Donatella Costantina Giancaspero, Una poesia, Tre colpi dal piano di sopra, Dialoghi e Commenti, La poesia narra questo susseguirsi di preveggenze, di indizi, di rinvii, di significanti che cercano il proprio posto, di significanti spostati, lateralizzati 

 

Foto Bambino e luna

Donatella Costantana Giancaspero

Che fare? Che dire?

Scrive Linguaglossa:

“I poeti e gli scrittori nati dopo quella data [1950] posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti”.

Stando a questa affermazione, dovrei ritenermi decisamente sfortunata per la mia età anagrafica… L’autocoscienza artistica di una intera generazione (e forse più di una), qui è messa in discussione. Ora, è un dato di fatto che sia difficile conoscere oggettivamente i fenomeni artistici e culturali in genere, così come è arduo comprendere a pieno gli eventi della grande Storia, per chi tali fenomeni ed eventi li viva, diremmo, “in tempo reale”, ovvero da uomo contemporaneo.

E questo lo dice anche Mario Perniola. Però, è pur vero che, proprio in quanto contemporaneo alle proprie vicende, l’uomo ne risulta fortemente segnato; pertanto, ne diventa espressione viva e, in parte, consapevole. Tutti noi, oggi, siamo certi (e quindi consapevoli) del nostro disagio esistenziale, derivante dalle condizioni politiche, economiche, ambientali, sociali, storiche in senso lato, in cui viviamo. E non è svalutante, per noi, il limite di non poter storicizzare la nostra Storia; una Storia, oltretutto, smisuratamente diversa da quella che i nostri padri e i nostri nonni vissero da contemporanei. Mi domando se tutti loro, nel mentre attraversavano le proprie vicende, fossero consapevoli della portata storica che esse avevano.

I più fortunati, dotati di cultura, abbracciando una fede politica, forse intuivano, forse presentivano. Solo a pochissimi era dato comprendere: penso ai filosofi, agli storici, e penso alla grande figura di Antonio Gramsci… Ma i più, gli uomini comuni, che pure, con la propria vita, stavano dando vita alla Storia, dirli coscienti, dirli realmente consapevoli, capaci di scriverla essi stessi, quella Storia, questo io non credo. E oggi? Come possiamo scrivere la nostra guerra mondiale che ci travolge?
Che fare oggi? Что делать? scriveva Lenin. Ma la domanda, allora, era per il partito, per la Rivoluzione…

Oggi, invece, che cosa dobbiamo fare noi, qui, nel nostro “Tempo acuminato”, noi, cosiddetti “poeti”? Quale “rivoluzione” (consapevole o inconsapevole che sia) ci è dato compiere? Qualcuno di voi mi dirà: “E tu?”

Io… forse continuerò a rivedere il mio lessico, la mia forma, il mio stile, per essere consapevole – e qui sì, bisogna esserlo – , consapevole della mia scrittura, come, peraltro, ho iniziato a fare già da un paio di anni: esattamente dopo le poesie qui pubblicate, edite nel 2015 (in un libretto de La Vita Felice, per la collana degli illustri sconosciuti) ma precedenti, scritte dal 2000 al 2014.
Che dire? Proverò a non ripetere le “parole finite”, a limitare l’impiego degli aggettivi perché, spesso, a mio parere, indeboliscono il sostantivo. Cercherò soluzioni verbali che non producano esiti puramente “aleatori”. Proverò a darmi una “progettualità”, quei principi che fondano la creatività nel suo aspetto autentico…
Che dire? Io ci provo… Ecco, questo qui è un tentativo.

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra.

https://youtu.be/-6_lGQUX_Wo
*Gradus ad Parnassum di Muzio Clementi (1752 – 1832), 100 esercizi pianistici di livello avanzato

Foto New York traffico

Mauro Pierno

La sintonia che sento con la voce, i personaggi, gli oggetti tutti di Donatella Costantina Giancaspero mi fanno accomodare in una stanza. Sono l’ospite inatteso di una storia che non ha rimpianti. La voce è li, dispersa.

Questo il senso del frammento, Giorgio?

È vero la poesia sta in chi ascolta. È li, dimora. Si accuccia abbeverandosi.
Lo “stagno” ha una rifrazione eterna! Confonde
lo spazio è segna una urina inconfondibile.
“la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.”
Un piano può anche pisciare!

1°versione

Nel treno che attraversa i campi
alle fragole non mancano mani, tutto
nell’ordine dei cesti e dei panieri.
Quanti controllori accompagnano il vento. Al finestrino un peso unico, questa parete rossa
e tanti chiodi inutili.

2° versione

Il treno attraversa i campi
alle fragole non mancano le mani,
tutto nell’ordine dei cesti e dei panieri.
I controllori accompagnano il vento.
Al finestrino manca un peso unico,
questa parete rossa, tanti chiodi inutili.

Giorgio Linguaglossa

cara Costantina,

come tu scrivi il problema è sintetizzabile così: tutti i problemi della coscienza e della consapevolezza storica dei problemi stilistici, della coscienza stilistica, sono la trasposizione di problemi che stanno a monte, dei problemi sociali, economici, politici che influiscono sulla elaborazione delle piattaforme artistiche, e non c’è dubbio che i letterati che sono nati dopo la data esemplificativa del 1950 mostrano segni evidenti di minore complessità di elaborazione dei progetti artistici e stilistici rispetto alle generazioni degli scrittori e dei poeti nati prima di quella fatidica data. Certo, è venuta a cadere nelle decadi che sono seguite al 1950 la consapevolezza delle questioni stilistiche, questo è oggi avvertibile e percettibile, la poesia è diventata una cosa facilissima da fare, è sufficiente fare un raccontino con o senza a capo, senza alcuna consapevolezza delle questioni filosofiche sottese ad ogni scelta lessicale e stilistica. La nuova ontologia estetica segna un tentativo di inversione di rotta rispetto alle questioni stilistiche (e quindi etiche, estetiche, politiche, filosofiche) che sono state dimenticate e rimosse.

La poesia che tu hai postato è un esempio probante di come si possa scrivere poesia di alto livello sulla base della nuova consapevolezza della questione stilistica quale primario elemento da tenere presente quando si scrive poesia.

La poesia abbandona per sempre la moda della poesia facile, non «racconta», non si offre come una «narrazione» di qualcosa che sta fuori di essa, la «narrazione» di cui tratta è inerente ad essa stessa, è «interna» alla narrazione stessa, non esterna, non guarda al «fatto» come ad una esposizione che deve essere provata mediante una narrazione; la tua poesia, come anche, da diversi momenti di approccio quella degli altri componenti della nuova ontologia estetica, evidenzia una spiccata predilezione e attenzione per il «nome» (onoma) con derubricazione dei «verbi». La centralità, il punto centrale della poesia verte sull’«evento», tratta di «micro eventi» che si susseguono come onde sussultorie, misteriosi e inconsci; la poesia è costruita con in mente l’attenzione per la percezione di «eventi invisibili». È il tuo modo di costruire la poesia. E ciò comporta una vera rivoluzione espressiva, una rivoluzione della poesia. Comporta l’attenzione esclusiva per l’«evento», con riduzione di tutti i Fattori fonosimsolici e tonosimbolici della poesia tradizionale. È questo, il tuo, un esempio della rivoluzione portata avanti dalla pratica della nuova ontologia estetica

Cito dal libro di Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, Neri Pozza, 1968

Sul concetto di «evento»

«Comincio dall’evento. Evento preso dal latino e traduce il greco tyche. Evento è perciò non quicquid èvenit, ma id quod cuique èvenit. Che qualcosa accada, non basta a farne un evento: perché sia un evento è necessario che codesto accadere io lo senta come un accadere per me.

Di evento non si può parlare se non in rapporto a un determinato soggetto e dall’ambito stesso di questo soggetto.

La dottrina stoica ripone l’essenza della proposizione nel verbo e considera il nome secondario – laddove per Aristotele “l’uomo cammina” è uguale a “l’uomo camminante” – ha la sua origine prima nel sentimento linguistico di Zenone che era un semita.

Come id quod cuique èvenit, l’evento è sempre hic et nunc. Un fulmine ha colpito un albero nella notte, io lo vedo al mattino: il fatto, ove sia per me un evento, non lo è se non in quanto l’evènit si fa attuale in un èvenit e l’albero non è uno dei tanti punti dello spazio ma il mio hic. (…) è chiaro che non sono l’ hic et nunc che localizzano e temporalizzano l’evento, ma è l’evento che localizza l’hic e temporalizza il nunc. (…) Nella mentalità primitiva… spazio e tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario. Il mito ha sempre forma storica, ed è nei tempi in cui l’evènit del mito si rifà èvenit nel rito, che i luoghi e gli oggetti sacri sono sentiti per eccellenza augusti. Lo stesso vale per noi: nella nostra vita i luoghi hanno tutti una data, e sono reali solo in quanto e nelle dimensioni in cui quella data è attuale e presente come evento. Solo per questo «le cose» possono essere sentite come eventi e i nomi confondersi con i verbi. Ma sul piano obbiettivo della coscienza il rapporto si rovescia, perché lo spazio è rappresentabile».

Una nuova consapevolezza estetica si è profilata all’orizzonte del pensiero estetico, adesso sta a noi proseguire in questo lavoro.»

*

Nella poesia postata non c’è traccia di alcun evento visibile, l’evento c’è, anzi, ci sono dei presentimenti di eventi accaduti, preveggenze di qualcosa che è accaduto o che sta per accadere, ci sono indizi di ciò ma non c’è alcuna certezza intorno alla loro realtà, non v’è alcuna certezza della loro presenza. La poesia «narra» questo ingresso nella rete fittissima e frastagliata nei retro pensieri e nei pensieri laterali. Il pensiero dominante, quello veramente importante per l’economia della poesia stessa e per noi lettori, sono i pensieri laterali, la verità è nascosta nel «retro» dei pensieri, nelle suggestioni delle sensazioni, nelle preveggenze improvvise percepite e abbandonate, la verità la si trova all’interno della scatola della finzione. La poesia «narra» questo susseguirsi di preveggenze, di indizi, di rinvii, di significanti che cercano il proprio posto, di significanti spostati, lateralizzati con un ritmo sincopato e interrotto, la sintassi è franta, spezzata, i verbi risultano assenti perché qui non c’è più un «io» in carne ed ossa (secondo una ben nota convenzione sociale e linguistica) che agisce o che non agisce, qui ci troviamo in una zona più profonda della coscienza che si ha nella vita quotidiana, qui ci troviamo in una zona psichica molto più profonda e di grande intensità dove le rifrazioni e le transazioni psichiche sono febbrili e in costante ebollizione. La poesia abita questa costellazione di sensazioni e di preveggenze. È questo il compito che la poesia giancasperiana si è addossato, indagare le zone remote della coscienza fino a giungere a delle zone remotissime che sconfinano con l’inconscio.

La poesia giancasperiana adotta una punteggiatura che oserei definire strategica, ogni punto indica una frattura, una schisi tra una fraseologia e l’altra, ma indica anche un moltiplicatore della schisi, allude al vuoto che si apre prima e dopo ogni punto. Così questo tratto sopra segmentale del punto acquisisce una funzione semantica, sposta e impedisce il fluire del ritmo, lo spezza, lo frantuma e obbliga l’autore a ricominciare ad ogni emistichio, ad ogni sintagma. La frequenza ricorrente delle interruzioni obbliga il lettore a ritornare sui propri passi durante la lettura, invita a ricominciare daccapo la lettura, a riprendere il filo del discorso interrotto, a ricomporre i frequentissimi incisi, lo obbliga ad una continua opera di suturazione, di ricucitura dei sintagmi spezzati. Ed è questo lavoro di intensificazione semantica che sta a cuore della Giancaspero, intensificazione prodotta non più mediante un lavoro fonosimbolico sul linguaggio ma rispettando il linguaggio come una risorsa in sé che va condivisa e rispettata e non usata come un valore da agglutinare mediante uno rafforzativo semantico o simbolico.

La questione della verità nel suo rapporto con la finzione è il tema centrale della poesia giancasperiana. Viene messa su una situazione-impalcatura, un plesso di immagini e di personaggi, per lo più invisibili che entrano in azione. Verità e finzione sono in rapporto profondo con la questione dell’inconscio e del sogno, o meglio, di spezzoni di sogno che affiorano alla zona della coscienza. L’operazione del poeta è riportare le cose al loro posto, ordinarle in una «situazione», in una «oggettità» nella quale gli sparuti indizi inaugurano la metempsicosi di una indagine che si dispiega in un lavoro di interpretazioni dove il compito dell’autore è riportare il significante al suo posto, ricomporre le congetture in un insieme plausibile e comprensibile al lettore in quanto il significante è, per Lacan, per definizione quel qualcosa che «manca al suo posto» (manque à sa place). Questo mancare risponde all’economia del significante, che è una economia della riappropriazione e della adeguazione al significato. Nella poesia giancasperiana la adeguazione, la rispondenza degli indizi (leggi dei significanti) ai significati non può non avvenire, la «lettera», per usare una metafora derridiana, arriva sempre a destinazione proprio grazie al mancare al suo posto, ed è questo che inaugura la circolazione del significante che dà luogo al senso. La destinazione della circolazione è quella della riappropriazione del soggetto a sé, del ritorno a sé. La verità dunque può essere letta soltanto mediante un ritorno a sé del soggetto che segue la traccia lasciata in evidenza dal significante.
Al termine della poesia giancasperiana, come al termine di un romanzo giallo, si ha sempre il riposizionamento della verità all’interno del «quadro» della finzione, l’adaequatio del significante al significato, ma in codice, secondo una struttura sistemica che si esprime in un codice che deve essere decifrato.

Scrive Pier Aldo Rovatti:

«Per Carlo Sini, l’esercizio con cui dobbiamo cercare di entrare in sintonia con il ritmo del nostro esistere è una “iniziazione” del soggetto. Che cosa può significare? Chiamare la pratica della soggettività “iniziazione”, e farlo in un contesto filosofico, significa prendere congedo da un’idea semplice e tradizionale di “autocoscienza”: potenza del lumen ed efficacia degli specchi, il normale regime o registro delle immagini, o ancor meglio dell’immaginario, dovrebbero essere “sospesi”. Ma, di nuovo, che significa “sospendere” se non proprio, nell’atto stesso del sospendere (o dell’esitare), mettere in questione il dominio delle leggi ottiche del mondo-oggetto, il mondo “cosale” del pleroma che dà semantica e sintassi al nostro discorso comune?

Allora il mettere fra parentesi, e il mettere tra parentesi le parentesi in un gioco distanziante e “abissale”, non potrà essere né gratuito né disinteressato, non potrà nutrirsi alla filo-sofia: nessuna amicizia e amore intellettuale per la verità, nessun rilancio sublimante (uno sguardo che si alza) verrà in soccorso all’esercizio, alla possibilità pratica di esso. Infatti, se qualcosa se ne può dire (poiché ha un suo rigore), è che, rispetto alla verità comunque intesa come una forma di “possesso” (reale o possibile), cerca un evitamento, una difesa, una resistenza: e ingaggia conseguentemente una lotta, o almeno una contesa, un contenzioso. Se si tratta di iniziarsi al soggetto come a ciò che ha da prendere ai nostri occhi una “figura inaudita”, ancorché noi lo siamo ogni giorno e in ciascun istante (dato che si tratterebbe di “ascoltare” qualcuno che ci dice che non siamo noi stessi ma altro, alterità), occorre predisporre uno spazio, dei margini, un’intercapedine, una zona di vuoto.

Per “lasciar essere” le cose, dobbiamo con molta fatica alleggerirci di molta zavorra, anche se ci dispiace (ecco la fatica) perché questa “zavorra” è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza. Non si tratta di rinunciare a essi per chi sa quale “povertà”: bensì di ritirare identificazioni e investimenti, lateralizzare, togliere valore e importanza. Rispetto, per esempio, al credere che “conoscere è sempre un bene”. Il problema della “sospensione”, insomma il senso da attribuire alla “iniziazione”, si condensa sulla possibilità di praticare la persuasione (penso a Carlo Michelstaedter) che vi sono zone di “non consapevolezza” che non solo è opportuno conservare, ma che vanno “attivate” proprio per permettere al soggetto di entrare in gioco con se stesso». 2]

2] Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza, Raffaello Cortina, 2010, pp. 6,7

Scrive Jacques Lacan:

«Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.

Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]

1] J. Lacan Ecrits, 1966,Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293

Francesca Diano

Caro Giorgio, sempre grata della tua attenzione al pensiero di Diano, mai tanto attuale come ora. Viviamo infatti nel “tempo dell’evento”, un tempo in cui, come sempre sottolinea anche Severino, domina la tecnica. Ma anche la “mètis” di Ulisse, priva però di quella genialità che è propria di Ulisse e che incarna, per Diano, l’evento. “Ulisse è l’eroe dell’evento.”
E’ il tempo dell’istante e dell’io, cui l’altro polo, quello della forma, è stato quasi del tutto sottratto. Con risultati devastanti.
Poiché per Diano, l’arte è la sintesi (altrove impossibile) dei due opposti, forma ed evento. E’ forma eventica. Ma, assassinata la forma, anche l’arte dei nostri giorni ne risente ed è monca.
Per natura non sono di quelli che clamano nel deserto: l’arte è morta. L’arte non muore mai finché l’uomo vive. Ma è termometro sensibilissimo della cultura che la produce e spesso è anticipatrice. Oggi, in Italia più che altrove, essendo il nostro un paese agonizzante, l’arte riflette questa profonda malattia della società e della condizione culturale. E dunque, anche quello che non ci piace è comunque significativo.
Allo stesso tempo sono convinta – ed è una mia personale convinzione – che l’artista, come il poeta, non possa che percorrere una via solitaria, individuale e personale.
Ancora una volta rinnovo la mia ammirazione per il lavoro di Costantina, che trovo una poetessa di grande forza, profonda e la cui poesia ha radici.
Per te, Giorgio, sai già quel che penso del tuo lavoro di poeta. Non devo ripeterlo.

Un abbraccio
Francesca

Anna Ventura

Per Donatella: mi piace questo verso: ”da una persiana all’altra “; suggerisce quel dialogo misterioso che talvolta ci unisce agli altri anche a nostra insaputa. Perché, nell’universo, tutto “comunica”; siamo in una società in cui il virtuale sta sostituendo il concreto, isolando sempre più l’individuo nel suo “particulare”, proteggendolo dal rischio del confronto diretto: al quale, in vece, dovremmo riavvicinarci.Come quelle donne di paese che ancora esprimono,con la posizione delle loro sedie,nell’aia, o sulla strada,il loro umore verso gli altri; ne nascono liti e dispetti, rotture e riavvicinamenti .Ma è pur sempre un dialogo.

Giorgio Linguaglossa

 Il traduttore in inglese della mia monografia sulla poesia di Alfredo de Palchi, John Rugman, mi ha chiesto di scrivere per il lettore americano una breve nota su cosa intendo per «tempo interno» nella poesia.

Ecco qua la mia Nota succinta sul concetto di «tempo interno» nella poesia della nuova ontologia estetica:

(Nota)
Sul problema del «tempo interno» (inner time) della poesia, è in corso in Italia un dibattito intorno ad una «nuova ontologia estetica» basata sul concetto di «tempo interno» della parola poetica nell’ambito della costruzione di una «nuova poesia», costruzione poetica intesa come sedimentazione di «tempi interni», come «quadridimensionalità», integrazione del mondo tridimensionale più la «memoria», cioè una poesia che non corrisponde più all’andamento lineare della sintassi della poesia del novecento, ovvero, ad un «tempo esterno» valido per tutto e per tutti, ma che assume la forma di «frammento», la forma di una singolarità assoluta. Una poesia dunque intesa come costruzione e composizione di frammenti, di singolarità.

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29 risposte a “Donatella Costantina Giancaspero, Una poesia, Tre colpi dal piano di sopra, Dialoghi e Commenti, La poesia narra questo susseguirsi di preveggenze, di indizi, di rinvii, di significanti che cercano il proprio posto, di significanti spostati, lateralizzati 

  1. Marina Petrillo

    Ad onde di trascendenza
    giunge il mistero della sera.

    Non v’è sufficiente morte
    nel dilagare di una impronta lignea.

    A suffragio nasce un simbolo
    in rudimentale scoscesa china.

    Trasale ciò che inesprimibile
    non è mai detto abbastanza.

    Soggiace quindi l’interrogativo
    in terra sconsacrata.

    Siam forse vivi
    o la soglia impressa ha in sé altro rifugio…

    Marina P.

  2. Tre colpi dal piano di sopra

    Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
    fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
    Insieme, qualcos’altro, ritratto
    nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

    Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
    si cercano dentro il sentore delle stanze.
    Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

    Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
    Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
    nelle smart home di risorti edifici.

    Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
    Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
    la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
    Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
    Da una persiana all’altra.

    La questione della verità nel suo rapporto con la finzione è il tema centrale della poesia giancasperiana. Viene messa su una situazione-impalcatura, un plesso di immagini e di personaggi, per lo più invisibili che entrano in azione. Verità e finzione sono in rapporto profondo con la questione dell’inconscio e del sogno, o meglio, di spezzoni di sogno che affiorano alla zona della coscienza. L’operazione del poeta è riportare le cose al loro posto, ordinarle in una «situazione», in una «oggettità» nella quale gli sparuti indizi inaugurano la metempsicosi di una indagine che si dispiega in un lavoro di interpretazione dove il compito dell’autore è riportare il significante al suo posto, ricomporre le congetture in un insieme plausibile e comprensibile al lettore in quanto il significante è, per Lacan, per definizione quel qualcosa che «manca al suo posto» (manque à sa place). Questo mancare risponde all’economia del significante, che è una economia della riappropriazione e della adeguazione al significato. Nella poesia giancasperiana la adeguazione, la rispondenza degli indizi (leggi dei significanti) ai significati non può non avvenire, la «lettera», per usare una metafora derridiana, arriva sempre a destinazione proprio grazie al mancare al suo posto, ed è questo che inaugura la circolazione del significante che dà luogo al senso. La destinazione della circolazione è quella della riappropriazione del soggetto a sé, del ritorno a sé. La verità dunque può essere letta soltanto mediante un ritorno a sé del soggetto che segue la traccia lasciata in evidenza dal significante.
    Al termine della poesia giancasperiana, come al termine di un romanzo giallo, si ha sempre il riposizionamento della verità all’interno del «quadro» della finzione, l’adaequatio del significante al significato, ma in codice, secondo una struttura sistemica che si esprime in un codice che deve essere decifrato..

  3. Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
    si cercano dentro il sentore delle stanze.

    Bellissimo!!

  4. Già una mancata proiezione

    Esala vapori sanguigni la fiumara
    che lambisce la cornice sul dicibile, là fuori.

    Ignorando la sospensione cautelare dei lavori
    la pulce ornamentale ha terminato il corso di pianificazione.

    «Sarà disseppellito fino all’ultimo dei saraceni.»
    Piero sa dove scartabellare

    ma non distingue i suoi fantasmi dal terrore globale.
    Laura posa le chiavi bruscamente sul cruscotto

    il motore non vuol partire, come la sua testa
    ha una call-conference tra mezz’ora

    e un passante è pronto a darsi alle fiamme.
    Banksy ci ha venduto l’autodistruzione

    è pura coincidenza
    o il libero arbitrio ci ha ingannati?

    L’inquilina al terzo piano stende fili d’oro
    e luce a giorni alterni;

    indossa vecchi guanti lacerati
    da frammenti amorosi, mai spazzati via.

    Compiaciuta – per il lavoro svolto –
    si ritira fra le tende, certa dell’effetto.

    L’ora è propizia
    poiché nessuno dopo cena pescherà

    tra i sedimenti: nessuno tende più l’orecchio
    «Going, going, gone…»

  5. La poesia «Già una mancata proiezione» di Alfonso Cataldi indica nel titolo fin da subito che si tratta di un invio («Going, going, gone…»), di qualcuno a qualcosa o a qualcun altro poiché l’esistenza non è altro che Altro, duplicazione e disseminazione del fantasma. La poesia non ha più una quiddità speculativa, esula dal senso e dal non-senso… si può asserire con qualche cognizione che la poesia segue un movimento speculativo che è già compreso all’interno della sua cornice costituzionale espressa in severi e formali distici, là dove il Principio di verità la la sua misteriosa dimora che altro non è che ciò che si trova della rete delle corrispondenze presenti all’interno della cornice costituzionale.

  6. antonio sagredo

    “Che fare? Che dire?”…
    queste due domande sembrano uscire dai sepolcri delle terre russe della metà dell’800… infatti la critica radicale (e non solo) dei critici russi: Belinskij, Dobroljubov, Pisarev, Cernisevskij (anni ’50 e ’60), e altri dopo di loro si pone esattamente queste due domande sui temi che sono qui trattati; e non solo, più estesamente in altri campi della cultura, investendo la musica e il teatro, l’architettura ecc. e infine anche il CINEMA…
    il fattore socio-letterario è dominante in queste arti tanto che furono visti questi problemi soltanto da un punto di vista filosofico-sociologico: tragico errore!
    La sola differenza è che è trascorso un secolo e mezzo e che quei problemi e questi si sono diffusi in tutta l’Europa, perdendo le peculiarità che li facevano attuali, e che trattati oggi sono alquanto inattuali.
    Sono del parere che dopo tante e gloriose Scuole (anche letterarie) che sono tramontate non c’è modo di trovare un filo rosso che accomuna tutte le arti:
    la frantumazione che fu iniziata dalla POESIA (Mallarmè p.e.) e che tormentò il resto delle Arti Maggiori è giunta alla sua fine, tant’è che i frammenti bisognerebbe raccoglierli oggi ancora una volta e rivedere per ciascuna arte la sostanza vitalizzante.
    a.s.

  7. Costantina Donatella Giancaspero

    *

    Della donna, appena qualche dettaglio.
    A tratti, dalle scapole in giù,
    l’anatomia timorosa di piccolo uccello
    – anche soltanto piuma: il prodigio di un volteggio
    a chi le dà respiro…

    Ali fragili – escrescenza, sbaglio di natura –
    per piccoli voli, brevi percorsi appena un po’ sospesi
    – sul marciapiede, sulla strada,
    dove il selciato raccoglie frantumi di cielo spiovuto,
    di facciate erette a spiarsi tra i rami…

    Tre note sole di richiamo, planando
    dentro un confine d’asfalto.

    *

    Un tentativo di interpretazione
    Il “tempo delle forme” nei versi di Costantina Donatella Giancaspero

    Al commento esaustivo di Giorgio Linguaglossa imperniato sulla ricerca della Giancaspero di nuove soluzioni linguistico-lessicali e direi per questo volta al campo espressivo integrale nel gioco suono-senso, aggiungerei soltanto una meditazione sulla creaturalità della Giancaspero.
    In che senso?
    Nel senso che poesia e moralità di Costantina Donatella Giancaspero risiedono in gran parte nella idea, nel pensiero, ma anche nel sentimento e soprattutto nella «utopia dell’amicizia». Direi di più: nella «cultura dei sentimenti».
    La quale cultura dei sentimenti richiede, e la esige da Costantina Donatella Giancaspero, la purezza di una intesa e la necessità della conversazione per approdare a un “accordo non violento” con gli altri, con le altre, con il mondo esterno e con quello interiore, quell’ accordo secondo l’ idea di Walter Benjamin da me da sempre coltivata:
    «L’accordo non violento ha luogo ovunque la cultura dei sentimenti ha messo a disposizione degli esseri umani dei mezzi puri di intesa».
    Naturalmente gli “intimisti” possono continuare a coltivare il mito del loro Io, restando relegati nel loro lager, ovvero continuando in questo luogo a considerare la propria coscienza intima come il solo luogo della verità.
    Ma un luogo così, il luogo poetico dell’intimista, è senza destino; come senza futuro è ciò che è andato e va sotto la indicazione di
    Greater Romantic Lyric imperniato sul monologo di un Io poetico individuato in un luogo-paesaggio anch’esso individuato…
    Costantina Donatella Giancaspero si misura con le forme, con il tempo delle forme, con il reticolo delle forme che si relazionano nel suo luogo poetico
    (ali, scapole, selciato, pianoforte, marciapiede…), un insieme di parti che si richiamano e che si fanno forme con limiti e confini labili nel “tempo delle forme”.
    Perché?
    Perché per Costantina è nel tempo che, per delimitazioni o per confini, le forme appaiono, nascono, ma è nel tempo che le forme muoiono e possono rinascere, possono bastare

    “Tre note sole di richiamo,[…]”

    gino rago

  8. donatellacostantina

    Cari amici,
    sono contenta, oggi, che i miei modesti versi, le mie domande semplici e “antiche” (ma credo non anacronistiche), le molteplici riflessioni, quelle che, in genere, pongo alla base del mio fare e, più spesso, del mio non-fare, insomma un po’ tutto questo, in varia misura, abbia suscitato dialogo, discussione e nuove proposte poetiche da parte di chi si mette in gioco ogni giorno. Siamo qui per questo. Non certo per scambiarci complimenti, come accade sui social, né per entrare in competizione tra noi. Né siamo nella poesia per ambizione di successo. Come dice il nostro “calzolaio”: “ad altri gli allori”. Noi, “chiodo su chiodo” (la semenza del ciabattino) cerchiamo di risuolare la Poesia. Un lavoro non facile, che, in ogni caso, abbiamo deciso per scelta, individuale e collettiva; collettiva, perché ci sentiamo uniti dagli stessi intenti, quelli che possiamo riassumere, molto sinteticamente, nell’acrostico NOE. S’è parlato tanto di Nuova Ontologia Estetica, in molte occasioni, anche oggi, qui. Abbiamo perfino tentato di esportarla all’estero… Tutti noi guardiamo a questa, al suo significato specifico, ma senza condizionamenti, in assoluta libertà, così come la NOE stessa nasce, ovvero libera da dogmi. La Nuova Ontologia Estetica, per come la intendo io, indica semplicemente una via da seguire; e direi, principalmente, la via del rigore, che in sostanza consiste in quell’insieme di strumenti sui quali si fonda la progettualità creativa. Non c’è Arte senza progetto. E non c’è progetto senza una strumentazione che non sia anche tecnica. I chiodi bisognerà pur saperli piantare, se si vuole realizzare una scarpa a regola d’arte, come si diceva (e si faceva) un tempo: una scarpa di vera pelle, con una suola di vero cuoio. Fuori dalla metafora, io, per il bene della scrittura poetica, credo fermamente nello studio della Parola. Dobbiamo saperla padroneggiare, come il pianista la tastiera, come il compositore le note e tutto ciò che esse rappresentano. Ogni parola poetica deve scaturire da una indagine attenta sulla Parola. Non è un gioco verbale, ma l’espressione concreta di un pensiero. E questo è il mio pensiero guida, anche nel decidere l’a capo, il doppio a capo… Perdonate la sincerità, ma questa insistenza sulla scrittura in distici, qui, mi sembra tanto una “maniera”, o una “mania”… Il raggruppamento dei versi deve essere dettato dal pensiero, non da una applicazione meccanica. Almeno per me, vale questa idea. Poi, ognuno scelga come meglio crede.
    Ma, tornando al discorso, io dico che, per la nostra ricerca artistica, la parola chiave è “studiare”, in tutti i suoi significati. Dunque, anche conoscere; conoscere le altre arti, fare riferimento a queste. Tentare perfino di riprodurre nella parola le loro conquiste. In questo senso, accostarsi alla musica è fondamentale. Bisogna approfondirla, almeno nell’ascolto, visto che non tutti possono studiare uno strumento o la composizione musicale. Bisogna aggregarsi in gruppi di studio e di discussione, per combattere l’ignoranza, che, scusatemi se lo dico, affligge anche il più colto dei letterati. Ma come si fa, dico io, in una Nazione che ha dato i natali ai più illustri nomi della Musica, così come della pittura, della scultura e di molto altro ancora… come si può ignorare un bene, un Bene!, tanto grande, indispensabile per tutti, ma in particolare per i poeti. Ricordiamoci che quando qui la poesia iniziava a entrare in crisi, nella musica si affermavano compositori di enorme rilievo innovativo, primo fra tutti Bruno Maderna, che, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, ci ha dato le maggiori opere, insieme a Nono e Berio, solo per citare due nomi noti. E, come scrive il critico musicale Renzo Cresti, “la lezione di Maderna non ha mai smesso di essere un punto di riferimento, giungendo fino ai compositori di oggi”. La musica è sempre andata avanti, forse anche più dell’arte visiva, che pure ha dato altissimi contributi. La poesia, invece, è decaduta, è caduta in basso, allignando nell’ignoranza.
    Cari amici, scusate lo sfogo… Ma i problemi ci sono e vanno messi sul tappeto. Vanno affrontati.

    Per concludere, oggi, in occasione dell’8 marzo, vorrei rivolgere un pensiero e un augurio alle amiche poetesse e alle lettrici della rivista, dedicando loro la poesia riportata qui sopra da Gino Rago, che ringrazio: “Della donna, appena qualche dettaglio”.
    Per tutti, un brano musicale.
    Bruno Maderna (1920-1973): Serenata per un satellite.

    Scritta nel 1969 in occasione del lancio del satellite europeo ESTRO I dall’isola di Vandemberg nell’Oceano Pacifico per lo studio dei fenomeni connessi alle aurore boreali, “Serenata per un Satellite” rappresenta l’apice lirico e formale della ricerca aleatoria di Bruno Maderna. Dedicata al fisico torinese Umberto Montalenti, allora direttore dell’ESOC (European Space Operation Centre), il quale aveva progettato e coordinato il lancio (1 ottobre 1969), essa costituisce una delle pagine più significative nella storia dell’alea “controllata” (ovvero, secondo la teoria di Pierre Boulez, conciliare alea e composizione, casualità degli esiti musicali e impiego di materiale musicale rigorosamente prescritto), in grado di far scaturire momenti di alto lirismo e di combinazioni sonore da un materiale musicale inscritto in un percorso grafico non convenzionale, rispetto alla notazione musicale comunemente intesa.
    Non mi resta che augurarvi…

    Buon ascolto!

    • Alfonso Cataldi

      Il distico non è né una maniera, né una forma indispensabile. Qui sull’Ombra si è arrivati al distico provando, sperimentando. È necessario entrare nel merito del testo per capire se il distico è giustificato. Se si procede per unità di eventi, per unità che esulano sia dal senso che dal non-senso (per citare Giorgio) , il distico è molto efficace. Il testo deve essere “pensato” in distici, e certamente richiede anche applicazione nel momento in cui ci si accorge che il proprio pensiero poetico tende in quella direzione.

  9. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    donatellacostantina su 8 marzo 2019 alle 4:05
    Cari amici,
    sono contenta, oggi, che i miei modesti versi, le mie domande semplici e “antiche” (ma credo non anacronistiche), le molteplici riflessioni, quelle che, in genere, pongo alla base del mio fare e, più spesso, del mio non-fare, insomma un po’ tutto questo, in varia misura, abbia suscitato dialogo, discussione e nuove proposte poetiche da parte di chi si mette in gioco ogni giorno. Siamo qui per questo. Non certo per scambiarci complimenti, come accade sui social, né per entrare in competizione tra noi. Né siamo nella poesia per ambizione di successo. Come dice il nostro “calzolaio”: “ad altri gli allori”. Noi, “chiodo su chiodo” (la semenza del ciabattino) cerchiamo di risuolare la Poesia. Un lavoro non facile, che, in ogni caso, abbiamo deciso per scelta, individuale e collettiva; collettiva, perché ci sentiamo uniti dagli stessi intenti, quelli che possiamo riassumere, molto sinteticamente, nell’acrostico NOE. S’è parlato tanto di Nuova Ontologia Estetica, in molte occasioni, anche oggi, qui. Abbiamo perfino tentato di esportarla all’estero… Tutti noi guardiamo a questa, al suo significato specifico, ma senza condizionamenti, in assoluta libertà, così come la NOE stessa nasce, ovvero libera da dogmi. La Nuova Ontologia Estetica, per come la intendo io, indica semplicemente una via da seguire; e direi, principalmente, la via del rigore, che in sostanza consiste in quell’insieme di strumenti sui quali si fonda la progettualità creativa. Non c’è Arte senza progetto. E non c’è progetto senza una strumentazione che non sia anche tecnica. I chiodi bisognerà pur saperli piantare, se si vuole realizzare una scarpa a regola d’arte, come si diceva (e si faceva) un tempo: una scarpa di vera pelle, con una suola di vero cuoio. Fuori dalla metafora, io, per il bene della scrittura poetica, credo fermamente nello studio della Parola. Dobbiamo saperla padroneggiare, come il pianista la tastiera, come il compositore le note e tutto ciò che esse rappresentano. Ogni parola poetica deve scaturire da una indagine attenta sulla Parola. Non è un gioco verbale, ma l’espressione concreta di un pensiero. E questo è il mio pensiero guida, anche nel decidere l’a capo, il doppio a capo… Perdonate la sincerità, ma questa insistenza sulla scrittura in distici, qui, mi sembra tanto una “maniera”, o una “mania”… Il raggruppamento dei versi deve essere dettato dal pensiero, non da una applicazione meccanica. Almeno per me, vale questa idea. Poi, ognuno scelga come meglio crede.

    Ma, tornando al discorso, io dico che, per la nostra ricerca artistica, la parola chiave è “studiare”, in tutti i suoi significati. Dunque, anche conoscere; conoscere le altre arti, fare riferimento a queste. Tentare perfino di riprodurre nella parola le loro conquiste. In questo senso, accostarsi alla musica è fondamentale. Bisogna approfondirla, almeno nell’ascolto, visto che non tutti possono studiare uno strumento o la composizione musicale. Bisogna aggregarsi in gruppi di studio e di discussione, per combattere l’ignoranza, che, scusatemi se lo dico, affligge anche il più colto dei letterati. Ma come si fa, dico io, in una Nazione che ha dato i natali ai più illustri nomi della Musica, così come della pittura, della scultura e di molto altro ancora… come si può ignorare un bene, un Bene!, tanto grande, indispensabile per tutti, ma in particolare per i poeti. Ricordiamoci che quando qui la poesia iniziava a entrare in crisi, nella musica si affermavano compositori di enorme rilievo innovativo, primo fra tutti Bruno Maderna, che, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, ci ha dato le maggiori opere, insieme a Nono e Berio, solo per citare due nomi noti. E, come scrive il critico musicale Renzo Cresti, “la lezione di Maderna non ha mai smesso di essere un punto di riferimento, giungendo fino ai compositori di oggi”. La musica è sempre andata avanti, forse anche più dell’arte visiva, che pure ha dato altissimi contributi. La poesia, invece, è decaduta, è caduta in basso, allignando nell’ignoranza.
    Cari amici, scusate lo sfogo… Ma i problemi ci sono e vanno messi sul tappeto. Vanno affrontati.

    Per concludere, oggi, in occasione dell’8 marzo, vorrei rivolgere un pensiero e un augurio alle amiche poetesse e alle lettrici della rivista, dedicando loro la poesia riportata qui sopra da Gino Rago, che ringrazio: “Della donna, appena qualche dettaglio”.
    Per tutti, un brano musicale.
    Bruno Maderna (1920-1973): Serenata per un satellite.

    Scritta nel 1969 in occasione del lancio del satellite europeo ESTRO I dall’isola di Vandemberg nell’Oceano Pacifico per lo studio dei fenomeni connessi alle aurore boreali, “Serenata per un Satellite” rappresenta l’apice lirico e formale della ricerca aleatoria di Bruno Maderna. Dedicata al fisico torinese Umberto Montalenti, allora direttore dell’ESOC (European Space Operation Centre), il quale aveva progettato e coordinato il lancio (1 ottobre 1969), essa costituisce una delle pagine più significative nella storia dell’alea “controllata” (ovvero, secondo la teoria di Pierre Boulez, conciliare alea e composizione, casualità degli esiti musicali e impiego di materiale musicale rigorosamente prescritto), in grado di far scaturire momenti di alto lirismo e di combinazioni sonore da un materiale musicale inscritto in un percorso grafico non convenzionale, rispetto alla notazione musicale comunemente intesa.
    Non mi resta che augurarvi…

    Buon ascolto!

    • donatellacostantina

      Scrive Bruno Maderna nella dedica di Serenata per un satellite:
      “a Umberto Montalenti con amicizia”.
      Possono suonarla: Violino, Flauto (anche ottavino), Oboe (anche Oboe d’amore – anche Musette), Clarinetto (trasportando naturalmente la parte), Marimba, Arpa, Chitarra e Mandolino (suonando quello che possono) -Tutti insieme o separati o a gruppi – Improvvisando insomma, MA! – Con le note scritte.
      Per spiegare la differenza tra la versione qui proposta da Mauro Pierno e quella postata nel mio commento, dirò che questa seconda è una rielaborazione scritta dal Maestro Claudio Ambrosini nel 1994, in sintonia, però, con le indicazioni fornite dell’autore, Bruno Maderna.

  10. Ripeto un appello inascoltato

    VEDEMOSE A RROMA.
    ER TEMPO È MATURO.
    INVENTAMOSI UNO SPETTACOLO, NA SALSA
    DE NOE ALTRI
    DI QUADRI, DE FOTO, DE SOLO POETI
    CHE ANCORA NON CREDONO
    ALLA POESIA.
    CHESSÓ NA PAGINA DER BLOG FATTA A PERSONA, DONATELLA CHE SONA, GIORGIO
    CHE ARRINGA , LA DONO CHE PITTA E RAGO MAÎTRÈ.
    E POI AHO! CHE VE DEVO DI TUTT’IO!

    VE voglio bbene.
    Grazie OMBRA.

  11. Domando a me stesso

    Lo sguardo della ragione arriva dove passa la parola?
    La parola è vita che genera vita?

    La parola è suono contrario al sonno che genera mostri?
    Ribellione, disobbedienza, resistenza, resilienza…?

    La parola parla?
    […]
    Che per tutti parli la parola contro i morti dei respingimenti,
    contro le polifonie anonime e i canti solitari.

    L’emozionalità privata che dilaga è parola?

    Si lasci l’intimismo nel lager dell’Io.
    Si vada nella terra poetica ribelle.
    […]
    Saremo tutti là
    sulle Lampeduse

    con una mimosa o senza
    Uomini e Donne della Rebeldìa.

    gino rago
    8 marzo 2019

  12. giulia rivelli

    Costantina Giancaspero ha ragione quando scrive che “la poesia è decaduta… è caduta…”…
    se si riferisce alla poesia italiana del secolo scorso e al primo ventennio di
    questo secolo ha pienamente ragione, e tranne alcune eccezioni: Campana, Pasolini (purtroppo troppo ideologizzato il suo verso) e infine Ripellino, (secondo me il migliore: coraggioso il Linguaglossa ad affermarlo)… poi ovviamente le poetesse Busacca, Madonna e qualche altra di cui ora mi sfugge il nome)….
    dunque sono pochissime le eccezioni, ma farei entrare in questo sparuto gruppo il poeta Antonio Sagredo, grande mio amico e confidente… secondo me il suo verso singolarissimo ha contribuito al rinnovamento della poesia italiana in questi ultimi e miseri tempi per la sua spiccata originalità: ne sono testimonianza l’ammirazione di alcuni critici militanti e il discredito di altri,
    per lo più per invidia e gelosia, come mi riferì una sera Salvatore Martino.
    Da amica e critica di Sagredo molti poeti dovrebbero mettersi l’anima in pace perché superati e inutili. Spero di non essere stata troppo dura, ma il mio augurio è che la poesia italiana proprio tramite Sagredo si rinnovi e risalga non lo stesso sentiero ma altro e diverso, come proprio la musica secondo la Giancaspero che non conosce negativi ripiegamenti, ma sempre nuovi stimoli per migliorarsi. Grazie
    G. R.

    • donatellacostantina

      Gentile critica Giulia Rivelli,

      mi auguro vivamente che il poeta Antonio Sagredo, suo grande amico (e confidente…) venga universalmente riconosciuto come il massimo Poeta italiano e che, per suo tramite, si risollevi lo stato miserando della nostra poesia. Sì! E che finalmente gli altri poeti si rassegnino alla propria fine; “mettersi l’anima in pace”, solo questo devono fare, ormai: sono “superati”, anzi, di più!, sono “inutili”! Eh, lo sappiamo bene: l’invidia… la gelosia… Che deprecabili sentimenti e quanti veleni producono, quanti nemici! Però, come diceva Lui, “molti nemici, molto onore!”… No, signora Giulia Rivelli, critica letteraria, Lei non è dura: Lei è Giusta!! Anche perché il Poeta Antonio Sagredo è persona modestissima, timida, riservata, che non ama il clamore degli elogi, lo disgusta l’odore dell’incenso. Non si vanta, lui, non si gloria, come tanti altri fanno (eccome se lo fanno!): quindi, doppiamente meritevole del doveroso riconoscimento.
      Gentile critica letteraria Giulia Rivelli, mi saluti grandemente il suo grande amico (e confidente…) Poeta, eccezione tra le “sparute eccezioni del secolo scorso e del primo ventennio di questo secolo”.
      Amen.
      D. G.*
      ____________________________________________________________
      *N. B. A scanso di equivoci, tengo a precisare che il mio nome anagrafico è DONATELLA GIANCASPERO. Costantina Giancaspero è mia cugina, figlia di mio zio paterno. Tuttavia, il nome Costantina mi è familiare, poiché così si chiamava mia nonna paterna. In virtù di questo dato, all’atto del Battesimo, per rispetto delle tradizioni di un tempo, mi fu attribuito anche il nome Costantina, accanto al nome principale Donatella, quello che mi avrebbe identificata per tutta la vita. Il recupero del nome battesimale Costantina è avvenuto solo in tempi recentissimi e per semplice gioco, quasi a voler creare un appellativo artistico, diciamo così. Ma, fatalità, è rimasto saldamente attaccato al mio nome reale, quello con cui mi chiamano genitori, parenti e amici intimi, amici che sono tali fin dai tempi (remoti) delle elementari.
      Detto questo, mi si può chiamare: Donatella Giancaspero, oppure Donatella Costantina Giancaspero. Ma mai (e sottolineo “mai”) Costantina Giancaspero, perché tale nome e cognome identifica mia cugina in linea paterna, che, tra l’altro, di tutto si occupa, meno che di letteratura, musica, poesia… E per questo, come per altre ragioni, siamo lontanissime.
      Grazie.

  13. Ha ragione Giulia Rivelli a ricordare la poesia di Helle Busacca, Ripellino e Maria Rosaria Madonna, tre poeti della linea modernista della poesia italiana del secondo novecento… se ci mettiamo anche Giorgia Stecher (morta nel 1996), Anna Ventura e Mario Gabriele possiamo tracciare una linea di continuità discontinuità che attraversa il secondo novecento ed arriva ai giorni nostri. Non è un esercizio inutile quello di tracciare delle linee, anzi, serve a fare chiarezza in un panorama, quello odierno, dove ognuno si fa la propria casa della poesia ad uso personale.

    Sono d’accordo con Costantina nel cercare di evitare di adoperare il distico come un passepartout, il distico ha le sue regole che non possono essere applicate a tutti; ad esempio la poesia della Giancaspero non richiede il distico, richiede piccole strofe compatte fittamente abitate da crittogrammi e revenant, la strofa compatta le offre un cablogramma molto più utile alla messa in scena delle sue composizioni. Se rileggiamo le sue poesie ci accorgiamo che ad ogni rigo vi si trova un crittogramma. Che cos’è il crittogramma? direi che è una scrittura indirizzata ad un destinatario che però non può decrittarla, una scrittura cifrata mediante un codice segreto. La Giancaspero è maestra nel tirare fuori dal suo cappello a cilindro crittogrammi e cablogrammi in codice. Il segreto della sua poesia è questo. Ma è un aspetto che accomuna un po’ tutte le poesie della nuova ontologia estetica, e una ragione c’è sicuramente se un poeta si esprime attraverso crittogrammi e non attraverso un discorso unilineare e unitemporale, o attraverso il racconto delle molcedini del cuore. Se rileggiamo quest sua poesia ci rendiamo conto che ad ogni rigo è nominato un crittogramma o una immagine in guisa di crittogramma:

    Tre colpi dal piano di sopra

    Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
    fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
    Insieme, qualcos’altro, ritratto
    nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

    Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
    si cercano dentro il sentore delle stanze.
    Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

    Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
    Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
    nelle smart home di risorti edifici.

    Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
    Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
    la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
    Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
    Da una persiana all’altra.

  14. La Wiederholungszang (la coazione a ripetere) è la categoria essenziale per comprendere tanta parte della poesia della Giancaspero, ma anche di quella della nuova ontologia estetica, della mia, di quella di Mario Gabriele, di Alfonso Cataldi e di altri… è l’apertura di uno spazio di gioco qual è la finzione letteraria, qual è l’apertura di uno spartito per il musicista… l’apertura di un sipario che consente l’intervento in scena di personaggi, di fantasmi ma senza che debba seguire necessariamente alcuna ipotesi interpretativa cogente… di qui l’ellisse, la sovrapposizione di luoghi e di personaggi, la permutazione, la commutazione e la disseminazione di luoghi, di voci; lo sdoppiamento di personaggi, la permutazione di personaggi e di situazioni, lo scambio di scenari… di qui la scrittura che si duplica in riscrittura, scrittura di una molteplicità di voci, e la scrittura diventa meta scrittura… che ci sia dietro a tutto ciò l’Edipo lo dò per scontato, che ci sia l’inganno delle Sirene anche, l’inganno delle Muse che cantano il loro canto discorde e ammaliante per confondere gli umani. In fin dei conti, la finzione letteraria è una funzione letteraria, funge e finge qualcosa in vista di qualcosa d’altro, tende a spostare le resistenze più in là… il ritorno del rimosso è il ritorno del demoniaco, ma sempre più in là, di finzione in finzione, obbedendo al principio metonimico. Il discorso poetico diventa così un discorso che si cimenta al superamento di sempre nuovi ostacoli, una corsa ad ostacoli per superare i quali occorrono sempre nuovi espedienti retorici e metaforici. E il discorso poetico diventa un discorso sulla auto destrutturazione.

  15. Costantina Donatella Giancaspero, Giulia Rivelli, come in altri momenti ha saputo fare anche Giovanni Ragno, e Giorgio Linguaglossa nei loro recentissimi interventi su questa pagina mettono sul tappeto questioni importanti del fare poesia oggi e di valori poetici. Penso che però
    anche, anzi, soprattutto sul piano estetico ci sarebbe bisogno di uno standard condiviso. Ed è proprio questo che sembra sia venuto a mancare.
    Ma cedo la parola a Jean Starobinski:

    «Il giudizio estetico è sempre stato condizionato dallo spirito del tempo, da gruppi e sottogruppi sociali, dalle mode, dalle diverse culture. Insomma, da una comunità che via via si sente investita dall’autorità necessaria per esprimere un giudizio sull’eccellenza o il fallimento di una determinata opera.

    E dunque per stabilire se quell’opera sia portatrice o meno di senso e di valore. Nella società contemporanea, in effetti, si è imposto uno standard estetico di ordine mediatico, hanno prevalso posizioni puramente mercantili e comunque poco motivate razionalmente, la necessità di scandalizzare a tutti i costi, l’acclamazione della celebrità in quanto tale. Il tutto secondo modalità tecniche piuttosto aggressive e tutto sommato prevedibili.

    Da qui il desiderio, più che comprensibile, di proteggersi da questa marea montante. Dalla quale ci si può difendere in due modi: o ignorandola, o ribellandosi.
    Ma ignorare non sempre è il miglior modo per esprimere la propria libertà, mentre può esserlo il rifiuto».

    gino rago

  16. Scrive Costantina Donatella Giancaspero:
    “Perdonate la sincerità, ma questa insistenza sulla scrittura in distici, qui, mi sembra tanto una “maniera”, o una “mania”…
    Il raggruppamento dei versi deve essere dettato dal pensiero, non da una applicazione meccanica.
    Almeno per me, vale questa idea. Poi, ognuno scelga come meglio crede.”

    Condivido pienamente questo pensiero di Costantina e segnalo
    un esempio di ‘poesia dell’evento’ in forma di distici, distici adottati da Franco Fortini nel suo primo libro poetico, ma distici da Fortini scelti e adottati per meglio esprimere quella sezione di Il foglio di via dai toni fortemente elegiaci

    Franco Fortini
    LA ROSA SEPOLTA

    Dove ricercheremo noi le corone di fiori
    le musiche dei violini e le fiaccole delle sere

    Dove saranno gli ori delle pupille
    Le tenebre, le voci – quando traverso il pianto

    Discenderanno i cavalieri di grigi mantelli
    Sui prati senza colore, accennando. E di noi

    Dietro quel trotto senza suono per le valli
    D’esilio irrevocabili, seguiranno le immagini.

    Ma il più distrutto destino è libertà.
    Odora eterna la rosa sepolta.

    Dove splendeva la nostra fedele letizia
    Altri ritroverà le corone di fiori.

    Da Foglio di via, 1946

    FRANCO FORTINI
    Nato a Firenze nel 1917, Fortini ha vissuto in quella città gli anni giovanili, entrando in contatto sia con i protagonisti della stagione dell’Ermetismo, sia con gli intellettuali che prima della guerra hanno fatto la storia della cultura italiana, da Montale a Noventa e Vittorini.
    Dopo aver partecipato alla Resistenza in Valdossola diventa redattore del «Politecnico», dal 1948 al 1953 lavora alla Olivetti, per la quale continua a collaborare come copywriter fino agli anni ’60; scrive per riviste e quotidiani, tra cui «Officina», «Quaderni rossi», «il manifesto” e il «Corriere della Sera». Nel 1985 gli è stato conferito il Premio Montale – Guggenheim per la poesia. È morto a Milano nel novembre ’94. La produzione di Fortini comprende la saggistica, la poesia, la narrativa, sceneggiature, traduzioni in versi ed in prosa dal francese e dal tedesco.
    Tra i suoi titoli principali, per la poesia: Foglio di via, Poesia e errore, Composita solvantur. Per la narrativa e la diaristica: Asia Maggiore,I cani del Sinai; per la saggistica, Dieci inverni, Verifica dei poteri, L’ospite ingrato, Extrema ratio. Ha tradotto Flaubert, Eluard, Doblin, Gide, Brecht, Proust, Goethe, Einstein, Queneau, Kafka.

    gino rago

  17. Al centro di Foglio di via Fortini si misura con l’evento-guerra, dunque con la Storia come evento collettivo e come evento personale
    Il poeta che ha provato l’esperienza della tragedia bellica è chiamato a vedere e a considerare la «Storia nell’uomo-poeta, piuttosto che l’uomo-poeta nella Storia».

    Lo stesso dicasi per il poeta dei nostri giorni di fronte all’evento:
    deve trovare una sua lingua atta ad esprimere non il poeta nell’evento, ma l’evento nel poeta.
    Non è semplice, ma è ciò che tenta di fare il poeta che si riconosce nella NOE.

    gino rago

    • caro Gino,
      la poesia di Fortini che hai postato mostra tutti i segni del tempo e mostra anche un modo di scrittura poetica che lui aveva ereditato dal linguaggio post-ermetico. La poesia è sì, suddivisa in distici, ma i distici sono serventi all’andamento pleonastico elegiaco, su sei distici ben tre sono introdotti dall’avverbio “Dove” ad inizio di distico come a rimarcare un luogo che si è perduto, che magari sarà stato anche il luogo della storia, ma la storia è vista dall’esterno, dal luogo dell’io del poeta che tenta disperatamente di entrare in contatto con la storia, ma manca l’obiettivo; un altro distico è introdotto da un altro avverbio: “Dietro”, anche qui a rimarcare il «dietro» della storia patria. Purtroppo la composizione è piena zeppa di espressioni di maniera, manierate e forbite, si percepisce nettamente che la prosodia è fortemente accentuativa e risponde ad una tradizione letteraria stantia e consunta. Fortini poeta paga così uno scotto pesantissimo alla tradizione della poesia patria del post-ermetismo piena di retorica e di frasari «belli» o abbelliti.

      Vista con gli occhi della nuova ontologia estetica la poesia di Fortini appare decisamente come un prodotto di scuola.

      Per quanto riguarda la struttura in distici, è ovvio che non può essere una fotocopia che si adatta a tutti i fogli bianchi, è una struttura che può ospitare solo un certo tipo di poesia a carattere aforistico, gnomico o narrativo ma non altre scritture che non hanno queste caratteristiche come quella della Giancaspero che risponde ad altre peculiarità costruttive.

      Ad esempio, oggi abbiamo postato alcune poesie scelte dal libro appena pubblicato dell’amico Franco Di Carlo e, pur essendo una poesia con forte impronta filosofica, penso che il distico non guasterebbe a questo tipo di composizione, proprio in quanto poesia argomentante, poesia pensante e il distico potrebbe offrire una maggiore ariosità alla struttura metrica, ma qui si entra in un campo di scelte stilistiche prettamente individuali. Però, a mio avviso, sarebbe possibile adottare una struttura in distici per la poesia del poeta di Genzano di Roma.

  18. Guido Galdini

    In tema di Gradus ad Parnassum non si può tralasciare Debussy (Doctor Gradus ad Parnassum, il primo brano di Childern’s corner.
    Ecco qui (due minuti di perfezione):

    • donatellacostantina

      Giusto, Guido Galdini! E grazie per aver ricordato a tutti noi questo importantissimo brano dalla suite Children’s Corner.

      Claude Debussy (1862 – 1918) compose la suite nel 1907, per la figlioletta di soli tre anni, Emma-Claude, detta Chou-chou, «con le più tenere scuse di suo padre per quel che segue», come si legge nella dedica. Tanto per dare qualche notizia sulla suite, dirò che essa comprende sei brani, intitolati in inglese (forse in omaggio alla governante della piccola):
      1) Doctor Gradus ad Parnassum; 2) Jimbo’s lullaby; 3) Serenade for the Doll; 4) The snow is dancing; 5) The little shepherd; 6) Golliwogg’s cake-walk.
      Riguardo al primo brano, qui riproposto all’ascolto, “Doctor Gradus ad Parnassum”, vorrei sottolineare che esso si avvale di importanti citazioni: Muzio Clementi, come abbiamo visto, sia nel titolo che nel riferimento scherzoso allo stile; Johann Sebastian Bach, per le citazioni dal Preludio in Do Magg. dal primo libro del “Clavicembalo ben temperato”; Stephen Heller per i riferimenti allo Studio n° 1 op. 45. Il tutto rivisitato dal linguaggio personalissimo di Debussy.
      La suite, non particolarmente difficile dal punto di vista tecnico, risulta tuttavia complessa per la sua raffinatezza espressiva, che richiede una acuta sensibilità e una sviluppata abilità interpretativa. Pertanto, non fu pensata dall’autore per le piccole mani dei bambini. L’intento dei Children’s Corner è semplicemente quello di evocare il mondo dell’infanzia in alcuni suoi momenti particolari, animati da quegli oggetti che, nella poetica musicale debussyana e secondo la nostra personale lettura, noi diremmo che sono “cose”.
      Arturo Benedetti Michelangeli (1920 – 1995) è stato uno dei maggiori interpreti di questo piccolo gioiello musicale, oltre che di tutta l’opera di Claude Debussy.
      Allora, a questo punto, amici, ci farà piacere riascoltare per intero la suite. E seguirla, anche, sia sul pentagramma che sulla tastiera… Il video che vado a proporvi è infatti un ottimo sussidio didattico!!

      Buon ascolto (guidato)!!

  19. Omaggio a Salvatore Martino
    Un poeta tra Premodernismo, Modernismo e Postmodernismo
    ovvero “la poesia di Eros nel gesto controllato che riesce a farsi segno…”

    Commento

    “Al mio paese ci sono notti che le barche corrono lungo il soffio dei pesci e l’albero appassito della prua notti nel sonno di maree umide e gialle Tutto il giorno ho sperato di te con la testa all’angolo del braccio Umide e gialle di scogli appuntiti Nel chiuso della stanza le pareti si gonfiano lo specchio quadrato il tavolo le sedie il gioco alterno dei marosi rossi e bianchi e bianchi l’assurda figura dei vestiti la porta che non s’apre Sei intero come il tutto che ci divide nel tuo corpo di vetro E notti ci sono allungate dal buio di correnti che lampeggia il tossire dell’aria e distendi alla luce del ventre l’inutile sorriso…”
    Si assiste all’affiorare dei temi centrali della tradizione lirica italiana e della poesia fatta dagli insulari, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma almeno in questo brano di cristallina prosa d’arte ci imbattiamo in un Salvatore Martino alle prese con i segni di quell’immenso lavoro sul linguaggio in atto che troverà nell’opera futura in via di preparazione una sua realizzazione più compiuta.
    La selezione dei testi poetici risponde a una lettura possibile, senz’altro parziale. Aggiungo che ho preferito esporre, bruscamente e talvolta estraendoli a forza dal corpo dei versi postati su l’Ombra, un passaggio nel quale si trovano inseriti quei segni che sembrano garantire un’illuminazione immediata, la cui matrice affettiva e nostalgica assume un rilievo specifico ma tuttavia mai incline all’arreso ripiegamento intimista.
    Dalla nostalgia per i tempi a quella per gli spazi e fino al ricordo di ” amici” o compagni che fanno la guardia in sembianza di animali fedeli, Martino ci sospinge dalla parte di chi parla nei «versi oscuri della divozione», con la voce di un mitico fanciullo che viene dal Sud, un Sud isolano mai consegnato all’oblio, come fu per Ripellino, per Cattafi e soprattutto per Stefano D’Arrigo alle cui frequenze delicate accosto quelle di Salvatore Martino, almeno se mi limito a considerare i versi riportati di seguito, tratti da “Pregreca” del D’Arrigo poco prima di ‘Orcynus Orca’:

    da Pregreca di Stefano D’Arrigo:

    “Gli altri migravano: per mari
    celesti, supini, su navi solari
    migravano nella eternità.
    I siciliani emigravano invece […]”

    Due sensibilità poetiche ben precise e riconoscibili, dai contorni ben disegnati, Salvatore Martino e Stefano D’Arrigo, ma entrambe mosse, agitate, nutrite da Eros come forza vitale, come forza cosmica primordiale che nei loro versi riesce a farsi trasparenza d’alabastro di contro alla opacità della pietra.
    Eros, il gesto controllato che riesce a farsi segno nella “insidia della soglia”, come in questi versi di Salvatore Martino:

    ” I morti sono morti e basta
    e freddi
    perché la morte è fredda
    e dio è volato
    sopra i gabbiani che piangono”

    gino rago

  20. 3 poeti di Sicilia
    Bartolo Cattafi – Stefano D’Arrigo- Salvatore Martino

    1- Bartolo Cattafi
    Confine

    Secco duro gessoso
    apparve il disegno del paese.
    Là portammo le nostre
    leggi, sistemi
    di peso, di moneta, di misura.
    Il mondo si concluse entro un confine
    di pietre abbacinanti,
    non vedemmo al di là di quell’altro mondo:
    valido, vittorioso
    quando ci travolse.
    Vagammo a lungo
    nei luoghi perduti.
    Il paese ci apparve in movimento,
    fertile, fluido, mutevole,
    ricco di regole e di merci,
    emporio e scalo di molte regioni.
    Secco duro gessoso sovente è l’occhio,
    le mani, lo scalpello lo assecondano,
    foggiano cose a nostra somiglianza.
    da L’Osso l’anima

    2- Stefano D’Arrigo
    Alla sua la mia nostalgia somiglia

    Alla sua la mia nostalgia somiglia
    se qui in Italia, oltremare, modulo
    come la quaglia in maggio rochi gridi
    al barlume del giorno.
    In sogno volo
    nel mare ventilato della luna,
    col giovane grecale che stornisce
    d’ala in ala, favorendo d’aria
    Capo Passero, Siracusa, l’Anapo,
    le rive di papiro dove già
    fra foglia e foglia crepita la luce,
    cerca la traccia eterna in un effimero
    regno che un attimo dura, il più breve
    mattino della vita, ma vero
    come l’infanzia.
    Ecco, in Italia, il giorno
    da me ritira siciliano intorno
    il mare, un miraggio, quella fedele
    compagnia della luna, il vento dolce
    che spira e fa una pura voglia in cielo
    d’ogni lieve, domestica stella
    d’orientamento.
    Ma fuori dei sogni
    vive crudele la memoria e reca
    il segno d’un’antica ferita,
    l’eco d’una caccia che viene, che va
    nella vita, fra piume di pietà.

    da Codice Siciliano

    3- Salvatore Martino
    Allegro ( molto espressivo)

    Ritrovi l’azzurro all’improvviso
    più aspro il sole in questa valle
    e disperato
    la terra si squarcia verso il mare

    Oltre l’agave in fiore
    i templi gli oleandri
    le case bianche
    contro limoni e aranci
    anch’esse divenute una rovina
    Riconosci gli odori di lontano
    il passo dei carretti dipinti
    le braccia spinate dei fichidindia
    il tempo immutabile
    dentro l’arenaria

    Il sud
    il mio sud
    irripetibile e giallo
    dentro il suo sfacelo
    e il vento rabbioso di scirocco
    l’isola bruciata contro il cielo

    da Venti pezzi facili

    (gino rago)

  21. Il salto e la mitraglia affiorano al limite della divinazione. Agli appunti vani. Alle
    stupide allegrie descritte. Un paio d’ali.
    Quei punti sono chicchi di pepe nero. La
    stessa macina stride.
    Ripete a stento sul grammofono
    striature di polvere da sparo. Semplici
    pallini dall’ espansione facile.
    E dal rosone un immagine deformata
    proietta l’ombra infondo al cielo.

    ( e se poi questa fosse proprio
    Antonio Sagredo
    a stroncarla?)

    Grazie OMBRA.

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