Claudio Borghi L’anima sinfonica (Negretto editore, 2017) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia di Claudio Borghi tra la tradizione musicale e nuovi fermenti

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L’anima sinfonica

dalla nota introduttiva del libro

I testi raccolti sotto il titolo L’anima sinfonica abbracciano un arco temporale molto esteso, dal 1978 al 1997. In realtà, i primi tre, L’attesa nel nulla, Itinerario verso l’Ultimo e Pensieri di Mozart, sono concentrati nel periodo tra il 1978 e il 1980, mentre il quarto, Il seme della notte, risale al biennio 1996-97.

Caro Giorgio,

L’anima sinfonica. È un lavoro che risale in buona parte (per almeno i 4/5) agli anni del liceo, tra il 1978 e il 1980 e questo può far pensare a un atto di auto indulgenza, e magari far sorridere. Le cose non stanno così. Per quanto si senta che si tratta di un opera di ricerca e di formazione, dentro c’è già tutta la vicissitudine che avrebbe poi alimentato la scrittura di Dentro la sfera e La trama vivente. La differenza sta nella prevalenza di temi filosofici e soprattutto teologici e mistici, che negli ultimi libri hanno trovato un giusto equilibrio nel contrappeso creato dalle riflessioni scientifiche, che allora mi erano praticamente estranee. Per quanto possa sembrare singolare, la pubblicazione è dovuta alla pressione dell’editore, un ex insegnante di filosofia ora in pensione, Silvano Negretto, mio collega oltre vent’anni fa, che ebbe allora occasione di leggere una versione di una parte del lavoro che ora esce, L’attesa nel nulla. Ne rimase a suo dire molto colpito, al punto che, circa 10 anni fa, quando, prossimo alla pensione, decise di aprire una casa editrice (specializzata in testi di ricerca filosofica, soprattutto su Spinoza), mi chiese ancora di quel testo. Il tempo è passato, io ci ho lavorato e adesso è diventato un libro che, oltre a L’attesa nel nulla, contiene altre sezioni, inclusi versi e prose scritti nel 1996 e 1997. Ti scrivo per annunciarti la cosa in quanto rileggendo e rielaborando quei testi, che mi sono costati un notevole sforzo di concentrazione, come avessi dovuto lavorare sull’anima di un altro, ho spesso pensato a te, trattandosi in buona parte di aforismi di una o poche righe, che possono essere letti anche singolarmente, ignorando la loro appartenenza a un insieme. Ci ho sentito una profonda sintonia con quello che tu e gli amici dell’Ombra state ricercando: il frammento che racchiude una densità cristallina di immagine e pensiero, la nota singola che contiene in potenza la molteplicità del suono, come la parte di un ologramma che vive autonomamente trattenendo in sé la potenza del tutto. Ecco il perché di certe domande recenti nel blog circa il principio olografico. La mia è una ricerca nel profondo, Giorgio, e ho bisogno vitale di confronto.

(Claudio Borghi)

dalla quarta di copertina

L’anima sinfonica è un poema tessuto di aforismi e versi, che si articola, come ha scritto Zena Roncada, in “un’unica complessa polifonia, di cui l’uno e il tutto, con fili hölderliniani, annodano gli estremi e gli eccessi, per lasciare, al centro, libero, lo scorrimento delle compresenze”. Nella continua germinazione di idee da semi identici, con la mente e il cuore in equilibrio instabile tra pieno e vuoto, essere e nulla, repentina accensione e improvvisa assenza di parola, trova forma un’esperienza creativa che non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica. La trama delle idee si armonizza in una sinfonia interiore, segno di un itinerario in cui, oltre la ragione, l’anima tende alla visione definitiva, “chiusa in una sintesi di potenza, uovo di tutte le immagini, cuore della possibilità della fantasia che si rivela”, “senso e sensazione di una bellezza che non parla”.

Mi scrive Claudio Borghi:

Il libro è stato in origine pensato, e la natura singolare degli aforismi lo conferma, come una possibile evoluzione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, che dalla forma del pensiero razionale-speculativo a poco a poco si trasfigura in poesia. Un’immagine che esprima questa evoluzione naturale, una sorta di mutazione genetica, dal pensiero speculativo alla poesia potrebbe essere uno dei tanti quadri di Escher in cui degli animali, ad esempio pesci, diventano uccelli o farfalle, liberandosi metaforicamente dalla prigione del sensibile e dell’intelletto per staccarsi in forma di volo poetico. Questa è la chiave di lettura fondamentale de L’anima sinfonica, in cui gli aforismi scandiscono inizialmente un ritmo profondamente affine a quello di Wittgenstein (o di Spinoza), per liberarsi a poco a poco dalla prigione della ragione logico-matematica in voli di rarefatta, mistica (purché l’aggettivo non venga frainteso) poesia.

La metafisica totale, quasi senza respiro, in cui mi trovavo immerso, una sui generis metafisica della luce (nel senso non tanto di Elytis, che allora non avevo letto, quanto del Juan Ramon Jimenez della Stagione totale o del Plotino delle Enneadi), si sposava, in una sorta di contrappunto poetico-musicale, con la teologia negativa della notte oscura di Juan de la Cruz o di Nicola Cusano, in una straniante quanto per me feconda prospettiva di possibile conoscenza empirica di una dimensione oltre l’io, a cui si accede dimenticando il sé contingente. La scienza sarebbe venuta dopo, la ricerca in fisica teorica sarebbe diventata il contrappeso necessario a non naufragare in un mare di soverchiante spiritualità».

(Claudio Borghi)

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L’«Evento» è quella «Presenza»

Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
come soggetto, non era niente, ma che,
appena apparso, si fissa in significante

*

L’io è letteralmente un oggetto –
un oggetto che adempie a una certa funzione
che chiamiamo funzione immaginaria

J. Lacan – seminario XI

La verità è quel genere di errore senza di cui un determinato genere di esseri viventi
non potrebbe vivere. Alla fine decide il valore per la vita

F. Nietzsche

L’«Evento» è quella «Presenza»
che non si confonde mai con l’essere-presente,
con un darsi in carne ed ossa.
È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
o sarebbe forse meglio dire lo coglie a tergo, a tradimento

G. Linguaglossa

Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

G. Linguaglossa

La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo

G. Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa: La poesia di Claudio Borghi tra tradizione musicale e nuovi fermenti

Ho scritto a proposito de La trama vivente: «Claudio Borghi costruisce i suoi versi e le sue prose poetiche come partiture musical-pittoriche secondo una scansione temporale. Luce e Tempo sono i protagonisti di questa poesia, posta su un piano metafisico alto ma non nobile, piuttosto, direi, posata su un registro lessicale piano e prosastico. Il flusso del Tempo, scandito come una entità metrica variabile, spiega il ritmo ondulatorio che contrassegna questa scrittura.

Molte composizioni sono strutturate come movimenti o sequenze musicali: iniziano con un cerimoniale che scollima in un Allegro moderato, per poi, subito dopo, alleggerire il tono mediante l’inserimento di un Lento e di un Andante  legati; quindi, di nuovo, ecco un Adagio e un pianissimo, fino a giungere ad un Andante misurato e tranquillo. Un pensiero poetico incastonato in una partitura musicale, suddivisa in più movimenti melodici e ritmici è chiaramente rinvenibile sia ne La vera luce (di seguito riportata per intero) che nelle sequenze poematiche Il tempo immemore e La trama vivente».

Claudio Borghi è un autore che cerca una sua via di uscita dalle secche della poesia italiana epigonica, ne prendo atto, un outsider che si cimenta nella riflessione teorica sulle origini e la natura del tempo, tenta un poema speculativo alla maniera di Lucrezio un De rerum dell’essere. La sua poesia e il suo pensiero testimoniano questo tragitto sin dalle prime manifestazioni, fino ai contributi di questi ultimi anni. Figura «insolita» di poeta.

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È in sostanza una poesia musical narrativa, enunciati narrativi che «musicano» il vicendevole implicarsi, nella presenza dell’Ego, di ritenzione del passato nel ricordo e di protensione del futuro nell’attesa; è poesia che si presenta con un’articolazione intemporale, impersonale, incantatoria che vuole eludere ogni riferimento «interno» all’oggetto e al soggetto dell’enunciazione. La dizione poetica va sempre per linee eternanti, come in una certa tradizione del Novecento che va da Myricae di Pascoli all’ultimo Bacchini. Il problema di Borghi è, a nostro (della NOE) avviso, un problema di «linee interne»: voglio dire che finché ti muovi nell’ambito delle «linee esterne» la poesia sarà «esterna», vista da un osservatore posto all’esterno che narra, posizione che fa necessariamente a meno delle «linee interne e internautiche», che fa a meno delle interruzioni e dei salti metaforici e sinonimici; l’enunciazione poetica si dà come un continuum «musicale» pur nella frammentazione della dizione asseverante e assertoria.

Non mi meraviglia affatto l’apprezzamento di Borghi per un poeta come Bacchini, il quale è forse il poeta del Nord che ha in questi ultimi anni più puntato sulla roulette della «gibbosità» delle parole e sul contrasto cacomorfico e cacofonico della linguisticità, ma in un quadro concettuale pur sempre ancorato alla rappresentazione «unilineare» dal punto di vista del soggetto.

Borghi è un rappresentante di questa linea ereditaria della tradizione novecentesca, ma ritengo che la sua operazione sia destinata a perpetuare, volente o nolente, una ontologia estetica tipicamente tardo novecentesca, Borghi non riesce mai a spezzare (perché non vuole) l’ordine del discorso, non introduce (perché non li vuole) perifrasi interrogative, parenetiche, parentetiche, incisi, deviazioni, shifters, straniamenti; non introduce (perché non li considera) punti di vista «interni», «laterali», «nascosti», «obliqui», non ribalta mai i piani temporali, che sono e restano musicalmente unidirezionali, sovrastanti, avvolgenti; procede per avvolgimenti continui e perifrastici, alza di frequente il tono e il lessico fino al diapason della dicibilità «musicale», procede per parallelismi e rafforzativismi secondo il moto rettilineo uniforme di quella tradizione tardo novecentesca che abbiamo indicato; il suo linguaggio musicale risalta in quanto dotato di impersonalità e obiettività incantatoria, ma, così facendo rischia, a mio avviso, di perdere di vista l’oggettività del «suo» oggetto, o meglio, rappresenta l’oggetto-progetto nella sua posizione di moto rettilineo musicalmente uniforme e incantatorio.

Il soggetto è scomparso, ma l’io poetico non se ne è accorto,

continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico. È grazie e in virtù di questa anonimia e epoché che la dimensione «musicale» di questo linguaggio «filosofico-poetico» consente all’autore di  articolare polinomi frastici goniometrici musicalmente ineccepibili, forse eccessivamente ineccepibili (dal punto di vista della NOE); l’io poetico accusa lo smarrimento estatico e il vuoto erratico di fronte a cui il soggetto precipita una volta posto di fronte alla rappresentazione del «tema»; il tema viene coniugato nella sua finzione e funzione «musicale» che prelude alla «verità» del soggetto, finzione e funzione attraverso le quali si articola quell’al di là del desiderio – desiderio di nulla e nulla del desiderio al contempo – che Lacan designa, sulla scorta della nozione freudiana di istinto di morte, come godimento. Una scrittura estatica, di estimità, narrativa, «armonica», emozionale.

L’istanza musicale governa questo procedere, direi non dall’interno, ma da una postazione «immobile», con il «soggetto» che, come un direttore d’orchestra, dirige la sinfonia da un «fuori-scena», da un «avan-scena»; lo sviluppo armonico va per avvolgimenti e rivolgimenti musicali progressivi. Io obietterei che in quanto finzione, la dimensione musicale è limen dell’ordine della tradizione intesa come continuità, delimita il confine fra la dimensione del senso e quella del godimento estatico estimico, tra senso ed essere, tra quanto resta sussunto alle leggi di quella zona anestetica della poiesis che è il punto di vista esterno.

La precarizzazione della «verità»

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

È dunque inevitabile che il «fantasma» di cui parla Lacan, sia  per se stesso legato a una dimensione liminale, a una sorta di «sipario chiuso» oltre il quale resta velato quel nulla dell’infondatezza del soggetto, quel «pieno» sinusoidale musicalmente avvolgentesi nel quale si manifesta  il linguaggio poetico di Claudio Borghi. Non a caso il principio direttivo della sua poesia è un «movimento musicale» «senza tempo» (Borghi parla di «un movimento musicale o un quadro senza tempo, in cui l’io, o l’anima, o non so che nome dare all’essere nel mondo, cerca la strada di una possibile ripartenza, come il tempo potesse azzerarsi, la storia ricominciare dal principio»). A mio avviso, proprio qui sta il punto, nel pensiero che «il tempo possa azzerarsi e la storia ricominciare dal principio» e che la poesia sia «un quadro senza tempo». È proprio questo uno dei punti nevralgici che distingue la poesia di Borghi da quella sulla quale è basata la Nuova Ontologia Estetica: il tempo, a nostro avviso, non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» del discorso poetico; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

Ovviamente, Borghi ha tutto il diritto di procedere secondo la impostazione concettuale che ritiene più idonea, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sul «tempo interno» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

La parola a Claudio Borghi:

«Molti testi che ho scritto sondano il corpo di una visione. Fisica o metafisica non so dire, né credo abbia senso saperlo o capirlo. Ho sempre sentito la poesia (in versi o in prosa, lirica o filosofica, impressionistica o narrativa non importa, se la sostanza è poetica) come un movimento musicale o un quadro senza tempo, in cui l’io, o l’anima, o non so che nome dare all’essere nel mondo, cerca la strada di una possibile ripartenza, come il tempo potesse azzerarsi, la storia ricominciare dal principio. Esistono un divenire cosmico e un divenire individuale, una Storia e tante storie che si scrivono insieme. Nel flusso del tempo, che per ogni storia significa trasformazione verso una fine, la poesia intona il verbo del rinascere, come se il pensiero, e con esso la musica che si disegna nell’inanellarsi dei versi, potesse inventare una strada diversa da quella già scritta, pur nella cangiante meraviglia di cui la mente sonda forme e strutture, nel mondo. La poesia cerca il centro da cui sgorga la sua e ogni emanazione, a cui l’essere desidera abbandonarsi senza più pulsare – né pensare. In questo abbandono, in questo farsi spontaneo come un dono proveniente da un altrove che non ci è dato conoscere, credo consista l’autenticità della parola poetica che, ricongiungendosi con un cuore elementare, conquista il corpo della visione e ne respira, intero e definitivo, il senso».

Scelta di testi da L’attesa nel nulla

L’essere è un rivelarsi centrale.

La rivelazione centrale trasforma il pensiero in attività aperta. L’attività aperta, che ho chiamato anche movimento unico, è l’essenza del flusso vivente, la sostanza del fiume che scorre.

L’essere è un eterno pulsare tra movimento e quiete, principio e fine, nascita e morte.
Il centro emana luce nell’essere.
L’uomo se ne stupisce, illudendosi di trovare il senso nell’io.
L’io è alienato in una dimensione spaziale, abita il cerchio, è consapevole dell’una totalità del cosmo, coglie la fonte dell’armonia – in un volo smarrito.

La mente è ancorata alle immagini, alla materia, al mondo, nella visione immediata della coscienza.
Il mondo è un presente crearsi che si rinnova.
La vita è lo sviluppo della creazione, la sinfonia che risolve un’azione incompiuta.

La mente è pura essenza indivisa senza ali – trova cause, strutture, teorie.
Il mondo è in relazione dinamica con la mente: tale relazione genera la dimensione e la differenza.
Nella mente il mondo diventa spazio e tempo, molteplicità di creature, materia e idea, invenzione illimitata di forme.

Il centro del cerchio in cui scorre la vita è misterioso e sfuggente: né coscienza né ragione, è come un punto che si mantiene fisso durante il moto – principio della luce in cui si trova immersa la coscienza.
Il pensiero allarga il confine – come un sasso caduto dentro l’acqua che dilata la sua presenza in forma di onde concentriche.
L’universo nato dal centro è una circonferenza infinitamente aperta – onda che si allarga sull’acqua dell’essere presente in ogni cosa – diffuso in ogni cosa.

Il centro bagna la circonferenza.

Il tempo è il continuo farsi centrale dell’essere.
L’uomo illumina il tempo – lo trasforma in un allargarsi attivo dal centro.
Il tempo diventa attività, assume la forma del fuoco, il colore cangiante della fiamma che si allarga.
Il centro è una fiamma tranquilla che non brucia – eppure rischiara e riscalda l’universo.
Tale fiamma non nasce dalla volontà: è divina.
La coscienza assiste alla trasfigurazione del mondo in cui abita.
La fiamma è il simbolo del cerchio aperto.

Nel cerchio aperto si accende la mente, punta alla rivelazione ultima – scopre il velo e libera visioni, lasciandole affiorare dal nulla profondo.
Il traguardo è lo stupore che d’un balzo sfugge alla trama delle idee.

Le strutture della logica matematica e fisica galleggiano in precario equilibrio, sospese in una più vasta dimensione in cui la presunta perfezione della mente razionale è come disarmonia e caos.

L’uomo si illude che fuori ci sia una realtà definitiva – un mondo, un Dio.
La via del mondo è illusoria – le strade riportano comunque all’io.
La dinamica del dubbio è l’essenza del movimento, che non si risolve mai.

La filosofia ritrae la vita che si risolve in forma e la chiude nel giardino della ragione. Filtra il tempo attraverso un cristallo eterno, contempla estaticamente l’energia che permea l’attività fluente e autocreantesi del cosmo, che coinvolge ogni forma vivente. L’uomo che risulta da tale ritratto dinamico è un essere autocosciente che si trova immerso in un mare tanto più grande di lui – ha perso il centro e vive nel flusso, si riempie i polmoni del sapore fresco incandescente del rinnovarsi insensato delle idee e delle cose nella coscienza.

Dal dubbio si innesca il cammino, non come ricerca di un approdo definitivo, ma come sofferenza e speranza, sostanza dinamica in cui ogni filosofia alla fine si risolve, a cui convergono tutti i linguaggi.
L’anima diventa la cosa nuova del mondo, la luce inattesa del cosmo.

Il centro vive sospeso sull’assenza di forme, non ha occhi, ma vede e sente.

La forma dell’attimo, l’idea, si stacca in volo dal centro inattingibile.

Ecco crescere lo stormo, spargersi alto nel sinfonizzarsi del vuoto.

*

Poi il colombo si alzò, e le sue ali erano di anima sottile e densa – e breve l’idea si fece isolata, atomo nel nulla, solitudine, rarefazione o nuvola di intensa modulazione.

La forma rischiarata in alto si aprì, ma era troppo lontana, foglia indicibile ormai, voce ermetica, forma senza contorno.

Le ali battevano il vento – un’anima di luce frusciava tutt’intorno.

*

Il sole nel centro aperto, grande corolla istantanea, brucia nella quiete apparente dei giardini che si lacerano in profondità.

Nasce dolce il sapore della scoperta, le idee si aprono, si ingrandiscono, chiuse in una forma d’ombra.

La notte vibra come un canto di grillo, conchiglia nera rischiarata da un’alta lampada.

*

Il pensiero come un’edera avvinta al corpo del mondo disegna il canto sterminato dell’ascesa, il canto irrisolto che brucia mentre si solleva e scopre di essere cenere nel momento in cui si intona.

*

Il momento della nascita è un bimbo.
Il bimbo è il simbolo della verità incontaminata – la creazione che pulsa sul confine dell’indefinito e precede la forma del pensiero, cuore bagnato di pianto, enigmatica mescolanza di dolore e stupore che rischiara e ristora il tempo intero della vita dell’organismo.

L’organismo Uno è definitivo.
È uno sbocciare.

L’uomo nasce nella forma definitiva in cui vita e morte nuotano nello stesso mare.
Non c’è eterno ritorno – perché il tempo è illusione.
Cos’è la bianca ondeggiante altalenante sinfonia della vita, marea che nasce da marea, onda che viene dal profondo oscuro balenare di sogni di idee adagiate sul fondo, cos’è quest’anima nata come una musica e destinata a spegnersi nella sua fine? Nulla. Il tutto è una musica già finita.

*

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L’Uno annulla il tempo accogliendolo – spegnendolo in sé.
Il tempo intona la sua melodia di limpida voce: il pensiero.

Il verbo non entra nella storia, nell’anima, nell’universo.
Il verbo viene per la vita come nulla, per il tempo come nulla.
La marea solca l’anima tra vita e morte.

La vita è il nascere inesauribile nel luogo da sempre nato – l’universo – l’alta quiete.
L’anima si accende nelle forme dei sensi – diventa mondo in forma di pensiero.
La vita diventa tempo.

L’io fa dell’universo un’anima.
L’Uno è solo per l’anima, che al culmine del suo canto nel mondo ritrova il principio, la vita come identità.
La marea sale all’Uno, dove la luce più non brilla – il durare è senza flusso e l’anima si incendia, nel lampo di totale sguardo.
L’universo si riempie dell’io.
L’io si chiude nell’Uno – come in un fiore increato.

*

L’universo si riflette nel soggetto.
L’io diventa volto creato, scolpito dalla luce.
Dall’asciutto la marea cresce – genera il flutto del tempo.

L’universo si duplica nell’io come oggetto, rappresentazione, riflesso.
Piena di mondo l’anima si colma di istanti, si immerge nel fragore dell’andare impetuoso.
Il bambino, nato senza tempo, entra nel flusso della vita.

Fonte inesausta dell’attimo – sorgente volontaria del pensiero, armonia prestabilita – iniziale specchio ora fattosi onda – l’io rincorre, nell’acqua in perenne agitazione, il volto in fuga della realtà, colta ora dal cristallo della mente ora dal balzo del genio che scaglia l’intuizione verso la preda.

Mistico generarsi qui della freschezza!

L’anima è un continuo sollevarsi di marea.
Il presente naufraga.
L’io si rifugia nella caverna buia della memoria.

La vita è un crescere nell’armonia dell’onda verso l’Uno che ferma e accoglie il flusso – sintesi intatta – unità senza tempo – lago eterno.

La riflessione riempie l’anima di luce – l’io si allaga di silenzio.
La marea sfocia nel senso fondendosi col mare increato.

Necessariamente viene la fiamma che non brucia, il principio che placa l’onda, la calma che riporta tutto al candore.

L’Uno silenzio dice: la luce viene da me: accoglila e mettiti in pace.

*

Perché l’alta marea del tempo?
Perché il correre dell’io presente nell’eterno mare?
Perché la vita se il punto d’arrivo – la luce che diffonde silenzio nella tempesta – risolve solo una necessità e non illumina il senso?

Il verbo insegna sé a sé, non entra nel tempo per portare l’orma indelebile della verità nelle anime.

Il nulla è l’approdo dell’alta marea, che rimane sconcertata di fronte all’Uno.
L’angoscia dell’incessante fluttuare del tempo – armonia grigia che impaurisce il cuore fanciullo travolto dall’impeto dell’oceano – è la tensione dell’anima smarrita e indifesa.

Il cuore si ferma nell’alto discorso senza luce, senza più tempo né anima.

*

La vita è un diramarsi dalla radice all’essere, un salire dalla terra dell’infanzia colorata – nota chiara dell’esistenza – al cielo dello spegnersi dei sensi.

L’io è coscienza discesa nel pianissimo modularsi delle erbe, melodia calata dolcemente nel prato del tempo, pensiero senza luce sciolto nella sua musica tormentata – che ripete malinconicamente il ritmo di un basso batter d’ali.

Il divenire è l’inspiegabile, l’assurdo pieno che l’uomo attraversa.
La vita scorre attraverso il mondo. Nessuna creatura possiede la musica che sente fluire dentro.
La vita è una goccia che brilla fuori dal tempo.

Il divenire è un inquieto scorrere interiore, una fuga di onde bianche, un brillare inesauribile dell’organismo impregnato di luce ideale irreale fantastica – chiuso nella materia.
La vita è un’idea stretta tra la nascita e la morte, incatenata al necessario fluire delle cose che attraversano il pensiero.

Il nascere entra nel divenire.
Il divenire è Uno – il nascere un rinnovarsi eterno.
L’anima scopre il senso del divenire passando per il nascere.
La materia è perché nasce.

Le parole non possono dire la luce, ma queste parole mi segnano l’anima come delle formule – risuonano, moltiplicano significati nel chiuso della sfera dell’io che vive.

Le parole si fanno pensiero, rilucono, riverberano forme, si aprono, si coagulano condensandosi in cose – raccolgono sensi profondi racchiusi in materia.

La mente vive la linfa dell’attimo sospeso nell’assenza di senso, beve la totalità del mondo nella luce dell’ascesi inconcepibile, dove coglie lo sboccio dell’albero supremo – si accende, prende forma divina, si trova a bruciare come Dio – non più ramo, non più cielo, annientata ogni dimensione, ridotto lo spazio al breve luogo dell’io, fiamma piena del fuoco che brucia nel cuore, celato da un corpo stupito e sorpreso.

Il divenire – inesauribile trama dell’universo – è un nulla.
Il divenire è il nulla del nato.
La fiamma dell’estasi, accesasi dal profondo dell’io che si sorprende rapito fuori di sé, si stacca dal mondo.

Immanente essenza luminosa, l’anima è una corolla su cui trascorre la linfa del pensiero – l’altissimo Dio oscilla come un fiore centrale, luce immersa in un accendersi bianco e rotondo.

*

Tema della rosa

La rosa è il simbolo dell’increato. Apre un mare di strana confusione metafisica, di impotenza a capire. Principio terreno del nulla, porta dell’assenza e della contemplazione del vuoto, la rosa è un gioco mentale, un’immagine di verità incompiuta, di silenzio, sostanza che racchiude lo sgorgare dell’invenzione. La rosa è l’implicito.

Rosa e cigno. Il cigno splende come luce di rivelazione, emotività della parola intraducibile, della parola creata che esteriormente rivela la vita. Il cigno è la bellezza aperta, la rosa la bellezza chiusa. Il cigno è la bellezza risolta, la rosa lo stupore isolato. Ogni rosa nasconde un cigno.

La mente trova infine se stessa come rosa staccata da sé, rinata nella coscienza rapita, preludio al distacco inconcepibile in cui il sipario dell’essere si chiude, alla resurrezione della rosa fisica nella rosa eterna.

Il mosaico del tempo brilla di luce strana. Il pensiero si abbandona alla misera vicenda quotidiana, dimentica la musica insondabile e inudibile colta in un semplice bagliore d’estasi. Il cuore lascia che il segno confuso della luce prenda forma nell’io nascosto, come una presenza di mattina diffusa.

*

Si apre ingrandendosi come la rosa
la mente di chiarore accesa,
dal nero incessante trae linfa e sale,

sale la forma attesa, si forma
il coro delle cose, si apre
ingrandendosi come la rosa –

la nota dal centro si dilata,
fiamma d’erba, gemma elementare,
battito silenzioso, luce alata,

nell’intonarsi invisibile del volo
cede la notte, si arrende il buio,
l’assenza impallidisce rivelata

splende l’acqua

cade l’ombra

svariano consistenze, trasparenze,
minima la vita freme in batter d’ali,
in massa dilagano fitte presenze,

il tempo scocca del non detto,
formandosi il verbo si accende,
verde calmo solca l’aria, netto

il coro si colma, cresce lento,
per il velo della coscienza
la luce inoltrandosi si diffonde

fino a spegnersi nel basso
tremare oscuro, sfiora la mente,
nel centro la tocca e la invade piano

– dove finisce il cuore in eterno sollevarsi?

in alto beve il nulla, sospeso
nel chiaro flutto senza forma,
in bianca estenuazione senza futuro

– in alto dunque l’ultima presenza del palpito?

 

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da Itinerario verso l’ultimo

Pausa autunnale

Dove i più alti voli di cuore
trascolorano, si spengono,
dileguano in incoscienza,

dove l’acqua senz’onda,
la roccia che più non sprofonda,

dove il sussulto unico,
senza tutto, senza moto,
immobile increato beve

l’eterna innocenza della stasi divina,

dove la profondità senza occhi,

dove l’acqua e la luce brillano
racchiuse nella perla taciturna?

 

Un respiro nasce

Un respiro nasce e si apre in volo, il fiume diventa uccello dalle grandi ali, lo sguardo si sparge, si inarca la forma, si ingigantisce e trova un cielo da inventare.

Nasce il profumo della memoria distesa, il passato si lega all’adesso in un disegno unico che sfugge alla mente e si spegne nell’acqua.

Fiorisce la corolla azzurra, chiaro presente, flusso assoluto che si forma in essere, si fa formica e scompare brulicando, punto inesistente, scintilla.

L’acqua splende, ignorando il tempo.

 

Alto stupore

Alta stasi l’universo, corpo chiuso.
Alto il pensiero, nel tutto diffuso.
Alto il volo, nell’Uno smarrito.
Alto il battito, al centro scandito.

La mente si contrae in uno sguardo vuoto.
Atomo del nulla, la vita pulsa sul confine.
Il tempo scorre in un moto che confonde.
Il senso si disperde, come polvere svanisce.

Il cosmo-pensiero rinnova l’armonia prestabilita che come musica si intona, ramificandosi sinfonica.

L’anima percorre il cielo, rabbrividisce come si trovasse di fronte a un disegno che conosce da sempre. Immersa nel flusso incessante chiude il cosmo, lo riflette, diventa io, fiorisce in un’onda in cui si fondono stupore e terrore.

L’estasi sfugge in un sapore di freddo.
Il pensiero rimane a bere il suo fantasticare fanciullesco, nota bianca di memoria che si apre come un cristallo di spazio, un tremare di pianto, un sussurrare di grilli.

Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.

L’acqua specchia la multiforme presenza di questa fredda trasparenza del cuore, di questo volto tremante in fuga – come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.

Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

Si chiude come un fiore.

 

Estasi dagli stami d’argento

Il mondo una foglia superflua,
la mente tesa a immaginare
come fiamma in un bosco eterno

bianca come un fiume e profonda
come il primo nascere,
come una fontana di luce
si incendia e dilaga nel tempo,
rischiara la volta della vita intera

il mondo bloccato nella stasi

e il buio interiore, il sonno del cuore,
e ancora, ancora pensiero
dalla corolla ignota,
farfalla che vola e si perde
nel suo poetare, ora

il mondo un unico cristallo

idea, sfavillerai ancora?
ti perderai in fasulle
architetture di vane forme,
inventerai ancora strade,
ti alzerai come una rondine
al culmine del giorno,
per fuggir poi via,
lontano dal nucleo dell’essere,
silenziosa come un sogno
senza una forma?

e come fiamma più alta tu,
estasi dagli stami d’argento

e il cuore vivo come un salire
verso il punto senza pensiero,
l’estremo balenare della mente
che può solo moltiplicarsi interiormente

sfavilla senza centro l’anima,
il tempo si ramifica
fino a diventare inafferrabile,
il mattino sale riverberando cieli,
un guizzo di pensiero rivela
la visione del corpo intero,
l’evidenza sfolgora,
lo splendore dell’idea affiora
diffrangendosi dentro in infinite ombre

fuggita, fuggita tu, estasi dagli stami d’argento

come un santo raccolto in preghiera
l’irreale volto alza gli occhi, corolla
aperta nel calmo sostare della sera,
l’onda della memoria si rinnova
come un cielo in cui sospeso
trascorre un uccello in volo senza peso,

la forma in superficie riluce,
nulla dicendo
l’immagine per un attimo scintilla

di realtà
di unico
di nuovo spirito
di ciò che chiamò – qualcuno –
mistero

sull’alta scala brilla il sole,
i bambini in corsa ansiosa
si radunano a pensare il presente

il disegno dell’universo si accende,
gli animali le piante gli uomini
le idee si moltiplicano

fuggita tu, estasi dagli stami d’argento – e a me
il profumo dell’aria, imbevuta della tua corsa.

da Pensieri di Mozart

1

La luce si modula in diverse tonalità di chiaro. Il ciliegio si incupisce nella pensosità dell’ora, il salice si curva in un riverbero d’argento. L’erba si accende nell’accordo del presente.

In forma di gemma vedo il futuro e lo chiudo nel ritmo sinfonico. La melodia crea un flusso oscuro di canto, fluttuante velo senza disegno sospeso, in un aereo e fanciullesco respirare meditando.

Sono in un luogo cinto da siepi chiare, nel fanciullesco respirare, nell’intimità del meditare. Il mio incedere coincide col mio pensare e col mio dire. Sorvolo i vivi – sono un’anima metafisica, sostanza celeste di fuga musicale.

Idee in convulso moto dentro, istanti atomici si inabissano si moltiplicano disegnano una vita diversa – in un dispiegarsi di trasparenza incessante. Su queste strade impalpabili le mie solitarie forme di cuore si raccolgono in cellule di minimo pulsare – si espandono, prendono forma di animali diversi, invisibili e perfetti.

I fiati spiritualizzano l’idea, la sollevano, accarezzandola la sfumano, la fanno pietosamente, dolcemente svanire.

Dal seme profondo nasce un nuovo incanto ed è subito fuoco. Brucerei volentieri insieme a questa musica, ma ho deciso: resto a respirare la fragranza di questo mattino, di questo mondo rappreso in acqua e aria, nella fresca sapienza delle idee che mi corrono nell’anima come animali increati.

La vita si intona. Mi cullo sull’onda, lascio che il moto si melodizzi, che impuro e informe scivoli nell’aria.

3

Tra la freccia che ne scocca il divenire e il bersaglio – la visione a cui il tempo tende – dura l’Universo.
Dentro le forme si rinnovano, si sbriciolano sgranandosi in sinfonie – fantasmi, povere illusioni dello spirito.

L’armonia nasce in forma di vita respirante, pulsante, colorata.
L’invenzione della mente si accende, splende, si spegne come una brace che non trova più l’alimento vitale della sua incandescenza.
Enorme creatura, il creato si chiude come un fiore al declinare della luce.

L’anima del mondo trattiene la materia come un segreto – vuole aprirsi nel senza forma, nel cuore ultimo del suo stesso chiarore.

La materia è memoria, flusso nell’alveo muto, arca salvata dal divenire.

La musica ovunque si sparge, gemmando dal cuore dell’ora.
Gli specchi portano sempre più dentro, moltiplicano l’illusione della conoscenza verso la visione di una forma senza legami, incomprensibile e inimmaginabile.
Il fuoco brucia incessante.

Il creato si stacca dalle sponde.
L’essere respira sospeso in materia.
La forma si ferma – liberandosi si reinventa.

Il bocciolo attende chiuso.
L’Uno si moltiplica, si sparge, si apre.
La creazione scocca nell’istante scisso dal tempo.

Lo scoccare viene dall’arco interno: non dalla foce – né dalla fonte.
Né principio né fine: interiorità dell’essere che si rivela cristallizzandosi in idee silenziose – note, farfalle limpidamente musicali.

Si sblocca la tensione, il cuore genera vegetazioni in fiore, dissipando energia viva in ritmo e melodia.

L’essere si compone, di fiore in fiore si sparge in un ronzio d’api, cristallinamente spazia il nettare profumato, sinfonicamente si rinnova in miriadi di forme senza tempo.

 

da Diario del poema ininterrotto

4

Come un pesce guizza dal mare
nello spazio affiora la gemma elementare,

la fiamma dell’istante prende vita,
come uno squarcio nell’immutabile
ad ogni respiro si alimenta la visione.

La mente pulsa come un feto bagnato.

11

L’essere gonfio come una bandiera
soffre di dover essere, sostare in anime
che sgusciano nelle mattine polverose
e fresche, nelle sere cristalline,
di dover animare di continuo il mondo
del senso della presenza,
della forma dell’istante condensato
in luce veloce nella quiete apparente,
l’essere statico ripiegato
come un canto a spirale o un uccello
che descrive volute intorno a castelli
neri di ossessione e terrore,
l’essere imbevuto del profumo del fieno
quando la primavera erompe nell’infanzia
e si presenta seducente, luminosa
e dolce come l’acqua che corre a valle,
l’essere tentennante,
alto come il fuoco quando oscilla al vento
urlando un cuore di legno vivo,
l’essere che si raccoglie in memoria
e comprende e trasforma e mitizza se stesso
chiamandosi conoscenza, armonia, mondo,

l’essere appassisce senza mai morire
sollevando dal fondo del suo letto fangoso
solo pietre refrattarie a lasciarsi trascinare,
l’essere è in luce,
in piena luce, ma dentro trema.

12

Una rondine sullo sfondo azzurro
annuncia la sapienza del canto,
si dirama musicandosi la sua essenza
nuda gravitante nel corpo dell’essere
sorpreso di parlare. L’apparenza
si moltiplica in forme, si fondono
il tempo e il respiro in un’unica onda,
nel buio scende l’esperienza
forse solo per eternare quello che è stata,
senza arricchirsi, senza conoscere
il luogo ultimo in cui nasce il Fiore.

13

Le monadi sintesi della molteplicità
nell’infinitesimo, punti spirituali
da cui sgorga il miracolo dell’invenzione,
contatto tra il qui della materia
che segue un cammino prestabilito
e l’altrove del pensiero pensante,
coincidenza dell’Uno Tutto
che rinnova la sua essenza al chiuso della vita,
tessuto di istanti che scandiscono la fuga del tempo,
corpo del divenire acceso
nell’essere aperto che sente, piccola percezione?,
l’aldilà del flusso, fermo, incantato
ne respira il profumo di eterna fonte.

 

da Il seme della notte

6

Creo per folgorazioni. Inseguo la formula, la visione chiusa in una sintesi di potenza, uovo di tutte le immagini, cuore della possibilità della fantasia che si rivela, la parola che trattiene il tempo e lo condensa in nuclei di vita sottratta al divenire, senso e sensazione di una bellezza che non parla. Da sempre in tensione verso il punto di non luce, di non sensibilità che raccoglie l’infinita manifestazione (miraggio della sintesi suprema in cui il creato si spiega prima di dispiegarsi), cerco gli occhi attraverso cui la coscienza non riesce più a filtrare, attratto dalla fonte quieta e potente, infanzia e divinità insieme, principio del nascere, legge dell’aprirsi, semplice dinamica dello svolgimento dal centro-cuore, abbraccio sotto la volta del senzatempo.

La chiarezza ultima della forma è un tornare all’informe, rifondersi in materia senza individualità, cristallo senza volto.

Creare è morire all’essere chiuso in punti di concentrazione dell’energia e del pensiero, scoprire l’oggettività calma, il respiro senza organismo.

Uscir da sé è perdere la presunzione di essere, di potersi raccogliere al chiuso del pensiero che vive e si disegna e si scrive – diventare cosa tra le cose. La forma che si apre al mondo perde l’interiorità, trasformandosi in oggetto si disvela.

Ridivento il passero, la luce opaca coricata sull’acqua che trema di buio.

Sono la chiave del senso di questa sera. Di tutte le sere.

gif-giovedalla Postilla conclusiva

(…) Nella continua germinazione di idee da semi identici, con la mente e il cuore in equilibrio instabile tra pieno e vuoto, essere e nulla, repentina accensione e improvvisa assenza di parola, ha trovato forma sinfonica un’esperienza creativa che non rientra in nessun genere, sospesa com’è tra poesia e filosofia, teologia e mistica, proprio perché è nulla, non ha ancora o non vuole cadere in una forma chiusa o in uno stile prefissato. Ecco allora che l’unico modo, immediato quanto precario, che le sia concesso per esprimersi è il segmento visionario, l’accensione aforistica dell’intuizione che si brucia in una o in poche righe. La sostanza del canto o della musica si risolve in una materia subito spenta nella cenere dell’opera, lascito di una volontà che, potente e piena nel momento del farsi e delinearsi degli spazi dell’invenzione, rimane spoglia, inerte e sola, come ogni creatura dopo aver consumato l’esperienza della vita. In questo sta la differenza tra una scrittura unica e ultima e la maggior parte delle esperienze di scrittura letteraria o filosofica, che ambiscono a delineare e abbellire un quadro, una visione da lasciare alla contemplazione di chi rimane.

L’anima sinfonica è un fuoco di idee e musica in cui è divampata un’esperienza interiore profonda quanto imprendibile, segno di un itinerario le cui tracce si sono dissolte, come le parole che avevano tentato di esprimerlo.

 

Il volo fermo

Lunga è stata la ricerca di un’immagine che potesse esprimere la dialettica tra movimento e immobilità che pervade L’anima sinfonica. Appena lo sguardo si è posato su Flight of swans, di Frank Weston Benson, mi è stato subito chiaro il senso: una luce di visione, statica e dinamica insieme, come un volo fermo, che mi ha rimandato a un passaggio de L’attesa nel nulla:

La verità attraversa la mente come una colomba imbianca la notte.

Di getto ho scritto alcune righe, a suggello di una ricerca profonda del centro dell’opera che, rivivendola, l’ha rigenerata da un passato di emozione e pensiero che temevo irrecuperabile.

Il tempo flusso calmo dell’anima – sostanza del corpo eterno che ogni vita contiene.

La mente, ferito andare, tesa nell’ideare fino all’intenebrarsi dei sensi, nella terra senza nome.

Nel vento dell’oblio un volo fermo, senza stagione, luce consapevole di rasserenare il paesaggio, coincidenza, nell’io, di atomo e mondo.

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo di Mantova. Ha pubblicato articoli di fisica teorica ed epistemologia su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Effigie sono uscite due sue raccolte di versi e prose, Dentro la sfera (2014) e La trama vivente (2016).  Una selezione di testi da La trama vivente è stata pubblicata nella rivista Poesia (settembre 2015).

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78 commenti

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78 risposte a “Claudio Borghi L’anima sinfonica (Negretto editore, 2017) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: La poesia di Claudio Borghi tra la tradizione musicale e nuovi fermenti

  1. Claudio Borghi

    Colgo con sorpresa, quasi con effetto di straniamento, la pubblicazione del post su L’anima sinfonica, dopo gli aperti dissidi con i poeti che si riconoscono nella NOE. La presentazione di Linguaglossa in sostanza ratifica le ragioni della differenza e io ne prendo atto. Devo rimarcare che questo libro, concepito in anni lontani al punto che io stesso ho avuto la sensazione di interagire con un’altra anima, è nato per necessità, non come un esercizio di stile nell’ambito di una condivisione più o meno cosciente di una linea musicale della poesia italiana (e non solo, visto che i riferimenti sono più alla poesia spagnola e francese) a cui Giorgio fa esplicito riferimento. C’è un elemento decisivo che sta al fondo della scintilla che ha generato i miei testi: una ricerca profonda, che si è alimentata in principio di filosofia, teologia e mistica, poi anche e in misura sempre maggiore di scienza. I vari movimenti, di pensiero, visionari e poetici, sono nati dal tentativo di far convergere ambiti di ricerca intellettuale e creativa diversi in un unico fiume inventivo. Questo tentativo, nella forma in cui si è tradotto nei tre libri che ho pubblicato (L’anima sinfonica da considerarsi il primo in ordine di concezione, Dentro la sfera il secondo, La trama vivente il terzo) è, credo, piuttosto originale e non può sommariamente essere liquidato secondo gli schemi critici messi in campo da Linguaglossa. La prefatrice, Zena Roncada, che lesse una prima versione de L’anima sinfonica nel 1996, disse: “Di fronte alla novità i critici devono dotarsi degli strumenti per sondarla, non applicare quelli che possiedono illudendosi che possano funzionare sempre”. E credo, pur riconoscendo a Giorgio onestà e apertura intellettuale, che uno dei problemi della NOE sia il non cogliere l’importanza del confronto tra diverse esperienze creative, che necessariamente arricchisce.

  2. In Claudio Borghi convivono,inquiete, la forza della ragione e le istanze delle spirito;farle convivere può essere arduo:Leopardi ci riusciva, ma era Leopardi.Il discorso poetico di Borghi, già ottimamente avviato, può, a mio parere, aspirare a vette anche più alte,dove
    la sua parola poetica si potrà esprimere senza remore.”Dove l’acqua e la luce brillano/racchiuse nella perla taciturna”:un’espressione poetica bellissima, dove perfino l’aggettivo (“taciturna”), solitamente gran nemico della poesia,trova una collocazione felice.

  3. Questa mattina speravo che Giorgio mettesse qualcosa di accettabile sulla Rivista, per iniziare una buona giornata, ma invece, leggendo l’opera di Borghi, alla fine mi sono ritrovato con un retrogusto poetico, che è rimasto per molto tempo, una alitosi prima che sparisse. Non capisco, sinceramente, dopo tutte le querelle estetico-linguistiche di Borghi e tutta la sua campagna ostativa nei confronti della NOE, egli porti ad esempio, questo suo peregrinare tra appunti mistico-scientifici,che potrebbero essere utili più ad uno studente universitario alla ricerca di una tesi, che come modello propositivo da tenere in considerazione. Ciò che ho letto mi sembra un cocktail di aperitivi old fashion o Paradise, per esprimere definizioni autobiografiche di Pensiero e Credo, con un susseguirsi di appunti ripetitivi, come definizione del Tempo e dello Spazio,acquisizioni impressionistiche più di uno scienziato che di un poeta, che si dilunga senza autocontrollo sul concetto di vita e morte, assemblando in una mitica narrazione denaturalizzando il significato del Nihil dalla sua funzione universale. E’ chiaro che ognuno di noi ha una propria personalità. Qui non è in discussione questo o quel credo, ma l’oggettivazione della parola che non si traduce mai in poesia, almeno per me,
    La cantilena in verso libero (?) si snocciola dall’inizio alla fine senza alcun cambiamento. Non c’è interazione tra pensiero e poesia. Scrive Heidegger:”Doni ne riceviamo molti e di vario genere. Ma il dono più alto che ci viene fatto, quello che autenticamente dura, è la nostra essenza che ci provvede di quella dote grazie alla quale soltanto noi siamo quello che siamo.” Qui non metto in discussione il DNA poetico di Borghi, quanto le sue vicissitudini psicoestetiche e il suo diario di bordo, che avrebbero dovuto dargli maggiore accesso alla poesia, ma che non si è verificato.Questa non vuole essere da parte mia una requisitoria, caro Borghi. E’ il rischio che ognuno di noi si espone quando si esce allo scoperto con proprie riflessioni che rivelano l’Altro di sé, ma non l’Altro degli altri.

  4. Claudio Borghi

    Accolgo il suo retrogusto, la sua alitosi, ecc., Mario, li avevo ampiamente preventivati, ma non le rispondo in modo conflittuale, tutt’altro. L’anima sinfonica è un libro molto particolare, che si presta a essere liquidato da un sentire come il suo, solo che lei si contrappone, distoglie lo sguardo, non tenta sintesi. Le faccio altresì notare che io non mi sono mai contrapposto alla NOE, ho sempre cercato sintesi costruttive: quello che si è contrapposto, in modo anche violento e sarcastico, come ha tornato a fare qui, nei miei confronti è stato sempre e solo lei.

    La “cantilena in verso libero” di cui parla deriva dal fatto che il libro nasce dalla struttura del Tractatus di Wittgenstein, fatto di enunciazioni e proposizioni atomiche, per trasformarsi al suo interno, in un divenire particolarissimo, in poesia: non nasce quindi in origine come poesia, la crea a poco a poco, in una mutazione interna necessaria. Leggerlo per intero le può servire, se non altro per rifiutarlo in toto o iniziare ad aprirsi a qualcosa di nuovo, più vario e complesso, viste le mie ricerche in ambiti diversi. Non è mai troppo tardi.

    C’è un filo conduttore in tutti i miei libri, che ha cambiato forma espressiva evolvendosi nei decenni: la riflessione sul tempo, all’epoca dell’Anima sinfonica legatissima a Plotino e Agostino, in seguito a Bergson e ad Einstein, oltre alle acquisizioni della fisica più recente, all’interno della quale ci sono anche testi teorici miei, con interpretazioni piuttosto originali. Solo questo aspetto, Mario, dovrebbe intrigarla, visto che lei si professa estimatore della ricerca scientifica.

    Ringrazio invece Anna Ventura, sulla cui apertura interiore e intelligenza sensibile non avevo dubbi, al pari di Mariella Colonna, che sta facendo tentativi di sintesi encomiabili, raccolti e apprezzati per ora da pochi. Quando si legge non sempre si crea empatia col testo, ma aprire la mente è sempre un atteggiamento di grande sensibilità e intelligenza.

    • Mariella Colonna

      Caro Claudio Borghi,
      tu sei una persona speciale e molto amata anche nella NOE, salvo rare eccezioni. Ho letto con grande passione di conoscenza e quasi avidità le tue poesie (ancora non ho finito di leggere per bene e come merita l’Anima sinfonica perché è un lavoro impegnativo) introdotte da commento di Giorgio Linguaglossa e mi trovo come divisa a metà: sono due modi di intendere e fare poesia che sembrano e sono diametralmente opposti. Ma…soltanto alla fine ti dirò la sintesi del mio pensiero. Per ora voglio esprimere liberamente emozioni e idee che sono nate in me alla lettura sia del Commento di Giorgio che dei tuoi versi e scritti. Siete due persone eccezionalmente colte, tu e Giorgio (non soltanto voi due, ma non posso parlare di tutti) ed altrettanto eccezionalmente dotate per la poesia: ma la tua poesia nasce da un retroterra totalmente diverso da quello di Linguaglossa e anche la tua personalità è agli antipodi della sua. Però il critico, nella prima parte del suo commento, si è avvicinato a te grazie alla mediazione della musica: ha parlato dei tuoi versi e del tuo libro come se si trattasse di una sinfonia e l’ha fatto con un innegabile trasporto, come affascinato da una magia, la magia della musica e la magia delle sfere celesti. Anche io mi sono lasciata trasportare: e ho trovato alcune “perle”, dopo essermi immersa nell’oceano profondo del tuo “sentire poetico”:

      “Un respiro nasce

      Un respiro nasce e si apre in volo, il fiume diventa uccello dalle grandi ali, lo sguardo si sparge, si inarca la forma, si ingigantisce e trova un cielo da inventare.

      Nasce il profumo della memoria distesa, il passato si lega all’adesso in un disegno unico che sfugge alla mente e si spegne nell’acqua.

      Fiorisce la corolla azzurra, chiaro presente, flusso assoluto che si forma in essere, si fa formica e scompare brulicando, punto inesistente, scintilla.

      L’acqua splende, ignorando il tempo.”

      Trovo questa lirica originale e pienamente realizzata grazie alle parole che stanno insieme valorizzandosi a vicenda e in un’armonia che fa pensare all’equilibrio degli astri nel cosmo: equilibrio che non esclude il movimento a velocità crescente delle galassie verso la periferia dell’universo e neppure la morte e nascita delle stelle, le comete forse portatrici di vita, e i per ora inaccessibili buchi neri. Questo per dire che anche l’universo , apparentemente ordinato, vive, si muove e probabilmente è emerso dal nulla e tornerà nel nulla…o continuerà a nascere e a morire in eterno. Io non sono una scienziata, ma ho capito la dimensione (o le dimensioni) in cui si muove Claudio Borghi: in genere non ci sono oggetti nella sua poesia, ma c’è “il fiume che diventa uccello dalle grandi ali, lo sguardo si sparge, si inarca la forma e trova un cielo da inventare!: questa è poesia moderna, attuale,molto diversa da quelle della NOE…POESIA CHE EMOZIONA E COLPISCE LA MENTE COME UNA SCHEGGIA DI LUCE, poesia che si genera e si perde nella luce: “L’ACQUA SPLENDE, IGNORANDO IL TEMPO”. Molto intenso e “lucente” (come ama dire Anna Ventura) di un sole interno questo verso ci chiarisce un aspetto del rapporto di Borghi con il tempo: prima pensavo che il tempo fosse assente nella sua poesia, ma questo verso mi fa pensare che egli volutamente (e a ragione) ignori il tempo, almeno quello dell’orologio, lo ignora perchè sa che non è come lo si intende comunemente… però questo tema dovra essere approfondito perché c’è una grande differenza tra il “tempo della memoria” linguaglossiano e mariogabrielico e il “fuori del tempo” di Claudio Borghi… riprendiamo alcuni versi:

      Alto stupore

      ….La mente si contrae in uno sguardo vuoto.
      Atomo del nulla, la vita pulsa sul confine.
      Il tempo scorre in un moto che confonde.
      Il senso si disperde, come polvere svanisce…
      …Fluisce il tempo interiore nell’indifferenza del mondo.
      L’anima vive, pulsa, immagina, scruta, e ignora l’Ultimo.
      ….– come un sasso discende lentissimo il pensiero ricreandosi in un’altra dimensione, nella verticalità di un altro spazio.
      Si chiude la mente in un sonno inconcepibile, profondo, definitivo.

      Si chiude come un fiore.
      Qui richiamo il commento di Giorgio Linguaglossa: questa poesia è musica.
      Io però vorrei dire a Claudio quello che penso con chiarezza…anche sul perché della critica di Linguaglossa, che pure apprezza l’intensità dell’emozione poetica e la grande cultura di Borghi (ne abbiamo parlato a voce): l’intuizione poetica, la passione e la conoscenza ti trascinano in una specie di oceano di immagini, simboli, luminescenze, vertigini…tutto ciò è travolgente e a tratti sconvolgente: a volte ci si perde nel tuo universo,Claudio. Io preferisco le liriche più brevi, dove il senso balza da un’immagine verso non si sa dove e…avventurosamente torna su se stessa chiudendo il cerchio. Le liriche troppo lunghe sono come foreste o affascinanti labirinti dove si corre il rischio di perdersi, benchè versi e immagini siano limpidi e “trasparenti”. Dovresti dare un limite a te stesso e permettere al lettore di fermarsi, riflettere e capire.
      Il tempo che trasforma oggetti ed eventi in “cose” umane, le riverberazioni espressive, i paradossi, i salti di significato sono un valore e una conquista della NOE…i frammenti animano le poesie nutrite dal tempo-memoria e il tempo entra nel corpo, nell’anima di chi scrive. Credo ad ambedue le testimonianze: a quella di Giorgio perché c’è, dietro, una vita intera di dedizione alla Poesia a costo di tutto, a quella di Claudio perché sento la profonda trasparenza della sua anima. Possono convivere, secondo me, i due cammini poetici, le due avventure esistenziali, a patto che ognuno dia e prenda qualcosa dall’altro senza sentirlo come un concorrente. So che Giorgio e Claudio troveranno un’appassionante scontro-incontro perché sono due anime generose, oltre che due poeti di altissimo livello.

  5. Ripropongo un mio vecchio commento a un post su Salman Rushdie e la natura della poesia che risale a due anni fa. Ma, si sa che il buon vino con il tempo invecchia:

    giorgio linguaglossa
    2 giugno 2014 alle 12:03

    Io ho sempre pensato quello che la celebre battuta di Robert Frost ha riassunto in modo mirabile: “Scrivere in verso libero è come giocare a tennis con la rete abbassata”.

    Il pensiero di Rushdie è chiarissimo: non si può fare poesia senza presupporre delle regole condivise, altrimenti ognuno si fa le regole a propria immagine e somiglianza, con il che la “competizione” non è più una competizione ma un dialogo tra autisti, tra sordo-muti. Quello che si è verificato nella poesia italiana post-Montale è un po’ questo, e anche per responsabilità che investono alcuni poeti di rango: cioè aver accettato l’assunto equivoco che si potesse scrivere poesia in blank verse (metro libero) senza avere in mente alcuna idea di ciò che comporta il metro libero. Innanzitutto, il problema dell’a-capo, e subito dopo, quello della «durata» del verso: quando e dove un verso deve finire, deve (può) cominciarne un altro? Chi lo stabilisce? E perché? E che cosa significa (e comporta) l’utilizzo del “verso libero”? – Interrogativi pressanti come si vede anche a occhio nudo e di primo acchito.

    Porto un esempio personale (così non faccio torto a nessuno):
    Nella mia modesta falegnameria del verso libero (perché anch’io dopo “Blumenbilder” che risale a 28 anni fa, ormai scrivo in verso libero), mi sono accorto che se cambio o sopprimo una parola (o più parole) di una poesia X del terzo verso, mi si pongono dei problemi di sbilanciamento per cui sono costretto ad intervenire sul verso n. 4 e magari anche sul n. 5, e financo sull’ultimo verso. Quello che voglio dire lo dico in modo molto semplice: che un disequilibrio del verso n. 3 si riproduce e rimbalza in un disequilibrio nei versi seguenti… fino spesso all’ultimo verso, per cui sono indotto ad inserire altri versi (o spezzoni di versi) (o tagliare dei versi) tra i versi proprio per tentare di riequilibrare la composizione di spinte e di contro spinte, di forze e di contro forze che agiscono all’interno di quello che io chiamo il “poligono di tiro” della composizione poetica.

    Il verso libero (quello che crediamo ingenuamente che sia libero) in realtà non è libero affatto. Soltanto un poeta ingenuo e illetterato o superficiale può credere che il verso libero sia libero da tutte le regole, per il semplice fatto che una volta cancellate le regole (ammesso e non concesso che questo sia possibile), ecco che ci troviamo costretti ad introdurre noi stessi nel poligono della composizione delle regole ferree. E tanto più queste regole sono ferree quanto più la composizione ne beneficierà. Ma le regole che introduco nella mia composizione non possono essere arbitrarie (come quello di abbassare il cestello nel gioco del basket o allargare la porta nel gioco del calcio) ma debbono essere condivise (anche in maniera silenziosa) ma la dove non c’è condivisione di regole non c’è neanche libertà, si ha soltanto confusione.

  6. Claudio Borghi

    D’accordo sul verso libero che richiede comunque una costruzione implicita di nuove regole, ma questo cosa c’entra, nel contesto? Il tema di discussione potrebbe essere la materia specifica di un libro costruito in buona parte per aforismi, che si trasfigura al suo interno diventando prosa poetica e verso libero. Oppure un dibattito intorno al dissidio, rilevato acutamente da Anna Ventura, tra ragione e spiritualità. Oppure una discussione intorno al tema del nichilismo, del cui spirito integrale i poeti della NOE si sentono i portatori autentici, laddove gli altri non sono evidentemente in grado di cogliere l’abisso di insignificanza della esistenza individuale. Il nichilismo è da sempre, è costitutivo dell’essere creatura: la creatura è un prope nihil (come dice nelle Confessioni Sant’Agostino), si tratta, per chiunque, di elaborare un sistema di conoscenza o di difesa dalla potenza invincibile del Reale, di fronte al quale e nel quale ogni individuo è un atomo inconsistente. L’arte da sempre è grande se si fonda su un pensiero potente, se dà voce all’irrimediabile fragilità della creatura come un grido disperato contro un destino ineluttabile di dolore, se riesce a trasformare in forza del pensiero e dell’immaginazione la debolezza dei sensi e della carne. Ci vuole forza sia per credere che per non credere, il discrimine è tra autentico e inautentico, non tra chi ostenta più o meno eroicamente (o ingenuamente) il proprio nichilismo di ateo o credente, dimenticando che anche chi si sente briciola del divino sa benissimo di essere, come individuo, un puro nulla (vedi Meister Eckhart).

    • caro Borghi, tu scrivi:

      « Il nichilismo è da sempre, è costitutivo dell’essere creatura: la creatura è un prope nihil (come dice nelle Confessioni Sant’Agostino), si tratta, per chiunque, di elaborare un sistema di conoscenza o di difesa dalla potenza invincibile del Reale, di fronte al quale e nel quale ogni individuo è un atomo inconsistente. L’arte da sempre è grande se si fonda su un pensiero potente, se dà voce all’irrimediabile fragilità della creatura come un grido disperato contro un destino ineluttabile di dolore, se riesce a trasformare in forza del pensiero e dell’immaginazione la debolezza dei sensi e della carne. Ci vuole forza sia per credere che per non credere, il discrimine è tra autentico e inautentico, non tra chi ostenta più o meno eroicamente (o ingenuamente) il proprio nichilismo di ateo o credente, dimenticando che anche chi si sente briciola del divino sa benissimo di essere, come individuo, un puro nulla (vedi Meister Eckhart). ».

      Cosa vuoi che ti dica? Tu fai di tutto un pot pourri, usi le categorie (le parole) come melassa, marmellata che puoi spalmare su tutti i secoli e su tutte le latitudini. Parli di «forza», di «pensiero potente», di «atomo inconsistente», di «fragilità irrimediabile della creatura», di «grido disperato», di «destino ineluttabile di dolore» (ma chi l’ha detto? la Bibbia?), di «discrimine tra autentico e inautentico», di «proprio nichilismo di ateo o credente» e di chi «si stente briciola di divino», etc. vedi caro Claudio, di questo passo appiattisci tutte le categorie (le parole) in un pozzo senza fondo di d insignificanza e tutte le vacche diventano bigie e non si vede più nulla…
      Ed io non ho proprio nulla da replicare su questo piano…

      • Claudio Borghi

        A me sembra di aver proposto un tema di discussione potenzialmente interessate, ma sei libero, ovviamente, di interpretare come vuoi.

  7. Credo che ogni espressione artistica abbia un “ritmo interno” che la connota e la rende unica e inimitabile.Questo ritmo può essere individuato sia dal lettore comune che dal critico specializzato,il quale dovrebbe cercare di liberarsi da ogni pregiudizio,prima di pronunciarsi; cosa difficile assai. Vari anni fa, quando i letterati si beccavano pro o contro la critica strutturalistica,uno osò contestarli così: “Per la critica di gusto ci vuole il gusto”.Forse lo condannarono alla ghigliottina, ma io non ho mai dimenticato questo avvertimento.

  8. Claudio Borghi

    So che sto per dire qualcosa di forte ma, siccome credo sia vero, lo dico, anche a costo di ferire qualche sensibilità. La NOE forse soffre per la presenza troppo invadente di personalità maschili, che stanno imponendo una visione incentrata su un nichilismo senza emozione, su dettami di poetica troppo rigidi, per quanto Giorgio e Mario sostengano il contrario quando parlano di gruppo aperto. L’intelligenza dell’anima femminile della NOE, e qui alludo, sperando di non far torto a nessuno (parlo solo delle poetesse che ho letto più frequentemente e più a fondo io), a Mariella Colonna, Anna Ventura, Chiara Catapano, Letizia Leone, è capace di una visione più sfumata, più musicale, più sottilmente profonda. E’ verissimo, Anna, che la critica deve essere capace di gusto, e il gusto non è categorizzabile né riconducibile a strutture chiuse, serve un quid che va oltre gli stilemi rigidi e classificatori. E’ altrettanto vero, cara Mariella, che i miei testi disorientano a una prima lettura, ne sono perfettamente cosciente. Io credo tuttavia che un’opera abbia valore quando ci arricchisce continuando a leggerla, non quando brucia tutto o quasi a una prima lettura. Io stesso, esigentissimo verso me stesso, mi sorprendo di incontrare dettagli di cui non mi ero ancora reso conto rileggendola, e spesso sento le cose che ho scritto nate da un’interazione unica tra l’anima e la materia, non emanate intenzionalmente da una sorta di mente demiurgica. Le opere sono grandi quando non ci appartengono, sono il prodotto di una reazione tra due realtà che si fondono e si sublimano. La foresta, dopo ripetute visite, dirada la sua oscurità, si aprono nuovi valichi, si rivelano diverse, imprevedibili zone di luce.

  9. Giuseppe Talìa

    Borghi è un furbone. Testimone ne è quest’ultimo post in cui cerca di dividere il gruppo della Rivista fra maschietti, a dir suo prepotenti, e femminucce (non offensivo né sessista il mio) a dir sempre suo, morbido e accondiscendente, musicale. Questo è vero sessismo.
    Ho studiato parecchio la personalità del Borghi. Borghi non ha mai commentato nessun post della rivista che non fosse per un suo precipuo interesse. Un sorta di merce di scambio. Commenta solo, ed esclusivamente autrici e autori che poi, in qualche modo lo ospitano nei loro blog. Inoltre, difende solo se stesso e la sua visione della poesia. Parla solo di se stesso, come davanti ad uno specchio, fingendosi vittima, trovando qui una sorta di alcova in cui attuare meccanismi difensivi e disfunzionali, gettando sempre la colpa sugli altri. Che sia Linguaglossa che come critico non lo elogia, anzi, peggio, lo ha tradito, perché col cambio di rotta della NOE, il baricentro del bignami della filosofia e della scienza, ha perso di validità, di certificazione. Con Mario M. Gabriele che lo avversa sulla spiritualità, come se il nichilismo, Gott ist tot, lo facesse sentire senza più radici, senza quell’Uno di plotiniana memoria che puntualmente ritorna nei suoi versi. Così riversa speranze nella NOE al femminile.
    Mi farò un altro nemico, lo so, ma Borghi è un furbone, Borghi è il bignami della filosofia in poesia.

    • Mariella Colonna

      Caro Talia…se Borghi è un furbone…tu non sarai stranamente desideroso di metterlo in cattiva luce? Io so che Claudio Borghi è una persona educata…e ti prego di parlare di poesia, non di pettegolezzi.

      • Giuseppe Talìa

        Cara Mariella, ho troppo rispetto per te, per la tua storia ecc.. Ma lascia perdere. La tua insinuazione sul fatto che voglia mettere Borghi in cattiva luce da dove viene? Pensi sia un invidioso qualunque? Un cattivo, qualunque?
        Parlerò della poesia di Borghi, nei termini in cui Linguaglossa ne ha parlato, trovandomi concorde, nel momento in cui Borghi parlerà della poesia di qualsiasi altro autore, comprese te, che non sia un parlarsi allo specchio.

        • devo pregare il Borghi ad attenersi ai temi della sua poesia e di astenersi dal fare accenni espliciti e/o impliciti tra una linea morbida, femminile, e una linea intransigente, maschile, cose che esulano dai commenti sui testi. La rivista è aperta a qualsiasi interpretazione sui testi e non può ospitare insinuazioni sulle persone e sulla loro onestà intellettuale. grazie.

          • Claudio Borghi

            Mai dubitato dell’onestà intellettuale di chicchessia, avevo semplicemente osservato un diverso atteggiamento, tutto qui. Se il mio intervento si poteva interpretare come dici, chiedo scusa.

        • Caro Giuseppe,Talia, non penso affatto che tu sia un invidioso qualunque, penso che tu coltivi un’antipatia culturale e ideologica nei confronti di Borghi che non è nelle tue corde. Vedi, il tono della mia reazione alle tue parole dipende soprattutto dal fatto che non mi aspettavo da te, che apprezzo e stimo, espressioni così acrimoniose. Ma quello che mi ha ferito è stata l’allusione ai pettegolezzi dei fuorusciti. Vorrei proprio sapere che cosa hanno da dire di me quei due personaggi a cui io mi sono rivolta sempre con l’affettuosa gentilezza che riservo a tutti. Io sono entusiasta della NOE dei miei nuovi amici e del clima culturale vivace e multiforme che si vive durante questi incontri virtuali. Ma vorrei che ci considerassimo, soprattutto, amici della Poesia e, di conseguenza, di quelli che la amano. punto e basta. Spero che la conflittualità si risolva in crescita culturale e artistica e che ci sia PACE almeno tra noi poeti etc…, quando il mondo è messo a ferro e fuoco da un odio senza senso che porta soltanto angoscia morte e distruzione. Non ti sembra? Mi piacerebbe essere libera di dire quello che penso senza essere ripresa come un’adolescente fan dei cantanti alla moda.

        • Io non conosco Borghi da molto tempo…ma ho l’impressione che sia anche troppo educato e che parli di sé per difendersi dalle accuse che gli vengono rivolte. Ma certo, posso sbagliare. Per conoscere chiunque, anche se stessi, non basta una vita! Se tornerà tra noi…spero che la smetta di difendersi e che gli altri siano più moderati nelle critiche.

  10. Mariella Colonna

    “Le opere sono grandi quando non ci appartengono, sono il prodotto di una reazione tra due realtà che si fondono e si sublimano.” : questo è profondamente vero, Claudio, ma è anche vero che, per arrivare a quelle altezze, bisogna dare quanto si ha di più personale e intimamente sofferto di se stessi. Perché arrivi il messaggio di cui siamo strumenti attivi e passivi…è necessario soffrire fino alle lacrime anche per le incomprensioni e l’indifferenza degli altri: lo stesso Dante è stato compreso secoli dopo la sua morte. Caro Claudio, credo che tu abbia la stoffa per resistere e lottare per la conquista di una sempre maggiore consapevolezza del tuo ruolo di poeta-profeta senza preoccuparti se gli altri ti comprendano o meno: anzi , secondo me dovresti essere contento se qualcuno mette in dubbio o non condivide il to messaggio poetico: serve a te, prima di tutto, come ad ognuno di noi, per approfondire sempre di più le ragioni e le intenzioni della tua vocazione. E poi ha ragione Anna Ventura quando dice che i giudizi critici sono condizionati dalle convinzioni radicate di chi li esprime. Anche per te e per me e gli altri poeti vale questo sano principio: anche a noi non piacciono poesie nelle quali non ci riconosciamo.
    Comunque Giorgio ha pubblicato una bella scelta e ha anche illustrato con immagini molto coinvolgenti la presentazione del tuo interessante e suggestivo libro.

    • Giuseppe Talìa

      Male tu fai ad incoraggiare (Dante?)
      Male noi facciamo a dileggiare.
      Da tanto male e da tanto incoraggiamento
      non può che venirne il Bene, etico ed ontologico,
      forse, un giorno, dallo scontro di massa ed energia…
      Al momento il neutrino è qui, anche se è fuggito via.

  11. Claudio Borghi

    Dopo gli episodi verificatisi qualche mese fa, di cui sei perfettamente al corrente, nei miei confronti, trovo grave l’ atteggiamento provocatorio e palesemente denigratorio di Giuseppe Talìa.

    Preciso solo due cose.

    Primo: io frequento questo blog dal mese di settembre scorso e non avevo avuto alcuna esperienza precedente con blog di qualsiasi genere. Fu Luigi Manzi a indicarmi L’ombra delle parole, in particolare perché ci scriveva un poeta che avrei dovuto conoscere per affinità di formazione culturale, Ubaldo De Robertis, e perché Giorgio Linguaglossa aveva una particolare sensibilità per la ricerca scientifica. In effetti, quando l’ho contattato, parlandogli della mia attività di fisico teorico, degli articoli che avevo scritto sul tempo e dei due libri usciti in Effigie, Giorgio è stato da subito molto accogliente nei miei confronti, ha pubblicato un post con un estratto da Il tempo generato dagli orologi e un altro, pochi giorni dopo, su La trama vivente, con una bella presentazione critica da cui ha tratto un passo nella presentazione a L’anima sinfonica. Il mio contributo a L’ombra delle parole, stimolato da interesse per la rivista e da un sentimento di gratitudine profonda per l’accoglienza di Giorgio, è durato, con interventi molto frequenti, in particolare con commenti critici a svariati poeti, fino a dicembre, a ridosso del post su Dentro la sfera, in cui ha cominciato a delinearsi una contrapposizione, certo non creata da me, con Maro Gabriele, agli occhi del quale io sarei uno spiritualista fuori tempo, addirittura un oscurantista, in quanto parlare di spiritualità equivale ai suoi occhi ad essere un pericoloso fanatico religioso. Nei mesi successivi sono intervenuto ancora, seppur sporadicamente, fino all’episodio (che non avrei voluto più ricordare) accaduto in aprile, mi sembra, in cui venni accusato di intervenire nei commenti con un’identità falsa, quella di Davide Inchierchia, in realtà filosofo molto preparato che aveva avuto la colpa, di sua iniziativa, di difendere le mie idee contro gli atteggiamenti palesemente prevaricatori di Gabriele.

    Secondo: alludi al mio intervenire col doppio fine di essere presentato su altri blog. Dopo il mese di aprile sono stato ospitato, nei loro blog, da Angela Greco e Flavio Almerighi, due amici a cui sono molto riconoscente. Su Flavio non sono mai intervenuto per commentare versi. Angela mi ha spedito, mi pare in marzo, il suo ultimo libro Anamorfosi, che mi proponeva gentilmente in lettura, senza chiedermi alcuna recensione. Trovai il libro molto interessante e la mail che le spedii in risposta venne poi inserita, con grande discrezione, da Angela nel post su Anamorfosi uscito nell’Ombra delle parole. L’ospitalità nel Sasso nello stagno avvenne dopo, in assoluta serenità e amicizia. Tutto questo è accaduto nella più assoluta trasparenza, caro Giuseppe. Se tu, come dici, hai analizzato la mia personalità, hai in realtà faziosamente interpretato una realtà che ti sei costruito sui misura. La mia presenza nei blog è limitata ai tre che ho citato e non sono mai intervenuto mosso da doppi fini. Ti faccio altresì presente che il mio atteggiamento critico verso la NOE mi è costato molto in termini di serenità, in quanto mi sarebbe convenuto, opportunisticamente, sposarne le idee o perlomeno non contestarle, per vivere molto più tranquillo.

    Quanto alle provocazioni sulla filosofia e la poesia, i miei testi sono nel blog, i miei libri sono disponibili per essere letti. Se vuoi confrontarti su temi specifici entra nel merito, non muovere accuse banalmente generiche che lasciano il tempo che trovano, perchè i lettori sono molto più intelligenti di quello che credi e capiscono benissimo dove sta la realtà e dove la prevaricazione. Stesso discorso vale per Mario Gabriele.

    Concludo ringraziando Giorgio Linguaglossa che, nonostante la sua palese dissintonia (che però interpreto come fluida e potenzialmente dialettica) nei miei confronti ha avuto il coraggio di propormi ancora una volta all’attenzione di tante menti sensibili che possono trarre dalla lettura dei miei testi qualche stimolo, spero, per la loro ricerca interiore.

    • Caro Borghi, ti scriverò in privato e ne parleremo serenamente.

    • Ci sono in questo Blog autentici minatori, avvocati d’ufficio,e piccole madonne e madonnine che farebbero bene a stare in silenzio, invece di osannare soggetti in cerca di palcoscenico, come tanti Julian Bech; insomma, autentiche adulatrici di personaggi vissuti nell’ombra e che sono in effetti, bistecche da scarnire fino all’osso,per i loro limiti, come ha fatto bene Talìa, focalizzando le nevrosi deliranti di un Borghi ,che cerca in tutto i modi di venire a galla con le sue frenesie,tra scienza e delirio, attacco alla NOE,, pur di avere dalla sua parte anime belle e innocenti, come vacche nel suo recinto. Da tempo stiamo assistendo ad un sotterraneo progetto di attacco alla Rivista: un diabolico scardinamento dei principi su cui si fonda il Blog, nel tentativo di sottomettere il pensiero altrui, talora col solo scopo di fare proseliti, nella speranza di imminenti e futuri capovolgimenti del sistema mondo e poesia. E’ insomma il manifesto aberrante e psicopatologico di individui convinti che tutto possa essere modificato facendo lezioni di massoneria psicologica. Questo perché celano sottofondi da “sindrome di Otello” . I soggetti in questione sono convinti che gli altri siano tutti degli infedeli. E’ una molestia continua, assurda: veri e autentici picchettatori, di tam-tam. Ma qui concorrono anche fattori depressivi, e di disturbi dell’ansia,perché sono come tanti Crusoe nell’isola delle palme: sopravvissuti di un mondo di autoplastica facciale e culturale.Personalmente, non credo che l’intervento di Linguaglossa su l’opera di Borghi sia stato un biglietto da visita favorevole: Anzi, noto un democratico afflusso di pensieri che il Borghi ha scambiato per critica positiva.Beato lui.! Anche qui mette in pratica la sua diplopia..Non ce l’abbia con me, caro Borghi, ma riveda un poco la sua contrapposizione con gli altri, rispettandone gusti letterari e personalità, senza esporsi in dichiarazioni ostative, ribattendo punto su punto. Ma non le va bene proprio nulla? E a che serve allora la sua presenza nel Blog? Forse. a fare il Profeta?

      • Claudio Borghi

        Io non ho nessun problema con la critica, diversamente da lei, Gabriele. La letteratura è sempre stata per me un”esperienza interiore, che a un certo punto della mia vita ho deciso di condividere. Mi rammarica che una persona colta come lei debba scadere a certi livelli di prevaricazione in certi contesti, mentre altrove non si è degnato nemmeno di rispondere, dove si sentiva solo. Si fermi un attimo, rilegga quello che ho scritto io e quello che ha scritto lei e ci rifletta su, profondamente.

      • Caro Gabriele, a quanto pare, dopo avermi detto parole molto elogiative, tempo fa, per la mia comprensione delle sue liriche, adesso partecipa indirettamente agli insulti che mi vengono rivolti dai “fuorusciti”. Questo mi dispiace molto da parte sua: e non mi inviti a stare zitta quando esprimo il mio commento sulle poesie di un collega. “come VACCHE NEL SUO RECINTO”? Ehi, ma lei, Signore, sta uguagliando i fuorusciti che adesso se la rideranno. Sapete che vi dico? Se è questa la stima che avete dei colleghi, me compresa, non mi vedrete più. Posso vivere anche senza la NOE. Soltanto spero che a Giorgio Linguaglossa non piaccia questo tipo di linguaggio nei confronti delle donne. E com’è che le altre “Madonnine” tacciono?

      • Ma quale attacco alla Rivista, Mario Gabriele…dov’è il “diabolico scardinamento dei principi su cui si fonda il blog”? Borghi parla delle sue liriche presentate da Giorgio Linguaglossa di propria iniziativa..E noi donne abbiamo il cervello destro che funziona molto bene, nonostante a lei non piacciano le emozioni. Smettiamola di parlar male degli altri e parliamo di POESIA CON I TESTI ALLA MANO. Basta con le prese di posizione teoriche, prendiamo i testi e analizziamoli. La poesia è fatta di parole che si organizzano intorno a pensieri e intuizioni come i pianeti nel sistema solare. E’ lì che bisogna andare per comprendere. Chiedo perdono a tutti per i troppi interventi, ma chi non è interessato può fare a meno di leggerli. Grazie.

        • Vada a farsi una passeggiata.o si fermi a Medjiogourie. Lì troverà la poesia e la Madonnina.. La prego di non replicare o rispondere e abbia più rispetto verso uno che le può essere padre!

          • Mariella Colonna

            Mi dispiace, Caro Gabriele…ti do fdel tu perchè ce lo siammo sempre dati…io non volevo assolutamente mancarti di rispetto! Ho detto soltanto quello che pensavo…dov’è l’offesa? Per carità, non voglio offenderti perché lti stimo moltissimo come poeta e persona di cultura, ma nelle parole di Borghi non vedo segni di complotto. E poi il discorso delle posizioni teoriche lo faccio da tanto tempo, da tanto tempo dico che dobbiamo analizzare i testi, non è soltanto per te! Comunque seti ho involontariamente mancato di rispetto ti chiedo scusa. E non mi sento offesa dall’invito che mi porgi di…andare a Medjugorjie. Soltanto non ci posso andare perché sono malata e sto combattendo una dura battaglia. la Poesia e la Fede sono la mia forza. Ti ringrazio perché spero che tu legga il mio messaggio di pace: anche io amo incondizionatamente la NOE! Mariella

  12. Molto convincente questa silloge poetica, Giorgio Linguaglossa ha saputo scegliere bene. Io sono in attesa di ricevere il libro, ordinato diversi giorni or sono.
    Le possibilità aperte da una scrittura poetica che scaturisce da uno spirito che abita anche la scienza, crea una sorta di frizione: nel punto di frizione possono scaturire immagini altrimenti inesprimibili. Questo a mio avviso quanto Borghi vuol fare attraverso i suoi versi.
    Un caro saluto a Claudio Borghi, delle cui poesie certamente continuerò ad approfondire la lettura.

    • Claudio Borghi

      Con particolare piacere accolgo la tua nota, Chiara. Spero tu possa ricevere presto il libro, la lettura completa ti consentirà di cogliere lo sviluppo dell’opera dalla forma aforistica-filosofica alla prosa poetica e al verso. La frizione di cui parli è quanto mai pertinente, è una reazione che scatta quando la mente coglie il suo limite e si sposa col cuore. Non esiste poesia, a mio avviso, senza una sintesi tra ragione ed emozione. Il quid che rende unica la poesia è la forma in cui tale sintesi si compone.

  13. Riporto qui alcuni punti problematici del pensiero di Zygmunt Bauman che mi sembra mettano sul tappeto della riflessione (anche di quella poetica) alcuni forti interrogativi. Mi chiedo, e vi chiedo:

    1) che tipo di poesia e di romanzo vogliamo scrivere in un mondo che è diventato globale?
    2) La rivoluzione economica e sociale causato dal globalismo ha una ricaduta in ambito delle forme poetiche? O tutto prosegue come se nulla fosse? Questo fatto cambia qualcosa nel nostro modo di concepire il passato (e quindi la tradizione)?
    3) È cambiata la nostra percezione dello spazio e del tempo?
    4) Sono cambiate le tematiche?
    *
    Il tempo e il senso

    La prima figura dell’eccesso concerne “il tempo, la nostra percezione del tempo, ma anche l’uso che ne facciamo, la maniera in cui ne disponiamo”. Nella società odierna il tempo è diventato una categoria sempre più difficile da comprendere, che sfugge a qualsiasi tentativo di interpretazione e alla quale si fa fatica attribuire un senso. “La storia ci sembra non avere senso perché accelera e si avvicina. Il tempo che viviamo sembra aver subito una forte accelerazione; senza che ce ne rendiamo conto, il presente, appena vissuto, diventa passato ed entra a far parte della storia ad una velocità impressionante. In realtà la percezione che abbiamo di una storia accelerata dipende da un accumularsi eccessivo di avvenimenti: “L’«accelerazione» della storia corrisponde infatti ad una moltiplicazione di avvenimenti il più delle volte non previsti da economisti, storici o sociologi.” Questo eccesso di avvenimenti genera come reazione una continua ricerca di senso e un continuo tentativo da parte degli individui di attribuire dei significati al mondo che li circonda. Ciò che è nuovo, non consiste nel fatto che il mondo abbia poco senso, meno senso, o non ne abbia affatto. Il punto è che noi proviamo esplicitamente e intensamente il bisogno quotidiano di dargliene uno: di dare un senso al mondo, non a tale villaggio, o a tale lignaggio. Questo bisogno di dare un senso al presente, se non al passato, costituisce il riscatto di questa sovrabbondanza d’avvenimenti, corrispondente ad una situazione che potremmo definire di «surmodernità» per render conto della sua modalità essenziale: l’eccesso]

    Gli spazi vuoti

    Gli spazi vuoti sono innanzitutto e soprattutto vuoti di significato. Non sono insignificanti perché vuoti: sono piuttosto visti come vuoti (o più precisamente non vengono visti affatto) perché non presentano alcun significato e non sono ritenuti in grado di presentarne uno. In tali luoghi refrattari di significato la questione del negoziare le differenze non sorge neanche, dal momento che non c’è nessuno con cui negoziare. Gli spazi vuoti sono vuoti non sono visibili e non vengono visualizzati, sono luoghi che non destano alcun tipo di interesse, e perciò sono volutamente esclusi da mappe, progetti urbanistici e architettonici.

    L’identità

    Scrive Bauman: «Dopo tutto, il nocciolo duro dell’identità […] può formarsi solo in riferimento ai legami che connettono l’io ad altre persone e alla presunzione di affidabilità e stabilità nel tempo di tali legami. Abbiamo bisogno di relazioni, e abbiamo bisogno di relazioni su cui poter contare, una relazione cui far riferimento per definire noi stessi. Nell’ambiente della modernità liquida, però, a causa degli impegni a lungo termine che notoriamente ispirano o inavvertitamente generano, le relazioni possono essere gravide di pericoli. E ciononostante ne abbiamo bisogno, ne abbiamo ferocemente bisogno, non soltanto per la preoccupazione morale per il benessere di altre persone, ma anche per il nostro stesso bene, per la coesione e la logica del nostro stesso essere». 10]

    L’identità e le relazioni necessitano di tempo e del contatto con l’altro da me, ma in un mondo dove le relazioni l’uno con l’altro si sono dissolte e sono evaporate, resta il vuoto. Per conoscere se stesso l’uomo contemporaneo ricorre al Tavor, agli anti eccitanti, agli eccipienti ipoeccitanti o iper eccitanti. Il mondo da recipiente è diventato un eccipiente.

    Comunità guardaroba

    «Da qui nasce la crescente domanda per quelle che potrebbero essere chiamate comunità guardaroba, quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. (…) Le comunità guardaroba vengono messe insieme alla bell’e meglio per la durata dello spettacolo e prontamente smantellate non appena gli spettatori vanno a riprendersi i cappotti appesi in guardaroba. Il loro vantaggio rispetto alla «roba autentica» sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici». 10]

    La mobilità, tipica espressione della modernità liquida, coinvolge anche l’identità, che diventa flessibile e mutevole, in grado di modificarsi e adattarsi a situazioni differenti, la flessibilità attecchisce anche alla identità all’interno di un ambiente anch’esso instabile e in continua mutazione.

    Identità come puzzle

    Alla possibilità di paragonare l’identità ad un puzzle composto da tanti pezzi diversi, Bauman risponde: “È vero, si compone la propria identità (o le proprie identità?) come si compone un disegno partendo dai pezzi di un puzzle, ma la biografia può essere paragonata solamente a un puzzle difettoso, in cui mancano alcuni pezzi (e non si può mai sapere esattamente quanti).”9] L’identità, come un puzzle, è un’immagine frammentata, che si compone di tanti piccoli pezzi, ma a differenza di esso, non segue uno schema, un disegno prestabilito. Ogni persona ha a disposizione degli elementi diversi, che può assemblare e ricomporre a proprio piacimento, in base alle sue esperienze di vita e può ripetere la stessa operazione più volte, dando origine a forme sempre nuove. Il risultato di questo tipo di operazione quindi non sarà un’immagine fissa e sempre uguale, ma sarà una grande varietà di immagini possibili, che si possono ottenere sistemando i pezzi ogni volta in maniera diversa. Ognuno, componendo i tasselli che ha raccolto nel corso della sua vita, dà forma alla propria identità, senza seguire un’immagine o uno schema predefinito. I singoli pezzi possono essere ricomposti in maniera differente e possono sempre aggiungersene di nuovi, motivo per cui l’immagine di se stessi, che si produce non sarà mai quella definitiva: al contrario continuerà a modificarsi

  14. caro Claudio Borghi,

    Spesso leggendo tanta encomiastica poesia contemporanea mi assilla il dubbio che un eccesso di armonia, un sovrappiù di lucidatura del pavimento, dell’argenteria e degli stivali di pelle non comporti anche il sospetto, in chi osserva dal di fuori, che dentro l’appartamento profumato e lindo con deodorante da supermarket non si nasconda, in qualche armadio, il cadavere messo sotto naftalina di qualcuno di famiglia. Insomma, se questo eccesso di deodorante non serva che a nascondere il lezzo ingombrante e intollerabile di un cadavere.

    E allora mi viene voglia di indagare oltre la cortina di nebbia profumata del deodorante, al di là delle lucidature dell’argenteria per scoprire l’innominabile cadavere che si cela da qualche parte, nascosto in qualche latebra del soggiorno di casa. Allora, apro le finestre, voglio far entrare un po’ di aria fresca. Mi viene il sospetto che tutta quella modanatura, quella lucidatura non sia altro che Kitsch, ottimo, metallico, rassicurante Kitsch.

    Oggi che va di moda la poesia encomiastica e inaugurale, penso che dovremmo chiederci, ogni volta che scriviamo una parola, se quello che scriviamo non sia in qualche modo sottile macchiato dalla pronuncia dell’encomio e dell’augurio…

    • Salvatore Martino

      Ho letto appena ieri dei testi di Borghi, non ho avuto il tempo né forse il desiderio di intervenire. Oggi appare già sostituito. Ho scorso frettolosamente i commenti, il libro lo possiedo da tempo, con malcelata amarezza, e un certo fastidio. Il tono generale mi ha davvero sorpreso, in Talia per esempio, non certo in Gabriele , del quale ormai conosciamo bene gli apprezzamenti per me e per Borghi con il sapore delle farmacie( supposte e tranquillanti )e della patologia (alitosi ) Suona davvero strano che un uomo della sua età, che si considera un poeta, e da tanti stimato, scenda verso un linguaggio che non oso definire. Ma va bene così.Concordio appieno con quanto afferma Mariella Colonna nei suoi molteplici interventi, anzi la invito , se le farà piacere, a fornirmi i suoi recapiti per un approfondimento conoscitivo. Quanto alla NOE mi sembra stia scivolando sempre più verso il Nucleo dei Carabinieri, come fa balenare ironicamente Antonio Sagredo, con un atteggiamento sempre più fondamentalista, con dettature di decaloghi restrittivi. Tra l’altro tutto è diventato così prolisso nel blog da impedire una rapida fruizione, dato anche il vertiginoso cambio che avviene a ritmo incalzante. Certo se poi la NOE partorisce i versicoli banali e squallidi, di Francesca Dono o i suoi incantevoli tentativi di pornografia (Tavolta può essere persino eccitante sia per immagine o attraverso le parole, ma certamente difficile da realizzare) osannati con più di cinquanta commenti allora siamo proprio del gatto come si dice in Toscana.
      Venendo al poema di Borghi nonostante certe lungaggini, il tono eccessivamente intellettualistico-filosofico (d’altra parte perfettamente annunciato) ci troviamo di fronte ad un poema che tenta scalate nell’abisso dell’anima, nella vertigine dei “cieli” e della Natura,quasi alla maniera di Parmenide e di Lucrezio, con un orecchio attento a Zarathustra e al Crepuscolo degli idoli. Il linguaggio è alto, teso, una sintassi vertiginosamente controllata. Sulla strada del Monte Carmelo e di Juan de la Cruz quindi Borghi cerca la sua strada in ascesi rispetto alla palude del quotidiano, che ci circonda, ritorna a qual concetto tanto caro ai rappresentanti del nostro Umanesimo con l’Uomo al centro del quadrato e del cerchio come l’aveva costruito Leonardo. In questo lungo poema in prosa il Nostro di avvale di ritmi e cadenze, che conservando la musica conservano la poesia.L’angoscia,il dolore, la beatitudine, il coraggio di esserci e di tentare, la consapevolezza del limite, e il tentativo illusorio forse di superarlo, un confrontarsi virile con la realtà.Saluto con piacere questo nuovo “regalo” che un filosofo della natura poeticamente ha voluto regalarci.

      • Mariella Colonna

        Caro Salvatore Martino,
        mi fa piacere che lei si rivolga a me che sono una novellina della NOE ma un’appassionata della Poesia e vorrei che tutti ci dedicassimo con furore (in senso buono), ma anche con “timore e tremore” ad usare le parole con il rispetto dovuto alla PAROLA, (che per me si associa anche al VERBO che era in principio…perché sono credente e Giorgio l’ha capito e lo ha accettato perché è di amie vedute). La parola è il nostro strumento di lavoro e, leggendo alcune sue poesie, ho visto che lei la usa con molta consapevolezza e grande immaginazione. Avrei voluto contattarla prima per dirle che i suoi versi sono giovani e, secondo me, attuali, anche se non rispettano le indicazioni della NOE. Ogni poeta deve essere libero di esprimersi come “ditta dentro” e non associarsi a stili e percorsi poetici che non sono nelle sue corde. A me la Noe sta benissimo, eppure, come lei ha detto, siamo in sintonia. La contatterò per email.
        Grazie e…venga a trovarci spesso. Mario Gabriele pensa che qualcuno voglia distruggere la nostra Rivista: forse qualcuno c’è , ma non è certo una persona come lei!!!!!

        • Salvatore Martino

          Aspetto con impazienza carissima Mariella di intavolare un dialogo profondo e costruttivo. Il suo accenno alla battaglia di patologia la rende ancora più vicina al mio spirito. Ho attraversato i cinque fiumi infernali e sono ancora vivo, conosco quindi molto bene questo tipo di battaglia. a presto.

  15. Caro Giorgio, grandi poeti sono stati macchiati “dalla pronuncia dell’encomio e dell’augurio”.Perchè camminiamo tutti sulla terra,e dobbiamo imparare ad adattarci; l’oro è il più prezioso dei metalli perchè è il più duttile;noi resisteremo fino all’ultimo su certe nostre posizioni granitiche,ma dovremo pagarne il prezzo; finiremo con l’accettare almeno in parte certi compromessi, magari continuando a dire,come Galileo,che “eppur si muove”.

  16. Claudio Borghi

    C’è un fatto evidente, che credo balzi agli occhi di un lettore neutrale. C’è chi legge attentamente i testi, soffermandosi su parole espressioni sfumature, e produce commenti mirati, curati, meditati, e chi, pur non leggendo o solo sfiorando superficialmente il testo, produce comunque giudizi, senza entrare in nessun dettaglio, perché oggettivamente non conosce ciò che giudica. E’ incredibile, ma è così. Alcuni dei confronti più tesi, per non dire feroci, che si sono consumati tra ieri e oggi, sono incentrati sulla non conoscenza, o sulla conoscenza ampiamente sommaria, da parte di uno dei due interlocutori della materia della discussione, piuttosto su un giudizio preventivo sull’autore, su sfumature, dettagli insignificanti, involute elucubrazioni pseudofilosofiche che si antepongono alla sostanza viva del testo.

    Rinnovo la mia gratitudine a Mariella Colonna, la cui sapiente analisi critica è stata da me particolarmente apprezzata, insieme alle note sensibili e acute di Anna ventura e Chiara Catapano. Al solito le parole di Salvatore Martino, poeta autentico, sanno toccare le corde necessarie: i suoi riferimenti a Juan de la Cruz, Parmenide e Lucrezio sono miratissimi, colgono in pieno nel segno. Questo a riprova che leggere un testo poetico richiede un’arte altrettanto poetica, non solo strutture critiche che rischiano di ridursi a contenitori vuoti, per quanto complesse e articolate possano apparire. Le allusioni alla modanatura, al kitsch, ai falsi profumi, ecc., di Linguaglossa sanno palesemente di malafede, e la malafede non può consentire di cogliere l’autentico.

  17. Mariella Colonna

    Claudio, fino ad ora sei stato tranquillo e pacato nei giudizi: adesso mi meravigliano un po’, in chiusura, queste tue parole:
    “Le allusioni alla modanatura, al kitsch, ai falsi profumi, ecc., di Linguaglossa sanno palesemente di malafede, e la malafede non può consentire di cogliere l’autentico”. Io non credo che Giorgio sia in malafede…a volte le sue battute vanno oltre il suo reale pensiero: e questo accade soprattutto ai maschietti più fumini delle “Madonnine”. Ma, di solito, chi le cose le dice in faccia, non le dice a parte. Con me Giorgio ha detto che ti stima ed è anche affezionato a te, soltanto non condivide il tuo modo di fare e pensare la poesia, troppo diverso dal suo. Spero proprio che tutte queste “quaestiones” si compongano nel rispetto reciproco e nella tensione verso la Bellezza, quella a cui allude Il grande Dostoevskji.

    • Vede, Caro Borghi, in lei non c’è un momento di riflessione e di autocontrollo nel rispondere a chi le tocca il pollice, come nel caso della sua replica a Linguaglossa. Si sente come Alberto Sordi nel film Il Marchese del Grillo, quando afferma:: “IO SONO IO (in questo caso LEI) e voi non siete un K”…..O. Se si riconosce in questo stato di onnipotenza, e ciò lo si rivela anche nelle sue PARAPOESIE, allora bisogna che si sottoponga ad un esame della TAC o NEUROLOGICO, al fine di vedere se vi siano focolai irritativi a diffusione sottocorticale. Se il tracciato li evidenzia, la cura è strettamente farmacologica e di lunga durata, altrimenti vada a Praga e si sdrai sul lettino di Freud. Un solitario cammelliere come Lei rischia sempre di rimanere nel deserto e di fare la fine de IL PICCOLO PRINCIPE; In alternativa, ci sono in commercio prodotti omeopatici,che non la guariranno certamente, ma irriteranno soltanto …

      • Mariella Colonna

        Caro Gabriele,
        aspettavo che per la parità dei sessi tu rispondessi alla mia risposta, in cui ti ho perfino chiesto scusa quando tu avresti dovuto farlo nei confronti delle donne del blog me compresa, per il discorso che hai fatto sulle “vacche nel recinto” (io, Chiara, Anna Ventura, Letizia Leone…oltretutto Letizia non c’è stasera). Capisco perchè molti siano “fuggiti” in previsione dello scontro a fuoco tra Borghi e Gabriele!!! C’è stato il serio pericolo di prendersi una pallottola vagante…infatti le donne.. Vabbè, voglio credere che tutto ciò che hai detto a Borghi qui sopra sia un insieme di battute al fulmicotone che, tralaltro, sono anche umoristiche: non prenderla come un’offesa: si vedono la tua cultura, la tua intelligenza e la tua fertile immaginazione, sempre che siano battute di spirito! Come puotresti vedere un terrorista anti-NOE in Borghi che è un mite, uno che ci vuole proprio una bomba per farlo andare fuori di testa?
        E poi chi crede veramente nella NOE non ha paura di nessun oppositore.
        Ti saluto con “simpatia”, nonostante la tua ostilità nei miei confronti. Siamo due dell’Arca di NOE…O NO?
        Mariella

        • Cara Mariella,
          sono le 6 del 22 giugno 2017.
          Leggo il tuo intervento.e noto che lo hai redatto alle ore 0,55!. Ma come? invece di dormire con l’aiuto della Melatonina e della Passiflora, eri ancora sveglia? Così scivoli nell’insonnia e non dai tregua e riposo alla sinapsi, Comprendo il tuo stress per l’opera di pacificazione nei confronti di alcuni guerriglieri di questo Blog. Ma ci sono “bombaroli” che vanno combattuti come gli estremisti dell’ISIS. Di Borghi non mi piace la sua postura psicoestetica, poetica e culturale,che sicuramente gli procurerà danni alla colonna vertebrale e alla deambulazione. Ha una personalità duplicata dal temperamento e dal carattere, che messi insieme formano un quadro dalle caratteristiche allarmanti.Non è UMILE, Non lo vorrei neppure come insegnante in un liceo..Ho parlato di COMPORTAMENTO, che è semplicemente il suo modo di socializzare con gli altri, con l’unico scopo di giungere ad OBIETTIVI PERSONALI di AUTOESALTAZIONE . In tal senso egli persegue, profittevolmente i suoi interessi concettuali, con la rete dell’INGANNO, identificandosi a un musulmano che attacca l’OCCIDENTE con le sue parapiglie fideistiche. Non rispetta il pensiero altrui, è arrogante. Trova sempre l’occasione di controbattere come un tamburo hawuaiano. Sono, in sintesi, le tendenze peculiari di un soggetto che persegue un pensiero da IMPERIALISTA, L’ES è l’impronta genetica della personalità da cui derivano l’IO e quindi il SUPER -IO. FREUD identificò nell’istinto sessuale la prima fonte dell’ENERGIA, lo scatto principale da cui deriva ogni spinta comportamentale, sia raziocinante che illusoria, e che per Borghi è la madre di tutte le BATTAGLIE: Quanto alle MADONNINE non prenda questo termine offensivo.Si sbaglia nella interpretazione.

          • Claudio Borghi

            È sicuro, Mario Gabriele, di parlare di me? Lei ha fatto un ritratto incredibilmente realistico di se stesso!

            • Come al solito lei non sa replicare. Liquida tutto perché ho fatto una bella carta di identità con scadenza decennale. Mi vuole provocare? Non ci riuscirà. Non la offenderò mai. Sarà sempre per me motivo di pennellare il suo ritratto psicofisico, come UOMO e come PENSATORE. Non riesce ad accettare il suo Ologramma. perché lei è un Ologramma. Ma è anche il Profeta della Meraviglia e della Illuminazione, e che di Luce ha solo la lampada spenta, affascinato come un bambino nel luna park, perché il suo mondo è una paleografia, un Disneyland mentre gira e rigira sulle macchine a scontro, con il bocca il TORRONE PERNIGOTTI.

  18. Claudio Borghi

    Il mio autocontrollo è stato portato al limite, soprattutto da lei. Se sono stato capace di contenermi finora è perchè di autocontrollo ne ho molto più di lei, che riesce a fare l’arrogante solo in questo luogo, mentre altrove non è riuscito nemmeno ad aprir bocca. Così è troppo facile, ma sottolinearlo non serve a niente. La sua ironia feroce dimostra la sua incapacità di moderazione, il che non è certo indice di forza. Ma si coltivi pure la sua illusione, finché qualcuno glielo consente.

    • Non lo consentiremo certamente a Lei e alla sua illusione,e mania di autoesaltazione in questo Blog, il cui fine da parte sua è quello di smontarlo. Se altrove non ho aperto la bocca,(non so dove e si spieghi meglio per favore) vuol dire che non valeva la pena dialogare con chi evidentemente faceva il “saputello”.Ora buona notte, caro Borghi, Sono sicuro che non riuscirà a dormire. In questo caso, le vengo in aiuto. Prenda la MELATONINA CON LA PASSIFLORA da 1 MG. La aiuterà a fare un sogno fisiologico con rilassamento di tutti gli ORGANI, riducendo la stanchezza e l’affaticamento nel rispondermi. Domani mi ringrazierà per aver risolto il suo disturbo. Vedrà cose bellissime sul mio Blog, senza che le esponga su l’Ombra.

  19. cari amici e interlocutori,

    devo dire grazie a tutti Voi perché ieri le visualizzazioni sono schizzate a 3347, ciò vuol dire che quando c’è un interlocutore come Claudio Borghi si scatena una dialettica che genera nuove idee e nuovi stimoli.

    Personalmente, quindi, ringrazio Claudio Borghi per il suo contributo “conflittuale”… io non ho alcun timore verso le tesi contrarie, rispetto tutte le idee, anche quelle contrarie, anzi, le idee diverse e contrarie dalle mie mi danno spesso lo stimolo a precisare meglio il mio pensiero. Quindi, ben vengano le idee diverse. del resto l’Ombra delle Parole è il luogo di accoglienza e di dibattito di tutte le idee, non solo di quelle della «nuova ontologia estetica». Mi dispiace solo che una poetessa importante come Iulita Iliopoulou, una delle voci poetiche greche più interessanti di oggi, sia passata un po’ in sordina. Ed oggi abbiamo postato un poemetto di Edith Dzieduszycka: «Loro», scritto nel 2010 e pubblicato nel 2011, quando ancora la nuova ontologia estetica non era nata, uno dei momenti, a mio avviso, più alti della «nuova poesia» italiana.

    L’Ombra è anche questo: pubblichiamo un gran numero di poeti europei ed extra europei, il nostro obiettivo è guardare all’Europa, avere uno sguardo il più possibile ampio alla poesia europea, che rimane ancora la culla della migliore poesia mondiale. Alziamo quindi l’asticella della poesia al punto più alto e misuriamoci con i poeti europei. francamente le beghe di cortile delle poesie regionali mi rattristano e mi umiliano. Sono, Siamo cittadini dell’Europa, Sono, Siamo cittadini della Lingua Italiana, della tradizione della poesia italiana e ne siamo fieri.

    • Claudio Borghi

      Accolgo il ringraziamento, Giorgio, ma non dovresti guardare troppo l’indice di ascolto, che si alza quando qualcuno trascende e prevarica, non di rado offendendo. Questo è un blog letterario, serve misura, discrezione, passione, rispetto, conoscenza dell’altro, capacità di attenzione, capacità critica. Ti sembra che gli interventi di Mario Gabriele (Giuseppe Talía si è subito defilato, spero rendendosi conto di cosa stava accadendo) siano improntati a questi aspetti e valori? Non direi, vero? Quindi non sarei troppo entusiasta di un successo nato in un simile contesto di tensione e prevaricazione. A me resta una profonda amarezza. Spero solo che i tanti visualizzatori abbiamo anche letto i testi, non si siano solo limitati al teatrino patetico e surreale che si è innescato poi, certo non per mia responsabilità.

    • Caro Giorgio, ma tu credi proprio che a far salire le digitalizzazioni sulla Rivista sia stato solo Borghi? Se non avesse avuto un interlocutore come me, che non hai neppure citato, non ci sarebbero state tante visioni. Qui è in gioco la reputazione della Rivista, il suo proporsi come fonte di comunicazione poetica e non di Arlecchinate linguistiche come quelle di Borghi. Occorre, come dice bene, Caronia, che tu faccia uscire l’unghia dalle dita. Sta a te essere un leopardo o un Panda!.Oggi vado in ferie. Non ci sono per nessuno. Mi godo la 14.ma renziana e il lato B della signora Olga Federonova che è in finale nel torneo di tennis.

      • Caro Mario,

        il merito del picco delle visualizzazioni è ovviamente anche tuo, della tua intelligenza dialettica, e ti ringrazio. Quanto a me, ho le unghie a posto, non ho bisogno di esternarle, l’ho già fatto molte volte in passato, ho scritto l’elenco dei nomi che ho tostato a dovere quando ne è valsa la pena. Le mie unghie sono le idee. Ripeto un concetto: la «nuova ontologia estetica» ha dalla sua la forza irresistibile dello spirito del tempo e della qualità dei suoi prodotti poetici, stiamo rinnovando in profondità la poesia italiana che dormiva sonni cinquantennali. Ma non mi faccio illusioni, non dobbiamo farci illusioni: che vuoi che gliene importi agli «impiegati della pseudo cultura» (come dice sempre Gezim Hajdari) che stanno negli uffici stampa della poesia veramente grande?. Loro sono piccoli impiegati della cultura, sanno fare i loro piccoli sordidi giochi di sponda e di cooptazione…
        Salutiamo piuttosto una grande poesia come quella postata stamane di Edith Dzieduszycka, una vera perla che tutti dovrebbero leggere e centellinare…

  20. Il sindacato delle vacche nel recinto esprime un suo mite dissenso; precisa che,
    davanti all’incrocio di tante spade; a loro(alle vacche)basta meno: il cielo in alto, l’aria buona in mezzo, l’erba fresca per terra e qualche muggito di richiamo qua e là,tanto per far capire che loro esistono,fanno parte della meraviglia del creato.

    • Mariella Colonna

      Lo sapevo! Anna Ventura tu sei un capolavoro di ironia e di realismo non soltanto in poesia, ma in ogni parola che esce dalla tua bocca! Grazie anche a nome delle altre gentili “mammifere” tirate in causa da un poeta che non disprezza i lati “B” delle suddette in chiave sportiva!
      Con ammirazione e affetto,
      Mariella

  21. Mi permetto di fare copia e incolla di due mie precedenti risposte scritte in occasione del precedente libro di poesia di Claudio Borghi:

    giorgio linguaglossa
    24 settembre 2016 alle 16:04 Modifica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/20/claudio-borghi-lanima-sinfonica-negretto-editore-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-di-claudio-borghi-tra-la-tradizione-musicale-e-nuovi-fermenti/comment-page-1/#comment-21079
    Nella poesia contemporanea ci possono stare cose molto distanti tra loro per tema e approccio culturale, ci può stare la poesia di Costantina Donatella Giancaspero e quella di Claudio Borghi, il critico deve essere aperto alle più varie sollecitazioni, non può prendere parte di una parte, perché scadrebbe in discorso di parte. Ma ciò non vuol dire che non bisogna prendere posizione.
    Contrariamente a quanto afferma Salvatore Martino, io sono forse l’unico critico ragionante in Italia che ha espresso severi dubbi sulla poesia maggioritaria (cioè quella portata dagli uffici stampa degli editori maggiori). Qualche nome? Eccovi serviti: Edoardo Cacciatore, Magrelli, Zeichen, Patrizia Cavalli, Anedda, Maurizio Cucchi, Milo de Angelis, Mario Santagostini, Mario Benedetti Sanguineti, M.L. Spaziani, Antonio Porta, Antonio Riccardi, Franco Loi, Giuseppe Conte, Giampiero Neri, Krumm, Jolanda Insana Eugenio De Signoribus, Edoardo Sanguineti, etc… È sufficiente caro Martino? Spero di sì, questi sono i nomi di coloro che ricordo. Come vedi, io ho sempre espresso per iscritto quello che dicevo oralmente, al contrario di molti i quali si guardano bene dal dire in pubblico quello che affermano in privato.
    Stavo dicendo che la poesia di oggi è ricca e articolata, ci sono numerosi autori che scrivono con stili diversi ma di ottimo livello, e il critico deve sapersi porre in modo aperto e senza pregiudizi con tutte queste forme di scrittura poetica. Dirò di più: non deve avere amici (poetici). A volte si sbaglia. Ma errare è umano, credo. Non sbaglia mai chi non si arrischia mai a scrivere quello che pensa…

    FAR DIVENTARE GLI «OGGETTI», «COSE» UNA POESIA DI WERNER ASPENSTRöM

    (Svezia) dahttps://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/22/claudio-borghi-poesie-scelte-da-la-trama-vivente-effigie-2016-poesia-metafisica-tra-fisica-e-poesia-non-ce-discontinuita-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15495

    Proviamo ad abituarci alla idea di far diventare gli «oggetti», «cose». Forse siamo troppo abituati a considerare le «cose», «oggetti» che non sappiamo più considerare gli «oggetti», «cose». E che cos’è la «cosa»? E come si fa ad entrare dentro la «cosa»? – Ecco, direi che la poesia italiana ha trascurato da sempre questo piccolo problema: quando gli oggetti cessano di essere «oggetti» e diventano «cose».
    Le «cose» sono fatte di «tempo» mentre gli «oggetti» sono fatti di tempo di lavoro. Ad esempio: C’è una differenza abissale tra una poesia fatta di «oggetti» e una poesia fatta di «cose». Capisco di riuscire un po’ metafisico e misterioso, ma qui si cela una evidenza importante. Per farla breve, dirò che una poesia fatta di oggetti la si dimentica nel giro di qualche generazione, la poesia fatta di cose invece resiste al tempo, non si cancella. Come mai avviene questo? La risposta la dobbiamo cercare nell’ingresso del Fattore tempo nella «cosa», e quando io dico «tempo» intendo qualcosa di difficilmente definibile, qualcosa che riguarda tutto ciò che c’è nel creato e in noi. Come diceva Agostino se nessuno me lo chiede so benissimo che cos’è il tempo, ma se qualcuno me lo chiede, allora non lo so più. Appunto, il paradosso del tempo è questo; che noi pensiamo intuitivamente, dando credito al senso comune, di sapere che cos’è il tempo, ma in realtà non sappiamo nulla di esso, siamo ancora al livello dei trogloditi.
    Per semplificare dirò una cosa: che la Lingua e la Parola sono entità fatte di Tempo, non soltanto il Tempo le penetra ma anche che il Tempo è la cosa stessa, che non c’è cosa nel nostro universo che non sia «tempo». Ma, dicendo questo mi rendo conto che ho profferito una tesi estrema, che dovrebbe avere il supporto della scienza o del pensiero filosofico, ma tant’è, lo scrivo egualmente nella speranza che qualcuno che ne sa più di me voglia tentare di spiegare la «cosa»…
    Da questo punto di vista, l’idea anceschiana di una «poesia degli oggetti» è destituita di fondamento filosofico. In realtà, nella migliore poesia moderna sono le «cose» che si palesano nella loro «cosalità»; una «poesia degli oggetti» è un non senso filosofico, è una sciocchezza filosofica. La poesia abita le «cose», non conosce gli «oggetti». La «metafora tridimensionale» di Mandel’stam tratta di «cose», non di «oggetti». Gli «oggetti» sono quelle entità di cui sono piene le nostre vite quotidiane, ma la poesia rigetta gli «oggetti», è loro estranea, o meglio, li ricrea e li sostituisce con le «cose». La poesia è irrimediabilmente nemica della civiltà degli oggetti del capitalismo inoltrato.

    Per caso oggi ho aperto una antologia di Poeti svedesi contemporanei nella traduzione di Enrico Tiozzo del 1992. Guardate il modo con cui il poeta svedese tratta gli «oggetti», qui non c’è alcuna topologia. Ecco come gli «oggetti» ridiventano «cose» misteriose. Un semplicissimo «momento in pizzeria» diventa epifania di una diversa collocazione delle «cose» nel mondo e nel «tempo». Attenzione, qui non si tratta di epifania estatica alla maniera dei primi simbolisti europei, di Ungaretti, per intenderci, qui si tratta di una nuova e diversa collocazione del nostro essere nell’universo e nel tempo. Le «cose» ci si presentano nella loro nuda «cosalità». Le «cose» sono frammenti del mondo e del «tempo». Ecco un modo di fare poesia veramente moderna con le «cose» e il «tempo».

    «Un momento in pizzeria»

    Le lampade hanno la stessa forma dei caschi.
    Illuminano crudelmente i tavolini
    e formano un cerchio di penombra
    intorno ad ogni avventore.
    L’orologio a quarzo secerne secondo dopo secondo.
    Ci vuole almeno un mese
    prima che il Lui grosso ritorni dall’equatore.
    Ogni tanto ricevo lettere da un ingegnere
    che ha calcolato che l’universo ha 14 miliardi di anni.
    Io non sono un matematico,
    devo fidarmi delle sue equazioni.
    Per me qualche volta il tempo esiste,
    qualche volta no.
    Il frutto che cade si ferma a metà strada
    tra ramo e erba e chiede:
    Dove sono?
    Tutti gli avventori nel locale, compreso il padrone
    che in piedi maneggia la pasta bianca della pizza,
    sono in parete nuovi arrivati, in parte immortali.
    Il Lui grosso si trova in parte qui,
    in parte all’equatore.
    Esiste un tempo così?
    Esiste un tempo così, un punto nel tempo

    (Trad. Enrico Tiozzo, da “Poeti svedesi contemporanei”, 1992 ed. Bi Bo)

    giorgio linguaglossa
    26 settembre 2016 alle 17:29 Modifica

    LA POESIA IL TEMPO CRONOMETRICO, IL TEMPO INTERNO, IL TEMPO DI LAVORO Una poesia di Steven Grieco-Rathgeb da https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/09/22/claudio-borghi-poesie-scelte-da-la-trama-vivente-effigie-2016-poesia-metafisica-tra-fisica-e-poesia-non-ce-discontinuita-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-15551

    L. Wittgenstein nel “Tractatus logico-philosophicus” scrive che il mondo è tutto ciò che accade, ma omette di dire che se accade, accade nel tempo. Quindi, il tempo è sovrano, la forma sovrana che contiene tutte le cose, penetrandole, dando loro essenza temporale. Analogamente, anche l’arte e la poesia è un accadimento fatto di tempo; possiamo affermare che la Parola è una entità temporale, non solo perché si muove nel tempo ma perché è portatrice di tempo. Il tempo abita l’interno della parola e la circoscrive all’esterno.

    La poesia che finora si è fatta in Italia, intendo quella di Pierluigi Bacchini, considera il tempo soltanto come involucro esterno della parola, e considera il linguaggio poetico ancora in senso novecentesco come interrelazione diacronica e sintagmatica di registri linguistici eteronomi. Ma qui siamo ancora nel pieno delle poetiche tardo novecentesche. Bacchini non immagina nemmeno che possa esservi anche un’altro concetto di Parola come entità, concrezione del tempo. Quello su cui vorrei attirare l’attenzione dei lettori di questa rivista è che dobbiamo liberarci dalla pedissequa concezione del tempo esterno e della eteronomia dei linguaggi, per considerare l’aspetto della temporalità di ogni singola parola. La parola temporalizzata richiede un nuovo concetto di verso che la comprende. Da questo nuovo punto di vista, anche il verso è una entità temporale temporalizzata…

    Nella visione mitologica del mondo della Grecia antica, in principio vi è Chronos (il Tempo), in seguito sorgono Chaos, Nyx (Notte), Erebo e Tartaro; nel buio Erebo, Nyx genera un Uovo “pieno di vento”; da questo Uovo emerge Eros dalle ali d’oro; unitosi durante la notte al Chaos, Eros genera la stirpe degli “uccelli”; quindi genera Urano (Cielo) e Oceano, Gea (Terra) e gli dèi tra cui Eros, principio di armonia perché è la forza che spinge gli opposti e i diversi all’unione e all’armonia. Eros quindi, nella visione greca, è più antico di Thanatos, più antico e potente delle Moire, perché in grado di sconfiggerle.
    Tale genealogia è ritenuta la più attendibile attestazione della antichità degli dèi attribuibile all’Orfismo.

    *
    «Quella che un tempo chiamavano vita, si è ridotta alla sfera del privato […] Lo sguardo aperto sulla vita è trapassato nell’ideologia, che nasconde il fatto che non c’è più vita alcuna…»

    (Adorno, «Dialettica dell’Illuminismo»).

    Così avviene che il «privato» sia un luogo inautentico e come tale è ricettacolo di temporalità inautentica. Il «privato» è per eccellenza il luogo della menzogna deputata alla ipocrisia del sociale, e non potrebbe essere diversamente. L’opera d’arte compie un prodigio: converte l’inautenticità del «privato» nella rappresentazione dell’autentico, dell’autenticamente alienato, e ciò facendo diventa essa stessa «autentica».

    Carlo Diano scrive:

    “L’opera d’arte è insieme nel tempo e non è nel tempo, è nello spazio e non è nello spazio, e, in quanto è nel tempo e nello spazio, è insieme nell’hic et nunc e nell’ubique et semper, e, chiunque l’abbia «fatta» e a qualunque tempo rimonti… è la «mia» e non è la mia, come fu la sua e non la sua per colui che la «fece»…”
    Io penso invece che l‘opera d’arte è un ente temporale che si sottrae al tempo cronometrico e al tempo di lavoro delle merci; ha un tempo interno, una propria temporalità che nessuno può toglierle. E’ questo l’errore più grande che fece Carlo Marx con la sua concezione dell’arte come «produzione di oggetti», il che va bene se affrontiamo l’argomento dal punto di vista della sociologia della letteratura o dell’arte, ma non va più bene se consideriamo l’opera d’arte in sé e per sé…

    Scrive Steven Grieco-Rathgeb:

    «E nel tempio vuoto la presenza fremente del dio che inesiste»

    Si verifica qui una grande indirezione di tracce, di echi, di frammenti di sogni e di ricordi; e accade che il quadro d’insieme più viene arricchito di particolari più ne risulta sfumato, complicato, incerto, ibrido, insostanziale:
    .
    Tutta via Merulana ingoiata: i palazzi, i negozi, i grandi platani,
    tutto è l’interno vuoto di un vetro d’un qualche trasparire.
    Scendi nella via, nel traffico assordante lo sguardo
    ti cade sul selciato volta dopo volta, fracassandosi,
    ricostituendosi.
    .
    Scrive Ortega y Gasset: «La vita è un gerundio e non un gerundivo: un faciendum e non un factum. La vita è da-fare. La vita, infatti, dà molto da fare… Il suo modo di essere è formalmente essere in difficoltà, un essere che consiste in un compito problematico. Di fronte all’essere sufficiente della sostanza o cosa, la vita è l’essere indigente, un ente il cui essere è, precisamente, di essere bisogni».1)

    Riprendo da qui. La poesia (l’arte in genere) è un gerundio e un participio passato, un ente problematico, perché è, insieme, faciendum e factum. Da quando abbiamo appreso da Umberto Eco che l’opera d’arte è aperta (Opera aperta, 1962), il passo ulteriore che abbiamo fatto è capire che l’opera d’arte del Moderno non è mai finita, non è mai un factum, ma è sempre un faciendum. E questo aspetto dell’ente riflette la problematicità del fare arte oggi nel Moderno (o post-moderno), in quanto noi abbiamo consapevolezza che l’opera non è mai finita, che le nostre soluzioni stilistiche sono sempre provvisorie, desultorie, temporali.

    Questo aspetto ci porta alla ulteriore considerazione secondo cui l’arte si distacca progressivamente, si allontana, dalla «verità» e si pone come allestimento di un palcoscenico in cui la verità può essere richiamata, ma di essa ci restano solo tracce, echi, orme, impronte, ombre… ma mai la verità che si dilegua. L’arte rappresenta l’oblio della verità. E questo, credo, è già tanto.

    La poesia di Steven Grieco Rathgeb è la rappresentazione prospettica di questo oblio della verità, del suo allontanamento da essa nel momento stesso in cui l’autore si appresta al suo allestimento scenico. E di scenico la poesia in argomento ha la stessa struttura, la sua essenza riposa nell’allestimento scenico. In ciò, la poesia di Grieco Rathgeb si apparenta alle possibilità espressive del racconto e del romanzo, è un romanzo che si apre al futuro; anche nella forma, sostanzialmente non elegiaca, si può notare con chiarezza l’apertura a 360 gradi del punto di vista della poesia, la quale non ha un solo punto di vista (come nella poesia elegiaca lineare) ma una molteplicità di punti di vista. È un prisma che gira su se stesso offrendo sempre nuove superfici riflettenti al lettore.
    Sarebbe inutile e stucchevole chiedersi se la poesia abbia un senso e quale, o molti sensi o nessun senso. La poesia è lì, posata su un tiretto, in un appartamento al terzo piano di un anonimo palazzo romano, come un oggetto di oreficeria, una moneta fuori corso. Ci parla come può parlarci un ricordo dimenticato.

    Steven Grieco-Rathgeb

    Felice notte O Bon

    Il solo tuo vederli li riportò più volte in vita.
    I molti sempre in uno, gli sconosciuti giunti da così lontano.
    Un fremito, un singulto, uno strano singulto dell’anima.
    Chiunque poi, fossero. Se mai erano esistiti.
    Una cosa era certa: eravate tutti ospiti in questo luogo
    che è solo il trascorrere del tuo pensiero: fluido,
    inafferrabile. Con mano tremante hai sfiorato il volto
    delle principesse. Ne hai vissuto le parole, esterrefatto.
    No, non eravate solo seduti in riva a fiumi oscuri,
    lo Yamuna soffocato dal pattume, con le rondini in alto.
    Non eravate senza diritti, aspettando la fine.
    Ci furono doni: come la vita non è.
    I tuoi occhi, capaci di raggiungere ogni distanza.
    Anni prima uno di loro, studioso di poesia giapponese,
    era venuto da Tokyō a Firenze
    a trovarti nell’appartamento sui tetti.
    I tuoi volumi di Li Po, Meng Hao Jan, Chang Jien,
    fra le sue mani diventarono frammenti di luce.
    I volti chiarissimi, trasfigurati.
    nel paesaggio toscano altri paesaggi dormivano larvati.
    Così entrò in te la virtualità del waka:
    serpente miracoloso, sinuoso, senza spina dorsale.
    Un sentire: un impalpabile pensiero creatore.
    A Roppongi, quando giacesti a lungo malato sul divano Luigi XIV,
    lui diventò l’anonimo sassofonista che dopo il tramonto
    saliva in cima al palazzo per suonare fra i
    cassoni dell’acqua e le antenne della televisione
    un solitario canto d’amore alla metropoli illuminata.
    L’anno dopo, nella trattoria sotterranea a Waseda,
    dopo aver ripreso in pugno la realtà, averla domata, parlasti
    per ore con quell’intellettuale occhialuto, grande e grosso.
    Del Giappone anni Trenta, della Guerra, cose di cui,
    senza sapere come, eri perfettamente a conoscenza.
    Fino nell’intimo erano tue le macerie di Tokyō.
    Con difficoltà respingesti il disagio, quasi un’allucinazione
    fra le birre vuote sul tavolo, i piattini dei sottaceti.
    Forse era soltanto il suo inglese malfermo,
    o il tuo acquitrinoso labirinto di lingue,
    la ricerca angosciosa di qualche aggancio con il tedesco.
    Di colpo si aprirono i paesaggi: Kyōto, i colori, le colline,
    i templi addossati alle colline. Il bianco e rosso di una fanciulla.
    E nel tempio vuoto, la presenza fremente del dio che inesiste.
    Le immagini nacquero una dall’altra: strani nascituri,
    ciascuna balzava fuori dalla precedente,
    ingenerata dal senso di se stessa che non può sapere,
    ma fortemente esprimere.
    L’arco teso all’inverosimile, quando è scoccata la freccia
    non era una freccia: sonorità armoniche, sovra-toni,
    echi sparsi per tutta l’aria, dure schegge lucenti.
    Poi, Roma. All’inizio, nemmeno lo riconoscesti,
    eppure abitava qui, nel tuo stesso palazzo in via dello Statuto,
    lo vedevi sempre uscire da una delle chiostrine interne.
    Un moto di stupore: perché di loro pensavi non
    avere più elementi, tutto passato, concluso.
    Ma ecco il sorriso familiare, i baffi radi e spioventi,
    l’I-pad, il gatto nero con gli occhi gialli elettrizzati
    sempre appollaiato sulle sue spalle.
    Un mattino il carro funebre lo aspetta giù nella via.
    Nella notte un infarto l’ha trasformato in un riquadro
    azzurro sopra i grattacieli di Aoyama.
    Salutandolo attraverso il cielo, hai pensato, chissà
    perché, a Aygi: lo stesso sentire traslato, l’anima
    che trasumanando vola fuori dal corpo in diecimila forme.
    Non transitare davanti alle loro stelle, non oscurarle.
    E’ pomeriggio. Ti svegli: nel tuo cerchio dell’apparire
    si aprono abissi trasparenti. Sai bene cosa vuol dire.
    Ti sfiora qualcosa, ali di falene.
    Sei così sfinito, non riesci nemmeno a disperarti.
    Tutta via Merulana ingoiata: i palazzi, i negozi, i grandi platani,
    tutto è l’interno vuoto di un vetro d’un qualche trasparire.
    Scendi nella via, nel traffico assordante lo sguardo ti cade
    volta dopo volta sul selciato, fracassandosi,
    ricostituendosi.
    No! è una premonizione! Un utamakura. O Bon!
    Con queste due parole può illuminarsi una città intera.
    Nei loro mascheramenti, proprio qui l’hai rivisti,
    quasi senza accorgertene. Per qual motivo così affranto?
    Il sorriso, che stringe gli occhi fin quasi a chiuderli.
    Perché loro indicano sempre l’altro di se stessi.
    Quando l’espressione è troppo sofferta, genera fra mille
    doglie il suo opposto. Come dire, il significato identico
    ammicca, sorride. Non è mai lui.
    Cos’è allora “l’originalità”? Dire quello che altri non
    han detto? A lungo hai cercato negli angoli non frugati
    gli incroci nascosti, da cui loro già ti venivano incontro.
    Poi di colpo, scomparsi. L’hai ritrovati, un gregge,
    mimetizzati sul fondo della sempre stessa via,
    ramificata ormai in miriadi e miriadi di vie.
    Così, l’udito ha visto; e la vista ha saputo cogliere
    l’indecifrabile musica. Eri del tutto incredulo:
    l’oceanico, diversificato intrico di waka
    somigliava solo a se stesso.
    Stai tornando la sera a casa. Non hai più niente.
    Hai rischiato tutto per amore. La paura di ignote sciagure
    ora ti fascia come un velo invisibile.
    E’ proprio questo: l’uomo ha soltanto nostalgia di se stesso.
    Ma questa è la sera di O Bon:
    le ombre di mezzo agosto calano presto, dopo che il sole
    ha disfatto tutte le pietre e i visi dei passanti.
    Una folla di spettri bizzarri e lanterne risale via Buonarroti
    solo per te. E il giorno d’un tratto è notte – una notte
    festosa, spettrale, piena di luce e di promesse.
    Sono qui dall’Estremo Oriente per riprendersi i tuoi tempi passati:
    la preziosità dell’enunciato, veloce come un fulmine, capace di
    nascondere-rivelare strati di paesaggio ben più profondi.
    E come usciste da voi stessi, involandovi nel cielo
    per meglio contemplare le terre predilette nel gran chiarore.
    Sospesi fra lo sciamano dell’aria e il poeta visionario,
    quando in sogno raggiungesti le remote colline d’Epiro
    dove i fiori d’acacia cadevano come neve.
    Del verso la fessura segreta ha significato entrare
    al suo interno, vertiginosamente.
    Là dentro hai capito cos’è la plasticità della parola,
    come crea le tre dimensioni del mondo visibile.
    Là dentro, non sai come, stai al largo di Suma e Akashi
    splendenti nella notte,
    là rivedi la barca dello studioso giapponese:
    senza remi o rematore,
    indica l’orizzonte della poesia.
    Aveva un senso, questo? O non lo aveva per niente.
    Eran tutte cose che volevi fare. Poi sono finite,
    perché vita e scrittura sono diventate terrificanti,
    perché in te è nato il cigno di Eros-Thanatos,
    finito il tempo dei sogni.
    Un antico pianto sale, l’acqua sorgiva sale oscura dal profondo.
    Quel verso coreano, come diceva? Ah, sì…
    Gets ei sen kou –
    “la luna si specchia nei mille fiumi”.
    La poesia, dunque, è sempre la stessa. Non puoi volerla.
    La mente ti ha guidato così bene solo per farti smarrire.
    Ma quel loro fare, i vestiti un po’ logori, ti sono del tutto familiari.
    Sono quasi giunti all’angolo con Piazza Vittorio, magrissimi,
    involucri vuoti, senza età. Li ami per questo: per i folti capelli
    bianchi, le gonne e le giacche strampalate,
    la cravatta sgualcita che vola via nel colpo di brezza.
    E il non-divino. Lo sguardo ispirato.
    Uno sguardo che in realtà non esprime nulla.
    .
    (ROMA, Piazza Vittorio, marzo 2013 – agosto 2014)
    1) History as a Sistem, in Philosophy and History Oxford, 1935, p. 37

  22. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/20/claudio-borghi-lanima-sinfonica-negretto-editore-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-di-claudio-borghi-tra-la-tradizione-musicale-e-nuovi-fermenti/comment-page-1/#comment-21099
    Il problema, se c’è, con la poesia di Claudio Borghi, secondo me sta nel fatto che nel dibattito non si è chiarito abbastanza l’aspetto ontologico di NOE: nuova ONTOLOGIA estetica, dove la parola ONTOLOGIA è soggetto e sta al centro.
    E’ lì che non sento affinità con le posizioni di Borghi.
    Egli vive nella separatezza tra uomo e universo, vede l’uomo che agogna l’unione col tutto e pensa di risolvere grazie alla conoscenza, quindi all’intelletto, pur riconoscendone i limiti eccetera..

    Nei poeti NOE si osserva che l’uomo non si pone frontalmente al mistero. Egli si addentra come giocando nella molteplicità dei frammenti, egli può arrivare a considerare se stesso un frammento. Per questa ragione non vive separato dal tutto, come invece fa Borghi che ha una visione da scienziato, cioè quella di un estraneo (scollegato da tutto, quindi tormentato nel voler vivere, capire eccetera).

    Il TUTTO esiste solo per chi ne è separato.
    Per chi ne è parte, il tutto non esiste nemmeno, se non come comprensione di sé.

    Credo sia questa la ragione per la quale si è scelto il nome di nuova ONTOLOGIA estetica. E’ stato detto più volte che non si tratta solo di tecnica e stile della scrittura.

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/20/claudio-borghi-lanima-sinfonica-negretto-editore-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-la-poesia-di-claudio-borghi-tra-la-tradizione-musicale-e-nuovi-fermenti/comment-page-1/#comment-21100
    Quello che sfugge a Borghi e a tutti i poeti che si pongono come lui davanti al Tutto in posizione estatico-contemplativa, è che la sua (loro) poesia ricalcherà pedissequamente quello che già è stato fatto dalla tradizione. Da questo punto di vista Laborintus (1956) di Sanguineti non differisce affatto da Ossi di seppia di Montale (1925), siano essi poeti sperimentalisti, orfici, ermetici, post-ermetici, isolazionisti, quotidianisti, linea lombarda, minimalismo romano etc. e chi più ne ha più ne metta…

    Al contrario, i poeti della NOE non si limitano ad esibire e usare una nuova tecnica ma vivono all’interno del frammento, sanno o intuiscono che essi sono diventati frammenti di frammento e che non c’è differenza tra il frammento e il tutto. Questo forse è un portato della globalizzazione, non so, forse… ma cmq non cambia il nocciolo della questione. Però prendere atto di questo fenomeno storico implica prendere atto che la «tecnica» della poesia del novecento deve essere utilizzata da questo nuovo e diverso punto di vista.

    Maledire il frammento o il nichilismo, respingere lo statuto ontologico del frammento e il nichilismo come espressioni di una nuova fase della storia dell’umanità è ingenuo e infantile, non è colpa della NOE se siamo entrati in un mondo NUOVO, sia che esso ci piaccia sia che ci dispiaccia.

  24. Claudio Borghi

    Cari Lucio e Giorgio,

    no, non è una questione di unione col tutto, né porsi davanti al Tutto in posizione estatico-contemplativa. L’anima sinfonica è un libro scritto quasi quarant’anni fa, esito di un’esperienza profonda e delicatissima, al punto che sono stato più volte tentato dalla rinuncia a pubblicarlo: sapevo di dover mettere al mondo una creatura fragilissima, sulla quale certi personaggi si sarebbero avventati per sbranarla. La visione del mondo propria di Dentro la sfera e La trama vivente, in cui la scienza entra in misura significativa in funzione di contrappeso, allora era molto diversa, radicalmente legata a un tentativo estremo e radicale di conoscenza “empirica”: inizialmente, ne L’attesa nel nulla, legata a uno spossessamento dell’io, oltre l’essere e il suo centro vivente, poi, nell’Itinerario verso l’ultimo, al tentativo folle di un balzo oltre l’Uno-Tutto. A questo proposito, cito un passaggio centrale dell’Itinerario, il cui titolo è “Muore l’Uno”:

    Il Dio Uno dei mistici e dei filosofi muore.

    Muore l’Uno che tutto risolve in sé necessariamente, l’Uno come sintesi spirituale, approdo ultimo che risolve l’oscurità del mondo.

    I pensatori dell’anima vivente si elevano per trovare la chiave dell’essere nuotando ad ali spiegate nell’organismo creato.

    L’io si apre e si stupisce creatore, principio dell’attività eterna, e cerca approdi, soluzioni, sbocchi alla sua pienezza, alternative al suo eterno svolgersi.

    L’Io-Uno muore, si stacca dal corpo del tempo come una foglia superflua.

    L’estasi è una morte del tempo, dell’essere-tempo.
    L’estasi non chiude un cammino, non è l’approdo a cui convergono le strade dell’anima rischiarate da fiori eternamente accesi.
    I petali sono una rivelazione di luce che resta nel tempo.

    La ricerca dell’Ultimo è un tentativo di uscire dalla strada del pensiero, dallo splendore dell’idea, dalla circolarità assoluta dell’io.

    L’estasi non è un compiere l’io, un ritrovare il principio – ma un farlo morire.

    Nell’Ultimo le parole si lacerano come branchie rosse.

    Il verbo è il preludio a una nuova vita, in cui ogni parola avrà una radice immortale.

    Il tempo mi vede ansimante ancora, sorpreso, oscuro in tutte queste pagine che attendono e prevedono l’esperienza decisiva, la notte risolutiva, e dissolvono questa concentrazione di idee in un allargarsi del buio sull’acqua.

    Ora, io capisco che per dei razionalisti-nichilisti come sostenete di essere voi della NOE un’esperienza come quella descritta ne L’anima sinfonica possa apparire poco credibile, ingenua, al punto da giustificare lo scherno arrogante di Gabriele, ma state attenti: qui c’è qualcosa di molto particolare ed estremamente singolare, tutt’altro che un riflesso o un ricalco di esperienze altrui. Pensate al Nulla Divino in Meister Eckhart, per farvene un’idea.

    Un’ultima cosa. Infinitamente lontana da me l’intenzione di aver scritto, in origine, un’opera letteraria: ho riempito uno sterminato numero di fogli di miriadi di annotazioni, di cui il libro è la sintesi, alla cui forma, precaria e approssimativa per forza di cose, sono arrivato, comunque scontento e amareggiato per l’impossibilità del compito che mi ero proposto (riportare alla luce un vissuto lontanissimo), quasi quarant’anni dopo. Il tono liquidatorio e sommario di chi non sa nemmeno lontanamente cosa significhi quello che sto dicendo non merita nemmeno un’oncia di attenzione. Tra me e la NOE c’è l’abisso che separa chi si atteggia a nichilista e si sente superiore per l’arroganza della ragione, che divide e taglia quello che non conosce, e chi ha vissuto nel profondo l’esperienza del Nulla, che è necessariamente spossessamento, mancanza, senso lacerante dell’impossibilità di placare l’inquietudine alla luce di qualsiasi conoscenza, compresa quella di un eventuale Dio.

    Grazie, comunque, per l’attenzione, e scusatemi se sono riuscito, per forza di cose, a spiegare in modo approssimativo.

    • Caro Claudio,
      non è la ragione quel che guida questi poveri nichilisti, è l’esatto contrario: poter vivere senza una ragione! Il nichilismo di cui qui si parla è del tutto esistenziale, non ha nulla a che vedere con le fondamenta illuministe.
      Inoltre, se posso permettermi, proprio perché ho praticato meditazione per più di trent’anni, posso dirti che conosco un po’ l’esperienza del Nulla. Quella che tu chiami “impossibilità di placare l’inquietudine alla luce di qualsiasi conoscenza, compresa quella di un eventuale Dio” per me non è altro che l’esperienza iniziale di chi si spaventa per l’assenza di pensiero ( è l’esperienza, perdonami, del neofita). Questo se si vuole parlare di “conoscenza empirica”. D’accordo su Meister Eckhart, ma dell’estasi ne parlò Heidegger in Essere e tempo, proprio quando comincia a porre l’esserci in relazione al tempo. Infatti, e queste son parole tue:
      “L’estasi è una morte del tempo, dell’essere-tempo.
      L’estasi non chiude un cammino, non è l’approdo a cui convergono le strade dell’anima rischiarate da fiori eternamente accesi.
      I petali sono una rivelazione di luce che resta nel tempo.”
      Vero è che Heidegger non aveva l’animo romantico che hai tu…

      Via, s’è letto molto volentieri, e commentato con partecipazione. Questo devi ammetterlo. E quel che scrivi si presta a essere discusso, non solo ammirato e contemplato… altrimenti chiunque, viene, dice la sua sull’Uni-verso e se ne va tra fiori e complimenti… non è così che funziona.

      • Claudio Borghi

        Infatti, Lucio, avrei desiderato solo un confronto sereno e aperto, ma ti sembra possibile, in questo clima? Ti faccio notare che non ho chiesto io di essere pubblicato nel blog, é stata un’iniziativa di Giorgo, che mi ha chiesto di inviargli il testo del libro quando stavo ancora completando le bozze, al punto che in alcuni punti la versione pubblicata è diversa da quella qui postata. Questo credo la dica lunga sulla mia volontà di mettermi in mostra, cosa che invece non rinuncia a fare Mario Gabriele, che evidentemente deve dimostrare di avere lui il merito dell’alto numero di visualizzazioni.

        Ti ringrazio per quello che hai scritto, sapevo che avresti sentito.

    • Ma a chi vuole che possa interessare la sua retrospettiva psicoestetica? Per caso si prefigge di convertire il pensiero di Giorgio e di Lucio? Lei è un fondamentalista che sta facendo il giro della Rivista come l’Iman in una moschea, per condizionare menti e cultura .Era proprio necessario squinternare tutte queste sue vaghezze senza senso. E poi a chi lo dice a Giorgio e a Lucio? Non ci importa nulla dei suoi transiti esistenziali,e intestinali, che sono veri e propri elementi di smarrimento che si riflettono anche nel colon irritabile. Quante volte va al bagno? In questo clima non ne esce fuori e rimane nel suo pantano culturale. Vada altrove a sfogliare la sua Bibbia, e il suo Paracleto.Non le diamo con questo suo sfarfallare di mente e pensiero, neppure un’oncia di attenzione

  25. Mariella Colonna

    Mario Gabriele…adesso avresti fatto meglio a non replicare! Ma che cosa ci è successo? Che cosa ti è successo? Mario Gabriele, noi , se pensiamo di essere poeti, dobbiamo fare POESIA E BASTA. Hai letto quello che scrive la Madonnina n. uno? Io sì. E credo che i suoi pensieri siano saggi e pieni d’ironia, ma sempre ad un livello di rispetto dell’Altro molto alto. SENZA IL RISPETTO dell’ALTRO NON C’è CULTURA E NEPPURE CIVILTà.

    • E lo dici a me, cara Mariella? Rivolgiti a Borghi che è un PROVOCATORE che ha innestato candelotti esplosivi con la sua paranoia poetica e culturale! Basta leggere le sue ingenue farneticazioni infantili che si porta dietro! Vuole per caso salire nell’AUDIENCE.? Che vada da MARIA DE FILIPPI. Io non starò mai fermo, con la stoppa in bocca. Lo perseguiterò sempre anche sul mio Blog, Non gli darò tregua. Gli farò passare le notti insonne. Si tratta di dignità. Borghi non si ferma neppure per una pausa. Mi sembra un torturatore mentale, un novello aguzzino di Auschwitz, uno di quelli che vuole incenerire il pensiero altrui o che contesta ad ogni commento la controreplica degli altri. Qui non c’entra la poesia, E’ ben altra cosa!

  26. Giuseppe Talìa

    No, caro Claudio, non mi sono defilato come hai scritto, mi sono semplicemente annoiato. Non sono solito gettare il sasso (oddio, ho detto sasso, chissà le Erinni adesso!) e nascondere la mano. Ho una personalità cangiante, alla Walt Whitman, per intenderci, e mi annoio spesso. Mi sono anche annoiato del post che Almerighi ha fatto su di me, senza il mio permesso tra l’altro. Ieri mi sono divertito con tutte le allusioni che quel post contiene, oggi, invece, mi sono annoiato e vorrei fosse eliminato (capito Almerighi?). Io partecipo solo su invito, non mi autoinvito, né tantomeno desidero essere ospitato a mia insaputa.

    Ti assicuro che ho letto tutta l’ampia selezione di L’Anima Sinfonica e purtroppo rimango della mia idea, l’impianto totale del libro mi sembra vecchio, non tanto nella narrazione, ci sono versi pregevoli, artefatti di sostanza, musica, ma nella sua totalità lo trovo fuori tempo: il centro che irradia, l’UNO che conforta, la sinfonia di anime, la trasposizione poetica di pensieri filosofici tra misticismo e razionalità. Forse perché questi tuoi pensieri li hai scritti quaranta anni fa, ma mi sembra che molte cose che tu dici siano superate, superate dalla scienza, dalla sociologia, dall’estetica, dalla psicoanalisi, dalla filosofia, dalla Chiesa stessa.
    Poi posso anche sbagliarmi e non averci capito nulla. Ora leggo che “L’UNO confortante” del nostro caro Plotino alla fine lo fai morire, come in una telenovela in cui i personaggi muoiono, ma poi non muoiono davvero, perché ritornano.

    Il Dio Uno dei mistici e dei filosofi muore.
    Quindi Nihil. Quindi? Nichilismo?

    Il mio precedente post sarebbe potuto essere più calmo, posato, meno irruento, meno offensivo, va bene, ma il mio commento è stato dettato dal tuo tentativo di dividere buoni e cattivi. Nient’altro che questo. Rimango anche della mia idea sul fatto che tu sia alla quasi disperata ricerca di un consenso che avvalori la tua produzione poetica. In questo senso dimostri una estrema fragilità emotiva nel voler piacere a tutti i costi, come anche nel ritenere ingiustificati gli attacchi perché, in cuor tuo tu credi che la tua produzione poetica e in particolare quest’ultima e ci avverti “qui c’è qualcosa di molto particolare ed estremamente singolare, tutt’altro che un riflesso o un ricalco di esperienze altrui.” Bon! Io qui mi devo fermare per forza di cose.

    Però, visto che Mariella mi ha accusato di fare pettegolezzi e non analisi dei versi, e sebbene avessi detto a me stesso di non procedere (la mia solita personalità cangiante) lo faccio con questo gruppo di versi che mi sono saltati agli occhi,

    Il momento della nascita è un bimbo.
    Il bimbo è il simbolo della verità incontaminata – la creazione che pulsa sul confine dell’indefinito e precede la forma del pensiero, cuore bagnato di pianto, enigmatica mescolanza di dolore e stupore che rischiara e ristora il tempo intero della vita dell’organismo.
    L’organismo Uno è definitivo.
    È uno sbocciare.
    L’uomo nasce nella forma definitiva in cui vita e morte nuotano nello stesso mare.

    Primo verso: verità inconfutabile, la nascita produce un essere, un bimbo, un cavallo, un coniglio etc. se parliamo di mammiferi, un uccello, se parliamo di ovipari.
    Secondo verso: bimbo-verità-incontaminata. Si ignora tutto lo studio a partire dagli anni ’70 della vita intrauterina, la complessa vita psichica intrauterina, tra equilibri e squilibri, per darne solo una accezione positivistica e simbolica.
    “La creazione che pulsa sul confine dell’indefinito”, c’è una figura retorica, l’opposto o ossimoro, ma di poca qualità, creazione e indefinito, che precedono la forma del pensiero, una digressione, quasi una iperbole, creazione-indefinito-forma-pensiero, campi semantici opposti, come anche per confine-indefinito. Siamo in presenza di artifizi retorici conosciutissimi nella tradizione poetica, esautorati, poco innovativi, da manuale, anche se disorientanti, non si capisce bene l’autore a cosa mira, cosa vuole dire, si dibatte tra parallellismi, asimmetrie e simmetrie che si susseguono, nella forma, lasciando però il contenuto latente, enigmatico, irrisolto, fino alla sinestesia di “cuore bagnato di pianto”, un verso che fa sorridere gli specialisti. Chi, oggi scriverebbe mai un verso così? E si continua con dolore-stupore che rischiara e ristora, la descrizione di un parto, quasi una partogenesi per arrivare all’organismo (organismo nel senso spirituale o come lo intende Leibniz?) Uno definitivo in cui vita e morte si intrecciano. Ma per arrivare al risaputo c’era bisogno di prendere la strada lunga?
    Mi fermo qui, ma vi sono parecchi altri versi, gruppi di versi, aforismi che viaggiano sullo stesso tono di forma e contenuto, come anche di concetti semplici e semplicistici, tanto da pensare che il lavoro di editing del libro andava fatto seriamente, tagliando, estraendo, riducendo, quasi all’osso ciò che di pregevole c’è.

    Non vorrei, però che Borghi obiettasse, come spesso fa, che solo un gruppo di versi non possono dare il senso completo del tutto, perché lo anticipo, dicendo che nell’ampia silloge riportata, non si capisce bene dove l’autore vuole andare a parare. In fondo, poi, UNO muore, il centro perde il nucleo, e la sinfonia si spegne.

    Leggerò tutto il libro, promesso, appena ne avrò occasione. Chi lo ha già fatto può benissimo smentire quanto io ho detto. Per me, discorso chiuso. Quando mi annoio divento creativo.

    • Grazie, Talìa, del tuo intervento. A dir la verità mi sentivo solo nel portare avanti un discorso seguito da pochi. Ma gli altri pensano solo alla poesia e a ciò che pubblicano? Qui è in atto una vera e propria nullificazione del pensiero altrui, Un totalitarismo concettuale che pretende di dettare UNA SOLA VERITA’. Chi la ostacola per Borghi è considerato alla stessa stregua dei dissidenti, dei fuoriusciti dalla Storia e dal centrismo autarchico.E’ il limite di un uomo che naviga in teoresi come oppioidi ultra accademici.con una SFERA COGNITIVA ALLO SBARAGLIO. Non riesce a raggiungere la vetta dell’Everest in tutti i sensi e se ne rammarica, cerca proseliti che lo aiutino a fare una SETTA. E’ afflitto da disturbi compulsivi. Dici bene quando sottolinei:”In questo senso dimostri (Borghi) una estrema fragilità emotiva nel voler piacere a tutti i costi”. L’IRRAGGIUNGIBILE per Borghi è ormai un fatto acquisito. Dice male della NOE, ma non riesce a tirare giù un solo verso. Allora ecco le pappardelle poetico-scientifiche. Ricominci da capo, caro Borghi e ridia meno ideologia alla sua mente, ne acquisterà di salute e di serenità.

  27. Claudio Borghi

    Giuseppe, ti ringrazio per questa nota che, per quanto (giustamente) critica, ricevo come un tentativo di analisi derivata da una lettura attenta del testo. Non é vero che cerco consensi, cerco confronti, é diverso, e il confronto può passare anche attraverso note non positive,, come stai facendo, con competenza e acume, tu. Converrai che il clima,, davvero tedioso e incredibile, che si è creato non è dovuto a me. Il libro ha un impianto complessivo che richiede pazienza e distillazione, forse tu cerchi subito riscontri che una prima lettura non ti può dare, ma chiaramente può essere che alla seconda la tua opinione iniziale si sia rafforzata e tu concluda definitivamente che si tratta di noia e basta. L”importante è averti ritrovato sul piano dell’intelligenza e non dell”ironia prevenuta e cinica. Questo, per ora, mi basta. In privato ci chiariremo meglio e sarà un piacere conversare con te.

    • Stai attento a questi incontri, Joseph, sono pericolosi!

      • Giuseppe Talìa

        Caro Mario, adesso l’insonnia è venuta a me. Melatonina e passiflora? Domani la compro.
        Ho navigato un po’ nei tuoi siti e in quelli che ti ospitano, leggendoti e rileggendoti.
        Pensiero: “quando il citazionismo colto diventa tessuto connettivo”.

        A presto.

  28. Finalmente una discussione liberatoria, senza tante cerimonie. La verità non offende mai, anzi diverte. Ma se all’inverso capitasse a me? E’ impossibile, io non scrivo in modo suadente, né per convincere, non pongo domande (se non per ridere). Non credo di sbagliare se dico che il punto meno usato in poesia è l’interrogativo. Le domande si danno sempre in forma di risposta. La poesia, specie se moraleggiante, è fondamentalmente antipatica ( Borghi però non è moraleggiante). Su questo fronte ci vorrebbe molto talento; come fa, ad esempio, Wisława Szymborska che si tiene un passo indietro rispetto al lettore: non se lo porta in processione. E poi trova sempre un approdo. Ma il titolo del libro di Borghi parla chiaro: l’anima sinfonica. L’anima… parola ormai desueta che da sola basterebbe a sollevare dubbi ( perché non la mente-sinfonica? Borghi è scienziato…). Ma sulla sinfonia direi che ci ha preso. Sì, forse l’intento non è quello di afferrare verità ma di creare un concerto. Quindi ci sarebbe vicinanza tra Borghi e Martino. Dunque vediamo: non è “nuova”, ontologicamente va per strade scientifico-celestiali. E di fatto mette al centro l’estetica (soggetto, non aggettivo). Sì, è un concerto (ritmo e sentimento). Può piacere, ma dipende dai gusto musicale. Se piace la melodia, la revisione del romanticismo…

    • In quali Borghi si sta rifugiando, Mister Claudio? Sta scappando come IGOR sostando in altri blog da cui si domanda come mai Linguaglossa si sia permesso di ospitare i miei commenti, intervenendo sulla sua libera scelta editoriale.. Ecco perché lei è pericoloso quando esprime pensieri di derivazione nazista. Va seguito attentamente per una risocializzazione,

  29. Davide Inchierchia

    INFINITO RITORNARE

    Mi ritrovo en passant in questo spazio discussivo dopo due mesi di assenza, non certo da me voluta, bensì resasi necessaria a causa del comportamento non poco offensivo da parte di alcuni componenti che (come si ricorderà) avevano addirittura messo in dubbio la veridicità della mia identità personale. Preciso subito, a scanso di equivoci, che Claudio Borghi non ha certo bisogno di alcuna ‘crociata’ difensiva, essendo perfettamente in grado di fronteggiare le provocazioni che gli vengono costantemente rivolte in questa sede.
    Ci tengo solamente ad offrire qui il mio piccolo contributo, in qualità di lettore delle opere poetiche di Claudio, ma soprattutto di interlocutore della sua più ampia riflessione filosofica che coinvolge, in un complesso itinerario dialettico, la ricerca speculativa e la scienza fisico-cosmologica.
    Noto anzitutto che la N.O.E. continua con disinvoltura nella prassi della propria auto-celebrazione rivendicando – contraddittoriamente – da un lato il possesso assoluto della “verità”, che le poesie degli autori qui riuniti deterrebbero in maniera esclusiva; dall’altro la presenza ormai ineluttabile della “non-verità”, di cui le stesse poesie sarebbero tragica espressione. Verità della non-verità? Non-verità della verità? Vorrei ricordare agli illustri esponenti della Rivista che non basta citare Nietzsche per ritenersi nichilisti: chi (come il sottoscritto) si è cimentato nello studio, non sempre confortevole, del monumentale «Nietzsche» di Heidegger (1961), sa che il nichilismo può avere un senso passivo, un senso attivo e un senso allegorico…in quale di questi tre sensi nichilistici la poetica della N.O.E. intende riconoscersi?
    Analogamente, non basta creare collages unendo senza alcun criterio metodologico aforismi di Adorno, proposizioni di Derrida o considerazioni di Lacan, ed ergersi alfieri della (presunta) “morte del soggetto”, quasi per de-responsabilizzarsi liquidando come ovvietà una questione che ovvia non pare affatto. A prescindere dal carattere tutt’altro che originale e innovativo di tale istanza – che rinvia, come noto, alla cultura del postmodernismo, caratteristica degli anni 70-80 del Novecento, ma oggi pressoché divenuta obsoleta (cfr. le pionieristiche indagini di Massimo Cacciari in “Pensiero negativo e razionalizzazione”, 1977) – a quale “esperienza” si appella la N.O.E., se non è “vissuta” da alcun soggetto?
    Prima del decadentismo e dei suoi irrazionalistici deragliamenti, Leopardi già era ben consapevole che siamo sempre di fronte ad una “siepe” che ci impedisce, volenti o nolenti, di vedere cosa c’è al di là dell’ “ultimo orizzonte”. Eppure, al tempo stesso, Leopardi sa che è unicamente “questa voce” ciò che comunque ci consente – al di qua delle nostre illusioni – di corrispondere («vo comparando») persino a quello “infinito silenzio”.
    Ecco, personalmente ritengo che la novità estetico-artistica de «L’anima sinfonica» risieda proprio in una sorta di coraggioso “ritorno” di Borghi ad un sentire, ad un pathos di tipo leopardiano, ma in una luce necessariamente contemporanea che si discosta dall’ombra lunga rappresentata dalle avanguardie e dalle post-avanguardie, nel cui alveo a-patico e an-estetizzante (nonostante le reiterate stigmatizzazioni) i poeti della N.O.E. permangono invece a mio avviso pienamente. Un pathos e un sentire, che si specchiano in un pensare – quello di Borghi – che può dunque definirsi “romantico”, in accezione strettamente teoretica, non psicologica. Qui il ‘centro’ è infatti la soggettività, ma si tratta di un Io non solipsistico, non rinchiuso in se stesso, potremmo dire un “Io cosmico” che proprio in virtù di tale ‘apertura’ entra in risonanza (talvolta armonica, talaltra discrasica) col “manifestarsi” universale dell’essente, restituendolo attraverso l’incedere fenomenologico di “figure” che compongono una trama vivente di significati: il concetto, anziché sintetizzare o mediare, riesce così a trasfigurare le emozioni rendendole “visibili” alla mente e al cuore.
    Nella forma di un rinnovato Zibaldone di pensieri, che non teme di colmare le aporie del Tractatus wittgensteiniano attraverso le intuizioni neoplatoniche della metafisica di Plotino, la prosa poetica de «L’anima sinfonica» presenta davvero un’ispirazione di tipo “estatico”. Ma ciò anziché denotare – come deduce frettolosamente Linguaglossa – una rinuncia della ragione in direzione mistico-esoterica, esprime al contrario il rigore estremo (e sofferto) dell’intelletto che giunge ai suoi stessi limiti, anzi al Limite ultimo: la “singolarità” della Cosa, ossia il mistero originario di ogni finitezza – l’irriducibile Altro e-staticamente “ex-sistente” – che ‘finisce’ laddove ritorna nell’infinità della coscienza.
    In conclusione, rivolgendomi in particolare a Mario Gabriele, invito gli autori della N.O.E. a riconsiderare, in questa luce, le proprie premesse tanto estetiche quanto esistenziali, evitando di ridicolizzare (e denigrare) un universo di pensiero che forse si ha troppa paura di conoscere più a fondo: magari si potrebbe scoprire – ancora con Nietzsche – che l’abisso della volontà di potenza, lungi dall’essere rivelazione del Nulla, riflette solo il “vuoto” della propria interiorità…

  30. Gentile Inchierchia, (noto pseudonimo…)
    lei parla di «verità» in termini ultimativi e fondamentalisti. Scrive:

    «il possesso assoluto della “verità”, che le poesie degli autori qui riuniti deterrebbero in maniera esclusiva; dall’altro la presenza ormai ineluttabile della “non-verità”, di cui le stesse poesie sarebbero tragica espressione. Verità della non-verità? Non-verità della verità?».

    Mi dispiace deluderla, noi rappresentanti della «nuova ontologia estetica» non abbiamo alcun possesso di alcuna «verità» e di alcuna «non verità»… sembra al contrario che sia lei a detenere in esclusiva la regalità della differenza tra «verità» e non «verità».

    Quanto alla sua affermazione secondo la quale il Borghi «non teme di colmare le aporie del Tractatus wittgensteiniano», lascio a lei la responsabilità di una tale sciocca presunzione filosofica.

    Se mi consente, ridotto in termini così semplificati il suo ragionamento non ha alcun valore filosofico. La NOE, lo ripeto, non ritiene di essere in possesso di alcuna «verità», la NOE è un movimento di ricerca; è lei invece a ritenersi depositario della «verità» assoluta, e di qui conculca i suoi verdetti ridicoli e facinorosi. Mi sembra un nuovo fondamentalista cattolico che liquida il pensiero filosofico di due secoli solo perché non collima con il «suo» pensiero e con quello del suo amico Claudio Borghi, il quale non ha bisogno di alcun difensore di ufficio.

    Se ritiene di dire qualcosa di significativo sui testi letterari di Borghi, lo dica, ma rimanga al tema letterario. Se ritiene di dire qualcosa di significativo sui testi degli altri autori presentati dalla rivista, lo dica e lo scriva, ne ha facoltà. Se non scrive vuol dire che non ne ha le capacità critiche e letterarie.

    Quanto alle sue esposizioni filosofiche, glielo ho già detto: lei risolve la questione del nichilismo filosofico e letterario di due secoli in una paginetta del suo racconto. Beato lei che evidentemente ha letto il Bignami della filosofia occidentale.

    Quanto alla sua incauta asserzione secondo cui il Borghi «non teme di colmare le aporie del Tractatus wittgensteiniano», la lascio nel ridicolo di una tale affermazione filosofica.

  31. Dimenticavo, lei, signor Inchierchia, si meraviglia delle mie citazioni di frasi di Adorno, Derrida, Lacan, Heidegger… perché?, mi dica, è vietato citare frasi di pensatori?, è lei che ce lo vieta?

    • Davide Inchierchia

      Egregio Linguaglossa,
      il suo insistere con il giochetto sarcastico sul mio nome e sulla mia identità (“noto pseudonimo”) rivela la sua totale incapacità di argomentare: non ha fatto una sola replica di senso compiuto alle mie osservazioni, non entra nel merito degli aspetti teoretici da me sollevati, ci gira solamente intorno e banalizza il discorso ironizzandolo, anziché affrontarlo razionalmente.
      Ho tentato una comparazione critico-estetica tra “L’Anima sinfonica” e il peculiare “nichilismo cosmico” leopardiano, che lei non ha nemmeno preso in considerazione: ma naturalmente – nell’ottica della N.O.E. – Leopardi è da considerare autore ‘superato’ in quanto portatore di un pensiero ‘tradizionale’…
      Ma non si rende conto, Linguaglossa, della povertà delle vostre categorie interpretative?
      Fondamentalismo cattolico sarebbe tutto ciò che rinvia alla nostra esperienza interiore? Non conosce, Linguaglossa, la differenza concettuale tra fideismo e spiritualità?
      Invece di preoccuparsi dei miei studi, si preoccupi di aprire i suoi orizzonti semantici e culturali, cominciando magari da un rinnovamento del suo vocabolario, che mi pare alquanto pleonastico e linguisticamente ridondante.

  32. Gentile Inchierchia,

    dove ha mai letto un mio rigo su Leopardi che io, come lei scrive, considererei “superato”? – Per favore, sia corretto, non mi metta in bocca parole che io non ho mai scritto.

  33. Caro Borghi,
    ho riletto ma non ci siamo. Ogni verso spiegato è un verso perduto – soffocato, maltrattato, ridotto a cenere, calpestato, vilipeso, disprezzato, incompreso, abusato… – perciò ti dico: togliti dalla poesia!
    Almeno per un attimo lasciala respirare, ma soprattutto impara a riconoscerla; che ce ne sarebbe qui in mezzo, quindi in te.
    Canta fin che vuoi all’universo, nessuno ti risponderà. Alla fine ti ritroverai con in mano tante verità ma non saprai che fartene. E a meno che tu non incontri qualche buon maestro – perché ne hai fortemente bisogno – starai nello scontento.

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