Franco Di Carlo, Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019) con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

grecia scena di un banchetto

arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Perché il poeta di Genzano  si occupa della «morte di Empedocle»?, di un fatto così lontano nel tempo che è diventato mito? C’è qualche rassomiglianza tra la situazione politica e sociale della Sicilia del quinto secolo avanti Cristo e la attuale? Empedocle nasce attorno al 490 a.C. ad Agrigento, da una famiglia ricca di parte democratica, posizione che condivise e sostenne, anche se, a parere di alcuni studiosi, non partecipò mai ad attività di governo della sua città; ma su questo ci sono opinioni divergenti, lo Zeller afferma che fu a capo della democrazia del suo paese; possiamo quindi presumere che in qualche modo egli abbia partecipato attivamente al governo della sua città ma con un ruolo super partes, in modo non diretto. Muore a 60 anni in esilio nel Peloponneso, probabilmente perché abbandonato dal favore popolare e allontanato da Agrigento, verosimilmente perché il suo progetto politico in favore del popolo fallì, con conseguente esilio decretato dagli ottimati. Penso che l’intendimento di Franco Di Carlo sia stato quello di mettersi idealmente e in immagine nei panni del filosofo greco, e di qui riprendere a tessere, attraversando i millenni, il filo di una meditazione poetica che si situa nel sottilissimo confine tra la meditazione filosofica e quella poetica.

La crisi dei nostri giorni richiede anche alla poesia di ripensare il proprio statuto di verità e di dicibilità, ecco la ragione per cui la poesia si snoda con un linguaggio suasorio e assertivo dove il locutore può argomentare in modo esaustivo e pacato come quando si parla in solitudine tra sé e sé, infatti le interrogazioni sono tutte rigorosamente implicite, il senso non abita in ciò che si dice ma in ciò che si evita di dire, in ciò che non può esser detto, in quanto il rispondere non si dice, dunque non enuncia il proprio senso; il rispondere lo afferma senza dire che lo afferma, in tal modo il senso è implicito e lo si esplicita se viene indicato ciò che è in questione nel rispondere, ma il rendere esplicito il senso equivarrebbe ad impiegare frasari aperti dove il locutore impiega le proposizioni per quello che sono: o interrogative o affermative, in modo dilemmatico e antinomico. È questo procedere nascostamente dilemmatico il rovello del discorso poetico di Di Carlo; quello che il poeta di Genzano chiama «Apparato Tecnico» è il pericolo che incombe sulla civiltà, e allora occorre riannodare i fili del pensiero poetante, ricominciare da Empedocle.

Ho scritto in altra precedente nota critica che Di Carlo “preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico»”.

Ma il tono basso, il lessico intellettuale, i convenevoli stilistici di cui questa poesia non fa mistero, sono le sue medaglie al valor militare, sono il pegno che la poesia deve pagare per la povertà dell’epoca attuale. Di Carlo fa poesia mentre costruisce la sua meta poesia sulla poesia, opera una riflessione davanti allo specchio di un’altra riflessione, prende a prestito Empedocle e medita sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo di oggi, sospesa a metà tra pensiero filosofico e pensiero poetico, ed opta decisamente per una poesia intellettuale intrisa di formalismi filosofici e di bizantinismi del pensiero; lambiccato ed elegante, Di Carlo procede con i suoi endecasillabi alla maniera di un filosofo presocratico. Lo dice in forma epigrafica già nel «Prologo»: «Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio/ all’interno, verso un tacito discorso».

È chiaro che stiamo parlando di un discorso poetico che nulla ha da spartire con i linguaggi giornalistici che vanno di moda oggi, qui non ci sono battute di spirito o solfeggi per apparire gradevole, Di Carlo tiene ferma a dritta la barra del timone e procede verso una poesia inattuale e anacronistica in aperta antitesi allo spirito del nostro tempo. Il luogo della autenticità «è lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce», occorre essere pazienti ed attenti, afferma il poeta di Genzano.

L’assenza di interrogativi nei versi di Franco Di Carlo corrisponde alla comprensione totalmente condivisa dal locutore e dal suo lettore. Il locutore tratta la questione che ha destato i suoi versi come risolta e dunque con il suo discorso ne presenta solo la soluzione condivisa. La letteralità di un discorso equivale alla autonomia semantica della frase che si lascia comprendere da se stessa, che non costituisce più questione nel campo stesso di cui è questione. L’assenza di interrogativi indica un livello di intelligibilità totale, supposta e posta dal locutore. Ciò non implica affatto che la struttura sintattica della asserzione poematica derivi da quella dell’interrogazione (perché parlare è sempre rispondere, in qualche modo, e in modo indiretto), il che vorrebbe confermare che si concepisce l’interrogatività dello spirito come una forma di categorizzazione grammaticale, e questo non può essere. Il fatto che Di Carlo non fa uso di clausole interrogative nella sua poesia implica che si trattano le questioni del locutore come se fossero risolte e condivise. La procedura empedoclea di Di Carlo non prevede la presenza di frasari interrogativi o parentetici, è sufficiente la fraseologia poetica implicita che spinge il lettore alla adesione, alla attenzione pantologica allo scritto.
E questo in quanto il rispondere empedocleo non si dice, non enuncia il proprio senso, esso lo afferma senza dire che lo afferma. Così, il senso è, di norma in questo tipo di procedere poematico, implicito, e lo si esplicita nell’ambito di ciò di cui è risposta alla questione di cui trattasi; la significazione rapporta dunque il discorso poetico alla sua interrogatività iniziale, nel dire e nel dare la significazione in quanto il discorso poetico è, nei termini di Di Carlo, sempre un rispondere, perché ciò che domanda è a monte del discorso, è un fuori discorso, un fuori contesto.

grecia scene di omero

Molto presto, di mattina, un giorno entrai/ nel bosco di latte, nascosti ingressi/ tra le foglie, della sibilla

Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019)

Monologo

È lontano. In qualche luogo. Nessuno lo conosce.
Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio
all’interno, verso un tacito discorso.
Un silenzio che parla con se stesso e dice l’essere
prossimo alla voce.
Circolare moto dentro l’intreccio affettivo,
designato per convenzione un significante,
indicazione fondamentale del mutamento
essenziale del segno.
Il linguaggio si svolge nel regno del disvelare.
Lavora a mostrare il pensiero. Esperisce,
è attivo e produttivo, una rivelazione dello spirito creativo,
una vera e propria visione del mondo.
È compreso e afferrato nella sera,
evidenza costitutiva l’unità armoniosa
dei momenti che gli è propria.
Allora m’incamminai sulla via del parlare
e delle cose presentate. Un appello al dialogo
destinato a restare inespresso. Una parola staccata
e lontana, un seme nei solchi tracciati custodito
nel campo dischiuso, trama verbale scalfita.
Un saldo profilo ormai senza incrinature verso un dire netto
mostrato manifesto del mistero che ora si sottrae,
ora s’annuncia rivelato o negato.
Una favola bella e pura che insegue l’azzurra sorgente,
parola detta si lascia ascoltare.

.
Profezia

Molto presto, di mattina, un giorno entrai
nel bosco di latte, nascosti ingressi
tra le foglie, della sibilla, via vai continui,
orribili lamenti. Accessi ardenti e bui antri,
segreti incerti respiri di platonici cavalli alati,
sospiri feroci, aperti al vento d’ottobre.
Le valli annerite annunciano la pallida sera,
poi risuonò l’aspra parola.
Parlò, gonfia il petto d’affanno e grida,
rabbioso il cuore, invasata la gola dal dio,
responsi chiedendo ai fati.
È giunto, empi mortali, ormai per voi
il tempo di destarvi e batter l’ali
verso sentieri, per luoghi beati.
Dannati sogni, facili finzioni
dolci immagini per vane illusioni.
Rinascete alla vita e distinguete
il vero dal mondo falso, riprendete
il viaggio incompiuto. Tempo verrà
che nessun moto, mai più vi scuoterà
dalla notte del sonno e lì resterà
sempre immutato, l’eterno dolore.

.
Il ciclo del ritorno

Il fine apparve. Il ciclo del ritorno
Vide la luce e la diffuse intorno alle figure,
agli sguardi, ai tuoi sensi svelati.
Udì la voce invisibile lo spazio lontano,
l’ultimo tempo.
Una renovatio mundi impensabile.
Vano recupero dell’impossibile.
Il percorso progressivo verso il tuo fondamento.
Redenzione dell’uomo modello di perfezione
fornita di senso e perciò di direzione.

.
Il cuore inerme

È inquieto il cuore, avanza il tedio.
Il male di vivere essenziale. Dio
ti ascolta. Conta la sua finitezza.
Fondamentale all’humour nero.
Fragile macina agita fantasmi,
sterile invidia della possibilità
indulge al fertile manierismo intellettuale.
Funge la partecipazione collaterale.
Finge il non senso concettuale.
Ma anche un piccolo verme nel finale calpestato,
si può sempre rivoltare.
Ultima risorsa d’un cuore inerme.

Giorgio Linguaglossa Franco Di Carlo 5 ot 2017

Franco Di Carlo e Giorgio Linguaglossa, Roma, ottobre, 2017

La parola dà l’essere

Ritornare dove già sono. Questo è il processo
regresso da avviare sulla strada del pensare.
Arrivare al luogo scelto opposto a quello voluto
dal progresso nell’Apparato Tecnico.
La dimora propria dell’uomo in quanto tale.
Compito assolutamente precedente
rigoroso, quando la parola dà l’essere che resta.
Sconcertante dileguarsi. Evidente realtà ineffabile.
Rivelarsi degno di essere pensato e donato.


Le cose

Porsi al di là per nascondere il senso
profondo delle cose. Custodire in sé
l’opinione effimera sul mondo.
Una modalità semantica che traveste
la volontà di verità ed evoca le forme
della trasgressione, crudeli e potenti, dell’empietà.
Le false maschere della voluttà.
L’al di là significa in realtà riflessione al fondo,
ultima scoperta dell’alterità. Una filosofia
differente, che va oltre e interroga.

.
Il chiaro vento

Nello spazio contratto della disfunzione,
nel tempo frantumato d’un passato
allucinato e d’un futuro svuotato.
Una distanza annullata, non senso,
labile vita dentro la dolce notte
quando s’ascolta lento il chiaro vento.
Il tempo del frammento.

.
L’ultimo viaggio

Mi occupo dell’errore e del male
che insegna la verità e il bene
e che la parola incanta ed esprime
perché serva agli uomini, sia utile
con l’affetto devastante della morte.
Altrove vitale, eros maledetto.
In bilico tra l’essere e il nulla.
Lo sguardo addolorato del piacere
scivola sul vuoto metallico
dell’anima nuda.
Offre il corpo alla rea inerme.
L’oltraggio della consistenza.
Unica generosità concessa
prima dell’ultimo viaggio.

.
Tutto è affidato al silenzio

Ci comprende il dolore perché ci riguarda.
La vita delle cose e i suoi giri infernali.
La semplice esistenza singolare che accade
una volta sola, ma può tornare
variare il colloquio in dialoghi plurali.
Serie conversazioni convocare in dibattiti.
Più dichiarazioni d’intenti che reali.
Nominazioni della malinconia. Disperazioni
accorpate, eretici empirismi descrittivi di sintomi
e fissazioni, devastazioni della mente
e dell’anima in brandelli abissali di patetiche
e buie allucinazioni.
Tra ruscelli lontani, velli d’oro e rossi rivi
non c’è risposta. Tutto è affidato al silenzio,
tra il tempo già dato del vissuto e lo spazio
del desiderio.

.
La fuga di Orfeo

Tremano le ali dell’uccello
invischiato nel cespuglio, scosso
dubita sgomento, fugge tremendo
il tempo temperato e teso, il taglio
dell’intesa attiva, mescolata al vaglio
al fascino del varco. Alfine giunge
scatta s’arretra prosegue e vola via.
Va incontro l’errante viandante alla meta.
Finalmente non guardò più indietro
né si voltò e libero da Euridice
ritrovò il suo cammino e il canto
dopo la tempesta la quiete del linguaggio.

14 commenti

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14 risposte a “Franco Di Carlo, Poesie da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019) con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. caro Gino Rago,

    la poesia di Fortini che hai postato mostra tutti i segni del tempo e mostra anche un modo di scrittura poetica che lui aveva ereditato dal linguaggio post-ermetico. La poesia è sì, suddivisa in distici, ma i distici sono serventi all’andamento pleonastico elegiaco, su sei distici ben tre sono introdotti dall’avverbio “Dove” ad inizio di distico come a rimarcare un luogo che si è perduto, che magari sarà stato anche il luogo della storia, ma la storia è vista dall’esterno, dal luogo dell’io del poeta che tenta disperatamente di entrare in contatto con la storia, ma manca l’obiettivo; un altro distico è introdotto da un altro avverbio: “Dietro”, anche qui a rimarcare il «dietro» della storia patria. Purtroppo la composizione è piena zeppa di espressioni di maniera, manierate e forbite, si percepisce nettamente che la prosodia è fortemente accentuativa e risponde ad una tradizione letteraria stantia e consunta. Fortini poeta paga così uno scotto pesantissimo alla tradizione della poesia patria del post-ermetismo piena di retorica e di frasari «belli» o abbelliti.

    Vista con gli occhi della nuova ontologia estetica la poesia di Fortini appare decisamente come un prodotto di scuola.

    Per quanto riguarda la struttura in distici, è ovvio che non può essere una fotocopia che si adatta a tutti i fogli bianchi, è una struttura che può ospitare solo un certo tipo di poesia a carattere aforistico, gnomico o narrativo ma non altre scritture che non hanno queste caratteristiche come quella della Giancaspero che risponde ad altre peculiarità costruttive.

    Ad esempio, oggi abbiamo postato alcune poesie scelte dal libro appena pubblicato dell’amico Franco Di Carlo e, pur essendo una poesia con forte impronta filosofica, penso che il distico non guasterebbe a questo tipo di composizione, proprio in quanto poesia argomentante, poesia pensante e il distico potrebbe offrire una maggiore ariosità alla struttura metrica, ma qui si entra in un campo di scelte stilistiche prettamente individuali. Però, a mio avviso, sarebbe possibile adottare una struttura in distici per la poesia del poeta di Genzano di Roma.
    Chiedendo il permesso all’amico Franco Di Carlo, facciamo un esperimento, ecco un esempio di suddivisione in distici di una sua poesia. Sarei curioso di conoscere il parere dei lettori:

    Franco Di Carlo

    Tutto è affidato al silenzio

    Ci comprende il dolore perché ci riguarda.
    La vita delle cose e i suoi giri infernali.

    La semplice esistenza singolare che accade
    una volta sola, ma può tornare

    variare il colloquio in dialoghi plurali.
    Serie conversazioni convocare in dibattiti.

    Più dichiarazioni d’intenti che reali.
    Nominazioni della malinconia. Disperazioni

    accorpate, eretici empirismi descrittivi di sintomi
    e fissazioni, devastazioni della mente

    e dell’anima in brandelli abissali di patetiche
    e buie allucinazioni.

    Tra ruscelli lontani, velli d’oro e rossi rivi
    non c’è risposta. Tutto è affidato al silenzio,

    tra il tempo già dato del vissuto e lo spazio
    del desiderio.

    • Caro Giorgio, a proposito della poesia di Fortini da me proposta come esempio di distici dallo spirito elegiaco tu mi rispondi, tra l’altro:

      “Vista con gli occhi della nuova ontologia estetica la poesia di Fortini appare decisamente come un prodotto di scuola.”

      e hai su ciò tutto il mio consenso e tutta la mia con-divisione.
      Ora, giusto per un tentativo di cinetica con possibile arricchimento del dibattito, propongo il giudizio di Montale sul Foglio di via di Franco Fortini.

      (ciò che segue è tratto da una eccellente Tesi di Laurea sulla poesia di Franco Fortini):

      “[…]
      All’indomani dell’uscita del suo primo libro poetico, Fortini invia a Montale una copia di “Foglio di via”; la vicinanza a Noventa negli anni della Firenze delle Giubbe rosse rendeva possibile una sua identificazione come antimontaliano, tuttavia Fortini riconobbe sempre in Montale il vero grande lirico del Novecento, colui che «conclude[va] un processo di interpretazione lirica del mondo che aveva avuto il suo inizio, mai in seguito veramente portato innanzi, nella poesia di Leopardi»

      Questo riconoscimento non verrà mai negato, anche quando Fortini sarà negli anni successivi lontano dal conservatorismo liberale del critico del «Corriere della Sera», oppure quando non condividerà più nemmeno la sua poesia, all’altezza della svolta di Satura.

      In ogni caso, la breve risposta di Montale al cortese invio del libro
      mostra un aspetto di una parte delle liriche di “Foglio di via” mai indagato fino infondo.
      Leggiamo la lettera montaliana:

      “Caro Fortini,

      ho letto il libro che mi hai gentilmente fatto mandare e che Einaudi ha sconciato coi suoi timbri per paura che io lo rivendessi alle bancarelle.

      Nella 2a parte, specialmente, ci ho trovato cose molto belle (p. es a pag. 53, 59 e 61) e che dimostrano in te un temperamento fuori del comune.

      Mi ha fatto anche egoisticamente piacere che in esse tu abbia assimilato forme ed esperienze che anni fa giudicavi severamente.

      Il lato invece “corale” o “unanimista” del tuo libro mi sembra più intenzionale, meno felice. Insomma, dei due scogli a cui va incontro oggi un giovane poeta – l’ermetismo e la “reazione” deliberata al medesimo – tu hai evitato brillantemente il primo e anche il secondo. Com’è del resto naturale e come accade, oggi, un po’ a tutti.

      I tempi per un Eden poetico collettivo non sono ancora maturi;
      matureranno? In un certo senso sarebbe anche la morte dell’arte, vagheggiata da molti utopisti…

      Credimi con molti ringraziamenti e auguri”

      (Eugenio Montale)

  2. Franco Di Carlo ha saputo attraversare i terreni della poesia, della filosofia, della critica, dell’arte, con il passo sicuro di colui che ha a cuore l’integrità dell’essere umano.
    Si combinano in lui due doti sempre più rare: l’ appassionata lucidità critico-creativa e una raffinata gentilezza d’animo.
    La sua poesia pensante con versi fitti di enjambements atti a spezzare il rischio d’una facile musicalità contiene mi pare un incessante monologo di un Io poetico alle prese con un interlocutore silenzioso e/o con le cose, addentrandosi con pacatezza di stile in riflessioni latamente filosofiche.

    Ma Franco Di Carlo non tende a prendere decisioni morali, non aspira a risolvere problemi emotivi: affronta stoicamente la perdita del centro e della fusione con il Tutto e riflette senza soste sulla condizione umana, oscillando
    “[…]
    tra il tempo già dato del vissuto e lo spazio
    del desiderio.”
    Affida tutto al silenzio, un silenzio in cui le coordinate spazio/tempo si fondono nel dolore, in quel Dolore onnicomprensivo “che ci comprende”:
    E ci comprende perché ci riguarda. Perché nel dolore l’uomo-poeta perde la sua temporalità e si può fondere con il Tutto, come pensò di fare Empedocle
    buttandosi nel cratere dell’Etna, [mettendo in subbuglio l’agorà agrigentina con Pausania, Crizia ed Ermocrate a contendersi la verità sul sandalo lasciato dal filosofo sul cratere, come da un racconto di Giorgio Linguaglossa ospitato in La filosofia del tè].

    gino rago

  3. L’assenza di interrogativi nei versi di Franco Di Carlo corrisponde alla comprensione totalmente condivisa dal locutore e dal suo lettore. Il locutore tratta la questione che ha destato i suoi versi come risolta e dunque con il suo discorso ne presenta solo la soluzione condivisa. La letteralità di un discorso equivale alla autonomia semantica della frase che si lascia comprendere da se stessa, che non costituisce più questione nel campo stesso di cui è questione. L’assenza di interrogativi indica un livello di intelligibilità totale, supposta e posta dal locutore. Ciò non implica affatto che la struttura sintattica della asserzione poematica derivi da quella dell’interrogazione (perché parlare è sempre rispondere, in qualche modo, e in modo indiretto), il che vorrebbe confermare che si concepisce l’interrogatività dello spirito come una forma di categorizzazione grammaticale, e questo non può essere. Il fatto che Di Carlo non fa uso di clausole interrogative nella sua poesia implica che si trattano le questioni del locutore come se fossero risolte e condivise. La procedura empedoclea di Di Carlo non prevede la presenza di frasari interrogativi o parentetici, è sufficiente la fraseologia poetica implicita che spinge il lettore alla adesione, alla attenzione pantografica allo scritto.
    E questo in quanto il rispondere empedocleo non si dice, non enuncia il proprio senso, esso lo afferma senza dire che lo afferma. Così, il senso è, di norma in questo tipo di procedere poematico, implicito, e lo si esplicita nell’ambito di ciò di cui è risposta alla questione di cui trattasi; la significazione rapporta dunque il discorso poetico alla sua interrogatività iniziale, nel dire e nel dare la significazione in quanto il discorso poetico è, nei termini di Di Carlo, sempre un rispondere, perché ciò che domanda è a monte del discorso, è un fuori discorso, un fuori contesto.

  4. E’ nella consapevolezza del perpetuo scontro odio-amore tra i 4 elementi aria-acqua-terra-fuoco che si muove la poetica di Di Carlo, in accordo con la filosofia di Empedocle. Dunque, condivido in pieno la nota critica di Giorgio Linguaglossa sui versi del poeta-critico letterario di Genzano.

    “Ritornare dove già sono. Questo è il processo
    regresso da avviare sulla strada del pensare.”

    dice Franco Di Carlo in un segmento della sua poesia.

    gino rago

  5. Appunto di Maria Rosaria Madonna
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/09/franco-di-carlo-poesie-da-la-morte-di-empedocle-divinafollia-2019-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-54193
    Ho ritrovato, tra le mie carte, questo appunto inedito di Maria Rosaria Madonna degli anni Novanta, destinato ad un articolo sulla rivista “Poiesis” che poi non trovò luogo. L’ho riletto più volte. Non so bene cosa significhi ma credo che possa benissimo andare d’accordo con la poesia di Letizia Leone.

    (Giorgio Linguaglossa)

    La poesia è linguaggio dell’insolenza e della fraude. Non credete ai falsi untori del perbenismo. Forse la poesia è più assimilabile al cannibalismo dello Spirito che ad altre attività del corpo mentale. Un ricordo sublimato e civilizzato di quell’ancestrale rito cannibalico. In ultima istanza, la poesia non può essere rapportata alla poesia se non dal punto di vista puramente storico sistematico; nella sua essenza è attività di fagocitazione di mondo, internalizzazione degli oggetti del mondo tramite il sistema segnico-simbolico qual è il linguaggio. Forse, alla base della Musa, v’è una fissazione della libido allo stadio della cloaca, ciò che nell’età adulta si converte in sublimazione, conglomerato degli oggetti internalizzati in spirito linguistico, in fame di mondo, seppure di un mondo ridotto a lacerti fonematici che rammenta il mondo reale come lo specchio da toeletta rammenta lo specchio ustorio.
    Dunque, è chiaro, la poesia può sorgere soltanto come risvolto negativo della prassi. La poesia è risvolto negativo della prassi e specchio ustorio.
    L’ostinazione onanistica al volo poetico (un privilegio o una dannazione?), con il senso di colpa che l’accompagna, rivela l’intima natura requisitoria dell’attività artistica, il legame intermesso e rimosso delle pulsioni subliminali che le ricollega al pene simbolico. Di qui la strafottente diffusione di essa pratica ai giorni nostri, pratica di massa, onanismo di massa. Di qui l’accusa, di matrice zdanoviano-pretesca all’attività poetica quale mansione insulsa e parassitaria ai fini della compagine del «Nuovo Mondo».
    Forse, il «Nuovo Mondo» che abbiamo costruito si regge proprio sulla grande menzogna di una estetica di matrice zdanoviano-pretesca.

    *

    A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale Scettro del Re. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata coniugata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con quindici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trova adesso la luce uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento, Stige. Tutte le poesie (1990-2002) Progetto Cultura, 2018 pp. 148 € 12.

    Due poesie tratte da Antologia di poesia italiana contemporanea Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)

    È un nuovo inizio. Freddo feldspato di silenzio.
    Il silenzio nuota come una stella
    e il mare è un aquilone che un bambino
    tiene per una cordicella.
    Un antico vento solfeggia per il bosco
    e lo puoi afferrare, se vuoi, come una palla di gomma
    che rimbalza contro il muro
    e torna indietro.

    Alle 18 in punto il tram sferraglia

    Alle 18 in punto il tram sferraglia
    al centro della Marketplatz in mezzo alle aiuole;
    barbagli di scintille scendono a paracadute
    dal trolley sopra la ghiaia del prato.
    Il buio chiede udienza alla notte daltonica.

    In primo piano, una bambina corre dietro la sua ombra
    col lula hoop, attraversa la strada deserta
    che termina in un mare oleoso.

    Il colonnato del peristilio assorbe l’ombra delle statue
    e la restituisce al tramonto.
    Nel fondo, puoi scorgere un folle in marcia al passo dell’oca.
    È già sera, si accendono i globi dei lampioni,
    la luce si scioglie come pastiglie azzurrine
    nel bicchiere vuoto. Ore 18.
    Il tram fa ingresso al centro della Marketplatz.
    Oscurità.

  6. Il 10 marzo 2016 scrivevo a proposito del «frammento»

    SULL’IMPORTANZA DEI FRAMMENTI PER LA POESIA

    L’altro giorno, aprendo un libro della mia libreria, mi sono trovato dinanzi ad un reperto del passato che avevo dimenticato: una lettera d’amore di una donna di cui ero stato innamorato e di cui avevo perfino disperso il nome. Nel rileggerla, sono rimasto fulminato. E l’ho subito richiusa nella bara di un altro libro della mia libreria. Un’altra volta, ho pescato un pezzetto di carta. C’era la calligrafia di mio padre e la sua firma: «Filippo». Ed era così simile alla mia quella calligrafia!, che ne sono rimasto turbato e spaesato. Un’altra volta, con il gomito ho urtato una ceramica che raffigurava una ballerina (che detestavo, regalo di una donna di tanto tempo fa). Ecco, ho pensato, finalmente il mio inconscio ha avuto la meglio sulla mia coscienza che tentava di mettere al riparo quella statuetta dalle sue ire. Un’altra volta, aprendo un libro, mi sono trovato di fronte ad una cartolina da Samarcanda che raffigurava delle statue di poeti russi con una scrittura che diceva: “un giorno anche tu sarai tra di loro”. È stato spaventoso.

    Ecco, adesso l’ho imparato, questi frammenti di vita sono importantissimi, sono reperti di un’antica città morta dissotterrati come da uno scavo archeologico che ci rimandano ad un lontano passato. Ecco, questi ritagli, questi frammenti sono transitati, in veste irriconoscibile, in alcuni luoghi delle mie poesie, questi frammenti sono importantissimi per il nostro sguardo di oggi. Il frammento un tempo è stato vita, reca la traccia di tutte le contraddizioni, di tutte le illusioni, di tutte le sconfitte e di tutti gli amori, di tutte le cose che abbiamo amato e odiato. Perché questi frammenti sono così importanti che, al loro apparire, ci turbano? Cosa hanno in sé che ci turba? Ecco, io credo che sono importanti, molto importanti anche per la scrittura di un romanzo o una poesia. Il frammento è stato vita che si è raggelata. C’è in essi l’ombra della morte, perché il passato è morte, è la sede dell’Assoluto. Ma è stato anche vita, la nostra vita. Adesso ho capito, retrospettivamente, quanti di questi frammenti ci siano disseminati nella mia poesia, come nella poesia di ogni altro poeta di valore. Con questi frammenti ho puntellato la mia poesia.

    Qualche tempo fa, una rivista milanese mi ha chiesto di scrivere un saggio di critica psicoanalitica sul primo libro di Alfredo de Palchi, La buia danza di scorpione scritto dal poeta ventenne nei penitenziari di Procida e Civitavecchia dal 1947 al 1951 e pubblicata in italiano soltanto nel 1993. Mi sono accinto a questo compito con curiosità e timore ed ho scoperto tra le parole del libro, un modo di vocaboli, di immagini, di totem, di frantumi, relitti del suo inconscio di giovanissimo recluso che lottava disperatamente per sopravvivere, frammenti dell’inconscio e di conflitti irrisolti, che nessuna cura psicoanalitica potrà mai risolvere (per fortuna!), frammenti testamentari del rapporto con la madre del poeta e con il padre (che io non sapevo essere assente). Vasi incomunicanti di frammenti che tra di loro purtuttavia parlano, comunicano, anche se parlano lingue diverse e incomunicabili. Questo è l’inconscio di un poeta che si riversa nel suo libro di poesia (!?) E tutto mi si è fatto chiaro all’improvviso. Devo dire un grazie alla rivista milanese (nella persona di Donatella Bisutti) che mi ha commissionato il lavoro. Ho mandato il saggio a de Palchi il quale, appena letto, ha commentato: “ma tu mi hai messo a nudo! Nessuno ha mai scavato così in profondità nel mio inconscio!”.

    Ecco, io penso che il critico di poesia debba andare con la lanterna di Diogene alla ricerca dei frammenti sparsi e dispersi che neanche il poeta sapeva di avere messo dentro le proprie poesie.

    (il calzolaio della poesia)

  7. Amiche, Amici de L’Ombra delle Parole

    Gillo Dorfles, il Maestro della Estetica italiana del ‘900, è morto.

    Preferiva definirsi fenomenologo dell’arte.
    Due pensieri del Maestro di Trieste:

    – «La nostra epoca non ha più un gusto: viviamo nell’era dei moltissimi gusti»;

    – «Il kitsch? Per fortuna non tramonta mai. La vera opera d’arte esiste solo in contrapposizione a esso».

    gino rago

  8. L’acquisizione del frammento, supposto che sia dovuta a influenza della NOE, dona alla poesia di Di Carlo freschezza e modernità. Il discorso, che è, lo si intuisce, in origine spedito ma unilineare, grazie al frammento (fine e ripartenze) trova a mio parere maggior vigore che se queste poesie le avesse scritte Eliot in persona. Il frammento, unito alla brevità delle composizioni.
    Ho riflettuto sul perché Franco Di Carlo non desideri abbandonare anche la forma raccolta e compatta tipica del pensiero unilineare: forse perché teme la perdita di ritmo e musicalità nella composizione. Se così, non sono certo che i suoi timori siano fondati. La mia opinione è che nella poesia che stiamo tentando di mettere in campo, oltre al ritmo, anche allo stile non sembra avere grande importanza. Almeno non lo stile come lo intendevamo, che era stile riconosciuto da tutti; perché adesso a me sembra, lo stile, identitario, che ti identifica per qualità peculiari. Lo stile è parte necessaria della questione ontologica.

  9. Il respiro storico non va interrotto. Parlo della poesia
    di Franco Di Carlo.
    Riconoscersi in un semplice o complicato pensiero,
    in questo caso filosofico,
    non sottrae dalla sfida della riconciliazione…(mi fai morire,rido senza ignominia, Giorgio, quando dici a proposito degli appunti della poetessa Maria Rosaria Madonna che
    “non so bene cosa significhi”…)
    E’ certo il pensiero è una sfida all’intuizione!

    Riconoscersi in un idea primordiale
    questa la sostanza della poesia di Di Carlo,
    “rivelarsi degno di essere pensato e donato”.

    “Tra ruscelli lontani, velli d’oro e rossi rivi
    non c’è risposta. Tutto è affidato al silenzio,
    tra il tempo già dato del vissuto e lo spazio
    del desiderio.”

    Che altro aggiungere,
    mi pare superfluo asserire che codesto Pensiero
    non è frantumabile.

    N.b.
    (Davvero mi piacerebbe inviare una
    copia di Ramon,
    l’unica mia breve pubblicazione a Franco Di Carlo.)

    P.s.
    Chi da la patente ai poeti se non essi stessi! Ed è una gioia fratricida.
    P.s.s.
    L’intuizione ha il frammento come prassi.
    L’evolversi stesso del pensiero ci avvicina ad un’idea o ce ne allontana. Il frammento è l’azione delle sinapsi.
    La contemporaneità del pensiero. La poesia è altro.

    Vi abbraccio.
    Grazie OMBRA.

  10. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Il respiro storico non va interrotto. Parlo della poesia
    di Franco Di Carlo.
    Riconoscersi in un semplice o complicato pensiero,
    in questo caso filosofico,
    non sottrae dalla sfida della riconciliazione…(Mauro Pierno)

    Poesia da La morte di Empedocle (Divinafollia, 2019- Franco Di Carlo

    Tutto è affidato al silenzio

    Ci comprende il dolore perché ci riguarda.
    La vita delle cose e i suoi giri infernali.
    La semplice esistenza singolare che accade
    una volta sola, ma può tornare
    variare il colloquio in dialoghi plurali.
    Serie conversazioni convocare in dibattiti.
    Più dichiarazioni d’intenti che reali.
    Nominazioni della malinconia. Disperazioni
    accorpate, eretici empirismi descrittivi di sintomi
    e fissazioni, devastazioni della mente
    e dell’anima in brandelli abissali di patetiche
    e buie allucinazioni.
    Tra ruscelli lontani, velli d’oro e rossi rivi
    non c’è risposta. Tutto è affidato al silenzio,
    tra il tempo già dato del vissuto e lo spazio
    del desiderio.

  11. anna ventura 36@hotmail.com

    Franco Di Carlo sintetizza felicemente la sua poetica filosofica in questi versi;”Tutto è affidato al silenzio,/tra il tempo già dato del vissuto e lo spazio /del desiderio”.Continuamente tentiamo di comunicare,ma non sempre avviene il miracolo; e resta sempre il cruccio per non essere stati capaci di andare oltre, di non aver superato il muro di gomma della incomunicabilità, Forse può confortarci il pensiero che, talvolta, sfondiamo questo muro inconsapevolmente, partecipi di un dialogo universale di cui siamo solo una piccolissima parte,una vocina che parla nell’erba e nel vento,nell’acqua e nei turbini di sabbia.

  12. Franco Di Carlo

    Ringrazio tutti i poeti e critici che sono intervenuti a commento del mio volume di poesie LA MORTE DI EMPEDOCLE(Caraaggio-Bg, divinafolliaEdizioni,2019).A ciascuno va la mia sincera gratitudine per saputo evidenziare gli aspetti formali e i temi fondamentali della mia poesia e poetica.
    Comunico e preciso che tutte le poesie
    ,contenute nel volume ,sono state scritte negli anni Novanta dello scorso secolo,come anche quelle raccolte e pubblicate precedentemente nel volume DELLA RIVELAZIONE(Roma,Edile,2013).Grazie.

  13. Franco Di Carlo

    Naturalmente è “Caravaggio ”
    E :per aver saputo”.Grazie

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