Marco Onofrio “Da Omero all’e-book. Le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura”, Parte I

il trucco è un sistema linguistico

il trucco è un sistema linguistico

Il linguaggio umano è una funzione istintiva che asseconda strutture logiche innate e circuiti di “grammatica universale” endogeni alla fisiologia stessa del cervello. Ma è una funzione che, d’altra parte, diventa acquisita, artificiale, “culturale”, se inquadrata su un piano evolutivo superiore, laddove le capacità linguistiche – svincolandosi dagli impulsi basilari della sopravvivenza – raggiungono livelli anche estremamente raffinati (filosofia, poesia, scienza, etc.). L’individuo è predestinato a parlare e a scrivere; però non lo farà se non stimolato da una comunità sociale, inevitabilmente determinata sul piano storico, che ne formi e ne plasmi anche il pensiero, oltre che il modo di comunicarlo. La vocazione linguistica deve veicolarsi ad una lingua, cioè a un sistema convenzionale di simboli uditivi volontariamente prodotti.

La lingua è una tecnologia per “abitare il mondo”, depotenziandone i rischi e trasformandolo – situazione dopo situazione – in “ambiente” riconoscibile. Ogni lingua offre la possibilità creativa di articolare, maneggiare e dominare il pensiero cosciente, che in realtà è inseparabile dal linguaggio: quando pensiamo lo facciamo comunque in una lingua, attraverso un flusso di parole silenziose. Ogni parola è l’etichetta sonora di un concetto. Il pittogramma e l’ideogramma sono tecnologie linguistiche di “sintesi”: hanno una capacità analitica minore di quella che garantisce la scomposizione alfabetica dei suoni. L’invenzione dell’alfabeto, 3500 anni or sono, rappresenta la prima grande rivoluzione tecnologica a diretto impatto cognitivo: il suono della lingua, condensato nella forma visiva di un segno convenzionale, allarga notevolmente gli orizzonti della conoscenza e la capacità di incidere nel mondo. L’uomo ratifica così il proprio destino di “animale simbolico”, gettando le basi per la conquista progressiva dei regni della natura. Ai tempi biologici si sovrappone l’emersione prepotente dei tempi storici: sorgono, e vengono in seguito “statuite”, le culture propriamente dette.

Moderno, Make up iperrealista

Moderno, Make up iperrealista

Furono i greci a sviluppare il primo alfabeto completo e universale, provvisto anche di vocali. L’alfabeto greco ebbe particolare successo perché più di ogni altro si dimostrava in grado di riprodurre in astratto il suono, traducendolo in equivalenti visivi. Questo, secondo Walter Ong, favorì lo sviluppo del pensiero analitico in Occidente. Infatti, cominciando a interiorizzare la tecnologia della scrittura, i greci videro evolvere il loro pensiero nella direzione che di solito consegue al passaggio dall’oralità alla scrittura. Quando ciò avviene, la codificazione e la conservazione del sapere non si servono più della memoria: la mente si libera dall’incombenza di dover ricordare (dacché il testo scritto è consultabile all’infinito) e quindi può volgersi a pensieri nuovi, più astratti, liberi, originali. Muta la Weltanschauung dell’uomo: la scrittura separa il soggetto dall’oggetto della conoscenza, «permette un’introspezione sempre più articolata, e come mai avvenne prima apre la psiche non solo al mondo esterno e oggettivo, separato da essa, ma anche all’io interiore di fronte al quale il mondo oggettivo si pone» (Ong). Leggere significa vedere, e vedere significa essere di fronte, distanziati da ciò che si guarda. Il suono, invece, «giunge simultaneamente da ogni direzione: chi ascolta è al centro del proprio mondo uditivo, che lo avvolge facendolo sentire immerso nelle sensazioni e nell’esistenza stessa» (Ong). La civiltà orale, infatti, è partecipatoria e magica: concepisce il mondo come fenomeno continuo, con al centro l’uomo che ne è “ombelico” senziente. Essa trova difficoltà a separare l’oggetto dal soggetto della percezione, a concepire cioè un pensiero analitico anziché totalizzante, astratto anziché situazionale, neutro anziché agonistico.

Elsa Martinelli, 1967 trucco tricolore

Elsa Martinelli, 1967 trucco tricolore

Platone intrattiene un rapporto ambiguo con la scrittura: da un lato, nel “Fedro” e nella “Settima Lettera”, la biasima in quanto colpevole dell’indebolimento della memoria e incapace di rispondere (se interrogata, infatti, “maestosamente tace”); dall’altro ne sostiene implicitamente le sorti, sia quando sceglie di redigere in forma scritta queste obiezioni, sia quando bandisce i poeti dalla sua Repubblica ideale, poiché compiono una mimesi di secondo grado, realizzando “copie di copie” delle idee. E non solo: Platone condanna l’effetto della poesia come perniciosa “paralisi del pensiero”, un veleno psichico fuorviante per la conoscenza delle cose quali realmente sono. I poeti impiegano effetti acustici che confondono l’intelligenza di chi ascolta. Dunque i filosofi, non i poeti, debbono stare al centro del progetto educativo ellenico. In realtà, i poeti che Platone poteva conoscere sono gli ultimi rappresentanti dell’antico mondo orale e mnemonico, ormai in procinto di lasciare il passo al nuovo mondo analitico e astratto della scrittura, di certo più congeniale all’iperuranio immobile delle Idee. Secondo Ong, «Platone non era consapevole che questa sua antipatia per i poeti era in realtà rivolta all’antica economia cognitiva orale (…). Egli provava questa antipatia poiché viveva in un’epoca in cui l’alfabeto cominciava appena ad essere sufficientemente interiorizzato da influenzare il pensiero greco, compreso il suo». La poesia arcaica greca non è ancora “arte” e “letteratura”, ma necessità politica e sociale: serve a formare e integrare l’individuo nel contesto della collettività. Il “genio greco” si è formato nella dimensione orale, ed è cresciuto sui principi acustici e ritmici che sfruttano la tecnica dell’eco come espediente mnemonico. Aedi e rapsodi custodiscono e tramandano la paideia ancestrale comunitaria: i racconti di antenati ed eroi veicolano un’enciclopedia di valori e conoscenze, in pratica tutto il sapere di un’epoca, attraverso cui può rafforzarsi la coesione del gruppo sociale. La Grecia emerge all’alba della Storia solo dopo la trascrizione alfabetica delle opere di Omero ed Esiodo. La scrittura favorisce il passaggio dal pensiero mitico al pensiero razionale.

Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

Nell’antica Roma il latino scritto è una formalizzazione letteraria che si distanzia, anche molto, dalle caratteristiche del parlato vivo, il cosiddetto “latino volgare”. È attraverso l’azione abrasiva di quest’ultimo che ha modo di emergere, con effetto retroattivo, il substrato linguistico su cui il latino si è imposto, regione dopo regione, nel processo di espansione unificante dell’impero. Con il declino dell’impero anche l’unità linguistica ufficiale si frammenta nei rivoli delle lingue romanze, a partire dalla pragmatica orale del latino: di una lingua, cioè, che già da secoli si è viepiù diversificata nello spettro delle sue varietà geografiche. Il latino cessa di funzionare come lingua viva e sopravvive come lingua di alta cultura, scritta e parlata dai chierici di tutta Europa. Il latino colto del Medioevo è ormai una lingua “astratta”, completamente dominata dalla scrittura, e rappresenta il contesto più adatto da cui far nascere il mondo della Scolastica e, successivamente, la scienza moderna. Nel frattempo si vanno sviluppando in parallelo, con dignità autonoma e risultati talora altissimi, le varie letterature romanze.

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013), Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito finora 30 riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore in presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

5 commenti

Archiviato in discorso poetico

5 risposte a “Marco Onofrio “Da Omero all’e-book. Le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura”, Parte I

  1. Lucia Gaddo Zanovello

    Desidero esprimere il mio più vivo apprezzamento all’Autore di questa illuminante prima parte di disamina sull’argomento, per le diverse implicazioni psichico-storico-filosofiche considerate e osservate su lingue, linguaggi, oralità e scrittura

  2. antonio sagredo

    rispondo alla disquisizione di Marco Onofrio (con cui mi trovo d’accordo nei vari passaggi) coi miei versi: è la mia maniera di fare, come dire, storia filologica, – grazie agli studi dei formalisti russi e di poeti loro amici (specie Mandel’stam e il suo “latino” ) procedo a strati, a salti, da una epoca all’altra tenendo fermo il rigore… l’oggetto in questo caso è quello trattato da Onofrio, vito da una angolazione differente, ma fedele alle varie realtà storico-linguistiche – grazie
    a.s.
    —————————————–
    transizione latina
    (secondo il poeta)

    Era inverno. Come un latino antico carezzava la soglia di codici miniati
    e sul leggio la potenza di un centrale impero. Raggirava la città zebrata
    con Keplero, e tra insegne, bettole e vino nero, respiravano l’ansia,
    la carta e l’inchiostro – e con lo sguardo la neve, la polvere della decadenza.

    Lastricate d’attese e geometrie le nuove leggi simulavano la memoria.
    Raffiche di gelo salmodiavano le nostre ossa, i numeri cedevano il segreto
    al secolo più virtuoso, straziata la nemesi e sformata la pietra angolare.
    Gli occhi e le dita computavano nuove orbite e principi matematici.

    Maldestro è il tradimento! Come il trono è una maschera inabile,
    capriccio e parvenza di se stesso! E mi vaneggia lo specchio di incubi,
    eventi e sembianti… e come si trastulla nel giardino, e in questa
    stanza mia, che è Tutto per me – per fortuna – ma non è la Storia!

    antonio sagredo

    Vermicino, 16-20 maggio 2008
    —————————————————————————-
    dal poema ORIANA, 2010)

    Non posso fingere l’infinito come il vostro poeta – mi disse –
    tanto meno esser più grande del cordigliero aquilino *
    o più lento del tardo e saggio passo latino.
    Non posso – mi disse – che celebrare l’inventore del numero,
    sperare che la babilonica Roma uccida se stessa…
    l’interdizione mi reclama e sventola i ceppi, come vessilli!
    Come se i giorni non sapessero il passato futuro d’Oriente!
    ——-
    *Dante Alighieri

  3. Gentile Marco,
    come di consueto, ti esprimo il mio più vivo apprezzamento per la precisione, derivata da approfondita conoscenza dell’argomento, con cui hai condotta questa analisi del percorso letterario, filosofico, psicologico, storico e sociale da Omero all’e-book, tramite le tecnologie linguistiche e i loro riflessi sulla cultura, come recita il titolo.
    Non c’è nulla da aggiungere, ma solo da ricordare il merito del Tiranno ateniese Pisistrato (600 a.C. – 528/527 a.C.) che per primo, Cicerone ha scritto, fece ordinare e trascrivere i Poemi omerici, disponendoli nella Biblioteca di Atene. Anche in altre città nacquero biblioteche in cui si conservavano altre “edizioni” dei Poemi omerici, finché, nell’epoca di Alessandro Magno, nella grandiosa Biblioteca di Alessandria d’Egitto, i due Poemi furono sottoposti a vari tentativi molto seri di una stesura filologicamente corretta e possibilmente definitiva, grazie alla presenza di famosi studiosi di profonda cultura e acribia critica. Tuttavia il testo della vulgata alessandrina non era definitivo: è possibile, infatti, che nella stessa biblioteca di Alessandria esistessero “edizioni” diverse dei Poemi omerici.
    Singolare il fatto che già ai tempi di Pisistrato alcuni signori si facessero scrivere una copia personale dei Poemi, come prova, se è vero, della crescente importanza acquisita dalla scrittura per la conservazione e tradizione di opere poetiche di tale valore.
    Ho tralasciato volutamente la spinosa “Questione omerica” perché non è questa la sede per trattarla.
    Attendo con vivo interesse le parti successive di questa disamina.
    Un caro saluto

    Giorgina

  4. “… il dilemma platonico della cacciata dei poeti dalla città” ha scritto Giorgio Linguaglossa nel suo commento al post “La Riforma del discorso poetico…”. Questa espressione mi offre lo spunto per riprendere il discorso sui Poemi omerici, la scrittura, il mutato pensiero di Platone sulla Poesia e i Poeti dalla giovinezza all’età matura.
    Già al tempo di Pisistrato, di cui ho scritto sopra, gli scolari leggevano e studiavano passi dei Poemi omerici. L’insegnamento scolastico e l’apprendimento si avvantaggiarono molto della scrittura delle opere di Omero, benché narrassero poeticamente eventi mitici e celebrassero splendidi personaggi nati dalla fantasia di Omero o di vari Aedi e Rapsodi, senza un concreto fondamento storico e soprattutto etico.
    Allora il problema non si poneva. Se lo pose invece Platone quando scrisse la “Repubblica” (Πολιτεία, Res publica), dialogo dell’età matura in cui teorizza lo Stato ottimo, inteso come realizzazione dell’armonica convivenza basata sulla giustizia, la quale è a sua volta analizzata, in relazione sia all’individuo sia allo Stato.
    Tralascio i pur affascinanti “Mito della caverna”, “Mito di Glauco” e “Mito di Er”. Lascio parlare Platone, anzi, Socrate protagonista del dialogo, il quale richiede che l’intero patrimonio della tradizione culturale greca, a partire da Omero ed Esiodo, vada sottoposto a una rigorosa selezione, se deve essere messo a contatto con i giovani: esso presenta, infatti, invece di una teologia eticamente razionale, delle divinità amorali, assai peggiori degli uomini, e in competizione fra loro. Questa teologia forma i bambini secondo l’etica competitiva caratteristica della morale aristocratica, opposta al progetto platonico di Stato.
    Ecco perché la Poesia e i Poeti sono condannati da Platone, a vantaggio dei Filosofi ben più adatti a reggere e guidare i cittadini.
    Ma lo stesso Platone anni prima, sempre per bocca di Socrate, aveva celebrato il Poeta e quindi la Poesia nel dialogo giovanile “Jone”, cioè aedo, cantore, rapsodo. Allora il filosofo giudicava non chi fosse più adatto a guidare lo stato ma l’uomo geniale, ispirato da un dio o dalla Musa, che sapeva cantare e creare con la fantasia personaggi e vicende magnifici (come Omero nei suoi Poemi, n.d.r).
    Socrate dice a Jone: “Così è la Musa stessa a rendere ispirati… Infatti tutti i bravi poeti epici non per capacità artistica ma in quanto ispirati e posseduti compongono tutti questi bei poemi, e la cosa vale anche per i bravi poeti melici; e l’anima dei poeti melici si comporta allo stesso modo, come appunto essi dicono. Infatti i poeti certo ci raccontano che, attingendo i loro versi da fontane di miele, da giardini e dalle valli boscose delle Muse, li portano a noi come le api, volando anche loro come esse, e dicono la verità,
    .
    poiché il poeta è un essere etereo, alato e sacro e non è capace di comporre prima di essere ispirato e fuori di sé e prima che non vi sia più in lui il senno.
    .
    Per questi motivi il dio, facendoli uscire di senno, si serve di questi vati e dei profeti divini come ministri, perché noi ascoltatori possiamo comprendere che non sono costoro nei quali non c’è senno coloro che compongono versi tanto pregevoli, ma è proprio il dio che parla e per mezzo di questi poeti ci fa sentire la sua voce. Infatti in questo soprattutto mi sembra che il dio ci si manifesti, perché non abbiamo dubbi sul fatto che queste belle poesie non siano opere umane né di semplici uomini, ma divine e di dèi e che i poeti nient’altro siano che interpreti degli dèi, quando sono invasati, qualunque sia il dio da cui ciascuno è posseduto”.
    *
    Ecco le ragioni per le quali, a distanza di anni e in opere dal fine diverso, Platone celebra o condanna Poeti e Poesia.

    Giorgina Busca Gernetti

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