Giuseppe Talìa, Due poesie, Cartolina, La ferula, Poesia e nichilismo, Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica? L’arte «è l’Annientante che attraversa tutti i suoi contenuti senza poter mai giungere a un’opera positiva» scrive Giorgio Agamben

Marie Laure Colasson, Notturno, collage, 30×25, 2012

Marie Laure Colasson Notturno 9 collage 30x25 cm 2007

L’arte «è l’Annientante che attraversa tutti i suoi contenuti senza poter mai giungere a un’opera positiva perché non può più identificarsi con alcuno di essi. E, in quanto l’arte è divenuta la pura potenza della negazione, nella sua essenza regna il nichilismo. La parentela fra arte e nichilismo attinge perciò una zona indicibilmente più profonda di quella in cui si muovono le poetiche dell’estetismo e del decadentismo: essa dispiega il suo regno a partire dal fondamento impensato dell’arte occidentale giunta al punto estremo del suo itinerario metafisico. E se l’essenza del nichilismo non consiste semplicemente in un’inversione dei valori ammessi, ma resta velata nel destino dell’uomo occidentale e nel segreto della sua storia, la sorte dell’arte nel nostro tempo non è qualcosa che possa essere decisa sul terreno della critica estetica o della linguistica. L’essenza del nichilismo coincide con l’essenza dell’arte nel punto estremo del suo destino in ciò, che in entrambi l’essere si destina all’uomo come Nulla. E finché il nichilismo governerà segretamente il corso della storia dell’Occidente, l’arte non uscirà dal suointerminabile crepuscolo.»1
«Interrogarsi sul compito dell’arte equivale a chiedersi quale potrebbe essere il suo compito nel giorno del Giudizio Universale, cioè in una condizione (che è per Kafka lo stesso stato storico dell’uomo) in cui l’angelo della storia si è arrestato e, nell’intervallo tra passato e futuro, l’uomo si trova davanti alla propria responsabilità».2

1 G. Agamben, L’uomo senza contenuto, 1970, pp. 86-87
2 Ibidem pp. 170-171

Sono trascorsi 51 anni da queste parole, sarebbe stato sufficiente leggere questa pagina da parte di un poeta degli anni settanta e ottanta, per fare una severa auto critica, e invece si è continuato a scrivere poesie accademiche e di circostanza, senza aver mai meditato sui fondamenti e sul destino storico della poiesis nell’epoca della fine della metafisica e della tecnica dispiegata. Ad oggi, non mi risulta che un poeta italiano pre-Covid degno di questo nome abbia mai sciolto il problema da noi posto di «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?».
Una cosapevolezza non vaga e non accademica, quindi non neutra delle implicazioni susseguenti a quelle parole di Agamben mi sembra albeggi nella poesia della poetry kitchen. Siamo stati gli unici a porre la domanda programmatica:

«Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?». (g.l.)

Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta), nasce in Calabria, nel 1964, risiede a Firenze. Pubblica le raccolte di poesie: Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano: Florilegio, Lepisma, Roma 2008; L’Impoetico Mafioso, CFR Edizioni, Piateda 2011; I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; L’Amore ai Tempi della Collera, Lietocolle 2014. Ha pubblicato i seguenti libri sulla formazione del personale scolastico: LʼIntegrazione e la Valorizzazione delle Differenze, M.I.U.R., marzo 2011; Progettazione di Unità di Competenza per il Curricolo Verticale: esperienze di autoformazione in rete, Edizioni La Medicea Firenze, 2013. È presente con dieci poesie nella Antologia Come è finita la guerra di Troia non ricordo a cura di Giorgio Linguaglossa, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2016.; con il medesimo editore nel 2017 esce la raccolta poetica La Musa Last Minute.

Giuseppe Talia

Cartolina

Scaricato il pdf di se una notte d’inverno un viaggiatore.
Letto il prologo. Accomodato secondo i suggerimenti.

Acceso. La TV senza audio. – Leggo il romanzo e faccio zapping.

“La dimensione del tempo è andata in frantumi, non possiamo vivere
o pensare se non spezzoni di tempo che s’allontanano ognuno lungo
una sua traiettoria e subito spariscono.”

Una operazione di salvataggio in mare. Immagini di una imbarcazione.
Un faro illumina un peschereccio che ondeggia.
Qualcuno paga con il bancomat. Cashback.

“Ti prepari a riconoscere l’inconfondibile accento dell’autore.”

“No. Non lo riconosci affatto”. – 13.452 nuovi casi di autori sconosciuti
di cui 232 deceduti.”

Un’ aula di tribunale. Anche per l’autore.
Qualcuno disinfetta degli ambienti.

Una stazione ferroviaria. – Il documento word ha capito da solo
quando andare a capo. Una ventata d’odore di buffet.
Flaconcini e siringhe. La Metafisica del presente.

“Il libro si fa leggere comunque, indipendentemente da quel che t’aspettavi
dall’autore.”

Un fischio parte lungo i binari.
Autoambulanze. L’autore è un attore.

Immagini di repertorio. I Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere.
I Libri Fatti Per Altri Usi.

  • Da domani una nuova serie TV.
  • Un commissario donna.

La positività al momento si attesta sul 5,3 %.

Siamo in un museo. Busti.
A pagina 10:- “Sta’ attento: è certo un sistema
per coinvolgerti a poco a poco, per catturarti nella vicenda senza
che te ne renda conto: una trappola.”

Chiamare l’elettricista.

La Ferula

La ferula è una pianta erbacea perenne. Una pianta spontanea.
Da cui si aprono delle infiorescenze gialle.

I mattoncini lego dei fichi d’india le sono tutt’intorno acquattati.
I cocus, con le fronde verso il mare.

Capo Bruzzano, ne attesta la presenza.
La intravedi ai margini delle strade. Con il tronco nodoso e gli ombrelli.

Si concede solo al trifoglio.
Il rollio delle onde. Alcune scene del film di Calopresti.

Da Piazza della Memoria, le insenature insenature di Punta Stilo.
Nemmeno Bova ellenofona si esime dall’accoglierla.
Nemmeno le bianche terre dove cresce il vino Greco.

La ferula è ovunque, in queste terre battute da Terrazzano.

Succede che nelle vicinanze di una ne cresca un’altra. Pentedattilo!
Che si accapiglino quando il peso delle chiome le curva una sull’altra.

La ferula è dov’è, dove deve stare.
Un prometeo incatenato.

La ferula, ferina e ferigna.

Il finocchietto selvatico, gli cresce accanto.
Il De alimenti urgentia.

Una valanga di marrone. Cotto nel sole. Gerani. Le spighe. Scalda la rena.

La Ferula vince in altezza. Immobilizza i tessuti vicini (Ferula assa-foetida).
Solo l’aglione e i gigli di mare le resistono.

In India, la resina della sua radice viene aggiunta al burro chiarificato. Vanta origini persiane.

Le bacche rossastre del lentisco dal forte aroma di oliva.

2 marzo 2021

Ho appena letto di Montale da Jacopo Ricciardi. “Un’oscura tabula rasa della realtà (tutta la realtà, compresi poesia e poeta)”, e per un attimo avrei dovuto smettere di parlare del reale e andare verso la ferula, che in questa stagione cresce ovunque. Nasce da uno sbuffo di foglie curiose e cresce in altezza fino a divenire uno stelo, un tronco, con pannocchie che si aprono in ombrelle. Dopo l’essiccatura, la pianta erbacea perenne, si riposa d’estate.
Ecco, la fotografia che mi hai chiesto tempo fa.

(Giuseppe Talìa)

Scrive Lacan:

«Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.

Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]

«Il linguaggio – ci ricorda Giorgio Agamben – deve necessariamente presupporre se stesso». Il linguaggio, ci dice Mario Gabriele, è fatto con la stoffa di un altro linguaggio, è linguaggio di linguaggi, frantumi di linguaggi rottamati, residui, scarti, scampoli. Non c’è meta linguaggio se non nel linguaggio. Non c’è linguaggio che non sia metalinguaggio.

1] J. Lacan, Ecrits, 1966, Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293

C’è nella nuova fenomenologia del poetico di Giuseppe Talìa, quello che possiamo indicare come una intensa possibilizzazione del molteplice.

Che cosa voglio dire con ciò? Nella nuova poesia ci sono indicate delle cose che possono avvenire, che potrebbero avvenire, o che forse sono avvenute. Mi spiego meglio. Se prendiamo La ragazza Carla di Pagliarani (1960) o anche Laborintus (1956) di Sanguineti, lì vengono trattate (rappresentate) delle cose che realmente esistono; se prendiamo un brano de I quanti del suicidio (1972) di Helle Busacca, lì si tratta di un tema ben preciso: la morte del fratello «aldo» e della conseguente j’accuse del «sistema Italia» che lo ha determinato al suicidio. Voglio dire che tutta la poesia del novecento italiano, come quella di questi postremi anni post-veritativi, rientra nel modello del «verosimile». Ebbene, questo «modello» nella NOE viene castigato e rottamato, viene messo in sordina, la distinzione tra verosimile e non-verosimile cade inesorabilmente, ed entrano in gioco il possibile e l’inverosimile; si scopre che l’inverosimile è della stessa stoffa del possibile-verosimile.

Questa possibilizzazione del molteplice è la diretta conseguenza di una intensa problematizzazione delle forme estetiche portata avanti dalla «nuova ontologia estetica», prodotto dell’aggravarsi della crisi delle forme estetiche tardo novecentesche che ha creato una fortissima controspinta in direzione di un nuovo modello-poesia non più ancorato e immobilizzato ad un concetto di eternità e stabilità del «modello del verosimile».

(Giorgio Linguaglossa)

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16 risposte a “Giuseppe Talìa, Due poesie, Cartolina, La ferula, Poesia e nichilismo, Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica? L’arte «è l’Annientante che attraversa tutti i suoi contenuti senza poter mai giungere a un’opera positiva» scrive Giorgio Agamben

  1. Caro Giorgio Linguaglossa,

    John Taylor, nella prefazione all’antologia americana di poeti italiani del XXI secolo: How the Trojan War Ended I Don’t Remember (Come è finita la guerra di Troia non ricordo), edita da Giorgio Linguaglossa tradotta da Steven Grieco-Rathgeb e pubblicata da Chelsea Editions di New York, coglie l’entità distribuita delle poetiche degli autori nelle questioni di spazio e di tempo, a partire dalla presenza del passato nel presente, “In other words, a sort of dream or imaginative vision combined with wakefulness”.
    La linea Modernista, che va da Alfred Prufrock di The waste land (1922) di Eliot ad Alfredo de Palchi di Sessioni con l’analista (1967), è paragonabile a uno dei torrenti che scorrono nella mitologia sotto la città di Troia e trova continuità e sbocchi nel nuovo Modernismo, o meglio in una nuova ontologia estetica.
    Il filone di opposizione radicale dell’ontologia alla poesia di fine secolo Novecento non ritiene più valide le esperienze diaristiche dell’Io.

    Dunque, l’ingresso di una nuova situazione stilistica e poetica. Contrapposta alla conservazione faziosa di posizioni istituzionali, come scrive Giorgio Linguaglossa, segue la linea modernista su altri piani problematici circa il complesso meccanismo del pensiero e della parola oggi. Che valore dare e quali le cause della perdita di memoria nell’epoca della velocità, dell’immediatezza, dell’alzheimer condiviso, dello scorrere continuo di dati dove paradossalmente il tempo è diventato inesistente? Quale recupero operare nella vastità del prodotto letterario? Con quale linguaggio, mitologia e storia delle idee? Quale spazio mentale?, come dice John Taylor nella prefazione al volume: «albeit sometimes bizarrely, fantastically, or comically».

    Firenze, 17 settembre 2018

    Giuseppe Talìa

  2. Sulla ibridazione e sullo zapping dei testi di Giuseppe Talia

    Mauro Pierno da sempre si muove seguendo una idea della contaminazione tra linguaggi poetici affini o contigui, ha contaminato il linguaggio poetico di Carlo Livia mediante appropriazione di singoli sintagmi ed ha proseguito per variazioni e mutazioni genetiche, proprio come un virus, incorporando nel proprio testo singoli sintagmi allotri, adulterandolo e trasformandolo per via di affiliazione, di cooptazione e di variazione. A questa procedura possiamo dare il nome di tecnopoiesi.
    Anche lo zapping è una procedura tecnopoietica tipicamente kitchen. Mediante lo zapping il regista, ovvero l’autore, può passare agevolmente da una serie narrativa, da una emittente narrazionale all’altra, saltando o procedendo a zig zag. Lo zapping è una azione ibridante e risponde alla medesima logica della ibridazione tra testi diversi e di diversi autori.
    A ben vedere la tecnopoiesi può essere considerata una ibridazione dell’essere umano, la si attinge attraverso l’introiezione di dimensioni esistenziali altre raggiunte mediante la tecnomediazione. La tecnopoiesi agisce sull’ontogenesi. L’ontogenesi è il prodotto della technopoiesi. Ogni tecnologia aumenta la nostra contaminazione con il mondo, allontanandoci dalla gravitazione antropocentrica. A questo proposito è necessario prendere in considerazione un altro aspetto della tradizione umanistica: il principio esonerativo. La techne non dispensa dalla performance, semplicemente introduce nuove performatività basate sulla capacità di adattamento allo strumento, ovvero la realizzazione della funzione ibridante. La techne non crea un distanziamento dagli stimoli anzi, introduce nuove interfacce, nuovi stimoli, nuove complessità, nuove contaminazioni.
    Mauro Pierno attraverso la tecnopoiesi converte la esternalizzazione in internalizzazione, ciò non significa che la techne sia un mero atto di mera imitazione, trattasi di un processo reinterpretativo o rappresentazionale: al pari di un attore che interpreta in modo personale un canovaccio, la tecnopoiesi emerge allorché nella relazione ibridante ciò che è esterno passa a ciò che è interno mediante un atto di incorporazione e di contaminazione.
    La tecnopoiesi è una pratica infiltrativa e transizionale: anche quando in apparenza sembra esterna, una volta adottata ne riorganizza le coordinate testuali, esattamente come un virus che, una volta introiettato, contamina e modifica la struttura testuale dell’organismo ricettivo. La pratica di contaminazione, di zapping e di appropriazione di testualità propria della poetry kitchen indica che siamo in presenza di un concetto e di una pratica di transitività dei testi che vanno per omeomerie e transizionalità, per contiguità e affinità in vista di una nuova e inusitata complessificazione testuale.

  3. Jacopo Ricciardi

    In Giuseppe Talia la narrazione non è univoca, ma ha piani di narrazione e nessuno di questi prevale sull’altro, anzi spesso l’ambiguità dell’uno indebolisce l’altro: la realtà delle cose materiali esiste in quanto descrizione di essa, ossia essa è consapevole di essere una descrizione di sé (La cartolina) e in questo modo esiste, in verità non una descrizione univoca ma per piani di descrizioni; la narrazione si scompone in immagini di essa, e siamo in una realtà di immagini frammentate o in un film della realtà frammentata, siamo in un romanzo che sostituisce la realtà frammentandola nelle sue parti (titolo, prefazione, dialoghi) o in una parte narrativa senza più un romanzo a sostenerla esponendo una voce (la registrazione di una voce) che appare, nell’azzeramento della realtà apparente, in quanto vera realtà che parla, e parla del suo apparire vero, e diventa commento della propria essenza apparente, isolata e descrittiva di se stessa.
    Avviene (in La Ferula) che la narrazione dubita di se stessa, e trattiene (come una pianta) implicita in sé uno sfaldarsi narrativo e descrittivo, mentre la narrazione e la descrizione procedono sempre più piatte e senza scossoni, e la frase sembra ricomporsi, ed è lì che implicitamente cade, salta e si sgretola; la puntina della realtà del giradischi fa saltare (e mantiene) nell’oscurità ogni parola, e nel mentre la ferula si compone ecco che implicitamente si frammenta sempre più ferocemente, e nel mentre si frammenta realmente scopre la sua essenza apparente di ferula vera, esistente, e umana. La verità dell’apparenza della ferula è, nella sua essenza, tanto vera da darle un apparenza fisica che, frammentandosi, si mostra in una realtà frammentata di tempi-mondo che la accolgono formata dal cedere di tutti i piani di narrazione (uno nell’altro, uno dentro l’altro).

    • Giuseppe Talìa

      Ringrazio Jacopo Ricciardi per le due note di lettura e per l’acume con cui è riuscito a colpirmi in uno dei miei limiti e peccati. La puntina della realtà del giradischi che fa saltare (e mantiene) nell’oscurità ogni parola, come scrive Lei alle volte mi insopportabili, nel senso che vorrei che quella puntina saltasse altrove dal reale.
      Vivendo in campagna la Ferula è un po’ ovunque e nella verosimiglianza dell’esistenza l’inverosimiglianza della Ferula. Mentre io posso raccontare la Ferula, la Ferula non può raccontare di me, visto i piani biologici a cui entrambi apparteniamo. L’inverosimile sta nel fatto che si vuole che la Ferula sappia delle cose e dia dei giudizi, le cose sono la narrazione, i giudizi le metafore.

      Il lentisco, da bambini facevamo delle cerbottane con le canne e le bacche del lentisco erano i pallini da scagliare soffiando.

      Grazie mille
      Giuseppe Talìa

  4. Jacopo Ricciardi

    L’ultimo verso della poesia “La ferula” di Giuseppe Talìa “Le bacche rossastre del lentisco dal forte aroma di oliva.” mi ha scioccato poiché ogni parola sembra vivere in un proprio tempo-mondo a sé stante, e mi ha dato un’immagine (una fotografia, come se si potesse scattare una fotografia della verità delle cose riunite in una realtà, e averla disponibile, toccarla e portarla con sé tascabile) di come è costituito concretamente il luogo dell’abitare vero; popolato di brandelli di sensibilità che vivono in noi solo apparentemente e stanno in verità nello sprofondare di ogni parola in uno spazio fatto di tempo che si allunga come un luogo (o un mondo) abitabile dalla fisicità della mente in condizioni di volta in volta più che diverse, ad ogni parola, come se si facesse tra loro un salto tra universi paralleli (per far comprendere l’anti-contiguità delle parti). Il verbo è assente ma presente spalmato in ogni parola, questo crea una superficie di frammenti e ogni parola-frammento ha una lontananza tale in sé da sentirsi (e che si fa sentire) specifica: la ‘cosa’ di ogni parola si allontana in se stessa e lì trasporta il lettore che la può abitare in un tratto che ha una direzione (un abisso vettoriale?), e così le altre parole con comportamenti specifici similari ma distinti. Un unico oggetto ‘bacche’ ha i molti oggetti delle altre parole della frase, e rimangono degli oggetti messi uno accanto all’altro e rimane il loro essere qualcosa in ogni parola affiancata (lo stesso vale per ‘le’ ‘del’ ‘dal’ ‘di’, anche loro frammentazioni equiparate di un piano narrativo della realtà) e, per esempio, per questo l”oliva’ frammentata è l’oliva, e, il lettore vive, in tempo e spazio dilatati insieme, dentro l”oliva’ frammentata (dove si concretizza un altro mondo di frammenti per il lettore). E poi si va dalle bacche presenti all’assenza dell’oliva, ma l’assenza dell’oliva è presente e la presenza delle bacche è assente su questo piano di narrazione; allora tutto e ogni ‘cosa’ si fa presenza, e la presenza nel frammento di ogni parola si fa azione (o vettore) di profondità e oscurità, in una dilatazione che fa viaggiare la mente dandole una nuova sensazione di fisicità.
    Le bacche sono un numero mentre il profumo è diffuso, il lentisco è la pianta generica mentre l’oliva è un imprecisato specifico: ci sono delle strutture fisiche implicite nella dinamica delle parole l’una con l’altra che danno spazi e tempi a degli sprofondamenti interni per geometrie mobili.

    • Giuseppe Talìa

      La tecne del verso, “Le bacche rossastre del lentisco dal forte aroma di oliva”, è costruita sulla metonimia, bacche, lentisco, aroma, oliva, retta da due aggettivi e da nessun verbo se non un colore e la percezione, “rossastro” e “forte”. Gli aggettivi fanno le veci del verbo. Nel caso di “forte”, l’aggettivo funge da verbo di azione.
      L’eufonia “Le del dal di” dà movimento.
      Grazie ancora per questa, Jacopo.

  5. Giuseppe Talìa

    Ringrazio Giorgio per l’attenzione che mi ha riservato. Sono molte le sollecitazioni che egli ci offre e che vengono fuori da una programmatica visione del possibile. Visione del possibile che nella mancanza di risposte certe pone la domanda quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica? Con una altra metafisica. Mi verrebbe da rispondere. Un’altra, Altra, successiva, che non prescinda però dalla metafora e della sua presenza, nell’artefatto.
    E come costruirla questa altra-Altra metafisica e con quali altre-Altre metafore?

    Per rispondere alla domanda di Giorgio, bisogna prima fare il punto dell’Ombra, la rivista e gli esperimenti che sono succeduti nel tempo e che hanno rivelato negli autori una nuova ontologia. Penso ad esempio al percorso che ha fatto la pallottola di Gino Rago, o la gallina Nanin. L’inverosimile, si racconta. Una geisha appare e scompare, traffica, fa cose, entra ed esce, anche da un commissariato. Ecco, l’inverosimile ti permette di fare questo, vai ovunque e ovunque tu vada è possibile che tu ci possa andare. E’ un principio di libertà e dunque di rottura. Gino Rago ha creato una metafora.

    Mario M. Gabriele, sa bene cosa si intende quando si parla di creare una metafora, l’ossatura del racconto. La perdita del soggetto che si frantuma in un infinito di stracci e brandelli da cui diventa difficile o quasi impossibile ricostruire il soggetto, è una metafora e dunque anche Mario ne ha una, ed è una definitiva, risoluta, che problematizza e richiede la ricostruzione del soggetto. “Come si ricostruisce un soggetto nuovo nella nuova metafisica?”
    Si aprono altri piani di indagine verso la questione principale, la domanda.

    Ringrazio Mario per il libro Diario di Bordo, ricevuto prima dell’inizio della pandemia e che mi ha impegnato su due livelli, comunicazione dal testo, comunicazione del testo. Il soggetto lo trovi a pagg. 66-67, ad esempio nelle ballate n. 47 e 48 di Registro di Bordo.

    Il personaggio Lucy si consolida. Presente anche in questo libro oltre che nei precedenti.
    Mi sono sempre chiesto chi fosse Lucy o quale fosse il riferimento per Mario.
    A pagina 64 il soggetto fa delle riflessioni.

    Dalla compostezza dei vari pezzi del puzzle (dell’Ombra) che Mario M. Gabriele possiede con le sue metafore, Giorgio Linguaglossa esemplifica la complessità in due personaggi, K e Cogito. La complessità in questo modo investe direttamente, si riversa nei due personaggi. La dicotomia si confronta in un ambiente surreale. Il contesto, l’agorà, tra il mondo impulsivo e quello ragionato si complessifica nella narrazione.
    Inverosimile. Non è inverosimile per la poesia che un bricco tossisca sul fornello, nella Stanza n. Zero. Il teatro si fa vivace e le conversazioni alle volte si serrano altre volte si equilibrano: Cogito, in quanto addetto alla manutenzione delle macchine dell’universo, nonché alla nettezza urbana dell’universo e responsabile delle macchine celibi. Il motivo per cui non riusciamo chiaramente a vedere il funzionamento e l’utilità del complesso di meccanismi metafisici risiede nei nessi ci suggerisce. Il nesso dovrebbe essere logico, dovrebbe procedere per dialogie, così come avviene nelle Stanze di dove non è proibito che la teiera si alzi dal tavolo.
    Giorgio ha in campo molte metafore e anche una metafisica. Nel puzzle dell’Ombra, possiede molti tasselli e anche molte istruzioni.

    Mi è piaciuta la temporaneità con cui la mia cartolina sia stata inviata in contemporanea con l’innesto di Mauro Pierno e Carlo Livia. Ho compreso che Mauro è in cerca di un soggetto, per cui prima cancella il discorso anche nella punteggiatura per poi cercare di ricostruirlo con due teste o due testi, cosa ci comunica il testo, comunicazione dal testo. Mauro ci dice qualcosa, ci vuole dire qualcosa. Metalepsi e metafore intermedie si prestano nel distico nel riciclaggio nel riuso. Per questa domanda che egli pone indirettamente, Mauro ha qualche tassello del puzzle.

    La Cartolina è una mise en pose di una riflessione su Husserl e sul concetto di percezione che avevo scritto in precedenza tra i commenti qualche mese fa.

    Per il poeta l’ossessione è il tempo. Per il pittore l’ossessione è la materia. Per il musicista l’ossessione è la pausa tra un suono e l’altro. Per l’attore l’ossessione è quella di assomigliare a tutti.
    Lucio Mayoor Tosi, in pittura mi piace molto, sarà che sono segretamente innamorato della pittura per cui chi dipinge ha su di me un fascino. Il collage, l’opera di Marie Laure Colasson nel post di oggi, la profondità con cui angoli e piani (materia) incontrano la luce, i tasselli di Lucio con cui ricostruire il puzzle come urgenza sentita anche in pittura oltre che in poesia, malate gravi tutte e due, la materia non ha senso di esistere, oppure la materia esiste con il suo senso? La fenomenologia di potrebbe darci una chiave di lettura riguardo alle macchine e all’interazione emozionale del soggetto nell’uso delle macchine per cui si può generale l’errore a causa di una sensibilità esterna.

    Lo stelo della ferula oggi si è tinto di viola, si è inviolata. Prima era verde, e le ombrelle dei fiori che sporgono mostrano una certa disidratazione.
    GT

    • mariomgabriele

      Caro Giuseppe Tallia, la lettura analitica fatta sui testi dei vari autori, che tu citi, si adatta molto bene alle corrispondenze metaforiche, e ciò non può che soddisfare le attese di ognuno, relative ai vari riscontri. Grazie, anche per le tue poesie che rivelano una messaggeria linguistica interessante. Un cordiale saluto. Mario Gabriele.

  6. Talia ha imparato in questi anni (come tutti noi) tramite il confronto quotidiano sulle pagine dell’Ombra, che il segreto per fare poesia è lasciarsi andare in uno stato di inerzialità, di ineffettualità, di improduttività, abbandonarsi (la Gelassenheit di Heidegger) agli oggetti (non chiamarli in causa), disperdersi tra gli oggetti senza lasciarsi influenzare dalla posizione dell’io egolatrico e apotropaico. Adorno prescriveva: «perdersi à fond perdu negli oggetti», il che implica l’abbandono della posizione cogitante e dominante. Infatti, Talia procede per metonimia, trascura quasi totalmente i verbi (i quali sono la resultanza di una azione) per affidarsi al linguaggio dichiarativo che chiama in causa i nomi, i sostantivi e i modi, gli aggettivi (pochi e rarefatti). In questo modo incontra una diversa dimensione del tempo, non più legato alla azione dell’io, ma esterno all’io e agli oggetti. In questo modo incontra lo spazio, anzi, gli spazi aperti dagli oggetti.
    Scrive Talia:
    “La dimensione del tempo è andata in frantumi, non possiamo vivere
    o pensare se non spezzoni di tempo che s’allontanano ognuno lungo
    una sua traiettoria e subito spariscono.”

    Così Talia incontra la complessità e la complessificazione tramite la semplicità, la riduzione degli addendi al minimo comune denominatore, riduce la complessità ad una cosa sola: la «ferula», e la indaga con virtuosimso da fenomenologo, adotta la «cartolina» come sostituto della pagina, scrive sul retro di cartoline delle cose apparentemente senza senso tramite lo zapping, lo zig zag e la figura della parallasse.
    Talia ha finalmente trovato la sua via individuale alla nuova fenomenologia del poetico, mette in atto il suo peculiarissimo Experimentum linguae, alla ricerca del suo proprio luogo nel quale e dal quale partire alla ricerca del proprio linguaggio, quel linguaggio che ha richiesto una lunghissima esperienza di dis-appropriazione e di de-congestione dell’io.

  7. Occorre liberare il discorso poetico dalla tirannia della tradizione, che significa aspirare ad una parola neutra, una parola normale quale è la parola dell’uomo comune che parla il volgare dell’umanità ir-redenta che non sa di vivere in modo clandestino (il destino del clan), appunto in quanto senza destino, e quindi senza storia; adottare una parola che vada in accordo con la sua prassi di uomo qualunque e della sua storia ir-redenta.
    Il discorso poetico che chiude il suo passato nel passato diventa semplice prosa, cioè pro-versa, rivolta in avanti, in vista del futuro benché aleatorio e incerto.

    Quando si usa un linguaggio normale, vuol dire che dell’universo si ha una idea sicura e precisa, che si pensa che il mondo sia fondato su un fondamento stabile, o stabilmente instabile, certo nell’incertezza, un mondo retto da principi probabilistici ontologicamente indeterminato, su un mondo gerarchizzato dove i rapporti stessi tra l’io e il non-io, tra l’uomo e il cosmo sono indeterminati, hanno dei limiti indeterminati, delle frontiere incognite. Le eccezioni alla norma linguistica adottate dalla poiesis kitchen significano allora che il rapporto tra l’io e il mondo è diventato un rapporto critico, problematico, non è più un rapporto tradizionale retto da un complesso di norme stabili. Con l’eccezione linguistica diventata norma il poeta della poetry kitchen accetta l’idea che lo stato di eccezione linguistica sia equivalente allo stato della normalità linguistica ed extra linguistica. Con la poetry kitchen cade quella certezza epistemologica e gnoseologica che caratterizzava la letteratura e la poiesis dell’epoca dell’experimentum.

  8. In questa sua intensa possibilizzazione del molteplice, per dirla con Giorgio Linguaglossa, nella sua nuova poiesis anche Giuseppe Talìa decreta la fine dell’autobiografismo fondato sul peccato di Narciso e si distanzia dalla ossessione della ricerca del sublime.

    Giuseppe Talìa si distanzia anche dal motivo proustiano della ricerca del tempo perduto e apre i suoi versi alle tensioni spaziali più che a quelle temporali, accostandosi alla poetica dello spatial turn.

  9. La gallina Nanin con Edoardo Sanguineti

    Qui Radio Londra.
    A causa della variante inglese del Covid Uk
    il premier Boris Johnson ha decretato un nuovo lockdown.
    Dice: «Mi vaccinerò molto presto con AstraZeneca».

    Domani si chiude.
    Trasmettiamo gli ultimi messaggi.
    L’Ufficio Affari Riservati di via Pietro Giordani è in subbuglio.
    Alcune poesie dell’antologia Poetry kitchen
    sono state trafugate.

    Felice a Milano non è felice.
    I gabbiani sono tutti nella discarica,
    i corvi saltellano tra i cassonetti della immondizia.

    La gallina Nanin è Arlecchino,
    sulla maschera ha disegnato due baffi neri con un pennarello,
    parla con Edoardo Sanguineti:
    «La bibita preferita?»
    «Calvados»
    «E il piatto?»
    «Le aringhe crude»
    «E il motto?»
    «Ideologia e linguaggio, ognuno ha la faccia
    e il naso che si merita».

    Nanin è di nuovo ubriaca:
    “Sul cavallo a dondolo che mi regalò il mio papà
    voglio entrare nel Notturno 30×25, 2012,
    di Marie Laure Colasson e piazzarmi io al centro del collage.
    Così impara,
    Madame Colasson ha cambiato profumo
    e non lo ha detto a nessuno”.

    • milaure colasson

      caro Gino,

      mi dispiace contraddirti: non ho cambiato profumo, uso sempre Aromatique Elixir de Clinique, ma non l’ho mai detto a nessuno perché il nome del profumo è e deve essere segreto.
      Mes réels compliments pour ta poésie.

      • Giuseppe Talìa

        Sento che sarà buono il profumo de Clinique.
        Non più segreto.

        Ho ritrovato, leggendo, un autore inglese che avevo dimenticato, Edwin Atherstone (1788-1872), The Fall of Nineveh, e mi sono ricordato di Salvatore Martino e della sua Fondazione.

  10. Ho molto apprezzato le due poesie di Giuseppe Talia. Se lette coscienti della frammentazione, ecco che il tempo della poesia appare…
    Talia pone frammenti nei frammenti, e questo mi piace. Ne vengono fili di senso, spezzati, a volte commentati; divaga, ironizza, lascia indelebile la traccia d’esserci quale ombra delle parole. / Il detto dall’indicibile.

  11. milaure colasson

    caro Giuseppe,

    ho apprezzato il tuo modo di fare poesia con parole neutre ma non neutrali, il distinguo è opportuno. Del resto quali altre parole se non quelle neutre possiamo adoperare oggi? Complimenti per il tuo viaggio poetico.

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