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POESIE SUL TEMA DEL SIGNOR COGITO – Zbigniev Herbert, Ryszard Krynicki, Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino, Sandra Evangelisti

Cogito Esculapio

 

testa bronzea di Augusto

testa bronzea di Augusto

Il Signor Cogito è l’uomo dell’Occidente. Colui che pensa dunque è. Herbert in questa poesia lo invita ad agire, perché il pensiero guida l’azione e, quest’ultima è un atto insieme etico, politico e, soprattutto, estetico. Gli rispondono, sul tema, Ryszard Krynicki, Giorgio Linguaglossa, Francesco Tarantino e Sandra Evangelisti.

(traduzioni dal polacco di Paolo Statuti)

 

 

 

Cogito soldati romani

Scuola di Atene, Raffaello i filosofi

Scuola di Atene, Raffaello i filosofi

 Zbigniev Herbert

Il sermone del signor Cogito

Va’ dove andaron quelli fino all’oscura meta
cercando il vello d’oro del nulla – tuo ultimo premio

va’ fiero tra quelli che stanno inginocchiati
tra spalle voltate e nella polvere abbattute

non per vivere ti sei salvato
hai poco tempo devi testimoniare

abbi coraggio quando il senno delude abbi coraggio
in fin dei conti questo solo è importante

e la tua Rabbia impotente sia come il mare
ogni volta che udrai la voce degli oppressi e dei frustati

non ti abbandoni tuo fratello lo Sdegno
per le spie i boia e i vili – essi vinceranno
sulla tua bara con sollievo getteranno una zolla
e il tarlo descriverà la tua vita allineata
e non perdonare invero non è in tuo potere
perdonare in nome di quelli traditi all’alba

ma guardati dall’inutile orgoglio
osserva allo specchio la tua faccia da pagliaccio
ripeti: m’hanno chiamato – non credo ch’io sia il migliore

fuggi l’aridità del cuore ama la fonte mattutina
l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno
la luce sul muro il fulgore del cielo

ad essi non serve il tuo caldo respiro
son solo per dirti: nessuno ti consolerà

bada – quando la luna sui monti darà il segnale – alzati e va’
finché il sangue nel petto rivolgerà la tua scura stella

ripeti gli antichi scongiuri dell’uomo fiabe e leggende
raggiungerai così quel bene che non raggiungerai

ripeti solenni parole ripetile con tenacia
come quelli che andaron nel deserto perendo nella sabbia

e ti premieranno per questo come altrimenti non possono
con la sferza della beffa con la morte nel letamaio

va’ perché solo così sarai ammesso tra quei gelidi teschi
nel manipolo dei tuoi avi: Ghilgamesh, Ettore, Rolando
che difendono un regno sconfinato e città di ceneri
sii fedele va’ Continua a leggere

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TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: “IL RITORNO DEL PROCONSOLE” – Giorgio Linguaglossa: DUE EPISTOLE DI GERMANICO A GIULIO DECIMO E A SELENE

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Roma statua di romano epoca imperiale

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

roma lupa capitolina

Roma_legionari in marcia

.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher  il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Ha fondato la rivista letteraria internazionale:  lombradelleparole.wordpress.com  – Il suo sito personale è: http://www.giorgiolinguaglossa.com

Giorgio Linguaglossa
DUE EPISTOLE DI GERMANICO A GIULIO DECIMO E A SELENE

Risposta di Germanico a Giulio Decimo e a Selene. «La corruzione dei tempi»

Sette corvi si alzano in volo dal tempio di Vesta.
Un’aquila è caduta stamane sul campo di Marte.
Un leone morto si è seduto davanti al tempio di Giano
i battenti delle porte prede di venti contrari.

Gli aruspici hanno profetato l’avvento di una guerra
in qualche parte del nostro smisurato impero,
grande come il nostro orgoglio.
Il canto bituminoso di un cuculo risuona insistente
tra il Palatino e l’Aventino.
Oggi, forse le stelle mi sono amiche,
un’eclisse di sole si è posata sulla città eterna…
Cesare ha rafforzato le guardie, il suo palazzo
è illuminato da mille torce…
Uno sfarzo, uno scintillio di luci trapela dalle finestre
serrate…

Cesare, al sicuro nel suo palazzo, trema di paura,
sparge menzogna sul suo generale Germanico,
dentro di sé sa che c’è un solo Germanico,
che torme di barbari già premono ai confini,
che hanno oltrepassato il Danubio, e i nomadi
del deserto saccheggiano a sud le ricche città dell’impero.

Sette corvi si alzano in volo dal tempio di Vesta.
Un’aquila è caduta stamane sul campo di Marte.
Un leone morto si è seduto davanti al tempio di Giano
i battenti delle porte prede di venti contrari.

Roma7

messalina

Giorgio Linguaglossa

Epistola di Germanico a Selene

…mia amata Selene quello che
tu chiami «popolo di Roma»
è ormai una plebe insolente e servile,
una escrescenza del nobile idioma latino,
un obbrobrio, un mostro, un ircocervo
dalla lingua bifide e cortigiana
che sa solo adulare e incensare
i potenti e gli ottimati…
Sono lontani i tempi dei valorosi tribuni!
Vieni, se vuoi, nell’Urbe, la città
brulica di bighe, di odalische
e di traditori, di faccendieri,
Cesare col faccione intriso di cerone da teatro
gorgheggia con la sua arpa dorata
finge sordido sollievo e cordoglio posticcio,
devi vedere che battimani quando il despota
cinguetta i suoi versicoli!
Quella che tu chiami Musa
è caduta nelle mani di questi sciacalli
di questi pipistrelli.
Pensa, il sordido Cesare gorgheggia
con la cetra i suoi versicoli,
ne ha già pubblicato settecento rotoli
e adesso altri cinquecento hanno invaso
la nettezza urbana dell’Urbe…
Che altro dire:
è un codardo panzuto che striscia come una biscia
come una lingua nel palato di un lebbroso…

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LA GRANDE BELLEZZA DI ROMA – SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniev Herbert, Giorgio Linguaglossa, Sandra Evangelisti, Francesco Tarantino

Il Mangiaparole rivista n. 1 

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

Roma_legionari in marciaGiorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Il generale Germanico scrive al suo comandante di Coorte Giulio Decimo

…mio amato Giulio Decimo, tu dici
che «non son sicuro di voler tornare
ma tornerò alla corte di Cesare,
domani o anche dopodomani».

Cosa vuoi che ti dica?, un tempo
sei stato un valoroso soldato,
il tuo generale era fiero di te,
vessillifero della centuria, ti ho visto in
cento battaglie sempre davanti ai manipoli,
forse sei stato inviso agli dèi ctonii
se mille frecce non ti hanno colpito
e cento spade si sono spezzate sul tuo scudo…

Tu mi dici che adesso pianti gli alberi
di ulivo sui declivi dei colli di Miromagnum
e insegni ai bambini le poesie di Ennio
e dei neoteroi di Roma, e che sei
contento così, che il tuo animo
ha trovato la quiete che cercavi…
Lascia che io ti dica come tutto ciò è fallace amico mio

Cesare si pasce della nostra quiete,
lui è munifico e beffardo, sordido
e astuto, distribuisce frumento
alla plebe, sesterzi ai fedeli pretoriani
e spettacoli con i tori, i leoni e con curiosi
cavalli dal lungo collo che vengono dall’Africa,
le arene sono rosse per il sangue
dei gladiatori, i prezzi della Suburra
sono alla portata di tutte le tasche
e il regime è democratico, temperato;
ci danno ad intendere che il Principato
sia lo sbocco naturale del peripato…
Cinquanta inverni ci pesano sul volto
attraversato da spighe di grano maturo.

Ti chiedo: per quanto tempo ancora dovremo
Roma1 tollerare questo Cesare di argilla?
Per quanto tempo ancora dovremo fingere
assenso alle sue magagne e inneggiarlo
con iperboli sottili e lambiccate?
Per quanto tempo, Giulio Decimo?
Già, dicono le folle che Cesare è magnanimo,
che alla corte di Cesare c’è posto,
che c’è sempre un posto al sole
per chi accetta di stare all’ombra.
«Appunto – dico io – per chi accetta di stare all’ombra». Continua a leggere

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Sandra Evangelisti. «La schiava». Risposta a “Il ritorno del proconsole” di Zbigniew Herbert

 

Sandra Evangelisti è nata nel 1964 a Forlì, città in cui vive e lavora. Dopo gli studi classici, si è laureata in Giurisprudenza. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie: Lascio al mio uomo, 2008, L’ora di mezzo, dicembre 2008, Intanto tutto procede, 2010, Diario minimo,2011 e Cuore contrappunto, 2012. È collaboratrice del portale di arte e letteratura internazionale “Lankelot”. Ha una pagina a lei dedicata sul sito “Italian Poetry”.

Sandra Evangelisti

La schiava

Non tornerò alla corte di Cesare, non ora.
Sono la concubina che succhiava miele e ambrosia
distesa, che preparava le carni e i capelli fluenti
al suo tocco. La schiava.
Qui in Provincia è tutto più spoglio.
Non ci sono obelischi e folle in tumulto

volto romano di donnanon ci sono leoni macchiati di sangue
o gazzelle offerte alla resa,
ma panni di lino grezzo e mani impastate di terra,
e il sudore di carne e di calli.
Il proconsole mi ha reso libera in terra succube.
Sono serva e lavoro per vivere.
Non so se lui tornerà da Cesare.
Forse si metteranno d’accordo, lo so.
Qui governo la casa, pulisco e cucino,
al mercato compero pesce e verdura
faccio il pane nel forno ogni giorno.
volto donna romana 1
Ma non posso tornare da Cesare: sarei preda.
Obbediente al folle gioco di un desiderio
perderei vita e rispetto.
Ho la pelle bruciata dal sole e i capelli intrecciati
e più ruvidi.
La mia anima vola nel sole.
E lo sguardo è alto nel cielo
sulle nubi e l’azzurro più fondo.

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Wislawa Szymborska, UNA INTERVISTA (uscita su “El Pais”)

wislawa-szymborska_6 Su Babelia inserto culturale de “El Pais” è uscita il 5 dicembre scorso questa intervista di Javier Rodrìguez Marcos alla grande poetessa polacca Wislawa Szymborska, Premio Nobel per la Letteratura nel 1996. Traduzione di Linnio Accorroni.

Wislawa Szymborska è a casa sua, ma ci domanda ugualmente il permesso di fumare. “ Una volta-racconta- ho ricevuto una lettera molto lunga nella quale una donna mi implorava di smettere di fumare. Mi sarebbe piaciuto risponderle: sono stata a tanti funerali di gente che mai aveva fumato e che era molto più giovane di me… Mi limitai comunque a dirle che la ringraziavo per essersi tanto preoccupata per me”. La Szymborska è nata 86 anni fa in Kornik, vicino a Poznan, nella parte occidentale della Polonia. Adesso vive in un appartamento dimesso senza ascensore alla periferia di Cracovia, città dalla quale non si è più mossa da quando la sua famiglia vi emigrò quando lei aveva appena 8 anni, nel 1931.
Il tema della memoria, in effetti, è molto presente nel suo ultimo libro di poesia, “Qui” pubblicato in Polonia proprio questo anno. La sua pubblicazione in Spagna coincide con la prima traduzione delle sue prose intitolate “Letture facoltative”, una selezione di vivaci ‘recensioni’ pubblicate, durante gli anni, sui quotidiani in una apposita sezione. Lì, in un paio di pagine, la Szymborska commentava Jung e Montaigne, ma anche testi sul giardinaggio, sull’ornitologia e sulle decorazioni. Il risultato è incanto allo stato puro. Per esempio, a proposito del “Poema del Cid” scrive: “ Fu scritto da un Balzac medievale. La guerra è per lui, prima di tutto, una impresa finanziaria. Dato che la guerra è costosa, deve essere anche redditizia. La testa del cavaliere, anche se qualcuno la tagliava, era sempre piena di calcoli”. Recensendo un manuale di ideogrammi cinesi invece annota : “ C’è un segno, è naturale, per Sposa e un altro per Amante. Sposa è donna più scopa; Amante donna più flauto. Non so se esiste un segno per esprimere l’ideale che ci inculcano tutte le riviste femminili europee: una sintesi di scopa e di flauto.”

wislawa Szymborska_1Quando la Szymborska vinse il Premio Nobel nel 1996, c’era appena un piccolo gruppo di sue poesie tradotte dallo spagnolo e presenti in una antologia collettiva. Oggi la sua opera poetica è stata tradotta integralmente.
Sono le 11 della mattina e su un tavolo ci sono caffé, biscotti e cioccolatini. Lei aggiunge una bottiglia di cognac che apre per l’occasione. Prima di versarsene un bicchiere, lo serve agli altri: Abel Murcia,
traduttore dei suoi libri dallo spagnolo, direttore dell’Istituto Cervantes di Cracovia e interprete durante la chiacchierata, il fotografo, venuto da Varsavia ed il giornalista. Mentre prendiamo il primo caffé c’è anche Michal Rusinek, segretario della Szymborska e traduttore: “Sarà proprio lui Michal, con tutto quello che scrive e con quel vulcano di idee che ha in testa, ad aver bisogno tra poco di una segretaria. Forse potrebbe contattarmi” scherza la scrittrice. Lui risponde aggrottando le ciglia:“ Non so se mi conviene”.

cop wislawaRusinek è anche quello che combatte con le mille noie che tormentano la poetessa dal giorno del Nobel “ Se il Nobel mi ha cambiato la vita? Sì, tanto. Nel bene e nel male. Nel bene, perché è moltiplicato il numero delle lettere che mi inviano, dei pacchi con libri, degli inviti, delle proposte e delle domande alle quali debbo rispondere nelle interviste”. E, sorniona, aggiunge: “Nel male, perché è moltiplicato il numero delle lettere che mi inviano, dei pacchi con libri, degli inviti, delle proposte e delle domande alle quali debbo rispondere nelle interviste. Agli inviti a viaggiare negli altri paesi rispondo sempre nello stesso modo: quando sarò più giovane”.
Alcuni giorni prima dell’appuntamento, Wislawa Szymborska aveva richiesto l’elenco degli argomenti sui quali avremmo dovuto parlare a Cracovia. Una volta giunti lì, mi spiega perché: “Anche se poi finiremo per parlare di qualsiasi cosa, così almeno posso riflettere e dirle qualcosa di coerente e sensato. Non credo di essere particolarmente brillante. Ci sono domande per le quali non ho risposta.”. Non le piacciono le foto, così cerca di distrarre il fotografo il più possibile: “ Se fosse venuto trent’anni fa… Con questa macchina fotografica mi cancellerà tutte le rughe, vero? Non potrebbe ritoccarle un po’, come fanno con Sharon Stone?” Dopo pochi minuti torna all’attacco: “ Ma lei è così alto perché non fuma? Ha fatto il servizio militare? Si rilassi un attimo, la prego, posi la macchina fotografica e si prenda un altro cognac”.
Caffè, cognac, cioccolatini. Sembra un buon momento per parlare della morte. Sulla morte senza esagerare, come dice una delle sue poesie più celebri, scritta giustapponendo emozione ad ironia, una poesia priva di ogni retorica da manuale, che sorprese il mondo quando la sua opera venne portata alla luce dall’Accademia svedese. In “Qui”, la Szymborska dice che ci sono argomenti sopra i quali deve scrivere senza dilungarsi molto “ perché il tempo stringe”.

Nello scrivere questo libro pensava alla morte?

Per me la vita è un’avventura con la data di scadenza. Quando andavo a scuola morì una maestra ed ebbi coscienza della morte come qualcosa di naturale. Ad 86 anni la penso allo stesso modo di quando ne avevo 8 .

E questo influisce sulla sua scrittura?

Io non scrivo sulla morte. È un argomento molto semplice da trattare scrivendo poesie. E non è vero che essa abbia un potere illimitato. Non ottiene tutto quello che vuole e quando lo vuole. È anche vero peraltro che ci sono poesie interessantissime sulla morte, ma in generale è facile scriverle perchè stuzzica sentimenti ed emozioni facili, la tenerezza e tutto il resto.

E anche l’amore è un argomento altrettanto banale?

Ah, questo ormai non è più tanto facile. E più difficile ancora è l’erotismo, che in realtà è stato toccato raramente nella poesia. Non ho mai letto una poesia che sia capace di spiegare ciò che succede fra due persone. Parlo di erotismo puro, non dell’amore come sentimento che è più facile da esprimere.

Wislawa Zsymborska in pubblicoC’è più letteratura negli amori difficili.

A volte, ma ho avuto anche la grande fortuna di vivere alcuni amori ed i miei ricordi sono molto felici. Però non parliamo di me, perché tutto sta già nelle poesie.

Ci sono parola che evita, soprattutto quando scrive?

Quelle arcaiche e quelle magniloquenti. Ma ci sono anche parole che utilizzo raramente e con tanti dubbi. Quando cerco di definire qualcosa come ‘bello’, per esempio. La bellezza è un’idea relativa che dipende dalla tradizione e dalle consuetudini e, soprattutto, dai gusti personali che il lettore può anche non condividere. Per me le cattedrali romaniche sono più belle delle gotiche, le ceramiche più belle delle porcellane più raffinate e la bambola di pezza con la quale nella mia infanzia potevo parlare di qualsiasi cosa è mille volte più bella dell’orribile Barbie. Perché, a ben pensarci, di che cosa si può parlare con una Barbie? Nel migliore dei casi, di vestiti e di smalto per le unghie.

Le sue poesie parlano di grandi questioni, però sembrano fuggire dalle astrazioni.

Ogni buona poesia si trasforma sempre in qualcosa di astratto. Però ha sempre a che fare con la realtà, con la vita del poeta o degli altri. Le cose belle hanno ugualmente qualcosa di metafisico. Ma non la vedo molto convinto.

Mi riferivo a quando nella poesia ‘Metafisica’ lei parla di pasta con pancetta.

Il fatto è che tutto finisce per essere metafisico. Ma più che per le grandi questioni, la poesia si salva grazie ai piccoli dettagli. Ci sono vecchie poesie che sono sopravvissute solo grazie ad un misero dettaglio. Però ho paura di generalizzare …a proposito di dettagli ( ride)

Si serve dell’humour per poter scrivere senza paura su questioni assai serie?

È il mio modo di essere. Da bambina ho avuto sempre la tendenza a mettere sottosopra le storie per scoprirne la parte comica. Ci sono però cose che non mi suscitano interesse, né me lo hanno mai suscitato, né me lo susciteranno: l’odio, la violenza, la stupidità aggressiva.

Da bambina leggeva poesie?

No. A casa mia, c’erano solo dei libri di poesie del secolo XIX. E nessuno le leggeva. Volevo sempre scrivere romanzi lunghi. Un tempo credevo che se qualcuno aspirava a diventare scrittore doveva essere autore di romanzi di svariati tomi e di centinaia di pagine. Un giorno ho scritto una poesia, orribile, e la passai a persone che lavoravano con me nel giornale. Mi domandarono: ma tu che leggi? Era evidente che non conoscevo la poesia contemporanea. Avevo letto molta narrativa, Thomas Mann, Proust, Dostoewskij, ma sulla poesia nessuna idea. Mi dovevo senz’altro formare.

Ha appreso qualcosa scrivendo le sue “Letture facoltative”?

Le mie “Letture facoltative” non sono in realtà delle prose serie. Sono qualcosa che assomiglia a degli articoli, a volte seri, a volte divertenti, in alcune casi anche simili alla mia poesia. Sebbene, come le ho detto, ho incominciato scrivendo storie. Però questo è stato proprio dopo la guerra.

wislawa szymborska_4Come ricorda la guerra?

La cosa migliore è stata il fatto che sono sopravvissuta. Ricordo la fame, il freddo. Dovevo lavorare costruendo fossati nella strada. Mio padre fu perspicace: molta gente fuggì da Cracovia e se ne andò a Lvov, nell’attuale Ucraina, entrando a far parte della zona occupata dai sovietici. Sopravvissi, certo. Però ci fu anche gente che morì. Mio cugino morì nell’insurrezione di Varsavia.

Che funzione ha la poesia davanti alla crudeltà del mondo?

Il mondo è crudele, però merita anche altri aggettivi qualificativi più pietosi. Se fosse solamente crudele, la gente da molto tempo non esisterebbe più. Qui e là ci saranno macerie, cresceranno piante. Piante anonime, perché non ci sarà nessuno che darà loro un nome.

wislawa-szymborska-1923-2012Che cosa pensa della frase di Adorno secondo la quale non si può scrivere poesia dopo Auschwitz? Suppongo che per una scrittrice polacca che vive a 70 chilometri da questo campo di concentramento la frase abbia un significato speciale.

Adorno non aveva ragione e questo lo potrei confermare io stessa perché visse più di venti anni dopo la fine della guerra. In questo lasso di tempo ci furono poeti non trascurabili che scrissero poesie non trascurabili. Se quelle opere fossero state prive di senso, a che cosa sarebbero servite?

Può un poeta scrivere a proposito della storia?

Sebbene il suo desiderio di non occuparsi di storia sia molto grande, è impossibile evitarla. Ci sono poeti per i quali la storia è una fonte diretta di ispirazione. Per me da questo punto di vista, i migliori sono Kavafis e Zbigniew Herbert. Ma anche la poesia che manca di qualsiasi riferimento storica appartiene sempre alla storia, dato che utilizza un linguaggio che ricava la sua forma esatta sia dallo spazio che dal tempo in cui nasce. La poesia al di là di ogni connotazione temporale è una illusione idiota.

La politica sta massacrando il linguaggio?

Lo ha fatto sempre. Il linguaggio dei politici serve solitamente per nascondere e non per esprimere pensieri. Però non vale la pena tentare di convincere alcuni politici ad essere sinceri: può darsi che non abbiano niente da nascondere.

Ricorda il giorno in cui è caduto il muro di Berlino?

Ero a Cracovia e fu un momento meraviglioso. Quelli furono tempi indimenticabili. La gente di Solidarnosc era straordinaria. Poco dopo, però, tutto cambiò e cominciarono fatti sgradevoli, ma allora erano giovani e belli. Eravamo tutti euforici.…Bene, ma adesso le domande le faccio io? È sposato? Ha figli? Di che parte della Spagna è ?

È vero che ha studiato spagnolo?

Certo. Ero in classe con un insegnante che mi dava l’impressione di imparare a memoria quello che ci spiegava perché non ne sapeva poi molto. Appena cominciai a capire qualcosa, mi misi a leggere Cervantes con l’aiuto del dizionario. Ormai ricordo solo alcune frasi: hasta la vista. Mi sembra comunque una lingua molto bella. Un latino splendidamente corrotto.

Wislawa Szymborska wislawa_szymborskaAdesso cosa legge?

Ho letto sempre poca poesia. Non sono mai stata capace di leggere un libro di poesia da cima a fondo. E parlo di quelli buoni. Ciò che faccio è leggere una poesia e poi lasciarlo. Poi riprendo in mano il libro e così via. Come può immaginare, a volte divento insopportabile per le persone che mi hanno mandato i propri libri perché ci posso mettere anche un anno prima di comunicargli la mia opinione, ma questa è la mia maniera di leggere.

E cosa scrive?

Poiché non ho molto talento, ho bisogno di un silenzio di vari giorni: senza chiamate, senza visite. Conosco pittori che possono lavorare mentre fanno conversazione. In poesia questo è assolutamente impossibile. Pensavo che dopo aver preso il Nobel, queste abitudini si potessero modificare, ma invece non è stato così.

E i suoi collages?

Mi sono inventata queste cartoline illustrate proprio perché tutti potessero ricevere qualcosa di personale senza che io dovessi scrivere. Abbiamo terminato?

Credo proprio di sì.
Però non se ne vada senza aver finito di bere. Certamente, non mi ha domandato niente a proposito di femminismo. Invece mi chiedono sempre se sono femminista o no.

Lei è femminista?

Non voglio aver nessuna etichetta, ma in Polonia le femministe hanno moltissime ragioni e molte cose per le quali lottare: per i soldi, per i diritti che debbono avere sul proprio corpo, perché ci sono rigurgiti reazionari nella Chiesa…Sogno il momento in cui le femministe non saranno più necessarie.

È cambiata la Polonia con l’ingresso nell’Unione europea?

È passato così poco tempo che è troppo presto per dirlo. Ci sono problemi, è chiaro, perché esistono anche nei paesi più sviluppati del nostro. Qui abbiamo problemi con la Chiesa che non tiene il passo con lo sviluppo della scienza e della democrazia nella società. Ero felice il giorno in cui la Polonia è entrata nell’Unione europea. Ero sola in casa e non c’era nessuno con cui brindare al futuro. Per questo mi preparai un bicchiere di cognac e passai davanti a tutte le fotografie delle persone amate che ho in casa e che non sono giunte a vedere questo giorno.

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