Aldo Onorati “La speranza e la tenebra” Romanzo (Anemone Purpurea, 2007) Lettura di Marco Onofrio

una via di Palermo

una via di Palermo, 1900

La speranza e la tenebra (Anemone Purpurea, II edizione, 2007, pp. 288, Euro 13) è un corposo e potente romanzo storico di Aldo Onorati, pubblicato da Corrado Lampe nel 1997, ambientato a Roma e nei Castelli Romani, in un arco di tempo che va dal 1900 al 1965, attraverso le vicende private e pubbliche del personaggio protagonista, Felice Fortunati. Onorati adotta un procedimento narrativo eterodiegetico (la scrittura veicola una voce “fuori campo”, esterna ma non estranea al mondo descritto) con focalizzazione interna ai personaggi (gli accadimenti sono colti in coincidenza con il loro punto di vista). Felice Fortunati è un personaggio-Novecento: nasce infatti insieme al “secolo breve”, la notte di capodanno. È figlio di contadini, viene educato e cresciuto dalla terra, in mezzo alle voci di una natura ancora incontaminata, in una dimensione per cui uomini, animali e cose sono tutti sullo stesso piano biologico ancestrale. Poi però l’Eden infantile e villereccio comincia a venarsi di crepe, e sorgono i primi “perché?” di Felice. La ruota di un carretto schiaccia la testa a Fido, il suo amato cane, compagno inseparabile di giochi: e Felice si chiede «che male aveva fatto Fido?». Dalle trasparenze dell’idillio emerge il volto crudele della natura: «un giorno, mentre portava il granturco alle galline, assisté a uno spettacolo orripilante. Una lucertola, ipnotizzata, stava entrando nelle fauci di una lunga serpe. La striscia verde cupo aveva puntato gli occhi negli occhi della vittima. E, con la freddezza irrevocabile della necessità, uccideva una vita per alimentare la propria». Poi irrompe la bufera della grande Storia, con lo scoppio della prima guerra mondiale: i ragazzi cadono al fronte e Felice si chiede: «che sono nati a fare?».  Poi, nel 1918, scoppia l’epidemia della Spagnola, che miete vittime in ogni famiglia. Felice, toccato personalmente giacché perde la madre, si chiede disperato: «Perché tanta povera gente? Che male ha fatto?». Di seguito, Felice viene accusato ingiustamente di omicidio, e finisce carcerato 5 anni…

Mario De Biasi_ 1954 stampa d'epoca

Mario De Biasi_ 1954 stampa d’epoca

Insomma, ironia del nome, Felice Fortunati ne passa di tutti i colori. È l’eterna epopea degli umili che in lui si ripropone e rappresenta; quelli verso i quali sembra maggiormente accanirsi, forse perché più deboli, la dolorosa assurdità che domina il mondo. Anche le domande di Felice sono, per motivi diversi, “assurde”: perché si nasce e si muore? cos’è questa forza arcana e assoluta che spinge le cose alla vita e le riproduce con irrazionale volontà? cos’è il «palpito cieco» che costringe gli esseri a vivere con reciproco danno? perché dunque il «disegno maligno della natura, la quale si allea con gli empi e distrugge i propositi degli uomini buoni»? perché il mondo sta in mano ai malvagi? perché punisce continuamente i giusti? perché dà tutto a chi ha già tutto? perché è così contorto l’animo umano, questo «buio fondale» senza strade certe?

Ci troviamo dinanzi la “maturazione alla vita” di Felice, per cui tra le chiavi del libro c’è anche, plausibile, quella del Bildungsroman. Felice sonda cioè, attraverso la propria umile esperienza storica, la stortura primordiale della creazione, corrotta dal “peccato originale” e inquinata dal Male in ogni piega. L’uomo è sintesi emblematica di questo stato di cose: altrove Onorati lo definisce «dio minore fuso a satana», che però è in grado di volare «senz’ali»: capace delle più bieche abiezioni e, al contempo, degli slanci più mirabili e sublimi. Viene subito in mente il “Discorso sulla dignità dell’uomo” di Giovanni Pico della Mirandola. Ma il libero arbitrio individuale è come schiacciato da forze insormontabili, agenti nelle circostanze cosmiche e storiche che ne determinano il corso dentro l’esistenza. Così Felice: la giustizia lo toglie dal carcere dov’era ingiustamente detenuto, ma la risorgente ingiustizia lo porta ad essere perseguitato dai fascisti, in particolare il suo “alter ego” in negativo, l’antagonista Cassione Loffa, il “caporale” di turno (direbbe Totò) che lo prende di mira per futili motivi. Felice, peraltro, non è tipo da scoraggiarsi facilmente: è un idealista puro che – anzi – non recede mai. Non come l’ex compagno di carcere Saverio, che pure ne ha acceso la passione politica. Saverio ha mollato, è sceso a compromessi: «Il confino dopo, il carcere prima…. A un certo momento mi son detto: il mio sacrificio non cambia niente». È qui la radice del male, il passaggio critico da cui origina la stortura. I malvagi prevedono e confidano che i probi, vessati onniparte dall’ingiustizia, a un dato punto rinuncino per stanchezza a esercitare il bene, giudicandolo ormai inefficace. Si rinuncia al bene perché ci si sente disperati, soli, isolati, insignificanti, e si percepisce vano il proprio contributo in un mondo che sta e va da tutt’altra parte. Si rinuncia al bene quando ci si accorge che perseguendolo si fa il danno proprio e talvolta anche quello altrui, mentre chi persegue il male non solo non paga la colpa, ma spesso ne ottiene straordinari benefici.

Roma, tram anni Sessanta

Roma, tram anni Sessanta

Felice è disilluso, ma non per questo privo di speranza, di fiducia nella possibilità della giustizia, dell’uguaglianza, della fraternità. Nel mondo c’è il continuo «trionfo del male sul bene, della mediocrità sul valore, della furbizia sulla trasparente intelligenza, del compromesso sulla chiarezza». Ma non ci si può rassegnare a credere che vinca sempre il malvagio. Felice sa e sente che occorre sempre e comunque reagire, farsi coraggio, lottare per la verità, per l’avvento di un mondo pulito, libero da intrallazzi, da marciume, corruzione, ipocrisia; un mondo capace di dare onore al merito vero, quando invece le capacità individuali servono per lo più a «farsi strada nella vita, cioè ad accaparrarsi un giro di potenti». Il mondo «non è fatto né per i geni, né per i santi, ma per i furbi», scrive Onorati: è questa l’amara verità.

Fra tutte le disgrazie che affliggono Felice, ce n’è una davvero immedicabile: la seconda guerra mondiale gli porta via per sempre il figlio Tranquillo. Così, benché incapace di odiare e incline a comprendere e giustificare tutti, stavolta Felice dà colpa al regime fascista e sente l’esigenza, anzi il dovere morale, di rifarsi per tutte le ingiustizie patite. La “vendetta” non sarà violenta, ma costruttiva e operativa, etica. Decide di entrare nel vivo della lotta politica: darsi da fare per una nuova società, lottare per un domani migliore. A partire dalla piccola ma ugualmente importante realtà locale: il suo paese. Felice crede nell’uomo, prima che nel cittadino: «Prima di chiedere a un uomo la tessera politica, chiedetegli la coscienza». È l’individuo che fa santo l’ideale, non viceversa. Felice intende il politico come “saggio servitore” dell’elettorato: concezione ingenua agli occhi del mondo, poiché da sempre la politica è un gioco sporco e intricato di compromessi e opportunismi. Felice scopre sulla propria pelle che «la morale è una cosa, la politica è un’altra: è calcolo, non sentimentalismo»: Machiavelli docet. La prassi politica, tranne eccezioni scomode e isolate, è interesse privato mascherato da interesse pubblico. I politici sono diabolici sofisti della comunicazione e abili mistificatori dell’etica: promettono qualunque cosa pur di ottenere il voto, cioè il potere, e il privilegio economico e sociale di gestirne le potenzialità. D’altra parte, se l’elettorato stesso vede nel politico un “dispensatore di favori” ad personam, che cosa attendersi da chi tiene il coltello dalla parte del manico ed è messo nelle condizioni di approfittarne? La libidine del potere è la perfida Eva che provoca la cacciata dall’eden incorrotto dell’Idea. Un conto l’idea, un conto la sua applicazione pratica tra gli ingranaggi e gli infiniti vincoli del mondo… Esempio tipico del politico-camaleonte, disposto e, anzi, favorevole ai compromessi, è lo spregevole Cassione Loffa. (Attenzione: è bene precisare che Onorati ha una visione complessa e aporetica dell’uomo, e perciò come narratore dà udienza alle opposte interpretazioni, al conflitto delle voci e dei pensieri. Anche il male ha le sue “ragioni”, e la luce, a sua volta, è autentica solo dal contrasto con la tenebra. Onorati lascia che parlino i fatti del racconto – spetta al lettore giudicare e ai personaggi stessi commentare l’evolversi della vicenda – poiché confida ancora nella parola come potente sintesi gnoseologica, e soprattutto grimaldello per la ricerca di una verità non data a priori, ma partecipata “in fieri”, dal concorso dialettico delle forze in gioco).

Aldo Onorati cop speranza tenebraCassione Loffa è spregevole, dunque, perché tale dimostra di essere attraverso il suo modo di pensare e agire. I fatti dicono che è un impostore, un infido, un opportunista, uno di quelli che restano a galla su ogni fiume, su ogni corrente. È il gran voltagabbana: prima è fascista, poi diventa gerarca prepotente; poi dopo la guerra si ricicla comunista (organizza sotto il nome di “camicie rosse” le sue vecchie camicie nere), poi ancora repubblicano… Il sistema si regge e sopravvive, generazione dopo generazione, su un tacito patto di connivenza generale e di omertà: nessuno ha il coraggio di dire che il re è nudo, dacché ciascuno, chi più chi meno, ha il proprio interesse a far finta di nulla. Dal romanzo emerge in negativo la gente, la folla, come un coro amorfo ma non neutro, a servizio del male e della sua distratta “banalità”. La maggioranza degli uomini è stolta: spesso, infatti, hanno ragione le minoranze. La folla è volubile e ingrata: con niente distrugge una persona e con niente la esalta… Basta poco per passare dagli altari alla polvere, o viceversa. Ecco allora i perniciosi “si dice” rimbalzati di bocca in bocca; le infondate immaginazioni; le maligne insinuazioni… e soprattutto le chiacchiere: «il mondo è abituato alla chiacchiere: chi la dice più grossa diventa priore».

L’entrata in politica di Felice coincide coi suoi primi problemi di vista: emorragie retiniche rischiano di renderlo cieco. Un disturbo evidentemente simbolico, quasi una compensazione psicosomatica al suo disperato bisogno di vedere le brutture del mondo per estirparle. Felice, malgrado tutto, riesce a diventare sindaco del suo paese. Vive tra la gente e vuole risolverne davvero i problemi: dedica anche 20 ore al giorno alla realizzazione dei suoi propositi di rinnovamento e moralizzazione della cosa pubblica. È un sindaco onnipresente; dunque di intralcio a coloro che vogliono fare il proprio comodo, e simpatico soltanto agli uomini liberi, non faziosi, non legati all’utile del momento. «Felice andava avanti, imperterrito, ostinato, sempre più convinto di stare nel giusto». Ma il vicesindaco Vivenzio lo avverte: «Non lo aggiusterai tu il mondo… che da millenni va a rovescio. Il mondo è una mola pesante; se ti ci metti contro ne vieni schiacciato inesorabilmente». Il percorso umano e politico dell’idealista Felice Fortunati si snoda così tra luce e cecità, speranza e tenebra, ostinata perseveranza e amara sfiducia. Ci sono momenti di sconforto in cui ammette che è impossibile cambiare il mondo imbrogliato, perché l’«imbroglio ha un miliardo di facce e ti imbroglia sempre», e allora starebbe quasi per mollare («è inutile combattere contro i mulini a vento… perché? per chi?»); ma poi non riesce a darsi per vinto, e continua, continua, perché sente che «la bellezza basta da sola a giustificare l’esistenza di una cosa» e che «il mondo non merita niente, ma io ti dico che il bene non è sprecato». L’ideale è tutto, anche se non c’è che ingiustizia, dolore, morte: «Il mondo è quello che è, ma guai a gettare le armi. Il male c’è ed è forte (…) ma chi non lotta per migliorare gli uomini, diventa alleato dei malvagi». Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà, dunque.

la Seicento taxi anni Sessanta

la Seicento taxi anni Sessanta

E tuttavia la chiusura del romanzo è cupa e sconsolata: la tenebra, da ultimo, prevale. Immobilizzato dalla malattia agli occhi, Felice resta vittima del sistema per cui «l’idea tra due fette di pane vale di più» poiché, per quanto giusta, senza “rendiconto” finirà per apparire sciocca e vana. La giunta del Comune viene travolta da uno scandalo di profitti illeciti. Felice, coerente fino in fondo, si dimette proprio quando potrebbe finalmente arricchirsi, spartendo sottobanco le porzioni o almeno le briciole del maltolto. E dà alle fiamme, sconfitto, il suo ultimo programma politico. Giusto in tempo per assistere alla fine della civiltà rurale, cioè al genocidio di un mondo di valori millenari: le terre lottizzate dal capitale, la natura fiorente ricoperta dal cemento e dal catrame, le acque e le arie inquinate, i canti dei contadini cancellati per sempre, il cancro dilagante del consumismo, i «visi impertinenti» dei nuovi figli dell’abbondanza… Ovvero il crepuscolo di una civiltà che Onorati registra – in parallelo con Pier Paolo Pasolini – attraverso molte sue opere, e soprattutto in quel capolavoro antropologico e letterario che è la Saga degli ominidi (1972).

                                                                                                                                   Marco Onofrio

Aldo Onorati, dal saggio inedito “Discorso sulla libertà”

Per avere il pelo lucido e i lombi grassi, bisogna stare a catena e servire un padrone. Nessuno protegge i cani randagi. Nessuno getta ad essi un pezzo di pane, anzi: benché mansueti, sono scansati da molti e qualcuno li prende anche a sassate. I cani che latrano nelle ville patronali, al riparo e sicuri del proprio avvenire, suggeriscono ai loro fratelli selvatici di imitarli. Ma essi non possono farlo, perché sono nati così: non possono andare contro natura. Servi o liberi si nasce, non si diventa. Si diventa padroni, ma questo è il lato opposto di una stessa medaglia: il padrone è fondamentalmente un servo e il servo è un padrone in potenza. Gli uomini liberi non saranno mai né l’uno né l’altro. Ecco perché sono scomodi a tutti, combattuti ovunque senza tregua. Gli uomini liberi però sono la coscienza del mondo. Il loro destino è salire in croce, bruciare sul rogo, bere la cicuta, andare in esilio, subire l’umiliazione del sopruso, la persecuzione o – quel che è peggio – la condanna calcolata del silenzio. La storia, tuttavia, li riabilita e li porta come esempio, magari per servirsene e continuare a opprimere i “nati liberi”. Questo è il loro destino. E la loro grandezza.

aldo onoratiAldo Onorati, nato ad Albano di Roma nel 1939 è scrittore, dantista, storico della letteratura e autore di versi. Ha insegnato Lettere negli istituti superiori e ha condotto corsi di specializzazione in «Tecnica del verso». Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad «Avvenire», «L’Osservatore Romano», «Il popolo», «Giornale d’Italia», «Specchio economico», «Giornale di Brescia» etc., ed anche alla RAI-TV, III programma, «Dipartimento scuola educazione». Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui «Terza Pagina», «Intervite oggi» e «Quaderni di filologia e critica».
Fra i suoi libri di narrativa più conosciuti, Gli ultimi sono gli ultimi che fu scoperto da Carlo Levi e tradotto in Coreano, Esperanto, Francese etc.; Nel Frammento la vita, VI edizione; La sagra degli ominidi (VII edizione), che Domenico Rea ha prefato in IV ed., Lettera al padre (VI ediz.), il recente Le tentazioni di frate Amore, già in II ristampa con Tracce di Pescara e Il sesso e la vita con Edilet, prefato da Marco Onofrio, il quale ha riproposto Onorati come poeta in un’originalissima opera da lui scritta e divulgata (Il mistero e la clessidra, Edilet).
Le sue liriche sono raccolte in Tutte le poesie, Anemone Purpurea 2005. Fra i saggi critici, spicca Dante e l’omosessualità, in cui Onorati rivede l’atteggiamento della critica riguardo il giudizio dell’Alighieri sugli omosessuali; inoltre, Il crepuscolo del Novecento, I cinque pilastri della stoltezza (Armando 2003), Dante, Petrarca, Boccaccio e Boiardo ed Ariosto e molti altri. Importante è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: «Chanzona ddante» (Longo, Ravenna 2012).
La sua autorità di dantista lo porta a commentare il sommo Poeta in Italia e all’estero. Di recente, la Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri gli ha conferito, al Vittoriano di Roma, il diploma di benemerenza con medaglia d’oro «Per la profonda conoscenza dell’Opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia». È in via di pubblicazione con la stessa Società un’ampia sinossi critica dei 34 canti dell’Inferno.
Le sue opere di poesia e di narrativa sono state tradotte in 16 lingue, fra cui Coreano, Esperanto, Francese, Inglese (Ultima «Incontro con Zaccaria Negroni», X ed.), Spagnolo, Portoghese, Romeno, Tedesco, Russo (la silloge «Domande assurde» è apparsa prima a Mosca, tradotta e prefata da Evghenij Solonovich, e poi in Italia), Cinese, Polacco etc.
Ha diretto una collana di ecologia da Armando, scrivendo alcuni libri di successo per le scuole: «Ecologia, Cassandra del Duemila». Al presente collabora a “Pagine della Dante” e a «Leggeretutti».

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27 commenti

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27 risposte a “Aldo Onorati “La speranza e la tenebra” Romanzo (Anemone Purpurea, 2007) Lettura di Marco Onofrio

  1. marconofrio1971

    Aldo Onorati ha spesso affrontato temi scomodi e di forte impatto sociale: le sue opere rispondono a una profonda radice etica, pur prescindendo dalle visioni univoche e dalle strettoie del “prospettivismo”. Penso a libri come “Gli ultimi sono gli ultimi”, “Lettera al padre”, “Università undicesima bolgia”, “Insegnanti ultimi proletari”, etc. Personalmente, trovo una consonanza perfetta con quanto scrive nel “Discorso sulla libertà” qui riportato in appendice.

    • Caro Marco,
      ho scritto e riscritto il mio commento ma ogni volte, sul più bello, si è interrotta la connessione e tutto è andato perduto. Proverò dopo oppure domani, se il problema non si sarà risolto prima.
      Comunque era un giudizio assolutamente positivo per un’eccellente lettura, come sempre, e una mia riflessione sul brano del “Discorso sulla libertà”, in cui mi rispecchio.
      Un caro saluto
      Giorgina

      • L’ eccellente lettura del romanzo “La Speranza e la tenebra” di Aldo Onorati che Marco Onofrio offre nel blog ”L’Ombra delle Parole” non è una sinossi dell’opera, come purtroppo molti sedicenti critici sono usi fare, bensì un’analisi attenta e precisa di una vita vissuta in un luogo laziale ben preciso nel periodo storico dall’inizio del Novecento in poi. “Una vita” sarebbe potuto essere un titolo alternativo a quello scelto dall’autore.
        Marco Onofrio precisa la tecnica narrativa di Onorati, il quale pone un narratore esterno a rappresentare personaggi, dialoghi ed eventi che conosce tanto quanto i personaggi stessi, poiché la focalizzazione è interna e il narratore, pur non comparendo mai, vede le persone, riproduce i loro dialoghi, descrive gli eventi man mano che si presentano o avvengono, senza mai esprimere giudizi o commenti come nella tecnica narrativa manzoniana (focalizzazione zero, narratore esterno onnisciente).
        Non mi dilungo sull’analisi del romanzo se non per far notare che nei vari eventi tra cui si dibatte il protagonista Felice Fortunati (in questo caso non si può affermare “Nomen Omen”) Marco Onofrio non inserisce o rileva “messaggi” politici, “impegno” o altri elementi del romanziere “engagé”, poiché Aldo Onorati non lo è per nulla.
        Piuttosto è rilevante il finale nella tenebra, morta ormai ogni speranza esistenziale, sociale o politica del protagonista, per di più divenuto cieco.
        Si pone ben evidente il contrasto fra i nati onesti e i nati disonesti, con la vittoria finale di costoro. Per questo motivo è molto opportuno lo stralcio del “Discorso sulla libertà”, sempre di Onorati, posto da Marco Onofrio in appendice alla sua lettura.
        La libertà di pensiero, di spirito, unita all’onestà ingenita, soddisfa l’animo e guida l’azione di chi la possiede, ma provoca l’opposizione, i colpi bassi, le umiliazioni e le offese da parte di chi è schiavo dei potenti e nato disonesto, perciò opportunista, arrampicatore, falso, bramoso di potere a tutti i costi, con ogni mezzo lecito o illecito.
        La libertà di spirito è sempre costata molto cara ed ha provocato una lunga schiera di martiri, “in primis” Socrate.
        Tuttavia, nel suo piccolo, chi scrive è ben felice d’essere nata onesta e libera di spirito.

        Giorgina Busca Gernetti

  2. Un tempo lontano, molto lontano, si diceva di un poeta o di un romanziere che era “impegnato”… adesso, probabilmente, il massimo impegno lo puoi trovare in quelle opere assolutamente disimpegnate da qualsiasi impegno o partito preso. A mio avviso, il romanziere e il poeta non devono dimostrarsi impegnati in alcunché, e solo in questa forma di dis-impegno possono trovare la massima espressione del loro valore artistico. Un romanzo assolutamente dis-impegnato (come io considero questo romanzo di Aldo Onorati) può fornire molte più informazioni di quanto possa fare un romanzo impegnato. Oggi che le librerie sono occupate da migliaia di scritture in forma di romanzi ma che romanzi non sono, sono al massimo scritture giornalistiche travestite da romanzo; e così è anche per la poesia, molte scritture ascritte alla poesia sono nient’altro che scritture che hanno la forma esteriore della poesia ma che poesia non sono. Insomma, voglio dire che io ormai leggo e prediligo soltanto i romanzi e le poesie che non vogliono dire nulla al lettore. Proprio nulla.

    • marconofrio1971

      Non credo sia stata intenzione di Onorati dar vita a un “romanzo assolutamente dis-impegnato” (fra l’altro caro Giorgio, se non hai letto il libro, dovresti fidarti della mia lettura, che tratteggia una direzione opposta al “dis-impegno”), a meno che con tale dicitura tu intenda un romanzo che non “teorizza” e non “dichiara” l’impegno, ma lo affronta attraverso il puro piacere di raccontare, e in questo caso sono d’accordo con te.

  3. io non conosco Aldo Onorati narratore, forse sarebbe stato bene inserire un passo, che so, una ventina di righe del romanzo, magari ci si faceva un’idea di come narra

  4. marconofrio1971

    Caro Almerighi, eccoti servito:

    «A un certo punto, col suo passo energico e spedito, raggiunse un vecchietto, dal viso più largo che lungo, col naso che sovrastava le labbra e arrivava, come una banana, fino al mento: uno di quei volti a sfera, dei quali si potrebbe dire: è un naso con un po’ di viso.
    “Salute, Seccafiaschi”, dette voce Felice. Seccafiaschi, ancora tonto della sbornia notturna, spiccicò gli occhietti rossi cisposi e disse: “Aho, dove vai? La vigna non te l’hanno espropriata? Stattene a casa, a dormire… Caro Felice, l’anni passano svelti… si fa prima a morire. Ma me pare che se stava meglio quando se stava peggio… »
    “Caro Seccafiaschi, tu hai cent’anni come il cucù, e ancora credi che basti una dittatura a risolvere le cose… L’unica risorsa dell’uomo è la libertà di dire quello che pensa. Puoi dirmi che è poco, ma con le dittature non hai nemmeno quella”.
    “Intanto la libertà me la friggo in padella. Che me ne faccio della libertà senza pane? Per me chi va su va su, basta che me dà da mangiare… Lo sai che te dico? Tu sei giovane a paro a me… Te dico che quando uno nasce somaro, diventa mortadella, e quello là che nasce maiale finisce a prosciutti dal norcino ah ah ah.., Io ne so tante, che potei fare il sindaco…”
    “Seccafiaschi mio, tu hai ragione ma io non accetto padroni. Un piatto di spaghetti in carcere non lo digerirei. E’ meglio una cipolla all’aria aperta. Poi, tanto, le dittature non ti danno più d’una cipolla…”
    “Ma io non ho manco quella. E poi, a me non mi va di parlare. Quando hai parlato tanto, non ti sente nessuno…”
    Felice dondolò il capo, sospirò, si mosse con tutto il corpo. Stette un po’ in silenzio. Quindi rispose: “Me ne hanno fatte tante questi campioni del trasformismo politico! Ma se inghiotto, scoppio. Io non mi faccio convinto che non ci sia alcun rimedio contro la disonestà, contro il male, la cattiveria, la sfortuna… Non mi è rimasto gran che, ma fino a che campo”, a questo punto la voce gli si infiammò in un crescendo di vita e di passione, “non mi ferma nessuno. Ho tante cose da mettere in piazza! Sarà quello che sarà… Che fa un cane quando è bastonato? Si difende, urla, morde! Mi è rimasto da urlare, e forse anche da mordere”.
    “Che gliene importa a loro se abbai? A me mi pare che tu hai abbiaiato sempre, ma quelli se sono fatti sempre l’affari loro… Una noce nel sacco non fa rumore…”, concluse Seccafiaschi, con occhi furbi, ironici come quei folletti senza tempo che non sai dove guardino né a chi parlino.
    “Sono gli arresi come te, i malati di pessimismo distruttivo, che aprono i pollai alle volpi! Fino a quando avrò un filo di forza darò fastidio».

    • In questo passo
      Il narratore è la voce “fuori campo” che descrive e narra senza esprimere alcun giudizio.
      In una narrazione “diegetica” il narratore dovrebbe essere interno alle vicende e comparire “sulla scena”, Se fosse esterno alle vicende ma comparisse “in scena” la narrazione sarebbe “extradiegetica”.
      Questa narrazione, invece, è “eterodiegetica” perché il narratore, come ben ha scritto Marco Onofrio e io ho riscritto qui, nella prima frase, è esterno ai fatti, è voce “fuori campo” e perciò non compare mentre narra.

      C’è la focalizzazione interna: il narratore dice solo quello che sa il personaggio di cui adotta il punto di vista, oppure il narratore ne sa quanto i personaggi perché sta in mezzo a loro e viene a conoscenza dei fatti di mano in mano che si svolgono.

      GBG

    • Giuseppe Panetta

      Grazie per l’assaggio, gentile Onofrio. Non comprerò il libro di Onorati.
      Me basta sto’ straccio pe’ capì che nun è cosa (mi scuso per il verso e i refusi).

  5. caro Marco,

    sai bene che i più grandi romanzi del Moderno sono stati scritti da autori che non volevano educare nessuno e nel massimo dis-impegno da ogni ideologia. La tua lettura del romanzo di Onorati è eccellente e presto leggerò anche il romanzo, il fatto è che appena mi accorgo, leggendo un romanzo o una poesia, che l’autore o gli autori vogliono surrettiziamente introdurre un loro messaggio di speranza, religioso, o di disperazione o che altro, io subito chiudo il libro per non riaprirlo mai più. Purtroppo sono fatto così, ormai non ho molto tempo da perdere con i messaggi in bottiglia.
    Ad esempio, La mia poesia e i miei romanzi non vogliono essere nient’altro che massimamente disimpegnati e disancorati da ogni ideologia e da ogni intento didattico, non vogliono insegnare nulla a nessuno, non vogliono apparire più bravi o saccenti come molti romanzi sperimentali o gialli o noir o romanzi trans o che altro. La mia scrittura preferita è un incrocio tra Beckett e Kafka…

    • marconofrio1971

      La tua posizione è chiarissima, e nota a chiunque ti conosca. La mia domanda era un’altra, e cioè: come fai a considerare questo romanzo di Onorati “assolutamente dis-impegnato”? Lo hai desunto dal mio commento; oppure ti auguri che sia così – altrimenti lo chiudi prima ancora di aprirlo? 🙂

    • Dici poco?
      Beckett: adoro “Giorni felici” e “Finale di partita”. “Aspettando Godot” è il mio preferito mentre “L’ultimo nastro di Krapp” mi piace meno. Tra i romanzi “Molloy” e “L’Innominabile”.
      Kafka: amore mio! Tranne “La colonia penale” che non mi ha fatto chiudere occhio per tanto tempo.

      Giorgina

  6. Grazie Giorgina per “amore mio!”… ovviamente, magari fossi capace io di scrivere così, cmq quelli sono i miei scrittori ideali, però ciò non significa che non stimi la scrittura di Aldo Onorati. La tua recensione caro Onofrio è ottima e dà una idea abbastanza precisa del romanzo che però voglio leggere al più presto.

  7. Peccato, Giorgina, ma di fronte a Kafka non posso che inchinarmi e passare in seconda linea, e magari in terza…

  8. cara Giorgina, anche in quinta. E ne sarei soddisfatto. Recentemente ho ascoltato con orrore il parere di alcuni scrittori italiani i quali mi hanno candidamente confessato che la loro opera superava quella di Kafka. Al che mi sono timidamente ritirato nell’Ombra cum suspicione.

    • si sta bene qui ne L’Ombra, caro Giorgio. Aggiungo qui, in commento al tuo ultimo commento, i migliori auguri, perché questo “lavoro” che svolgi qui, possa sempre essere una fonte a cui attingere il meglio. Felice anno nuovo.

    • Caro Giorgio,
      BUON ANNO NUOVO. Oggi si fanno i buoni propositi per ricominciare “ex novo” con una “tabula rasa” davanti.
      Quanto a Kafka, né quarta né quinta o centesima. Kafka è unico!
      Tu invece sei Giorgio L. (preciso il tuo nome con l’abbreviazione del cognome perché sai che esiste per me un altro Giorgio immortale).
      All’ombra si sta bene, benché io, da settentrionale, ami il sole cocente, accecante Nell “Ombra delle Parole” stavo benissimo nel 2015 se sono arrivata a scrivere 852 commenti!
      Di nuovo buon anno
      Giorgina

  9. cara Giorgina,

    ti ringrazio per i complimenti rivolti all’ìOmbra, la quale è ben lieta di ospitare i tuoi illuminati commenti. Per quanto riguarda Kafka, va bene, mi ritiro in quinta posizione e, magari, anche in sesta… dopo ovviamente Antonio Sagredo…

    AVVISO AGLI AUTORI CHE SONO STATI PUBBLICATI SULL’OMBRA E CHE LO SARANNO NEL 2016 CHE IL BLOG è LIBERO ed OSPITA TUTTI I COMMENTI, NON OPERA CENSURE DI ALCUN TIPO TRANNE LE ESPRESSIONI CUM FUMUS DI REATO E PURCHE’ SIANO ADEGUATAMENTE ARGOMENTATI

    • Giorgio, é una meraviglia leggere che c’è ancora qualcosa di “libero”! Ottimo auspicio per l’anno nuovo! Non tutti i blog sanno essere altrettanto; troppi sfociano in autocelebrazioni insopportabili invece, qui, si può amare e odiare al contempo te e non solo te! Auguro anche tanta ironia a L’Ombra, indispensabile elemento distintivo delle persone serie!!
      AnGre

    • Nessuno dei due né in quinta né in sesta posizione. Dietro o accanto a Kafka non c’è possibilità per nessuno.
      Grazie per le cortesi parole sulla mia presenza ne “L’Ombra”, che piaccia o non piaccia a qualcuno. “Scrivere per vivere” disse un Grande. Non mettetevi in coda tu e Sagredo per cercare di comprendere chi sia accostabile a lui. C.P. è unico anche lui e soprattutto LO AMO!
      Giorgina

      • P.S. – AMARE – Treccani
        Sentire e dimostrare amore per qualcuno, nelle varie accezioni che può avere la parola amore; come sentimento puramente religioso e spirituale: a. Dio; come affetto tra congiunti, come amicizia: a. la famiglia, i figli, i genitori, gli amici; come carità cristiana: ama il prossimo tuo come te stesso; a. i poveri e gl’infelici; bisogna a. anche i proprî nemici. In partic., sentire una forte attrazione affettiva e sessuale nei confronti di qualcuno, esserne innamorato: l’amò da quando la conobbe; amava un compagno di studî e ne era riamata; a. appassionatamente, disperatamente, con tutta l’anima; può talora indicare anche l’atto sessuale, come sinon. di fare l’amore. Usato assol.: chi ama davvero non conosce ostacoli; e con velata allusione all’amore come attività sessuale: un uomo che ha molto amato; è una donna che sa amare. Nel rifl. ha quasi sempre valore reciproco: si amano come fratelli; i due sposi si amavano teneramente; anche riferito al rapporto sessuale: rimasti soli, poterono finalmente amarsi; come rifl. vero e proprio, solo nella frase a. sé stesso, che accenna per lo più a un amore egoistico.

        2. estens.

        a. Essere affezionato, sentire attaccamento per qualche cosa: a. la casa, il lavoro, gli animali, le arti, il denaro, il vino; avere il culto di qualche cosa: a. l’onestà, la giustizia.

        b. Desiderare, preferire: a. il quieto vivere. Con senso di volere, desiderare, è talora seguito da prop. oggettiva: amo starmene solo; ho sempre amato vivere in pace; amerei che tu dicessi la verità; amerei sapere, conoscere; amo credere, sono disposto a credere, vorrei credere. Ormai raro il francesismo amar meglio, preferire.

        c. Detto di animali: il cane ama il padrone; detto di piante e riferito a terreno, condizioni di clima, ecc., significa «aver bisogno per prosperare»: questa vite ama il terreno roccioso; sono piante che amano l’ombra. ◆ Part. pres. amante, anche come agg. e sost. (v. la voce). ◆ Part. pass. amato, anche come agg.: gli amati genitori, la patria amata, la donna amata; e sost., spec. al femm. (ma oggi soltanto iron. o scherz.): è andato a passeggio con l’amata.
        *
        A scanso di equivoci.
        Giorgina Busca Gernetti (solo Giorgina, “ad libitum”

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