrare le note del Requiem, delle Passioni, dell’Eroica, delle danze greche al sole rovente, del violino demoniaco di Paganini.
    Nella Semiotica Flaminia affronta con incredibile forza il Male in tutte le evenienze vissute rivolgendosi a un interlocutore che ancora una volta è l’Uomo, giustamente interpellato come testimone delle sue stesse malvagità, come macabro autore di sofferenze inflitte con crudeltà, come essere in realtà debole e vile, incapace di guardare negli occhi l’innocenza e la bontà (che dovrebbero essere la norma): “naviga il male a vele spiegate/nelle intenzioni dell’uomo”. Un uomo che ha ucciso il dio che pure viveva in lui. Anche qui risuona potente la musica di “Dio è morto”, una bellissima canzone-simbolo di Guccini/Nietzsche che ha accompagnato la giovinezza e le speranze di molti di noi.
    Sento la Semiotica come espressione del nostro tempo, ne sento i versi dolorosamente sulla pelle, sento rullare i tamburi di tutte le guerre, vedo tanti morti, vedo adolescenti e giovani impoveriti di senso e di amore, vedo uomini e donne, ormai perduti e snaturati, delinquere al potere. Gli spunti offerti da questi versi sono infiniti, tanto che vedo questa raccolta come uno straordinario strumento di riflessione multidisciplinare.
    Ringraziando Flaminia per questo magnifico dono, concludo con un momento dolcissimo accompagnato dal suono tenero e sensuale delle “Chansons de Bilitis”:
    “Fedeli e innocenti come gemelli/affacciati oltrecielo su culmini impraticabili/coi colori sgranati dalle carezze delle luce.”
    Rarissimi versi riescono ad essere così condivisibili e toccanti, per questo le critiche, specie se irrispettose, lasciano il tempo che trovano.

    • Dio é morto perché l’uomo non ne ha più bisogno,la civiltà della tecnica ne ha preso il posto,capire, non é sentire, dimenticare il passato le tradizioni, ci ha consegnati ad un Satana o Demone Idiota,spesso ci troviamo nella rappresentazione della rappresentazione

  13. ma veramente Dio è morto è di Guccini/Nietzche/Ginsberg. Le critiche sono critiche, e basta

  14. Giorgio Gramolini

    “Semiotica del male” è espressione di una forte individualità che sa dialogare col mondo e fronteggiarlo in una lotta che non sarà mai vittoriosa ma che non la vedrà mai piegata né arresa. L’originalità di questo testo sta in una voce che si leva fino a divenire elemento del mondo, fatto, corpo, azione. La sicurezza con cui l’autrice si presenta è quella di chi si appoggia a una vasta cultura e a una profonda riflessione filosofica, superandone però i pur ampi confini per misurarsi con ciò che può esistere di nuovo, inusitato, sorprendente, che è poi il mondo stesso sperimentato nella libertà della propria coscienza.

  15. Franz Krauspenhaar

    poesia alta

  16. Per capire questa poesia bisogna aver letto almeno Baudelaire ma anche Paul Celan non ci si può essere fermati a Cielo D’Alcamo o Cavalcanti.

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