PITTURA E POESIA Rosario La Polla – Gino Rago. Noi siamo qui per Ecuba:   metafora delle vittime – Rimane lei per sempre la Regina, Il figlio d’un eroe spaventa i vincitori, Noi siamo qui per  Ecuba –  Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e Commento di Mariella Colonna

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Note sulla cartella “Ecuba”- Pittura e Poesia Rosario La Polla – Gino Rago.
Caratteristiche delle opere grafiche della cartella “Ecuba”.
Disegni originali ideati ed eseguiti per il presente progetto editoriale – digitalizzati in base
monocroma nera su cartoncino «Tintoretto» – interamente e singolarmente acquarellati a mano dall’Autore e retouché con matita litografica – Tirati in 75 esemplari – cm 33 x 48

Nota di Gino Rago  

Noi siamo qui per Ecuba:  « metafora delle vittime »

Le liriche dedicate a Troia si basano sul destino dei vinti; meglio, sulla sorte delle donne quando sono ridotte a « bottini di guerra ».

Nelle liriche, l’orrore si focalizza nella prospettiva delle vittime, dei  loro corpi umiliati, spogliati  delle loro identità.

Ilio  in fiamme dunque è da intendere come luogo archetipico del saccheggio, della distruzione, dei crimini di guerra, della  deriva di una terra devastata e di un popolo calpestato.

Il destino dei vinti, né omerico, né euripideo, viene seguito nell’articolazione di una sorta di défilé di tre figure femminili emblematiche: Andromaca, Cassandra e soprattutto Ecuba, su cui incombe il trauma della partenza verso un altrove di schiavitù e miseria, nella certezza che nessun tribunale di guerra potrà mai riparare la catastrofe di queste donne (« Ecco, piego  questo mio vecchio corpo/ e batto la terra con le mani», un esempio della potenza di Ecuba.)

Noi siamo qui per Ecuba è paradigma su cui meditare e modello da riattraversare fino  alle riscritture prossime a noi  a riflettere gli snodi traumatici del Novecento: Troiane di Franz Werfel  (1914 e 1920); Troiane di J.P. Sartre (1964); Troiane di Suzuki Kadasci (1977) in cui  i fantasmi del mito “ripetono e insieme rappresentano le atroci esperienze di vite offese e di corpi violati” (D. Susanetti), al di là dei confini dello spazio e del tempo, perché il mito antico è metodo per dare significato e forma alla caotica, altrimenti  indicibile,  realtà del presente. Da qui, il “metodo mitico”, nel poemetto espresso per “frammenti”.

Ma in quale teatro d’azione Ecuba, Elena e Andromaca  agiscono nelle liriche a comporre il poema/ciclo di Troia “Noi siamo qui per Ecuba”?

Per una attendibile definizione del perimetro, o dello scenario  d’azione delle tre  onne non si può prescindere dalle memorie dello Schliemann, l’archeologo cui viene attribuita la scoperta di Troia come acme d’una vita interamente consacrata a trarre dalla leggenda una  storica verità.

Nelle sue memorie Schliemann scrive: «(…) Secondo Omero, Troia è vicina al mare, di fronte all’isola di Tenedo e il suo orizzonte va dalla vetta di Samotracia – ove ha sede Poseidon –  al monte Ida dove siede Zeus. I Greci sono accampati presso il mare; la città non deve essere lontana; ogni sera i Greci tornano all’accampamento e i Troiani tornano in città. Quando Priamo va al campo greco a riscattare il corpo di Ettore, raggiunge il campo durante la nottata. Tra i Greci e i Troiani scorre lo Scamandro. Ettore una volta oltrepassa il fiume e si accampa dall’altra parte, facendosi mandare dalla sua città le cibarie; e Agamennone sente i suoni di flauto e vede le luci del campo troiano dalla sua tenda. Sotto Troia si udivano scorrere due sorgenti, una fredda e una tiepida. In questo paesaggio soltanto Achille poteva essere in grado di inseguire Ettore tre volte di corsa intorno alla città… Perciò la mia attenzione si fissò sulla collina, assai prossima al mare, detta Hissarlik…»

Il poema “Noi siamo qui per Ecuba” adotta  queste memorie a base del  teatro, dello scenario d’azione in cui Ecuba e le altre agiscono , ancorché  nel tratteggiare Ecuba debba segnalare che non ho mai perso di vista l’Ecuba dantesca del XXX Canto dell’Inferno:

«…Ecuba trista, misera e cattiva,/ poscia che vide Polissena morta,/ e del suo Polidoro in su la riva/ del mar si fu la dolorosa accorta,/ forsennata latrò sì come un cane;/ tanto il dolor le fé la mente torta».

Ecuba, figlia di Dimante, fu la seconda e fecondissima moglie di Priamo, re di Troia, cui diede 19 figli, morti quasi tutti nel corso o appena dopo la guerra contro i Greci. Caduta Ilio, fu schiava di Ulisse.

                                                                                                               Roma,  gennaio 2013

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Rosario La Polla CoverCommento impolitico di Giorgio Linguaglossa

 Il poeta Gino Rago e il pittore Rosario La Polla «cantano» per volere di Mnemosyne. Ed ecco l’Estraneo che si avvicina e il «mito» che ritorna. E all’approssimarsi dell’Estraneo (Unheimlich), le nottole del tramonto singhiozzano. E all’approssimarsi del «mito», il tempo ritrova se stesso dopo l’Oblio della Memoria.

La poesia di Gino Rago proviene da Mnemosyne e dall’Oblio della Memoria, dal periechon (dall’infinito della periferia, e quindi del «divino», secondo il pensiero dei greci), dalla perdita dell’Origine e dalla perdita della Patria (Heimat). La sua poesia è il volto codificato del dolore. Il duplice moto di andata e ritorno dal sacro al profano, e viceversa, caratterizza il nunc e l’hic dell’evento che si dà per noi, nella singolarità di un accadimento irripetibile. La guerra di Troia assume l’aspetto di simbolo di tutte le guerre e di tutti gli eccidi della storia umana. La rivisitazione del mito è fatta dalla parte delle donne, delle perdenti, dalla parte di Ecuba, moglie di Priamo e regina di Troia, madre di 19 figli. Il tum dà profondità al nunc per rifrazione e sedimentazione del tempo, e l‘hic, il qui, rivela la singolarità dell’evento. «Nell’evento lo spazio e il tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario, che solo nell’evento rompe la continuità della durata e si rivela come istante, perché solo nell’evento il nunc ha contro di sé l’infinità circoscrivente del semper e fa centro, e il punto non è isolabile se non in una convergenza […] Il tempo circolare è il tempo continuo e infinitamente divisibile del logos, dove nessun istante è isolabile, perché in ognuno il principio coincide con la fine… Ciò è vero anche per il mito dell’eterno ritorno, che fin che è mito, ha sempre valore escatologico… Non appena il logos prevale sul mito, la coscienza religiosa lo sente come un’oppressione e cerca l’evasione nella rottura del ciclo e nell’unione definitiva con l’Uno».1

«Ciò che è Perduto non può essere ritrovato se non nella forma di “frammento”, che non indica il Tutto se non come un tutto frammentato e disperso. Di qui il “dolore” della poesia».

La gestualità statuaria di Ecuba di Rosario La Polla narra il mito, fissato e immobilizzato nell’eternità del tempo del «sacro». Il nunc è il tempo della mancanza, della povertà.  Il mito invece è narrazione del tempo del tunc. Sia La Polla sia Gino Rago sono i cantori delle gesta del «sacro». È qui che la storia prende forma nelle vesti striate e multicolori della figura di Ecuba tracciata dal pittore di Trebisacce.  La «Forma» è nella magia del colore. La «Forma» è ciò che rimane. Con le parole di Gino Rago: «lei per sempre la Regina», Ecuba e tutte le donne violentate e fatte schiave di tutti i tempi della storia umana. Negli occhi della «Regina» il tempo si ferma, si irrigidisce nel volto deformato dal dolore.

1 Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte 1968, Neri Pozza, p.36.37

2 Michel Foucault Le parole e le cose 1975 p. 139

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Poesie di Gino Rago
Rimane lei per sempre la Regina

Di fronte a noi si muove il re spartano.
A Telemaco vanta le molte virtù e l’astuzia del padre
per la cava insidia nel cavallo di legno. Fatale
ai Troiani ma che gli Achei sottrasse alla rovina.
Noi non siamo qui per Menelao.
Né siamo qui per Elena.
L’amante fuggiasca
che nonostante i crolli, i lutti, le rovine,
il sangue – per dieci anni a correre
ai bordi d’ogni corpo –
sul trono a Sparta siede ancora da regina.
Noi siamo qui per Ecuba,
la sposa ormai prona al suo destino,
la madre a ignorare l’inganno delle dee. Afrodite,
Era e Atena hanno di Paride fatto inerme preda.
«Eppure in cuor mio un tempo amavo i Greci.
Oggi hanno il fuoco negli occhi. Che fine hanno fatto
il rispetto dei vinti, la pietà, la sosta sulle ceneri dei morti.
Chi più ricorda il gesto moderato. L’armonia delle forme …
Sorelle d’Ilio. Fare senno pure nel male. A ciò tutte vi esorto.
Fare senno anche nella sventura. Conviene
alla calma, alla saggezza dopo la disfatta.»
Così la donna china sulla riva si rivolge a tutte le troiane.
Alle spose ferite nell’onore. (Gli sguardi opachi verso terre ignote).
Alle figlie d’Ilio (nel delirio turpe dei guerrieri vincitori).

Le mura franate. I cadaveri umiliati. Il Palazzo violato.
Priamo sgozzato. Lo scettro del Re frantumato…
Noi siamo qui per Ecuba ora che tutto perde.
Ma pure con il passo incerto sulla rena
rimane lei per sempre la Regina.

.
Il figlio d’un eroe spaventa i vincitori

Ecuba ripudia il vecchio corpo.
Raschia la terra con le mani.
Si lacera il seno di fronte al bimbo morto.
Evoca la voce dei defunti
prima dei giorni della schiavitù.
Noi con Ecuba attendiamo Aurora.
La dea dalle ali bianche diffonde il giorno
chiaro sulla città in fiamme.
Le coste risuonano di morte.
L’urlo di Priamo si strozza nella gorgia
dinanzi alle sue terre a ferro
e a fuoco. Noi siamo qui per Ecuba
già nelle fiamme del rogo finale.
Nuvole di polvere tagliano l’azzurro.
Trono, palazzo, torri merlate:
un tonfo di frantumi su macerie ardenti.
Ilio è un nome scritto sulla cenere.
I troiani senza numero periscono
per i capricci di un’unica donna.
Nemmeno Astianatte viene risparmiato:
il figlio di un eroe spaventa i vincitori.
Noi siamo qui per Ecuba.
Cos’altro ancora manca al suo disastro
perché gli Achei lo sentano completo…
La dimora della Bellezza va in fumo.
La casa dell’amore si sfarina.
La fiamma greca incenerisce Troia.
La Regina sul baratro maledice Atena.
E Thanatos danza
sull’uniforme grido dei frammenti.

 

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Noi siamo qui per Ecuba

Paride amò nel talamo di Troia
senza mai saperlo
forse un’idea. Una chioma di cenere.
Una nuvola di nulla. Un cirro.
Senza carne.
Noi siamo qui per Ecuba. Tutto le fu tolto
per una bolla d’aria. Dissennato
il massacro sull’Acropoli
per la spartana rapita. Una sposa fuggiasca.
Sbarcò da Priamo come il simulacro
della bella regnante di Sparta.
A suo dire mossa dall’Olimpo
come fuoco nel sangue o fremito nei lombi
Elena non è mai giunta a Troia.
Una città mangiata dalle fiamme.
Siamo qui per la saggia compagna del suo Re.
Sconfitta va verso la nave.
Lo sguardo fisso nell’occhio dell’Acheo.
Quasi a sfida delle avverse dee
nel disastro aduna sulle schiave
la gloria d’Ilio. Eterna come il mare.
La donna. Ormai bottino di guerra.
La madre. Sulle ceneri.
La Regina. Sul baratro.
Noi siamo qui per Ecuba.
L’unica a sentire che Ilio è la sua anima.
Giammai sarà inghiottita dall’oblio.
Per tutto il tempo viva.
Di cetra in cetra. Da Oriente a Occidente.
Quel sangue prillerà nel canto dei poeti.
Arrosserà per sempre il porfido del mondo.
L’unghia dell’Aurora è già sull’orizzonte.
Perentoria schiocca la frusta di Odisseo
alla sua vela : « Si vada verso l’Isola…»
L’inno dei forti piega le Troiane. Si stacca dalla costa.
E sulla morte resta il gocciolio dell’onda.

grecia Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

commento di Mariella Colonna

Nell’evocare le vicende di Troia la poesia di Gino Rago è un prodigioso e vertiginoso scorrere di parole – ombra in cui l’assenza dell’evento ormai divorato dal tempo si materializza immediatamente nella presenza “ontologica” dentro il corpo la mente l’anima del lettore, qui adesso: chi riesce a leggerla senza lasciarsi “incantare” dal primo livello di significato delle parole che generano la propria ombra, cioè il mistero che racchiudono, entra nel mondo richiamato in vita dal poeta: chi legge il Ciclo di Troia a cuore aperto è già dentro la città in fiamme, sente l’odore acre del fumo, dei corpi bruciati, brancola nel buio alla ricerca dei sopravvissuti, inciampa nei massi e nelle pietre che si staccano dalle mura e dai palazzi assaliti dalla furia del nemico…poi incontra Ecuba piegata che batte la terra con le mani mentre evoca la forza dei defunti e si ferma a contemplare l’icona statuaria di questa Madre che non teme la morte (come un’altra Madre certamente più cara ma non più drammaticamente “vera” di Ecuba) anzi invoca e quasi richiama indietro i morti con la forza dell’amore che è più forte della morte, sempre sul piano dell’essere dominante nell’epica di Rago, al di là dell’evento storico. Qui adesso, non ieri o l’altro giorno, ho incontrato Ecuba per la prima volta nella mia vita culturale e reale, avrei voluto consolarla, avvolgerla nell’abbraccio dell’amore oltre il tempo ma avrei abbracciato me stessa…ho atteso l’Aurora, la bella dea della luce che esalta la devastazione delle rovine Troia, ma ne fa risaltare la drammatica realtà più forte del tempo e dell’oblio che tutto cancellano: Troia diventa così l’emblema di una civiltà violentata dalla civiltà successiva, da piangere e rimpiangere per la grandezza dei suoi personaggi ed eroi. Ettore, il più grande guerriero troiano, trova la morte per mano di Achille, dopo aver varcato le fontane di fuoco e di ghiaccio presso la torre di Priamo e il suo cadavere viene gettato in pasto agli uccelli. Priamo mortoAstianatte scagliato con furia per le mura d’Ilio / per dare fine alla stirpe troiana…Incendiate le Mura,distrutti i sacri Lari/ perduti affetti e beni“Noi siamo qui per Ecuba”è l’affermazione del poeta, che incide con parole solenni la presenza collettiva (noi) di quelli che provano il suo stesso dolore e la sua meraviglia di fronte al coraggio di una vecchia Regina che ora, nella notte dei secoli, è diventata soltanto se stessa sul piano dell’essere ed è vittima dei più astuti, non dei più forti: una moglie e una Madre in cui si raccolgono coralmente le Madri che sanno amare oltre se stesse e gli affetti terreni, diventando simbolo di tutta la comunità e della terra dove hanno vissuto, messo radici, fatto nascere e pianto generazioni di uomini e di eroi. Questa notte dei tempi che Gino Rago ci fa rivivere nella sua piena e complessa drammaticità ha la potenza di un vulcano che arriva fino a noi in continua eruzione di fuoco lava pietre incandescenti, ci fa sentire nel corpo e nell’anima fino a che punto sia aberrante e assurda la morte in guerra che rende disumani vincitori e vinti: infatti uno dei miti vuole che la stessa Ecuba, che a Troia ci si presenta come una statua di fronte all’eterno, fatta schiava da Ulisse, raggiunto il Chersoneso Tracico, abbia vendicato la morte dell’ultimo figlio Palinuro accecando il traditore Polimestore e facendone uccidere i figli. Questi sono i frutti della violenza folle che spesso rende folli i persecutori  e le vittime. 

Giorgio Linguaglossa su L’Ombra delle parole un anno fa definiva Gino Rago poeta del Mediterraneo: essendo la sua civiltà ideale tramontata per sempre… di qui… nel poeta prende vita la ricerca di una patria ideale da far rivivere con l’ausilio della poesia. E la sua patria Rago la ritrova nel passato mitico della guerra di Troia e nelle sventure delle donne di quella città.

Ma, leggendo altre poesie di Rago ci accorgiamo che, al dramma della civiltà omerica rappresentato nell’Iliade, il poeta associa la consapevolezza di quanto sia generosa oggi la natura della sua terra e di quelli che la abitano…in Fatelo sapere alla Regina: …Siamo ricchi di noi/ dei profumi del sole nelle primavere…Olio e ferite, vino e fatica,/ festa e camicia pulita,/vento fanciullo a danzare/ nell’erba, amore nelle mani/ quando cercano/ altre mani, oblio d’anemoni/ sui nervi delle pietre…

Ecco il contrasto, inciso a colpi di scalpello tra l’ombra profonda del passato con l’epica del dolore che annienta e dell’amore coraggioso che riscatta e la gioia incandescente di sentirsi figlio di una terra dove il sole ha fatto crescere le spighe mosse dal vento, dove si lavora con fatica ma si riprende forza con un bicchiere di vino, dove si è ricchi di se stessi per i canti del cuore/ la saggezza del pane, la quieta/ sapienza del sale:/ per le sciabole/ rosse dei papaveri nel grano. In questa dialettica scultorea tra ombra e luce, tra parole – ombra per evocare e far rivivere il passato e parole – sole e natura  Gino Rago offre in dono al lettore la gioia di esserci, oggi – e senza nostalgie o falsi miti che allontanino dalla meraviglia e dal mistero di esistere.

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Gino Rago

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989),Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Sue poesie sono presenti nelle Antologie curate da Giorgio Linguaglossa Poeti del Sud (EdiLazio, 2015) Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016)   Email:  ragogino@libero.it

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Mariella Colonna

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

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78 commenti

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78 risposte a “PITTURA E POESIA Rosario La Polla – Gino Rago. Noi siamo qui per Ecuba:   metafora delle vittime – Rimane lei per sempre la Regina, Il figlio d’un eroe spaventa i vincitori, Noi siamo qui per  Ecuba –  Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa e Commento di Mariella Colonna

  1. Gino Rago è un autore dal doppio DNA legato al Mito e ad una onomastica di personaggi protagonisti di fatti, eventi, e tragedie, che si ribaltano nella nostra realtà quotidiana e sociale, formattando il secondo DNA in un liberalissimo uso del frammento all’interno della struttura narrante. Caso unico direi, non riscontrabile, se non in pochi casi, nella poesia italiana se non in Letizia Leone, che richiama soggetti storici, come nel suo volume Rose e Detriti. Scenari teatrali e un fluire linguistico da aedo caratterizzano la poesia di Gino Rago che mette in prima linea scene di libertà violate, amore e amicizia, che sono poi l’humus della nostra storia passata e presente.Una poesia questa che si traduce come un allarme nella nostra esistenza e un ulteriore scavo del linguaggio sulla morte e sulla vita.

  2. gino rago

    Caro Mario Gabriele,
    non sei soltanto il Maestro di poesia a noi noto ma anche maestro di lettura e, quel che più conta, maestro d’interpretazione del mio verso per la capacità (rara) di entrare nella carne, nell’anima, nel sangue della mia poesia, in questa particolare e sentitissima mia stagione lirica
    Saperti mio compagno di viaggio riesce a darmi forza… Grazie
    Gino Rago

  3. Non credo di profanare il tempio se dico che “Noi siamo qui per Ecuba” è scritta con la freschezza e il dinamismo della migliore cinematografia. I disegni che qui vedo, di Rosario La Polla, nel loro essere statuari ( come ha giustamente fatto notare LInguaglossa) ne sono degna cornice: come cartelli inseriti nelle sequenze fissano il tono drammatico, e l’amore violato, la tanta bellezza, nel sentimento umano, che è vicenda viva e attuale.

  4. gino rago

    Caro Lucio Mayoor Tosi,
    ogni volta ci sorprendi per gli approdi che riesci a dare ai tuoi commenti nei quali, com’è anche oggi sui miei versi, l’educazione alla bellezza attraverso le arti plastiche e figurative e l’educazione letteraria trovano sempre un felice punto di fusione: ogni verso compiuto nelle tre liriche della cartella è chiamato a farsi immagine, a volte anche immagine metaforica, in modo che il lettore senta e veda lo scenario in cui il soggetto opera e agisce, amando, soffrendo; in cui viva o muoia come se fosse all’alba del mondo…
    Le meditazioni figurative di Rosario La Polla hanno una sorta di sacralità.
    Giorgio Linguaglossa le ha ben colte nella sua presentazione, come giustamente segnali tu, caro Lucio.

    Gino Rago

  5. IN CAMMINO PER ABITARE UNA DISTANZA, VERSO UN RICOMINCIAMENTO CHE È UN ABITARE L’APPROSSIMARSI A CIO CHE ABBIAMO DIMENTICATO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18284

    L’oltre è un soffermarsi presso la linea: visualizzarne in altro modo l’intorno, Identificare, costruire, attraverso l’uso che facciamo del linguaggio, uno spazio di gioco, un’abitabilità. Mettersi in ascolto non di un “canto” sepolto e originario, bensì di un “groviglio” di significati…
    (Pier Aldo Rovatti)

    Il carattere metafisico di questo «abitare la distanza» della poesia di un Gino Rago o di una Donatella Costantina Giancaspero ci dice qualcosa di importante, ci dice che non dobbiamo perché non possiamo più «abitare» la landa che conosciamo e riconosciamo bensì quella che non conosciamo più perché la abbiamo dimenticata. Non più un pensiero positivo dunque, né un pensiero negativo ma un pensiero che pensa ascoltando e un ascolto che pensa guardando e sognando. «Abitare la distanza» temporale che ci divide dagli eventi della guerra di Troia non significa evasione nel bel sogno aproblematico ma comporta un atto irrinunciabile di ricominciamento e di ripensamento, comporta una nuova messa a punto della nostra ontologia estetica e della nostra ontologia tutta, un ricominciare che è un debito da saldare e un credito da accendere, un ripensare ciò che siamo diventati. Significa accendere una ipoteca per una nuova ontologia estetica.

    «Abitare» ha a che fare con la pratica di una poesia che non si comporta come atto politico ma che si consegna interamente ad un atto impolitico e anacronistico, diventare nudi per poter rivestirsi, lasciarsi alle spalle il peso dell’ovvio, lasciare cadere tutte le zavorre che ci hanno appesantito durante il viaggio di avvicinamento a questa «distanza» incolmabile.
    Adesso sì, lo sappiamo, possiamo abitare con Ecuba e con Andromaca le nostre ancestrali sorelle dimenticate. La distanza che ci separa da queste figure misura la dimenticanza che abbiamo eretto, e allora non ci resta altro da fare che ripercorrere all’indietro la «distanza» per poter guardare davanti a noi.

    È questo il tratto profondamente impolitico della poesia di un Gino Rago, questo non volere più essere quel Soggetto parlante che locupletava un discorso pieno di neutralità quanto un discorso che abita uno spazio e un tempo che sono diventati anacronistici. Il luogo della poesia non è il luogo di una proprietà privata, non ha nulla a che fare con il possesso e con l’effrazione del possesso, non ha nulla a che fare con il gioco delle categorie potenti e con il pensiero categoriale che tutto vuole possedere e dominare. La poesia oggi è diventata quel luogo debole che abita uno spazio debole, infermo, che si colloca tra l’insignificanza e la dimenticanza.

    Il «deserto tascabile» delle ontologie estetiche che adottano la categoria della mimesis, non ci convince più, dobbiamo tornare ad innaffiare con l’acqua del dubbio e della ricerca quel deserto dal quale non può che nascere gramigna e gramaglie. Tutte le parole sono pensanti e pesanti, Gino Rago e Donatella Costantina Giancaspero lo sanno bene, sanno qual è l’imbonimento della parola leggera e irresponsabile che ha avvelenato i pozzi della poesia del secondo novecento, Essi sanno qual è il peccato capitale della poesia che ha eretto la de-responsabilizzazione e la leggerezza a chiave del nostro abitare il mondo, e cambiano strada, costruiscono il telefono della comunicazione tra passato e presente, gettano i ponti di una poesia dell’Avvenire, per una poesia che abiti lo spazio del pudore e della riservatezza.

    Bisogna lavorare dentro la parola stessa, scavare in essa una distanza e una convergenza, una convergenza parallela, una dimora instabile e debole, ma pur sempre una dimora. Portare tutte le parole «oltre la linea», oltre la propria soglia di significazione, oltre se stesse, lasciare che le parole risalgano la corrente della dimenticanza e ci portino verso l’Origine dimenticata, in prossimità dell’ente da cui un tempo lontano siamo partiti.

    Per una pratica della poesia che indichi un «abitare» in prossimità di un «qualcosa» che ci sfugge, e ci sfugge perché si sottrae, pratica di un abitare che è un creare spazi, intercapedini, luoghi inesplorati e considerati disutili perché dimenticati e rimossi dal pensiero dominante.

    Quello che ci racconta la poesia è un’estraneità con noi stessi, di più, una estimità da noi stessi, qualcosa che sta fuori e dentro di noi e che non possiamo abitare se non mediante una coabitazione forzata e forzosa, una coabitazione con l’Estraneo, quella dimensione inquietante della familiarità dell’Estraneo che altro non è che la estraneità del familiare…

    Simbolizzare l’immaginario e immaginare il simbolico ha detto una volta Lacan, che altro è se non rimetaforizzare il nominabile mediante uno scarto, uno spazio di senso, mediante la re-introduzione di una distanza? Potremmo e dovremmo far nostro questo intendimento per una poesia che abbia finalmente dismesso ogni atto di padronanza categoriale e si affidi senza le remore della letterarietà al linguaggio codificato e ammutolito della tradizione letteraria. Affidarsi quindi alla parola colta nel suo peso specifico, al suo tempo interno e al suo battito cardiaco, nel suo tragitto di ritorno verso l’ente dal quale un tempo lontano ha preso congedo…

  6. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18285
    Mariella Colonna e Giorgio Linguaglossa, sebbene entro registri espressivi
    differenti, possiedono non comuni doti di capacità ermeneutiche verso la poesia contemporanea. Verso la mia, poi, verso in particolare le tre liriche
    della cartella “Ecuba”,realizzata con l’Artista Rosario La Polla,( tre liriche per la verità tenute a battesimo da Flavio Almerighi, nella sua delicata amArgine), sia Mariella Colonna, sia Giorgio Linguaglossa si muovono nella
    consapevolezza del passaggio dall’Età Aristocratica (degli dèi) all’Età Democratica (degli eroi) e infine all’Età Caotica (degli uomini) della Storia della Letteratura e della Poesia occidentali, come ha saputo indicare
    Harold Bloom ne “Il Canone occidentale”.
    E Giorgio Linguaglossa e Mariella Colonna ne sono profondamente consapevoli. Siamo nell’Età Caotica della poesia occidentale e al poeta contemporaneo non credo che restino tanti modi per sottrarsi alla
    “sindrome dell’influenza”, ovvero al rischio incombente dell’epigonismo
    poetico. Basti pensare a ciò che hanno saputo fare anche sui Neruda e sui Pessoa i versi di “Quando i lillà fiorivano l’ultima volta nel prato davanti casa” di Walt Whitman, salvo poi trovare una propria strada, soprattutto Pessoa con Ode Marittima.
    Consapevole come ne è e da tempo Giorgio Linguaglossa individua e indica una rotta, un sentiero, un percorso a tutti noi nel precedente
    magistrale commento ai miei versi d’oggi. Sapremo approdare a qualche esito non epigonico? E’ questa la grande scommessa per tutti noi. Ma Mario Gabriele nel suo commento, commovendomi e responsabilizzandomi, sui miei versi ha impiegato un’espressione di fuoco
    e di responsabilizzazione “un caso unico” nella poesia contemporanea…

    Gino Rago

  7. antonio sagredo

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18288 come se fosse Ecuba a parlarmi:

    VOGLIO

    sul mio capo: serti di Mirto!
    sulla soglia paterna: rami di Cipresso!
    la mia salma: su un giaciglio di fronde!
    e ramoscelli di… Origano! Maggiorana! Genziana!

    antonio sagredo
    Vermicino, 3/4 aprile 2007
    ———————————————————————————-
    dedico questi miei versi a Gino:

    Cirene, Ker… o il mito?

    Mi assillava il Vuoto irregolare all’ora sesta
    e la domestica ombra delle Naiadi in calore.
    Era cinta alla lingua delle api la loro caccia,
    alla carcassa di un leone e della sua criniera.

    Le braci di potassio negli occhi di Diomede
    e le sue cavalle infuriate che divorano gli uomini
    sono corone in cenere di mirto sparse sullo Ionio.
    Sono stragi – per Euridice morsa da un serpente!

    Lo spettro orfico si gingilla di passi e di sguardi,
    cancella le tracce sulle piante e le orme di Mefisto.
    La cetra non sa l’estasi del dubbio e la pietà infernale
    che distrugge il canto per un ritorno irrevocabile.

    E non sai se sono zoccoli nel bosco e corna del grigio frate
    che contriti battono la sua parola e la pungente luce – e ora,
    basta! Tersite, il codardo, intona un Te Deum e gioca ai dadi,
    e dal suo volto ciondola la tossica armilla di una smorfia.

    Antonio Sagredo
    13/17 novembre 2011
    —————————————————————————————

    • gino rago

      Il tono mitico-elegiaco-orfico dei tuoi versi a me dedicati, caro Antonio Sagredo, è un dono tanto intenso quanto inatteso. Quel tono, fondendosi con un pathos sapientemente e squisitamente controllato, approda a un esito poetico generale che per dignità estetica complessiva del componimento un pò mi riconduce al meglio di Wordsworth, dalla critica
      letteraria più competente considerato il poeta che inaugura la poesia moderna, con al centro l’indistruttibilità della dignità umana, anche se tu dici che “La cetra non sa l’estasi del dubbio…”, dubbio però messo in fuga dalla certezza di desiderarti – in quell’evento…- “su un giaciglio di fronde…”
      Gino Rago

  8. Donatella Costantina Giancaspero

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18289 «Noi siamo qui per Ecuba»… E siamo qui, noi che cerchiamo poesia, per condividere la stessa strada: quella indicata da questi eccellenti versi di Gino Rago, quella che sintetizza con chiarezza Giorgio Linguaglossa nei suoi commenti, qui come altrove, col fine ultimo di delineare la Nuova Ontologia estetica.
    Tra gli altri luoghi, la strada condivisa vuole condurci alla «distanza»: una dimensione in cui, come accade in queste poesie di Gino Rago, rivive il mito. Ma l’intento è quello di indurci a guardare oltre, fuori dai suoi confini spazio-temporali: il mito oltre il mito si fa «distanza nella distanza», tale, dunque, da poter significare la nostra realtà presente. In questo senso, la «distanza» può farsi «vicinanza». Eppure, non è così facile come sembra avvicinare a noi la «distanza»; in genere la accostiamo in modo problematico. La avvistiamo a tratti, per frammenti, tra le nebbie della memoria, dove affiorano i contorni di ciò che non sapevamo essere, di ciò che non sapevamo avere. La visione è confusa, inquietante… Ma forse è proprio in questo spaesamento che la nostra strada incrocia la poesia.

  9. gino rago

    “Ma forse è proprio in questo spaesamento che la nostra strada incrocia la poesia.”. E’, cara Donatella Costantina, un’idea folgorante di cui ti sono grato, anche se questa idea circola, insieme con l’idea del labirinto e con l’idea delle ombre nella caverna di Platone,come idea-guida nella bottega-laboratorio di poesia di Giorgio Linguaglossa e de L’Ombra delle Parole,
    per un ricominciamento poetico a partire da una sorta di tabula rasa della
    nostra poesia.
    Altra idea forte nel commento di Donatella Costantina Giancaspero è “il
    mito oltre il mito si fa distanza nella distanza…” affinché ” la distanza ”
    possa “farsi vicinanza”… E’ una chiamata alle Armi. E’ un invito alla mobilitazione generale. Una nuova poesia e una nuova ontologia estetica sono possibili. Ma occorre una forte assunzione di nuove responsabilità
    nelle ricerche poetiche…
    Gino Rago

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18293
    Il commento di Donatella Costantina Giancaspero mi ha richiamato alla memoria questa storiella.

    Una famosa storia zen:

    Un monaco aveva a lungo studiato e meditato per raggiungere il nirvana.
    Ma senza successo.
    Convinto di aver fallito il suo scopo, una notte si recò al pozzo per attingere l’acqua con un vecchio secchio di legno.
    Tornando indietro, si accorse che l’immagine della luna si rifletteva nell’acqua del secchio.
    Si fermò ad ammirarla come in uno specchio.
    All’improvviso il manico si spezzò, il secchio cadde a terra e l’acqua si disperse, e, con essa, scomparve l’immagine della luna.
    Non più acqua, non più luna…
    il monaco ebbe un’intuizione della verità
    “.

    La mia interpretazione:

    All’improvviso, accade l’impensato: si spezza il manico, e l’acqua contenuta nel secchio scompare, si perde a terra, e con essa scompare l’immagine riflessa della luna. Allora, è il vuoto del secchio che rivela la verità della immagine della luna. È il vuoto che rivela qualcosa. Senza il vuoto nel secchio avremmo creduto che l’immagine riflessa fosse vera; in realtà si trattava di un inganno dei nostri sensi, la vera realtà è il vuoto che si forma nel secchio. È il vuoto che ci rivela di che stoffa è fatto l’inganno del reale.

    Adesso, ho capito. Per imparare a vedere le cose veramente, occorre fare «vuoto», abbandonare il «pieno», restare con un secchio vuoto in mano.

  11. IL VUOTO CHE CI ACCOMPAGNA È UN REGALO DEL CIELO
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18296
    caro Lucio Mayoor Tosi,
    C’è un eccesso di forza, un eccesso di volontà, un eccesso di illuminazione nelle categorie forti che sono cadute in disuso e che hanno prodotto la cecità da cui siamo avvolti… ed è a partire da questo crollo che la «nuova poesia ontologica» vuole ripartire ricollocando i «frammenti» in un nuovo ordine o disordine molto lontani dall’ordine imposto dalle categorie presuntivamente considerate forti e totalizzanti.
    Direi ai cari amici competitor Claudio Borghi e Salvatore Martino che non dobbiamo avere timore di lasciare gli abiti dismessi sull’appendiabiti. In fin dei conti «il vuoto che ci accompagna / è un regalo del cielo».

    • “competitor” (che sono certa tu hai usato in nome dell’ironia di cui ti so ben capace) credo non sia esatto, se riferito ai due poeti che hai citato, caro Giorgio. Di fatto hai sempre detto e scritto che la poesia non è qualcosa che preveda la presenza né di concorrenti, né di avversari, o così si spera. Mi permetto solo di dire che i due nomi che hai fatto, ovvero Claudio Borghi e Salvatore Martino, svolgono un ruolo importante nell’equilibrio delle tue condivisioni; ovvero, esprimendo un parere differente, permettono al lettore di farsi una opinione più precisa sull’argomento trattato. E tu sai bene quanto importante sia, in una Rivista di livello, la presenza di più punti di vista. Dunque ben vengano tutti coloro i quali apertamente condividono le idee qui proposte, ma ben vengano due volte coloro i quali, di contro, dissentono, non per partito preso, sia chiaro, ma argomentando con capacità (e ti dico solo che Borghi ha avuto la gentilezza di leggere il mio Anamòrfosi e, pur non amando particolarmente quel tipo di poesia, ha scritto una nota impeccabile e mai “di parte”). Scusa l’intromissione, ma a Cesare va dato quel che è di Cesare. Cari saluti a Voi tutti.

      • gino rago

        Cara Angela Greco,
        il tuo intervento è saggio ed equilibrato. Dunque, condivisibile.
        Ma Giorgio Linguaglossa è un pò come Pessoa, anche se questi adottava svariati eteronimi (Caeiro, Campos, ecc.) per scrivere secondando il presunto loro gusto poesie davvero differenti sotto ogni aspetto di temi, di stile, di estetiche, mentre Giorgio Linguaglossa non usa eteronimi, usa lo stesso nome sia quand’è poeta, sia quando è romanziere, sia quando a noi si offre come critico letterario o interprete della nostra poesia.
        Quando Giorgio ci interpella come critico in lui agisce sempre il più tremendo degli interrogativi. Questo: “Come si può conciliare il gusto personale con la necessità di condivisione di un patrimonio poetico comune?”
        In forza di questo interrogativo fa i suoi interventi, ormai da anni e a noi noti. Intervenendo sulla pagina alle mie tre liriche dedicata, Giorgio dichiara da quale parte stare, da quale parte vuole stare verso la poesia:
        “Mettersi in ascolto non di un “canto” sepolto e originario bensì di un “groviglio di significati…”.
        E da critico militante ha il diritto di rivendicarlo, dichiarandolo apertamente, e di praticarlo nell’atto di interpretare l’altrui poesia.
        Quando scrive da poeta o da romanziere o da esperto di filosofia estetica su di lui o intorno a lui si aprono altri scenari. che qui abbiamo tutti sperimentato.
        Ma quando opera da critico è sacrosanto che si ponga la questione:
        “Quali caratteristiche rendono un’opera poetica canonicamente inseribile in una nuova ontologia estetica?”

        Gino Rago

  12. Giuseppe Talìa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18297
    Di Ecuba esiste un problema genealogico, così come anche discordanze sul numero dei figli che ella generò. Euripide parla di cinquanta figli, Apollodoro di quattordici, altre voci di diciannove figli, oltre al primogenito Ettore. Un gossip mitico diremmo. E di tutto il gossip mitico il mio preferito è quello delle Metamorfosi di Ovidio :“Così, se ad altri parve penoso il latrare di Ecuba, Aurora si chiuse nel suo lutto, e ancor oggi versa lacrime per il suo figliolo, spargendo rugiada su tutto il mondo.”
    E Gino Rago ci ricorda, in modo eccellente, che siamo parte di quella progenie, che noi “siamo qui per Ecuba.” Inoltre, il suo canto si dispiega per tutte le vittime dei conflitti sanguinosi, per le donne ridotte a bottino di guerra. Gino Rago contestualizza il mito, lo attualizza. Come per Foscolo, anche per Rago il mito ha un valore emblematico, capace di incarnare valori universali.

    Molto belle le opere grafiche di Rosario La Polla con la scelta del verde ramato che conferisce al disegno il valore di reperto storico e il rosso metafora delle vittime.

    Dedico anche io una sestina a Gino, con stima.

    Gino Rago

    Gli Ittiti guadavano Cipro e Cipro guardava loro
    Persi nel labirinto della substanzia nigra
    Una pura idea della pura dea ignota e dialettica
    Imprigionata nella tela del ragno con i deboli
    Commiati di Hor che contava i passi di Mnemosine
    E li annegava e li risorgeva nel grecoro del Crati.

  13. gino rago

    SULLA FORMA-POESIA DELL’IPOTETICO LETTORE
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18300
    Le osservazioni di natura ermeneutica di Giuseppe Talìa sui miei versi
    sono di particolare rilevanza specialmente quando coglie la declinazione
    di Ecuba in gran parte della Storia dell’Occidente, la quale, in fondo, ci ricorda che forse abbiamo anche macchie criminali alle nostre spalle.
    E ne abbiamo anche ora dinnanzi ai nostri occhi (è sufficiente spingere il nostro sguardo verso la Siria, per rimanere in ambito soltanto mediterraneo…)
    Ma il mio problema non è stato e non è solamente il tema da affrontare ma
    la forma-poesia da adottare per giungere con profitto all’ipotetico lettore.
    Da qui l’allontanamento consapevole da forme epigoniche che ancora attraversano il fare poetico nostrano. E dunque anche il volere sperimentare l’eurocentrismo critico tale da mettere in discussione talune
    certezze acquisite nel Canone Occidentale. Da qui quel quid che
    limpidamente Mario Gabriele nel commentare questi miei versi ha segnalato come “un caso unico” nella attuale poesia. E, dunque, il tentativo
    (riuscito?) di sperimentare il metodo mitico per frammenti.
    La sestina che Giuseppe Talìa mi dedica entra con autorevolezza nella
    nuova ontologia estetica con quei versi tutti compiuti e scorrenti l’uno sull’altro senza viscosità.
    Ma entrano anche in me come versi di sapienza poetica fine per l’arte di Giuseppe Talìa d’intrecciare titoli della mia parca bibliografia con frammenti della mia biografia, universalizzandoli. Un gioco non facile, ma riuscito.
    Quel verderame di Rosario La Polla che Giuseppe Talìa coglie nella sua opera grafica è tutto “magnogreco”. E ha raggiunto il gusto di coloro che han potuto “possedere” la cartella di pittura e poesia “Ecuba”, tirata in pochissimi esemplari, con la N. 1 riservata dall’Artista La Polla a Giorgio Linguaglossa, autore della magistrale Presentazione. (Grazie, Giuseppe,
    anche a nome di La Polla).
    Gino Rago

  14. Salvatore Martino

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18306
    Da tempo non scrivo su codesta Rivista, un certo tempo o spazio sabbatico mi era necessario, per decantare i persistenti flussi di frammento e nuova poesia ontologica, e tempo interno e tempo esterno, e fiumi inestricabili di filosofemi e teorie di ultima fisica. Ringrazio Angela Greco per aver illuminato la mia discordanza e quella di Claudio Borghi, e di avere osservato quanto la diversità di opinione e di pensiero possa essere utile in un percorso dialettico. Io pur con riserve di metodo soprattutto ho molta stima per il tentativo che si va operando sotto la guida di Linguaglossa, raccolto in un unico capoverso:Nuova poesia ontologica, con i suoi addentellati. Penso tuttavia che non sia il solo modo di avventurarsi in una dimensione poetica coeva alla storia che stiamo vivendo. Io ho la presunzione di scrivere secondo dettami tutt’altro che passatisti, anche se spesso uso la detestata musica e armonia, e addirittura l’esecrato endecasillabo, e poi per concludere la follia del sonetto.Tra l’altro molti decenni fa ho scritto, sotto il raptus della scoperta di Pound e di Eliot poesia decisamente del frammento e lontanissima dai canoni stilistici contemporanei, decisamente molto vicina a quel modo di poetare che tanto viene inseguito in questa Rivista. E anche sul mito rivisitato, come qui fa Gino Rago, ho scritto innumerevoli testi, spero che un giorno Giorgio, che li ha già nelle mani , con un commento di Letizia Leoni, mi usi la grazia di pubblicarli. Per quanto riguarda i testi di Rago devo dire che sono costruiti con straordinaria abilità, conoscenza profonda del mito degli Achei e dei Troiani,. Mi piace soprattutto quell’aver “rubato” ad Euripide la storia che Elena mai è andata a Troia, dove è giunto soltanto il suo simulacro.Devo aggiungere che sia come linguaggio che come struttura non mi sembrano testi frammentari, possiedono una circolarità di impianto, e quindi un lessico decisamente tradizionale, con qualche fugace apparizione persino di termini desueti.Un grazie ancora ad Angela Greco per avermi trascinato a ritornare con le mie parole sul blog, sperando di non essere ancora una volta marchiato come poeta proteso nel passato e incapace di cogliere la profondità del nuove verbo.

  15. gino rago

    Saluto in pienezza di gioia intima il ritorno di Salvatore Martino alla dialettica poetico-letteraria, tanto vivace, quanto colta, da tempo in corso
    su L’Ombra delle Parole. Ritorno con Angela Greco come catalizzatore.
    Indi, sento di dovergli un convinto “grazie” a segnalazione, non secondaria,
    sia del fatto che il suo ritorno all’arte del commento sulla nostra Rivista coincida con la proposta di alcuni dei miei versi, compresi nella cartella di pittura-poesia “Ecuba” realizzata di recente con l’Artista Rosario La Polla, estratti dal poemetto “Noi siamo qui per Ecuba” di prossima pubblicazione,
    sia per la sua adesione, tematica ed estetica, al tessuto metrico-linguistico delle mie tre liriche pubblicate con finezza di gusto da Giorgio L.
    Certo, in un tema come questo non si può prescindere dalla lezione di
    Euripide, come giustamente Salvatore Martino segnala; ma nel concepimento e nella realizzazione del poemetto, sul solo aspetto tematico, ho guardato anche verso il XXX Canto dell’Inferno dantesco oltre che in altre direzioni (Sartre, Werfel, ecc).
    Ma la mia meta da tentare è stata una e una sola: produrre un miele tutto mio, pure svolazzando su diversi fiori. Ci son riuscito?

    Gino Rago

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18311
    In una epoca come la nostra nella quale tutti gli scriventi versi si prendono sul serio forse bisognerebbe suggerire loro una sana modestia e auto ironia.

    Franco Fortini Epigrammi

    a Vittorio Sereni

    Una volta mi dicesti che ero un destino. Ma siamo due destini. Uno condanna l’altro. Uno giustifica l’altro. Ma chi sarà a condannare o a giustificare noi due?

    *

    A Carlo Bo non piacciono i miei versi.
    Ai miei versi non piace Carlo Bo.

    *
    Uno solo forse vale dei miei versi, dici. Ma
    bada. Può farti male. Prendine la metà.

    *

    Dite a X che il discorso non è un silenzio sporco
    chiarificato. È un silenzio reso più sporco ancora.
    È più di un’imitazione per l’orecchio.

    Egli manca di questa complicazione venerabile.
    Le sue poesie non sono della seconda parte della vita.
    Non rendono il visibile un poco difficile.

    da vedere…1]

    1] Quando Wallace Stevens scrisse questa poesia con “X” intendeva designare T.S. Eliot e rimarcare la sua distanza della sua poesia da quella del suo illustre predecessore.

    Autoepigramma

    A Giorgio Linguaglossa non piacciono i miei versi.
    Ai miei versi non piace Giorgio Linguaglossa.
    *
    Uno solo forse vale dei miei versi, dici. Ma
    bada. Può farti male. Prendine la metà.

    a Claudio Borghi

    caro Claudio, mi dici che devo essere prudente,
    di lasciar sedimentare le cose, non avere fretta.

    Ma, caro Claudio, perché mi vuoi prudente?
    Non devo fare incetta di denaro né di successo
    come altri che ben conosci.

    Lasciamo la fretta a chi ne fa incetta.
    Io, per me, festina lente.

  17. gino rago

    Il mio grazie, ora, sento di indirizzarlo a Giorgio Linguaglossa, a
    Mariella Colonna e a Chiara Catapano per le esemplari note critiche sulla mia ricerca di poesia.

    Il poeta è sempre all’alba del mondo
    ( Giorgio Linguaglossa,
    a Mariella Colonna,
    a Chiara Catapano )

    Spasimo che penetra forme-oggetti-forze.
    Il poeta è sempre all’alba del mondo. Fratello d’ogni cosa.
    Gravato da panni non suoi, schiacciato da indumenti
    che altri uomini gli han fatto indossare
    il suo pensiero nuota nel fiume a fatica.
    Sbarbato o con la barba fitta di farfalle il poeta è all’alba del mondo.
    Non sempre sente ciò che dovrebbe sentire.
    Né sempre riesce a dire ciò che sente.

    Il poeta è poeta se si spoglia di ciò che ha imparato.
    Se dimentica il modo di ricordare che altri gli hanno insegnato.

    Il poeta può grattar via ” l’inchiostro con cui usavano pitturargli i sensi”.
    Può spacchettare le sue vere emozioni
    scartocciando il sé vero da se stesso per essere stesso e non l’altro
    ma un animale “umano prodotto da natura”.
    Derviscio a dare briciole agli uccelli venuti dal monte.
    Ad attraversare mare, notte, madre, morte
    il poeta è sempre all’alba del mondo.

    Da qualche parte saprà stare fermo ad aspettare te. Non altri.

    Gino Rago

    • Gino carissimo,
      “Il poeta è poeta se si spoglia di ciò che ha imparato.”
      Io ti ringrazio, perché sì: quel che si è imparato è già sangue fibre e muscoli. E l’anima poetica è il setaccio di questa esperienza.
      Sempre, attentissimo profondo, affondi la fronte nella poesia. E sappiamo quanto ciò che è catturato deve andar via, spesso dolorosamente.
      Il mio è davvero un caro abbraccio, in questa ricerca in cui tu cresci e prosperi.

      • gino rago

        ” Da qualche parte saprò stare fermo ad aspettare te. Non altri o Chiara..
        Attraversando mare, notte, madre, morte..
        Dando i nomi alle cose. Per poi cancellarli…”

        Gino Rago

  18. Mariella Colonna

    Caro Gino Rago, grazie per il tuo animo aperto , spalancato sul mondo e sulla Poesia, la tua meravigliosa amante, innamorata di te per lo meno quanto tu sei innamorato di lei! Grazie per i tuoi “grazie” che condivido rivolgendoli prima di tutto alla Poesia stessa (di cui anch’io sono innamorata da sempre e che ho portato in me e con me fin dai primi anni dell’adolescenza ad oggi) e poi ai poeti che sono innamorati della Poesia più che di se stessi. Cioè di quelli che si riconoscono negli ultimi tre versi dell’ultima struggente poesia che ci ha dedicato Gino Rago adesso:

    “Ad attraversare mare, notte, madre, morte
    il poeta è sempre all’alba del mondo.
    Da qualche parte saprà stare fermo ad aspettare te. Non altri.”

    La poesia come qualcosa di misterioso che aspetta soltanto te, che è rivolta a te, che colma la tua solitudine, anche se è rivolta ad altri: quest’ultimo pensiero è mio e nasce dai tuoi versi, Gino! ECCO IL BELLO DELLA POESIA e dei differenti modi di realizzarla e di amarla: il bello è che fa nascere qualcosa che prima non c’era, qualcosa che ti parla del poeta e di te che leggi, uniti dal miracolo… dalla grazia delle parole che si legano e si separano seguendo i ritmi delle varie sensibilità!
    Quello che mi interessa e mi suggestiona in Giorgio Linguaglossa è la sua capacità di essere se stesso offrendo generosamente la sua grande cultura e vocazione poetica a chi ne ha bisogno e si affida a lui. Ho imparato molte cose da lui e lo ringrazio ancora una volta: ma ho imparato anche dagli altri poeti che scrivono per commentare anche con prospettive diverse da Giorgio: la cosa importante è dire quello che si pensa con il pieno rispetto dell’opinione altrui, con gentilezza, se possibile. Grazie ad Angela Greco, sempre disponibile al dialogo e autrice del libro di poesia “Anamorfosi”, un esempio prezioso di quanto possano dire le parole scritte dalla profondità dell’essere e purificate dal lavoro paziente di lima e di studio appassionato dei Maestri della poesia contemporanea, Giorgio Linguaglossa in prima linea. Grazie a tutti gli altri poeti del blog che mi hanno dato forti emozioni e mi hanno arricchito dentro!

  19. Mariella Colonna

    Saluto con gioia l’autoepigramma di Giorgio Linguaglossa: l’ironia salva dal culto di se stessi, altrimenti detto narcisismo. “uno solo forse vale dei tuoi versi” dici “Ma , bada può farti male. Prendine la metà!” Qui l’ironia colpisce sia “l’antagonista” (così debole di mente da non reggere ad un intero verso di Linguaglossa) sia l’autore di un verso che può essere letto solo a piccole dosi, perché, preso tutto insieme è come un’eccessiva medicina e può anche fare male .

  20. Mariella Colonna

    quanto alla poesia ontologica e del frammento…trovo che il secondo possa essere e giocare all’interno della prima, se al poeta serve di rendere aspri spigolosi i versi che risalgono dalla profondità dell’ essere come onde struggenti e avvolgenti: il frammento è un grande aiuto perché restringe la visione ampia e rende penetrante anche il significato e l’immagine. Il poeta dev’essere libero anche di tornare allo stile e linguaggio del passato, se ne sente il desiderio: e il passato assumerà l’incanto del dejà vu o l’aura della nostalgia…è bello vivere e interpretare Nuova Poesia Ontologica e Frammento con spirito innovativo, non come regole da seguire che potrebbero limitare lo scorrere libero dei versi. Io ho vissuto queste novità come provocazioni a elaborare creativamente il nuovo che già sentivo urgere dentro di me…è stato un periodo molto intenso e costruttivo e mi piace comunicare questo prolungarsi del mio “stato d’animo poetico”…

    • gino rago

      I° Commento + II° Commento + III° Commento = Lectio Magistralis.

      Brava Mariella Colonna.
      Con le note critiche, l’una sulla cartella “Ecuba”
      (con 3 mie liriche), l’altra su “Le sonagliere dei mirti vanno verso il porto”,
      ha arricchito di cultura il già ricco patrimonio de L’Ombra delle Parole.
      Senza l’attività enzimatica di Mario Gabriele e la generosa ospitalità di Giorgio Linguaglossa, tra i pochi a percepire perfino gli ultrasuoni della poesia, questa epifania non si sarebbe rivelata.

      Gino Rago

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18319
    a Claudio Borghi

    caro Claudio, mi dici che devo essere prudente,
    di lasciar sedimentare le cose, non avere fretta.

    Ma, caro Claudio, perché mi vuoi prudente?
    Non devo fare incetta di denaro né di successo
    come altri che ben conosci.

    Lasciamo la fretta a chi ne fa incetta.
    Io, per me, festina lente.

  22. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18320
    a Salvatore Martino

    Dici che ti sei preso un tempo e uno spazio sabbatico,
    dici che la nuova poesia ontologica è vecchia come il cucco.

    Sì, forse è vero, hai ragione tu. Invecchiando vediamo
    tutto vecchio e scolorito. Però la tua discordanza,

    credimi, mi appartiene più della mia concordanza.
    Oh, sì, mio caro amico, l’esecrato disamato endecasillabo ci divide
    con buona pace di Tynianov.

  23. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18323
    Autoepigramma

    A Giorgio Linguaglossa non piacciono i miei versi.
    Ai miei versi non piace Giorgio Linguaglossa.
    *
    Uno solo forse vale dei miei versi, dici. Ma
    bada. Può farti male. Prendine la metà.

  24. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18323
    Al Puzzone

    Al Puzzone non piacciono i miei versi.
    Va in giro nottetempo con la fiaccola per il Circo Massimo
    a dirlo ai quattro venti e al tempio di Vesta.

    Ai miei versi non piace il Puzzone.
    Uno solo forse vale dei miei versi, dice il Puzzone.
    Va bene, dagliene la metà con un cartoccio
    di olive della Sabina!

  25. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18323
    a Maria Borio

    Dite a Maria Borio di occuparsi di critica che è meglio
    e lasciare la poesia ai poeti. Del resto,
    non per sua colpa ha scarabocchiato i papiri egizi
    con la sua calligrafia. Il silenzio sarebbe stato preferibile.
    Ma il suo è un silenzio reso ancora più noioso.
    È più di un’imitazione per l’orecchio.

    Direi che manca di questa complicazione venerabile.
    Le sue poesie non sono della seconda parte della vita.
    Non rendono neanche il visibile un poco più difficile.

  26. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18325
    Ad un lettore silenzioso

    Mi si chiede di essere chiaro, di non fare il difficile,
    di non mescere il grano con la pula, di non
    giocare col gatto e col topo; insomma,
    di non rompere i coglioni con questa astruseria
    patafisica della «Nuova ontologia estetica».

    Beh, sì, lo so, è una complicazione detestabile
    per una zucca vuota come la tua, caro lettore silenzioso.

  27. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18326
    Mi disse una volta il Puzzone

    Il Puzzone scrisse una volta dei versi in onore della cicoria calabrese.
    Li lesse il poeta Raboni e gli disse che li avrebbe pubblicati
    se li avesse conditi con l’olio della Tuscia.

  28. gino rago

    L’epigramma da Giorgio Linguaglossa rivolto al “Puzzone” sembra quella “cosa” caduta su Hiroshima nei primi giorni d’agosto del 1945.
    Non so chi sia il “Puzzone”. Ma se lo conoscessi
    gli segnalerei l’esistenza di ottimi rifugi antiatomici.
    In Svizzera. Così lascerebbe nella loro pace sacra
    sia il Circo Massimo sia il Tempio di Vesta.
    Sia chi fa davvero Poesia.

    Gino Rago

  29. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18335
    caro Gino Rago

    Il Puzzone è quel mentecatto che si è fatto candidare
    al premio Nobel da una banda di anchilosati mentali.
    Il poetastro se ne va in giro a sbandierare le virtù della cicoria
    condita con l’olio di Custolanium e ce l’ha con i poeti
    di Mediolanum perché, dice, non riconoscono la sua opera scrittoria:
    il De bello calabro, opera meritoria che si estende
    per tremila rotoli di pregiato papiro egizio.
    Che vuoi, caro amico, mala tempora currunt.

  30. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18341
    Un’altra bomba atomica, caro Giorgio Linguaglossa…
    Ma certe scorze umane temo che resistano anche a questa.
    Però lo ricordava egregiamente Mariella Colonna nel suo commento precedente: ” il poeta vero ama la Poesia più che se stesso”.
    E l’autore – che non conosco – del De bello bruzio forse è d’altra razza:
    ama se stesso più di tutto il resto. Ma in sé non sa guardare…
    E dell’altrui grandezza non si rende conto.
    Perciò forse non distingue il papiro dalla carta igienica
    né dalla carta gialla del pizzicarolo.

    Gino Rago

  31. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18343
    caro Gino, traduco il tuo messaggio in Epigramma:

    L’autore – il Puzzone – del De bello bruzio
    forse è d’altra razza, ama se stesso più di tutto il retro
    utilizza i sette mila rotoli di pregiato papiro egizio
    per nettarsi il di dietro. Come tu scrivi:
    «forse non distingue il papiro dalla carta igienica
    né dalla carta gialla del pizzicarolo».

    • gino rago

      Hai fatto, caro Giorgio, un efficacissimo lavoro di “traduzione” in epigramma del mio pensiero dritto, rettilineo, a moto rettilineo uniforme.
      Chi davvero ha compreso che ogni uomo nasce poeta, per ricordare Yehuda Amichai? Ma chi davvero si è impossessato dell’idea che a far di un uomo un poeta è la Divisione che lo attraversa?
      La lotta dell’Io diviso con l’Angelo dell’Ordine e della Tradizione è il mito fondativo, il mito d’origine della nuova ontologia estetica…

      Gino Rago

  32. Cari Amici,
    in questo contesto di Epigrammi e di facezie, mi perdoneranno gli amici interlocutori per la mia audacia, ma è che li stimo e voglio loro bene, come spero che non mi perdonerà il poeta della domenica al quale ho indirizzato i miei modesti strali.
    Ringrazio, in questo contesto, Angela Greco che con il suo post ha toccato le 1940 visualizzazioni.

  33. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18345
    Alla maniera degli Epigrammi di Franco Fortini:

    al Puzzone

    Una volta mi dicesti che ero un poetino, figlio di calzolaio.
    Ma è che siamo due poetini: tu figlio di un lattaio calabro
    ed io di un calzolaio della Magna Grecia inurbato a Roma.
    Che vuoi, uno condanna l’altro. Uno spernacchia l’altro.
    Ma, mi chiedo, chi sarà a condannare e a spernacchiare noi due?

  34. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18358 Trascrivo qui un articolo pubblicato da Alfonso Berardinelli più di venti anni fa e ripubblicato da questa rivista nell’agosto 2015. Questo lo facciamo per richiamare l’attenzione su un fatto urgentissimo e indifferibile: dare una sterzata radicale alla poesia italiana, sono ormai da almeno 40 anni che la poesia italiana si è arenata nelle sabbie immobili…
    (“Poesia ’94”, Annuario a cura di Giorgio Manacorda, Castelvecchi, Roma, pp. 190, Lire 15.000)

    In poesia si può parlare di tutto. Quando si tratta di letteratura, e in particolare di poesia, è sempre pericoloso parlare di “doveri” comunicativi. Certo, la letteratura comunica. E uno scrittore, un artista della parola ha capacità comunicative potenziate. Ma nel caso specifico della poesia contemporanea quello che importa è ormai rompere con certe convenzioni stilistiche di tipo gergale, auto-referenziale che si sono stabilite all’interno di una cerchia sempre più ristretta. Il fatto che questa cerchia sia da troppo tempo il solo pubblico della poesia, un pubblico fatto di gente che scrive o vuole scrivere poesie e di studiosi, ha debilitato questo genere letterario.

    La debolezza, l’opacità comunicativa, l’oscurità o, più precisamente, l’inconsistenza semantica di molta poesia di oggi deriva dal fatto che quella piccola cerchia di lettori fa finta di capire, o accetta il fatto che non venga detto quasi niente e che non ci sia quasi niente da capire.

    Il paradosso è questo: la fuga dal significato viene accettata dogmaticamente come significativa, e così l’oscurità e problemi comunicativi interessanti, anzi li annulla, li scavalca.

    Eliminando dal linguaggio poetico tutta una serie di funzioni linguistiche legate al significato e alla comunicazione, la poesia non corre più nessun rischio. La sua diventa un’esistenza ipotetica, virtuale, larvale, non reale. E il codice del non-significato è diventato ormai un codice fissato rigidamente. Lo svuotamento semantico è oggi e da tempo una delle regole fondamentali che creano fra cosiddetti poeti e critici una specie di complicità, di omertà.

    La poesia non si confronta con niente che stia al di fuori di essa: con nessun altro linguaggio e ambito culturale. Il valore della produzione poetica degli ultimi vent’anni (parlo degli autori che hanno fra i trenta e i cinquant’anni) è assai scarso proprio per questa mancanza di coraggio e di energia comunicativa. Si tratta per lo più di poeti (simil-poeti) che cercano di farsi accettare semplicemente non facendo niente che possa farli rifiutare.

    Certo, nella poesia possono esserci delle zone di oscurità e di difficoltà, perché la letteratura è anche una sfida ai significati stabiliti e accettati. Ma credo che ora il gergalismo poetico abbia toccato limiti intollerabili, ridicoli e si tratta di tornare, se si è in grado di farlo, a parlare in poesia di tutto, senza limitazioni preliminari

  35. gino rago

    Bellissimo dibattito. Partecipo con un contributo:
    Demonizzazione (secondo Harold Bloom, da ” Angoscia dell’influenza “)

    Considerate fra le pagine più visionarie, più tese che Bloom abbia scritto
    in ” Angoscia dell’influenza”, in buona sintesi la Demonizzazione per Bloom
    è da considerare come atto di svalutazione aggressiva del predecessore
    da parte del poeta successivo (efèbo, secondo Bloom). Questo atto di
    svalutazione aggressiva è anche il momento in cui l’efèbo o il poeta stesso
    si trasforma in Demone, il cui etimo rinvia all’atto proprio della Divisione.
    E Harold Bloom ricorda che i demoni operano rompendo…E che comunque
    tutto ciò che essi hanno sono le loro voci.
    ” Le loro voci. E questo è anche tutto ciò che hanno i poeti”, sostiene Harold Bloom.
    Dunque, ciò che fa di un uomo un poeta è la Divisione che lo attraversa
    e nessun poeta moderno, se è tale, perciò può essere “unitario”.
    E Harold Bloom giunge a una prima, chiara e laconica conclusione.
    “I poeti moderni sono necessariamente (…) dualisti”.
    Da qui l’inevitabile lotta tra l’Io diviso del poeta moderno con l’ordine e con la tradizione.
    Concetto che bene intercetta sia le meditazioni di Alfonso Berardinelli, segnalate ora da Giorgio L. , sia l’altra idea, da me sposata da tempo e a me nota, da Giorgio Linguaglossa stesso dichiarata in un altro suo commento precedente, che merita d’essere ricordata:
    “Mettersi in ascolto non di un ” canto ” sepolto e originario, bensì di un
    “groviglio di significati”.
    Gino Rago

  36. Mariella Colonna

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18367
    Cimarelli bis:
    Chi è “er puzzone” ignoro
    anche per femminile ritrosia, ma so
    che ce ne so’ dappertutto
    e nfestano le strade le case e li ggiardini. Sai che famo?
    Famose la cantata delle rose de ontologica e ppura poesia
    puro co lì frammenti / che fanno rinverdì li sentimenti
    così da nun sentì ppiù er marvaggio odore
    dell’imbecillità fatta persona,
    ma un profumo de fiori a primmavera
    che lo farà scappà fino a stasera,
    così armeno
    ce famo accompagnà dar ponentino
    a fa ddu passi,
    a ffà na chiacchierata all’aria bbona
    accompagnata da un bicchier de vino
    de quello pure bbono
    de le grandi occasioni: e a sto’ puzzone
    je famo na pasquinata co li fiocchi:
    che se rimagni tutta la sua bboria
    pe’ quelle stupidaggini ch’ha scritto!
    Famose na risata alla memoria
    dello scemo che vvole er premio Nobbel
    per entrà nella Storia !
    Famose na risata e ccosì sia!

    Questo per solidarietà dedico
    a Giorgio Linguaglossa, Maestro e amico!
    (chiedo perdono per il mio romanesco zoppicante)

  37. Mariella Colonna

    Ode all’amico Gino Rago presto risanato

    Caro Gino, so che sei malato e ti scrivo per farti compagnia…la tua malattia,
    credimi, guarirà come sempre grazie alla Poesia.
    Tu sei poeta moderno, ma sai toccare
    le corde più antiche del cuore e della Storia
    della Guerra di Troia hai cantato il furore, l’eroica grandezza
    degli uomini, l’idea vincente, la tragedia dei vinti
    e il fragile trionfo dei vincitori, la tenerezza e la forza
    delle donne, la presenza umana su tutti
    della Maternità di Ecuba, la Regina umiliata, non vinta
    nel gioco impari dell’astuzia
    contro l’eroismo,
    la Madre che accoglie nel suo grande cuore
    la civiltà di Troia arsa dal fuoco.
    Ma quello che più apprezzo in te, Gino, mio caro amico,
    è l’amicizia pura che nasce
    dall’ardente amor di Poesia
    (non la mia o la tua, la NOSTRA Poesia):
    amore che non può morire, amore che presto prestissimo
    ti farà guarire.
    Anche a nome di noi tutti tuoi amici,
    Mariella

  38. gino rago

    Custodirò nell’intima, riservatissima parte di me questi tuoi versi, cara Mariella Colonna, come dono delicato, alto della vita. Già in me operano
    meglio e più efficacemente d’ogni farmaco. Ma mi chiedo, afono, se
    son davvero degno,io, di tanta delicata, eccellente tua attenzione.
    Così come mi cattura, e non posso esimermi dal segnalarlo con pathos
    e ammirazione, la “facilità” con la quale in breve tempo, e in poco spazio,
    tu sappia attraversare due registri espressivi differenti per ritmi, toni
    e atmosfere, andando dallo sberleffo disgregatore dei malati di narcisismo
    alla severità sacra della Ode, padroneggiandone i linguaggi.
    In me una spiegazione ce l’avrei. Eccola: la Cultura.
    Grazie, cara Mariella Colonna.

    Gino Rago

  39. Sottolineo due passi dell’articolo di Alfonso Berardinelli: “La fuga dal significato viene accettata dogmaticamente come significativa, e così l’oscurità e problemi comunicativi interessanti…Lo svuotamento semantico è oggi e da tempo una delle regole fondamentali che creano fra i cosiddetti poeti e critici una specie di complicità, di omertà…” Vorrei segnalare a questo critico e saggista colto e raffinato non le mie poesie, che pur non essendo “domenicali” ma eventualmente “annuali”, possono piacere alle “anime semplici”, ma i vari poeti che traduco e pubblico nel mio blog, e che meritano di essere conosciuti da un maggior numero di persone, non solo come esempio di buona poesia, ma anche e soprattutto come un piacevole ritrovamento della stessa. Qualcuno di voi può mettermi in contatto con lui?

  40. gino rago

    Il poeta è sempre all’alba del mondo
    ( a Giorgio Linguaglossa,
    a Mariella Colonna,
    a Chiara Catapano )

    Fratello d’ogni cosa. Spasimo che penetra
    forme – oggetti – forze
    il poeta è sempre all’alba del mondo.

    Gravato da panni non suoi. Schiacciato
    dagli indumenti che altri uomini gli han fatto indossare
    il suo pensiero nuota nel fiume a fatica.

    Sbarbato. O con la barba fitta di farfalle
    il poeta è all’alba del mondo.
    Non sempre sente ciò che dovrebbe sentire.
    Né riesce sempre a dire ciò che sente.

    Il poeta è poeta se si spoglia di ciò che ha imparato.
    Se dimentica il ricordare nel modo in cui altri gli hanno insegnato.

    Il poeta può da sé grattare via ogni traccia
    dell’ inchiostro con cui usavano pitturargli i sensi.

    Può spacchettare le emozioni sue.
    Scartocciare il sé falso da se stesso per essere se stesso.
    E L’anima. Non l’altro.
    Ma un animale umano prodotto da natura
    Il cuore a pesare come quello d’una piuma.

    Derviscio a dare briciole agli uccelli venuti dal monte.
    Ad attraversare mare, notte, madre, morte
    il poeta è sempre all’alba del mondo.

    Da qualche parte saprà stare fermo ad aspettare te. Non altri.

    Gino Rago
    (E’ la forma da me considerata definitiva )

  41. gino rago

    Grazie a te caro Lucio per la tua lettura e per l’abbandono tuo nel flusso
    del poeta sempre all’alba del mondo. I versi li ho blindati nelle 3 dediche
    in segno, come saggiamente segnali, di riconoscenza per le note critiche di un certo peso che Chiara C., Mariella C. e Giorgio L. hanno rivolto ad
    alcuni miei versi. Quindi, ” riconoscenza…” come giustamente dici.
    Gino Rago

  42. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18410
    Gino Rago
    QUASI UN BILANCIO DELLA POESIA ITALIANA DEL ‘900

    La poesia italiana del ‘900, da rileggere?

    Siamo ben oltre i tre lustri del XXI Secolo. Per chi agisce nel regno della poesia, come autore di versi, come critico letterario, come interprete, o anche semplicemente come lettore/amante della lirica contemporanea, è inevitabile che noi de L’Ombra delle Parole ci poniamo alcune domande, tutt’altro che oziose:

    – Cosa davvero sappiamo, che pensiamo ormai della poesia italiana del ‘900?
    – Le polemiche, i dibattiti, perfino gli scontri degli anni Sessanta e Settanta
    del secolo scorso sono ancora vivi o appartengono a un’epoca remota?
    Nei nostri giorni sono ancora immaginabili o appaiono impossibili?
    – La lingua degli ideologi di quelle stagioni (Sanguineti – Fortini – Pasolini) oggi è ancora comprensibile e/o traducibile in atti di poesia?
    – Nelle Università italiane “ sulla poesia “ si tengono corsi, si assegnano tesi di laurea, si organizzano convegni?

    Forse sì. Ma, se avviene, si tratta di eventi rari, di eccezioni.
    Eppure, alla presenza di alcuni critici letterari e di alcuni poeti a Berlino, all’Istituto Italiano di Cultura, ben tre giorni ( di conferenze, seminari, letture di testi critici e poetici ) sono stati dedicati alla nostra poesia dagl’inizi del Novecento a oggi.

    I risultati più importanti? Eccoli, in breve sintesi:

    La poesia italiana di tutto il Novecento andrebbe riletta ( anche sulla poesia di questi anni non sono mancati e non mancano disaccordi). Dell’ermetismo, sia di quello eminentemente legato alla “poetica
    della parola” (Bigongiari-Luzi- Parronchi), sia di quello “mediterraneo” (Gatto, Bodini, Quasimodo, De Libero, Sinisgalli) non si parla più. Ungaretti vale soprattutto per la sua prima stagione lirica. Luzi resta interessante ma soltanto se letto accanto ai suoi coetanei Bertolucci – Caproni – Sereni . I quali, secondo alcuni, (e qui il giudizio si lega alle metodologie critiche), superano in valori poetici i leggermente più giovani Zanzotto e Pasolini. Il primato di Saba e Montale resta indiscusso.

    «Sperimentalismo»,« impegno», «avanguardia», « formalismo» sono termini ed esperienze ormai fuori corso. Giovanni Giudici, considerato il vero erede di Gozzano ( e Saba ) sembra quasi dimenticato. La neoavanguardia degli Anni ’60 è considerata come una costruzione soprattutto ideologica.
    Sandro Penna con Amelia Rosselli hanno più di altri influenzato le nuove generazioni. Non Marinetti (poeta-vate elettrizzato) ma Campana – Rebora – Sbarbaro sono stati i veri « poeti moderni » della poesia italiana del Novecento. Il “Postmoderno”? Su proposta di Alfonso Berardinelli, tutti l’hanno accolto come «Sperimentalismo neoclassico».

    Un sentito ringraziamento da parte di tutti è da rivolgere ad Angelo Bolaffi (direttore dell’Istituto di Cultura Italiana di Berlino) e alla Literaturwerkstatt berlinese, se non altro per la coincidenza quasi millimetrica delle conclusioni “berlinesi” con quelle emerse dai lavori proposti su L’Ombra delle Parole, dagli esordi della nostra Rivista di Letteratura Internazionale ad oggi

  43. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18412
    Alfonso Berardinelli
    LA POESIA ITALIANA TRA GLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

    Con Franco Fortini sembra concludersi una fase della poesia italiana che va dall’acquisizione delle poetiche simboliste all’autoriflessione politica della lirica come falsa libertà del soggetto.
    La categoria di «sperimentalismo», elaborata da Pasolini alla metà degli anni Cinquanta, costituì un momento di sintesi carica di possibilità negli anni che vanno dall’esaurimento dell’engagement neorealistico e del montalismo all’avvento delle nuove avanguardie. Il luogo di elaborazione delle ipotesi «sperimentali» fu la rivista bolognese “Officina“, una piccola rivista artigianale, dal pubblico estremamente limitato, che uscì dal 1935 al 1958 a Bologna, diretta da Roberto Roversi, Franco Leonetti e dallo stesso Pasolini. In questi tre scrittori (anche Leonetti e roversi, come Pasolini, sono poeti e autori di opere narrative e di assemblaggi autobiografico-saggistici) la scelta definibile come sperimentale corrisponde ad un atteggiamento di opposizione, di aggressività «angry», ma anche ad una situazione di isolamento politico, in parte subìto, e in parte voluto, e fonte di continue oscillazioni.

    Della perpetua lotta e rincorsa fra una scrittura poetica disposta a qualsiasi avventura linguistica e funzionale, e una realtà odiata-amata in costante movimento, Pier Paolo Pasolini (1922-1975) ha fatto il centro surriscaldato di tutta la sua opera. Un’opera che sembrava attentissima alla costruzione di un proprio programma strutturale e strategico, e che poi si è mostrata disposta ad andare letteralmente allo sbaraglio, rischiando tutto e tendenzialmente autodistruggendosi come tale, pur di mantenere la propria «presa diretta» sul presente. Perciò la passione e l’ideologia dello «sperimentare», attraverso la «disperata vitalità» della trascrizione improvvisata, non potevano che portare Pasolini alla fine di ogni «stile» (magari intesa come rinuncia e autospossessamento dell’autore incalzato dai suoi traumi e dalle sue disperazioni personali).
    La versatilità creativa e intellettuale di Pasolini (se si considerano i limiti rimasti sostanzialmente inalterati della sua cultura: una cultura quasi esclusivamente, e anche limitatamente, letteraria, molto italiana e in fondo refrattaria alle influenze della maggiore cultura europea del novecento) ha dato vita ad un’opera eccezionalmente vasta: di narratore, di regista, di critico letterario (soprattutto con Passione e ideologia, 1960, e con Descrizioni di descrizioni, 1979, postumo), di poeta. E la poesia di Pasolini, dalle liriche dialettali e mistico-erotiche (La meglio gioventù, 1954); L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1958) ai poemetti «civili» degli anni Cinquanta (Le ceneri di Gramsci, 1957; La religione del mio tempo, 1961) fino ai poemi-collages e agli articoli in versi (Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971) è documento di un trauma personale e storico; dovuto non solo al fallimento fatale di una ipertrofia narcisistica del soggetto-scrittore, ma anche alla involuzione della democrazia italiana, soffocata dalla meschinità conformistica della sua cultura politica e del suo ceto medio.

    In Pasolini, del resto, e in toni di violenza nostalgia, parlava un’Italia non ancora «razionalizzata» dallo sviluppo industriale: un’Italia rurale e municipale, frammentata nei suoi localismi regionali, e perciò «umile», legata alle sue origini contadine e preborghesi. Questa aderenza biologica al suolo rurale, inteso come protezione materna e come nutrimento primordiale, è presente, sebbene in forme molto diverse, anche nella poesia di Andrea Zanzotto (1921). Zanzotto ha sperimentato su una base di partenza diversa: ha rinnovato la transizione orfica ed ermetica, spingendo la sua ricerca di laboratorio fino alla dissociazione molecolare delle unità del linguaggio, giocando contemporaneamente sula massima astrazione stilistica (con recuperi petrarcheschi, bucolici, arcadici) e su uno smembramento analitico che risospinge il linguaggio alle soglie dell’afasia, verso le sillabazioni e i balbettamenti infantili. Qui l’atteggiamento «sperimentale» non solo tocca i suoi limiti estremi, ma nel momento in cui, Zanzotto riesce a scrivere una stupenda lirica carnevalesca e apocalittica, mostra anche il rischio che l’esibizione del laboratorio, mostra anche il rischio che l’esibizione del laboratorio rovesci il meraviglioso spettacolo linguistico nel grigiore del gratuito e dell’inerte.

    Un caso a sé, in assoluto fra i più originali degli ultimi decenni, è quello di Giovanni Giudici (1924-1998). Con Giudici si misura la distanza che può separare un autentico scrittore in versi di questi anni da tutto quanto si è discusso, agitato e rimescolato nella cultura poetica italiana di circa mezzo secolo. Galleria ironica, funebre o sentimentale di personaggi in movimento, di situazioni grottesche e senza sbocco, in una inesausta recitazione stilistica, la poesia di Giudici (La vita in versi, 1965; Autobiologia, 1969; O Beatrice, 1972; Il male dei creditori, 1977) scavalca le scuole novecentesche, ritrova levità melodiche e attitudini realistiche settecentesche, attraversando Saba, Gozzano e Pascoli. Ma il suo protagonista è l’uomo medio dell’Italia impiegatizia, aziendale e democristiana…1]

    1] A. Berardinelli La cultura del 900 Mondadori, vol. III 1981, pp. 350, 351, 352

  44. https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/02/28/pittura-e-poesia-rosario-la-polla-gino-rago-noi-siamo-qui-per-ecuba-metafora-delle-vittime-rimane-lei-per-sempre-la-regina-il-figlio-dun-eroe-spaventa-i-vincitori/comment-page-1/#comment-18413
    Giorgio Linguaglossa
    Anni Cinquanta-Settanta – La dissoluzione dell’unità metrica e la poesia dell’Avvenire

    Qualche tempo fa una riflessione di Steven Grieco Rathgeb mi ha spronato a pensare ad una Poesia dell’Avvenire. Che cosa significa? – Direi che non si può rispondere a questa domanda se non facciamo riferimento, anche implicito, alla «Poesia del Novecento», e quindi alla «tradizione». Ecco il punto. Non si può pensare ad una Poesia del prossimo futuro se non abbiamo in mente un chiaro concetto della «Poesia del Novecento», sapendo che non c’è tradizione senza una critica della tradizione, non ci può essere passato senza una severa critica del passato, altrimenti faremmo dell’epigonismo, ci attesteremmo nella linea discendente di una tradizione e la tradizione si estinguerebbe.

    «Pensare l’impensato» significa quindi pensare qualcosa che non è stato ancora pensato, qualcosa che metta in discussione tutte le nostre precedenti acquisizioni. Questa credo è la via giusta da percorrere, qualcosa che ci induca a pensare qualcosa che non è stato ancora pensato… Ma che cos’è questo se non un Progetto (non so se grande o piccolo) di «pensare l’impensato», di fratturare il pensato con l’«impensato»? Che cos’è l’«impensato»?
    Mi sorge un dubbio: che l’idea abbiamo della poesia del Novecento sia già stata pensata. Come possiamo immaginare la poesia del «Presente» e del «Futuro» se non tracciamo un quadro chiaro della poesia di «Ieri»? Che cosa è stata la storia d’Italia del primo Novecento? E del secondo Novecento? Che cosa farci con questa storia, cosa portare con noi e cosa abbandonare alle tarme? Quale poesia portare nella scialuppa di Pegaso e quale invece abbandonare? Che cosa pensiamo di questi anni di Stagnazione spirituale e stilistica?

    Sono tutte domande legittime, credo, anzi, doverose. Se non ci facciamo queste domande non potremo andare da nessuna parte. Tracciare una direzione è già tanto, significa aver sgombrato dal campo le altre direzioni, ma per tracciare una direzione occorre aver pensato su ciò che portiamo con noi, e su ciò che abbandoniamo alle tarme.

    Anni Cinquanta. Dissoluzione dell’unità metrica

    È proprio negli anni Cinquanta che l’unità metrica, o meglio, la metricità endecasillabica di matrice ermetica e pascoliana, entra in crisi irreversibile. La crisi si prolunga durante tutti gli anni Sessanta, aggravandosi durante gli anni Settanta, senza che venisse riformulata una «piattaforma» metrica, lessicale e stilistica dalla quale ripartire. In un certo senso, il linguaggio poetico italiano accusa il colpo della crisi, non trova vie di uscita, si ritira sulla difensiva, diventa un linguaggio di nicchia, austera e nobile quanto si vuole, ma di nicchia. I tentativi del tardo Attilio Bertolucci con La capanna indiana (1951 e 1955) e La camera da letto (1984 e 1988) e di Mario Luzi Al fuoco della controversia (1978), saranno gli ultimi tentativi di una civiltà stilistica matura ma in via di esaurimento. Dopo di essa bisognerà fare i conti con la invasione delle emittenti linguistiche della civiltà mediatica. Indubbiamente, il proto sperimentalismo effrattivo di Alfredo de Palchi sarà il solo, insieme a quello distantissimo di Ennio Flaiano, a circumnavigare la crisi e a presentarsi nella nuova situazione letteraria con un vestito linguistico stilisticamente riconoscibile con Sessioni con l’analista (1967). Flaiano mette in opera una superfetazione dei luoghi comuni del linguaggio letterario e dei linguaggi pubblicitari, de Palchi una poesia che ruota attorno al proprio centro simbolico. Per la poesia depalchiana parlare ancora di unità metrica diventa davvero problematico. L’unità metrica pascoliana si è esaurita, per fortuna, già negli anni Cinquanta quando Pasolini pubblica Le ceneri di Gramsci (1957). Da allora, non c’è più stata in Italia una unità metrica riconosciuta, la poesia italiana cercherà altre strade metricamente compatibili con la tradizione con risultati alterni, con riformismi moderati (Sereni) e rivoluzioni formali e linguistiche (Sanguineti e Zanzotto). Il risultato sarà lo smarrimento, da parte della poesia italiana di qualsiasi omogeneità metrica, con il conseguente fenomeno di apertura a forme di metricità diffuse.

    Dagli anni Settanta in poi saltano tutti gli schemi stabiliti. Le istituzioni letterarie scelgono di cavalcare la tigre. Zanzotto pubblica nel 1968 La Beltà, il risultato terminale dello sperimentalismo, e Montale nel 1971 Satura, il mattone iniziale della nuova metricità diffusa. Nel 1972 verrà Helle Busacca a mettere in scacco queste operazioni mostrando che il re era nudo. I suoi Quanti del suicidio (1972) sono delle unità metriche di derivazione interamente prosastica. La poesia è diventata prosa. Rimanevano gli a-capo a segnalare una situazione di non-ritorno.
    Resisterà ancora qualcuno che pensa in termini di unità metrica stabile. C’è ancora chi pensa ad una poesia pacificata, che abiti il giusto mezzo, una sorta di phronesis della poesia. Ma si tratta di aspetti secondari di epigonismo che esploderanno nel decennio degli anni Settanta.

  45. gino rago

    I contributi critici di Alfonso Berardinelli (“La poesia italiana fra anni
    Settanta e Ottanta”) e di Giorgio Linguaglossa (“La dissoluzione dell’unità metrica e la poesia dell’avvenire”) gettano nuove luci sul tentativo, che prima o poi dovrà essere affrontato, e scartocciato nelle sue linee
    fondamentali, di una rilettura del ‘900 poetico italiano.
    Anche se molti aspetti già compiutamente emergono sia come “conseguenze” poetiche di suggestioni e influenze lontane, sia come basi
    estetiche verso un nuovo corso poetico italiano.
    Qualche deduzione sull’orizzonte operativo della “nuova” poesia italiana
    quindi forse è possibile, forse può essere tentato:

    – sembra in via di liquidazione l’intimismo, almeno quello che in termini
    di teorie simboliste, ha permeato la lirica dai crepuscolari agli ermetici;

    – pare definitivamente in crisi l’istanza di quel realismo di matrici
    sociologiche e marxiste, con tutti gli estri rivoluzionari a farsi interpreti di quella massificazione a opera d’una società industriale avanzata;

    – si colgono, disseminati e sparsi qui e là, taluni semi e segni di una certa critica del linguaggio tradizionale (Crovi, Ceronetti, Pignotti) tesa alla
    ricostruzione d’una espressione in grado d’inglobare in sé tutti i frammenti
    – mitici – delle idealità perdute.

    Forse in una certa misura, con la rottura dell’unità metrica segnalata
    nel suo lavoro critico da Giorgio Linguaglossa, sul finire del ‘900 la lirica italiana prende atto del fatto che il “come evolversi esteticamente” per lei
    significasse passaggio a nuova vita, senza rimpianto per le vecchie
    forme passate.
    Gino Rago

  46. gino rago

    Non sembri provocatorio ma, forse, prima o poi L’Ombra delle Parole,
    in una unità d’intenti della Redazione, dovrà esplorare un filone fin qui non preso nella considerazione che merita, non soltanto dalla nostra Rivista
    ma da quasi tutta la critica italiana: la poesia religiosa, nel panorama
    poetico italiano.

    Gino Rago

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