Il colloquio telefonico tra Boris  Pasternàk e Stalin nel 1934  a cura di  Antonio Sagredo avente ad oggetto il destino di Osip Mandel’štam

Stalin

Stalin

Corso monografico dell’anno accademico 1972-73 di Angelo Maria Ripellino

 (commento e traduzione di A. M. Ripellino – pgg. 30-31)

(note 127-128-129-130  di Antonio Sagredo – pgg. 30-31)

Il I° Congresso degli scrittori sovietici esaltò Boris Pasternàk come uno dei principali poeti dell’epoca: questo si spiega col fatto che nel 1934 Pasternàk era all’apice del successo e godeva dell’appoggio di alcune figure del partito, benché fosse un poeta in disparte. È nel ’34 che iniziò quel suo andare verso la semplicità, che caratterizzerà  la seconda parte della sua vita.

   Verso il regime sovietico si comportò bene e con coraggio. Cercò di aiutare Mandel’štam[1]27, quando questi fu arrestato nel ’34, e si recò dal poeta Demjan Bednyj che godeva della protezione di Stalin. Ma nel 1934, quando Pasternàk si recò da lui, Bednyj era appena caduto in disgrazia, perché aveva scritto nel suo diario che non voleva più prestare i suoi libri a Stalin in quando vi lasciava delle ditate di unto. Il segretario per farsi bello con Stalin, si affrettò a riportare il brano al dittatore e Bednyj fu ridotto alla fame con tutta la famiglia[2].

  Nel ’37 Pasternàk si rifiutò di firmare una lettera di approvazione di una delle tante fucilazioni di nemici del popolo, sebbene la moglie in cinta volesse che egli firmasse, ma non accadde nulla per questo rifiuto. Dopo essere stato da Bednyj si recò da Bucharin, sempre per aiutare Mandel’štam arrestato; Bucharin andò da Stalin esponendogli il fatto, e Stalin telefonò a Pasternàk e gli disse che il caso Mandel’štam era in corso di revisione e che tutto sarebbe finito per il meglio.

boris pasternak

boris pasternak

 La telefonata di Stalin a Pasternàk.

Stalin :

Ma perché voi, Boris Leonidovic non vi siete rivolto alle organizzazioni degli scrittori, o a me, per intercedere per Mandel’štam? Se io fossi un poeta e ad un mio amico fosse capitata una disgrazia, mi arrampicherei sui muri per dargli una mano.

 

Pasternàk :

 Le organizzazioni degli scrittori non si occupano più di ciò dal 1927; se io non mi fossi dato da fare, voi non sapreste nulla della faccenda. Del resto Mandel’štam non è proprio mio amico.

 

Stalin :

Ma è un vero artista questo vostro Mandel’štam?.

 

Pasternàk :

Questo non ha importanza.

 

Stalin :

E che cosa ha importanza?.

 

Pasternàk :

Vorrei incontrami e parlare con voi.

 

Stalin :

Di che cosa?.

 

Pasternàk :

Della vita e della morte 129[3].

 pasternak 5 Fu concesso a Pasternàk di rendere pubblica la telefonata, perché si capisse quanto fosse buono il tiranno e quanto amasse gli artisti, mentre in realtà lui stesso li mandava a morte.

   Pasternàk stesso si infervorò ad un certo punto per Stalin, personaggio strano, appartato. Sembra che anche Stalin avesse un debole per Pasternàk, perché avendo per caso udite alcune sue poesie, il suono di esse gli aveva evocato qualcosa di magico, per cui pensava a Pasternàk come ad uno sciamano, uno stregone: il che affascinava la sua figura di meridionale un po’ superstizioso.

   Pasternàk si è quindi salvato da Stalin per un prodigio, mentre la più gran parte degli scrittori, poeti e letterati del tempo, finirono nei lager.

   Pasternàk nel  1935 partecipò, a Parigi, al Congresso internazionale degli scrittori (antifascista) con la delegazione guidata da Erenburg, a cui solo all’ultimo momento fu permesso a lui e a Babel’ di partecipare130[4].

   Parigi gli servì per incontrare la Cvetàeva che viveva a Meudon, per visitare i luoghi dove aveva vissuto Rilke e l’albergo Istria dove aveva abitato Majakovskij

[1]27  – Notizie in questo senso anche nel Corso monografico del 1974-75 su Osip Mandel’štam di  A.M. Ripellino.p. 50

1[2]8  –  Preziosa  testimonianza di  Demjan  Bednyj (1883-1945). Nel maggio del 1934 Demjan e Pasternàk si incontrano: sono in auto e parlano. Il primo riferisce al secondo che: “ Molti dei nostri  pezzi  grossi sparano contro la poesia russa senza mancare un colpo e ricordò Majakovskij che era morto perché aveva voluto entrare in un campo dove lui, Demjan, si sentiva a casa propria, ma che a Majakovskij era del tuto estraneo”, in Nadežda Mandel’štam, L’epoca e i lupi, Mondadori 1971, p. 31.

129[3]—  Idem  notizie pgg. 50-55. [In una intervista di qualche anno fa Andrea Zanzotto così si esprime – più o meno – a proposito del rapporto che un despota ha con la poesia:” I dittatori amano la poesia, sa. La poesia, i suoni delle parole hanno effetto come di calmante, sono come una ninna nanna che li addormenta per uscirne rigenerati dalle forti tensioni a cui sono sottoposti”. È la medesima cosa che afferma Ripellino, più sotto (nota 12, p. 5), quando afferma che Stalin vedeva in Pasternàk uno sciamano; e gli sciamani, si sa, danno importanza ai suoni delle parole che pronunciano, al  loro ripetersi ossessivo come una cantilena che tranquilla e t’assopisce. Forse fu questo, uno dei motivi, perché il poeta sopravvisse al dittatore! ]

130[4]   Durante  i giorni che videro lo svolgersi del Congresso a Parigi il suo atteggiamento fu distaccato, anche verso alcuni intellettuali russi che incontrò. Da una lettera alla moglie si evince che il poeta è estremamente  sofferente, anche per  i disagi materiali che nella capitale dovette sopportare. Qui conobbe la figlia della Cvetaeva,  Ariadna, con cui più tardi imbastì  un carteggio; il poeta premiò la fedeltà di Ariadna verso di lui  inviandole, forse per prima, il Dottor Živago. Durante un giorno del Congresso, il poeta ceco Nezval narra che vide Pasternàk, il quale lo riconobbe subito e che lo salutò “mandandogli  un bacio con le dita”. (in V. Nezval, Memorie dell’avanguardia praghese nella rivista Europa letteraria… op.cit. p. 150).

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo è nato a Brindisi il 29 novembre 1945 (pseudonimo A. Di Paola) e ha vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (Alberto Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (Alberto   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. Alberto Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. Alberto Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche.

Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. Alberto. Di Paola e Kateřina Zoufalová.

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33 commenti

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33 risposte a “Il colloquio telefonico tra Boris  Pasternàk e Stalin nel 1934  a cura di  Antonio Sagredo avente ad oggetto il destino di Osip Mandel’štam

  1. Caro Antonio Sagredo,
    mi dispiace per il tuo Pasternak ma il grande poeta russo non fa proprio una bella figura in questo colloquio telefonico. Capisco la sorpresa che dovette colpire Pasternak alla telefonata di Stalin, ma è indubbio che Pasternak tende a rimarcare la propria distanza da Osip Mandel’stam dichiarando che non è proprio suo amico; e alla susseguente domanda di Stalin circa il perché Pasternak non avesse interceduto nei confronti di Mandel’stam tramite i canali ufficiali (l’Organizzazione degli scrittori russi o il dittatore stesso), Pasternak risponde elusivamente. E alla susseguente domanda di Stalin se Mandel’stam fosse «un vero artista», Pasternak risponde anche qui elusivamente dichiarando che «Questo non ha importanza».
    È chiaro, a mio avviso, che qui Stalin parla con la sua solita doppiezza, ed è chiaro anche che le risposte di Pasternak siano anch’esse intrise della stessa ambiguità e doppiezza; forse, sarebbe bastato un accenno più esplicito in difesa di Mandel’stam per correre dei rischi mortali. È certo che Pasternak sapeva di questo pericolo, e si comportò di conseguenza, ma è certo anche che forse una difesa di Mandel’stam più energica avrebbe potuto salvargli la vita. Ai posteri l’ardua sentenza.

  2. Gino Rago

    Bravo Antonio. confermi anche qui il tuo valore e ci fai risentire, da esperto saggista e da poeta, la tragica portata di Osip M. e l’incanto d’un dialogo con lo spazio, l’unico interlocutore concesso all’esiliato: “…più profondi del delirio/ della testa infiammata/ sono le stelle, i lucidi discorsi,/ il vento d’ovest della Nava…” (uniche macchioline, un paio di refusi che un pò disturbano)

  3. Per aver lavorato qualche volta con le istituzioni, posso assicurarvi che se non te ne stai in disparte, se non parli in modo avveduto e comunque il meno possibile, se non dai ad intendere che spartirai la gloria tre parti a te e una a me, di lavoro non ne avrai. La risposta sarà quella classica democristiana: molto bene, le faremo sapere. Evidentemente Pasternak era una persona molto accorta, e forse le sue poesie graffiavano meno… anche se in simili frangenti questo non ha la minima importanza: allora in Russia come oggi in Italia.

  4. Le organizzazioni degli scrittori non si occupano più di ciò dal 1927; se io non mi fossi dato da fare, voi non sapreste nulla della faccenda. Del resto Mandel’štam non è proprio mio amico.

  5. Gino Rago

    Lo apprendiamo dalla vedova Nadezda: O. E. Mandel’stam fu arrestato la prima volta nel 1934; costretto successivamente al domicilio coatto a Voronez, O. E. M. venne deportato nel 1938 e la data della sua morte, come sappiamo, è ancora incerta. Ma ciò che conta è che Nadezda testimonia che i primi, duri segni della “disgrazia” del poeta risalgono già al 1923, quando ricevette il primo divieto esplicito, “dall’alto”, di continuare a pubblicare versi. Il resto forse lo fece anche la sfasatura tra il suo ruolo e il secolo, a volte sentendosi in ritardo, altre volte in anticipo con il suo tempo…(quaderni di Voronez). Ma la “questione morale” che Giorgio L. pone sulla non fermezza di B.Pasternak verso Stalin è lì, a pesare come una macina di frantoio del Salento…

  6. antonio sagredo

    “Perché non scrive più poesie? Dal 1934 al 1942 nessun verso? -. Il motivo è che forse ha già in mente il personaggio di Živago e tutti gli eventi storici da narrare (ma vedi la pagina seguente). Ma già nel 1925

    Riferisco qui alcune mie note di cui dovete prenderne lo spirito di quanto è detto (scusate s enon vi sono riferimenti alle poesie citate, ma è altro il problema). Linguaglossa è troppo rude con Pasternàk: ognuno dei poeti visse quei tempi secondo il prorpio carattere; Pasternàk non era ffatto un coniglio… egli cerca soltanto di aggirare l’ostacolo, di prenderlo in contropiede, di agire in modo tale che il potere non s’accorga degli aiuti che P. e pochi altri come Sklovskij, elargisce a quelli più digraziati di lui. Se fosse stato ucciso P. che mai avrebbe avuto il coraggio di aiutare gli altri già in disgrazia: Stalin di certo sapeva degli aiuti di P., ma lasciava fare… Si può dire ancora tanto ma mi fermo qui, poi che è sufficiente per dare una idea… la grandissima stima – reciproca – che correva tra i due poeti è proverbiale (testimonia la corrispondenza fra i due, e alla fine è questo che conta) e non tocca a noi dare dei giudizi affrettati… M. non avrebbe mai nemmeno pensato che P. fosse quello che critici e poeti (in Russia _ per ultimo Brodskij -e fuori della Russia) pensavano di lui, cioè che fosse un codardo! No, non lo era! Egli dovbette agire così, perché si rendeva conto che era la migliore delle soluzioni: doveva, pensava, vivere per testimoniare… come pochissimi altri che ebbero coraggio, come Salamov (un sopravvissuto) che lo stesso P. conosceva, e quello ricambiava l’affetto.

    a.s.
    ————————————————————-
    “Pasternàk dovette affrontare una crisi, ma di natura diversa, e cioè di una
    sorta di rinuncia alla poesia e alla prosa lirica, e di questo suo stato ne è prova una lettera (del 16 agosto 1925) che inviò a Mandel’štam; scrive:”Ho cominciato a scribacchiare qualcosa.[…] Si tratta del ritorno al vecchio binario poetico di un treno che era deragliato e che per sei anni è restato in fondo a una scarpata. Tali sono per me Sestra, Ljuvers e qualcosa dei Temi.[…]Dai primi di gennaio scrivo a pezzi e bocconi, svogliatamente. È incredibilmente difficile. Tutto è arrugginito, frantumato, distrutto, su tutto si sono depositati strati sovrapposti di insensibilità, di ottusità, di abitudinarietà. Che schifo. Ma il lavoro è lontano dalla faccia del giorno, esattamente come succedeva a suo tempo coi nostri primi abbozzi e coi lavori più riusciti. Si ricorda? E proprio in ciò sta il suo fascino. Esso porta alla memoria il dimenticato, rafforza le riserve di energie che sembrano come rivivere”, in Poesia e vita, Lucarini, Roma 1990, p.17. Vedi a proposito nota 10, p.5. (Achmatova a Pasternàk).”
    “La raccolta La seconda nascita (1932). Qui, credo, che il silenzio di Pasternàk voglia indicare qualcosa di terribile, di cui Mandel’štam in prima persona ne fece esperienza. Mi riferisco ai versi di Pietroburgo, del 4°distico: Pietroburgo, io non voglio ancora morire:/tu hai i numeri dei miei telefoni”. Stavolta “hanno dato l’indirizzo esatto”, dunque non c’è scampo! Pasternàk sposta questa terribilità – l’avvento di una Nemesi imperscrutabile- come è suo costume altrove per essere ancora più spietato come nel teatro tragico greco con il suo canto-coro, certo; e questo teatro si sposa con quello elisabettiano: la mattanza è approntata! La seconda strofa denuncia come il silenzio è anche un delatore, se perfino il pipistrello volteggia: sembra l’angelo sterminatore. La terza strofa allenta la tensione, ma anche il cielo è complice se è pure possibile far succedere qualcosa, la cui natura si fa finta di non sapere. Citata nel commento, da Ripellino , la Cvetaeva vede bene quando afferma che il cuore di tutto è il Cremlino, e che quando batte non c’è modo di sopravvivere. Anche se la poesia è del 1917 è bene prenderla sul serio, perché vent’anni dopo il 1937 diverrà fatale per tutti, senza distinzioni! Le ultime tre strofe cercano di rasserenare l’atmosfera, appena appena, ma è difficile dimenticare le prime tre. Anche per Majakovskij, è qualcosa di terribile; nel poema Bene dice:”Il telefono è impazzito/mi rintrona nell’orecchio/ come una mazzata: l’enfiagione della fame/ha chiuso quegli occhi scuri”, in Majakovskij-Opere a cura di I. Ambrogio, Editori Riuniti, 1972, p. 411. Il telefono è sinistro, molto più, forse del silenzio stesso; maculare e frantumare la natura è soltanto un espediente vano, non serve a frantumare il silenzio per renderlo meno pesante. E che dire allora di questo verso di Sylvia Plath: “Il telefono nero è muto alle radici”, anche se siamo in tutt’altra epoca e in altri luoghi, e in altre circostanze: l’apparecchio telefonico è sempre e comunque foriero di sventure e di catastrofi!”.
    “Questo distico di Mandel’štam non può non farci ricordare quello celebre di Pasternàk di A proposito di questi versi del 1917: “miei cari, qual millennio,/ è adesso nel nostro cortile?” . Ma bastano questi versi dei due poeti per farci comprendere come era diverso il loro atteggiamento di fronte all’epoca che vivevano, e in generale alla storia tutta. Anche riguardo al tema della felicità vi è una distinzione fra i due poeti.: “Questa figura di Angelo Mary viene da Puškin, dal Banchetto durante la peste, dove una delle figure sopravvissute alla grande peste canta una bellissima canzone, e viene chiamata Angelo dal presidente del festino, il quale a sua volta intona pure una canzone sulla bellezza del pericolo e sulla ebbrezza che ci prende dinanzi allo sfacelo. Questa figura di Angelo Mary nello stesso periodo appare nella poesia La felicità di Pasternàk. Ma la poesia di Mandel’štam è estremamente disperata; la seconda strofa è molto indicativa perché c’è questo contrasto tra il sogno dell’ellenismo, sempre costante in Mandel’štam, e la situazione presente così difficile”. E ancora: “Mandel’štam è più sereno di Pasternàk, che è astratto, assente, attonito, mentre Mandel’štam non è attonito, sta dentro le cose, sa il peso e la tragedia delle cose, sa in quale epoca di distruttività si vive, eppure riesce a conservare uno straordinario equilibrio, che gode del gusto delle diverse componenti culturali che si formano dentro di lui”, in Corso monografico su
    Mandel’štam, op.cit. p. 42 e p. 81. ”
    ” Questa situazione ritroviamo nel Dottor Živago. – Anche se questa poesia è del 1917, Pasternàk già intuiva la terribile realtà che sarebbe giunta distruggendo ogni cosa, come conseguenza della Rivoluzione. Come non poteva, dopo, non sapere Pasternàk, dei gulag staliniani? E prima di questi, a fortiori, dei campi di lavoro di Lenin, già dai primissimi anni ’20? Queste domande è inutile rivolgerle a Mandel’štam, che ne ha fatto esperienza personale tragica. Più intricanti, interessanti delle domande, sarebbero state davvero le risposte di Majakovskij (che era informatissimo su tutto ciò che avveniva in Russia), per quanto riguarda il solo Lenin, a cui dedicò un poema; forse non si era reso conto appieno della realtà tragica che sarebbe avvenuta dopo la Rivoluzione, e che già era in atto ben prima del 1930, anno della (uccisione?) morte del poeta. Ma quanti dei maggiori poeti e artisti russi sapevano la realtà, e quanti fecero finta di niente? Non voglio dire che Pasternàk e Majakovskij distolsero lo sguardo: non era affatto nel loro carattere. Resta il fatto, che furono pochi scrittori come, p.e., Šalamov* e Mandel’štam, che ebbero il coraggio di affrontare di petto Stalin. [* Varlam T. Salamov (1907-1982) si fece 21 anni di lavori forzati, dapprima in una città degli Urali e poi nella terribile Kolyma (I racconti di Kolyma); scrive a Pasternàk nel 1952 che lo onora pubblicamente. Riceve grande stima da Nadežda Mandel’štam e da Solženicyn]. Pasternàk invece, a Parigi nel 1935, incontra la Cvetaeva e le confessa che è stato costretto ad essere presente a questo Congresso internazionale degli scrittori, e le dice: ”Non ho osato rifiutare; è il segretario di Stalin in persona che mi ha invitato. Ho avuto paura”. E ancora, sul desiderio della poetessa di ritornare in Russia le risponde: “Marina non andarci! A Mosca fa freddo. È piena di correnti d’aria!”. La poetessa è distrutta da queste affermazioni… Pasternàk perde valore per lei, e alla sua amica praghese Anna Tesková confessa:” Il mio incontro con Pasternàk è stato un non-incontro”. (da Henri Troyat, Marina Cvetaeva, L’eterna ribelle, ed. le Lettere 2002, p.183). Sappiamo che la poetessa ritornerà in Russia e che lotterà come sta già da tempo lottando un suo fratello altro in poesia: Osip Mandel’štam: entrambi saranno uccisi. Ma è antipatico questo Troyat, come del resto la Berberova, che dà la colpa a Pasternàk, come se questi fosse stato una concausa della morte di alcuni poeti: niente di più falso e ignominioso! Boris Pasternàk aiutò i suoi amici-poeti per quanto poteva farlo, per quanto gli era possibile farlo, e le testimonianze sono decine. Il poeta Aseev (l’amico fraterno di Majakovskij) p.e. non aiutò affatto la Cvetaeva ad Elaguba (era vicinissimo a questa località), e Pasternàk non tralascia di rimarcarlo appena saputo della morte della poetessa. Se Pasternàk ricevette una telefonata da Stalin e ne ebbe paura, la Cvetaeva, umiliandosi per ricevere un aiuto (credo fosse una sua simulazione) scrisse ai boia Stalin e Berja (1939) senza avere risposta alcuna. Dei grandi poeti soltanto la Achmatova e Pasternàk sopravvissero all’epoca di Stalin, ma questa è già un’altra storia.”

    • Sento riconoscenza per tutte le notizie che ha voluto dare qui sopra su un’argomento, i poeti, e Mandel’štam in questo momento più che mai, che mi interessa molto. Grazie.

  7. antonio sagredo

    scusate , le prime tre righe si son messe in mezzo, e non contano …

  8. Steven Grieco

    Pasternak rimane il grandissimo poeta che è sempre stato, certamente, gravato in quegli anni, come tutti i letterati russi non del tutto servilmente allineati con il regime, come Zhdanov, dall’angoscia costante di un arresto improvviso, e successiva scomparsa di scena. Le tensione che si avverte nelle scarne parole della telefonata è altissima, sembra niente, ma è un dialogo al calor bianco: Pasternak sicuramente sentiva che una parola “sbagliata”, un capriccio del dittatore, e tutto poteva finire nel buio.
    Dunque, cosa rimane? Rimane il semplice fatto che purtroppo qui si misura il coraggio, l’intero coraggio, di un uomo. Un altro forse avrebbe rischiato, pur di mettere una parola buona per l’amico e collega poeta, andando così anche lui al patibolo. Ma quanti l’avrebbero fatto? Esistono pochi eroi in questo mondo.
    Comunque sia, io penso che Pasternak avrà nel tempo scontato questo attimo di ambiguità: chissà, forse con mille altri atti di coraggio di cui non sappiamo. E forse tutti gli anni di silenzio e il suo bisogno costante di purificarsi nell’osservazione e nella descrizione della natura, non sono solo una “meditazione”, ma anche un bisogno di purificare la propria coscienza. Erano tempi davvero terribili.
    Dalla poesia di Pasternak traspira sempre una profondissima dignità, quasi un ascetismo doloroso. Perché l’uomo non era certamente un pusillanime.
    Chi può condannarlo? Penso nessuno di noi, perché non possiamo sapere quale sarebbe la nostra reazione di fronte ad una prova così dura – vita o morte che balenano in pochi secondi al telefono.
    Rimane una macchia sulla camica. Tutti i lavaggi non la faranno andare via.
    Ma tutto il resto della camicia è bianca, smagliante, piena di pathos.
    Grazie a Sagredo per questo post, che ci costringe a guardare anche in noi stessi!

  9. Erano tempi terribili. Il dialogo telefonico tra Pasternak e Stalin è stringato, ridotto all’essenziale, sembra quasi che il dittatore voglia giocare col topo, gli tende una trappola per vedere se il topo (Pasternak) ci cadrà dentro. Sì, è vero, sarebbe bastata una parola sbagliata e la sorte di Pasternak sarebbe stata decisa. Non biasimo Pasternak per non avere avuto maggiore coraggio, lui non aveva nessun potere, e forse se avesse risposto che Mandel’stam era un «vero poeta» avrebbe condannato oltre a Osip anche se stesso ai lavori forzati nel lager. Probabilmente non aveva via di scampo.

  10. Gino Rago

    Il commento di Antonio Sagredo – che poi ha il respiro e il rigore di un saggio di letteratura – interpella le nostre coscienze, sollecitandole, come suggerisce Steven Grieco, al più vasto discorso del ruolo del poeta, anche nel nostro tempo, al di là di quella specifica realtà sovietica, verso ogni forma e tipo di POTERE. Scrisse Mandelst’am sul tema Lo scrittore sovietico e l’ottobre: “…Mi sento debitore nei confronti della rivoluzione, ma le porto doni di cui, per ora, non ha bisogno…” e agli occhi di Stalin la sua sorte era già segnata; ma Pasternàk per lui si spese abbastanza?

  11. antonio sagredo

    Si, Rago si spese parecchio: fece quel che poteva fare – non che voleva fare – voi non immaginate i tempi e i metodi… non potete immaginarli, io l’ho potuti immaginare, perché scusate ho letto e saputo da studioso accanito come sono tante cose… anche da superstiti (mi riferisco ai primi anni ’70!)… vi è una testimonianza dell nadezda Mandel’stam ( è solo un esempio – e siamo solo all’inizio: 1919!) > “È l’ežovismo (l’ežovščina): in quegli anni la tecnica della eliminazione fisica era divenuta raffinata. Ma già dal 1919 a Kiev: “Mi dissero che nell’edificio della Cekà avevano scavato un piccolo canale per far defluire il sangue: la tecnica a quel tempo era ancora primitiva”. Così scrive Nadežda Mandel’štam in Le mie memorie con poesie e altri scritti di O.M., Garzanti 1972, p.58. Un anno prima, nel 1918, la Cekà ”aveva costituito dei suoi tribunali speciali, in cui la corte era composta da tre membri (trojka; non necessariamente tutti appartenenti agli “organi”, in Nadežda Mandel’štam, L’epoca e i lupi, Mondadori 1971, p. 426. (vedi nota 65, p.24). Ma basta così! >>
    ” Nel ’53 ancora scrisse:

    Lei lo sa, da un pezzo non credo più alla possibilità che Tician sia vivo. Era un uomo troppo grande, troppo diverso dagli altri, un uomo che splendeva luce intorno a sé, perché fosse possibile nasconderlo, perché gli indizi della sua esistenza non trapelassero attraverso qualsiasi clausura. Se egli è vivo tornerà immancabilmente nella mia e nella sua vita. sarebbe una felicità impensabile.

    E nel ’55:

    L’ho sempre intuita la terribile verità ed e quella che ha determinato le mie opinioni, il mio atteggiamento verso l’epoca ed i suoi principali esponenti, la mia sorte. Povero, povero Tician, condannato a percorrere la via del martirio. Il cuore me l’ha sempre detto. Lo sospettavo .
    (questo dimostra quanto Pasternàk nelle sue lettere fosse aperto e pieno di calore, di fervore umano”. (da A.M.R. – 1972-73) –
    E i poeti altri? Come si comportavano questi?!
    “Quanto alla Triolet (morta recentemente, 1896-1970), questa è odiata da tutte le vedove degli scrittori sovietici, così come tanti altri scrittori che andavano in Russia, come: Louis Aragon, Pablo Neruda, George Amado, che trovavano sempre grandi accoglienze, benessere, cuccagna, mentre gli altri naturalmente soffrivano. . (da A.M.R. – 1972-73)

  12. Giuseppina Di Leo

    “Ma perché voi, Boris Leonidovic non vi siete rivolto alle organizzazioni degli scrittori, o a me, per intercedere per Mandel’štam? Se io fossi un poeta e ad un mio amico fosse capitata una disgrazia, mi arrampicherei sui muri per dargli una mano.”
    La frase di Stalin, dalla domanda retorica all’affermazione successiva, mette i brividi per la sua insolenza e doppiezza. Sembra quasi la frase di uno scolaretto, pieno di buoni propositi nei confronti di un compagno meno fortunato di fronte alle ingiustizie del direttore, quando invece il tiranno è proprio lui.

    A Lucio
    In merito al comportamento da avere con i burocrati demokratici, ribatto, avendo simili contatti per ragioni di lavoro, che conviene sempre far notare la propria distanza dalle opinioni correnti. Non si avranno vantaggi di carriera e possibilmente si verrà relegati ai margini, ma è tutta dignità personale. Capisco però il fondo amaro-ironico del tuo ‘suggerimento’.

  13. Stalin :Ma è un vero artista questo vostro Mandel’štam?.
    Pasternàk : Questo non ha importanza.

    Ecco, sono queste le due frasi clou. Stalin fa finta di non sapere, o meglio, seguita a cercare di attirare nella trappola Pasternàk. Vuole farlo uscire allo scoperto, vuole comprometterlo spingendolo a un giudizio che sa può essere solo positivo. Stalin sa benissimo che quello è “un vero artista”, ma vuole che Pasternàk lo dichiari apertamente e, così facendo, farebbe l’apologia di uno che è stato arrestato, finendo in una posizione molto pericolosa.
    Stalin ha furbizia e malizia demoniache, ma Pasternàk è molto più intelligente di lui (i dittatori, i persecutori, sono in genere molto furbi, ma raramente intelligenti). La risposta è un capolavoro. Che significa? Significa che il punto non è se Mandel’štam è un artista o no, il punto è che non merita di morire perché è innocente. Perché il fatto di essere un grande artista non è una colpa. Questa risposta è invece la dimostrazione del coraggio, non della vigliaccheria di Pasternàk! Sta mettendo in discussione tutto il sistema staliniano, l’ottusità del dittatore, che non tollera la libertà dell’arte e del pensiero. E lo sta facendo con una sottigliezza e con un acume contro cui le armi di Stalin si spezzano senza che quello possa accusarlo.
    Difatti la dimostrazione è nel resto del dialogo:

    Stalin :E che cosa ha importanza?.
    Pasternàk :Vorrei incontrami e parlare con voi.
    Stalin :Di che cosa?.
    Pasternàk :Della vita e della morte

    Alla domanda di Stalin su cosa abbia importanza, non risponde! Non al telefono. Vuole guardarlo in faccia! E, guardandolo….parlargli …. della vita e della morte! Cioè del potere divino che Stalin si è arrogato sui propri simili. E’ una sfida!
    Io trovo che un simile coraggio unito a tanta sagacia e intelligenza sia davvero unico. Non sempre il coraggio assume il volto di un martire o di un eroe che si scaglia contro il nemico a petto nudo. A volte si nasconde dietro atti e parole apparentemente dimessi.

  14. L’interpretazione del dialogo Stalin-Pasternak di Francesca Diano è di straordinaria lucidità e intelligenza, coglie il punto centrale del dialogo, e spiega anche la brusca interruzione del colloquio telefonico ad opera di Stalin il quale si rende conto che la sua provocazione è caduta nel vuoto, o meglio, è stata aggirata.

    • Grazie Giorgio! Del resto, quando si conoscono bene i meccanismi dei manipolatori, si impara subito a riconoscerli e a smontarli. Non si cade più nella loro trappola. E ti assicuro che non c’è mezzo migliore per mandare in corto circuito un manipolatore, che metterlo di fronte al fatto che si sono scoperti i suoi giochetti da quattro soldi. Puf… spariscono. Come ha fatto Stalin.
      Infatti, come vedi, alla fine i rapporti si rovesciano. Stalin parla a Pasternàk dei poeti, Pasternàk gli parla di potere. Come potrebbe Stalin affrontare la verità, sapendo che l’altro sa? Chi è il debole a quel punto fra i due?

      • Steven Grieco

        Sì, penso che Francesca abbia centrato il problema in pieno.
        Una lettura più acuta di quella degli altri, me compreso ovviamente.
        Che però solleva un dubbio ulteriore: era quello il momento per tali sottigliezze?
        Perché anche se Pasternak riuscì a smontare l’ambiguità di Stalin e ritorcergliela contro, questo non salvò Mandel’stam da quella ferocia. Come dire: un bell’esercizio di retorica.
        Ahimè, il dubbio persiste. E in questo dubbio dobbiamo coinvolgere noi stessi e la nostra stessa coscienza.

        • Steven, come anche tu hai fatto, io percepisco in tutte le parole di Pasternàk un immenso sforzo psicologico e di autocontrollo. Quasi mi viene da sentire la sospensione del respiro. Tutto lo spazio immenso in cui si coagula questo dialogo è un campo disseminato di mine antiuomo. Metti un piede nel posto sbagliato e salti per aria.
          E’ indicativo che le parole dell’uno e dell’altro galleggino su un mare di silenzio. Quel silenzio è il non-detto. La suadenza di Stalin è quella di un sadico. La prudenza di Pasternàk è quella del generoso.
          Sentite la distanza siderale che separa le frasi di Stalin da quelle di Pasternàk? Lui sta cercando di gettare un ponte su quell’abisso che separa la vita (lui, Mandel’stam, l’arte, la bellezza, la libertà, il futuro) dalla morte (Stalin, la brutalità, la violenza, l’orrore).
          Dubito molto che in quel momento Pasternàk stesse facendo un esercizio di retorica. O che fosse ambiguo. Ambiguo lo era Stalin. Ambiguo è il demonio. Invece stava combattendo una partita a scacchi. (Ricordate il cavaliere nel Settimo Sigillo, che gioca a scacchi con la Morte?)
          Dubito anche che pensasse di poterla vincere. MA, ci prova.
          Certo, poi l’unica risposta che Stalin poteva dargli è la condanna di Mandel’stam. Ovvio.
          Però mi manca un pezzo. La chiusa della telefonata. Che ha risposto Stalin all’ultima frase? Ha sbattuto il telefono? Ha salutato e basta? Ha detto qualcosa? Sarebbe importante saperlo.
          Perché considerare la volontà di salvarsi di Pasternàk una forma di ambiguità o peggio di vigliaccheria? A volte si è più eroi nel voler vivere che nel voler morire.

  15. Sì, credo proprio che il colloquio telefonico tra Stalin e Pasternak abbia un valore che trascende il singolo episodio tra i due contendenti (perché di una vera e propria contesa si tratta)… in verità si tratta di una contesa tra il Diavolo e l’uomo, tra la morte e la vita… è un colloquio dove i parlanti camminano su un campo minato, hai detto bene francesca, basta una parola sbagliata che la mina salta per aria e con essa il piede e la gamba. Si riproduce in questo colloquio il problema centrale del rapporto tra il poeta e il Potere, entrambi sono agli antipodi l’uno dell’altro. È un colloquio che vale per tutte le epoche, che farei studiare in tutte le scuole della Repubblica per addestrare i giovani nell’arte dell’interpretazione e dello scavo psicologico delle parole pronunciate dai due contendenti.

    • Sì, proprio così, ha un valore universale.

      • Steven Grieco

        Ripeto che Francesca ha ragione in tutto e per tutto.
        Quando ho detto un bell’esercizio di retorica, non intendevo giudicare negativamente Pasternak. Ma intrattenere un dubbio, sì.
        Il singolo gesto eroico è molto bello, altra cosa è sopravvivere in un regime dittatoriale, in cui ogni giorno è necessario fare un nuovo compromesso con la propria coscienza, scendere di un gradino la scala che porta all’inferno.
        Nel 1972, ragazzo ventiduenne, viaggiai a Mosca e Leningrad. A Mosca ebbi la grande fortuna di incontrare un dissidente piuttosto conosciuto allora, e uno scrittore, che mi parlarono tutti e due a lungo della condizione degli artisti e degli intellettuali in un regime comunista. E’ il logorio, giorno per giorno, che distrugge gli animi.
        Quanto ho amato Pasternak poeta, e quanto lo amo ancora. Un tempo di lui sapevo tutto, quasi quasi tendendo l’orecchio attraverso il tempo e lo spazio, riuscivo a sentire la madre che suona il pianoforte nell’appartamento moscovita.

  16. antonio sagredo

    grazie a tutti e amen!

  17. letizia leone

    Vorrei aggiungere una breve nota sull’interscambio tra letteratura e vita dopo tante interessanti considerazioni. Questa telefonata così carica di suspense e forse anche di brevi silenzi glaciali potrebbe essere scambiata per la scena di una conversazione impossibile del teatro del Dürrenmatt: l’apparato statale e il suo tiranno di fronte al mite e grande poeta.
    Una scena di assoluta concentrazione sull’apparenza di un paritario scambio borghese di opinioni, senonchè ad ogni parola scatta l’ambiguità come nella miglior drammaturgia dello scrittore elvetico maestro nel sollevare la grande questione della responsabilità e della coscienza… così come è stato ben rilevato negli interventi che mi hanno preceduto.
    Eppure se non si trattasse di vita vissuta questo testo fulminante sarebbe un vero gioiello letterario intriso com’è di crudeltà e nichilismo fino alla freddura dell’interruzione finale. Quel “non finito” che
    ci lascia in balia di mille ipotesi e congetture siglandone quasi la perfezione…

  18. Insomma, Pasternak ha rivolto a Stalin la sua preghiera, cercando con questo di spostarlo sul piano di una ragione più alta: la vita e la morte, una preghiera, appunto.
    Ma avrebbe anche potuto dedicargli un’ode, a Stalin protettore delle arti e di tutti i poeti. Chissà se l’avrebbero creduto, i russi sapevano bene chi era Stalin: uno come Renzi, che dice di tenerci ma non gliene importa nulla a confronto di quel che gli interessa di fare. Il problema di quelle teste calde che sono i poeti, non si può risolvere con la diplomazia.

  19. antonio sagredo

    Pasternak fa fatto qualche concessione al potere, e ho gia spiegato il perché

  20. “Nella società dei consumatori nessuno può diventare soggetto senza prima trasformarsi in merce”
    E’ una frase terribile!

  21. L’ha ribloggato su pulsantillae ha commentato:
    L’ambiguità è il core business della poesia

  22. Pur non togliendo nulla alla drammaticità della telefonata e alle subdole domande di Stalin, mi sembra di dover dire che Pasternak si è salvato soprattutto perchè non si è esposto, non ha mai apertamente criticato Stalin, come fece Mandel’stam e altri poi assassinati. La stessa cosa è successa in Polonia: gli artisti che non hanno criticato il sistema, pur non condividendolo, si sono salvati. Insomma la salvezza risiedeva nel non occuparsi di politica e nel non criticare il regime. Anche se Stalin era superstizioso e considerava Pasternak uno sciamano, quest’ultimo non si sarebbe salvato se avesse scritto una sola poesia contro il dittatore.

  23. Marjan Bunaj

    È sorprendente la comprensione di maggior parte dei commentatori delle dinamiche interlocutorie fra Pasternak e Stalin. Ciò riflette che il potere si subisce in tutti gli sistemi. Quella aritmetica nella condivisione 3 a te 1 a me è drammaticamente realistica. Chiunque come me ha vissuto il regime, avrebbe considerato una tale telefonata una eroica difesa.

  24. gentile Marjan Bunaj
    per chi come me ha avuto modo di frequentare le dinamiche del Potere italiano, posso dire che i meccanismi interlocutori sono sempre i medesimi, 1) Intimazione, 2) rimozione, 3) cancellazione, 4) pentimento – E queste dinamiche sono presenti in tutti i Sistemi, anche quelli più democratici, là dove c’è un Sistema c’è un Potere con i suoi codici e i suoi linguaggi, con i suoi modi indiretti di esercizio della Imposizione. L’Italia non fa certo eccezione… E c’è una certa poesia che fa molto comodo al Potere perché intimamente conformista… e lascio ai lettori intelligenti quale poesia è conformista e quale no.

  25. Pingback: Stalin al telefono – Palomar

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