Navio Celese LETTERA APERTA SU MINIMALISMO E CONFLITTO DI INTERESSE – La stagnazione della poesia italiana di oggi. Spostiamo il baricentro della poesia italiana dal minimalismo romano milanese ad una poetica che abbia una caratura modernista

Foto Multiplex

Spostiamo il baricentro della poesia italiana

Sono passati più di quattro anni da quando un mio articolo su un libro di poesia di Milo De Angelis pubblicato su Poesia2.0 accese un furibondo scontro tra i «tifosi» della poesia di De Angelis e coloro che muovevano delle critiche. La querelle prendeva spunto da una mia affermazione: che i tempi erano maturi «per spostare il baricentro della poesia italiana, dalla egemonia del post-minimalismo di scuola milanese e del minimalismo romano» ad una poesia che riprendesse il filo del discorso del modernismo europeo per portare avanti un diverso e più ampio concetto di «poesia». La gazzarra a buon mercato scatenata dai tifosi di De Angelis mirava alla mia delegittimazione, svilendo il livello del dibattito a mera contrapposizione  tra presunti pro e presunti contro. Il problema da me sollevato non era il «valore» della poesia di De Angelis, da me riconosciuto, quanto «spostare il baricentro della poesia italiana», problematica caduta nel vuoto e che oggi la «nuova ontologia estetica» ripropone su un piano di proposizione di una poetica forte, filosoficamente attrezzata.

Pubblico qui, stemperate le idiosincrasie dei «tifosi», uno scritto di risposta di Navìo Celese a quel mio vecchio articolo.

(Giorgio Linguaglossa)

FOTO POETI POLITTICONavio Celese

LETTERA APERTA SU MINIMALISMO E CONFLITTO DI INTERESSE   

Caro Giorgio Linguaglossa,

sto seguendo su Poesia2.0 il dibattito che si è alimentato con il tuo intervento sulla poesia di Milo De Angelis. Non sono sorpreso della piega che va assumendo. E’ certo che uno dei punti controversi e impliciti alla discussione riguarda il costume letterario. Le posizioni nel blog si stanno appassionatamente orientando pro/contro Milo De Angelis. La sua poesia c’entra poco. La cosa è più evidente ora che vengono messi in campo nomi importanti della critica facendo ricorso a una sorta di contundente principium auctoritatis. Prassi che non è estranea ai vari aspetti della società contemporanea: da quello della politica e dello sport, a quello della stampa e della cultura in generale. Pubblicare oggi non ha connotati molto diversi dalla scalata al potere di qualsiasi tipo. Sullo sfondo lo scambio solidale all’interno l’establishment (per esempio, la circolarità delle recensioni e dei premi letterari che creano fidelizzazioni oltre che blasoni e credenziali. Perché il blog non s’incarica di indagarne numericamente i circuiti per poi pubblicarne i risultati? Tante recensioni io a te, tante a debito verso me; tanti premi a te e tanti a me; qui in giuria io e là tu. Avrebbero più efficacia di qualsiasi dibattito critico. Benché il costume sia oggetto proprio della sociologia e non della critica.

Dunque, tu vai conducendo un’azione, valida e coraggiosa, per tentare di mettere in  discussione le storture della società letteraria nostrana. La tua indignazione però si presta facilmente ad essere scambiata strumentalmente per insulto e offesa; e quella dei tuoi sostenitori per invidia professionale. I testi e gli autori che analizzi sono piuttosto i nuclei emergenti dello stato di degrado creativo della poesia che tu scambi per stagnazione. Lo fai mettendoti in discussione, e a rischio di recriminazioni nell’ambito letterario. La tua scelta scoperta, frontale e indipendente, non è oggi di poco conto. Sei sicuramente dalla parte maggioritaria, ma meno protetta. E perciò condannato a una fatica mitica.

Provo a raccontarti quello che mi veniva in mente a proposito del dibattito in corso sul sito Poesia2.0. Sono le riflessioni di qualche giorno fa, ma te le ripropongo. Non parlerò del caso specifico, perché sarebbe riduttivo e poco interessante se non fosse per la foga degli interventi.

Letizia Leone e Mario Gabriele, grafica di Lucio Mayoor Tosi

Anzitutto, credo che non ci sia mai intima scissione fra l’atteggiamento dello scrittore di fronte alla pagina bianca, e la qualità della sua poesia. Chi, mentre scrive, ha per obiettivo l’editore, il successo, la carriera, le antologie, i repertori, i 740, ecc. ecc. e li assume di volta in volta a lettore ideale, mescola sottili veleni alla propria scrittura che prima o poi finiscono per intossicare il lettore; il quale in ogni caso se ne accorge a livello profondo; peggio se ne ha consapevolezza e finge (complicemente) di non badarci. Questa considerazione psicologica (o se vuoi moralistica), per quanto mi riguarda mi tiene alla larga da qualsiasi testo o un libro di poesia che seppure lontanamente mi faccia sospettare quell’atteggiamento che, come ben sai, non sfugge a chi si occupa di poesia. E’ una delle ragioni per le quali la mia diffidenza riguarda soprattutto le case editrici più smaliziate e sottoposte alle regole del mercato editoriale. Per inciso: il fervore polemico che attualmente sta investendo la SIAE e la sta rovistando, è un segnale di quanto contino gli interessi economici delle major. Se hai occasione, seguine gli avvenimenti, e vi troverai una chiave di lettura a molte delle questioni iperuraniche che andiamo dibattendo.

In effetti, la poesia italiana attuale è andata inevitabilmente ad assestarsi verso la stagnazione anche per ragioni che sono intrinseche al mercato e al suo sviluppo, senza dover fare riferimento alle grandi ideologie novecentesche che l’hanno contrastato (penso che in fondo pure Fortini ne sia stato complice debole o distratto. Forse si è rivelato più efficace l’assalto distruttivo di Sanguineti e della Neoavanguardia!). Sui ripiani delle librerie trovi tutto ciò che si può far circolare; che sia di cattiva o pessima qualità poco importa. Si fa ricorso a ogni genere di artificio, mantenendo sempre fisso nell’obiettivo l’acquirente (o il lettore) che viene braccato nelle zone profonde del suo narcisismo e vanità. Non sono neppure estranee le modalità dell’editing editoriale, ormai così diffuso, che sostituiscono l’autore con un feticcio diffratto e diffrangente che si riverbera surrettiziamente nel fruitore. Non a caso la poesia moderna ha un grande padre in Eliot, la cui poesia in origine è stata oggetto dell’etiting portentoso di Pound; o come lo vogliamo chiamare? Ce ne siamo dimenticati?

Lucio Mayoor Tosi e Steven Grieco Rathgeb

A ben vedere, una concausa genetica del minimalismo (estenuata estremità editoriale della Linea Lombarda) che tu combatti, risiede secondo me da esigenze di diffusione oltre i miseri confini  nazionali della poesia e della nostra letteratura in generale. Tradurre i grandi lirici è pressoché impossibile, ci arrangiamo; salvo coloro che scrivono di proposito in un esperanto letterario. La poesia minimalista si può tradurre in morse e in signuno, senza eccessiva dispersione di senso. Inoltre il minimalismo consente all’autore-poeta di “esercitarsi” in maniera canonica, evitando facilmente “errori” sia linguistici che stilistici; oppure di dovervi impegnare faticosamente il mestiere e il talento o assumersi l’obbligo di produrre alcunché di originale. E’ sufficiente disseminare di figure retoriche quel poco di pensieri grossolani, banali o astrusi per rendere la lettura criptica e suggestiva; il lettore è appagato (o stordito) dai cunicoli di non-senso che deve contribuire a colmare di significato, come in una tavola enigmistica; e è per di più lusingato dalla facilità di imitazione del modello o prototipo; si esalta, già pronto all’emulazione perché affascinato dalla possibilità di segmentare la scrittura in versi.

Diciamocelo pure, in fondo il minimalismo non è altro che la reiterazione memetica oltre che un metodo e una modalità di scrittura poetica! Ecco allora la pletora degli scrittori di poesia che ci assedia e soffoca. E che contribuisce a  mantenere in piedi alcune case editrici autoctone che non vanno per il sottile o le loro collane di poesia. Il minimalismo riveste uniformemente i poeti di tute mimetiche, indistinguibili nella notte della poesia. Il lettore può scegliere a caso e riconoscersi; il critico può dirne ciò che vuole e farsene egemone, occupando uno spazio non suo e ribaltando il ruolo poeta-critico in quello di critico-poeta con la prevalenza, infine, delle poetiche sulla poesia (altra innaturale e perniciosissima scissione/inversione); o sostituendo i manifesti-cordata alla genialità-libertà del singolo. Non è un caso che siano stati sempre i ragazzi e gli sventati a provocare le grandi svolte storiche in poesia e in letteratura.

Roberto Bertoldo, Giuseppe Talia

Il minimalismo offre per giunta molte opportunità lassiste di giudizi arbitrari nei premi letterari proprio per il livello di indistinzione qualitativa che propone. Potrà confermarlo senza paura di smentita chi ha fatto parte di giurie e spesso ha dovuto assistere a pratiche sconcertanti; le cui estremizzazioni scandalistiche vengono – estemporaneamente e sommariamente – alla luce sulla stampa. In questi casi, si tratta di estetica o di etica, in letteratura e in poesia? Di quanti premi letterari si è occupata la stampa negli ultimi tempi mettendo in luce la corruzione intellettuale che vi si era accampata? Tuttavia diamo per scontate e accettiamo supinamente molte di queste liturgie e coreografie. Larga parte della critica ne ha grandi colpe quando ha accettato di non essere indipendente; di assumersi un ruolo promozionale o di ufficio stampa; di aver privilegiato la poesia “senza qualità” per poterla poi egemonizzare e trasformare lo stile in style e il testo in capo griffato o in una suppellettile trendy.

Si ripropone così l’ovvia e reiterata domanda di come mai filtrano nelle case editrici di peso, poeti mediocri, supportati dai rating eccessivamente benevoli della critica “di caratura” ? La questione contiene poi almeno due altre dicotomie discriminatorie sintetizzate nelle contrapposte opzioni Nord/Sud, Città/Campagna, di cui Milano è sintesi e paradigma. E inoltre: può certa critica professionale scrivere obiettivamente – e stroncare quando è doveroso – un libro e un poeta nullo o inconsistente se è stato pubblicato da una casa editrice con la quale si hanno impegni collaterali o che si teme? Non c’è un obiettivo conflitto di interessi fra critico e autore/editore? Quello che più angoscia è il fatto che quasi tutti siamo coscienti dello stato di degrado della letteratura ma siamo altrettanto impotenti. Non è possibile mettere in campo delle proposte che non provochino reazioni e conflitti, piuttosto che soluzioni ragionate.

Dunque, caro Linguaglossa, a me sembra che in fondo tu non stia discettando della buona o cattiva poesia – se ha ancora un senso farlo – ma sostanzialmente del cinismo autofago della «società letteraria» che si sta consumando nella propria digestione acida. Lo fai però con gli strumenti eterogenei della critica filosofica e ideologica. E’ necessario a questo punto che tu ti convinca che si tratta di ben altro e lo espliciti, perché il dibattito si svolga sul piano di pertinenza; che mi sembra essere semmai quello del costume letterario di cui i testi sono solo i sintomi, e le recensioni i referti. Lasciamo stare quindi le proposte per il futuro e l’eternità; a quelle ci penserà il tempo implacabile che corroderà i cartigli o li dissolverà in polvere appena riesumati da qualsiasi teca in cui vengono mantenuti sterili. Fai invece bene ad avventurarti nella palude per dare coraggio ai dispersi e ai disorientati.

Ciao, Navio Celese

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12 risposte a “Navio Celese LETTERA APERTA SU MINIMALISMO E CONFLITTO DI INTERESSE – La stagnazione della poesia italiana di oggi. Spostiamo il baricentro della poesia italiana dal minimalismo romano milanese ad una poetica che abbia una caratura modernista

  1. Una poesia del poeta ceco Michal Ajvaz (1949) che sicuramente getteremmo nella spazzatura se fosse italiano…

    è scrittore, saggista e traduttore. Studiò boemistica ed estetica all’Università di Praga e, dalla metà degli anni ΄70, alternò una serie di professioni, tra cui portiere, guardia notturna, buttafuori e redattore del Giornale letterario (Literární noviny). Nel 1994 ha iniziato la carriera di libero professionista e collaboratore esterno, e suoi contributi sono stati pubblicati su riviste e giornali, quali Forma (Tvar), Rivista filosofica (Filozofický časopis), Spazio (Prostor) e altri. È autore di un’unica raccolta di poesie, Assassinio all’hotel Intercontinental (Vražda v hotelu Intercontinental, 1989), dove si alternano raffigurazioni grottesche e aforismi filosofici, il tutto accompagnato da un sottile tono parodico e da giochi linguistici. Alcune delle poesie che qui presentiamo sono apparse come inediti nell’antologia E i ligli tarri, (Lepě svihlí tlové, 2002), che prende il nome dal primo verso della poesia dello Giabervocco in Attraverso lo specchio di Lewis Carroll.

    Turisti

    Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
    che quando la mattina mi svegliavo
    c’era nella stanza un gruppo di turisti.
    Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
    statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
    presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
    prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
    Spiegava tutto con professionalità.
    I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
    e fotografavano e toccavano tutto.
    I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
    “È possibile comprare delle cartoline qui?”
    “Devo fare pipì.”
    “Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
    Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
    soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
    sul bordo del letto dove giacevo
    e tirava un sospiro profondo.
    Queste cose mi succedevano continuamente.
    In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
    e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
    Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
    il terrore della prima notte, quando fui svegliato
    da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
    Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
    È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
    e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
    tra gli sciami apocalittici delle scintille.
    Ora che vivo nei boschi e la città
    è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
    interrotta da tronchi neri
    che guardo prima di addormentarmi
    su un mucchio di foglie bagnate, so già
    come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
    imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
    agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
    alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
    A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
    dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
    Nessuno spazio è chiuso.
    Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
    Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
    La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
    adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
    e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
    Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
    I tronchi tribali selvatici
    di quest’autunno passano per gli ingressi.

    (Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

  2. Ecco un altro poeta ceco che potrebbe essere acquisito nella nuova ontologia estetica:

    Petr Král (1942)

    Caduta in giugno

    Del giorno restano brandelli
    Nulla se non cenere
    L’odore di benzina sussurra basso di bruciature lontane
    I segnali degli uccelli già pieni della notte
    sfregano nel rivolo

    I lampadari vanno accendendo nelle finestre le nostre visioni nascoste
    I testimoni si disperdono per le stradine Qua e là la massa bianca
    della luna o della schiena
    si accinge ad illuminare nel grigiore orfano

    I lampi scivolano nell’oblio vellutato Tiriamo fuori con un sorriso
    subdolo i coltelli e le forchette
    Il naufragio dell’uccello La bancarotta del lampadario
    La crepa della schiena impigliata nella polvere dei ficus

    La mano terrorizzata nella cenere del corpo
    Le gonne nel mormorio al limite del crepuscolo sfiorano
    le ortiche
    Le fresche bellezze sul balcone splendente erette sotto una sottile
    pioggia di fuliggine
    pazientemente aspettano che le vengano a prendere

    (da Lampi radenti, 1981)

    Petr Král (1942) è uno scrittore e poeta ceco, è un classico vivente della letteratura ceca. Poeta, saggista e traduttore studia drammaturgia all’Accademia cinematografica FAMU di Praga e nel 1968, dopo l’invasione russa, emigra a Parigi. Nel 1986 riceve il premio Claude Sernet per la raccolta di poesie Pour une Europe bleue (Per un’Europa blu, 1985). Tra le numerose sue raccolte possiamo ricordare Dritto al grigio (Právo na šedivou, 1991), Continente rinnovato (Staronový kontinent, 1997), Per l’angelo (Pro Anděla, 2000) e Accogliere il lunedì (Přivítat pondělí, 2013). È anche autore di prosa e curatore di varie antologie di poesia ceca e francese e nel 2002 ha curato e tradotto per Gallimard Anthologie de la poésie tcheque contemporaine 1945-2002 (2002). Importante è anche la sua attività di critico letterario, cinematografico e d’arte; è autore di saggi e articoli sul cinema, contributore alla famosa rivista Positif ed ha pubblicato due volumi sulle comiche mute.

    • Scrivevo qualche tempo addietro:

      “… c’è stato un tempo in cui quell’aggettivo era una «forma verbale», cioè indicava una «azione» (la rifrazione della luce su di un corpo e il riflesso di quella luce su di un altro corpo). Ora, in prosa non è più possibile scrivere dando ascolto a questo complesso problematico, ma in poesia sì, è assolutamente necessario fare apparire al di sotto dell’aggettivo la sua vera sostanza verbale. Che cosa voglio dire? Voglio dire semplicemente che la poesia diventa viva e significativa se noi teniamo presente il valore verbale di azione insito in ogni parola, e che nella costruzione sintattica e semantica poniamo attenzione alla «azione» che costituisce il comune denominatore verbale sia dell’aggettivo che del sostantivo. La costruzione sintattica è analoga allo spazio che viene ad essere deformato dalla presenza della gravità della materia. La costruzione sintattica e semantica non è un in sé dato per definitivo, ma è una forma del pensiero che si adatta alla «gravità della materia verbale»”.

      *
      GiuseppeTalia (ex Panetta)
      11 novembre 2014 alle 22:02
      .
      Gran bel discorso, caro Linguaglossa, condivisibile. Il male di noi poeti occidentali è che “copuliamo” troppo, e copuliamo con noi stessi, ci facciamo tante pippe mentali. E allora Linguaglossa, rileggi Thalìa e trova quante copule vi siano, 3, 4 (funzionali ma non necessarie) su 80 pagine? E nei Fiori di U? 2 copule superflue su circa 200 versi (ho controllato).
      Allora, il mio miglior haiku zen? Questo:

      Rotola l’estate
      si stacca dalla pianta
      il fico d’india.

      Quello più intrigante? Quest’altro:
      Il gatto all’alba
      ascolta il concerto
      sognando le ugole.

      Giuseppe Panetta (Talia)

      12 novembre 2014 alle 20:17

      Lack of memory. Il grande male del nostro nuovo secolo.
      Mnemosine, figlia del cielo (Urano ) e della terra (Gea), nella velocità dell’oggi, a chi può essere paragonata? Se dicessi a suo fratello Crono farei una pubblicità occulta a una nota marca di orologi.
      E allora, il passato cerchiamo di farlo rivivere nell’immediato. Proviamo a fermarlo, andiamo contro-tempo.

      Giuseppe Talia
      da Salumida (2010)

      I vicoli di pietra sussurravano
      E tu padre germogliavi d’urla
      Un cerotto alla morfina piano
      Cambiava i grumi delle tue pupille

      Il limone giallo t’assomigliava
      Magro come un gambo di nebbia

      Si nasce e il mondo cambia colore
      L’infanzia verde il sole giallo
      Arancione in quei tramonti
      Che dicono tutto
      Si cresce, non si finisce mai
      Di crescere, rosso, olivastro
      Con gote di quel che non sai
      Una caduta in bicicletta
      La ferita e il sangue porpora
      Nessun ideale se non il bucaneve
      Il tempo carico di luce
      Pieno di odori e di sapori

      Sapessi dove sono anima mia
      Sono dove il sole mi sbatte
      Sulle rocce che si sfaldano
      Sono dove il vento costruisce
      Le rocce con nuovi granelli
      E la pioggia solidifica e lava

      Sono dove il falco fa il suo nido
      E volteggia per sempre portando
      Un insetto una lucertola o niente

      Dove i pesci saltano sull’onda
      E s’affondano nei sabbiali
      Coralli ancora teneri

      Sapessi a volte come il fumo
      Il vapore della terra sale in aria
      In piccole gocciole trasparenti

      Dove la montagna erutta fuoco
      Fonde l’acciaio e l’agape
      La gemma che non ha valore
      Ci insegna a ricordare tutto
      Quando saremo fluttuanti
      Fra metafore spente
      Su una nave spaziale
      Strapiena di gente

      Notte di tuoni acqua e vento
      Un finimondo finito in fretta
      Un frantoio unto e dilavato
      Di nuovo il sole brucia
      Della frescura temporalesca
      Con vigore si vendica

      Stelle nella lavastoviglie
      Sassi stellari e navicelle
      Di sapone nello scarico
      Della discarica dei gabbiani

      Ingorghi di clacson e polveri
      Sottili nelle viscere di Eva
      Con un Adamo dal pomo torto
      Nel secchio del riciclaggio

      Anche oggi i passerotti
      Hanno beccato le briciole
      Sul balcone
      Venuti a luce d’autunno

      Sono volati via di colpo
      Non appena la finestra

      È un finale interrotto questo di Giuseppe Talia che ci richiama alla mente la poesia di Petr Král. Il poemetto di Talia è del 2010, ha una vitalità che deriva a mio avviso dal pochissimo spazio concesso ai verbi, l’azione verbale è del tutto assente; similmente, è assente la copula «è», anch’essa messa in castigo. Il fatto è che così priva di verbi la poesia di Talia sta come slegata, sciolta, le parole sono come tanti palloncini che vanno verso il cielo e lì si perdono; prive della gravità esercitata dai verbi le parole acquistano leggerezza e gassosità, sembrano non raggiungere mai la stabilità (apparente) del significato. Una Musa last minute tanto cara a Giuseppe Talia, appesa alla improvvisazione del momento quasi una esecuzione jazz.

  3. Caro Giorgio, potrebbe essere una buona idea, quella di ospitare qualche poeta straniero sulla Rivista.Ma tutto accadrà al momento giusto, dopo il varo,molto impegnativo, della Rivista stessa.

  4. Anna Ventura-voglio fare una precisazione circa il parere da me espresso su Francesca Dono; io ho inteso riferirmi esclusivamente alle poesie presentate nell'”Ombra”,non all’intero lavoro creativo dell’artista,che ha un’ampiezza meritevole di ben più ampia attenzione, attenzione che spero di poterle dedicare in occasioni migliori.

  5. Caro Talia, mi piace, molto, l’haiku sul fico d’india;mi piace questo coraggioso tornare a una poesia che avrebbe potuto esprimere Sinisgalli. Tutto scorre,ma tutto ritorna.Questa circolarità della parola non deve far temere che non ci sarà mai “il nuovo”;spesso il nuovo è l’antico visto con occhi diversi,è l’antico che ritorna, sulle ali della memoria collettiva.

  6. Giuseppe Talìa

    Caro Giorgio, grazie per questa nota. Salumida è un libro di denuncia, almeno nella prima parte e di “frammenti” nel poemetto che hai citato, non a caso, infatti, si intitola trompe-l’oeil. Vero anche che ho cercato di ridurre i verbi al minimo, non volevo azione ma flusso, ” leggerezza e gassosità”, come ebbe a dire anche Ubaldo De Robertis in una delle lettere che ci scambiavamo. Proprio come nel jazz, popolare e colto, una jam session, improvvisa e collettiva (vedasi l’andirivieni del tempo fra passato e presente). Se tu hai visto tutto questo, ed io posso certificare che quello era ciò che volevo, allora l’esperimento è riuscito.

    Cara Anna, noi siamo, credo, tutto ciò che abbiamo letto e ciò che abbiamo vissuto, per cui bisogna sempre portare rispetto alle madri e ai padri da cui discendiamo. Il paragone con Sinisgalli poi mi intriga, il poeta delle due muse e quello della musa last minute.
    Ricordo bene il fico d’india staccatosi dalla pianta e rotolato giù, nel meriggio assolato e silenziato dalla siesta. Ecco, io credo di essere Terra, la mia Terra, la Calabria, ma sono Terra anche qui, in Toscana, ed è per questa complessità che non posso essere un minimalista milan-romano, piuttosto un massimalista calabrotosco.

    L’articolo di Navio Celese: “come mai filtrano nelle case editrici di peso, poeti mediocri, supportati dai rating eccessivamente benevoli della critica “di caratura” ? La questione contiene poi almeno due altre dicotomie discriminatorie sintetizzate nelle contrapposte opzioni Nord/Sud, Città/Campagna, di cui Milano è sintesi e paradigma.”

    Ecco, io sono già fuori target. E se Giorgio è il calzolaio della poesia (la sua non è certo una boutade), io, invece, sono un arrotino (la mia è una boutade), e prova ne sono i medaglioni.

    Perdonate, ho scritto troppo. Mi concedo solo questa, sempre da Salumida (2010), un pezzo jazz:

    Ho rotto i ponti con il Sud
    proprio mentre se ne costruisce uno.
    Lotti e lotte, un gioco al lotto

    Ho smesso di uscire di casa
    proprio mentre si bucano montagne.
    Lotti e lotte, un gioco al lotto

    Non sono più nemmeno benestante
    proprio mentre tutto è commercio.
    Lotti e lotte, un gioco al lotto

    Ho smesso di manifestare in piazza
    proprio mentre in piazza si muore.
    Lotti e lotte, un gioco al lotto

    Ho smesso di interessarmi al calcio
    proprio mentre si fratturano le ossa.
    Lotti e lotte, un gioco al lotto

    Ho smesso di sentirmi al sicuro
    proprio mentre tutto è controllato.
    Lotti e lotte, un gioco al lotto

  7. Caro Claudio Borghi,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/19/navio-celese-lettera-aperta-su-minimalismo-e-conflitto-di-interesse-la-stagnazione-della-poesia-italiana-di-oggi-spostiamo-il-baricentro-della-poesia-italiana-dal-minimalismo-romano-milanese-a/comment-page-1/#comment-21005
    ti rispondo dalla vedetta di questo articolo di Navio Celese che scrisse più di quattro anni or sono.
    Celese ha messo il dito nella piaga, chi vuole cullarsi nelle illusioni lo faccia, ma bisogna ripartire da qui, credo, dalla «stagnazione della poesia italiana del tardo novecento e di oggi». Ripartire in fretta, recuperare il tempo perduto.

    Il problema della tua poesia è il medesimo di tutti coloro i quali vogliono fare poesia affidandosi diligentemente e insindacabilmente alla vecchia ontologia estetica dei poeti epigonici del secondo e tardo Novecento. Quella ontologia estetica, tutta provinciale e pacchiana, figlia di progetti auto pubblicitari, non conduce in alcun distretto, in alcun luogo, questo è il punto. Qui non è questione della NOE o di quale altra diavoleria critica, qui è in questione il fatto di far fare al discorso poetico italiano qualche piccolo passo in avanti per recuperare i chilometri che la poesia italiana ha perduto rispetto alla più evoluta poesia europea. Il punto è questo e non altro.

    Quattro anni fa scrivevo che «i tempi erano maturi per spostare il baricentro della poesia italiana, dalla egemonia del post-minimalismo di scuola milanese e del minimalismo romano» ad una poesia che riprendesse il filo del discorso del modernismo europeo per portare avanti un diverso e più ampio concetto di «poesia».

    I tempi sono ancor più maturi oggi a distanza di altri quattro anni che, assommati ai circa cinquanta di stasi della poesia italiana dà un risultato che fa venire i brividi: è quasi mezzo secolo di immobilismo. Questo è il punto. E invece tu ricominci a fare poesia estatica come se provenissi da Marte e non dal pianeta Terra. Io ti ho indicato con grande apertura e dirittura intellettuale i limiti della tua operazione poetica… poi, certo, le mie considerazioni valgono zero spaccato, ma questo è un altro discorso…

    • Claudio Borghi

      Non c’entra la poesia estatica, ma l’esperienza profonda che ha generato una certa forma espressiva. Non ho mai fatto calcoli, né scelte a priori di stile, ho sempre assecondato un’urgenza interiore. È su questo, Giorgio, che non riusciamo a capirci.

  8. Caro Talia, come si può leggere per intero”Salumida”?E’ scaricabile da qualche parte? E’ vero che la poesia circola poco, ma si dovrebbe trovare un qualche modo per diffonderla.Credo che la nostra epoca bislacca abbia, in fondo, fame di conoscenza letteraria, artistica,immune dall’avanzare strapotente della scienza.Cito Flaiano: “quando la scienza avrà messo tutto in ordine,toccherà ai poeti mischiare di nuovo le carte.”.I poeti sono invitati a rendersi reperibili.

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