Iulita Iliopoulou, Poesie, La casa e la tradizione elitysiana a cura di Chiara Catapano – Due parole sulla poesia greca moderna

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Iulita Iliopoulou

Leggiamo nel libro di Kostas Baroùtas, “Il problema della libertà nell’arte bizantina” (“Το πρόβλημα της ελευθερίας στη βυζαντινή τέχνη”, Κώστας Μπαρούτας, Σαββάλας εκδόσεις, 2002): “mentre i dotti scrivono in una sterile lingua atticheggiante, mentre la musica bizantina, direttamente per discendenza dall’antichità greca, si costringe a infondere la vita nei versi astrusi della poesia religiosa, mentre i poeti e gli scoliasti tentano inutilmente di mimare la lingua dei loro grandi progenitori, spesso producendo risultati infantili, il popolo anonimo si svincola sempre più dalla schiavitù romano-orientale, iniziando a produrre l’eccezionale qualità della propria poesia demotica”.

Ora, ciò che salta all’occhio con forza e immediatezza, è che il primo accenno alla lingua greca nell’istante in cui inizia a delinearsi come libera e autonoma, riguarda la poesia. È, questo, un fatto che lascia sbigottiti. Già in altre occasioni ho avuto modo di constatare quanto lontano da noi occidentali sia questo piccolo mondo che è la Grecia; e noi gli riconosciamo il lustro dei nostri natali, senza avere spesso la più pallida idea del tormentato percorso storico-culturale che l’ha portata a produrre una delle poesie più alte del Novecento.

L’accenno alla poesia “demotica” -ovvero popolare-, il sottolinearne l’immediata vitalità e bellezza, non sono meri appunti a margine di un discorso sull’arte: questo è il basamento di un edificio le cui fondazioni risalgono alla tarda antichità, e che continua a costruirsi (linguistica cattedrale di Guadì nei secoli dei secoli) fino ai giorni nostri. La lingua greca è stata malata di schizoglossia per quasi mille anni, e gli anticorpi che il popolo ha sviluppato, hanno fatto nascere uomini–poeti, esseri che per quanto m’è dato sapere, solo in Grecia sono esistiti. Non perché migliori per forza di altri, ma perché ricchi di una specificità assente altrove, proprio a causa dell’unicità della loro condizione. Rapidamente, voglio accennare a quanto il Baroùnas ci ricorda: come già durante l’Impero Bizantino iniziò a crearsi la spaccatura tra lingua viva popolare e lingua morta dei dotti; bisogna aggiungere a ciò la Turcocrazia (l’occupazione ottomana della Grecia che va dal 1453 al 1821), che ha tentato di schiacciare le manifestazioni più spontanee scaturite dalla tradizione antica, mentre blandiva quella posticcia e inutile perpetuata nelle alte sfere della chiesa ortodossa e negli ambienti di potere. Infine, non va scordato che fino al 1971 sui banchi di scuola i ragazzi imparavano quella stessa inutile lingua atticheggiante la cui formazione risale alla tarda antichità, mentre a casa si esprimevano col vivo e vibrante accento del popolo, o cantando le poesie dei loro poeti messe in musica (canti che tutt’oggi risuonano nelle taverne all’orecchio di ignari turisti).

Questo breve accenno è dovuto, per portare all’attenzione del lettore che non conosce la lingua greca e che voglia leggere poesia greca moderna (ma non solo moderna) quei particolari che altrimenti rischiano di rimanere nell’ombra, e che costituiscono una trama indispensabile, a mio avviso, per rileggere tutta la tradizione poetica europea. Non solo la poesia, ma Seferis che ci racconta Eliot, Elytis che legge Ungaretti: non sono tasselli aggiunti ad una critica fatta da poeti su altri poeti. Qualcosa viene vivificato, un punto di vista inedito e pertinente; lo stesso che ci fa vibrare davanti alle linee essenziali di un arcipelago nell’azzurro occhio dell’Egeo, per quanto a digiuno si possa essere di orizzonti nella personale lettura di un paesaggio.

Racconta Odysseas Elytis in una sua intervista alla TV greca: “La grecità altro non è che un modo di vedere e di percepire le cose, sia su vasta che su piccola scala. Intendo dire sia se che si pensi al Partenone, sia ad una lampada a olio. La cosa assolutamente importante è la nobiltà, la qualità, di contro alla dimensione e alla quantità che caratterizzano il mondo occidentale. Il popolo europeo è fiorito sui valori greci per giungere al suo Rinascimento. Ma il loro Rinascimento è qualcosa di profondamente diverso da quello che avremmo potuto sviluppare noi, se solo non ci avesse arrestati la Turcocrazia. Anche questo lo possiamo vedere su piccola scala, che è d’altro canto l’unica che ci è toccata in sorte: sotto un certo punto di vista il cortile esterno di una casa isolana, secondo la mia modesta opinione, o il cortile di un monastero sono, percettivamente intendo, molto più vicini allo spirito in cui nacquero i Partenoni e le Madonne, piuttosto che tutte le colonne e le metope dei palazzi reali europei. Il che significa che se ci fosse stato qualcuno capace di dare un seguito alla sensibilità greca, questo sarebbe stato esclusivamente il nostro popolo”.

Questa specificità è ben chiara oggi all’artista greco; questo valore intrinseco a una lingua nata per la poesia, consapevole. Pure, grava sulla tradizione greca il peso dell’incomprensione perché questa lingua-radice che ci ricollega alla nostra più pulsante antichità mediterranea annullando ogni legge spazio temporale, è parlata da pochi milioni di persone; talmente inutile la Grecia, dal punto di vista economico e politico, che la sua cultura resta ignota – quando va bene -, viene degradata a vacuum nei casi peggiori. Parlando con un’insegnante di greco antico desiderosa di imparare il neogreco, lei stessa ha definito in modo ineccepibile la situazione di chi illetterato non è: “Si passa direttamente da Marco Aurelio all’insalata greca, senza avere la benché minima idea di cosa sia successo nel mezzo, né di cosa ci sia oggi”.

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Iulita Iliopoulou con Elytis

Allora possiamo provare a immergerci un po’ per volta in questa letteratura, che negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso – quando da noi era davvero il vuoto –  produceva la poesia più libera e alta d’Europa: i due Nobel nel 1963 (Seferis) e nel 1979 (Elytis) bussano alla nostra porta per ricordarci di aver dimenticato. E nel ricordare dovremmo prendere atto del fatto che la Grecia è una piccola nazione dove si legge tantissima poesia; dove anche gli ultimi analfabeti conoscono a memoria per tradizione orale i canti di liberazione scritti in esilio dai più noti in Italia Seferis e Ritsos, o sotto forma di favole (per dribblare la censura), dall’altrettanto amatissimo in Grecia Nikos Gatsos.

La grande rivoluzione della parola è avvenuta in un lembo di terra dove poche cose (il profilo scabro di un costone di roccia, il giallo degli agrumi, il bianco-azzurro di una piccola chiesa “piena di vento”, come la sentiva Ritsos) danno la dimensione di tutto. La prima rivoluzione dell’Io poetico fu quella dei lirici monodici, l’ultima quella di Elytis, che ha piegato la lingua fino a “risvegliare le cose dal loro letargo dentro le parole”; entrambe le rivoluzioni avvennero qui. E non dimentichiamo che Ritsos ha elaborato una nuova fioritura linguistica per il mito, da cui per la prima volta dopo millenni è stillata verdissima linfa. E invito i lettori a leggere in traduzione la sua Sonata al chiaro di luna, o uno dei Poemetti.

Il giorno in cui ho preso coscienza che nella lingua greca non c’è chiaroscuro, ho capito quanto sia giustificata la nostra incapacità di accettare il Rinascimento e ho visto scomparire anche l’ultimo elemento che mi impediva di comprendere l’unità più profonda dell’arte nella Grecia antica,  in Bisanzio e nella Grecia moderna. Il fenomeno della lingua greca ha assunto ai miei occhi le caratteristiche d’ineluttabilità che presentano i fenomeni naturali, a tal punto da credere fermamente che anche la lingua straniera più approssimativa e concisa dopo un millennio di vita in questa terra vedrebbe cambiare la propria natura, i suoi suoni salire dalla laringe e scendere dal naso dalla cavità orale, le parole perdere le loro sillabe superflue, lavarsi nella luce levigandosi, la loro sostanza purificarsi in una maniera, se non identica, almeno simile alla greca.

In questo momento non sto dando giudizi di valore, mi limito a fare delle constatazioni. È un fatto estremamente importante per me. Perché mi ha aiutato a comprendere che, oggi, perfino il piccolo codice del mio comportamento rispetto agli altri, la mia morale personale, diciamo, non è che una chiara trascrizione della mia estetica che, a sua volta, non è che una trascrizione delle condizioni naturali che hanno determinato il mio caso umano. Ma una strada simile, nella sua fase ascendente, guida fatalmente alla Metafisica. A ogni ondata di Poesia che ritorna, dopo essersi infranta sulla mia prima giovinezza, mi sento più vicino alla luce”, scrive Elytis nei suoi diari.

Tutto questo per dire che i greci più di chiunque altro continuano a indicarci la strada per una rivoluzione forte, in poesia e nel nostro intimo sentire di esseri umani. Accoglierne i tentativi, prendere atto dei traguardi al di là del personale gusto estetico, è a mio avviso una chiave importante per aprire la porta dell’innovazione della poesia italiana.

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Iulita Iliopoulou, “la casa” e la tradizione elitysiana

Iulita Iliopoulou è autrice di poesie, libri per bambini e di testi per il teatro. Cura l’Opera di Odysseas Elytis, con il quale ha trascorso gli ultimi 13 anni della sua vita. Collabora con il musicista Giorgio Kouroupòs, con il teatro di Delfi, con l’Orchestra dei Colori e con la Fondazione Melina Merkouri. Come capita in Grecia, la poesia non è – solamente – parola scritta. Anzi, per i greci una poesia che sia scritta per essere semplicemente letta, magari tra sé e sé sottovoce, perde senso. Resta un atto comunitario, che parli di politica o che s’interroghi sulla morte. L’agire poetico, il Ποιείν, non è stato mai divelto dalla radice originaria omerica: memoria e recitazione. Recitare la memoria perché essa riviva poeticamente, perché qualcosa il passato insegni, perché venga assimilato – e cresca viva muoia assieme a noi. Tutto questo sta a significare che il nucleo incandescente della cultura ellenica esiste nel popolo greco, ed è materia composta indistintamente di musica, gesto e parola: il  dramma, appunto (δρᾶμα, azione).

Anche leggendo questa “Casa” di Ioulita Iliopoulou, percepiamo la lezione di Elytis, vivificatrice della lingua poetica greco moderna. Quando infatti Elytis parla della Grecia come di una “sensazione”, e paragona l’essere greco alla formulazione psicofisica del riconoscersi ad esempio omosessuale o tossicodipendente, sono certa che stia rispondendo alla domanda-fantasma sopra i greci, e che la soluzione stia appunto nella lingua. Non è una questione di tradizione e neppure un fatto culturale: la lingua greca (attorno cui non solo il lavoro di Elytis si è concentrato, ma anche quello di generazioni di scrittori e poeti) è un – per noi – misteriosissimo magma che scorre dalle antichità omeriche e ancor prima indoeuropee, fino ai giorni nostri. Un mostro linguistico senza soluzione di continuità, che quattro secoli di quasi oblio non sono riusciti ad arginare. Caduta Costantinopoli, abbattuti i ponti levatoi, il magma greco non si è disperso (come speravano i conquistatori) ma si è riversato a fecondare i secoli a venire.

La materia che l’uomo greco plasma ogni giorno, anche il più inconsapevole, attraverso l’uso della parola non porta solo dentro sé, ma decisamente è l’incredibile mitologia che chiede continuamente di essere riplasmata. Parole e suoni il cui uso millenario ha rese lucide e preziose come certa argenteria negli antichi palazzi dei re. Nulla che si possa rinchiudere in un museo o dentro un libro di grammatica.

Ecco dove trovare quel “pochissimo” al quale i cosiddetti popoli ricchi non avranno mai accesso. Una storia che non si divarica su più piani, determinando filoni di studio che si sfiorano per confrontarsi sui rispettivi progressi: un unico coro, quasi una coscienza condivisa che come il sangue nel corpo porta nutrimento in tutte le sue periferie. La lingua greca è un tessuto vivo, ancor di più: vivificatore di per sé. In ogni suono sono raccolte come dentro il vaso di Pandora tutte le voci che l’hanno tenuto sulle labbra, dagli aedi su a ritroso fino agli eroi figli di quelle divinità il cui Olimpo non fu mai veramente conquistato dalla cristianità. Guai ad aprirlo con leggerezza, quel vaso: dai sigilli divelti si libera il vento delle maiuscole e delle iota sottoscritte, assimilate nella gestazione alle anse delle altre lettere, memento per chi resta: che non basta conoscere per sopportare. Edipo ce lo ricorda dopo più di 2000 anni.

Per avere un’idea della forza magica, della fisiologica bellezza legata non a luoghi o a settori, ma presente e quasi preesistente ad essi, bisogna nascere sentendosi sussurrare all’orecchio una nenia piena di κ o α, di μ e di δ; è necessario non aver potuto decidere se seguire il corso del magma, ma crescere osservando dal centro della corrente le sponde dell’altrui identificazione culturale.

La Poesia allora ci apparirà nella sua nuda, luminosa sostanza. Non un gioco, anche nobile, di rime e rimandi, ma l’abracadabra che ci fa spalancare gli occhi sull’essenziale, e scavalchi l’involucro che insistiamo a torto a chiamare vita. Nessun artificio sopravvivrà, perché artificiosità è semplificazione della materia ridotta a sostanza inerte. Un raccolto abbondante ottenuto con l’uso di pesticidi e fertilizzanti può apparentemente sfamare tante più bocche di quante non faccia il campo osservato e amato con il sudore della fronte: la ricompensa in questo caso sarà meno per tutti, ma quel poco coincide con il fondamentale. Voglio dire che semplicità non è l’altro nome di banalità, come difficoltà non è l’altra faccia dell’intellettualità. È molto più difficile raggiungere il Bene scavalcando i secoli e le vette d’Elicona, poggiando i piedi sull’incerto destino delle ω, rischiando di rimanere infilzati nel forcone delle ψ, che distillando con la chimica del “buono per tutti” un messaggio che vale anche per il modo in cui viene veicolato.

Un piccolo paese, “provincia del Medio Oriente”, bilancia di ogni filosofia che ha fondato e nutrito il pensiero occidentale, come il suono che perennemente attraversi l’universo attirando la nostra attenzione su quel che fu l’inizio, continua a rammentarci la funzione unica e fondamentale della Poesia.

Iulita Iliopoulou ci apre in questo modo le porte della sua “Casa”. O meglio, le porte delle sue/nostre case, poiché nel libro sono 30 le porte che di volta in volta si spalancano, cigolano, escludono, accolgono, sbattono dietro di noi. Almeno in una di queste è certo ognuno di noi ritroverà la propria casa, sia quella dell’infanzia, sia invece l’ultima, piccola grande silenziosa o piena di voci. “Casa” come memoria, come amore, solitudine e patria; la casa-attesa e la casa-assenza.

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(Desidero ringraziare Iulita Iliopoulou per avermi fatto dono del suo libro Το σπίτι -La casa- e per aver dato il suo benestare alla pubblicazione qui sull’Ombra delle Parole di un estratto del libro).

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Iulita Iliopoulou

[Da Το σπίτι (La casa), Iulita Iliopoulou, ed. Ύψιλον, 2012, 42 pag.

Traduzione di Chiara Catapano]

UN PEZZO DI CARTA gualcito… folti fasci di suoni. Schegge conducono tutta la storia sino di fronte a loro. Daccapo. Porte, finestre, stipiti, superfici trasparenti. Far finta, ora che sei grande, di comprendere. Alcuni vasi di fiori in alto scompongono il cielo in triangoli verdi. E l’urgenza delle automobili, come un grigio felino alato. Ormai lo chiamiamo gatto, strillano i vocabolari, estraendosi il linguaggio. Accento sibilante di fine estate. Le manine di una Eli che graffiano ancora e ancora la bianca e un tempo liscia superficie del tempo. Finché a un tratto tornano a essere porte e finestre, la casa. Pallidi muri nell’ombra. E un sorriso così detto ingiustificato, puntuale al momento giusto. Sei arrivato.

HO SOGNATO una casa a un solo piano e tu la sua voce. Un bacio, come quello vagabondo che si prolunga secoli. Nella penombra di una città sconosciuta. Che non mi conosce altrimenti.  Solo con te voglio esistere. Chiudi, chiudi la porta. La casa… ho sognato. Insieme a te.

PIOVE! Pietre bianconere sfavillano. Quadrati del tutto simili con la regina impercettibile assente. Le pedine dovrebbero stare giù. Tuttavia, invisibili. Solo il galoppo del cavallo che s’è perduto, presso il muro, consegna un cortile in totale oscurità. E sulle sedie, l’impronta di un antico e incancellabile peso, tutt’intorno il divano sfilacciato… – Fa freddo. – Dentro la stanza cigola come un sospiro. Serrati, due armadi pesanti. Se ti chini, sentirai lievi voci remote di Elena, di Orsalìa. Di giovani il cui gioco fu un tempo chiuderaprire le foglie. Ma più distintamente sentirai la pioggia. Mentre stilla sopra il grande letto, i cuscini, sulle coperte, lungo le tende. Ancora lì appese nascondono, nulla nascondono, altro. La casa solamente. La casa che nessuno abita. Eccetto la pioggia e il vento. Bimbo scordato, alla partenza, sul retro. Perché non sapeva come chiamare: Mamma!

GUARDANDO MARKYS. Con una fila di culle-letto. Ampie finestre ben chiuse. Penombra. Né “mio piccino” né ninna nanna. Solamente alcuni – più grandi – sussurrano paroline tra le coperte: “C’era una piccola nave, c’era una piccola nave ch’era rimasta a-a-asciutta”. Sotto il materasso al posto del talismano il desiderio di una madre che… Che può anche arrivare. A portare l’abbraccio. A portare in braccio la vera casa.

BUSSA ALLA PORTA. Con la forza di un suono elettrico. Strano! Non si muoverà nessuno. Sotto, due uomini giocano a carte sopra un grande tavolo nero. E accanto, una giovane sta cucinando, su di una vecchia stufa a legna. Qualcosa che non sbuffa vapore. Pendono dallo scaffale in alto bicchieri e bricchi. Sopra un letto da bambino. Dove solo il sonno dorme. Si distinguono: un arlecchino di pezza e una piccola scansia, semi vuota. Mentre, nella stanza accanto, quasi una nonna stesse facendo a maglia in poltrona. Il filo trapassa i muri, attraversa i pensieri, i sogni, prima di attorcigliarsi tra le zampe di un gatto. Gomitolo. La luce ovunque accesa. Riluce il tetto, sottile pizzo lavorato, deposto. Incantevole miniatura bavarese in ferro. La casa. Dove nessuno ha mai sostato, solo il ricordo di due giorni di viaggio.

GASPAR DE LA NUIT, dici e dischiudi il pianoforte, con uno strascico da vestito da sposa che la notte ha dipinto. I muri divengono tenere arcate, che il suono leviga.  E molto tardi si muovono e s’allontanano… Il pavimento in legno risponde sintonizzando il desiderio. Una meravigliosa cassa di risonanza, dici, del nostro amore. Questa – estranea – casa.

ADAGIO AZZURRO delle acque; ho nuotato anni e anni da una casa all’altra. Ti ritrovo sulla punta delle tue labbra. Aspettami. E come i bambini si risvegliano da un sogno, una goccia di latte inizia a imbiancare i muri del giorno. Un bacio trattenga l’amore. Luci cadenti dei suoni riappaiono e illuminano più forte le vecchie cose, tutto e niente. Null’altro promettendo, ancora indifeso. Te.

LETTO con volta stellata, matrimoniale, che significa: realmente casa. Distendi le coperte bacio. Un sospetto musicale che lasciano sempre le mani sulla pelle per esser cancellato; pochissime venuzze azzurre portano l’acqua della luna. Bevi. Io ancora assetata.

VEILLEUSE. O, in altre parole, giovane chiarore dei sogni. Che ti protegga, da un cantuccio segreto. Trattenga il fiato la casa. Non spaventi quel ragazzino dal pullover verde. Che ancora mi scruta dentro ogni nostro bacio.

CASA SOTTERRANEA che odora di terra. Solo una vecchia al suo interno, sistema bicchieri con caffè umido e altri vuoti, sopra il tavolo. Poi, molto tardi travasa il liquido da bicchiere a bicchiere, due, tre, quattro, cento volte. La fermentazione del tempo richiede pazienza, parla da sola, come l’uva. Dopo siede stanca a bere la bevanda che ha preparato. Fuori per la strada pedoni procedono in fretta. Solo per poco si mostrano le loro scarpe alla finestra. Dove nessuno si gira a guardare. Peccato, non sono venuti i bambini, pensa. La raggiunge il sonno sulla sedia. Anche stasera. Come sempre.

 

Chiara Catapano Cover Alimono

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino in filologia bizantina.
Vive per alcuni anni tra Vienna, Atene e Creta, approfondendo così i suoi studi sulla cultura e la lingua neogreca.

Collaborazioni recenti:
Fondazione Museo storico del Trentino: assieme al dott. Andrea Aveto dell’Università di Genova e allo scrittore Claudio Di Scalzo: riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, nell’ambito di uno studio sull’autore portorino.

Per Thauma edizioni: ha curato l’edizione di “Per metà del cielo”, della poetessa slovena Miljana Cunta (trad.
Michele Obit).
Per l’Istitucio Alfons el Magnanim CECEL – Consejo Superior de Investigaciones Cientìficas, rivista “Anthropos” numero di febbraio 2015, l’articolo: “Sopra la rappresentazione transmoderna del sé”.
http://www.anthropos-editorial.com/DETALLE/LA-CONDICION-TRANSMODERNA.-ROSA-MARIARODRIGUEZ-MAGDA-RA241
L’attività prevalente e continuativa (da ottobre 2012), consiste nella direzione, accanto allo scrittore Claudio Di Scalzo, della rivista d’autore on-line Olandese Volante (www.olandesevolante.com); al cui interno, oltre alla pubblicazione di testi letterari in poesia e prosa dei direttori e di alcuni collaboratori, vengono curati autori e maestri in modo “transmoderno”, come la rivista attesta nel sottotitolo:“Transmoderno, arti, pensosità, letterature.”
Con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua prima raccolta “Apice stretto” in “Verso libero- antologia poetica a cinque voci” con prefazione di Letizia Leone.
A ottobre 2011 esce la sua raccolta “La fame” edita da Thauma Edizioni
A novembre 2013 pubblica la raccolta “La graziosa vita” (Thauma edizioni) dialogo sulla tomba di Giovanni Boine, uscita sotto l’eteronimo di Rina Rètis – opera dedicata allo scrittore portorino.
Ha collaborato fino al 2013 con l’associazione culturale “Thauma” di Pesaro, per la cui casa editrice è stata curatrice.
Ha curato per il Comune di Bolzano, assieme alla regista Katia Assuntini un cortometraggio nell’ambito di un progetto d’integrazione delle giovani ragazze immigrate: in particolare ha coordinato il lavoro di traduzione per una giovane poetessa pakistana.
Cortometraggio poetico basato sul poemetto inedito “Alìmono”, in collaborazione con gli artisti pugliesi Iula Marzulli, Marianna Fumai (RecMovie) e Gaetano Speranza: prima proiezione il 26 dicembre 2016 al Lecce Film Fest.
Collabora con la compagnia teatrale Fierascena, fondata dall’attrice e regista Elisa Menon. Sue poesie e prose poetiche sono apparse in riviste, siti e blog letterari, 

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16 commenti

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16 risposte a “Iulita Iliopoulou, Poesie, La casa e la tradizione elitysiana a cura di Chiara Catapano – Due parole sulla poesia greca moderna

  1. Steven Grieco-Rathgeb

    Da quanto capisco da questo post, la poesia in Grecia è materia umana vivente, incandescente: nasce dallo stesso popolo e sale su in alto attraverso la linfa sempre più rarefatta dei suoi grandi poeti.
    Lo sapevo già, seppure in modo del tutto lacunoso. Per fortuna abbiamo Chiara Catapano, studiosa di poesia greca, essa stessa poetessa, che ci potrà guidare lungo questo percorso. Che spero si arricchirà di qualche post aggiuntivo, per spiegarci questo arcipelago poetico tanto importante in quanto poco conosciuto.
    Ma questo post fa di più: ristabilisce in modo forte e deciso due finalità importanti dell’Ombra delle parole: non lasciarsi impigliare da sterili e provinciali diatribe, e mostrare la strada vera della poesia. La strada vera deve essere alta, nutrita di riflessioni su una nuova poetica, un nuovo approccio: e, molto importante, portare a conoscenza dei poeti e amanti di poesia che ci leggono, le esperienze poetiche del passato recente, quelle che ci aiutano a vedere quali sono le radici multi-linguistiche e multi-culturali dell’Occidente nel XX sec., quali gli strumenti che questo passato poetico recente ci dà per capire come andare avanti. A noi, della NOE.
    Io conosco solo un po’ la poesia greca in lingua originale: sono però riuscito in anni passati, con la mia conoscenza parziale della lingua, a leggere alcune delle poesie più interessanti dei grandi poeti, avvalendomi di testi bilingui e di un dizionario. Questo intorno agli anni 1985-1992, Fu un’esperienza decisiva, capii come quel piccolo gruppo di poeti avesse forse detto fra le cose più significative della poesia europea nella 2° metà del Novecento.
    Era un period per me in cui le grandi esperienze poetiche inglesi, francesi, tedesche e russe dei primi del secolo scorso le avevo ormai ruminate, digerite, assimilate, assorbite, metabolizzate. Nel 1985 avevo fra le mani queste pagine di poesia, e non ci potevo più fare nulla. Avevo bisogno di esperienze nuove, forti, perché il tempo era andato avanti inarrestabile, e già allora si intuiva la velocissima banalizzazione del bagaglio culturale della cultura occidentale, fra cui in prima posizione la poesia.
    E così trovai nuovi poeti, o riscoprii poeti già letti, di luoghi “lontani”: principalmente dell’Europa orientale, e della Scandinavia. Entrambi tagliavano la modernità a fette. Fra questi, appunto, i greci.
    Presa nel suo complesso, l’esperienza poetica greca degli anni 1930-1990 – un gruppo folto di poeti, di cui Kavafis, Seferis, Ritsos e Elytis sono solo alcuni – mi parve una lezione poetica fra le più importanti. Non ho cambiato idea. E sarà proprio perché questa è una poesia ancora oggi incandescente, viva, vegeta, perché trae la sua linfa sia dal popolo sia dalla sua antichità. In ogni attimo essa freme, e ci indica il tessuto vivente delle cose, e ci restituisce le nostre radici. Rarissimo trovare in questa poesia l’accademia, l’occasione, l’esercizio stilistico. Anche perché alle spalle questi poeti hanno uomini giganti, guerrieri per l’Indipendenza, musicisti, e intellettuali internazionali di altissimo livello.
    A proposito, i poeti scandinavi più recenti e i greci hanno molti punti in comune. Un giorno vorrei capire bene il come di questo fatto. Di una cosa sono abbastanza sicuro: in Europa, dalle lingue “periferiche” (!) sono arrivate, nel secondo Novecento, le esperienze poetiche più importanti. Non soffrivano di ipertrofia.
    Ringrazio Chiara Catapano di questo post. “Guai ad aprirlo con leggerezza, quel vaso…”
    Sono rimasto colpitissimo dalla scelta di poesie di Iliopoulou. Da notare il suo “tirare via la scorza dalle cose”, lasciare le cose rivelate nella loro essenzialità. Sicuramente Elytis ha pesato nelle decisioni poetiche di questa poetessa, ma io ci trovo le lezioni di altri poeti importanti, vedi un certo Transtroemer. Che è semplicemente un po’ più immediato (quasi brusco, nel senso migliore di questa parola) nel compiere questa operazione.
    Senza nulla togliere alla purezza – alla estrema pulizia, direi – della vena poetica della poetessa stessa: quel punto interno non scalfito se non dal proprio sentimento. Ho letto su Internet sue poesie tradotte in inglese: si capisce che c’è un serbatoio molto significativo, che spero Chara ci darà presto in italiano.

  2. Giuseppe Talìa

    Il filosofo Gaston Bachelard in “La Poetica dello Spazio”, oltre a trattare temi fondamentali, quali la vita, la morte, l’amore, la natura, dedica una parte della trattazione allo spazio, aperto come anche chiuso. In particolare parla della “casa” come luogo della “immensità intima”.

    La casa racchiude e comprime il tempo attraverso la memoria e l’immaginazione.

    “Il filo trapassa i muri, attraversa i pensieri, i sogni, prima di attorcigliarsi tra le zampe di un gatto.”(Iulita Iliopoulou)

    Ho molto apprezzato questo post e il lavoro di Chiara Catapano.

  3. Interpreto questo post come un’indagine sulla parola “viva” – tema che io affianco alla pittura “viva” dello zen, quindi all’interno di tradizioni lontane e storicamente distanti dall’Europa –. In realtà, a questo pensiero mi ci ha portato la stessa Chiara Catapano; anche per il modo “vivo” che ha di esprimersi: con intelligenza, senza fronzoli e andando al sodo, ma con passione. Quindi penso le interessi questo nodo, questa voglia di ritrovare la parola “viva”. Lo fa dall’inizio, con una citazione che mette subito in chiaro “il popolo anonimo si svincola sempre più dalla schiavitù romano-orientale, iniziando a produrre l’eccezionale qualità della propria poesia demotica”. Oggi io parlerei di confronto tra reale e virtuale, tra virtualmente reale o realmente virtuale , così si capirebbe subito in quale pasticcio ci troviamo a immaginare di vivere. Ah, un po’ di grecità aiuterebbe e come! Ma anche tanta poesia sull’autenticità e sulle cose, come in queste poesie di Iulita Iliopoulou.

    • Caro Lucio Mayoor Tosi,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/21/iulita-iliopoulou-poesie-la-casa-e-la-tradizione-elitysiana-a-cura-di-chiara-catapano-due-parole-sulla-poesia-greca-moderna/comment-page-1/#comment-21072
      il nodo è proprio questo. Innanzi tutto perché va riportato alla memoria, va ricordato, come l’arte è – e rimane – espressione “viva” (altrimenti cos’è? cosa diventa? Noi leggiamo oggi – ad esempio – Saffo, e la parola vibra, l’immagine si anima): e questo vale per la Grecia e per le tradizioni che tu citi e approfondisci nel tuo percorso, ma deve esserlo anche per le nostre tradizioni europee, certo stanche e logore, che si appesantiscono senza riuscire a distinguere più la pula dal chicco.
      La Grecia (che ha passato e sta passando i suoi problemi culturali, oltre a quelli più noti di ordine economico e sociale) ha comunque questo vantaggio della lingua, della sua storia: strano, se pensiamo che fino al secolo scorso questo della diglossia è stato il più grosso cruccio e scoglio da superare (da riassorbire) per gli scrittori e i poeti greci.
      Facendo la conoscenza di questi poeti, ed affondando il coltello sempre più nella strana conformazione della loro lingua (un po’ per volta, senza voler cadere in eccessivi tecnicismi) il nostro orizzonte si può, se non liberare, di certo aprire.
      Sono ben felice che una poetessa come la Iliopoulou trovi una sua collocazione qui, tra queste pagine. Di certo ne proporrò ancora traduzioni, assieme a quelle di altri poeti contemporanei (e non).

  4. Trinita Buldrini

    La lettura delle poesie greche tradotte per L’Ombra delle Parole da Chiara Catapano apre nuovi obbiettivi.
    Volare in alto, come l’aquila di una famosa canzone greca,attraversare il mare e unirsi a quei poeti,leggerli, capirli, per trovare ciò che li accomuna agli italiani, ciò che li differenzia,li arricchisce.
    La Poesia è UNA.
    Nuovi obbiettivi “mediterranei” si aprono, da est ad ovest. ..chissà,in futuro anche i poeti spagnoli,ad esempio, potrebbero aprire un’altra porta affascinante.

    Vi seguo sempre con interesse.
    Trinita Buldrini

    • Questo intervento, cara Trinita, lo apprezzo doppiamente: in primo luogo perché centra il bersaglio con precisione millimetrica. In secondo luogo perché tu stessa ti dichiari affezionata lettrice dell’Ombra: dunque un tuo intervento ha un peso specifico importante, qui oggi.
      Sarà mia cura proporre ancora in traduzione Iliopoulou e altri, come in navigazione: che l’orizzonte si apra sempre più.

  5. antonio sagredo

    da : “romaneta”

    (frammenti di dialogo tra due poeti: una giostra!)

    prologo

    E invano confondeva il tramonto con la notte
    e maschera il suo indugiare l’eroe dalla farsa
    che divide una schiera di tragedie in fuga
    poi che ognuno ha le proprie palpebre che si chiudono ad Oriente,
    e la Morte si gusta uno ad uno gli acini di una nerastra palma
    e si domanda: cosa sono mai le lacrime umane?

    E non mi restava che cantare, senza lingua… senza gola! –
    mentre ascoltavo il canto del boia simile a quello dei mietitori!
    Mi aprirono il petto con la falce i greci antichi, e i moderni me lo chiusero
    come uno scrigno raggelato!

    Il primo vagito già si dispera della mortalità,
    come il tempo dell’eternità.
    Mi cucivo con gli aghi delle parabole sibilline
    le ferite d’accetta del verbo….
    Il franco gesuita odierno che veste d’immagnifico candore:
    lo sciacallo che lo tortura e lo tallona dentro – nel suo spirito!

    Perché disturbiamo la memoria del futuro?
    Forse perché la verità ci ha preceduti con la menzogna
    o forse perché le congetture sul presente non sono umane.

    Epilogo e testamento

    E così me ne andai via tra miei e i tuoi singhiozzi
    come un battello che si volta indietro e vede le sue onde
    mescolate alle risacche. Così i doni della vita non sono
    più naturali, e li disprezzo perché il conteggio è scontato
    come il censimento delle vittime future… e noi siamo qui
    interdetti in ogni pensare o fantasticare: questo è già un delitto!
    Ma io li canto quei doni perché da tempo sono ultramondani
    e non hanno più il fascino della sorpresa – come l’infanzia
    che non s’addice più a un uomo – che non può più sognare!

    Antonio Sagredo

    Roma, 17 maggio 2013

  6. antonio sagredo

    “Mi aprirono il petto con la falce i greci antichi, e i moderni me lo chiusero
    come uno scrigno raggelato!”…
    questo mio verso in qualche modo riassume il mio attaccamento ai poeti greci del secolo trascorso (e non dico di altri secoli: ci vorrebbero centinaia di mie pagine!) che di me fecero parte di quel che sono, in primis fu Ritsos per similitudini sorprendenti… dall’altra pare il Salento è a un passo e la soglia ha forma di mare mobile che mi porte avanti e indietro e tanti sono i versi che inneggiano..
    un devotissimo grazie e affetto A Julita Jlio…
    ———————-

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/21/iulita-iliopoulou-poesie-la-casa-e-la-tradizione-elitysiana-a-cura-di-chiara-catapano-due-parole-sulla-poesia-greca-moderna/comment-page-1/#comment-21092
    Non c’è differenza tra la poesia scritta con gli a-capo e la poesia scritta senza gli a-capo come questa di Iliopoulou e di Edith Dzieduszycka, il distinguo c’è solo nella mente di chi è abituato a concetti semplicizzati. Si può scrivere una medesima poesia in entrambi i modi, il distinguo lo fa il poeta stesso e il lettore: si può scegliere l’una forma o l’altra secondo i propri gusti, tanto è vero che la Dzieduszycka aveva scritto la poesia postata stamane in prosa e l’aveva anche pubblicata in un libro di racconti con Manni nel 2011. Quando mi sono accorto della cosa ho suggerito alla Dzieduszycka di riscrivere il racconto con gli a-capo. E la poesia era perfetta, e l’ho pubblicata sull’Ombra.

    Il problema del criterio divisorio quindi è tutto italiano e tutto nostro, provinciale alquanto, lasciatemelo dire.

    Quello che mi colpisce nella Iliopoulou è la sua libertà immaginativa, libertà che fuoriesce dagli schemi già predisposti dai poeti di minore calibratura, e questo accade proprio perché la poetessa greca scrive senza i famigerati a-capo che tanto spaventano i benpensanti.

    La petizione panlinguistica propria delle poetiche del Novecento
    scivolava invariabilmente nell’ombelico autoreferenziale, in quanto diventata ipoteca panlinguistica […]
    Il linguaggio poetico, in quanto potenza del rinvio, fame inappagata di senso per via della stessa logica differenziale che vede nel gioco dei rinvii
    la sua sola consistenza, si autonomizza e si chiude su se stesso
    e diventa linguaggio che si ciba di linguaggio. Una dimensione auto fagocitatoria.

    Nella dimensione auto fagocitatoria scivola inevitabilmente ogni petizione panlinguistica.

    Che lo si voglia o no, la poesia del post-Novecento, così come è stato per la poesia del Novecento, è stata colpita a morte dal virus del panlogismo, sconosciuto ad altre epoche e alla poesia di altre civiltà.
    Nulla è più disdicevole dell’atteggiamento panlogistico proprio delle poetiche sperimentali e post-sperimentali che pretendono di commutare una ipoteca linguistica in petizione di poetica, in intermezzo ludico facoltativo.

    C’è sempre qualcosa al di fuori del discorso poetico, qualcosa di irriducibile,
    che resiste testardamente alla irreggimentazione nel discorso poetico.
    Ecco, quello che resta fuori è l’essenziale.

    • Elytis negli anni ’90, gli ultimi della sua vita, aveva raggiunto nella scrittura una sorta di purificazione, di elevazione a cui aveva lavorato una vita intera: la stessa lingua per poesia, saggio, diario…
      Ad alcuni suonerà blasfemo, eppure leggendo le sue carte, nessuna stonatura: la poesia è poesia, il saggio, saggio. Com’è possibile? Certamente attraverso un coraggioso lavoro, doloroso anche io credo: mettere tutto in discussione della tradizione ma anche della propria scrittura.
      Le civiltà egemoniche lo fanno con maggior fatica, perché tendono ad auto conservarsi. Ma questa è già una fine.

      La Iliopoulou – nonostante la forte personalità poetica di Elytis – ha colto l’insegnamento fondamentale, che l’ha liberata dal mimare gli esiti già raggiunti, spingendosi e addentrandosi in un suo particolare percorso

  8. Salvatore Martino

    Ormai caro Linguaglossa siamo al delirio: il 20 giugno Borghi il 21 Ilopoulou il 22 Edhit D. ma come fa un povero lettore a districarsi in tante creazioni, Poesie complesse, di stile e provenienza diversissima, con presentazioni critiche altrettanto complesse. O si è marziani o si sorvola e si legge superficialmente…non dico poi partorire un commento.Mi spiegherà Linguaglossa questo modo sempre più incalzante di presentare i poeti. Se un giorno o due sei impossibilitato a perdi il treno, arrivi in ritardo alle stazioni. Non leggo da parte di nessun frequentatore della Rivista alcun rammarico in codesta direzione, si vede che io sono un ritardato imbecille e gli altri simili a Napoleone, che dettava cinque lettere importanti contemporaneamente. Ho letto volando l’intervendto di Chiara Catapano: ma come scrive bene, lucida, profonda senza fronzoli. Ha fatto capire benissimo la diglossia che ha tormentato per secoli il mondo greco, e ha comportato anche problemi di traduzione in quanto non tutti all’estero intendevano bene il demotico. Io ho conosciuto profondamente di persona il grandissimo Ritsos, che mi aveva introdotto a questa problematica. Elytis, Seferis, Sikelianos e naturalmente Kavafis, quelli che io maggiormente conosco, sono fra i più straordinari poeti del novecento., e ahimè così lontani dalla nostra più recente produzione. Quanto alla Ilopoulou posso dire ben poco , dovrei leggere con più calma e distacco, ma tra il caldo e gli impegni artistici e familiari il tempo a disposizione è assai limitato

    .”CASA SOTTERRANEA che odora di terra. Solo una vecchia al suo interno, sistema bicchieri con caffè umido e altri vuoti, sopra il tavolo. Poi, molto tardi travasa il liquido da bicchiere a bicchiere, due, tre, quattro, cento volte. La fermentazione del tempo richiede pazienza, parla da sola, come l’uva. Dopo siede stanca a bere la bevanda che ha preparato. Fuori per la strada pedoni procedono in fretta. Solo per poco si mostrano le loro scarpe alla finestra. Dove nessuno si gira a guardare. Peccato, non sono venuti i bambini, pensa. La raggiunge il sonno sulla sedia. Anche stasera. Come sempre.”

    Certo questi versi appaiono notevoli per commistione tra quotidiano e metafisica, tra il tempo e l’eternità, gli oggetti che diventano persone, l’angusto mondo casalingo dove si respira appunto un’aura di eterno. E traspare dovunque l’angoscia per un’esistenza grigia e vuota e banale. La ripetitività dell’inganno, la ripetitività del gesto per fermare il tempo. La casa è già sotterranea, è già una sepoltura. Mi immagino leggere ad alta voce questi versi , trattenendo le lacrime: ecco quanto mi dicevano sia Ritsos che Hillman . la poesia deve emozionare, altrimenti a che cosa serve? Altro che le algie scandinave, tanto care alla NOE. Li invito pertanto gli amici ad approfondire la lettura di questi grandi come indicato dalla Chiara Catapano, alle quale aggiungo i miei complimenti per la traduzione.

  9. “Casa sotterranea che odora di terra……”: che meraviglia! Una boccata di aria fresca,nell’incrocio rovente di tante spade.

  10. antonio sagredo

    Caro Salvatore,
    ma che bel delirio mi dona il greco Jonio
    chè ogni estate i suoi marosi io travolgo!

    e così è e non possiamo altrimenti….
    ————————————

    Come il cammino sul molo irriverente segue incerto
    una luce franta che conduce a un sentiero cieco,
    ma un oblio che vai a cercare ha la morte altrove
    e non sai il canto di una nostalgia che non ha passato.

    Oggi ho ascoltato con le dita il continuo sconforto del mare
    sui granuli… le implorazioni e le suppliche, i gridi, e i suoi lamenti,
    e compassione ha avuto – lui di me! – con la sua belante letania,
    e non la sfida di un gabbiano con uno sguardo in picchiata: amami!

    E ho sentito sui malleoli i vagiti asmatici delle sue risacche
    e dei cavalli omerici le scintille dalle criniere dei marosi,
    dagli occhi di Diomede gli uncini dei suoi furori come braci –
    – mi sono ricordato l’infanzia delle vigilie eretiche…

    bestemmie contro gli angeli e tutti gli dei in ogni tempo,
    i pugni dei miei occhi contro tutti gli altari e i cristi crocefissi,
    le omelie blasfeme da pulpiti e patiboli come frustate inquisitorie
    perché interdetto è il condannare per chi il diniego e la smorfia

    sono un sacramento nuovo contro ogni verbo irrazionale – ma non ho
    timore del puzzo delle scimitarre e dei candelabri, né di quelle croci –
    invano attendi una liberazione da questi barbari legami che solo
    su questa terra infame sono divisi e uniti per sterminarci tutti!

    antonio sagredo

    Campomarino, 23 luglio 2011
    (ora prima del nuovo giorno)

  11. Claudio Borghi

    Ho portato con me per diversi mesi il poemetto Alìmono, ogni volta incantandomi, sussultando per gli imprevisti cambi di ritmo e le accensioni sibilline delle immagini, tentando di cogliere la chiave che mi consentisse, ingenuamente, di svelare il mistero che ne reggeva le fila e tornava a creare scintillamenti nella mia mente. Mi era evidente la sorgente greca che Chiara aveva interiorizzato, Seferis e soprattutto Elytis, ma non bastava, c’era qualcosa d’altro, una sorta di luce segreta che non riuscivo a decifrare. Leggendo questa presentazione di Iulita Iliopoulou, del suo legame intenso con Elytis, ho trovato il filo di senso che forse mi mancava. Chiara scrive in sintonia totale con l’anima greca, come la abitasse e ne fosse abitata, ogni sua parola traduce una trasfigurazione interiore che lei ha vissuto nella lettura dei testi e nelle peregrinazioni nei luoghi che hanno abitato la sua anima. Mi sento trasportare dalla sua prosa e dalla sua poesia come fosse un atto d’amore prima che un’operazione letteraria. Entrato nella luce, mi lascio guidare: c’è qualcosa che precede e contiene le parole, le trascende, mi avvince, come fossero segni necessari, linee elementari di senso in una grande sfera, bagliori di significati che non hanno bisogno di esprimere, come le formiche gli insetti gli uccelli segnano della loro presenza silenziosa l’essere, e dicono senza parlare, solo apparendo, o spostandosi, dicono un’essenza di rivelazione. C’era questo, forse, Chiara, che non capivo: ogni parola non è segmento di pensiero o riflesso di una percezione, è come qualsiasi creatura che esprime semplicemente essendo. Forse questa è la luce di Elytis, e di Iulita Iliopoulou. Di questo, certo, sento di doverti ringraziare.

  12. antonio sagredo

    Ben detto, Borghi!
    Chiara Catapano non solo è una studiosa seria e puntigliosa, ma si avvale, essendo anche poetessa di vaglia, dell’istinto e della immaginazione che rendono i suoi studi brillanti e vividi.

  13. Cari amici poeti, vi raggiungo oggi, riesco a rispondervi solo oggi. Vi ringrazio per l’attenzione prestata non solo all’articolo divulgativo, ma anche alla mia produzione in versi. E’ vero, la Grecia mi ha attraversata, ed io un po’ mi sono fatta setaccio: scorie luminose quelle che così ho raccolto!
    Ecco dunque: quel che posso di questa luminescenza, desidero condividerlo sull’Ombra delle Parole.

    Gentile Anna Ventura, è un vero piacere che un po’ di vento greco sia entrato dalle tue finestre. Come ho già scritto più sopra, farò in modo di presentare, piano un po’ per volta, in post successivi, la poesia e la cultura greca, aprire le menti intorno ad un fenomeno così grande e così ignorato ancora.

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