GÉMINO H. ABAD ANTOLOGIA POETICA “Dove le parole non si spezzano”. Il viaggio spirituale. Commento di Marco Onofrio, traduzione di Andrea Gazzoni (Ensemble, 2015 pp. 184 € 15)

bello città nel traffico

città nel traffico urbano

Commento di Marco Onofrio

La poesia del poeta filippino Gémino H. Abad – scritta in inglese e tradotta per la prima volta in italiano da Andrea Gazzoni – ha un impatto filosofico e visionario: di ogni cosa parla, per ossimoro, da una “esternità intrinseca” essenziale, come trattando d’altro ma – ed è qui la sorpresa – sgorgando dal profondo stesso della sua radice. Dove le parole non si spezzano (Roma, Ensemble Edizioni, 2015, pp. 184, Euro 15) è un viaggio spirituale articolato in 5 sezioni: Cose, Parole, Amore, Paese, Dio.

La prima composizione del libro evidenzia subito il salto dalla scrittura alla voce. La pagina bianca è simbolo del vuoto e del silenzio: è l’orlo di ogni testo possibile. Le parole inscrivono la traccia di un’azione: «tendono un agguato» e «balzano verso un sole che passa».
Abad scrive poco oltre:

«Le parole non sono impiastri
per le nostre lesioni;
al contrario, ci feriscono.
Però con cura, dopo un lungo silenzio,
il filo della loro lama
potrebbe dare forma al tuo diamante».

È centrale, nella poetica di Abad, il problema ontologico (con addentellati teologici) affrontato su un piano di afferenza ed eminenza linguistica. Ecco il rapporto parola-cosa: la realtà come insaturabile verbale. Le parole, cioè, non riescono mai ad esaurire la carica di senso delle cose, né ad afferrarle o contenerle del tutto. Le cose parlano ex cathedra, al di là dei nomi che tentano di de-finirle e farle proprie. Ma i nomi sono i “mattoni” del mondo.

«Quando la mente perde un nome, perde una percezione.
Il nome è essenziale per la sua continenza
o ferisce se stesso nella cosa che non rispetta».

pittura Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Born in Mexico City in 1963, Moises Levy, Architettura nella luce

Le cose si beffano delle parole, eppure sono le parole che ci permettono di «abitare il nostro mondo» e di opporre una «diga» al caos. Quando la mente «cade», infatti, i pezzi si ricompongono di nuovo grazie alle parole: sondando il vuoto per riconquistare ogni parola.
Il nostro mondo, in realtà, è tutto nella mente «che accarezza ogni cosa / dentro il suo nome. Ma ogni cosa ha sempre / molti nomi perché l’essenza dell’amore è l’abbondanza». Ecco spiegati i sinonimi di cui disponiamo: dalla sporgenza ontologica e affettiva su cui s’incardina la nostra essenza. Però non usciamo da un gioco di specchi. La conoscenza è sempre autoreferenziale: «siamo noi i nostri giochi». Per questo, tentando di guardarci da fuori, ma restando prigionieri all’interno di noi stessi, il nostro sapere è sempre inadeguato.

Abad è cosciente del disincanto che ci rende “separati” dal principio. Non ci sono più leggende sulla luna: «morta è la luna, e fredda». Eppure la poesia può inventare un «parlare nuovo», dispiegando il suo tempo «largo d’ala / e leggendario». Ma occorre imparare a muoversi verso la realtà che ogni cosa indica. Fare del quotidiano un’epica sublime. Abbracciare la profondità antropologica della nostra condizione. Inglobare nella scrittura il nostro “suono”: dal tuono ancestrale del nascere al basso continuo dell’esistere, il “niente” di cui la musica è composta. La poesia tende alla pienezza dell’Origine: l’infinito intrattenimento dei «boschi incantati», la calma completa, la pace perfetta: «Dove le parole non si spezzano / non ho più sete di verità». Che si vada, infine, oltre il nome, oltre lo scavo del cuore, oltre lo schermo ristretto della ragione. Laggiù sarà possibile abbracciare l’inesplorato silenzio delle origini, «prima di Storia, Legge, Civiltà». La Civiltà è perenne «corona di spine» poiché è mossa dalle menzogne dell’uomo, che di proposito imbroglia i confini e complica la verità. Le parole, invece, sono tanto più vere quanto più semplici, cioè «prime e ultime» come quelle che si insegnano ai bambini. Le cose muoiono nelle lettere dei nomi convenzionali e civili: vivono invece nel sogno splendente dell’apertura oltreumana, donde gettano fuori i loro nomi autentici: la dimensione ontologica dell’Angelo, lo «spazio mai chiuso» dell’estasi «dove il tempo / non è mai suonato» e dove le cose sono compenetrate di ciò che è “loro” senza l’uomo.

gémino h. abad

Gémino H. Abad

Abad si lascia tentare dalla verità del silenzio che pulsa «scritto vasto sulla Terra». Il silenzio del mondo è dove «le parole iniziano di nuovo». Il poeta dialoga con le energie primigenie: il «flusso di tutte le mattine, ambra del mondo». Senza il rumore delle parole esulterebbe di pienezza ogni creatura, troverebbe «ognuno / la sua voce unica e vera». Le parole girano a vuoto, sono gorghi da cui ci si strappa, «sillaba su sillaba», per andare verso lo splendore dell’essenza. Dinanzi a questa essenza siamo pieni e ingombri di zavorra:

«Ogni volta che entro
nel mattino del mondo, le mie tasche
sono piene di pietre».

Il poeta prega Dio che «cadano tutte le parole, / cumulo di orgoglio, cenere di disperazione; / sia il silenzio di terra, cielo, mare, / nostra veste e preghiera ora». Il silenzio rappresenta «il meglio». Occorre rinunciare alle parole per parlare, giacché le parole sono oggetti d’uso quotidiano, si consumano rapidamente e producono interferenza.

La poesia di Abad si determina anche come scavo nella verità biologica dell’esistenza: «di chi è il sangue / che io contengo?» Il sangue che scorre nelle vene «ha un altro modo di parlare», che racchiude altre verità. La materia è piena di intelligenza, e anche il nostro corpo: la verità «ride nelle budella», non servono parole. Abad esplora l’immenso divario che separa i tempi storici dai tempi biologici. Scrive infatti: «la storia della natura è così diversa dalla nostra». Alberi montagne cascate spiagge etc. sono le “parole” della natura. La nostra storia è “oscura”, cioè offusca di opacità la visione totale della bellezza. Siamo troppo tristi e fragili e intrisi di morte, per riuscire a goderne appieno.

bello topologia figure nello spazio

topologia figure nello spazio

La dimensione ontologica e antropologica di questo libro apre, nella penultima sezione (Country) a uno spiraglio etico di conoscenza dove più immediatamente si rispecchia lo spessore storico e geopolitico della realtà da cui Abad proviene: comprendiamo così la radice “civile” che nutre dall’interno la sua poesia, anche quando è scatenata nella rincorsa di metafore e visioni. Ecco emergere lo spirito di sopportazione del popolo filippino, vessato dalla controversa dittatura di Marcos, e dunque la forza interiore, l’orgoglio, l’ethos, la collettività: valori che il poeta coglie nell’ottica del rapporto con i conquistatori (spagnoli, giapponesi, americani) succedutisi nell’arco di più secoli. Anche sul piano civile Abad non deroga dalla sua attitudine di poeta centrato sui fondamenti, e punta dritto al cuore delle cose, come quando parla di «rispetto per la differenza di ogni uomo / che si riduce alla sua essenziale dignità». Due versi che, da soli, valgono un mondo.

gemino abad_copertinaGémino H. Abad è uno dei poeti contemporanei più noti del Sud-Est asiatico. È nato nel 1939 a Cebu (Filippine). Si è laureato in Letteratura Inglese presso l’Università Statale di Manila, dove attualmente insegna come professore emerito di Letteratura Inglese. Oltre ad essere il poeta filippino più conosciuto all’estero, Abad è anche il maggior studioso della storia letteraria delle Filippine. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e saggi critici. La sua opera verte principalmente sulla questione dell’uomo in rapporto ai concetti di pace e giustizia. Per lui, come per altri poeti filippini, non è stato facile vivere e scrivere sotto la dittatura di Marcos. Grazie al valore della sua opera, Abad nel dicembre 2007 è stato nominato “Artista Nazionale” per la Letteratura dal “The National Artist Award Secretariat of Manila”. Il 22 luglio 2009, a Fiano Romano (RM), gli è stato conferito il Premio Internazionale “Feronia”.

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I’m Not Addressed to Time

I’m not addressed to time,
Posthaste, as it were,
Relevant for the nonce,
To be quickly read,
Then filed in your bin.
What’s left to tell
Of yesterday’s grime
But dust in your drink?
Or where is the postman
Will sort dead mail out?

Of our words I’m bred,
The same words you use,
Or are used up by,
At each day’s run
To holy ghostliness;
Nowhere I stand,
My name for a shroud,
So to hold my ground,
And let old words pass
Like leaves in the wind.

I lack that poignant wit
Your speech to register
Under the secret rose,
Your passion to exhale
In special notices for a week.
I live on no one’s street,
I dislike vicinity,
And send no letters out.
No new words are born
Except by slow delivery.

I’ve no stomach for dispatches,
Our news being unstable
Like the chemistry of weather,
Their words raining us about.
And forming only puddles.
On private word I feed
And play with the loose ends
Of that we call truth –
Ankle-deep, in the standing pool,
Where tadpoles vie to survive.

What we give out as truth
Is public like a frog,
To his weather apropos.
Soon of course your spirit will lag,
And our ghost lack proof.
Words are not poultices
For our hurts;
On the contrary, they wound.
Yet with care, after long silence,
Their cutting edge
Could shape your diamond.

Non sono indirizzato al tempo

Non sono indirizzato al tempo,
spedito celere, per così dire,
rilevante ora,
da leggere al volo,
e poi archiviare nella tua spazzatura.
Che c’è ancora da dire
dello sporco di ieri,
se non la polvere che hai nel tuo drink?
O le lettere inesitate, dov’è che il postino
andrà a metterle?

Dalle nostre parole allevato,
le stesse che tu usi,
e che di te abusano,
nella corsa di ogni giorno
verso i santi spiriti;
in nessun luogo mi trovo,
il mio nome per un sudario
così che io non perda terreno,
e lasci parole vecchie passare
come foglie nel vento.

Non possiedo il motto arguto
per registrare il tuo discorso
sotto la segreta rosa,
per esalare la tua passione
in una settimana di notifiche speciali.
Vivo nella strada di nessuno,
non mi piace il vicinato,
e di lettere non ne spedisco.
Le consegne di parole nuove
sono lunghi parti.

Per i dispacci non ho stomaco,
troppo instabili le notizie nostre
come la chimica del bel tempo,
ci piovono intorno le loro parole
e formano solo pozzanghere.
Di parole private mi nutro
e gioco col filo e col segno
di quel che chiamiamo verità –
fino alle caviglie, giù nello stagno
dove per sopravvivere lottano i girini.

Quel che mandiamo fuori come verità
è pubblico come una rana,
va bene per il tempo che fa.
Presto certo la tua anima rimarrà indietro,
e al nostro spirito mancherà la prova.
Le parole non sono impiastri
per le nostre lesioni;
al contrario, ci feriscono.
Però con cura, dopo un lungo silenzio,
il filo della loro lama
potrebbe dare forma al tuo diamante.

angelo

Let There Be No More

Let there be no more
Legends on the moon.
Why play children’s games
With an explained fact.
The moon is dead, and cold,
As any dragon fact.
To explain is to fix
Even the orbit of change.
The way moonbeams fall
Must respect a discipline;
And as we wake, submit
To interpretation of dreams.
Let us check our notions
With specimens of the moon,
Rocks and sterile dust
And fossils of the lunar god.
Where theory cleaves our ground,
Magic weaves our revenge.
Of our legends
We are the very text.
The facts we seek and explain
Have first dwelt with us,
But we are estranged.
O, we are our games.

Che non ci siano più

Che non ci siano più
leggende sulla luna.
Perché fare giochi da bambini
se tutto è ben spiegato?
Morta è la luna, e fredda,
come qualsiasi storia di draghi.
Spiegare è fissare
anche l’orbita del mutamento.
Come cadono i raggi della luna
deve rispettare una disciplina;
e quando vegliamo, sottomettersi
all’interpretazione dei sogni.
Verifichiamo le nostre opinioni
con campioni di luna,
rocce e polvere sterile
e fossili del dio lunare.
Dove la teoria spacca il nostro suolo,
la magia ordisce la nostra vendetta.
Delle leggende nostre
noi siamo il testo stesso.
I fatti che cerchiamo e spieghiamo
sono stati in principio presso noi,
Ma siamo separati.
Oh, siamo noi i nostri giochi.

angelo 3

Peace

Dawn spreads her peacock tail
And pecks star grain
From heaven’s onyx floor.
Water rocks behind the stern
And dances away in gleaming scrolls.
Cocks have long since telegraphed
A late sun’s coming.
Our lives are lost
Dreaming in the water.
And then,
A great red-yellow carp,
Four feet in the air, the river’s token,
Flashing as if cast from morning cooper
And doubling his broad curving tail.
My line holds,
And the sun is over the hill,
And carp is to hand.
From the beginning, did she only wait
For this morning’s bait?
The air grows warm,
Warblers are in full throat.
It comes easy to mind
That another line may be cast
To catch the day’s own sun.

Pace

L’alba apre la sua coda di pavone
e becca granaglia di stelle
dal pavimento d’onice del paradiso.
Trema l’acqua dietro la poppa
E danza via via in volute brillanti.
I galli hanno telegrafato già da molto
un arrivo in ritardo del sole.
Le nostre vite sono perdute
a sognare sull’acqua.
E poi,
una grande carpa rosso-gialla,
un metro in aria, il simbolo del fiume,
che lampeggia come una gettata del rame del mattino
e ripiega la coda larga che s’incurva.
Tiene la mia lenza,
e il sole è sopra la collina,
e la carpa alla mia portata.
Fin dall’inizio, aspettava solo
l’esca di stamane?
L’aria si fa calda,
cantano gli uccelli a squarciagola,
Viene in mente, ci vuole poco,
che si può lanciare un’altra lenza
per catturare il sole di questo giorno.

angelo 1

l’angelo senza parole

Angel

The angel is
what goes without saying,
or what we have only forgotten,
yet makes us trasparent
in our absence.
In speech and dreamwork
we sprout him wings
or odd cloven feet betimes –
our words enable us
to inhabit our world.

Or fruit bat like the fruit he eats,
topsy-turvy from his connubial bough,
or sea spider without spinneret
dancing upon her demersal mat –

What inagural fiction?

Or dreamy harvest moon
or roving safari of starfish –
How they continue to mock
the furious science of their names.

And at the brink
of every possible text,
at every turn of its imagined speech,
at every spill of its unimaginable blood,
there, nowhere
our angel purely nude.

O the labor, the ecstasy –
O their prodigious progeny!

Now
space never closed

Like a ring

Where
time never tolled

Like a tide

Yes yes
tell the truth

But mind is fruit upside down,
the bat is flown –
sand is running down,
its spider dethroned.

And at the verge of something other,
on all fours
our facts crawl ashore,
further inland cannot move.

Enfold us with great wings,
O angel purely nude.

Angelo

L’angelo è quello
che non c’è bisogno di dire,
o quel che abbiamo solo scordato
ma ci fa trasparenti
in nostra assenza.
Nel parlare e nel lavoro del sogno
gli facciamo crescere ali
o curiosi zoccoli caprini al volo –
le nostre parole ci permettono
di abitare il nostro mondo.

O pipistrello della frutta come la frutta che mangia
sottosopra come il suo ramo coniugale.
o ragna di mare senza la filiera
danzando sul suo tappeto giù sul fondo.

Quale finzione inaugurale?

O luna sognante di settembre
o safari errante di stelle di mare –
Come continuano a beffarsi
della furiosa scienza dei loro nomi.

E sull’orlo
di ogni testo possibile,
a ogni svolta del suo parlare immaginato,
a ogni perdita del suo sangue inimmaginabile,
là, da nessuna parte,
il nostro angelo puramente nudo.

Oh il lavoro, l’estasi –
Oh la loro progenie prodigiosa!

Ora
spazio mai chiuso

Come un rintocco

Dove il tempo
non è mai suonato.

Come una marea

Sì sì
di’ la verità

Ma la mente è frutta a testa in giù,
il pipistrello è volato via –
la sabbia corre in giù,
il suo ragno è detronizzato.

E al margine di qualcos’altro,
a quattro zampe
vanno a carponi a riva i nostri fatti,
più all’interno non possono portarsi.

Abbracciaci con grandi ali,
oh, angelo puramente nudo.

Gesù Il vangelo secondo Matteo 4

Gesù Il vangelo secondo Matteo

English

Its words are dangerous.
Mark how, in their thick lexicon,
their murmurous numbers prove
the world’s small nomenclature.
But I will not be fooled!
Their roots run deep
where we have never lived.
They lie hidden
Where I no longer speak.
They make me say
what I do not think.
By now it may be too late!
History is unforgiving.

What words in my childhood
I spoke, and made my world –
where have they vanished?
I cannot mourn their loss,
whatever dwelt in their syllables
I no longer hear even an echo
of what might have been their truth.

But sometimes I have a sense
of being surrounded by so many things
that are merely dying –
I try to catch a glimpse of their forms,
to call to mind their ghostly scene,
to call them by their proper names…
but these words now
only stare without hope.

Was it perhaps a kind of plague
no one had foreseen,
as likewise rats cannot intend
a city’s end?
Perhaps mind need only be strong
to build from others’words
(caught in their stony sleep)
a close palisade around a dream.

I cannot rest tonight.
My words wrap their meanings
as though they were yet gifts,
but I will not open –
Tonight
I cherish the world’s silence
where words begin anew.

L’inglese

Pericolose le sue parole.
E nota come, nel loro fitto lessico,
il loro metro mormorante dia prova
della nomenclatura piccola del mondo.
Ma non me la faranno!
Le loro radici vanno in fondo
dove non abbiamo mai vissuto.
Stanno nascoste
dove non parlo più.
Mi fanno dire
quel che non penso.
Ora forse è troppo tardi!
La storia non perdona.

Quali parole nella mia infanzia
dissi, e ne feci il mio mondo? –
Dove sono svanite?
Non posso piangerne la perdita,
qualsiasi cosa ne abitasse le sillabe
non sento più nemmeno l’eco
di quella che sarebbe stata la loro verità.

Ma qualche volta ho l’impressione
d’essere circondato da così molte cose
che muoiono e basta –
di sfuggita provo a coglierne le forme,
per richiamare alla mente la loro scena spettrale,
chiamandole coi nomi propri…
Ma ora queste parole
guardano fisso, soltanto, senza speranza.

Era forse una specie di peste
da nessuno prevista,
come pure i ratti non possono intendere
che una città finisce?
Forse la mente ha bisogno solo d’essere forte
per costruire con parole d’altri
(colte nel loro sonno di pietra)
uno steccato stretto intorno al sogno.

Stanotte non riposo.
Le mie parole avvolgono i significati
come se ancora fossero doni,
ma io non aprirò –
Stanotte
avrò caro il silenzio del mondo
dove le parole iniziano di nuovo.

Gesù fotogramma film Il vangelo secondo Matteo

Where No Words Break

Where no words break
I thirst no longer for truth,
Am very still, at peace.
Time was
The truth was future perfect;
But I no longer seek,
all my pieces I have collected

and let no words break

Where no words break
my thirst is quenched
by every spring,
the spring is everywhere.
Time was
I strove for truth,
the passion grew,
but words could not appease.
Truth had no bounds

and let no words break

The president whose State was a Lie,
the soldier who did not fire,
people shouting, words dying…
Or fruit of achiote,
snails after, things swarming…
Once these were truth’s sundries,
its daily exhibits,
but did not make a book

where no words break

I thirst no longer for truth,
am, without words composed.
Our ticks have lost their itch,
the tocks of doom have grown serene.
I no longer even roam

where no words break
Dove le parole non si spezzano

Dove le parole non si spezzano
non ho più sete di verità,
sono in calma completa, in pace.
Un tempo
la verità era futuro anteriore;
ma non sono più in cerca,
tutti i miei pezzi ho potuto riunire

e non lasciare che le parole si spezzino

Dove le parole non si spezzano
è spenta la mia sete
da ogni primavera,
è dovunque la primavera.
Un tempo
lottavo per la verità,
cresceva la passione,
ma le parole non pacificavano.
La verità doveva non avere confini

e non lasciare che le parole si spezzino

Il presidente il cui Stato era una Menzogna,
il soldato che non faceva fuoco,
la gente che urlava, le parole che morivano…
O frutto di achiote,
lumache dopo, cose che sciamano…
Questo erano una volta gli oggetti vari della verità,
le sue mostre quotidiane,
ma non potevano fare un libro

dove le parole non si spezzano.

Non ho più sete di verità,
sono, senza parole composte.
I nostri tic hanno perso il loro scatto,
i toc della sorte si son fatti sereni.
E nemmeno posso più girovagare

dove le parole non si spezzano

Loam, Azure, Salt

Lord God, Word Alive,
Let fall from us all our words,
Cumulus of pride, ash of despair;
Be silence of earth, sky, sea,
Our vestment and prayer now.

Where breath and act
Stand wordless and clear, may our lies
Lose their script, and grieving Nature
Find again, in that void we call Self,
Your Word – loam, azure, salt.

Be Your Word, apart,
The stillnes of our suffering world:
Parchment of our wounded Earth, scroll
Of our moaning Sea, screed of our yearning
Sky –
O, ours still, as victim, as gift!

Where are the syllables
To sound the gorges of our greed?
Where the flaming writ to scour
Stark deserts of our desire?
Where the letters to forge our creed?

O teach us again,
Natives without speech in Your Word,
Both text and deed of our Communion –
Wine of twilight in our mouth,
Blood of sunset through our heart.

Terra grassa, azzurro, sale

Signore Iddio, Parola Viva,
lascia che da noi cadano tutte le parole,
cumulo di orgoglio, cenere di disperazione;
sia il silenzio di terra, cielo, mare,
nostra veste e preghiera ora.

Dove respiro e azione
stanno senza parole e chiari, che possano le menzogne
nostre perdere il copione, e la Natura afflitta
di nuovo ritrovare, in quel vuoto che chiamiamo Io,
la Tua Parola – terra grassa, azzurro, sale.

Sia la Tua Parola, in disparte,
la quiete del nostro mondo sofferente:
pergamena della Terra ferita, rotolo
del Mare che geme, prolissità del Cielo
che brama –
Oh, nostro ancora, come vittima, come dono!

Dove sono le sillabe
per far suonare le gole della nostra cupidigia?
Dove lo scritto in fiamme per mondare
i deserti aspri del nostro desiderio?
Dove le lettere per contraffare il nostro credo?

Oh, insegna di nuovo a noi,
indigeni senza linguaggio nella Tua Parola,
sia il testo che l’atto della nostra Comunione –
Vino del crepuscolo nella nostra bocca,
sangue di tramonto per il nostro cuore.

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12 commenti

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12 risposte a “GÉMINO H. ABAD ANTOLOGIA POETICA “Dove le parole non si spezzano”. Il viaggio spirituale. Commento di Marco Onofrio, traduzione di Andrea Gazzoni (Ensemble, 2015 pp. 184 € 15)

  1. Le parole di Marco Onofrio non solo “non si spezzano” ma sono d’oro fino. Mi riservo di leggere con maggiore calma le poesie di Gémino H. Abad in cui trovo molti elementi che mi coinvolgono, per esempio l’Angelo (due poesie del mio “Echi e sussurri: “L’Angelo” e “Visione”).

    Giorgina BG

  2. Voglio sperare che la traduzione di questi versi “tradisca” i sensi più sottili e riposti che, innegabilmente, stanno a connotare il linguaggio della vera poesia, la parola innocente e, proprio per questo, profetica come è nell’assunto dello stesso testo. Perché, in verità, non ho colto, almeno ad una prima lettura, quelle folgorazioni che avrei voluto ricevere, come dono, da tali versi. Solamente l’ultima lirica ho veramente apprezzato, là dove, appunto, appaiono condensati i significati che l’acume critico di Marco Onofrio ha messo in evidenza.
    Altri bei versi “I fatti che spieghiamo/ sono stati in principio presso di noi./ ma siamo separati./ Oh siamo noi i nostri giochi”, si riconnettono, a loro volta, ad altri :”Perché fare giochi da bambini/ se tutto è spiegato?/” Cioè, se tutto è spiegato nella chiara e stupefacente profusione dello stesso Dio, in tutte le cose esistenti?
    Nei versi, i più belli, è dato cogliere il lamento accorato dell’umano sul proprio destino di finitezza e di morte.

  3. Vien da dire che le Parole che non si spezzano son quelle scritte, forse le sole che resteranno. Ma quelle parole, quelle scritte un tempo da Abad “non potevano fare un libro”, perché per essere vere non basta che siano scritte. Ci si chiede allora, a che servano i poeti? Bastassero i sinonimi saremmo tutti poeti. Sembra che Abad si preoccupi di non umanizzare le cose nominandole. Molto meglio pesci,
    “una grande carpa rosso-gialla,
    un metro in aria, il simbolo del fiume,
    che lampeggia come una gettata del rame del mattino
    e ripiega la coda larga che s’incurva”
    ecco che il dilemma si risolve
    “Tiene la mia lenza,
    e il sole è sopra la collina,
    e la carpa alla mia portata”.
    “Pace” tra queste è la poesia che ho preferito. Sarebbe bella anche se scritta in orrido inglese.
    “Viene in mente, ci vuole poco”.

  4. In Gemino Abad, almeno nelle poesie qui pubblicate, noto un problema: spesso i poeti si arrovellano intorno alla “parola” e alla “poesia”, e Abad non si sottrae a questo pericoloso scivolo. Parlare della “parola”, dei suoi pericoli o dei suoi benefici effetti, è un retaggio culturale occidentale che un poeta delle Filippine non dovrebbe porsi, la parola di un poeta delle Filippine non dovrebbe fare il verso alla parole dei poeti di lingua inglese, dovrebbe rompere il verso, tentare l’ultroneo, avere il coraggio di smobilitare le metafore corrive e le tematiche usurate che girano intorno alla “parola della poesia” qui da noi in Occidente. Di questo noi in Occidente ne siamo fin troppo consapevoli, fino alla noia e alla nausea. Inoltre, noto un eccesso di condiscendenza verso un discorso poetico didascalico, come di chi abbia in mano la verità e la voglia consegnare agli altri. Ma la verità non è un “testimone” che un atleta consegna al compagno di squadra nella corsa dei quattromila metri, ma è qualcos’altro qualcosa di molto diverso (ammesso e non concesso che essa esista).. Voglio dire che in Gémino Abad si percepisce che la sua poesia ruota nell’orbita di quello che si confeziona in Occidente, è questo il suo limite, e forse anche il suo pregio.

  5. Credo sia implicita, inoltre, in tale discorso poetico, la polemica contro il linguaggio, soprattutto poetico, dei nostri tempi, dove la parola è abusata e non nomina più le cose, non nomina più niente, e serve, solo, a nascondere il vuoto che si cela in tanto verboso profluire.

    • Una polemica implicita contro la lingua poetica che dovrebbe considerarsi come la più vera” perché ad essa deleghiamo il compito di andare in profondità nelle cose, ma che appare, qui, esternata, ma non del tutto praticata.

  6. Gino Rago

    “…e lasci parole vecchie passare/ come foglie nel vento.// …Le consegne di
    parole nuove/ sono lunghi parti…” Gemino Abad – così almeno tradotte in italiano – fa in queste poesie ciò che Giorgio L. ha ben espresso, come pregio e come limite del poeta filippino, ancorché magnificamente introdotto da Marco Onofrio. L.M. Tosi e R. Cerniglia nei loro commenti mi pare che si muovano sulla stessa lunghezza d’onda. Insomma, G.Abad
    almeno nei testi oggi proposti, non fa ciò che Derek Walcott è riuscito a fare
    in Omeros o in Prima Luce con l’isola di Santa Lucia:attraversare la selva, e aspra e forte, della scrittura pungendosi, graffiandosi,nel tentativo linguistico di uscirne vivi… Gino Rago

  7. Chi si sente forte e forse depositario della verità perché ha ricevuto la “benedizione” (metaforica, ben s’intende) da parte di Giorgio Linguaglossa e chi lo (G.L.) segue e lo loda per tutto ciò che scrive mi pare abbia commentato il “povero” poeta filippino con un poco di acrimonia, di supponenza, pretendendo da lui ciò che altri hanno fatto (Derek Walcott) e sminuendo il suo poetare da occidentale, pur essendo orientale.
    Ognuno è se stesso e pensa, scrive, esprime opinioni a modo suo.
    Leggevo poco fa lunghe disquisizioni intorno all’obbiettività del critico e al dover tenere a freno il proprio gusto personale mentre si scrive un commento o si sceglie un autore da pubblicare.
    Dal dire al fare…
    Non mi sento più di commentare i versi di Gémino H. Abad .
    “E a chi importa?”, dirà qualcuno! Appunto: a nessuno.
    La mia comprensione al poeta filippino.

    Giorgina Busca Gernetti

  8. Ubaldo.derobertis

    Concordo pienamente con quanto ha scritto Giorgina Busca Gernetti.

    Ubaldo de Robertis

  9. Gino Rago

    La poesia è far passare il mare in un imbuto. Fissarsi uno strettissimo numero di mezzi espressivi e cercare di esprimere con quello qualcosa invece di estremamente complesso.
    Adesso la letteratura, in generale, e la poesia, in particolare, tendono a dimenticare l’imbuto. Si crede che si possa scrivere tutto. Si crede che il mare possa essere espresso e comunicato in quanto “mare”.
    E non si comunica né mare, né niente. Solo parole.
    La “selva” dantesca è stata disboscata. La letteratura e la poesia dei nostri tempi rischiano di farsi un non-luogo affollatissimo come tutti i non-luoghi (supermercati, aeroporti, stazioni ferroviarie come Termini, ecc.). E la non-scrittura va a incontrare nel vuoto brigate chiassose di non-lettori…
    Gino Rago (a cura di)

    • L’imbuto, benché piccolo, lascia passare troppo, fiotti di mare troppo abbondanti e fluenti, per restare nella metafora del mare.
      Com’ è chiassoso questo vuoto! Io lo immaginerei piuttosto come un immenso silenzio tombale: il regno del NON.

      Giorgina Busca Gernetti

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