LETIZIA LEONE: DIALOGO TRA ERODIADE E UNA SCHIAVA. PALAZZO DI ERODE. Testi tratti da “Rose e detriti” (fusibilialibri, 2015) con una Nota redazionale sulla situazione politica e sociale della Galilea e della Perea al tempo di Erode Antipa (4 a.C. – 39 d.C.)

salomè re dei re, film 1961

salomè re dei re, film 1961

Nota redazionale sulla situazione politica e sociale della Galilea e della Perea al tempo di Erode Antipa (4 a.C. – 39 d.C.)

Erode Antipa (4 a.C.- 39 d.C.), verso il 27 d.C., aveva conosciuto Erodiade a Roma, dove viveva, e l’aveva convinta a lasciare il marito Erode Filippo (“senza terra”), violando le severe leggi d’Israele (Lv 18,16; 20,21), poiché i due Erode erano figli dello stesso padre Erode il Grande.

Non solo, ma l’Antipa (che aveva ripudiato la prima moglie) era anche zio e cognato di Erodiade, in quanto questa era figlia di Aristobulo, altro fratello dell’Antipa (Erode il Grande aveva avuto sette figli da diverse mogli. Nella sua famiglia tali unioni consanguinee erano frequenti e spesso caratterizzate da eventi delittuosi).

Erode Antipa -dice Marco- aveva fatto “arrestare e incarcerare” Giovanni Battista a causa di Erodiade, nella fortezza del Macheronte, situata non lontano dalla riva orientale del Mar Morto, ai confini della Perea.

Giovanni non stava organizzando una rivolta armata contro Erode. E tuttavia la sua popolarità era troppo grande perché questi non temesse che la contestazione, pur condotta in ambito etico-giuridico, non rischiasse di trasformarsi, nelle mani del popolo, in occasione per ribellarsi al suo potere dispotico.

salomè film king-of-kings-1961

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Lo storico Flavio Giuseppe lo dice chiaramente: “Attorno a Giovanni si era radunata una moltitudine che si entusiasmava a sentirlo parlare. Erode temeva che una tale forza oratoria potesse suscitare una rivolta, dal momento che la folla pareva disposta a seguire tutti i consigli di quest’uomo. Preferì perciò assicurare la propria persona prima che si dovessero verificare delle sommosse contro di lui, piuttosto che pentirsi troppo tardi per essersi esposto al pericolo, una volta che fosse avvenuta una sedizione. A motivo di questi sospetti di Erode, Giovanni fu spedito a Macheronte”(Antichità giudaiche, XVIII, 118-119).

E’ dunque solo per motivi indirettamente politici che l’Antipa decise di incarcerare il Battista. Marco, con l’espressione “a causa di Erodiade”, preferisce accentuare i motivi “legali” del conflitto, poiché lo scopo del suo vangelo è quello di spoliticizzare la figura di Gesù e le persone che gli ruotano attorno. Non a caso nei Sinottici la vicenda del Battista è stata costruita sulla falsariga di altre due narrazioni: quella accaduta al profeta Elia, anch’egli perseguitato da una regina pagana (cfr 1 Re 19,2; 21,4s; 21,18s.), e quella accaduta allo stesso Gesù Cristo, accusato non dal governatore Pilato, bensì dai sommi sacerdoti.

  1. 18) Giovanni diceva a Erode: “Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello”.

Giovanni non rimproverava a Erode il divorzio né, tanto meno, il suo modo di governare la nazione: semplicemente gli constatava una violazione della legge ebraica.

Ma perché Giovanni s’interessava così tanto alla situazione giuridica del tetrarca? Per quale motivo aveva indirizzato le sue accuse al sovrano, quando fino a quel momento aveva preso di mira solo gli scribi e i farisei? E perché aveva cominciato ad attaccare il potere politico filoromano quando si era sempre limitato ad attaccare quello dei capi religiosi? E perché proprio quello di Erode e non quello, molto più importante, di Pilato? Come poteva sperare che l’Antipa si sentisse indotto ad osservare, lui che era legato agli interessi di Roma, le prescrizioni veterotestamentarie in materia di diritto matrimoniale?

Qui si può pensare che il Battista, probabilmente, si era ormai accorto di aver raggiunto una popolarità tale per cui non poteva più fare a meno d’interessarsi anche della situazione (in questo caso etico-giuridica) del vertice governativo della Perea (il territorio ove il Battista aveva prevalentemente agito).

Oltre a ciò bisogna considerare che dopo la cacciata dei mercanti dal tempio, ad opera di Gesù, molti seguaci del Battista avevano deciso di diventare “nazareni”, per cui il Battista necessitava di recuperare un certo ascendente sulle masse, dal momento che non aveva accettato di collaborare attivamente col Cristo.

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iberio Tiberiade, La città prende il nome dall’imperatore Tiberio, quando nell’anno 20 circa, Erode Antipa, decise di costruirla in suo onore

E comunque il Battista non cercò -come si suol dire- il “martirio”: se così fosse stato, avrebbe certo usato un linguaggio più diretto ed esplicito. Da ciò che appare nel testo egli sembra essersi limitato a costatare i fatti, mediante una critica “indiretta”, cioè pre-politica, suggerendo un modo “legale” per tornare alla “normalità”. La sua insistenza sembra essere dipesa semplicemente dalla indiscussa autorità che il popolo gli riconosceva.

Tuttavia non bisogna dar troppo peso alla versione dei vangeli. Se Giovanni avesse ottenuto l’obiettivo sperato, la sua popolarità sarebbe diventata assolutamente eccezionale, ed è difficile pensare che Giovanni non potesse prevedere un caso del genere e come avrebbe pensato di gestirlo. Lo stesso Antipa non poteva non pensare che la vittoria avrebbe dato a Giovanni l’occasione per avanzare nuove rivendicazioni, questa volta anche esplicitamente politiche.

Esiste inoltre un’evidente contraddizione nei vangeli circa l’operato di Giovanni. Da un lato egli affermava di non essere degno di “sciogliere il legaccio del sandalo” di Gesù (Gv 1,27); dall’altro invece egli si sentiva degno di “fare le scarpe” all’uomo che gli erodiani volevano far passare come “messia d’Israele”. Da ciò sembra apparire che la deferenza dimostrata da Giovanni nei confronti di Gesù, sia stata volutamente esagerata dalla primitiva comunità cristiana, e che in realtà Giovanni, proprio a partire dalla contestazione a Erode, stesse cominciando a porsi come “messia politico”.

  1. 19) Per questo Erodiade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva,

Erodiade era una donna senza scrupoli: come aveva accettato d’abbandonare il marito “senza terra” per un uomo padrone di una “quarta parte”, così avrebbe fatto di tutto per conservare e, se possibile, aumentare il proprio prestigio di regina. Di qui l’odio nei confronti del Battista anche per motivi “personali”, tanto che – tanto che, dice giustamente Marco – voleva “ucciderlo”, stimando insufficienti i provvedimenti presi da Erode.

In fondo se per Erode il matrimonio costituiva una delle sue numerose nefandezze, e lo scandalo, se non fosse stato per il Battista, non gli sarebbe pesato più di tanto; per Erodiade invece il matrimonio era stato il mezzo migliore per realizzare delle ambizioni e acquisire un potere.

salomè King of kings 1961

King of kings 1961

Erode non aveva bisogno di giustiziare il Battista per restare sul trono e per essere temuto come tetrarca, a meno che la protesta di Giovanni non avesse assunto delle connotazioni politiche vere e proprie. Erodiade invece, se voleva guadagnarsi il formale pubblico rispetto, restando al potere, doveva a tutti i costi far tacere la bocca di quel grande accusatore. Avrebbe forse potuto vivere a rimorchio del marito, fingendo, coperta dall’autorità di lui, una normalità che di fatto non esisteva? Certo, se Giovanni avesse rinunciato a ricordare la violazione compiuta, il peso dell’autorità di Erode col tempo avrebbe costretto il popolo a dare il dovuto onore alla moglie regina, ma chi avrebbe creduto a un ripensamento da parte del legalista Giovanni?

  1. 20) perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.

Secondo la versione romanzata di Marco, Erode aveva un atteggiamento ambiguo nei riguardi di Giovanni: lo ascoltava volentieri, ma non si convinceva; lo temeva, eppure lo aveva incarcerato; sapeva che era “giusto e santo” e tuttavia preferiva vigilare su di lui.

Lo aveva rinchiuso in una prigione lontana molte miglia dalla Galilea, perché, conoscendo la sua grande popolarità, non si sentiva di giustiziarlo subito, e, nel contempo, sospettava che la moglie, con l’inganno, lo volesse fare al suo posto.

Come ogni re di questo mondo, che ostenta di tanto in tanto la propria magnanimità, mostrava rispetto per i profeti, quasi si vantava di averne uno personalmente interessato alla sua condotta morale e di aver rinunciato a sbarazzarsene quando quello cominciò a contestarlo duramente.

L’atteggiamento di Erode descritto da Marco oscilla fra il timore superstizioso, la curiosità intellettuale e la simpatia umana: nel suo comportamento c’è poca strategia politica.

salomè Brigid Bazlen in Salomè in King of kings 1961

Brigid Bazlen in Salomè in King of kings 1961

E’ qui che si ha la netta impressione che questa descrizione voglia ricalcare quella riferita alla passione di Cristo, dove Pilato, che afferma l’innocenza del “re d’Israele” (Gv 19,6b), non è molto diverso da Erode, e dove i sommi sacerdoti, con la loro invidia e gelosia (Mc 15,10), non sono molto diversi da Erodiade.

In realtà la versione di Flavio Giuseppe è molto più attendibile. Erode aveva fatto arrestare Giovanni non tanto per esaudire i desideri di Erodiade, o per proteggerlo dai suoi intrighi, quanto per impedire che la protesta di lui venisse usata da movimenti sociali e politici che mal sopportavano il suo collaborazionismo con Roma e che indubbiamente erano molto più ostili del movimento battista.

  1. 21) Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea.

Era costume orientale che si offrisse un banchetto per il compleanno del re, cui invitare le persone più in vista del regno, benché nell’A.T. sia riportato un solo esempio di questo, quello del Faraone d’Egitto (Gen 40,20).

La festa venne tenuta proprio nella fortezza del Macheronte. Il motivo per cui Erode non avesse scelto Tiberiade va ricercato forse nel fatto che uno sfarzo del genere, in quei momenti di grave crisi sociale, avrebbe potuto provocare risentimenti popolari, ma si può anche pensare che la scelta del luogo fosse finalizzata a un piano particolare.

Ciò che appare strano è l’invito dei maggiori funzionari politici, militari e amministrativi della tetrarchia per celebrare una festa che, tutto sommato, non era così importante. Vien quasi da pensare che Erode volesse in realtà “ufficializzare” il suo matrimonio, risolvendo una volta per tutte la difficile situazione in cui il Battista l’aveva posto. Forse voleva dimostrare che il suo interesse per Erodiade era superiore a qualsiasi divieto giuridico e che, in tal senso, sarebbe stato anche disposto a liberare Giovanni, se tutta la corte l’avesse chiaramente appoggiato contro le rivendicazioni popolari. Era forse un’ipotesi peregrina quella di credere che qualcuno, in seno alla corte, poteva anche approfittare delle critiche al suo matrimonio illegittimo per soddisfare proprie ambizioni di potere?

  1. 22) Entrata la figlia della stessa Erodiade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: “Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò”.

Nell’antichità, durante i banchetti, le danze erano molto in uso, ma vi si prestavano soprattutto le prostitute. Qui, essendo Salomé una principessa, la cosa appare, a dir poco, alquanto insolita.

Se l’episodio è davvero accaduto, la ragazza evidentemente ballò col consenso della madre, anche se di questo Erode non diede mostra di stupirsi; anzi, il fatto che lui abbia saputo subito approfittare delle prestazioni artistiche della giovane, promettendole una cosa che a nessun commensale avrebbe promesso, fa pensare che, in qualche modo, egli non dovesse essere del tutto estraneo alle sorprese che il banchetto avrebbe riservato.

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Salomè, film 1961

Se effettivamente Erode voleva che la sua relazione amorosa fosse sanzionata senza indugi, allora il ballo di Salomé nella sala del convito stava appunto a confermare queste sue intenzioni e la promessa fatta alla ragazza non faceva che rincarare la dose. Egli in sostanza voleva far capire che il suo legame con Erodiade era così solido che avrebbe potuto concedere qualsiasi cosa alla figlia di lei.

Peraltro di Salomé Marco dice che era una “ragazza” (di 13-14 anni?): Erode non poteva temere di farle una promessa spropositata.

  1. 23) E le fece questo giuramento: “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”.

Il giuramento di Erode, considerato ch’egli dipendeva da Roma, appare come una vera e propria “spacconata” e, come tale, sembra ricalcare il modello letterario di Est 5,3 e 7,2, in cui un re di Persia (anche in questo caso in un banchetto) rivolse alla regina Ester l’espressione: “Fosse pure la metà del mio regno”.

Qui non si deve pensare, se il giuramento è stato fatto, che Erode volesse far mostra di uno sfrenato autoritarismo, stimando il proprio regno come un qualsiasi oggetto da usare ad libitum. Sarebbe stato assurdo che Erode promettesse a Salomé la metà del suo regno per il solo piacere della danza e proprio davanti a tutti i rappresentanti del suo potere.

Erode può aver fatto quella promessa in stato di semiubriachezza, alla fine della serata, convinto che Salomé non gli avrebbe effettivamente chiesto la metà del suo regno, ma un regalo molto meno impegnativo. Nel caso invece l’avesse preso in parola, Erode avrebbe sempre potuto giustificarsi in vari modi per non rispettare, alla lettera, il giuramento (il primo dei quali era che il regno non apparteneva a lui più di quanto non appartenesse a Roma).

Resta comunque curioso il fatto che Erode abbia voluto confermare la promessa con un esplicito giuramento: evidentemente voleva mostrare assoluta sicurezza in quello che diceva.

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    24) La ragazza uscì e disse alla madre: “Che cosa devo chiedere?”. Quella rispose: “La testa di Giovanni Battista”:

Ci si chiede: Erode era già d’accordo con Erodiade sull’idea di far ballare Salomé e sul finale tragico del banchetto, oppure non aveva considerato l’eventualità che Erodiade potesse approfittare del suo giuramento “pubblico” al di là delle sue aspettative? Detto altrimenti: dietro questo episodio vi è stata una regia o tutto è avvenuto casualmente? Allo stato attuale delle fonti, nessuno è in grado di rispondere a questa domanda.

Facendo il giuramento Erode aveva messo alla prova la fiducia dei commensali nei suoi confronti, poiché se il suo matrimonio fosse fallito, la metà del suo regno sarebbe finita in mani estranee. Erodiade però fa di più: mette alla prova Erode di fronte a tutti. Egli infatti deve dimostrare che, se è veramente disposto a cedere la metà del regno, dev’essere altresì disposto a cedere ogni altra cosa che appartenga al suo regno, inclusa la testa del Battista.

Salomé si rivolge alla madre perché così le era stato detto di fare o perché non voleva rischiare di sprecare questa grande opportunità? Non rifiuta la proposta del patrigno, né si limita a chiedere qualcosa di simbolico e neppure sembra essere convinta dell’effettiva possibilità di chiedere quello che le è stato promesso con giuramento. Di fatto Salomé è nelle mani della madre, che può fare di lei quello che vuole.

  1. 25) Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: “Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista”.

Condividendo la decisione della madre, perché coinvolta indirettamente nello scandalo, Salomé rientrò in fretta nella sala e, con altrettanta solerzia, chiese che la testa del Battista le fosse portata “subito” su un vassoio.

Tutta questa premura sta forse a dimostrare che Erodiade temeva qualche ripensamento, ma può anche far pensare che effettivamente Erode non si aspettasse una richiesta del genere, non foss’altro perché non poteva pensare che l’odio della moglie per il Battista si sarebbe spinto fino al punto da mettere lui in evidente imbarazzo davanti a tutti gli invitati.

  1. 26) Il re divenne triste; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
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Qui i casi sono tre: o Erode era d’accordo con la moglie sin dall’inizio e questa sua tristezza è una finzione; oppure egli pensava di liberare il Battista servendosi del banchetto e dell’approvazione ufficiale dei commensali alle sue nozze con Erodiade; oppure quello che dice Marco è vero: Erode non era d’accordo con la moglie, non aveva intenzione di liberare il Battista e decise di eliminarlo solo perché aveva fatto un giuramento davanti a testimoni di prestigio.

L’unica cosa certa in queste tre ipotesi è la seguente: uccidere il Battista significava aspettarsi dei tumulti popolari, non farlo significava dimostrare di temerli (e questo sarebbe stato sconveniente di fronte ai suoi funzionari di corte).

Se Erode effettivamente temeva dei tumulti e, per tale ragione, non s’era ancora deciso a eliminare il Battista, è semplicemente incredibile che abbia deciso di farlo in un’occasione così frivola e mondana. Di fronte alla richiesta di Salomé il giuramento poteva ancora costituire un obbligo morale? Possibile che il giuramento avesse più importanza come “forma” che non come “sostanza”?

Supponiamo che Erode si fosse servito del banchetto per dimostrare la perfetta intesa matrimoniale con la moglie, il fatto ora di dover uccidere il Battista non doveva forse servire a dimostrare sino in fondo il valore di tale intesa?

Se le cose stanno così, il Battista è stato ucciso per motivi politici, a prescindere dalle circostanze in cui ciò è avvenuto, proprio perché per Erode il suo matrimonio con Erodiade, pur essendo stato dettato da motivi personali e non da interessi di potere, aveva assunto un risvolto chiaramente politico.

Nel testo di Marco invece si ha l’impressione che Erode abbia fatto uccidere il Battista controvoglia, perché, come Pilato, raggirato da persone più astute di lui.

  1. 27) Subito il re mandò una guardia con l’ordine che gli fosse portata la testa.

Per timore che i commensali fossero testimoni di uno spergiuro o di un dissidio in casa reale, circa la sorte del Battista, o di un’ammissione di debolezza, di fronte alla paura di conseguenze politico-sociali, Erode trasforma immediatamente i commensali in testimoni di un delitto.

salomè 1La versione di Marco è poco attendibile. Benché “triste”, Erode non chiese spiegazioni di sorta, non tergiversò, non s’indignò, non rifletté neppure molto sul da farsi: “subito” -dice Marco- inviò la guardia. E tra i commensali nessuna voce di protesta, neppure la più piccola considerazione di opportunità su una decisione così grave.

  1. 28) La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, lo diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.

Secondo Marco, Erodiade fu la vera artefice della morte del Battista (avvenuta nel 27 d.C.), lei il vero “motore” di tutta la macchinazione: si servì di Salomé prima e degli invitati dopo, per convincere Erode, e di Erode stesso per uccidere Giovanni. Come se i motivi “personali”, di fronte a un caso nazionale come il Battista, potessero prevalere su quelli più strettamente “politici”, per i quali responsabile ultimo della morte del Battista altri non poteva essere che Erode.

  1. 29) I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Non ci furono tumulti, non si approfittò della morte del grande profeta per provocare delle ribellioni: Erode aveva forse dato al movimento battista un’importanza che non aveva? S’era forse macchiato di un inutile delitto?

Stando alla versione di Marco sembra proprio di sì. In realtà Giovanni costituiva un pericolo per Erode e la forte insofferenza dei galilei per i governi filoromani non poteva permettergli di rischiare più del necessario.

Resta tuttavia il fatto che il Battista è morto per la sua fedeltà rigorosa alla legge: nel testo di Marco non si nota ch’egli avesse un ideale più alto.

Il vangelo del Battista

Altri testi

Umano e Politico. Biografia demistificata del Cristo
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Salomè Veruschka in Salomè

Veruschka in Salomè

ROSE E DETRITI
Primo Episodio
In una sala del palazzo di Erode. Schiava ed Erodiade.

SCHIAVA

(A parte)

Non riesco a guardarmi intorno.
La luce sembra umida
sulle pareti di questo palazzo.
Luce feroce di un incendio freddo.
O saranno le rose?
Luce che rende chiari e giovani
anche i morti in questa catacomba
in questa festa buia della lussuria.

Baci come piume combuste
da bocca a bocca e lingue calde:
questo è godere. Nulla più.
Qui non c’è niente da vendere
tra schiave: siamo donne mitologiche
figlie dello stupro.
La dignità? È cosa liquida
che si scioglie al primo calore
e il nostro boia tiene il ferro arroventato sempre pronto
basta un niente, basta un cenno,
basta una mezza frase
o la sua voce di cuoio ed io
mi preparo
ad ogni gioco
ad ogni giogo muoio.

Ma questa notte
abbigliata del bello
sono la puttana di fila che accompagna
Erodiade: per lui,
uomo di così debole bellezza
eppure uomo così debole
alla nostra bellezza.

E poi ad un imperatore
ci si deve immolare senza spine
augurandogli buon divertimento
fiere del nostro strazio.

ERODIADE

Schiava, dove sei?

SCHIAVA

Sono qui, mia Regina, in attesa di esser comandata.

ERODIADE

Vieni, accompagnami:
una donna di veli e una di stracci.
Le torce ardono
in queste camere di roccia
per l’apparizione dei fiori agonici…
Ma questi sono fiori fantasmi.

SCHIAVA

(A parte)
Quando lei chiede,
in queste strane tenebre di meraviglia
devo iniziare a vegliare
intrecciare danze
ballare
ballare leggera
tirare diagonali nell’aria immortale
tra cumuli di occhi narici mani.

ERODIADE

Vedi,
la fortezza del piacere
è abitata da rose robuste
è abitata dal profumo dolciastro
di fiori rubati ai cimiteri
e se adesso dobbiamo festeggiare
che almeno la morte ci assista con la sua ultima portata
su un vassoio di sangue
questa testa annegata
del profeta dilaniato
decapitato.

SCHIAVA

Ho paura, mia Signora: troppi spettri,
ma le starò al fianco, la seguirò in punta di piedi.

ERODIADE

Come? Che dici? Spettri?
Si, forse hai ragione: l’aria pensa
qua dentro.
Questi petali cominciano dagli orli
a piagarsi, il rosso sgargiante si smorza
nel cinabro
e un nastro nero li raccoglie: sarebbe così facile
agguantare i mazzi e gettarli fuori
dalle finestre blindate di questo palazzo, pulire l’aria
ma l’odore mi stringe la gola.

SCHIAVA

Si, tetre queste rose, regina Erodiade
come tributi di sangue,
poco sangue vibrante regalato alla sete
di una febbre acida e segreta.

ERODIADE

Andiamo.
Passare da una stanza all’altra
è aver già attraversato metà del nostro
regno, seguimi tra le sale e le scale
immerse in questo odore crudo:
sai, i petali sudano altra rugiada la notte
e mandano voci

la voce di uno che grida nel deserto,
la senti? Di uno che scrive nel deserto.
Poeta e profeta insieme, quasi a un crocevia.

Ma è quest’aria irritata di umori
che risucchia i morti da chissà dove
e li fa ancora parlare
Elia…Orfeo, con la testa mozzata sotto il braccio
galleggiano nel mio occhio.

Seguimi, corri, entriamo nelle sue stanze
il Tetrarca è il gigante con l’occhio grande
vede poco e divora
aiutami con la sua voglia ora, bella signora.

(Entrano nella sala della festa.
Erode, Erodiade,Schiava, musica, soldati e ancelle…)

SCHIAVA
(A parte)

Già mi tiene,
non sono ancora entrata nella sala del banchetto
che si è avventato addosso
col fiato vinoso e amaro, mi ha stretto
mi ha promesso qualcosa all’orecchio
avrei preferito lo spettro dal capo mozzo
tutto l’orrore della sua apparizione.
Ma forse è colpa di questi fiori radianti
che mi serrano le narici
e poi lentamente cominciano a far patire a tutta la carne
la loro nausea
mentre mani callose mi sollevano da terra.
Il mio piacere di prostituta è solo nelle dita
che lisciano velluti o magari
qualche leccata di animale sul collo
per il resto, fastidio
se non dolore.

ERODIADE
(A parte guardando Erode ubriaco)

Mi ha fatto chiamare,
perché?
É forse annoiato dalla musica, dal vino, dalle danze?
Non ne avrà per molto
manca poco all’alba.
Non è soddisfatto,
non è sazio del sangue
versato sulle nostre vittorie?
E poi questo spettacolo della testa
si annuncia già nella puzza.
Guardatelo come canta:
L’abbiamo messa al centro e poi giochiamo al girotondo,
♪ giro, giro, tondo, tondo…♪
♪..ora cantate anche voi donne belle di tutto il mondo..

Basta, rivoglio la mia schiava!
Rivoglio queste mie donne
dalle mammelle straziate,
bottino di guerra che mi fu destinato
e che mi è stato strappato.
Spente tutte le voglie
ormai non è più tempo di canti
ma di veglie.

No, risponde ed urla, mi chiama
E r o d i a d e,
mi insulta
vecchia troia,
dov’è, dice, la gracile Salomè?
Da mille foglie affogate nel vino
ha distillato fino all’ultima goccia il piacere e ora parla così!

Riprenditi questa schiava,
Dov’è Salomè…che balli lei per me.
Dov’è tua figlia?
Mia figlia per te?

(Andando verso le donne e gli uomini ubriachi)

Mia ancella, liberati da questi abbracci
torna al mio fianco.

SCHIAVA

Obbedisco mia regina,
via da qui,
da questi volti impenetrabili
da questi corpi di muschio e cicatrici.
I maschi
con le coperte di pelo si avvicinano
dapprima con sguardi festanti, ma subito
un impeto li divora…

ERODIADE

È il ruggito di una fame eterna tra i denti
il deserto ne ha fatto sciacalli
nello strazio di notti di luna magra
dove avrebbero voluto covare a lungo
una donna.
Questa è la festa dell’espiazione
del loro digiuno,
e voi, mie ancelle, prede mute nell’ombra
con sacchetti di cannella
al collo, qualche perla
sembrate malate di luce.
Lo so, le tenebre sono una piaga
intasano l’aria:
come lana di polvere si possono palpare
nell’ora più avara.

SCHIAVA

Guerrieri notturni e un imperatore
bisogna piegarsi
cedere il fianco al vincitore.
Ma questo padrone ha occhi di brace
ha una lingua oscena.
Dicono sia bello, io non oso
immaginarlo.
Lo vivo attraverso l’odore
attraverso le correnti umide
del suo fiato di uovo:
solo così lo godo.
Tra fetori, candele
gocce bollenti di cera luminosa

letizia leone museo archeologico  di Anzio

letizia leone museo archeologico di Anzio

Letizia Leone è nata a Roma. Si è laureata in Lettere all’università  “La Sapienza” con una tesi sulla memorialistica trecentesca e ha successivamente conseguito il perfezionamento in Linguistica con il prof. Raffaele Simone. Agli studi umanistici  ha affiancato lo studio musicale. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF organizzando corsi multidisciplinari di Educazione allo Sviluppo presso l’Università “La Sapienza”. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi (2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011. Nel 2015 esce Rose e detriti testo teatrale (Fusibilialibri). Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da camera (Versi erotici delle maggiori poetesse italiane), Perrone Editore, 2012. Nel 2016 dieci sue poesie sono state pubblicate nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura). Collabora con numerose riviste letterarie e organizza  laboratori di lettura e scrittura poetica.

 

 

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36 commenti

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36 risposte a “LETIZIA LEONE: DIALOGO TRA ERODIADE E UNA SCHIAVA. PALAZZO DI ERODE. Testi tratti da “Rose e detriti” (fusibilialibri, 2015) con una Nota redazionale sulla situazione politica e sociale della Galilea e della Perea al tempo di Erode Antipa (4 a.C. – 39 d.C.)

  1. antonio sagredo

    Ho apprezzato questa opera/(etta) di Letizia Leone, ma quella sera della presentazione fu letta malamente, quindi consiglio la poetessa di rivolgersi al talentuoso attore PINO CENSI per una prossima lettura pubblica.

  2. «Lo vivo attraverso l’odore
    attraverso le correnti umide
    del suo fiato di uovo:»

    L’operetta teatrale di Letizia leone si pone in quella linea di ricerca di una “poesia significazionista” (dizione di Mandel’stam) che di frequente i poeti abbracciano come per spolverarsi gli abiti lirici un poco consunti. Oggi, che non si sa più che cosa sia poesia e meno che mai poesia lirica o post-lirica, forse, dicevo, oggi c’è bisogno di riparametrare il linguaggio poetico per un presunto uditore…, e quale modo migliore per farlo che affidarsi ad un linguaggio orale, teatrale, adatto e adattato alla scena? – I versi riportati in abbrivio vogliono indicare come si può fare poesia teatrale adattando le metafore al linguaggio orale («fiato di uovo»), ma molti altri esempi si possono trovare in quest’operetta che contiene dei minerali preziosi. Auguro a Letizia di mettere presto in scena questo atto unico davvero originale.

    • “si può fare poesia teatrale adattando le metafore al linguaggio orale”
      (G.L.)
      Se si ricorda che la poesia teatrale greca era nata nel VII-VI sec. a. Ch. n. e che la metafora è una delle più diffuse figure retoriche di significato fin dai tempi più antichi, usata prima da Omero, poi dai lirici, poco dopo dai tragici e così via; se si ricorda inoltre che tutta la poesia finora menzionata era orale, pur essendo anche letta con sommo piacere sulle pagine dei papiri dopo l’introduzione della scrittura, che cosa intendi dire, Giorgio carissimo, con l”‘adattamento” di cui scrivi nella tua frase sopra riportata?
      Grazie e un caro saluto

      Giorgina

  3. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la finanza ci ha privato delle lettere ma non dei tromboni. Bella e libera questa poesia, in passato sono stato critico con questa autrice, questa volta no, poesia teatrale di altissimo livello.

  4. antonio sagredo

    la decima foto “Veruschka in Salomè” di Carmelo Bene, che si vede a sinistra sullo sfiondo. La poetessa dovrebbe portare in scena questo suo lavoro.
    Almerighi il superbo, intendi di me “trombone”?
    ————————————————————————-
    Come in aprile è pazzo il fiore!

    Il tempo non aveva un secondo da battere
    quando ascoltavo il canto di una tortura nello specchio.

    Le stelle erano premature nella gelatinosa assenza,
    una fantesca in lagrime era la vela turchese nel porto.

    La notte uccise il corvo con guanto di giallo velluto,
    gridai: tutte le stagioni sono equinozi d’inverno!

    Non attraverserò più con sorriso di neve i ponti:
    una vecchia città per divertire un qualsiasi Rigoletto?
    Né darò in sposa a un greco deforme la terribile Salomè!

    Nel cimitero io vidi gli occhi-rospi di Shakespeare brillare,
    più gelosi sul cranio d’Otello, ma l’ultimo attore recitò:
    io non sono nato da madre! in me stesso è… l’origine!

    Saffo si è impiccata
    e Orfeo – ha pianto!

    antonio sagredo
    Roma, 25 gennaio 1981

    • Salvatore Martino

      Ancora una tua poesia a commento Sagredo, è davvero un costume direi vagamente offensivo per l’autore del quale si discute. e inoltre un gesto prevaricatore su tutti noi frequentatori del blog che aspettiamo disciplinatamente che le nostre produzioni vengano inserite.Mi dispiace francamente di questo tuo atteggiamento perché ho della stima nei tuo confronti. Quanto alla teatralità poetica di Letizia Leoni ella riesce ad essere personale nel suo stile, e persino nella conduzione del cammino scenico nonostante straordinari precedenti come Oscar Wilde e Giovanni Testori. Avevo letto interamente ilavoro teatrale di Letizia e mi era piaciuto tanto che mi offrii di interpretare Erode anche in una lettura scenica. Nei brani qui riportati, un po’ esigui in verità , la scrittura è suadente , scivola lungo corpi femminil iche sembrano votati all’obbedienza, in una sorta di rifiuto però dell’elemento maschile peloso e prepotente. Tutto sembra svolgersi in un modto sotterraneo che odora di morte,in un ambiente fortemente semitico di rinuncia e di recriminazione. Qui ancora non campeggia coe in altre zone del poemetto teatrale la figura tragica del Battista, la sua violenza anti-erotica, il suo accanimento tragico contro Erodiade. Anch’egli però subisce il fascino della giovane serpentina Salome.

      È il ruggito di una fame eterna tra i denti
      il deserto ne ha fatto sciacalli
      nello strazio di notti di luna magra
      dove avrebbero voluto covare a lungo
      una donna.
      E qui siamo scivolati nella poesia perché la scrittura teatrale del Leoni è deecisamente poetica , e il suo lavoro sul linguaggio l’ha portata e rendere semplice la dizione dei versi, con le giuste cesure, le pause suggerite, l’arrivo del silenzio. Si tratta di una partitura che deve molto al ritmo musicale, alla cadenza, con un linguaggio asciutto , privo di concessioni eccessivamente aggettivale, dove le parole pesano con la loro complessità, che talvolte diviene giustamente allusiva. Ma il Teatro come diceva bene Jean Genet deve essere allusivo. Si esprime una frase che detta semplicemente vuol dire esattamente quello che è scritto, ma può alludere ad altri significati , talvolta più misteriosi e profondamente reale, può inserire altri sentimenti nel dialogo o nel monologo, far sì che l’ambiguità propria del teatro,la sua verità affiorino compiutamente alla luce. Salvatore Martino

      • Salvatore Martino

        Era notte quando ho trascritto questa nota, data l’età e la salute malferma ho costruito una serie di refusi dei quali chiedo venia.Salvatore Martino

      • letizia leone

        Caro Salvatore, analisi approfondita e dettagliata sul linguaggio direi proprio dal “ventre del teatro”, dall’alto della tua esperienza sulla parola a 360 gradi, non solo la parola della grande poesia ma anche la parola “agita” sul palcoscenico…Sono onorata e ti ringrazio della tua proposta di leggere i miei testi e spero in futuro di poter invitare tutti gli amici del blog all’evento. Un caro saluto

  5. Letizia Leone

    Intorno alla prospettiva di un Teatro di poesia hanno riflettuto due figure centrali del novecento letterario, Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori (due outsider del teatro) e sebbene siano molti i poeti che hanno affrontato la scrittura drammaturgica, di questi due autori abbiamo due “manifesti” in difesa del teatro come rito della parola pubblicati per coincidenza nello stesso anno il 1968: “Il teatro di parola” di Pasolini e a distanza di due mesi “Nel ventre del teatro” di Testori. Pasolini partiva dall’idea di una rappresentazione più da ascoltare che da vedere dove la messinscena e l’ azione risultavano ormai elementi superflui, sostituiti dalle idee, veri personaggi di questo teatro. Il teatro di parola ci dice Pasolini “andrà con i suoi testi (senza scene, costumi, musichette…) nelle fabbriche, nei circoli…”, una forma di opposizione alla cultura di massa “che è terroristica, repressiva, stereotipata, disumana, essa si, antidemocratica…” D’altra parte Testori, che in quegli anni metteva in scena la “Trilogia degli scarrozzanti”, portava sul palco una lingua espressionista che riabilitava il ruolo attoriale e trovava nella forma del monologo-confessione la soluzione ideale per un teatro di parola adatto a “verbalizzare il grumo dell’esistenza”…
    Rose e Detriti, un testo ibrido a metà tra scrittura teatrale e poetica, nasce dietro la suggestione diretta di queste riflessioni e certamente sarei ben felice se si potesse realizzarne una messa in scena ma sarei altrettanto felice che il testo potesse essere fruito con la stessa intensità nel silenzio e nella solitudine di una bella lettura endofasica…
    Ringrazio gli amici per le letture e l’attenzione, e inoltre ringrazio Giorgio Linguaglossa che con il suo bisturi critico seziona implacabilmente il tessuto adiposo della poesia contemporanea…

  6. antonio sagredo

    Cara Giorgina B. G.,
    non mi prendere alla lettera… ho solo immaginato una altra fine… della saffica Cvetaeva che si impicca e diviene Saffo a pieno titolo (non perché s’impicca) durante il trapasso: nella russa aspirazione e venerazione per Saffo coincidono

  7. ubaldoderobertis

    Complimenti ai redattori della Nota, molto bene articolata, sulla situazione politica e sociale.
    Per quanto riguarda il lavoro di Letizia Leone ribadisco quanto scrissi su l’Ombra il 29 Settembre 2015:“Resto meravigliato per come l’autrice sia riuscita con ricchezza di visione, direi con intelligenza, a riesaminare la vicenda storica con un’originale scrittura teatrale e poetica. C’era il rischio che le immagini risultassero raffreddate, affievolite, o inghiottite in improprie astrazioni, ma non è così. Letizia Leone è riuscita a creare una coinvolgente opera letteraria.”
    Ubaldo de Robertis

  8. Recentemente un editore ha espresso parere negativo su una mia raccolta di poesia così motivando: “poesie eminentemente orali e teatrali. Per questo il nostro giudizio è negativo”. Ora, tralasciando la trasandatezza e la pochezza intellettuale della motivazione, io invece ritengo che la poesia debba essere “eminentemente” orale e teatrale, come questa di Letizia Leone.

    • credimi, leggere che anche tu, Giorgio Linguaglossa, hai ricevuto un ‘no’ da un Editore è qualcosa che la dice lunga su quanto viene pubblicato e, passami l’espressione amichevolmente, conforta noi “poveri mortali”!!

      A parte il commento ilare, ma scritto con stima sincera nei confronti della Poesia con la maiuscola, questa poesia di Letizia Leone è davvero affascinante e coinvolgente, capace di trasportare il lettore in quella teatralità che è, per me, una bella caratteristica della poesia moderna.
      Aggiungo anche un grazie per l’introduzione, al quale unisco un ‘non mi piace’ alla scritta Nota redazionale che compare ultimamente nei titoli di alcuni articoli…

      AnGre

    • Caro Giorgio,
      forse non hai letto il mio breve commento del 13 dicembre, ore 16:40, in cui esprimo la mia opinione sulla poesia orale e teatrale.
      La poesia greca (quindi quella occidentale) è nata orale e teatrale: preomerici e Omero; lirici monodici e corali, tragici, commediografi etc.
      C’è da chiedersi che cosa pretendesse l’editore.

      Giorgina

  9. Gino Rago

    L’oscillazione fra lo stupore dell’ “anvedi” e il disincanto del “che tte frega”.
    L’indolenza e l’ironia su ogni pretesa di grandezza. Il distacco da uomini e cose. La sbracatezza mai ruvida ma contagiosa. La fusione di vitalità e di
    disfacimento…E’ il profilo di Roma tracciato da uno scrittore colto in un suo recente libro (importante). Letizia Leone vive e opera a Roma. Nel suo serio lavoro, che Giorgio L. ci ha fatto leggere, quei succhi, quegli umori, quei mieli dolci e amari Letizia Leone li ha fatti circolare. Con tanta forza estetica.
    Gino Rago

  10. antonio sagredo

    caro Giorgio,
    dica a nome mio (così non ha responsabilità) a quell’editore che Le scrive che se le ““poesie eminentemente orali e teatrali. Per questo il nostro giudizio è negativo”, hanno in sè il germe del non-essere Poesia, che è davvero lui
    (come dire, ma il solo termine e mi scuso coi lettori del blog che mi viene in mente… )
    un grandissimo coglione!. la poesia è eminentemente, poi che è la sua essenza primigenia, e fondalmentalmente “orale e teatrale”… se non è così per quell’editore è bene che canbi mestiere, che si interessi di altro come raccattar mondezza per le strade di Roma, poi che di pulizia ne abbiamo tutti bisogno, e specie la Poesia che quando può vomita personaggi come l’editore. Un solo esempio per tutti (ma tutta la Poesia è un esempio!) da Shakespeare a Majakovskij! E tutta la Poesia prima del bardo e tutta quella dopo il poeta russo, fino alla mia che include tantissimo orale e teatralità a non finire. – un solo avvertimento contro siffatto editore e contro altri come lui: è impedire di pubblicare “poesia orale e teatrale”, ma non impedire la pubblicazione di poesia-non-orale e non- teatrale… anzi vorrei leggere un esempio di tale ” sedicente poesia” che, già so, è poesia spicciola, di bassissima lega, anzi pattume, letame per i porci!
    a. s.
    n.b. spero che questo editore abbia moltissimo successo, poi che si sa che la merda galleggia! – così finalmente abbiamo una distinzione!

    • Salvatore Martino

      Mi capita persino di essere totalmente d’accordo con Sagredo, quasi evento miracolistico.Solidale con Linguaglossa in questa sua “disavventura” con un imbecille. Anni fa mi toccò avere una risposta da Einaudi che gridava vendetta.. la manderò nel blog perché è davvero paradigmatica. Salvatore Martino

  11. Caro Antonio Sagredo,

    ho riportato l’aneddoto non perché sia in Sé significativo, quanto perché da esso si può misurare la non idoneità intellettuale degli addetti ai lavori che “lavorano” in quella casa editrice. E mi chiedo: quanti sono, in generale, gli incompetenti supponenti che affollano il settore della poesia?

  12. cara Giorgina,
    io non metto in dubbio il diritto di un editore a non pubblicare un’opera, questo è un suo diritto a prescindere dalle motivazioni reali, quello che mi lascia perplesso è la motivazione, sciatta e incongrua, scritta da una persona che con la letteratura ha poco a che fare. Ma questo è l’andazzo dei tempi in cui viviamo.

    • Caro Giorgio,
      solo “perplesso”? A me sembra che costui abbia studiato proprio poco se la motivazione del rifiuto poggia su basi così fragili, anzi, inesistenti.
      Infine affermiamo la stessa cosa: ignoranza (nel senso di “non sapere”) !

      Giorgina

  13. ubaldoderobertis

    Corsi e Ricorsi.
    Caro Giorgio,
    a proposito di Editori il mio buon conoscente, il compianto Luigi di Ruscio, scrisse ad uno di questi: “non dovresti permetterti di portare per il culo Luigi Di Ruscio che ti sovrasta e sovrasta i tuoi “amici” da tutti i punti di vista, morale, di intelligenza e di integrità//. Già nel ’53 aveva pubblicato con A.Schwarz la sua prima raccolta poetica, con un titolo scelto dal prefatore Franco Fortini: “Non possiamo abituarci a morire”. Ha appena vinto il premio indetto da «l’Unità» con un commento positivo di Quasimodo. Nel ’69 invia a Calvino, all’Einaudi, un proprio manoscritto: “Il verbale”. Calvino motiva il suo giudizio negativo con argomenti curiosi: “la verità è che io sono un maniaco dell’ordine e della geometria, e nel Suo eroico disordine mi raccapezzo poco.// Ma aveva anche aggiunto: “L’idea generale mi sembra buona, riconosco [che] questo Suo scrivere/ ha una sua forza. In certi momenti ricorda Céline, per la volontà di scaricare nel flusso delle parole una cupa aggressività.”
    Caro Giorgio, io sono un semplice lettore ma sono convinto che la tua poesia, come quella del Di Ruscio, valicherà il tempo..
    Ubaldo de Robertis

  14. antonio sagredo

    Caro Salvatore,
    non ti arrabbiare se pubblico gli ultimissimi versi tratti dalla mie “POESIE BEATE”…. — ma indovinate chi sono (rivolto a tutti) i versi fra virgolette?
    Che non risponda Giorgina, che di certo ci metterà un secondo a rispondere esattamente!
    ciao a tutti e un abbraccio di cuore

    antonio

    —————————————————————-
    — Se fossi stato per un solo istante un satiro o un fauno avresti
    Dal tuo spirito cancellato la carnale frenesia, avresti avuto
    Come sorella la Medusa a cui confessare fra serpenti i tuoi delitti!
    Ora, come me, non sei che un accattone di versi altrui,
    Non sei che uno dei quattro angeli di legno inchiodato a un carro funebre,
    E nemmeno il cigolio delle ruote ti conforta… per te non è musica!

    Intanto se ne “veniva giù una voce lugubre” : “qua, poeti”
    E nei loro volti “una pietà che invogliava l’animo”… scendeva
    Dalla soglia della Casa degli Artisti un corteo lunghissimo
    E infine “una donna di una bellezza velata e offuscata, ma non guasta
    un tempo maestosa… sembrava in pianto, sembrava…”

    • Salvatore Martino

      Come in altro momento ho scritto caro Sagredo non leggerò i tuoi versi posizionati in una condizione strategica che mi risulta sbagliata. Li leggerò con il mio solito impegno quando diventeranno cartacei o almeno collocati in un tuo contesto, che solo ti appartiene, e non per un tentativo critico fuorviante.
      Caro Giorgio puoi consolarti per la tua “disavventura” editoriale. Ecco cosa accadeva a me con Einaudi per il mio”Nella prigione azzurra del sonetto”

      24.09.2008 18:17
      prigione azzurra
      Da:Bersani Mauro
      A:

      Caro Salvatore Martino, avevo letto i suoi sonetti prima dell’estate
      e ora li ho ritrovati e riguardati. Sono effettivamente molto belli da un punto di vista formale: metricamente rigorosi e nello stesso tempo moderni. Per i miei gusti i temi e il tono sono troppo uniformemente alti. Usare la forma sonetto oggi è già, evidentemente, una specie di provocazione. Ma lo diventa ancor di più se si imbocca una poesia filosofica che vuole affrontare vette e abissi senza soffermarsi mai alla medietà prosastica dell’uomo, che da Gozzano a Montale, da Sereni a molti delle più giovani generazioni entra sempre in qualche modo nella poesia contemporanea italiana, almeno come punto di partenza da trasfigurare poi in chiave metafisica. Dunque la sua scelta è tanto più coraggiosa, quanto difficile per la ricezione. Le ripeto di non poterle proporre una pubblicazione nella collana bianca, ma le dico sinceramente che la sua è una delle proposte poetiche più originali che io abbia letto negli ultimi tempi. Con i migliori auguri, un cordiale saluto. Mauro Bersani.

      Forse tutti i poeti potranno riflettere sull’assurdità di questa parole, dettate da una spaventosa ipocrisia,da una mancnza totale di coraggio, e da una inquietante ignoranza. C’è tutto l’incensamento per la totale insignificanza della poesia di oggi. Se la poesia che imbocca un cammino filosofico, una poesia che vuole affrontare i temi ultimi della vita e della morte, tra vette e abissi è una poesia da rigettare siamo davvero scivolati in quella palude conformistica del grigiore, del drammaticamente picoolo privo di pensiero, che si interseca in un linguaggio sciatto e superficiale, che purtroppo tutte le nuove generazioni sposano credendolo il verbo poetico, la nuova voce, il nuovo cammino. Salvatore Martino

  15. Grande Sagredovskij,
    sei passato dalle Poesie Orrifiche alle Poesie Beate… Da questi brani che ci anticipi si vede che stai in un grande momento di rigoglio produttivo…

  16. Pasquale Balestriere

    Subito dopo la (tardiva) lettura, dico che ho trovato di grande interesse la nota redazionale: puntualità esegetica, corredata dalla precisione dei dati storici. Ipotesi e interpretazioni sono di buona condivisibilità. Mi soffermo solo un attimo sulla “tristezza” di Erode, riferita nel Vangelo di Marco, la quale, a mio parere, è vera: perché Erode non si aspettava una richiesta così radicale e perché egli era un debole ; e, come spesso capita ai deboli, quando nel loro contesto psicologico si fondono ammirazione, invidia ed emulazione nei confronti – in generale- del più forte, egli voleva dimostrarsi fermo nella parola data. Perciò l’ordine dell’immediata decapitazione del Battista non scaturiva da un cuore in pace con se stesso, risoluto e determinato, ma da un animo imbelle e lacerato da un profondo dissidio e, quindi, da una persona irresoluta e incapace di rinnegare un giuramento da ubriaco. Erode, ordinando l’immediata decapitazione di Giovanni, non compie un atto di forza, ma rivela tutta intera la sua debolezza, in quanto tronca sul nascere il suo dissidio interiore poiché, inetto com’è, non riesce a tollerarlo. In fondo anche Erode è un po’ vittima degli eventi. Non dominus, come pure avrebbe voluto.
    Quanto ai versi di Letizia Leone non passano certo inosservati, disponendosi in ordine di atto tragico, prima e più ancora che drammatico, deputato a idonea recitazione/rappresentazione. Il dettato poetico denso e a volte incalzante oscilla, sempre con tono dolente, tra i registri dell’epica, della lirica, della tragedia. La tecnica è quella della narrazione in forma di soliloquio o monologo dove prende la scena un linguaggio di grande carica emotiva, supportato da un lessico fervido e corposo, che ha i colori cupi e accesi del sangue e della morte, della lussuria e della violenza, delle crapule e delle scene orgiastiche, dell’inganno e della scelleratezza. Su tutto aleggia un senso di disfatta, di generale disastro. Qui hanno perso tutti: Erode, Giovanni, la stessa Erodiade …
    Una feconda lettura. Complimenti a Letizia Leone.
    Pasquale Balestriere

  17. Condivido in pieno quanto scritto da Pasquale Balestriere:

    Il dettato poetico denso e a volte incalzante oscilla, sempre con tono dolente, tra i registri dell’epica, della lirica, della tragedia. La tecnica è quella della narrazione in forma di soliloquio o monologo dove prende la scena un linguaggio di grande carica emotiva, supportato da un lessico fervido e corposo, che ha i colori cupi e accesi del sangue e della morte, della lussuria e della violenza, delle crapule e delle scene orgiastiche, dell’inganno e della scelleratezza. Su tutto aleggia un senso di disfatta, di generale disastro. Qui hanno perso tutti: Erode, Giovanni, la stessa Erodiade …

    *
    In questo lavoro Letizia Leone dà prova della grande duttilità del suo linguaggio poetico ad adattarsi alle più varie tematiche, ma soprattutto in questa tematica storico-evangelica che le consente di dispiegare la più alta concentrazione di acuti metaforici in una gamma lessicale orizzontale che perlustra un amplissimo dominio stilistico. Complimenti.

    Per quanto riguarda la lettera di Mauro Bersani di Einaudi che boccia “La prigione azzurra del sonetto” di Salvatore Martino, pubblicata poi da LietoColle nel 2011, devo ammettere che almeno Bersani ha ampiamente motivato il suo diniego, motivazione sicuramente discutibile, come tutte le motivazioni, ma in questo caso è ancora più discutibile perché in un passaggio della lettera Bersani accenna ad un suo “gusto” personale. Ora, non è chi non veda che un critico di poesia può dire tutto di tutto ma non può mai appellarsi ad un proprio “GUSTO PERSONALE”, perché così facendo azzera tutto ciò che ha spiegato e motivato cercando di essere oggettivo. C’è una contraddizione di fondo in chi motiva in un modo e poi dice che il suo “gusto personale” gli suggerisce… Eh, no, qui il gusto personale non c’entra, c’entra invece una precisa ideologia della composizione poetica, una precisa idea di gerarchia dei valori poetici che il critico di Einaudi compendia così: “Gozzano, Montale, Sereni” – È la triade cosiddetta vincente del secondo Novecento. Ora, a questa linea cosiddetta maggioritaria, un altro critico potrebbe obiettare che c’è un’altra strada, quella che porta da Palazzeschi e Govoni fino a Dino Campana, che passa per lo snodo di Montale (primo e secondo) ma che cerca di circumnavigarlo e prosegue con Pasolini de “Le ceneri di Gramsci” (1956) e culmina con Angelo Maria Ripellino e Helle Busacca (la vera novità degli anni Settanta) fino agli attuali e attualissimi…
    Insomma, voglio dire che ci sono molti Novecento, e ognuno si elegge il proprio, ma non è affatto detto che tra 50 o 100 anni chi leggerà la poesia del Novecento abbia la stessa idea mia o di Bersani… Tutto è in gioco, tutte le possibilità sono compossibili, tranne i “gusti personali”, quelli no, con tutto il rispetto per i “gusti” di ciascuno. Quelli no.

  18. Pasquale Balestriere

    Eppure, caro Giorgio, io non conosco alcun critico letterario che non abbia, in qualche modo sia pur minimo, tenuto conto del suo gusto personale nella considerazione, interpretazione o valutazione di un’opera poetica e, più in generale, letteraria. Questo perché il cosiddetto “gusto personale” nasce, cresce e viaggia con noi, sulle nostre gambe, ravvolto nei meandri del nostro cervello e insediato tenacemente nelle profondità del cuore. Perché il gusto personale è solo ( e nient’altro che) il frutto più maturo della nostra sensibilità e della nostra cultura. Gli addetti ai lavori, come possono essere i consulenti o i direttori editoriali, ma soprattutto i critici letterari, non possono né devono -e qui hai pienamente ragione- lasciarsi determinare nelle scelte, semplicemente e semplicisticamente, dal “gusto personale”. Ma pensare di eliminarlo in toto dal momento critico, con un gesto di severa obiettività, è pura illusione, perché esso, proteiforme, tornerà all’assalto in modi e sfaccettature diverse. Meglio dunque cercare di contenerlo il più serenamente possibile nella sfera del personale, mai dimenticando che la valutazione critica deve essere il più possibile aperta, competente, seria.
    Pasquale Balestriere

  19. Caro Pasquale,
    Capisco quello che dici, però non per caso Kant ha titolato la sua Estetica “Critica del gusto”, non è un caso. Io ritengo, con Kant, che questa sia la giusta posizione di principio che un critico deve fare propria. L’oscillazione del “gusto” indica l’oscillazione dei rapporti di forza tra le ideologie e gli interessi contrapposti. Il “gusto” non è niente affatto neutro, non sta lì in mezzo che basta acciuffarlo per fare dell’ottima critica del “gusto”. Quello che noi crediamo sia il nostro “gusto” non è affatto una cosa oggettiva ma è una sedimentazione di diversissime componenti che alla fine confluiscono in UN GUSTO, che poi questo gusto sia quello di un’epoca, quello che l’ideologia di un’epoca ritiene essere il vero “gusto”, il giusto “gusto” o l’unico “gusto”, è una idea di mezza tacca che lascio volentieri ad altri. La critica del gusto comporta la critica della società, delle sue attrezzature ideologiche. In realtà, è vero il contrario: che il gusto lo si può agguantare e fare proprio solo attraverso una severissima critica di tutte le ideologie, di quelle che prendiamo per buone e di quelle che prendiamo per vere.
    In linea di massima un “gusto autentico” è attingibile soltanto da un “punto di vista autentico”, da una persona autentica. Ma qui il discorso si fa irto e complesso: e precisamente, quando si dà una persona autentica che può esprimere un gusto autentico? – Quanto di quello che io ritengo sia il mio gusto è in realtà rispondente ad un gusto medio o maggioritario in una certa cultura? Il gusto maggioritario significa soltanto che c’è una maggioranza che professa quel gusto, ma questo è solo un criterio quantitativo, direi geografico, nulla di più.
    Io ritengo che si dà una critica del gusto quando si mette in atto una critica dell’economia del gusto, e una critica dell’economia del gusto soltanto quando si mette in atto una critica dell’economia tout court e dei rapporti economici e sociali che determinano quel gusto.
    Per farla breve, io tengo sempre a mente questo pensiero: che ogni qual volta esprimo un mio “gusto” sto nell’ambito dei pareri, esprimo una consultazione, una tendenza, e nulla di più. E me ne sto alla larga da quei “critici” che professano il proprio gusto come un sacerdote professa una fede, allora il “gusto” scade a fede, cioè a vacua chiacchiera.

  20. Pasquale Balestriere

    A me non sembra, caro Giorgio, che, in fondo, la mia tesi sia in contrasto con la tua. Anch’io sostengo che l’esegeta, se è serio, non può parametrare il discorso critico sul suo gusto personale, occorrendo allo scopo ben altri strumenti. Ma nessuno potrà mai convincermi che il gusto personale non entri, in qualche modo e in misura diversa, nella costruzione di una valutazione critica.
    “Le style c’est l’homme” sosteneva Buffon, riferendosi allo stile di uno scrittore. Penso che ciò sia valido anche per il gusto personale. Che però, nel caso del critico, va frenato, dominato e reso funzionale, per la sua quota, a una corretta indagine dei testi letterari.
    Pasquale Balestriere

    • Salvatore Martino

      Credo che entrambi abbiate ragione, ma mi sarei aspettato una maggiore difesa da parte vostra della mia poesia, e un approfondimento dei motivi del rifiuto dato che si parla di poesia alta (e non va bene) che vette e abissi, che ha un piglio filosofico, e si discosta dal piattume minimalista che trascorre nella maggior parte della produzione odierna. In fondo Be tra le righe ( e non solo) Bersani stesso l’aveva elogiata: “ma le dico sinceramente che la sua è una delle proposte poetiche più originali che io abbia letto negli ultimi tempi.”
      Credo che il suo rifiuto non dipendesse esclusivamente da una questione di gusto personale, ma dall’obbedienza a schemi e intrallazzi propri della conduzione editoriale che serpeggia tra i nomi più prestigiosi, che ospitano a valanga personaggi che con la poesia hanno una parentela assai lontana e discutibile. Salvatore Martino

  21. Caro Salvatore Martino,

    la questione non verte sulla qualità della tua poesia, sulla quale mi sono già espresso, il problema sta nei filtri che la società letteraria in accomandita esercita tra Editoria a diffusione nazionale (come si dice con un celebre quanto irrisorio eufemismo) e aspiranti alla pubblicazione. La regola base è quella di appartenere ad un cerchio di personaggi che detengono le chiavi di casa. Impiegati della cultura e null’altro. Ma l’aspetto buffo della questione è che poeti di secondario o terziario libello vengono pubblicati mentre poeti di primo livello come te o come Roberto Bertoldo che abbiamo pubblicato stamani nel blog vengono bocciati da impiegati della cultura privi dei requisiti culturali minimi per capire di poesia. Ma l’aspetto ancora più buffo di tutta questa vicenda è che così facendo la poesia ha perduto il suo pubblico. Il pubblico della poesia (che un tempo esisteva), si chiede: a che pro acquistare libri di poesia di scadente livello? E si regola di conseguenza.

  22. In epoca borghese l’acedia medievale si trasforma in “pigrizia”, «e la pigrizia (insieme alla sterilità che si cristallizza nell’ideale della donna lesbica) diventa a poco a poco l’emblema che gli artisti oppongono all’etica capitalistica della produttività e dell’utile. La poesia di Baudelaire è dominata da cima a fondo dalla paresse come cifra della bellezza. Uno degli effetti fondamentali che Moreau cercava di realizzare nella sua pittura era “la belle inertie“. L’ossessivo ritorno, nella sua opera, di un’emblematica figura femminile (quale si è fissata, in particolare, nel gesto ieratico della sua Salomè) non può essere inteso se si prescinde dalla sua concezione
    della femminilità come crittografia del tedio improduttivo e dell’inerzia».*
    In questa Salomè di Letizia Leone io intravedo una lunghissima emblematica presente nella cultura borghese e nella poesia fin da Baudelaire, incentrata sulla figura femminile di una adolescente terribile, simbolo di sensualità e di paresse, costituenti non conciliabili con l’etica e l’estetica della produzione, del profitto e del sacrificio.

    * Giorgio Agamben Stanze Einaudi, 1993 p. 9

  23. Pasquale Balestriere

    Credo di dovere una risposta a Salvatore Martino.
    Caro Salvatore, il mio chiaro apprezzamento per la sua poesia è contenuto nella pagina a lei dedicata da Giorgio il primo giorno di questo mese..
    Quanto ai motivi del rifiuto, mi vien da chiederle: lei è una soubrette? No. Un politico? No. Un leccapiedi? No. Un raccomandato? Neppure.
    Allora si rassegni. In quest’epoca di quasi totale corruzione, dove tutto è legato al tornaconto immediato e alla bieca convenienza, trovare nell’editoria cosiddetta maggiore un solo caso in cui si fondano cultura, onestà intellettuale e competenza è impresa quasi impossibile.
    E poi le sue poesie sarebbero le classiche “margaritas ante porcos”, dove l’ultimo termine si riferisce, evidentemente, alla stragrande maggioranza dei (presunti) lettori odierni .
    Ma comunque, in tale ferrea e negativa realtà, le auguro di trovare “l’anello che non tiene”.

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