MARIA GRAZIA CALANDRONE, CINQUE POESIE da “Serie Fossile” Crocetti, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Bello Giacomo Costa città immaginaria

Giacomo Costa, città immaginaria

Commento di Giorgio Linguaglossa

Già con Come per mezzo di una briglia ardente (2005) era evidente che qualcosa stava mutando nei rapporti di produzione dell’io lirico di Maria Grazia Calandrone. Le spie linguistiche sono sempre un dato di fatto irrefutabile di qualcosa che sta al di fuori del linguaggio, e che preme, pulsa, penetra nel linguaggio poetico. Possiamo dire, con qualche circospezione, che il primo linguaggio poetico di Maria Grazia Calandrone restava pur sempre all’interno di un codice letterario post-surrealista e post-sperimentale. Successivamente, dall’opera del 2005, invece, si ha la sensazione che il rapporto di rispecchiamento tra l’io e la materia linguistica viene come disturbato, interrotto dall’irruzione di corpi estranei che alterano i rapporti congiuntivi tra l’alto e il basso, tra la destra e la sinistra, tra il sopra e il sotto; avviene uno sconvolgimento degli equilibri tra i polinomi frastici che sfocia in un arcipelago di frasticità meta-linguistica dove il momento espressivo-mimico e psicolinguistico ha il netto sopravvento su quello rappresentativo; a ciò si aggiunga la indagine psicolinguistica autoanalitica portata avanti con tenacia dall’autrice e sarà chiaro quanto l’identità del poeta diventi instabile, franta, si disarticoli in un laboratorio linguistico sempre più fitto e operoso ma anche, e sempre di più, abitato da una disarticolazione e da una dis-locazione linguistica che penetra tra le commessure dei polinomi frastici. Scompare dalla materia linguistica qualsiasi accenno all’esterno, al discorso di-fuori, nella misura in cui si accentuano e si infittiscono le introspezioni autoanalitiche, psicolinguistiche. Avviene che un intero cosmo linguistico vada in frantumi e, analogamente, il linguaggio poetico che lo racchiudeva e lo rispecchiava. Ma questo fenomeno credo sia, più in generale, una spia della Crisi della tenuta linguistica del linguaggio poetico in genere nei confronti della invasione sempre più massiccia della comunicazione mediatica dei giorni nostri e, dall’esterno, della crisi economica e sociale sempre più diffusa e invasiva. Si può notare, a livello sociologico, che da un decennio in qua assistiamo ad una dissoluzione di quella classe media che aveva contribuito a mantenere in vita un codice linguistico di massima. In queste recenti composizioni della Calandrone, si ha come la sensazione che il linguaggio poetico racchiuda un cosmo interruptus e disarticolato: si infittiscono i polinomi sospensivi, i vuoti tra un verso e l’altro, le scomposizioni, le citazioni, le microscopie frastiche, le interruzioni. Si ha l’impressione di una instabilità linguistica di fondo che è diventata normalità linguistica, con derubricazione della poesia lirica in post-lirica.

 

Evgenia Arbugaeva Weather_man_05-1

Evgenia Arbugaeva Weather_man_

Maria Grazia Calandrone

(°) – seme

hai una debolezza di spiga,
muscoli di cavalla, un’arsura
di sabbia calpestata
nella spina dorsale
e un solco di aratura,
la solitudine di una bestia santa all’angolo
destro della bocca, dove un’intelligenza
appena nata ti sfiora
quasi senza svegliarti

metti il dito nel solco del tuo cuore, indicami

scopri la crepa tua da dove stilla
il mio sangue sulla foresta dei simboli e nel sonno che specie di amore
trabocchi
sugli oggetti intorno

(quanto eccede
la misura del corpo finisce
per agire tra i legamenti elettrici del mondo
come la bruciatura
del neutro – l’inizio
dell’anonimo – poggia con tutto il peso
sulla Terra Straniera del tuo corpo – per favore
non dirlo, chiudi la bocca)

perché il tuo occhio destro sfiora le acque
di un mare sepolto
– seme,
profondamente
rovo e corona
di specie
sconosciuta –
apertamente tace come bronzo, cammina
nel presente
come in un tempio, come nella memoria –

fin che dal fondo
dal teatro del mare
una creatura adulta disarmata
si alza in piedi, crede al tuo perdono
23.5.13

foto Anonymous 2

ʘ – obbedienza

alba: lo senti il rombo dei motori?
se qui
si rifondano i cori
bestiali d’erbe e incantagioni e unguenti
è perché ridi come una bambina,
con eccezionale potenza di fuoco
e con perfetta degnità di cuore

fin che lasci colare
dritto
nel tuorlo a cielo aperto nel mio petto
la prima goccia – densa
come miele – della tua forma

algebrica d’amore,
che s’interna
dove il mare rifonda una figura incrollabile,
impasta il sale delle combinazioni
al ritardo del mondo

sei come un balsamo sulla ferita che tu stessa procuri

fino a questa eccedenza ronzante, fino a questa
restituzione
del corpo gigantesco – aumentato
senza circospezione per la via maestra
degli occhi: risale
iniziale
dal fondale del tempo, sale dall’acqua pietrificata immobile

è già successo: davo il nome di amore
alla gioia che veniva dalla tua bellezza in un campo mai visto
di papaveri e margherite, è già avvenuta questa
comunicazione silenziosa delle radici

oh!, autosufficienza, sterile
antimateria, malignità della ferita aperta

– perfetta
sotto l’ombreggio – bilobata
e sedotta: è già successo
che io mi sollevassi dal bordo del tuo letto come un arcobaleno, come una figura di rettitudine, è già
successo questo poter morire
senza rimpianto – ti offro la mia vita come qualcosa
che non ha più valore di un sorriso – questa radice interamente esposta
a causa della dissoluzione della massa terrestre
nel mio sogno parlavi una lingua straniera
è già successo che bastasse l’amore come terra
aerea:
la farfalla sul viso

tutte le ossa come una fascina, una messe completamente
scoperta:
puoi fare del mio cuore
una canna di flauto
per lodare, restituirmi
l’inizio del mondo

27.5.13

foto Anonymous 3

Ѻ – radura

profumi di miele barbaro
quando al suono del sistro ti levi
come un incastro di cavallo e femmina, in tutta
la silenziosa perdizione: una bellezza
semplice e senza sacrificio – spargimento
di melata e di linfa a cielo aperto –
con le spalle bruciate dal sole, dici
sono immortale
e d’intorno c’è luce
come acqua abitata da un’entità biologica
rossa e guizzante
                                   una vena che rapida sul collo
                                                                                       è spinta
                                                                                                      dal profondo
tamburo del sangue

tutta la terra imita la parola, si adegua alla segreta confidenza degli uomini, piega i cespugli sulla circonferenza del campo affinché essi somiglino a un volto umano

quando il riso si rovescia in pianto e il pianto in uno sguardo
fluido che contiene
in sé ciascuno degli abbandonati

che perfetto dominio sulle nuvole e che memoria

ha la vita: ora
che ti contiene, arriva a certe forze inconfessabili
perché aveva lasciato andare tutto e

il volto
tuo, così solo

all’interno, riassume
il genere umano, splende
nel vuoto come un blasone d’oro, come si loda al fuoco della radura
la ferocia del sole, tutto questo rinascere
                                                         ora

una tecnica bianca di sollevazione

una cosa come vederti sorgere
– vanificata
e raggiante –
dalla campagna indemoniata,
non avere più nome,

seria come una massa di splendore dire
sto già cantando, non lo senti?

30.5.13

Ɯ – orientamento

il mondo era un’opera grezza, un non-del-tutto
compreso intento della grazia:
consideriamo annuncio
la beatitudine della città che intanto
si spalanca, ricomincia

dalla lastra d’argento del Tevere appena
disarginato, traboccato sugli argini
in immature sacche d’acqua ferma poco prima
di Largo Argentina: uno scenario
ingigantito, popolato da rettili e da un sapore di fuoco:
consideriamo rivelazione
l’intelligente

profondità di cobalto
che al fondo riluce, viene al dunque sul cerchio della piazza, vuota
come un dormiveglia infantile
impregnato dal soffio delle rovine

il cielo cupofluorescente
annerisce mentre
si sentono chiamare le figure:

bianche, sedute
tra i mozziconi
delle colonne, a imitare la vita di questo mondo
aumentato in ampiezza
dove sono impigliate

ha un sentore fluviale di serpente il mondo
rivelato, il tempo
passato per queste strade
sa
di canale che asciuga
sul marciapiede destro del Plebiscito

ha un profumo di mosto e di deserto
la terra
ancora fertile sotto l’asfalto, la terra-alba

7.6.13

foto Anonymous 4

giardino della gioia originaria

la tua carne nascente come una fiamma nella fiamma verde della campagna
io non credo ai miei occhi

vedo il bronzo dorato
del corpo che si accosta
io non credo ai miei occhi

estrai oro volatile
dal tuo petto capace di provare amore e mi dici tra i baci è un miracolo
io non credo ai miei occhi

tutta l’erba e l’intero profumo della campagna sono stupore

questo pane lasciato nell’erba è stupore e lo è la bottiglia che schiuma sui fiori

non ti asciughi la bocca
la tua bellezza è senza sbarramento

nel mio sangue c’è spazio senza dominio, e dal centro di tutta la vita mi zampilla un abbraccio grande come il mondo

te l’avevo già detto
in città, ti ricordi? guarda, il mondo è grandissimo, è il tuo amore che si è fatto spazio

nuda a metà, l’asciugamano in spalla
cammini
con la carne rinata dai miei baci

con piedi da bambina
sali le scale,
sali a sentire dove comincia l’anima di una creatura viva

nel luogo cruciale
c’è un grande silenzio
e un ronzio di zanzare
l’oro delle tue labbra
la bianca oscillazione del tuo sangue

dal corpo amato affiora
un chiaro che trabocca,
tutto il corpo fa un suono di mare
come batte il tuo cuore
e nel mio sangue splende la stessa luce

ogni tanto ridiamo della mia pena
che non esistano parole più grandi

se io potessi aprirei il mio petto, ti ricordi?

invento io le parole
invento tutto il mondo
per farti felice

poi, ti ho lasciata andare come volevi

non andare, dicevo, mi manca
cosa sono con te, questa cosa
capace, questo spazio assolato che diventa il tuo bene

non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona
circostante doleva
e il silenzio raschiava come una lima e completava l’opera spontanea del dolore

quale eco, che luna, quale zolla, quale cratere, quale
fra le alte stelle della notte che hanno illuminato la tua bocca ancora
felice per l’amore, che pietoso pianeta
si è mosso a compassione? cosa ha avuto bontà?

il tuo corpo ancestrale ha rilasciato il suo corpo astrale

alba che oscilli sulle cose mortali quando si svegliano
come se non dovessero morire
questo è quanto conosco dell’amore: le ferite che impiegano anni a tornare
carne che vuole essere ancora benedetta dai baci, non lasciarla mai sola

Maria Grazia Calandrone 28.4.15 foto Omri Lior

Maria Grazia Calandrone 28.4.15 foto Omri Lior

Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma): poetessa, drammaturga, artista visiva, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “il manifesto”, scrive per “la 27ora” del “Corriere della Sera” e cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il Corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole, nelle carceri e con i malati di Alzheimer. Sta lavorando a Ti chiamavo col pianto, libro-inchiesta sulle vittime della giustizia minorile in Italia.

Libri: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia (Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005) La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011), La vita chiara (transeuropa, 2011) e Serie fossile (Crocetti, 2015); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012); la sua prosa Salvare Caino è in Nell’occhio di chi guarda (Donzelli, 2014).

Ha composto, con Michele Caccamo, Dalla sua bocca. Riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini (Zona, 2013) e, con Amarji, Rosa dell’Animale (At-Takwin, Damasco e Zona, 2014 – prefazione di Adonis), ha scritto tre monologhi per Sonia Bergamasco (La scimmia bianca dei miracoli, Pochi avvenimenti, felicità assoluta e Elle) e Gernika, frammenti poematici intorno alla Guerra Civile Spagnola, per la compagnia internazionale “Théatre en vol”. Sue sillogi compaiono in antologie e riviste di numerosi Paesi Europei e delle due Americhe: segnaliamo le antologie La realidad en la palabra (Editorial Brujas, 2005), Caminos del agua (Monte Avila Latinoamericanas, 2008) e Antologia italikes poieses (Odós Panós, 2011); ha curato per Adonis, l’antologia Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve (L’Altro, 2012 – Beirut e Damasco), nella quale è inserita. Con la silloge Illustrazioni ha vinto, nel 1993, l’XI edizione del premio Montale per l’inedito e, dallo stesso anno, viene invitata nei più rilevanti festival nazionali e internazionali; nel 2007 ha interpretato Il Desiderio preso per la coda di Pablo Picasso per Radio 3 (regia di Giorgio Marini, con Silvia Bre, Anna Cascella, Iolanda Insana, Laura Pugno, Maria Luisa Spaziani e Sara Ventroni); dal 2009 porta in scena in Italia e in Europa il videoconcerto Senza bagaglio (finalista “RomaEuropa webfactory” 2009), realizzato con Stefano Savi Scarponi; nel 2010 il suo testo My language is the rose, scelto dal compositore malese Chie Tsang, è finalista in “Unique Forms of Continuity in Space” in Melbourne, Australia; sempre nel 2010 è scelta come rappresentante della poesia italiana e diretta da Lucie Kralova in “Evropa jedna báseň”, documentario andato in onda il 28.8.12 in Česká Televize; nel 2012 fa parte del progetto RAI TV “UnoMattina Poesia”, collabora con Rai Letteratura e con il musicista Canio Loguercio ed è vincitrice del Premio Haiku dell’Istituto Giapponese di Cultura; comincia nel 2013 una collaborazione con Cult Book (Rai 3) ed è nella video installazione Ritratto continuo di Francesca Montinaro, esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Il suo sito è www.mariagraziacalandrone.it

Annunci

23 commenti

Archiviato in Antologia Poesia italiana, Crisi della poesia, critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

23 risposte a “MARIA GRAZIA CALANDRONE, CINQUE POESIE da “Serie Fossile” Crocetti, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Non sono per la ricerca linguistica a priori, altrimenti si va verso una nuova sconfitta come è stato per le Avanguardie. Una tale via mi pare conduca inesorabilmente verso il vuoto di contenuti e di senso. La lingua muta da sé col mutare della realtà e in modo assai naturale. Ogni ricerca e ogni artificio, volto a invertire quest’ordine naturale delle cose, nasconde già di per sé il vuoto e mi appare insensato, come ogni cosa innaturale, appunto.

    • Salvatore Martino

      Mi trova abbastanza d’accordo codesto commento della Cerniglia. Certo dopo una lettura persino attenta dei versi della Calandrone capisco quasi niente, travolto come sono da semantiche astruse, da una implacabile astrazione senza vere tematiche. Io non sono capace di approfondire un discorso critico, ma sono sgomento di fronte a questi versi di un poeta che passa per “maggiore”.Se questo è l’andazzo della poesia ufficiale credo che possiamo intonare epicedi, trenodie sulla fine di questa povera, demolita poesia. Quanto alla introduzione di Linguaglossa ho dovuto chiamare Mariette l’egittologo, e Pietro d’Arimatea per l’aramaico al fine di decifrare la dottissima dissertazione. Ma anch’essi hanno avuto dei problemi. Salvatore Martino.

  2. Gino Rago

    Maria Grazia Calandrone, così come Giorgio Linguaglossa oggi la propone su L’Ombra, è voce di poesia nata anch’essa dall’assenza d’una voce, dalla crisi della “tenuta linguistica del linguaggio poetico” verso esterne contaminazioni (Giorgio L.). Suona come casto destino di povere creature in grandi simboli, alla ricerca d’un balsamo (la poesia?) sulle “ferite che impiegano anni per tornare/ carne che vuole essere ancora benedetta
    dai baci”, per un’armonia creaturale con il “giardino della gioia originaria”.

    Nella instabilità linguistica, tendente a farsi “normalità linguistica”, volta alla “derubricazione della poesia lirica in poesia post-lirica” (acutissima questa meditazione linguaglossiana, nella nota critica), Maria Grazia aspira a fare del suo cuore “una canna di flauto” nel ritorno all’inizio del mondo, muovendosi in una poesia autonoma, nella consapevolezza della perdita dell’aureola del poeta contemporaneo, già annunciata da Baudelaire e descritta dal magistero di Benjamin… Gino Rago

  3. SoniaLambertini

    L’ha ribloggato su sonia lambertini.

  4. poesia tipicamente femminile, naufragante, dolorante, gravidante, che tenta di risollevarsi, “sollevazione” è infatti il mcm di queste cinque poesie.
    estraggo cinque versi che mi sono piaciuti:

    fin che dal fondo/dal teatro del mare/una creatura adulta disarmata/
    si alza in piedi, crede al tuo perdono.

    che io mi sollevassi dal bordo del tuo letto come un arcobaleno,

    come acqua abitata da un’entità biologica

    ancora fertile sotto l’asfalto, la terra-alba

    sali a sentire dove comincia l’anima di una creatura viva

  5. marina cvetaeva

    Non credo che è stata mai una “maggiore” in poesia, nè lo sarà! – sarà probabilmente una “minore”; del resto ciò che afferma Salvatore Martino direi che è esatto, al posto suo sarei stata ancora più radicale, ma bisogna essere umani anche con le colleghe “minori”, che hanno pur sempre una corazza con cui si difendono, mentre io sono una creatura messa nudo, e non mi so difendere!
    P. e. mi sono state amiche postume Claudia Ruggeri e Nadia Campana, M. R. Madonna, e di Helle Busacca che le sovrasta tutte: la più vicina a me.
    M. C.

  6. “invento io le parole
    invento tutto il mondo
    per farti felice”

    un po’ “scontato” ma chiarissimo!
    Ma più che la poetessa protagonista dell’articolo mi meraviglia la capacità di questo blog di “smuovere” addirittura l’aldilà …. preferisco sempre chi usa il proprio nome per rendere pubblica una sua opinione. La reputo una forma di rispetto. Un saluto ed un grazie per la bella risata mattutina alla “marina cvetaeva” appena precedente questo commento.

  7. Pasquale Balestriere

    Niente omonimia, cara Angela Greco. Questa “marina” è tutta pugliese, barocca e “teatrante”. E non è di sesso femminile. Frequentatore accanito di questo blog, per vocazione inventa continuamente pseudonimi, senza dimenticare di seminare i suoi impacci linguistici in tutti i suoi commenti.
    Pasquale Balestriere

  8. antonio sagredo

    Marina Cvetaeva non disdegnava amplessi tutti al femminile e come tale tutte le parti le si confacevano perfettamente… anche Lei talvolta assumeva pseudonimi come quasi tutti i poeti russi, ma per gioco e capriccio poi che erano grandi poeti… erano circensi, ma non maligni, erano anche tragici e seminavano senza impacci i loro geniali divertimenti linguistici, erano dotati di alta e profonda cultura, erano traduttori infallibili:
    conoscevano diverse lingue straniere da poter così penetrare altre e diverse culture, possedevano un giudizio critico di primo ordine, e una qualità su tutte – che altri non possiedono specie se mediocri – : il riconoscere il valore altrui senza tentannamenti ed essere felici se un altro poeta “faceva” versi straordinari, che poi loro stessi recitavano come fossero propri; così p.e. Majakovskij nei confronti di Pasternak.
    ———————-
    da noi questo non è possibile perchè non si mai abbastanza umili per riconoscere…
    ——————————–
    il prestarsi a un gioco di pseudonimi è anche farsi gioco di se stessi: è questo è tragico da Dante in poi… poi Shakespeare, Milton, Goethe… Leopardi, Baudelaire, Dylan Thomas ecc. ecc., anche i “cretini” come me
    se non vi dispiace.
    a. s.

  9. antonio sagredo

    a Olga Celuch e Halina Poświatowska
    —–
    Ci sarebbe da sparlare finché non si esaurisce il cuore,
    fino a quel che resta dopo il sangue,
    ma i prediletti degli dei amano
    far parte delle schiere delle leggende giovani;
    è senza pietà la Poesia,
    ma i poeti sono ancora più crudeli
    perché ci lasciano troppo presto
    e non si ha il tempo nemmeno delle lacrime!
    Il vuoto è più d’una terra senza oceani
    e il punto è che loro sono orfani – senza di noi!

    antonio sagredo
    Roma, 9 novembre 2012 –

    (all’ora 13:07)

  10. sono belle queste poesie, semplicemente. Punto

    • Salvatore Martino

      Quali Almerighi quelle della Calandrone? Lei stavolta mi delude profondamente. O si riferisce a quella di Sagredo che persevera in questa scorretta abitudine di innserire come commento una sua poesia.Se ci fa, intendo se gioca forse è interessante, se ci è diventa fastidioso: Salvatore Martino.

      • Mi delude lei. Io non commento mai i commentatori, leggo i post, e le poesie di M.G. Calandrone che leggo oramai da una decina d’anno sono, ribadisco, semplicemente belle.

  11. Gino Rago

    ah Sagrè e piantala

  12. antonio sagredo

    caro Rago,
    non la pianto per nulla, anzi consigliami cosa devo piantare… io come sai (Tu stesso l’hai scritto!”) creo POESIA di sublime bellezza.. “sublime non l’hai scritto, ma Ti sei avvicinato al concetto: allora mi dovete dire lettori di questo blog: se devo continuare oppure no, a rispondere coi miei versi?!
    Tra l’altro è il solo modo perché Voi la conosciate, e Vi garantisco la qualità
    (il poeta è un ciarlatano “orale” per antonomasia: l’ha detto Dante e Shakespeare e tant’altri)… un ciarlatano era Omero… ciarlatano olimpico…
    ——————————
    E voltai lo sguardo mio verso me stesso – sarebbe stato meglio non vedersi, dentro!
    per non giocare più coi loro spiriti di cartapesta
    e ricordai i miei versi che su Saturno trovarono un rifugio… amato,
    e mi insegnarono loro di non mirare più la Terra,
    di scordare la sua storia che da tempo non era più la mia,
    di scordare infine – e qui io piansi – la mia progenie
    Padre mio! Madre mia!
    e i fiori tutti da cui oramai non attendevo nulla…
    le lagrime mie non erano più cose umane!
    Quel che ero stato prima, lo ero ancora!
    I tradimenti non si addicono ai condannati della parola!
    E nemmeno la mia identità abbandonai come fosse un truciolo!
    Tutti i cari affetti mi si fecero intorno – i miei solitari idoli!
    Tutti gli anelli mi circondarono teneramente…
    ero un agnello di zucchero che non sapeva lo scioglimento
    del Tempo e che pure la Morte lo adorava risentita,
    come se avesse la mia sostanza sottratta a lei l’immortalità!

    Antonio Sagredo
    Roma, 24-25 novembre 2015

  13. Gino Rago

    Mi riferivo alle irruzioni nei commenti non con il tuo nome, non al valore dei tuoi versi, caro Antonio. I quali versi, credimi, se fosse ancora in vita il gran Leccese, Maestro della voce, chissà quali miracoli, quali esiti potrebbero
    percorrere…Gino Rago

  14. gabriele fratini

    Questa scrittura un po’ di ricerca e un po’ confusionaria perché no, e tuttavia fresca e viva, sospesa tra i ricordi e i pensieri attuali, non mi dispiace affatto. Gradevole.
    Un saluto.

  15. antonio sagredo

    Grazie Rago della chiarificazione;
    ciò che hai scritto sulla “Voce” è vero, e poteva succedere… allora ci fu qualcosa (che non oso confessare a me stesso: sarà per sempre il più grande rimpianto!) che mi impedì di consegnare personalmente dei miei versi – cosa che poteva senza dubbio avvenire poi che conoscevo l’artista da moltissimo tempo – specie i versi delle LEGIONI imbastiti in parte sulla sua vocalità. (dovremmo parlare dei versi della Calandrone, ma cosa pensare posso io di lei, quando mi scrisse che ero un “poeta inclasificabile”… posso pensare soltato bene, poi che non si rese conto di quale azzeccato giudizio riuscì a dire e senza consapevolezza, sua!) – queste Legioni se volete leggere… ma non ho credo la sua e-mail.
    a. s.

    • Caro Antonio,
      “inclassificabile” è un giudizio molto equivoco. Se si trova su un compito in classe significa che ci sono tanti errori di ogni genere (latino o greco), oppure che è così “fuori tema”, oppure, se è in tema, è così futile e superficiale, scorretto nella sintassi del periodo, nell’ortografia, persino nella punteggiatura che non lo si può classificare nemmeno con il voto 1.
      Ma se è riferito a un poeta, a me sembra che significhi “molto originale”, non classificabile in nessuna corrente o scuola, non pedissequo seguace di nessuno. Ammetto che sei “inclassificabile”!

      Un caro saluto
      Giorgina

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...