VENTICINQUE POESIE di Giampiero Neri da L’aspetto  occidentale del vestito, Liceo, Armi e mestieri, Dallo stesso luogo  a cura e con una Lettera di Meeten Nasr Commento di Giorgio Linguaglossa

Herbert List - Mannequin - Vintage Gravure 1935

Herbert List – Mannequin – Vintage Gravure 1935

Giampiero Neri è nato a Erba il 7 aprile 1927, attualmente vive a Milano. Neri è un nome d’arte. Il fratello è il più famoso scrittore Giuseppe Pontiggia. La madre sostiene ruoli importanti nella compagnia filodrammatica del Teatro Sociale di Como. Il padre, funzionario di banca, è un grande appassionato di libri. Nella sua biblioteca il giovane Neri è attirato dai Ricordi entomologici del naturalista francese Jean-Henri Fabre. Frequenta con scarso profitto l’Istituto Magistrale “Carlo Annoni” di Erba. Pochi mesi dopo la dichiarazione dell’armistizio (8 settembre1943), e nel caos che ne deriva, il padre muore nel corso degli inizi della guerra civile nell’area comasca. Alla fine della guerra, dopo diversi traslochi, si trasferisce a Varese, dove completa il Liceo, conseguendo il diploma di maturità scientifica. Trasferitosi a Milano, si iscrive alla Facoltà di Scienze Naturali. Nel 1947, la mancanza di risorse finanziarie lo inducono ad abbandonare gli studi e a cercare un lavoro. Sempre nel 1947 è assunto dalla banca in cui ha lavorato il padre; e in banca, rimane fino alla pensione. Nel 1952 si sposa con Annamaria Bianchi, da cui ha due figli. Nel 1955 la sorella ventenne Elena si suicida. Comincia a scrivere avendo come principale interlocutore il fratello Giuseppe Pontiggia, già narratore affermato. Neri approfondisce lo studio dei grandi storici antichi e moderni. Superata un’iniziale diffidenza, si appassiona all’opera di Beppe Fenoglio, di cui ammira l’epicità dello stile essenziale, volto a descrivere gli orrori della violenza attraverso l’esperienza della nostra guerra civile (1943-1945). Sulle orme di Fenoglio si reca ad Alba nel 1983, dove ha un lungo colloquio con la madre di lui, Margherita Faccenda. Neri pubblica per la prima volta i suoi versi nel 1965, sulla rivista «Il Corpo», diretta dal poeta Giancarlo Majorino. Seguono altre pubblicazioni su riviste letterarie, come «Almanacco dello Specchio», «Paragone», «Resine», fino al 1976, anno in cui esce a Milano la prima raccolta di poesie edita da Guanda, L’aspetto occidentale del vestito. Del 2009 è l’opera Paesaggi inospiti, del 2012 è Il professor Fumagalli e altre figure sempre con Mondadori, Lo Specchio.

Giampiero Neri

Giampiero Neri

 Lettera di Meeten Nasr 

Caro Giampiero,

verso la metà di giugno, immaginando che tu preparassi la tua partenza per Erba, avevo progettato di venire nell’ormai famoso piazzale Libia per salutarti e anche per parlarti di varie altre cose. Ma il diavolo, si sa, non fa i coperchi e così la combinazione dei miei abituali ritardi e della disinfestazione delle piante intorno a casa tua non ci ha fatto incontrare. Poi ai primi di luglio ho lasciato anch’io Milano per la Sardegna. Una settimana dopo mia figlia, che tiene d’occhio la mia casella postale in mia assenza, mi ha letto al telefono il contenuto verbale della tua cara e gentile cartolina di cui ti ringrazio.

Mentre gli argomenti da trattare nella lettera che io non avevo ancora scritto aumentavano, è arrivata l’ondata del caldo tropicale che in Sardegna, dove tutti sono viziati dalla fresca presenza del Maestrale, è stata questo anno particolarmente violenta e insopportabile. La mia casa, alta sul paesaggio marino, si è trovata come una nave ateniese nel mirino degli specchi ustori di Archimede.

Così, tornato a fine luglio a Milano bene arrostito, ho preso in mano la tua cartolina e non ho potuto che ammirare lo stile del tuo messaggio non solo per l’inimitabile brevitas (che mi fa sentire un vero chiacchierone), ma anche per il pregnante sigillo dell’immagine nitida e solitaria del Licinium, che proprio tu ci hai fatto scoprire. Non è certo un caso – ho pensato – se il cuore della tua opera poetica si è condensata nel nome di “teatro naturale”! Anche in una semplice cartolina, nella sua coerenza ed essenzialità, si confermano i caratteri sostanziali del tuo lavoro di scrittore e di poeta. Ma proprio questo binomio mi spinge a tornare finalmente all’argomento di cui volevo scriverti circa due mesi fa, a partire dall’intervista che ti ha fatto Alessandro Rivali e pubblicata sul N° 39 di Atelier. Ti confesso che il genere un poco usurato dell’intervista mi aveva messo piuttosto sul chi vive.. E invece tu l’hai trasformato in qualcosa di travolgente, un vero coup de théatre specialmente quando riferisci i tuoi colloqui con la moglie e la madre di Fenoglio. Ma personalmente ho trovato molto importante ciò che riveli sulla genesi della tua poesia dedicata a Fenoglio e sull’intreccio – che ignoravo – fra il tempo narrativo in cui Fenoglio portava su di sé quell’orologio e il tempo reale, l’ora, il minuto che esso segnava quando tuo padre subì l’attentato. E’ una vera discesa nel sottosuolo del dramma che si chiama guerra, là dove poesia e storia sono ancora indivise, fanno tutt’uno. Tu te lo inventi e subito l’accoppiamento dei due eventi diventa reale. Diciamo meglio “fatale”. Anche il colore azzurro del fazzoletto, icona dei badogliani, è uno di quei tocchi magici  di cui ti sappiamo esperto: tanti sono infatti, nella tua poesia, i particolari, spesso coloristici, che fondono insieme, come in un lampo accecante, elementi, tempi e spazi diversi e distanti, dal giallo e nero delle api fino alle varie forme del mimetismo aggressivo o difensivo. In tal modo nella tua poesia vengono coinvolti nella tua argomentazione e resi partecipi e pensosi gli autentici oppure ipotetici testimoni, i viandanti e i passeggeri (di stampo classico), i casuali osservatori.

Ciò si ripete anche qui nell’intervista, nei dialoghi con Rivali e con i familiari di Fenoglio, dove la vita è anche “teatro” e dove la presunta razionalità del comportamento umano è istinto, aggressività, “natura”.  Proprio come in Hobbes e – giustamente da te fatto notare – in Machiavelli dove la storia è guerra di tutti contro tutti, e spietata coerenza. Penso al trauma che devi appunto aver provato – ma qui finalmente ce lo riveli – arrivando a leggere l’argomentazione del prof. Cocito (nomen omen).

Ho anche compreso come tu abbia dovuto interrompere la prima lettura de “Il partigiano Johnny” (strano ma vero, a me è successa la stessa cosa, ma non mi avevano bloccato la crudeltà o la pietas, bensì il bilinguismo del testo, il disagio di quella incredibile eruzione semantica). Il fatto che tu abbia poi ripreso la lettura testimonia  – a mio parere – il tuo destino ineluttabile di scrittore e di poeta assieme, cioè in un unico atto creativo. In questo senso tutta l’intervista – apparentemente così antiletteraria – rivela a che grande e quindi oscura profondità è collocato, nella tua opera, nel tuo scrivere e finanche nella  tua conversazione, il  punto di divaricazione fra prosa e poesia. Qui c’è ancora molto da scavare. E fra i dieci interventi pubblicati su Atelier, il tuo è di gran lunga il più chiaro, profondo, incisivo, e merita di entrare a far parte della tua biografia.

Per concludere ti comunico poi che io e Aman abbiamo elaborato un progetto di venire insieme a trovarti lì a Erba un bel mattino, per esempio in uno dei giorni subito dopo Ferragosto (il 16 oppure anche il 17, in barba alla jella). Fra qualche giorno ti telefoneremo e contiamo sulla tua adesione. Tanti cari saluti alla tua consorte e a te anche un forte abbraccio.

   Milano, 7 agosto 2006, Meeten Nasr

Giampiero Neri, un maestro in ombra

Giampiero Neri, un maestro in ombra

Giorgio Linguaglossa

la «disparizione» del soggetto nella poesia di Giampiero Neri

La poesia del minimalismo degli anni Ottanta non sarà interessata alla riflessione sui rapporti tra la poesia e il mondo, alla riflessione sulla «funzione» poetica e, tantomeno, alla riflessione sulle prospettive della poesia nelle nuove condizioni poste dal mercato globale. I poeti della generazione del minimalismo sono tutti dei poeti «puri», alieni da ogni forma di teorizzazione e di speculazione, si dedicano alla «poesia» senza altare, con un approccio laico e scettico, consapevoli della situazione di marginalità della «poesia» nella nuova società mediatica, hanno una attenzione tutta «interna» al fatto poetico. Nessuno di questi poeti nutre interesse all’aspetto critico-militante verso la poesia del Novecento o è realmente interessato all’apertura di un dibattito critico ampio sulla funzione della poesia.  In quegli anni viene, di fatto, messa a punto la tesi storiografica di una presunta «superiorità» della poesia di marca minimalista romano-lombarda rispetto alla restante poesia nazionale. Viene anche canonizzato il «piccolo canone» della linea lombarda come dato di fatto indiscusso, con tanto di ascendenze e discendenze, padri nobili ed epigoni al fine di instaurare una precisa egemonia tematica e stilistica. La poesia di Neri è sintomatica di un generale clima di «riduzionismo» del grande canone della poesia del Novecento, che vede per intenderci, la poesia del primo Montale in posizione «centrale», con a fianco la grande stagione ermetica e, a lato, le forze stilistiche delle avanguardie. Neri riduce la funzione centralistica del primo Montale (scriverà che la poesia di Montale può essere paragonata al flusso dell’acqua di un rubinetto in un fiume in piena), occupando quello spazio «centrale» rimasto vacante con una poesia tutta incentrata su un «riduzionismo» stilistico e un «mimetismo» di matrice narrativa.

Dalla cosiddetta linea lombarda Neri sa trarre lo spunto e l’idea per l’assemblaggio di una scrittura ridotta al minimo comun denominatore, denaturata e de-soggettivata, uno stile cosmopolitico nel senso della sua agevole traducibilità in altre lingue per via della sua narratività riflessa, attingendo un tipo di scrittura che, grazie alla riduzione ai minimi termini degli espedienti retorici, della sintassi e del lessico, è giunta, dopo un tragitto trentennale, alla stazione di una compiuta leggibilità, quasi che quella scrittura non sia stata creata da un soggetto ma che il soggetto l’abbia trovata già pronta. Giampiero Neri giunge a far perdere al testo l’orientamento del testo, nel senso che chiunque e nessuno potrebbe essere l’autore dei suoi componimenti. La tematica e l’oggettistica di Armi e mestieri del 2004 non è mutata da quella del primo libro; di più, replicano la formula originaria con pedissequa fedeltà, giungono a rasentare la labirintite semantica a seguito di due ben distinti procedimenti: a) il procedimento per sottrazione, cui abbiamo poc’anzi accennato; b) procedimento di disparizione del “messaggio”. Di che si tratta? Il testo non contiene alcun messaggio. Rectius, il testo contiene un «finto» messaggio. Il procedimento è centrato sulla «finzione» di un messaggio (preesistente) o di una sospensione del messaggio (preesistente); in realtà, la fraseologia del messaggio è tratta da un «macrotesto », ovvero, un testo di storia, un testo di divulgazione scientifica, di botanica, di cronaca etc. al quale vengono amputate le parti conclusive, o le proposizioni prodromiche, in modo tale che l’alterazione del «testo» base venga recepito come testo in sospensione semantica.

 Ora, ragionando in termini logici, se è assente il messaggio risulteranno altresì assenti sia il trasmittente che il ricevente. La conseguenza di questa strategia della «disparizione» comporta l’abolizione del messaggio e, parimenti, l’abolizione di tutti quegli espedienti retorici, di tutti quegli istituti stilistici che presiedono il registro del testo letterario. Non è un caso che il discorso indiretto e la coniugazione dei verbi al riflessivo e alla terza persona, costituiscano la quasi totalità dell’infrastruttura dei testi; il discorso diretto, che per eccellenza è considerato dagli istituti retorici, quale dimostrazione di autenticità del mittente, viene invece a configurarsi come mero esercizio incidentale, come mera fraseologia intertemporale di una soggettività che si sottrae e che il testo fa di tutto per nasconderla. Grazie a questa «finzione» della «disparizione» la soggettività si è tramutata in intersoggettività, è diventata neutrale. Sarà la citazione implicita che fungerà da fonte di autenticità del testo, relegando la sostanza egolalica del soggetto poetante in un ruolo secondario e trascurabile. Il testo letterario viene così ad essere deterritorializzato (ovvero de-soggettivato e de-oggettivato) di senso e rimarrà privo di orientabilità entro le coordinate di un contesto sintattico e di significato. Non è più incentrato nel soggetto poetico, né perimetra il soggetto poetico, e quest’ultimo viene a perdere la collocazione spazio-temporale, il testo resta in sospensione in uno spazio semantico atopico e acronico. I personaggi di questi testi sono anonimi e indifferenziati: entrano nel testo in tralice, ed escono silenziosamente, come sono entrati, da un pertugio laterale della scrittura poetica.

 Prendiamo una poesia che inizia così: “Era venuta fuori dal suo negozio”; il soggetto non c’è, il soggetto è innominato, succede una ipotiposi che il testo seguente lascia intuire, immaginare, ma l’autore non dà al lettore alcuna indicazione in proposito: c’è qui un problema? Sì, si trata della disparizione del soggetto. Il verso finale della composizione, che è introdotto da una particella avversativa, non aggiunge nulla, né scioglie il dilemma ermeneutico nel quale ci troviamo: “ma erano Tedeschi in ritirata”, lascia il lettore in una situazione di sospensione semantica. Che i tedeschi siano in ritirata o in avanzata è una proposizione interrotta. In un’altra poesia, degli attanti astratti e indeterminati stanno per intraprendere un’azione (“guardavano sorridendo le fotografie”); nei quattro versi che seguono, accade anche qui una ipotiposi; il finale invece di fornirci una qualche indicazione, accentua lo spaesamento complessivo che ingenera il testo che contiene frasi che discordano con le frasi che precedono (“passavano senza fretta da una stanza all’altra”). Il testo non intende significare, non rimanda ad altro significato tranne che alla propria «letteralità». Altrove, sono suggerimenti tratti dalla botanica a dettare al poeta i testi, oppure è un dato di cronaca riportatoci da uno storico antico: «’Si accinsero a costruire la torre’ scrive Flavio Giuseppe / nelle Antichità giudaiche, ‘ed essa sorse con una velocità inaspettata’’». Il lettore si arresta sorpreso e sconcertato da queste sospensioni, medita un senso, ad esempio sul perché la Torre venga costruita con «velocità inaspettata», o quale insondabile significato si celi nel fatto riportato dalle fonti. Da questi pochi cenni appare chiaro che nell’opera poetica di Giampiero Neri il significato viene de-territorializzato, la storia viene appiattita su una superficie unidimensionale.

C’è nella poesia di Neri un movimento di mimetismi, di cinetismi, di «tagli», di finzioni, di artifizi, tali da rendere interlocutorio il messaggio. Il soggetto non comunica più con l’ oggetto. Non ci sono strade che conducano verso il sentiero di un senso o di un significato soprastante: “una varietà di mimetismo/ l’immaginario occhio di Dio che guarda”.

Labirinto

Labirinto

da: L’aspetto occidentale del vestito

1.
L’aspetto occidentale del vestito

A Giancarlo Majorino

Corso Donati, il metrò
scava diverse gallerie ai giardini
radici che non dissero inutilmente
le ossa di qualche romano in provincia
e una valigia di fibra
la ferrovia della stazione Nord,
ora non ricordo tutti i particolari
un tempo passato corre via dietro gli alberi.

*
2.

La Pavonia maggiore o Saturnia
la farfalla Atropo ed altre specie notturne
sono un notevole esempio di mimetismo.
Si adattano in parte all’ambiente
per il colore più scuro e intenso
grigio bruno sulle ali
ma anche per i continui segni
che vi ricorrono in forma di cerchi
e nel modo uguali.
All’origine di questi ornamenti
si incontra una simmetria,
uno schema fissato in anticipo
muove insieme chi cerca
e chi ha interesse a non farsi riconoscere,
una corrispondenza alla fine.

*
3.

Il cattivo tempo è alle porte e consiglia la prudenza, come comanda nostra madre Chiesa.
In concreto il temporale minacciò di far volare un numero straordinario di carte.
Risultava sempre più difficile incontrare il professore, costantemente impegnato nella correzione di qualche compito.
E avendolo visto per caso:
“Il dottor Livingstone, suppongo” disse, mentre gli tendeva la mano attraversando vasti deserti di tavolini rossi e sedie impagliate.

*
4.

L’osservatore si orienta su alcuni particolari. Il colore delle foglie o la presenza di effimere sulle rive dei torrenti. Strani insetti che hanno breve vita, come dice il nome.
Verso il centro della riserva sta il falco rosso, cacciatore notturno. Durante il giorno è nascosto, ma qualche volta attraversa una valletta o una radura, molestato dai passeri.

Giampiero Nerida: Liceo

5.

Villa Nena

La facciata era sicuramente liberty.
Come onde apparivano i balconi
verso il lago,
in parte nascosti dagli alberi.
Nella casa che è stata abbandonata
cigola la porta non chiusa,
della vecchia proprietà
non si hanno notizie da tempo.
E’ rimasto nel quadro alla parete
un documento del ’43,
un attestato che la signora è cittadina straniera
sotto la protezione del Consolato.

*
6

Due tempi

La civetta è un uccello pericoloso di notte
quando appare sul suo terreno
come un attore sulla scena
ha smesso la sua parte di zimbello.
Con una strana voce
fa udire il suo richiamo,
vola nell’aria notturna.
Allora tace chi si prendeva gioco,
si nasconde dietro un riparo di foglie.
Ma è breve il seguito degli atti,
il teatro naturale si allontana.
All’apparire del giorno
la civetta ritorna al suo nido,
al suo dimesso destino.

*

7

Pesce d’acqua dolce

Lavarello è il nome lombardo di un pesce che vive sul fondo del lago. Ha la testa piccola, come di chi deve pensare poco. Ma per la forma si adatta alla profondità. Il colore è bianco argento. Sta nei confini dell’acqua scura, fredda e si suppone pigro e pacifico.
Sul banco del pescivendolo si vede qualche volta, il corpo coronato dal rosso vivo delle branchie.

*

8

Capitolo ottavo, VII

Lo scrittore di provincia soffriva d’insonnia. Si dedicava a ricerche di interesse storico ma non aveva abbandonato i vecchi progetti letterari.
Stava leggendo il finale del capitolo ottavo “anche tu valoroso Casca, le tue lucertole sul muro”.

*

9

Delle misure, dei pesi, III

Del declinante mondo di Maria Signaroli
che abitava da noi in campagna
non si poteva domandare.
Oscillava fra le finestre della stanza,
qualche volta in giardino,
finché cadde sul pavimento.
Era una mattina se ricordo bene,
l’anno il ’32 o il ’33.

*

10

Sovrapposizioni, I

Piegando indietro la testa, l’ospite imitò il verso di un gufo.
Una nota breve, simile a un abbaiare, a un colpo di tosse.
Aveva una barba rada, gli occhi grandi, giallastri.

*

11

IV

Del gufo reale o Sminteo, distruttore di topi, si può dire che è raro. Vive nei boschi abbandonati ma
imbattersi nel suo sguardo severo, nelle sue penne arruffate, può turbare.

*

12

VI

Del suono kiok, kiok, del verso teck, teck.
Procedono dalla forma originaria, senza mutamenti. Segnali di un mondo scomparso.
Qualche volta si sente nella notte un richiamo stridulo, una voce alterata.

Giampiero Neri

Giampiero Neri

da : Dallo stesso luogo

13

Dallo stesso luogo
alla memoria di Edoardo Persico
(Napoli 1900 – Milano 1936)

Come l’acqua del fiume si muove
contro corrente vicino alla riva
si disperde dentro fili d’erba
lontana dal suo centro
la memoria fa un cammino a ritroso
dove una materia incerta
torna con molti frammenti.

*

14

Dove il fitto bosco
scendeva con avvallamento profondo
verso un luogo nascosto
a un tratto gigantesco,
appariva mutato l’aspetto degli alberi
in quel punto
prendeva nome di orrido
.
*

15

Quella strana colonia
di rari villeggianti
era dispersa.
Dei loro campi di tennis
e vani conversari
era rimasto un eco di saluti notturni
di biciclette che si allontanavano
.
*

16

Viaggi I

Era una trappola per talpe
che aveva progettato, una tagliola
per la loro sortita allo scoperto
e del fumo insufflato nei cunicoli.
Ma era passato il tempo
si svolgeva un diverso avvenimento
anche noi diventati talpe
per il variare delle circostanze

*
da: Altri viaggi

17

Segnali

Dei vari colori
pericoloso è il giallo
accompagnato al nero
nella forma dell’ape
e di altre specie più rare,
e la diversità dei grigi
dei bianchi specialmente.

*

18

si era fermato e lasciato cadere la bicicletta
sulla strada, l’amico di mio padre
“se tutto doveva finire…” mi aveva detto abbracciandomi,
era stato il commento.

*

19

Variazione

Si nasconde il gufo sul ramo
durante il giorno,
si adatta a una diversa parte
nel suo breve travestimento.
Ma col variare della luce
abbandona la sua muta inoffensiva,
nella sua forma e figura
si presenta al rituale appuntamento.

*

20

Figura

In quella parte del campo
vicino al deposito di legna
si era levata una figura indistinta,
come una macchia più scura
nel buio della sera,
sembrava un cane che volava sopra i tetti.

*

21

Tracce

Presa fra i sassi dove si nasconde
la lumaca fa udire un breve suono
unico segno manifesto
della sua muta esistenza.
Del suo andare solitario
si vede qualche volta una traccia,
come una scia luccicante nell’erba.

Giampiero Neri

Giampiero Neri

da: Armi e mestieri

22

Da un camminamento
sotto la volta degli alberi
si arrivava a un recinto.
Si erano alzati due vitelli
dal loro letto di paglia
una strana luce
passava tra le foglie.

*

23
a Sossio Giametta

Da quell’intrico di rami
si tendeva il germoglio di un kiwi
incontro al ramo di una betulla.
Si formava un nuovo viluppo
come un piccolo arco di trionfo
che vede il kiwi prevalere
la betulla vicina a soccombere
e l’ospite a meditare nel giardino.

*

24

Mimesi

Delle figure e dei fregi
si osservano sulle ali delle farfalle
e in altre specie diverse
ornamento e difesa insieme,
simili a cerchi e disegni
detti anche macchie ocellari,
sono una varietà di mimetismo
l’immaginario occhio di Dio che guarda

*
25

Di quel teatro all’aperto
delle sue figure disperse
era difficile ritrovare i fili.
Rimaneva il nome di qualche negozio
qualche angolo di strada somigliante
e i pesci a nuotare sotto riva
nelle acque morte del lago

Meeten Nasr

Meeten Nasr

Meeten Nasr Nato a Pesaro da madre sefardita, ha fatto studi di filologia greco-latina,  epistemologia e storia della scienza. Traduttore e saggista è autore di una versione poetica degli Epigrammi di Callimaco tratti dall’Antologia Palatina. Nel 1998 ha vinto il Premio Montale per l’inedito e quindici suoi componimenti sono stati pubblicati nel volume “7 Poeti del Premio Montale” (Scheiwiller, 1999). Nel 2001 Book Editore pubblica Dizionario. Nel 2004  sette sue poesie, illustrate da incisioni e litografie di Simonetta Ferrante, sono pubblicate da Giorgio Upiglio Impressioni Originali di Milano col titolo Il solco del pennino. Queste poesie con altre hanno poi formato nel 2005 la raccolta Atlante del nomade (LietoColle). La sua più recente raccolta Al traguardo di Malaga (LietoColle, 2009) contiene anche le quindici poesie del Premio Montale, oggi introvabili. Ha diretto fino al 2012 la rivista di poesia e di ricerca “Il Monte Analogo”. Scrive di poesia su riviste letterarie quali “Il Segnale”, “La Mosca di Milano”, “Smerilliana”, “Le Voci della Luna” e altre. Nel 2013 ha pubblicato presso Excogita Editore un testo diaristico in prosa intitolato La mosca di Rousseau.

20 commenti

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20 risposte a “VENTICINQUE POESIE di Giampiero Neri da L’aspetto  occidentale del vestito, Liceo, Armi e mestieri, Dallo stesso luogo  a cura e con una Lettera di Meeten Nasr Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Giampiero Neri come un De Chirico nelle arti figurative. Poeta che ammiro profondamente. Grazie per la puntuale e condivisa analisi dei suoi testi.

  2. Ivan Pozzoni

    Questo sarebbe, secondo l’amico Valerio, un “poeta” da buttare. Grazie ad Ambra Simeone, scrittrice in versi apprezzatissima e seguita concretamente da Giampiero Neri, ho avuto modo di fare avere a Giampiero qualcosa di mio, che è stato molto apprezzato. Giampiero è un grandissimo, molto sottovalutato, dell’arte italiana. Apprezzo molto la sua riservatezza, trasparenza, e chiarezza espositiva.

  3. Ambra Simeone

    Ho sempre ammirato la narratività a-soggettiva, né iper- né ipo-soggettiva dei testi di quello che reputo il mio Maestro in poesia. Qui a mio parere (soprattutto per quanto riguarda le sue ultime raccolte) si va molto oltre il “minimalismo” (che considero già come categoria non chiusa né aperta completamente), si va verso il punto di unione tra la poesia e la prosa. Mirabile connubio! Grazie all’amico Meeten per aver portato un primo piano questo grande “maestro nell’ombra”.

  4. Giampiero Neri, “maestro in ombra” forse anche per il suo carattere schivo, non ansioso di mettersi in mostra, era presente a una lettura di poesie, denominata “Poesia e Jazz”, alla fine di giugno del 1999 a Gallarate, quando la città era un poco più vivace culturalmente. A quell’evento partecipavano anche Tomaso Kemeny, Franco Buffoni, Vivian Lamarque e qualche altro, oltre a me (ripresa nella fotografia che introduce il post a me dedicato recentemente). Mi sembrò molto gentile, affabile, senza quell’albagia che altri ostentavano. Eravamo tutti dell’area lombarda, ma solo di residenza per me; quanto a Kemeny, è tanto noto che sarebbe superfluo indicarne l’origine, benché viva a Milano.
    La bella lettera di Meeten Nasr mi restituisce Giampiero Neri come l’ho conosciuto al tempo del suo primo libro “L’aspetto occidentale del vestito”.
    Linea lombarda, dunque: minimalismo, riduzionismo, narrativismo e, me lo perdoni Giampiero Neri, ambientazione entro i confini del proprio territorio, come se la vita si svolgesse tutta in quest’area milanese, varesina, comasca, non molto oltre.
    Apprezzo varie poesie della prima raccolta, come “La Pavonia maggiore”, “Villa Nena” e “Due tempi”, ma non troppo i brani narrativi, specialmente quello in cui è descritto il pesce di lago Lavarello, ben noto a chi frequenta i ristoranti presso il Lago Maggiore o il Lago di Como.
    Trovo pregevole la poesia 13 del libro “Dallo stesso luogo”, ove l’immagine dell’acqua nella bella similitudine con la memoria soddisfa pienamente il mio gusto poetico. Molto ben riuscita anche la poesia 14, che mi ricorda un luogo della “nostra” area geografica raffigurato con mirabile sintesi pittorica. “Variazione” e “Mimesi” sono altrettanto interessanti per il tema della metamorfosi, del mimetismo colti nel gufo e nelle ali delle farfalle.
    Concludo con la poesia 25 della stessa raccolta che, con stringatezza e abilità raffigurativa, ‘mi fa ‘sentire a casa’, intendo dire nell’area alto-milanese in cui anch’io vivo.
    Congratulazioni a Giampiero Neri

    Giorgina Busca Gernetti

    • Ambra Simeone

      “Maestro in ombra” è appunto la sua biografia scritta da Alessandro Rivali, che sottolinea come dice bene Giorgina, il suo carattere molto schivo e umile, per nulla pomposo.

  5. Giuseppina Di Leo

    Una scoperta per me Giampiero Neri, un poeta da leggere attentamente.

  6. La Poesia di Giampiero Neri va considerata nella sua genesi storica, inserita nell’orizzonte di attese che si profilava alla metà degli anni Settanta. Ripropongo qui l’incipit di un mio articolo retrospettivo scritto dieci anni or sono ma ancora valido nelle sue linee generali:

    “Fin dall’inizio della sua produzione poetica (L’aspetto occidentale del vestito del 1976), Giampiero Neri ha optato per una poesia di «derivazione» da testi allotrii, per una poesia al grado zero della scrittura, puntando al prosciugamento del testo da ogni possibilità di significazione.
    Era ancora l’epoca delle retoriche e delle retorizzazioni che le poetiche belligeranti della post-avanguardia e le poetiche della ristrutturazione lirica nel frattempo mettevano in campo, e Neri riuscì nel suo intento di essere ascritto alla schiera degli autori «originali» o «diversi», con quel suo frasario «basso», il lessico e il tono understatement che, in un clima letterario come quello degli ultimi anni Settanta, nutrito di ideologismo e di sperimentalismo cronachistico, coniugavano l’aspetto della novità con quello di una ritrovata semplicità di dettato. Neri metteva in atto un’opera di disboscamento e di diserbamento stilistico con meticolosa e tenace rettilineità, che si è mantenuta integra fino a quest’ultimo libro, dal titolo un po’ insolito, di Armi e mestieri (2004). Laterale alla linea lombarda, in realtà Giampiero Neri ne ha prefigurato e anticipato gli esiti verso il minimalismo egemone. Se gettiamo un’occhiata alle date di apparizione del primo libro (1976), vedremo che Neri può essere considerato un battistrada della linea del «piccolo canone»: in ambito milanese. Nel 1976 appaiono Il disperso di Maurizio Cucchi e Somiglianze di Milo De Angelis; in ambito romano, nel 1974 esce di Patrizia Cavalli Le mie poesie non cambieranno il mondo, Area di rigore di Valentino Zeichen e, nel 1980, Ora serrata retinae di Valerio Magrelli, opere tutte che si inseriscono in un ambito e in un clima cultural-poetico di marca scettico-urbana che predilige le tematiche della rappresentazione delle periferie suburbane, le poetiche degli oggetti della nuova realtà postindustriale, nuovi modelli rappresentativi come il «giallo» applicato al discorso poetico, la ricomposizione dell’io lirico in un orizzonte scettico-privato etc. Siamo già entrati in quel clima di scetticismo diffuso e «riduzionistico» che ha avallato e favorito l’affermarsi del minimalismo, dove al riduzionismo delle tematiche corrispondeva un riduzionismo stilistico e allo scetticismo gnoseologico corrispondeva un rifiuto, una neutralità verso il pensiero estetico del Novecento e una neutralità verso i contenuti stilistici della Tradizione. Rifiuto e neutralità verso ogni ipotesi di «poetica», considerata con sospetto dopo il diluvio di teorizzazioni del post-sperimentalismo della generazione del ‘68.

    Indubbiamente, oggi le priorità della poesia italiana sono cambiate, dinanzi alla diffusione a macchia d’olio della narratività, credo che oggi si riproponga, anzi, sia diventata attuale, l’esigenza di una uscita di sicurezza dalla narratività diffusa che, così come si è solidificata in Italia, sembra aver esaurita la sua forza propulsiva.

    • Ambra Simeone

      Caro Giorgio, è vero, c’è un certo gruppo poetico che propugna l’uscita dalla “narratività poetica” e addirittura un ritorno ad una “metricità più che controllata” persino scolastica. Non so però fino a che punto queste due linee poetiche così – nette e distinte – siano da mettere al paragone, onde decretarne il vincitore.

  7. gabriele fratini

    Tra i massimi rappresentanti di quel genere di poesia “narrativa” e assolutamente priva di musica, molto praticata nelle zone milanesi negli anni ’70, che non riesce ad appassionarmi. Un saluto.

    • Hai ragione, Gabriele. Anch’io non amo non tanto la poesia narrativa, se penso all’Epos, all’ “Odissea” e simili, quanto la cosiddetta poesia prosastica. Vedi, ad esempio, il passo sul pesce Lavarello. Se lo leggi ad alta voce in un ristorante sul lago ti scambiano per lo “chef” che ti spiega che pesce è.
      GBG

      • Io sono incantata proprio dal fatto che, a proposito dei versi sul pesce Lavarello,si possa credere che siano le parole di uno chef: è questa, la magia di un poeta che coglie la realtà comune nel momento in cui si fa eterna. Sempre con ammirazione e affetto, Anna Ventura

  8. Ambra Simeone

    Caro Gabriele, hai ragione la sua poesia sopratutto l’ultima, quella più narrativa, è completamente “a-tonale” come certa musica contemporanea. Ma vorrei attirare la tua attenzione sul grado di difficoltà creativa che comporta lo scrivere senza manierismi di nessun genere, che siano estetico-formali o contenutistico-personali. La sua è una cronaca senza vezzi, né sensazionalismi, né minimalismi, è una poetica in pieno equilibrio che non punta né verso il basso, né verso l’alto.

    Poniamo che tu debba scrivere un testo così, dovresti dribblare: nella forma alcuni vezzi musicali (rime, assonanze ecc), retorici (anafore, sinestesie ecc) mentre nel contenuto alcune sparate moralistiche (estetizzanti verso l’alto o freddure ciniche verso il basso). Ecco Giampiero con difficoltà cerca di evitare tutto ciò, e nei suoi pezzi migliori ci riesce!

    • Cara Ambra,
      tu scrivi: “l’ultima, quella più narrativa”. L’ultima, cioè la n. 25, che io ho inclusa in quelle apprezzate, mi sembra descrittiva, non narrativa.
      Non è la cronaca scarna e a-musicale di un evento, bensì la descrizione (sempre scarna e a-musicale) di un luogo ormai semi-abbandonato, in cui l’immagine “e i pesci a nuotare sotto riva / nelle acque morte del lago”, se può suggerire un senso di vita, subito lo spegne con “le acque morte del lago”, non per l’aggettivo “morte” in senso reale, ma per l’immobilità del lago sotto riva. Quel luogo è proprio così come Giampiero Neri lo DESCRIVE.
      Un caro saluto
      Giorgina

  9. Cara Ambra Simeone,

    non credo che la questione poesia possa essere messa tra vincitori e vinti, sarebbe semplificare troppo, semmai in un contesto culturale ci sono delle isole, delle individualità… io poi ho scritto:«Indubbiamente, oggi le priorità della poesia italiana sono cambiate, dinanzi alla diffusione a macchia d’olio della narratività, credo che oggi si riproponga, anzi, sia diventata attuale, l’esigenza di una uscita di sicurezza dalla narratività diffusa che, così come si è solidificata in Italia, sembra aver esaurita la sua forza propulsiva».

    Senza contare che io (e non solo io) ripeto sempre che dopo Tranströmer la poesia occidentale è cambiata e non potrà più tornare indietro…

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