Ubaldo de Robertis POESIE SCELTE Inedite “Ad immagine dell’infinito”, “Il presente, la sola dimensione”, “A Max Frisch”, e una poesia edita “Da Diomedee”, (2008) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Henri Matisse - 1939

Henri Matisse – 1939

Ubaldo de Robertis ha origini marchigiane e vive a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. E’ presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: G. Linguaglossa, F. Romboli, G.Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi. È autore di romanzi Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano, (Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie.

Henri Matisse - 1947

Henri Matisse – 1947

Commento di Giorgio Linguaglossa

Non siamo alla teatralizzazione delle vicende private dell’io come avviene nella poesia frequentata in Occidente nell’epoca della stagnazione spirituale e della straordinaria leggerezza dell’essere, e neanche in un sotto-genere, in quello che elegge il «tu» quale destinatario di testi-missiva. Ubaldo De Robertis opta per l’esplicita forma dialogica e parla con il lettore, un misterioso «implicito», una specie di «doppio» (?) della propria coscienza, ovvero, con il lettore spettatore. De Robertis racconta sempre un evento preciso (un non-detto, un implicito) con il massimo risparmio di parole-cornice, ecco la ragione della incisività del verso lineare di questa poesia, che termina proprio lì dove deve terminare, ma il significato è nel verso successivo, si nasconde in una omissione, in un segmento omesso, nella elusione, nel non-detto. Il lettore viene posto davanti ad un evento-racconto, il non-detto, l’inesplicito. Non c’è un versante edificante in questa poesia, il lettore non viene disturbato da eccessi enfatici, e questo è un punto a vantaggio dell’autore che mostra una sicurezza di dizione e una icasticità del lessico di accorta fattura. È una particolare poesia di inazione, di impliciti, di non-detto questa dell’autore. Non si tratta, credo, soltanto di un metodo di composizione ma anche e soprattutto di un metodo di addestramento alla vita, esercizio militare dell’anima.

Se prendiamo la composizione base della poesia di Ubaldo de Robertis, ci accorgiamo che l’autore compone come riprendendo il filo di un discorso abbozzato in precedenza. Si può leggere la poesia di de Robertis a ritroso, dall’ultima alla prima composizione e nulla cambierebbe del senso complessivo, perché non c’è un senso, ma una serie di sensi. Le composizioni entrano subito nel tema dialogico: c’è l’introibo ad un oggetto eisistenziale, per lo più un «negoziato» con il lettore.

Henri Matisse 1941

Henri Matisse 1941

C’è una componente «sacrale» in questo metodo ma è un «sacro» nutrito di falso e inautenticità. «Non si dà vera vita nella falsa», ha scritto Adorno in tempi non sospetti in Dialettica dell’illuminismo (1947). Nel frattempo, il mondo è diventato integralmente falso, e l’«io» ne è una degna protesi, il «tu» è una immagine posticcia, che non si sa quando sorge e quando non sia più una proiezione dell’«io». E così via. Il segreto forse si cela nell’assenza, nell’impronta, nella traccia. E sarà compito del lettore esercitare l’indagine nell’atto della lettura. Direi che in questo genere di poesia è prioritario l’atto della investigazione. La poesia si costruisce come interpretazione del non-detto, del non-accaduto. Il  momento dell’analisi precede appena d’un soffio il momento della deduzione; l’analisi è, insieme, retrospezione e prospezione, osservazione del dettaglio e visione dell’insieme, visione panoramica dell’io e del tu. Di qui l’abbondanza di deittici e dei sintagmi segnaletici dei luoghi.

Una procedura sottoposta alla logica della sintassi. Il metodo di scrittura di Ubaldo de Robertis consente lo scorrimento delle proposizioni, è una procedura che rimanda ai rapporti di inferenza e inerenza tra le proposizioni, un percorso duale, relazionale dal quale ciò che si è definitivamente assottigliato sembra essere la «sostanza», la stoffa delle relazioni umane. La stessa abbondanza di deittici, dicevo, cioè di quelle unità pronominali e avverbiali che si possono rintracciare in questa poesia, sono una spia delle relazioni spaziali e temporali che si organizzano intorno al «soggetto», che costituisce il principale punto di riferimento, il semaforo «significazionista (?)» e relazionale delle composizioni.

Ubaldo de Robertis

Ubaldo de Robertis

Poesie di Ubaldo de Robertis

(A Max Frisch)

Mare e cielo adunati in un unico sguardo,
visione maestosa, sublime. Ritta sullo scoglio
una minuscola figura, si toglie il cappello
alzandolo il più possibile per sventolarlo.
E non ci sono vele all’orizzonte, angoli ristretti, relitti,
solo stupore, a Palavas, con cui riempirsi gli occhi,
ebbrezza che in un uomo ordinario sparisce.
Non in Courbet. Fierezza, monumentalità,
unisce a quella solitudine, della sua luce
penetra il mondo che si schiude al modo di uno scrigno
e ha bisogno della luce del mondo per esistere.

Nel retroterra un uomo è diventato pietra.
Medusa non l’ha guardato, chissà perché è impietrito
e a che fine le ombre s’intrecciano sul capo anguicrinito,
quale identità lui che, forse, ha conosciuto
molti luoghi in cui fermarsi per rendersi invisibile.
Chi è? Ha forse consumato per intero il respiro?

Lo spazio intorno trasfigura per la rapidità
con cui sfilano tram, un continuo va e vieni.
Uomini che si muovono come nuvole incombenti,
senza avvertire d’essere anelli di una catena casuale,
e persistono ancora… a passare. Forme dissolventi.

Pura casualità l’incontro. L’altro non deve tornare,
prendere una via, ripartire all’istante:
“Non stavi per caso fuggendo dalla sventura?
Per quasi tutto il tempo della vita io l’ho sfuggita
riducendomi in solitudine.”
Amnesia di esseri e luoghi.
Agli uomini comuni poco è concesso di chiedere, o sapere,
arduo trarre inferenze, deduzioni.
Immagini indurite, alterate, confuse con quelle di altri.

Quei peli di un rosso chimico slavati, gli occhi azzurri
iniettati di ruggine, l’arcata inferiore sporgente,
sulla fronte appena percettibile il segno di una cicatrice.
Il tempo estatico dell’insurrezione delirante
ti può esplodere in faccia, auto-annientare, come l’esaltazione
di Corbet per la Comune, pagata a caro prezzo.

Nessuna espressione, ansia di abbandonare le tenebre,
persiste la storica immobilità.
E quel suono alto nell’aria? Un nuovo espediente?
Solleva il Quartetto per Archi l’alto sentire, l’Opera 132,
quanto di più solenne e impenetrabile ci sia nel Genio,
afflitto da ipoacusia. Musica, tempo di redenzione, dell’utopia.
Nessuno che sia disposto ad accoglierla.
Nessuno che sappia congiungersi con Beethoven.
Suoni, segni, e note, alte in numero sempre minore,
condurranno a un raggiro.
L’ assurdità è che uno ha coscienza della propria vuotezza
e l’altro, annichilito, non ha un’identità.
Ma se nella tasca interna della sua giacca scovate un biglietto,
solo andata, per Amsterdam,
Signori, non dubitate quell’uomo sono io.

Henri Matisse 1939

Henri Matisse 1939

*

Il presente: la sola dimensione.
E ha perso il nome, l’essenza, causa sui
e per l’azione di famulus miserandi
fautori dell’espansione, corruttori d’identità.

Fletto la passività, sfato la connessione,
frantumo gli argini, l’indolenza
che assume valenza metafisica.

A lungo fu il grigio degli sguardi
ora un piccolo astro rosso lucente
lumeggia nella mente come esigenza
di un luogo limpido, nuovo, d’aria e di luce.

(contro-voce)
Senza paesaggio che lo distingua,
con troppi punti di approdo,
troppi crocevia da oltrepassare.
Una trappola claustrofobica.
La fiera globale non è poi
così male, spinge lo sviluppo,
riduce la povertà, vale l’adagio
del sempre ci sarà chi affligge
e qualcun altro che sarà oppresso,
e poi… esiste la libertà intera?

In mare o terra, scortato dal miraggio
seducente, fra l’istante di un crollo
nell’abisso e il ritorno alla vita,
lascia dall’altro lato il servaggio,
l’inedito è di fronte, l’impazienza di scoprire
la propria identità,
l’idea di sé difforme dagli altri,
e di sé attraverso il tempo. Sincronico
e diacronico, – direbbe Saussure.

Co-abitare l’isola, antica come il mito.
Perché nessuno la nomina?
Perché gli echi sono inaudibili?

In quell’arcaica natura in cui si raccolgono
le ombre, mani come rami stringono altre mani,
arbusti sempreverdi, compatti, ricadenti sulla terra
vermiglia, s’ incontrano fra spigliate fioriture
di intenso color lilla, rosse bacche fragranti.
Una sorta di Origine.

E c’è chi, affrancato, scuote le catene,
festosamente, chi sente come un’epifania
la contorsione di quel corpo accorso
dietro una promessa che l’animale-uomo
è legittimato a fare: das versprechen darf.

Certi danzano, ridono,
altri parlano un lessico ermetico, inconsueto.

E’ forse necessario un nuovo linguaggio?
Un idioma segreto?

Co-abito l’inquietudine, il dubbio
che tradisce, scruto in faccia l’incertezza,
per capirne il senso.

La mancata dialettica non lascia individuare
inediti scenari, antidoti alla coazione a ripetere,
/vero elemento demoniaco/, la dimensione
dell’agire, saggiare la vertigine della libertà
che ad ognuno dovrà rivelarsi.

Majakovskij tuonava:
/Noi la dialettica non l’imparammo da Hegel //
quando sotto i proiettili /dinnanzi a noi
fuggivano i borghesi,//

Qui, alcuni fuggono, ripiegano,
tenendo in petto, semplicemente,
il senso di vertigine, il mancato riscatto.

Arretrano. Volgono i passi,
si consegnano alla prassi.

E i crolli?
Le macerie ammassate sulla via?

Eretto intorno all’isola, o forse nella mente,
l’archivolto azzurro-cielo sorregge l’utopia
perché il mondo non sia più
come un non so che di apparente.

L’esperienza gradualmente si invera.
In evidenza l’effettiva identità, la memoria,
stili di vita relegati ai margini,
in penombra le paure, le perplessità,.

Per gioia ogni voce diventerà riconoscibile.
Nessuno incererà “de’ compagni/senza dimora/
le orecchie”, per godere la bellezza del canto
delle sirene, più deliziose che mai.
Nella congiuntura le incantatrici ritroveranno,
definitivamente, la loro dionisiaca voce.

Henri Matisse - 1923

Henri Matisse – 1923

*

«La clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo
capovolta e tu con essa..
Friedrich Nietzsche: La gaia scienza

Ad immagine dell’infinito

La gravità zelante di un valletto, in ombra,
sul cono più alto, stagnante, ad ogni soprassalto.
Estraniato. Nella bonaccia. Sul palcoscenico di vetro
si illude di mandare fuori tempo il congegno.
Tempo rubato. Dilazionato.
All’improvviso si sente mancare la terra sotto i piedi,
mentre si avvicina alla gola che apre al sottomondo segreto,
non può tornare indietro, sospinto, a capofitto declina
in tante traiettorie frenetiche, sul fondo,
stilla come sangue da una stretta ferita,
scontroso, perché sa che non potrà abitare
le stesse posizioni ogni volta che la clessidra
sarà sovvertita.
Ma c’è qualcosa che lo umanizza,
che oltrepassa e trascende il tempo.
Perduto?
Ritrovato?
O un irreversibile salto verso il nulla?

E rovesciato, nell’aria, inizia un nuovo ciclo
verso un tempo nuovo di cui è arduo carpire l’intensità
di ciò che passa, o anche la tenuità,
difficile esibire immagini coerenti della nostra presenza,
scoprire un’effettiva, reale, misura interiore,
per comporre tutti questi frammenti(di sabbia)
in pensieri dicibili.
Dicci pure, Louis Borges: fu realmente di miele
l’ultima goccia attingibile della tua clessidra?

(Inedite)

da: Diomedee, Edizioni Joker, 2008

Aghi d’albero gomitoli senza nome
flutti di acque verdastre mormoranti
angoli asciutti sabbie delicate
falesie bianche
spiagge curvate come lame
come dame stanche

Isole che gareggiano per bellezza
con ogni terra ferma
isole di leggende di storie
isole di memorie senza vele
Isole invisibili di croci
Isole senza voci.
Isole dei fuochi silenziosi
dei sentieri di pietra
dei monoliti dei ciclopici massi
dei taglienti sassi

Isole delle notti tolleranti
di sconsolate amanti
Isole dove siamo nati
dove siamo approdati
dove abbiamo vegliato
dove abbiamo cantato
Isole dove abbiamo pianto.

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20 commenti

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20 risposte a “Ubaldo de Robertis POESIE SCELTE Inedite “Ad immagine dell’infinito”, “Il presente, la sola dimensione”, “A Max Frisch”, e una poesia edita “Da Diomedee”, (2008) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Rivedere Ubaldo De Robertis, che stimo validissimo autore e come uomo, mi da soprattutto gioia.

  2. Molto belle. Il che dimostra che la poesia buona c’è, bisogna soltanto andarla a cercare. Bravo Giorgio.

  3. Nelle “forre” buie della poesia ogni tanto si sente un piacevole scroscio, è quello di una sorgente limpida e fresca che nasce da una roccia e brilla al sole. E’ una similitudine che mi hanno suggerito queste poesie di Ubaldo de Robertis. Inoltre in esse serpeggia la grande musica, e ciò per me è una ulteriore garanzia di qualità.

  4. Giuseppina Di Leo

    Leggevo dell’amato Giorgio Caproni e di quel suo modo di procedere mediante la sospensione del giudizio e trovo poi le poesie del caro Ubaldo De Robertis in cui l’identità viene revocata in causa, quasi a scandire maggiormente che a volte il senso delle cose non è così scontato come vorremmo che fosse. Ma in queste poesie De Robertis ci dice molto altro. Attraverso un “percorso duale”, come Giorgio Linguaglossa ha evidenziato, la ricerca che parte dal soggetto, per mezzo dei sensi scopre ed esplora realtà prima inosservate, come quando ci si trova di fronte un uomo diventato “pietra”, e allora il poeta non può procedere che per sottrazioni. Ma in tutto questo sentire è la musica (l’adagio del sempre), come l’arte o la letteratura, che lo conduce ancora verso l’infinita “impazienza di scoprire /la propria identità”.
    Belle.

    GDL

  5. nazariopardini

    Musica, verbo, reale e surreale; sogno e trasposizione; una sedia, un lampadario, un mobile, una moto, un giardino; il mare, il fiume, un torrente, un’alba, un tramonto… tutto può essere poesia. Basta però che ogni”cosa” sia digerita dall’animo; che maturi dentro di noi; che s’impolpi del nostro essere umani e si travasi, dopo lunga decantazione, in note, in pitture, in canti, in arte insomma. Occorre però il colore come la parola. Uno studio attento e consapevole per avere un buon frutto. In definitiva questo fa Ubaldo. Fa della vita un’opera d’arte; usa il pennello per dipingere l’uomo; quella parte di sé che sa tanto di tutto.
    Nazario

  6. Giuseppe Panetta

    Fletto la passività, sfato la connessione,
    frantumo gli argini, l’indolenza
    che assume valenza metafisica.

    I testi di Ubaldo qui presentati sono complessi, musica, maestria, rimandi, flessioni. Molto diversi da quelli che conosco. Qui c’è un deciso scatto in avanti, una lezione assorbita e rimessa nel giusto ordine, nella disciplina.
    Vi sono versi pregevoli oltre a quelli che in incipit ho riportato e che la dicono lunga sulla gran cultura posseduta, oltre che per la passione.
    Da notare, infine, la grande differenza tra gli inediti e quella pubblicata.

    Brutta malattia la poesia, sostanzialmente pericolosa, ma “Per gioia ogni voce diventerà riconoscibile”.

    Con affetto

    GP

  7. Come affermava R.M. Rilke nel suoi “Sonetti a Orfeo” con parole ben più alte di queste mie, ogni cosa può divenire poesia perché in un tempo lontanissimo imbevuta del sangue di Orfeo, massacrato e fatto a pezzi dalle Menadi infuriate. Un filo d’erba, un sassolino, la sabbia di una spiaggia… tutto è poesia a patto che il poeta sia illuminato da Orfeo e sappia tradurre in versi la voce impercettibile di ciò che vede, sente nell’animo, medita nella mente acuta, percepisce con grande sensibilità.
    Questo fa Ubaldo De Robertis nelle sue poesie, pur distanti anni le prime qui pubblicate dall’ultima del 2008. Può mutare la forma poetica, ma il magistero espressivo rimane costante, con evidente profondità di pensiero e musicalità dei versi, non costretti in forme chiuse tradizionali, ma creati secondo un ritmo interno alle parole, scelte e disposte con abilità.
    Molto si potrebbe riportare come esempio, ma basti questo:

    “A lungo fu il grigio degli sguardi
    ora un piccolo astro rosso lucente
    lumeggia nella mente come esigenza
    di un luogo limpido, nuovo, d’aria e di luce.”

    Giorgina Busca Gernetti

  8. La gravità zelante di un valletto, in ombra,
    sul cono più alto, stagnante, ad ogni soprassalto.
    Estraniato. Nella bonaccia. Sul palcoscenico di vetro
    si illude di mandare fuori tempo il congegno.
    Tempo rubato. Dilazionato.

    Fin qui l’incipit di una poesia di Ubaldo De Robertis. È chiaro che qui siamo davanti ad una condizione teatrale dalla quale sono state espunte le condizioni soggettive. la scena è raffigurata in modo oggettivo attraverso una serie di divagazioni e di associazioni narrative. La «poesia» è diventata «discorso poetico». La distinzione è di capitale importanza per comprendere che cos’è diventata la poesia moderna, la poesia si è narrativizzata e ha perduto definitivamente la volontà mimetica della poesia di un, mettiamo Pagliarani, nella quale c’è una forte componente ideologica: quella convinzione di fare poesia mimetica del «reale». Pensiero questo ormai compiutamente archiviato tra le stoviglie del modernariato. Oggi è invalso invece il principio compositivo opposto: una poesia liberata da ogni ossessione mimetica, oggettiva, narratologica, dialogica.
    La poesia di Ubaldo de Robertis ha varcato il Rubicone, ha tagliato i ponti con le concezioni mimetiche del «reale» e con le concezioni antimimetiche del «reale» (come quella di uno Zanzotto), per aderire ad una impostazione nuova, fondata su altri presupposti di poetica.

  9. Io non sono brava con le parole quando si tratta di scrivere un commento a un testo poetico. Perché mi pare che, quando è vera poesia, di quella che viene fatta col sangue e la carne e le ossa di un corpo/anima che ha attraversato molte esperienze, non si possa dire di più di quanto la poesia stessa faccia. E io, di fronte a questi testi di Ubaldo, mi sento sopraffatta da una profonda emozione. E non è un modo di dire. Posso solo comunicare ciò che sento: parto dall’ultima, quella che parla di isole, incontri e approdi. “Nessun uomo è un’isola”, come scrive il mio amatissimo John Donne, ma è anche vero, come scrive Ubaldo, che la nostra intera vita è un trovare e abbandonare isole, esplorarle, sognarle, piangerci e gioirci. E tutto questo insieme di isole che noi siamo e ci compongono, così come gli atomi che compongono la materia, formano nel loro insieme ciò che noi siamo, siamo stati e saremo.
    La trovo una meditazione profonda sulla vita, di un uomo che ha vissuto ogni cosa con forza e passione.
    Ritrovo le parole di Nietzsche ne La gaia scienza
    «La clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo
    capovolta e tu con essa»
    in questi versi:
    “stilla come sangue da una stretta ferita,
    scontroso, perché sa che non potrà abitare
    le stesse posizioni ogni volta che la clessidra
    sarà sovvertita.”

    Ma ogni minima alterazione cambia l’universo, no?

    Credo che quando un poeta – o comunque uomo o donna che sia – ha un po’ di anni alle spalle e molte siano le esperienze, abbia il desiderio di comunicare il disegno generale di quel tessuto i cui fili di trama e ordito sono parsi sconnessi per tanto tempo e solo ora si vedono legati a comporre un disegno compiuto. Quello che è il senso della nostra esistenza. Non sono molti a vederlo. Solo quelli che l’hanno pagato il suo prezzo. Che è alto.
    E’ questo che tu, caro Ubaldo, mi hai comunicato ed è per questo che mi sono commossa tanto nel leggere queste poesie. In cui non c’è retorica, intenzione di cucinare una bella ricetta. Non lezioni da impartire o discorsi altisonanti. C’è invece la limpidezza di chi sa guardarsi dentro e sa riconoscersi.
    Non è necessario alcun nuovo linguaggio, alcun idioma segreto. Qui è l’anima che parla nella sua lucente nudità. Il suo linguaggio è universale.

    • ubaldo de robertis

      Ricevo al mio indirizzo di posta elettronica e la trascrivo la mail di Gianni Fochi della Scuola Normale Superiore di Pisa:
      …Ecco, a proposito dei chimici mi torna in mente uno slogan coniato anni fa dalla Royal Society of Chemistry (britannica): chemists provide solutions, i chimici forniscono soluzioni. Doppio senso: soluzioni fatte d’un soluto e d’un solvente, ma anche soluzioni dei problemi. I chimici, come un tale de Robertis di mia conoscenza, risolvono problemi anche… artistici ed espressivi.
      Gianni Fochi

      • ubaldo de robertis

        Ricevo al mio indirizzo di posta elettronica e la trascrivo la mail di Lidia Sansone:
        -Complimenti per le poesie! Rispondo con le parole di Egon Schiele:”artista è colui che dotato spiritualmente, sa esprimere le vedute di concepibili apparizioni nella natura …la tremolante grande luce , il calore , il respiro degli esseri viventi, l’ arrivare e lo scomparire …-
        Lidia Sansone

  10. Ringrazio Ubaldo De Robertis per aver condiviso, con queste poesie, istanti della sua solitudine. Perché la sua è solitudine ricca di domande, tanto che la si potrebbe definire divulgativa. Perché divulgativa? Perché figurativa, fatta di quel che si vede, dove però il mistero, cercato e indicato, non si risolve (il mistero si risolve nel suo accadere, il mistero non è domanda: il mistero è la risposta). Già alla prima poesia, dove interpreta a modo suo opere di Courbet e si sofferma sulla musica, quando scrive:

    Quei peli di un rosso chimico slavati, gli occhi azzurri
    iniettati di ruggine, l’arcata inferiore sporgente,
    sulla fronte appena percettibile il segno di una cicatrice.

    Lì, avevo intuito la presenza dell’autoritratto. Quindi perché scrivere:
    “Signori, non dubitate quell’uomo sono io” ? L’unica ragione potrebbe essere quella di voler manifestare una gioiosa sorpresa. E infatti questa gioia arriva, la si sente un po’ in tutte le sue poesie; e credo sia proprio questa gioiosa vitalità la nota che lo contraddistingue. Ma è tanto figurativo, si capisce davvero tutto…

    • Carissimo Ubaldo,
      non sono riuscito a leggere l’articolo, le tue poesie, e i commenti.
      Il mio solitario occhio che vaga nella nebbia appena appena vede
      parole larghe e in grasseto. Comunque, voglio lasciare il mio breve
      messaggio di stima. Credo che i commenti siano tutti positivi, e che
      il tuo cuore, che ha la stessa mia esperienza del bisturi, resisterà le
      emozioni creative. . . con affetto,
      Alfredo

  11. C’è davvero poco da aggiungere ai bellissimi commenti ai testi dell’amico Ubaldo. In particolare, le parole di Giorgio Linguaglossa colgono la novità e la profondità di questa poesia con l’usuale sagacia e precisione. Credo che Ubaldo sia ancora cresciuto rispetto all’ultima raccolta, pubblicata con il mio convintissimo assenso. E’ una poesia densa, netta nella dizione, originale nelle soluzioni, eppure intrisa di tradizione, in particolare di senso del verso. Bravissmo, insomma.

  12. Paolo Stefanini

    Non basta leggerlo una volta il De Robertis di questa raccolta. Questa è una summa di tutto quello che è l’autore: l’impegno dichiarato, l’approccio filosofico, la stessa estensione dei testi ci chiedono di evitare fraintendimenti. Qui si tira una riga, forse si fa un bilancio, sicuramente ci consegna al lettore un pensiero elaborato, verificato e infine indelebilmente scolpito. E il lettore ringrazia. Paolo Stefanini

  13. Pasquale Balestriere

    Le poesie qui proposte di U. de Robertis mi appaiono diverse tra loro e variegate, anzi proteiformi nel metro, nel ritmo, nell’impianto sintattico ma soprattutto nei contenuti che si caratterizzano per fratture di senso, per ellissi (cioè per il non detto, il volutamente taciuto), infine per una sincopata incisività. Diciamo che, sotto questo profilo, talvolta de Robertis non facilita il compito del lettore o fruitore, soprattutto se costui ha intenzioni prettamente esegetiche, se cioè vuol spiegarsi tutto con precisione e completezza. Ma, tornando alle poesie di questo post, dopo aver constatato che le prime tre appartengono all’ultima produzione di de Robertis e la quarta a quella meno recente, si può facilmente osservare quanto netta sia tra loro la differenza (stavo per dire il peso) e quanto chiara la distanza. Per esempio, nella poesia tratta da Diomedee (la quarta della pagina), l’enumerazione nominale (nelle prime due strofe) e verbale (nella terza), pur nella cospicuità della sintesi, fatica a reggere il confronto con le altre per sostanza di pensiero e qualità delle esperienze vissute. Nei versi più recenti, maturi, profondi, sofferti, domina la percezione della precarietà della vita e della quasi inconsistente minimità dell’essere umano, al quale è data solo un’ipotetica possibilità di riscatto o di evasione. Ipotetica, appunto, non reale. Anche se il poeta, quasi a darsi fiducia e coraggio, usa talvolta il punto interrogativo, esprimendo un dubbio che si sforza di assumere i colori della speranza.
    P B

  14. Arrivo in ritardo a leggere i versi di Ubaldo De Robertis scelti e commentati con cura e passione da Giorgio Linguaglossa. Giungo quando molto è stato detto, da voci che stimo, in modo autorevole e sentito. Non sono in ritardo tuttavia per rallegrarmi con Ubaldo, con Giorgio e con chi ha letto e commentato, per la giusta attenzione che da tempo riceve la poesia di Ubaldo. Conosco De Robertis da tempo e ogni volta ho avuto modo di apprezzare il gusto con cui plasma la parola e la sorpresa, autentica, con cui ne osserva e ne percepisce le reazioni, quasi chimiche, come nel suo antico lavoro. Il suo è un gusto per la parola che conserva un sapore e un’attitudine fisica, corporea, trasmessa con naturalezza anche alle citazioni colte, filosofiche o mitologiche che inserisce nei suoi testi. Tutto ciò rende autentico
    il suo percorso, sia nell’ambito del dolore che in quello di una tenace e nitida aderenza alla vita e alla vitalità.

    • ubaldoderobertis

      Ricevo al mio indirizzo di posta elettronica e la trascrivo la mail di Salvatore Martino:

      Ricevo al mio indirizzo di posta elettronica e la trascrivo la mail di Salvatore Martino: .”..quella poesia, la tua poesia che si svolge tra due grandi miei amori Nietzsche e Borges con la travolgente disanima del tempo “Perduto”? “Ritrovato”? Dove sei Marcel? E l’agguato verso il Nulla. E tutto accade dentro di noi ogni qual volta “la clessidra sarà sovvertita” e il candore dell’acqua avrà illuminato la figura sul mare. Ma “siamo noi nella bonaccia o sul palcoscenico di vetro”? Passiamo attori inconsapevoli di un copione trascritto in una lingua che non conosciamo, in un teatro che mai ci è dato di abitare. Poesia la tua irta, difficile , ma in fondo cristallina, filosofica ma infarcita di immagini, che arrivano a toccare il profondo dell’anima del destinatario, anche sconosciuto, al quale destini il tuo discorso. Io non ho la dimensione del critico, e preferisco ritornare al testo alla mia maniera. Le mie sono impressioni, che mi raggiungono dalle tue parole “tra l’abisso e il ritorno alla vita” 
      Immagino così che anche tu hai parlato con la morte, in quel dialogo che ci trasfigura e ci consente di gettare sulla carta quei versi che più ci appartengono, più dolorosamente veri, più trasfigurati verso l’esorcismo di questo breve, meraviglioso viaggio, che ci hanno donato il Caso e l’Anima, la nostra volontà di conoscenza.
      Affettuosamente ammirato Salvatore

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