ROBERTO BERTOLDO INTERVISTA SUL PENSIERO DEBOLE a cura di Giorgio Linguaglossa: Crisi del sistema teologico della modernità, Il postmoderno, quindi il postmoderno forte, non finirà – La crisi del soggetto, L’arte è ineliminabile Continuità, discontinuità, invarianti Modello problematologico – Cambio di paradigma – L’arte è ineliminabile – Il poeta non può non farsi carico della complessità del mondo e dei suoi mali, Il Nuovo Realismo

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

Intervista a Roberto Bertoldo a cura di Giorgio Linguaglossa

Domanda: A metà degli anni Ottanta i saggi del volume curato da Pier Aldo Rovatti e Gianni Vattimo (Feltrinelli 1983) sul pensiero debole contribuirono ad introdurre una nuova terminologia: “crisi”, “negativo”, “declino”, “disincanto”, “dismissione” “abbandono, “oblio”, “tragico”, “morte”. Oggi, qual è a tuo parere la costellazione di categorie alla quale dobbiamo fare riferimento per comprendere il mondo che abbiamo intorno?

Risposta: La terminologia a cui si allinea, secondo Gianfranco Marrone, il pensiero debole è evidentemente quella dei filoni filosofici che sono stati raccolti sotto l’egida di una filosofia continentale pretestuosamente unitaria, contrapposta alla presunta filosofia analitica. Parlo di pretestuosità e presunzione perché considero poco attendibile il divario tra filosofia analitica e continentale se non forse a livello linguistico, nel senso che la prima è più metalinguistica, almeno nella versione wittgensteiniana, quella per esempio con cui Wittgenstein apre il Libro…

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di | 5 settembre 2016 · 8:04

6 risposte a “ROBERTO BERTOLDO INTERVISTA SUL PENSIERO DEBOLE a cura di Giorgio Linguaglossa: Crisi del sistema teologico della modernità, Il postmoderno, quindi il postmoderno forte, non finirà – La crisi del soggetto, L’arte è ineliminabile Continuità, discontinuità, invarianti Modello problematologico – Cambio di paradigma – L’arte è ineliminabile – Il poeta non può non farsi carico della complessità del mondo e dei suoi mali, Il Nuovo Realismo

  1. LA CRISI DEL SOGGETTO E LA CRISI DEI LINGUAGGI NARRATIVI

    Il problema della Crisi dei linguaggi e della Crisi del Fondamento a livello filosofico, ha un contraltare e una ricaduta sulla Crisi dei linguaggi poetici e narrativi. Il Soggetto ha finito per non essere altro che un «locutore» e il «locutore» ha cessato di essere «fondatore». Voglio dire che la «caduta dei Fondamenti» ha trascinato con sé anche il crollo del Soggetto cartesiano e dei linguaggi del soggetto.

    Il Soggetto del Dopo il Moderno si è venuto a trovare «sproblematizzato», pensa a se stesso come a un «immediato», un dato. Dal finire degli Anni Dieci del nuovo secolo la crisi economica ha spinto il «soggetto» alla periferia del pensiero, lo ha de-territorializzato e sproblematizzato. La conseguenza sarà l’aggravamento della crisi dei linguaggi poetici e narrativi, la narrazione è diventata biografia romanzata o romanzo biografato e la poesia è diventata interpolazione delle notizie della cronaca usa e getta, commento ironico e giocoso del «reale». Si è di nuovo venuto a ricreare un soggetto debole che non pensa che per stereotipi immediatamente comprensibili alla pubblica opinio (Magrelli, Zeichen, Lamarque e adepti vari).

    La Crisi amministra il soggetto debole secondo le sue esigenze, lo depotenzia, lo isola e lo immobilizza. Il soggetto diventa così un luogo retorico e un luogo ermeneutico, ed il pensiero è costretto ad inseguire il luogo ermeneutico nei suoi tragitti esperienziali. La messa in questione del soggetto lo pone anche fuori questione. Il Soggetto non può più rispondere, non può più elaborare una «poetica» (come afferma Donato di Stasi), al massimo i suoi linguaggi possono «accompagnare» la comprensione del «reale» mediatico. Si finisce per scambiare il concetto di «reale» con quello di «reale mediatico».

    Il capitombolo del logos ha questo di vero: il soggetto si vedrà ormai subordinato al logos, un logos le cui leggi si autonomizzano; il significante viene serializzato e riprodotto in milioni di esemplari. La serializzazione del significante ha finito per far dimenticare il posto del significato. Si è così verificato che non è più importante il significato, di qui la caducazione del «tema». Oggi in arte si parla di tematizzazioni anfibie, né carne né pesce, chatnovel, chatpoetry prelevate direttamente dal «dominio» mediatico. Viene guardato con sospetto qualsiasi «Progetto», grande o piccolo che esso sia.

  2. A parer mio un “grande progetto” non andrebbe preso di petto, ma lasciato scorrere perché come l’acqua saprà aggirare ogni ostacolo. Diversamente, gli ostacoli peseranno su ogni considerazione, su ogni passo in avanti; il futuro s’appesantisce, ancora non c’è ma s’annuncia pieno di ostacoli, che a vederli tutti sembrano insormontabili. Capisco che la critica del cambiamento debba muoversi responsabilmente, tenendo conto del passato, quindi procedendo attraverso la sua svalutazione; ma avendo io l’animo ottimista, fondamentalmente legato alla giostra del presente, dove il futuro s’annuncia retrocedendo, preferisco quando si fa la somma dei passi già compiuti: Govoni, De Palchi e via risalendo, fino a Mario Gabriele. Senza trascurare, ove fosse possibile, di far complimenti per il buono che è stato messo in campo anche nella storia recente della poesia italiana. Sì, tanti complimenti a tutti (però ora dedichiamoci alla pagina bianca che si sta scrivendo). Era nello stile di Charlie “Bird” Parker: se gli si chiedeva di altri sassofonisti, diceva che erano bravissimi, uno più dell’altro. Il mondo culturale sembra talmente tappezzato di orticelli-tutti-belli che non conviene: un grande progetto che passi come fosse autostrada, difficilmente si potrà fare.
    Si capirà che il progetto è grande se è per tutti. Dove i “tutti” non sono solo poeti, perché il salto lo faranno i lettori… se non verran chiamati prima alle armi o cederanno, chi alla disperazione e chi alla rassegnazione. Sai che soddisfazione se ti pubblica Mondadori, ma tra gli zombie?!

  3. Caro Lucio,
    il «Grande Progetto» non può essere «per tutti», ma «per pochi», ma questo lo deciderà non Lo Specchio Mondadori ma gli scritti che resteranno. Io ho fiducia nei lettori. Diceva Mandel’stam negli anni Venti del Novecento: «gli uomini prima o poi trovano sempre quello che cercano…» (vado a memoria)

  4. Giuseppe Talia

    Non per entrare in polemica ma vorrei dire la mia
    .
    1) Se un libro di poesia è valido lo sarà sia se lo pubblico lo Specchio, sia se esce con un piccolo editore. Il valore della poesia non si misura certo dalla multinazionale che lo sponsorizza. Certo, apparentemente, molti autori pubblicati da grandi case editrice peccano in qualità e puzzano di favoritismi. Come anche molti “poco validi” poeti pubblicati da case editrici minori. Quelli di valore, invece, devono accontentarsi del giudizio della Storia, giudizio spesso soggetto al fatalismo, una sorta di sliding doors.

    2) Un grande progetto che riunisca le molteplici voci esistenti nel panorama della poesia italiana e che dia respiro non solo all’arte claustrofobia ma anche, e soprattutto, che smini l’orticello personalistico e individualistico, e allo stesso tempo ridisegni i contorni di un “grande respiro”, pur nella diversità e lunghezza del respiro, ché non tutti abbiamo gli stessi polmoni e lo stesso ritmo respiratorio. Alle stesso modo fare fuori ogni conventicola.

    3) Personalmente, però, non condivido alcuni dei nomi che spesso vengono citati come poeti maggioritari. Il mio è un giudizio personale e non faccio nomi per non polemizzare, ma mi pare che alcuni dei poeti di cui spesso si fa il nome sono ancora alla ricerca di una propria via, non del tutto definita nella loro frammentarietà, fatta di passi avanti ma anche di passi indietro. Io partirei da De Palchi e continuerei con Sagredo, la loro poetica oramai è un monolite, anche se diametralmente opposta. Aggiungo il compianto Lucini.

    Bertoldo abita un’area filosofica. La sua res publica è diventata, a diritto, patrimoniale.

    Donato Di Stasi ha toccato molti nervi scoperti e indicato alcune soluzioni pragmatiche e identitarie che bisognerebbe tenere in conto.

  5. antonio sagredo

    Quando si dice di “pensiero debole” per associazione mi riferisco agli elettroni deboli, che pensiero non hanno eppure si comportano con debolezza, senza saper nulla di debolezza, eppure sono efficacemente deboli in tutto, specie il loro “spin” che è così trasversale che non si può misurare esattamente… e allora credo che sia roba da intellettuali e non da fisici, parlarne a più non posso… e non posso tacere nemmeno i magistrali testi di Barthes Roland che non possedevano alcuna debolezza, se non quella di essere indimenticabili… il “pensiero debole” non esiste affatto! — riguardo a Talia lo ringrazio… scrivevo tempo fa a Giorgio che io in un attacco di sublime presunzione dicevo dei miei versi che possiedono una sublimità che la poesia italiana da tempo immemore – non immemoriale – aveva smarrito – il mio guaio è che ne sono consapevole – Almerghi che ha cervello fine come quello di un contadino comprende bene che la mia Poesia è in buona fede, e anche se oscura (ma non lo è) è sempre in buona fede: fede come riconoscenza che mi è stata donata.

  6. Giuseppe Talia

    Caro Antonio, anche io penso che la tua poesia sia in buona fede, dopo un momento di smarrimento, mio, dovuto forse a un certo fastidio provocato da una Tua sovraesposizione mediatica. La prima volta che ti lessi sull’Ombra, nel 2014, pensai che ci fossero delle affinità tra il mio modo di comporre e il tuo. Diciamo affinità semantica, ironica, umoristica e anche umorale. Ecco perché spesso mi rivolgo a te con l’appellativo di Pater. La grande differenza tra noi è che tu sei ormai libero e liberato, io, invece, ancora costretto in una forma che non è la mia, e all’interno di questa forma- struttura cerco di “tellurizzare”, come scrive Linguaglossa, il sostrato, l’impertinente moto della più vera e costante realtà.
    So che i miei limiti sono logistici, esperienziali, lavorativi, esistenziali e che lo scavo, sebbene abbia forato lo strato più superficiale della crosta è al momento fermo al mantello e non è arrivato al nucleo centrale. Ma in tutto questo credo di aver abbozzato una sorta di poetica, la mia musa last minute è sicuramente funzionale ai tempi, con la “misteriosa leggerezza” di cui ha scritto Ubaldo De Robertis, arriva velocemente e velocemente scompare.

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