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UNA POESIA DI GOTTFRIED BENN (1886-1956) “La bocca di una ragazza” – Commento di Walter Siti  

gotfried benn 2

L Edwin Kirchner autoritratto

L Edwin Kirchner autoritratto

da la Repubblica del 13 aprile 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Schőne Jugend
Der Mund eines Mädchens, das lange im Schilf gelegen hatte,
sah so angeknabbert aus.
Als man die Brust aufbrach, war die Speiserő hre so lő cherig.
Schließlich in einer Laube unter dem Zwerchfell
fand man ein Nest von jungen Ratten.
Ein kleines Schwesterchen lag tot.
Die andern lebten von Leber und Niere,
tranken das kalte Blut und hatten
hier eine schő ne Jugend verlebt.
Und schő n und schnell kam auch ihr Tod:
man warf sie allesamt ins Wasser.
Ach, wie die kleinen Schnauzen quietschten !

1912

 

Bella gioventù

 

La bocca di una ragazza, che era rimasta a lungo nel canneto,
appariva tutta rosicchiata.
Quando le venne aperto il petto, l’esofago era crivellato di buchi.
Si trovò infine in una pergola sotto il diaframma
un nido di giovani topi.
Una piccola sorellina era morta.
Gli altri vivevano di fegato e reni
bevevano il freddo sangue ed era
quella passata qui una bella gioventù.
E bella e rapida venne anche la loro morte:
furono gettati tutti insieme nell’acqua.
Ah, quei musini come squittivano !

(traduzione di Ferruccio Masini)

gottfried benn van goghgottfried benn quadro

La descrizione è di una crudezza quasi insopportabile: la bocca rosicchiata della ragazza stesa sul tavolo dell’obitorio, il petto squarciato e l’esofago fitto di lacerazioni. Poi, fonte di massima provocazione, cuore terroristico del testo, la nidiata di topi scoperta sotto il diaframma. Ribrezzo e sorpresa, anche se quel “rosicchiata” poteva servire da indizio. I topolini si nutrono di fegato e reni, e bevono il sangue che si è fissato nelle ipostasi del cadavere. Contrariamente a quel che si può pensare, la coagulazione del sangue è un processo attivo e quindi nei morti il sangue resta liquido; la descrizione è tecnica, fatta da qualcuno che se ne intende. Una femmina della nidiata è già morta. Il gioco tra morto e vivo è la struttura portante della poesia: c’è un corpo morto, quello della ragazza, che si fa contenitore di vita  –  i topolini trascorrono, in quel ricovero accogliente, una bella gioventù. In un testo così terribilmente letterale l’unica metafora forte (la “pergola” per indicare l’aggetto del diaframma che fa da riparo) suggerisce il rigoglio naturale del fogliame. Ma la morte, incarnata nella sorellina, giace accanto alla vita; e la bella gioventù finisce con una bella morte  –  il “shon und schnell” (coppia allitterante) tuffo nell’acqua; la ragazza nel canneto c’era rimasta a lungo, i topolini muoiono subito. Se per sottrarci all’orrore c’eravamo rifugiati nell’ottica dei topi, incuranti di ciò che li nutre e innocenti di ogni beffarda proiezione umana, è proprio da quell’innocuo punto di vista che arriva l’ultima stilettata: noi stessi siamo quei poveri musini squittenti, condannati a morte mentre escono da un cadavere.

Gottfried Benn 1918

Gottfried Benn 1918

Sono loro che vengono puniti per la profanazione, o è l’autore che si punisce (sadomasochisticamente) per la propria sarcastica crudeltà ? Quando Benn scrisse questa poesia aveva ventisei anni, e non era stato un poeta precoce; le poesie di Morgue (parola francese che indica l’obitorio) sono praticamente le sue prime. “Si avventarono tutte nello stesso momento”, così Benn in una pagina autobiografica, “prima di esse non esisteva nulla… alla fine restai vuoto, affamato, barcollante e me ne uscii in silenzio dal grande sfacelo”. A quel tempo era ufficiale medico a Berlin-Spandau; l’esperienza della dissezione anatomica diventa l’ordigno che fa esplodere una visione del mondo. Queste poesie sono uno sfogo, una liberazione dallo shock. Il “man” impersonale (“le si aprì il petto…si trovò”) racchiude un “ich”: in un’altra poesia della raccolta parla di un autista di birreria a cui qualcuno (forse per scherno) ha messo in bocca un fiorellino  –  “io”, scrive Benn, “devo averlo urtato asportando palato e lingua” e “io, ricucendo, glielo sistemai nell’addome”. Anche lì la vita, fragile, a contrasto col ripugnante ingombro del cadavere. E lo sberleffo, la stridula allegria.

gottfried benn

gottfried benn

Gottfried Benn nel suo studio

Gottfried Benn nel suo studio

Siamo agli inizi dell’espressionismo tedesco, di quella cattiveria splatter che intende smascherare l’ipocrita barbarie borghese e il putrido opportunismo socialdemocratico; esasperando la freddezza chirurgica dei veristi (in fondo pietosa e solidale), Benn arriva a un nichilismo che riduce l’uomo alla propria carne: “la corona della creazione, il maiale, l’uomo”. Da bravo figlio ribelle di un pastore protestante, i suoi cadaveri tagliati scientificamente sono una mostruosa e irridente palinodia della resurrezione dei corpi. Della ragazza, nel nostro testo, si mettono in evidenza la bocca e il petto, cioè i luoghi canonici dell’erotismo; il tavolo dell’obitorio come alcova e altare, da cui si origina la vita. Per una di quelle scelte che illuminano un destino, Benn deciderà di lavorare, per trent’anni, come specialista in malattie veneree; costretto a visitare ogni giorno “Dio rovesciato sui genitali come un copriformaggio”. Faccio fatica a considerare questa un’atroce poesia realistica: mi pare piuttosto un atto di misticismo rovesciato, una meditazione sui novissimi (cioè sulle realtà ultime della religione su cui affaticarsi laicamente). Un nero mistero con sacrificio finale. Non c’è regolarità metrica e l’unica rima (Ratten  –  hatten) è casuale; i tagli metrici sono determinati dall’oltranza stessa della visione, come se fosse necessario riprendere fiato dopo ogni sequenza. Continua a leggere

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