Angela Greco, POESIE SCELTE da ANAMÒRFOSI (Ed. Progetto Cultura Roma, febbraio 2017) con uno scritto di Giorgio Linguaglossa e un Commento di Mariella Colonna Filippone

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Angela Greco è nata il primo maggio del ‘76 a Massafra (TA). Ha pubblicato: in prosa, Ritratto di ragazza allo specchio (racconti, Lupo Editore, 2008); in poesia: A sensi congiunti (Edizioni Smasher, 2012; 2017); Arabeschi incisi dal sole (Terra d’ulivi, 2013); Personale Eden (La Vita Felice, 2015); Attraversandomi (Limina Mentis, 2015, con ciclo fotografico realizzato con Giorgio Chiantini e nota introduttiva di Nunzio Tria); Anamòrfosi (Progetto Cultura, Roma, 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa). Presente anche in diverse antologie e su diversi siti e blog è ideatrice e curatrice del collettivo di poesia, arte e dintorni Il sasso nello stagno di AnGre (http://ilsassonellostagno.wordpress.com/). Commenti e note critiche sono reperibili all’indirizzo https://angelagreco76.wordpress.com/

Dalla prefazione di Giorgio Linguaglossa (retro di copertina)

Quello che ora è necessario è una nuova visione di ciò che è il reale e di ciò che la poesia vuole essere. È da qui che ha inizio il lavoro poetico di Angela Greco, il suo progetto di ampliare la «forma-poesia» per creare una poesia nuova, moderna, dialogata e narrativa che sappia argomentare e presentare i suoi Personaggi, le sue Maschere. E sarà su questo punto che si disegnerà un nuovo spazio per la poesia del futuro. La poetessa pugliese riparte dal punto tracciato da Czesław Miłosz in Ars poetica del 1957, posta in epigrafe del libro, alla ricerca di uno spazio espressivo integrale che sia contenitore di una «forma» più ampia e di un «tempo» più ampio (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani), una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento. Una linea di riflessione, che diventa una linea di demarcazione. Angela Greco accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Czesław Miłosz al problema della poesia dell’avvenire. È dentro questa problematica che si situa questo lavoro della poetessa di Massafra. Il tentativo di creare un allestimento scenico per una poesia di Ombre, di Maschere, di Personaggi, che discorrono e discutono mentre il tempo scorre e la forma si solidifica; una poesia, che varca la soglia della lirica per avviarsi verso una nuova struttura sintattica e semantica.

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Angela Greco

Premessa dell’autrice

Anamòrfoi, in greco, è un sostantivo femminile, da ἀναμόρϕωσις «riformazione», derivato di ἀναμορϕόω «formare di nuovo». Tra le differenti accezioni del termine, secondo il dizionario, è così chiamato anche un tipo di rappresentazione pittorica realizzata secondo una deformazione prospettica, che ne consente la giusta visione da un unico punto di vista, risultando invece deformata e incomprensibile se osservata da altre posizioni. Da qui, il titolo che indica una nuova scrittura poetica (rispetto a quella utilizzata in precedenza) comprensibile da una particolare angolazione\prospettiva, dove la “visione” si rende manifesta spostando il punto di vista, piegandosi e mutando la propria posizione rispetto alla poesia a cui siamo abituati.

In pratica, mutuando una definizione ancora dal dizionario, Anamòrfosi “è il racconto di una azione che dev’essere interpretata diversamente dal suo significato apparente”. L’azione o, meglio, le azioni da leggere nei versi, oltrepassando il significato apparente, appunto, sono i passaggi che conducono alla liberazione necessaria all’atto della creazione poetica, abbandonando strada facendo quanto scritto fino a quel momento, per compiere il cambiamento di cui nel titolo. La narrazione, tra dubbi ed interrogativi, esprime l’allontanamento da tutto un consolidato mondo chiuso nella propria tradizione poetica, usurato, feroce e sempre pronto a stroncare ogni nuova voce.

Nelle varie sezioni si susseguono cambi di scena e dialoghi tra: una figura maschile – il maestro, che incarna colui che conosce la materia poetica e la sua situazione fino a quel momento, la razionalità e la concretezza, chiusa nella stanchezza e nella sfiducia -, una figura femminile – che rappresenta il discepolo, l’istinto e la creazione, che si identificherà alla fine col poeta – ed una voce, la poesia.  (A.G.)

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Angela Greco Roma, 2016 giardinetti di S. Paolo

Commento da Mariella Colonna Filippone

Entro in Anamòrfosi di Angela Greco. Si ha l’impressione di varcare la soglia di un mondo nuovissimo, appena emerso da un nulla popolato di presenze: le parole, gelide e a un tempo incandescenti, creano spazi luminosi, ambienti in cui si percepisce, sì, l’invito ad entrare, ma con cautela, per non rompere i cristalli dell’incanto espressivo e della trasparenza linguistica, che è anche e sempre trasparenza dell’essere. Ho detto “parole gelide e incandescenti” e non si tratta di un paradosso, ma di una condizione esistenziale in cui si percepisce la presenza – assenza dell’autrice, dal primo all’ultimo verso dell’opera.

Anamòrfosi è senza dubbio un punto di arrivo. Angela Greco ha compiuto un percorso, un pellegrinaggio sacro insieme al Maestro per raggiungere il Tempio della Poesia. Ma, come per tutti i percorsi avventurosi e i pellegrinaggi, il lavoro per raggiungere la meta è stato impegnativo e difficile, anche se alleggerito dalla mano del Maestro, che non sembra aver mai lasciato quella dell’Allieva. Ci sono quindi molte componenti da analizzare che si intrecciano e si perdono per poi ritrovarsi, come in un labirinto di marmo e di cristallo. In quello spazio trasparente tutto è ontologicamente posseduto dalla purezza della Poesia nuova generata in contemporanea al momento-tempo della sua nascita. Nascita che va dalla prima all’ultima parola di Anamòrfosi, come indica lo stesso titolo sintetico, ma capace di svolgersi nella spirale che dal nucleo “primordiale” si allarga verso lo spazio circostante, come nella struttura della conchiglia che tanto ha suggestionato l’arte barocca con il suo dinamismo espansivo e vibrante.

Il “gelo” è dimensione di tempo nella purezza dello spazio segnato dai movimenti dell’orologio che lo negano e lo affermano come presenza-assenza:

La figura delle 15 e 15 è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle diciassette e venti la osserva.
(…) Le parole e il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze

Nella Nuova Poesia, l’assenza è più importante della presenza, anche perché ad essa funzionale; analogamente, il silenzio è radice della parola che da quello nasce, come Venere dal mare. Un’altra chiave di scrittura e di lettura di quest’opera è il mistero. Così sembra dire la stessa autrice in apertura della sezione Scene e personaggi: 

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare la trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce.
E si riempirà la stanza senza palcoscenico.

La conclusione precede misteriosamente la vicenda che, a fine pagina, si connota di un preciso tempo storico: il Novecento, terzo personaggio – chiave si lettura insieme al Maestro e all’Allieva. Ma criptica è questa presenza di un Novecento quale doppio oggetto del desiderio diviso in odio e amore: lo si vuole distruggere, ma lo si ama appassionatamente, perché è parte della nostra Storia, è ancora dentro di noi: non saremmo Nuovi, se non ci fosse l’Antico. Dal “gelo” della purezza comincia a nascere qualche scintilla che poi, sempre in silenzio, provocherà un grande fuoco. Siamo nel pieno di un Giallo surreale. È attraente l’idea di scoprire chi o cosa c’è dietro le mura di marmo del labirinto, nello specchio di Amleto o dentro la conchiglia di Venere, assente nel testo poetico, ma più che mai presente nell’atmosfera che si va creando. Ci accorgiamo che sul “mistero” dell’Anamòrfosi comincia a configurarsi qualche indizio:

“(…) ad ogni parola dell’uomo la dama si fa più corporea.
Fuori della cornice lei è nella sua interezza.
Un sonaglio alla caviglia segna il passo minuto e sicuro.”

Pur trattandosi di un discorso intensamente simbolico e surreale, l’Allieva si trasforma in un personaggio reale: affiora la corrispondenza tra la parola di lui e la corporeità di lei. La poesia introduce i due, Allieva e Maestro, in un mondo a parte, dove sentimenti e abitudini quotidiane non hanno più valore: la parola del Maestro esercita il suo potere su tutto, anche sulla corporeità dell’Allieva – da intendersi come metafora del suo essere poetessa e donna. La metafora nomina più eloquentemente l’assenza deducendola dalla presenza. Nei versi che seguono c’è un sonaglio alla caviglia che segna il passo minuto e sicuro di lei, la protagonista femminile. Il sonaglio è un oggetto erotico, ma, al di là di questo primo significato, il suo suono argentino accompagna a doppio filo lo sviluppo dell’incontro. La vicenda narrata è significativa perché riguarda l’Essere, ma la sovra-realtà, fitta di allegoria e simbolo, veste il reale con un linguaggio indiretto.

Esistenza e Poesia si sfidano, per poi entrare in perfetta sinergia, ma le briglie del cavallo impetuoso le stringe la Poesia:“la dama è in luce vestita di soli veli,/ la caviglia nervosa trema d’impazienza alle note che entrano…” e sta per cominciare la danza. La danza della vita o quella della Poesia?  Dell’una e dell’altra, ma ancora credo si debba dare il primato alla Poesia (che poi è vita, ma è anche “assenza” della stessa). E infatti il Maestro dice: “Dopotutto siamo solo un giro di valzer”, dove danza e valzer sembra si riferiscano alla creazione poetica.

C’è un momento che si distacca dalla fredda luce di specchi e di cristalli e introduce all’improvviso il colore, grazie all’evocazione di Van Gogh e di una sua opera,“Campo di grano con corvi”, in cui dominano il giallo e l’azzurro e i corvi neri, presenti anche in altre parti del poemetto. Il pittore è fermo di fonte all’opera, ma le sue mani lavorano febbrilmente. “La creazione è ribellione al caos” è un suo pensiero? Forse, ma non è solo un pensiero. La sequenza successiva ripropone gli stessi colori in un quadro di Hopper. Un corvo passa anche su questo cielo. In crescendo i colori della vita dipingono un’immagine di serenità: “La terra pensa di essere di maggio e accelera la fioritura dei ciliegi”. Ma ecco un nuovo colpo di scena: “Monsieur, oggi Parigi brucia.” L’atmosfera si fa cupa, “myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli”. La conclusione del Maestro è: “Danziamo, non abbiamo altra salvezza”; il tema della danza evoca vita e poesia. Ma la Poesia, in ultimo, salva la coppia Maestro – Allieva, o chiunque altro sia Poeta, mentre Parigi brucia, cioè mentre tutto va in rovina.

La parentesi di Amleto riapre fulmineamente lo scrigno dove si celano i “misteri di AnGre (l’autrice)” e sembra orientarci proprio verso di lei, verso il suo specchio – labirinto personale. Lo specchio: AnGre. Amleto: il labirinto. Non esiste in letteratura personaggio più misterioso di Amleto. C’è senz’altro un legame tra la poetessa e Amleto, tenendo conto anche di un rimando ad un simile trauma all’occhio (alla visione), che la fece soffrire, di cui parla in una poesia in cui si rivolge in tono drammatico a Dio. Il paradosso di questo Amleto e di questa Angela Greco è che la sofferenza all’occhio (organo della visione in senso lato) guarisce quando nell’occhio di Amleto (e di AnGre?) si conficca una scheggia di vetro, frammento dello specchio su cui l’ira di Amleto aveva scagliato un bicchiere frantumandolo. Avrei un’interpretazione della metafora, ma “esigenze di copione” mi trattengono dal parlarne.

L’evento sembra compiersi in un clima poetico intenso e surreale, che ricorda i cieli, le nuvole e le rocce sospese in aria di Magritte, e tutto si raccoglie dentro il “vetro soffiato”: il mare, lui, lei, l’abitazione, la tigre e la Poesia. Il ribaltamento, la rivoluzione espressiva sta per accadere e la presenza della tigre è un indizio significativo. La nudità è l’essenza della vita senza ornamenti o ricami. I due personaggi sono al confronto finale, estremo: la tigre ne è il simbolo. Ed ecco la chiave offerta per comprendere: questa tigre, elemento primordiale istintivo tutto corpo, forza e slancio elegante nel salto per sbranare la preda è un tratto di penna sul foglio candido, cioè la scrittura, il mezzo per realizzare la rivoluzione poetica. Ma, per realizzare tale rivoluzione, è necessaria la lotta, “Un corpo a corpo spietato”.

L’evento è avvenuto, ma ha richiesto tutte le possibili energie dell’Allieva, il dono totale di sé, che ha qualcosa di spietato, perché, oltre a donare, bisogna anche distruggere, se si vuole ricominciare tutto da capo. Ciò che è avvenuto è avvolto nel mistero della Vita e della Poesia ed è inutile spiegare oltre: anche Anamòrfosi è un mistero bello della natura spiegato fino a dove pensiero umano può arrivare: a noi, ai lettori e ai critici resta il segno della zampata, che non potrà mai scomparire del tutto, perché le unghie della tigre scavano in profondità. Si tratta indubbiamente di un evento d’amore, come lasciano capire alcuni versi e immagini: “Il letto al centro della stanza è isola in mezzo all’oceano”, ma di un amore particolarissimo, che va al di là di ogni possibile definizione. Credo di poter dire almeno questo con certezza: è il legame che unisce due o più persone che cercano con ogni particella dell’essere la verità. Non una qualunque verità, ma quella oscura e luminosa ad un tempo, che connota la Poesia, che è creazione, ma è anche tenerezza, carezza da essere ad essere e, soprattutto, la gloria della parola (e del silenzio che la sostiene e accompagna,) scavata dentro l’anima e il corpo, capace di restituire all’uomo la bellezza di esistere e la gioia anche in mezzo alle macerie e ai mostruosi fantasmi della vita presente.  “Vivi della parola non detta” dice il Maestro e io aggiungo: “Che ancora puoi dire con il gesto della creazione, che fa di te un Poeta, un cantore della Vita.”  E ancora il Maestro:

Ogni volta che fermiamo un attimo sul bianco
siamo intere costellazioni in movimento
perseguitate dall’assenza

È su quell’assenza che cercheremo ancora e sempre la parola che nasce dal vissuto e non vissuto “nostro pane quotidiano” e che ci libera dal peso dell’esistere ricordandoci della rosa che fiorisce improvvisamente sulla strada di pietre che percorriamo a fatica: quest’anno, sulla mia strada, invece della rosa è fiorita l’Anamòrfosi di Angela Greco.

Poesie tratte da Anamòrfosi

§

Dunque Il poeta è un fingitore.
Da dove può venirgli l’autenticità?
Ride qualcuno dello sventurato.

«Tutto può essere tema dell’autenticità» – dici –
voglio credere che oltre questo tempo
dell’inganno e dell’apparenza tu abbia ragione.

Non è tangibile ciò a cui mi riferisco,
ma è la nudità della parola, quando spoglia
tenta la salita e tu la chiami Poesia.

(pag.17)

§

Westminster ogni quarto d’ora ricorda che qualcosa passa
con la sua suoneria puntuale oscilla dentro-fuori dagli occhi.
La luna piena d’ottone riflette l’angolo opposto della camera
dentro qualcuno è seduto ad una sedia dietro un tavolo.
I due fori sul quadrante si ricaricano in direzioni opposte:
tic-tac senza tregua da trent’anni tra mura tradiscono silenzio.

Ho studiato per diventare pioggia
ma la voce del tuono mi ha svegliato¹

Il pomeriggio è fatto per le preghiere e le cattive notizie.
La figura delle quindici e quindici è ferma sulla soglia;
dall’altra parte, diametralmente all’opposto,
la figura delle ore diciassette e venti la osserva.
Il silenzio pendola e nel mezzo la terza figura all’ora zero
ascolta l’aggiungersi dei rintocchi: uno, l’ora
due, la mezza e tre, un quarto alle sei. Devo svegliarmi.
Le parole ed il mattino oscillano
nello spazio compreso tra due assenze.

¹Giorgio Linguaglossa, Paradiso

(pag.19)

§

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.

Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.

Racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.

(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)

Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.

Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.

(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)

Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.

(pag.23)

§

«Monsieur oggi Parigi brucia.

Che senso ha quello che diciamo, oggi?»
L’uomo non risponde. La fissa solamente negli occhi.
Aspettava quella domanda.

Silenzio.

(la piazza adesso è un florilegio buio come la notte appena trascorsa.
Myosotis neri piovono da un cielo non diverso e volano bassi identici uccelli.
Vorrei parlare con mio fratello della terra che ha generato nostra madre,
ma questo non è più il tempo delle finestre con le tendine fiorite.)

Il lutto stringe gola e sonaglio alla caviglia
e nonostante la ferita l’uomo tende la mano alla dama:
«Danziamo. Non abbiamo altra salvezza».

(pag.33)

§

Fotografia nella cornice color ruggine:
vestiti, sorrisi e volti dietro grandi lenti da sole
ad oscurare pensiero e azione.
Fermi in posa nella grande stanza dalle tende stirate
e il pavimento lucido.
Una domanda: quanto può durare l’attimo?

Una voce si ferma lungo il tragitto dal letto alla finestra.
Lui e lei hanno interrotto la danza per ascoltarla.
La camera è una cassa armonica
e loro sono strumenti d’orchestra.

Pensi che Orfeo abbia contato i gradini?
La discesa agli inferi è un evento personale:
è pari ai giorni di cui abbiamo consapevolezza”.

(pag.40)

§

Gli inferi sono una questione strettamente personale
pochissimi sono gli accompagnatori.
Non si può ripetere il viaggio di qualcun altro.

Il tavolo di legno rettangolare sostiene
inferni bianchissimi
come ossa piante da tempo.
La sedia completa l’altare
per mani che appassionate celebrano.

La discesa nel regno degli inferi è un corpo a corpo
(in assise davanti al legno rettangolare il poeta sembra pregare)

Orfeo segna il cammino con le note che via via si assottigliano
e la mano sfiora senza esitare le nove corde della lira.

(pag.48)

§

Stamattina ho trovato la contraddizione che ti racconta.
Non ci sei, non ci sono le tue mani e non c’è il tuo volto
eppure sei qui tra questi righi che riempiono lo spazio.
Nell’atto stesso del pensare alle tue mani che altrove
si muovono, sei tu nel momento del riunirsi dei grafemi
e prendi corpo. Allora esisti anche dopo il punto e il buio.

Centottantasette giorni di discesa per ritrovare la strada:
il dito segna pagina ventinove e fiori destano il mio giardino
oltre la resina opaca di polvere la casa è ancora la stessa.
Mi guardi anche dopo le ultime pagine – che aspettano
fremendo di Jonio travolto dello scirocco – e ti chiamo.
Tu rispondi che la poesia è sempre un atto di anacronismo.
Sono certa che questo non è il nostro primo incontro.

(pag.70)

§

La mano è ferma sulla maniglia della porta
non vuole inclinare quel momento.
L’aria attraversa l’incavo della chiave
oltre l’impedimento visivo.
Una voce alle spalle rompe il silenzio:
«Di tutti i miei sensi sei il più acuto, oggi».

Un passo e un gesto basterebbero
a mandare in frantumi l’attimo.
Di quanto accade oltre la soglia
a loro non interessa. Sono al di qua,
dentro qualcosa di oscuro
che ancora sfugge.

(pag.71)

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Mariella Colonna

Mariella Colonna.  Sperimentate le forme plastiche e del colore (pittura, creta, disegno), come scrittrice ha esordito con la raccolta  di poesie Un sasso nell’acqua. Nel 1989 ha vinto il “Premio Italia RAI” con la commedia radiofonica Un contrabbasso in cerca d’amore, musica di Franco Petracchi (con Lucia Poli e Gastone Moschin). Radiodrammi trasmessi da RAI 1: La farfalla azzurra, Quindici parole per un coltello e Il tempo di una stella. Per il IV centenario Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina è stata coautrice del testo teatrale La follia di Giovanni (Premio Nazionale “Teatro Sacro a confronto” a Lucca), realizzato e trasmesso da RAI 3 nel 1986 come inchiesta televisiva (regia di Alfredo di Laura). Coautrice del testo e video Costellazioni, gioco dei racconti infiniti in parole e immagini (Ed.Armando/Ist.Luce) presentato, tra gli altri, da Mauro Laeng e Giampiero Gamaleri a Bologna nella Tavola Rotonda “Un nuova editoria per la civiltà del video” ha pubblicato, nella collana “Città immateriale ”Ed.Marcon, Fuga dal Paradiso. Immagine e comunicazione nella Città del futuro (corredato dalle sequenze dell’omonimo film di E.Pasculli), presentato nel 1991 a Bologna da Cesare Stevan e Sebastiano Maffettone nella tavola rotonda sul tema “Verso la città immateriale: nell’era telematica nuovi scenari per la comunicazione”. Nel 2008 ha pubblicato Guerrigliera del sole nella collana “I libri di Emil”, ediz. Odoya. Nell’ottobre 2010 ha pubblicato, con la casa editrice Albatros “Dove Dio ci nasconde”.  Nel febbraio 2011 ha pubblicato, presso la casa editrice. Guida di Napoli “Due cuori per una Regina” / una storia nella Storia, scritto insieme al marito Mario Colonna. Un suo racconto intitolato “Giallo colore dell’anima” è stato pubblicato di recente dall’editore  Giulio Perrone nell’Antologia “Ero una crepa nel muro”; nel 2013 ha pubblicato “L’innocenza del mare”, Europa edizioni; nel 2014 “Paradiso vuol dire giardino”, ed Simple; nel 2016 coautrice con il marito Mario di “Mary Mary, La vita in una favola.”

27 commenti

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27 risposte a “Angela Greco, POESIE SCELTE da ANAMÒRFOSI (Ed. Progetto Cultura Roma, febbraio 2017) con uno scritto di Giorgio Linguaglossa e un Commento di Mariella Colonna Filippone

  1. Al compimento del primo mese di vita cartacea di questa nuova opera, Anamòrfosi, dire che sono felice di questa lettura della mia cara Mariella e della condivisione di Giorgio, che con entusiasmo ha accolto anche come direttore di collana questa mia poesia, è poca cosa; sono molto, ma molto felice.
    In estrema sintesi in questo mio nuovo libro ho semplicemente applicato una tecnica pittorica – l’anamorfosi appunto – alla poesia, narrando le fasi ed il vissuto del poeta (ovvio a parer mio s’intende), che conducono alla creazione del testo poetico. Ho rimesso in gioco la figura del “maestro” in un tempo in cui ci si illude di bastare a se stessi ed ho accolto tra i versi tutti i maestri da cui ancora attingo, imparando. Il punto centrale da cui si dipana ogni filo è “Ars poetica” di Czesław Miłosz, che leggevo e studiavo ormai da qualche anno prima di parlarne a mezzo e-mail con Linguaglossa, che ha avuto pazienza e capacità di ascolto nei confronti di questa che considero, comunque, una evoluzione della mia poesia, che non rinnega, né abbandona il lavoro dei precedenti miei libri editi, ma, semplicemente, lo amplia.
    Grazie di cuore a chi passerà da questi lidi, dedicando la sua attenzione ad Anamòrfosi.

    Riporto in questa sede anche la nota critica al testo – letto nell’ottica delle nuove proposte-idee condivise su L’Ombra delle Parole, ma che non erano nelle mie intenzioni nell’inverno del 2015, quando Anamòrfosi era in gestazione – che Claudio Borghi, che ringrazio, ha gentilmente fatto pervenire in mail. Buona lettura!

    § Anamorfosi è un libro intrigante quanto sfuggente, fatto di luoghi spesso evanescenti e situazioni stranianti, spazi e microspazi e accensioni sibilline di tempo interiore. Ci sono diversi incontri, tra cui spicca quello con il Maestro (Linguaglossa) che percorre tutto il libro (con svariate citazioni di suoi versi), interni con dialoghi tra un uomo e una donna, pervasi non di rado da brividi erotici, fremiti di ali percepiti in un esterno naturale che appare raramente messo a fuoco (ma descritto con rapide efficaci pennellate: “Ci sono giorni in cui nemmeno una piuma piove dal cielo/e le nuvole sembrano enormi nidi vuoti in attesa/di quelle uova che si dischiuderanno oltre tempo”), inquietanti apparizioni di Amleto, Orfeo e Euridice, citazioni di versi di poeti che a loro volta ti hanno fatto da guida e ti sono stati di ispirazione (oltre a Linguaglossa, Pessoa, Milosz, Brodskij, Tranströmer), sfere che si frantumano, schegge-istanti che si spargono, frammenti che si disperdono, un reale percepito mentre sfugge e si inabissa in una sorta di incubo cosciente. C’è la volontà di catturare e trattenere un nucleo segreto e privato di esperienza, di dilatare metafisicamente quello che accade e non si riesce a circoscrivere razionalmente. La poetica del frammento mi sembra perseguita in modo originale e con l’intenzione esplicita di esplorarne le possibilità espressive in diverse direzioni e con diverse soluzioni formali, con giustapposizioni di immagini, scene e dialoghi che si alternano senza soluzione di continuità, in una sorta di flusso di coscienza in cui si cerca, però, di non abbandonare la coscienza al flusso, ma di sperimentare, lucidamente, la dilatazione dell’attimo vissuto: “quanto può durare un attimo?”. In questa domanda credo consista l’intuizione che ispira ed esprime il significato poetico più autentico di questi testi: la volontà di esplorare lucidamente la possibilità di una cristallizzazione e di una dilatazione della coscienza mentre vive il presente. Molte poesie mi sembrano nate sull’onda di questa idea, che credo tu stia vivendo, con emozione, come novità espressiva e conquista spirituale. Il dialogo con Giorgio è riferimento costante e fondamentale in questo tuo percorso esistenziale e di formazione, ma stai tentando una sintesi oltre i dettami di una poetica che, in quanto personalmente filtrati e vissuti, ti possono portare a una forma ancora più personale di scrittura e ad affinarla ulteriormente sul piano espressivo. Lo straniamento percettivo, e il conseguente riverbero delle frequenze emotive nell’anima del lettore, credo siano gli effetti più evidenti e rimarchevoli di questa fase poetica, in fluido divenire, che nel futuro potrà riservare ulteriori sviluppi: ne stai creando, esplorandoti nel profondo, le fertili premesse. (Claudio Borghi)

  2. non mi arrischio, soprattutto non mi permetto, di commentare un libro che non ho letto ma che leggerò. Auguro quindi le migliori fortune sia all’opera sia alla creatività che l’ha espressa.

  3. Annalisa Ciampalini

    Non ho letto il libro e vorrei leggerlo. Versi come
    “Le parole ed il mattino oscillano
    nello spazio compreso tra due assenze”

    sono estremamente interessant
    Annalisa Ciampalini

  4. gino rago

    “Abbiamo un Amleto in comune” è l’esordio nei versi di Angela Greco.
    Amleto, Shakespeare. Ovvero il centro, con Dante, del Canone Occidentale. Angela Greco se non altro per questa volontà di agone mostra di possedere consapevole coraggio. E allarga la forma-poesia.
    Ma avrei bisogno di più tempo, e uno stato di salute più fermo, per tentare
    un approccio più persuaso con quest’opera grechiana.
    Eccellenti le note di Giorgio Linguaglossa e di Mariella Colonna che meglio
    d’altri sanno che il lavoro del critico somiglia un pò alla lotta notturna di Giacobbe…
    Gino Rago

    • Grazie di cuore Gino per aver chiamato in causa il mio amato Amleto, figura che sento molto vicina e che mi accompagna fin dall’esordio in prosa ormai accaduto nove anni fa. Ti auguro su tutto che la salute torni in forma, aspettando con gioia tue notizie anche su questo mio libro. Ti abbraccio.

  5. gino rago

    L’Opera di Edith Dzieduszycka, ho dimenticato di dirlo nel commento di prima, la trovo e la sento tanto delicata nella sua composizione quanto possente nel suo esito estetico: in armonia con il tono del lavoro poetico
    di Angela Greco.
    Gino Rago

  6. per chi avesse voglia di leggere un altro punto di vista su Anamòrfosi segnalo questo articolo. Grazie a tutti per l’attenzione. https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2017/03/03/anamorfosi-di-angela-greco-recensito-da-michelangelo-zizzi/

  7. Forse Milosz non si sarebbe soffermato sulla mano “ferma sulla maniglia della porta”. E forse avrebbe scritto ” di UNA porta”. Qui sta secondo me la differenza tra femminile e maschile: nella cura che chiede al tempo, altro tempo.
    Ma quel che sempre cerco l’ho trovato in questo verso:
    (…) Allora esisti anche dopo il punto e il buio.
    Ecco, trovata poesia! Nascosta dentro una prosa diligente e per bene, nel frammento che agisce come larga rete da pesca; sì, anche a dispetto della critica migliore, perché poesia viene innanzi tutto. Lei apre le porte, non si ha nemmeno bisogno di bussare.

    • Caro Lucio, grazie per la lettura innanzitutto. Il frammento è qualcosa che state leggendo in molti nei miei versi, che volete trovare sembra ad ogni costo e mi può stare bene nella misura in cui rispetto la libertà altrui di leggere in un libro tutto quello che si vuole leggere – se è ammissibile tanto – e non nella misura, invece, di una recinzione, di una forzata appartenenza a qualcosa, come avverto io da questa parte, ma Anamòrfosi non segue, né persegue tanto; anche se Giorgio ne parla da tempo, all’epoca dei fatti non parlavamo di questa “nuova ottica”, ma semplicemente e sottolineo semplicemente di una nuova forma più spaziosa, come il Nobel polacco suggerisce nella sua magnifica “Ars poetica”. Tu leggi (anche) diligente prosa e a me sta pure bene per il rispetto del pensiero altrui, ma sarebbe meglio a questo punto dire che potrebbe trattarsi di poesia narrativa, ovvero che racconta usando anche i mezzi della prosa e perché no? anche del teatro (che sono e rimangono altro da questo mio lavoro, però; ma le distinzioni oggigiorno sono qualcosa di molto aleatorio e penso alla prosa poetica, alle narrazioni che sfociano nella poesia e a anche all’immensa confusione sui generi, specchio perfetto dei tempi 😉 ). Anamòrfosi di fatto è un progetto, uno studio, un inizio forse, un ampliamento sicuramente, un passo in più rispetto ai miei lavori precedenti.
      Ti ringrazio per il commento che ha messo in luce alcuni aspetti di questi testi.

  8. “Sono al di qua dentro qualcosa di oscuro che ancora sfugge”Cacciatore,di fantasmi
    ricercatore che scientificamente vuole dimostrarne l’esistenza

  9. Salvatore Martino

    “Nell’oscurità della propria insonnia
    il turno, la chiusura dei conti, il ritorno;
    in un silenzio asfissiante assottigliano il coraggio
    e feroce svanisce l’illusione di riuscirci.

    Qui non importa essere figlio di dio.

    Il cielo è così distante da confondere le idee
    e la sera è uno stato dello spirito.

    Il rumore della sopravvivenza
    fuori da questo perimetro
    ha qualcosa di conosciuto
    che non si può più ignorare”.

    Questa una della stanze di “un tale chiamato Barabba” di Angela Greco che tempo fa ebbi la ventura di leggere compiutamente: Mi era stato inviato cortesemente dall’Autrice. Ebbene quel testo mi colpì profondamente sotto diversi aspetti. La ricostruzione personale di una vicenda così straordinariamente nota, le immagini, ALCUNE FOLGORANTI, CHE IMPREZIOSIVANO IL TESTO, UNA CAPACITà DI INTROSPEZIONE DEI PERSONAGGI DAVVERO NOTEVOLE, IL linguaggio decisamente moderno ma con una eco antica e misteriosa, la circolarità della visione, la narrazione della vicenda come avente rispondenze nelle nostre vicende attuali…e tante altre cose che per non annoiare declino.Fui affascinato soprattutto dalla forza che sprigionavano quei versi, il loro ritmo, che potei rilevare facilmente ad una lettura ad alta voce.Ci sono ritornato questa notte dopo aver visto queste nuove produzioni dell Greco, e ho confermato a me stesso quanto a suo tempo avevo intuito.
    Davanti a queste nuove poesie rimango un po’ perplesso, mi appaiono troppo costruite, alla ricerca di una possibile frantumazione, quindi con un tratto di intellettualismo che mi sembra oscurare la tua vena decisamente più sanguigna (nel senso della sangriente luna di Quevedo).

    “Stamattina ho trovato la contraddizione che ti racconta.
    Non ci sei, non ci sono le tue mani e non c’è il tuo volto
    eppure sei qui tra questi righi che riempiono lo spazio.”

    Qui dove ritrovi a mio parere una concretezza, rispetto a quella astrazione delle stanze precedenti, il discorso riparte verso l’alto. Non so…c’è qualcosa che non mi convince, ma non sono un critico e non riesco a trovare il bandolo di un giudizio più sereno e distaccato…come sempre le mie sono soltanto impressioni estremamente personali, senza la presunzione di levarmi da una doxa confutabile.
    Quelle maiuscole sparse non hanno alcun valore, sono semplicemente errori di battute.

    • Carissimo Salvatore, grazie per aver riportato alla luce il mio Barabba, che qualcuno disse essere “troppo filosofico” e che io non ero pronta a sostenere qualcosa di simile… Verissimo, sono molto più sanguigna e appassionata della poesia di Anamòrfosi, però è anche vero che mi trovo a vivere un periodo in cui non voglio adagiarmi su nulla di già fatto o già scritto e, semplicemente, percorro, cammino, procedo, magari retrocedo, senza mai dare nulla per assoluto o definitivo. Non è un caso che i lavori successivi a questo appena uscito siano tornati a parlare di pelle e sud… Grazie di cuore per il commento, preziosissimo!! Un abbraccio.

  10. renato gasodino

    Se ci fosse più musica ed epica in questi versi della Greco forse potrei affermare che ci muoviamo nella sfera di un primitivo Antonio Sagredo (autore che seguo moltissimo ovunque sia)… insomma la Greco senza presentare alcuna epigonia o imitazione qualsiasi – di chicchessia autore – sa bene districarsi dalle reti provinciali e uscirne fuori vittoriosamente e così aspira ad essere la più moderna poetessa salentina e tra le prime nel meridione e tra le più importanti in Italia. Il mio augurio è questo poiché il sentiero l’ha tracciato bene… attendo dalla Greco più possanza e noncuranza verso il lettore con versi che siano pugni da kappao!

    • Grazie Renato! Anche per aver citato e avermi avvicinato ad un poeta conterraneo che stimo e che mi piace molto, Antonio Sagredo, di cui in questi giorni sto leggendo il bellissimo Capricci appena uscito. Grazie per il consiglio e per per l’augurio; per ora diciamo che mi sto allenando, lieta di essere all’OK prima del KO. Un caro saluto dal nostro Salento!

  11. Mariella Colonna

    sono in sintonia con Claudio Borghi che ha espresso con intensa precisione il pensiero e le immagini, nate in modo quasi spontaneo, benché meditato e ricco di notazioni culturali, dalla sua lettura di “Anamorfosi”. In particolare quando dice:” …sfere che si frantumano, schegge-istanti che si spargono, frammenti che si disperdono, un reale percepito mentre sfugge e si inabissa in una sorta di incubo cosciente. C’è la volontà di catturare e trattenere un nucleo segreto e privato di esperienza, di dilatare metafisicamente quello che accade e non si riesce a circoscrivere razionalmente. La poetica del frammento mi sembra perseguita in modo originale e con l’intenzione esplicita di esplorarne le possibilità espressive in diverse direzioni e con diverse soluzioni formali…” La domanda posta da Angela: “Quanto può durare un attimo?” rilancia il tema del tempo, (uno dei più approfonditi) che, nei frammenti, sembra dilatarsi e fermare tutto: le immagini, le emozioni, le azioni, i personaggi si cristallizzano in una dimensione atemporale, nonostante la poesia della Greco sia percorsa da sottostanti vibrazioni di raffinato eros e palpitanti di vita. E c’è anche un tensione metafisica in questo grande mosaico di pensieri che si sviluppano anamorfotica-mente, come le radici delle piante, dal terreno succhiano la linfa e sollevandosi verso l’alto cercano il sole per nutrire i fiori e farli risplendere al calore e alla luce..

    • Grazie Mariella anche per il graditissimo commento! Claudio credo abbia individuato aspetti che arricchiscano e completino la tua strepitosa lettura del testo. Il tempo è uno dei principali protagonisti dei miei versi, insieme all’assenza e al silenzio, attuale oggetto della mia ricerca. Anamòrfosi ha aperto una via e già solo per questo posso ritenermi soddisfatta. Estendo in ultimo commento il grazie al mio direttore di collana per la fiducia e la stima.

  12. per conoscenza, riporto che questa recensione con L’Ombra delle Parole come fonte, è stata condivisa anche al seguente link http://www.literary.it/dati/literary/c/colonna_filippone_m/anamorfosi.html

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