Archivi del giorno: 29 marzo 2019

Inaugurazione della Mostra di Giorgio Ortona, 2 aprile 2019, ore 11.00 Roma, Polo Museale Atac via Bartolomeo Bossi, 7 – Roma, Esposizione da lunedì al sabato ore 19.00-15.30, Scritti di Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa, Emanuele salvato dall’Atac

Giorgio Ortona Invito Mostra

Comunicato stampa Mostra Giorgio Ortona

Giorgio Ortona Atac, 2019, olio su tela, 30 x 64 cm

Giorgio Ortona, Atac, 2019, olio su tela 30×64

Emanuele salvato dall’Atac

di Letizia Leone

Il ritratto che Giorgio Ortona ha dedicato ad Emanuele Di Porto, con un tram alle spalle, ha per titolo un’intera didascalia: la diretta testimonianza in romanesco di colui che è sfuggito al rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943: «…e so arivato lì, a piazza Monte Savello, li c’ereno i tranve, so montato sul tranve e c’era quello che spezzava i bijetti, là, all’epoca. Jò detto guarda, so ebbreo e me stanno a cercà i tedeschi, questo me fa, mettete qua vicino a me. Poi a una cert’ora me dà pure ’n pezzo de pane. Due giorni so stato sul tranve, ho dormito sul tranve, e questi dell’atac m’hanno aiutato, se vede che se l’erano detti uno coll’altro, insomma, che io stavo là e giravo sempre co sto tranve qua: era ‘a circolare. Cosa pensavo? Pensavo a mia madre, il pensiero mio stava su mia madre, subito morta lì ai campi di concentramento…».

Quel ragazzino, oggi quasi novantenne, per diversi giorni ha osservato con angoscia e disperazione la città dai finestrini di un tram, così per frammenti sconnessi, palazzi e strade sconosciute, da capolinea a capolinea. Poi ha trascorso qualche notte sulla torretta adibita alla riparazione degli archi della linea tranviaria, dentro il deposito dell’Atac in via Prenestina, là dove gli autisti lo avevano sistemato, magari con qualche coperta, per salvarlo dalla furia nazifascista.

Giorgio Ortona Emanuele salvato dall'Atac, 2018, olio su tavola, 22 x 52 cm

Giorgio Ortona, olio su tavola, 2019, 20×52 cm

Sono qui seduta sul 14 semivuoto e cerco di ricostruire i pensieri di Emanuele, solo e al buio in quella torretta, dopo che la madre gli ha urlato «scappa, corri, va via!» dalla camionetta dei tedeschi in partenza con il suo carico umano. E mi ritrovo alla fermata sotto la Tangenziale est (Totem della pittura contemporanea) in via Prenestina, quasi all’altezza del deposito dell’Atac. Questo è un punto caldo della città, storicamente intendo. Qui vicino c‘è il Pigneto, c’è via Raimondo Montecuccoli dove Rossellini ha girato la scena madre di “Roma città aperta” con Anna Magnani, c’è il nuovo locale laccato e lustro di Necci, una volta il bar frequentato da Pasolini, magari durante i sopralluoghi con Fellini nelle vie limitrofe, via Fanfulla da Lodi o via Braccio da Montone…Qui c’è la casa dei miei genitori, a Piazzale Prenestino. Restano incisi nella memoria i cigolii notturni delle frenate, gli acuti ferrosi, i suoni striduli e amari del metallo che conciliavano il mio sonno. La casa dei miei, set di alcune scene del film di Mario Monicelli “Un borghese piccolo, piccolo” con Alberto Sordi. Qui ci sono le facciate rassegnate e annerite dei palazzi che nei quadri di Ortona diventano pasticche colorate dell’oro metafisico di Roma. Prima di essere offuscato dalla fuliggine. Pezzi di cielo, tracce colorate di un’infanzia depositata nei fondali della psiche in ognuno di noi, anche in coloro ai quali l’infanzia è stata negata. Per Ortona quel sole metafisico, o quella improbabile felicità anacronistica, è nelle matite colorate Giotto. La scatola da 6. Lui, profugo dalla Libia, non ha mai osato ambire a quella da 24, troppo costosa.

Il cromatismo di questi quadri ha dentro qualcosa di quei colori. Tracce, linee, macchie, cancellature che smangiano i confini delle cose e sembrano dilagare sulla tela, pericolosamente. Una pittura che pare voler mappare tutto lo spazio percorribile della città seguendo i tragitti degli Autobus e dei Tram. Non solo spazio orizzontale ma anche verticale del tempo e della memoria, certi buchi neri che riesce a leggere solo chi sa decifrare muri, strade, intonaci e crepe, facciate o finestre come quelle della Prenestina dove non si vede mai nessuno affacciato. Eppure l’antico portale neoclassico di una villa ottocentesca dal quale si accede agli uffici grigi dell’Atac ci sussurra che tutto è effimero e transeunte. Come se nelle cose fosse innescato un moto di accelerazione, e allora ti convinci che conviene sistemarsi sul sedile di uno di quei tram vuoti dei quadri di Ortona e intercettare il paesaggio metropolitano distrattamente, a pezzi, in fuga da un finestrino.  Perché tutto è in divenire, come suggeriscono questi quadri, anche i dati della nostra coscienza storica. Tutto è in bilico sul nulla. Apparizioni che stanno per svanire. Dunque oggi un artista non può che lavorare sul work in progress. Per tentativi, correzioni, sovrapposizioni, collage, cancellature, fotogrammi o citazioni. Opere aperte e in cammino, non solo nel colore che va sbiadendo, crescendo o dilagando, ma anche nei titoli stessi dei quadri: “Nuova mappa metropolitana I”, “Nuova mappa metropolitana II”, “Il cielo che serve” …

Le cose che hai visto non sono più le stesse di ieri o di qualche momento fa. Cambiano le coordinate psichiche e spirituali. Cambiano i colori atmosferici o i pezzi vivi del puzzle.  Allora tutta la città che vortica, il suo magma, li puoi cogliere solo per un attimo, distrattamente, da un autobus in corsa.  Un autobus rumoroso che quando frena ti scaraventa tra le braccia di un estraneo.

Giorgio Ortona La circolare, 2019, olio su tela, 40 x 70 cm

Giorgio Ortona, la Circolare, 2019, olio su tela 40×62 cm

per la mostra Emanuele salvato dall’ATAC di Giorgio Ortona

Giorgio Ortona attualizza il passato e, in questo modo, lo rende eterno. Raffigura i tram di oggi, che so, il 13, il 19, il 3 che attraversano in diagonale la città di Roma, ma li raffigura come un presente che è un passato.

Il linguaggio figurativo ha questo di buono, che forse è l’unico adatto a rappresentare la trascendenza del Passato, in quanto l’Assoluto ha la sua residenza nel Passato, soltanto lì le forme possono sostare in eterno, perché sono passate, perché il passato è l’intrascendibile, l’incondizionato, mentre il presente è la presentificazione e la convergenza di tutte le condizioni. Non è un caso che il linguaggio figurativo si manifesti attraverso i colori e le linee, perché abita una dimensione rigorosamente bidimensionale. Ciò soprattutto perché esso si esprime, mediante l’immagine, la quale  si offre mediante l’obliterazione di tutti i passaggi proposizionali e propedeutici temporali e spaziali con i quali invece deve fare i conti il linguaggio umano. Nell’immagine figurativa incontriamo l’Assoluto, ciò che è stato e non è più, il mistero del tempo che si è raggelato. La pittura ad olio su tela e su tavola di Giorgio Ortona è la tecnica più idonea per raffigurare la perfetta simultaneità e coincidenza tra l’essere e il nulla, tra la storia e l’eterno, tra passato e presente, giacché non ci sarebbe passato se non vi fosse il presente e noi che lo abitiamo.

Giorgio Ortona Atac, 2019, olio su tela, 30 x 64 cm

Giorgio Ortona, Atac, 2029, olio su tela

 È per questo motivo che il linguaggio figurativo di Giorgio Ortona abita una ontologia debole o meta stabile, per via del fatto che anche noi posti nel Presente assoluto abitiamo una ontologia meta stabile, che è e non è, agganciati all’attimo che è la compresenza di essere e del nulla. Nei tram sulle rotaie e nei filobus allacciati al trolley, in quel colori sbiaditi e indeboliti noi abbiamo l’esatta riedificazione in immagine di un passato che si è indebolito ai nostri occhi; ma è la storia che si è indebolita ed è scaduta a storialità di avvenimenti e di cose appese al filo del nulla. La pittura di Ortona non può che prendere a prestito, diciamo così, dal passato questo darsi dell’essere stato perché il mondo nel frattempo si è indebolito ed i colori sono diventati slavati e sbiaditi e diffusi, disfatti proprio come i nostri ricordi che, progressivamente, nel corso del tempo perdono lo smalto dei colori e la vivacità delle cose.

Un tempo, durante gli anni cinquanta e sessanta, Roma era attraversata in lungo e in largo dalle circolari, verdi e rosse, che erano dei tram e i binari attraversavano la città in tutte le direzioni. Poi, qualcuno pensò bene di sostituire quei tram e quei filobus con moderni autobus a nafta. Quella città ormai non c’è più e può rivivere soltanto in filmati d’epoca o in queste tele di Ortona che interpretano e attualizzano con un linguaggio figurativo del presente un mondo intrascendibile chiuso nel cassetto del passato.

È che  il linguaggio figurativo di Ortona non può utilizzare i colori da cartolina o televisivi di cui siamo invasi o il linguaggio della pittura bene educata attenta al bon ton del wishful thinking, Ortona non può non costruire quei colori e quelle linee se non mediante un’opera assidua di decostruzione e di rivisitazione del Passato in quanto passato e del Presente in quanto presente. Non c’è nessuna nostalgia in quei colori e in quelle linee, è una operazione ragguagliabile ad un espianto di organi da un morto ad un vivo, perché, è paradossale ma vero, soltanto ciò che è morto rigorosamente può dar vita ad un vivo non più vivente. Il pittore della nostra civiltà non può più adoperare i colori così come un pittore del Rinascimento li trovava già belli e posti, pronti all’uso, ma deve andarseli a costruire e reinventare in quanto ciò che è oggi pronto all’uso è ciò che è morto e sepolto. Non è soltanto un problema di ottica della modernità ma un problema del nostro tempo che vive in una ontologia meta stabile, che muta di continuo senza mai offrire ad un artista un momento di requie o di riposo al riparo dalla mutazione. E forse è proprio questa forsennata accelerazione della mutazione che ci rende manifesta la presenza del nulla nella nostra epoca di incessante mutazione delle forme e delle cose. Nello sbiadire dei colori e delle linee della pittura di Ortona noi possiamo intravvedere in filigrana la presenza costante del nulla che signoreggia e minaccia tutte le cose e noi stessi in ogni momento della nostra vita quotidiana e nella storialità del mondo post-storico. Qualcuno che non ricordo ha detto che «il passato è il lusso dei proprietari», al che mi viene da replicare che il presente è la povertà dei dispropriati, è la nostra condizione esistenziale che ci fa oscillare tra un lusso e una povertà, tra l’essere e il nulla.

Ha scritto Sartre: «Il nulla, se non è sostenuto dall’essere, svanisce in quanto nulla e noi ricadiamo nell’essere. Il nulla non si può annullare che sulla base dell’essere; se del nulla può essere dato, ciò non avviene né prima né dopo l’essere, né, in senso generale, al di fuori dell’essere, ma nel seno stesso dell’essere, nel suo nocciolo, come un verme».1

(Giorgio Linguaglossa)

1 Jean-Paul Sarte, L’Être et le Néant 1943 – L’essere e il nulla, 1958, ora trad. it.  di Giuseppe Del Bo, a cura di F. Fergnani e M. Lazzari, Collezione La Cultura, Milano, Il Saggiatore, 2014, p. 134

Giorgio Ortona Nuova mappa della metropolitana I, 2010, olio su tavola, 68 x 114 cm

Giorgio Ortona, mappa della metropolitana olio su tela 68×114 cm

15 commenti

Archiviato in Senza categoria