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POESIE SCELTE di Michele Arcangelo Firinu Chris Steven, l’ambasciatore ucciso, Mark e Eddy, gemelli, Volano Angeli, Ave Maria, con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Stefano Di Stasio

Stefano Di Stasio

 Michele Arcangelo Firinu è sardo di Santulussurgiu, nato nel 1945, e vive a Roma. Ha insegnato Lettere nella Scuola Media fino alla pensione. Nel 1974 ha collaborato con Bruno Corà alla realizzazione della Mostra d’arte Contemporanea a Roma. Negli anni ’80, a Milano, è stato redattore del periodico letterario il bagordo. Negli stessi anni, con il gruppo Orfeo80, è stato tra i promotori di alcuni tra i primi laboratori di scrittura creativa in Italia. Come titolare della Oximoria (piccola casa editrice, estinta con il bagordo, che editava) ha curato due piccole collane di narrativa e poesia, tra le quali la collanina Taschino e ha collaborato all’uscita del catalogo antologico di poeti Centodue (’86). Ha prefato e ha curato l’editing di alcuni libri di narrativa della editrice Polistampa Pagliai di Firenze. Nella seconda metà degli anni ’90 ha presieduto a Roma l’associazione culturale CEPAA – Teatro del Centro. Ha organizzato e curato svariate attività culturali, convegni, mostre d’arte, concerti di musica classica ed operistica, rassegne teatrali, corsi di università popolare, conferenze, rassegne e letture pubbliche di letteratura. Nel 2008 a Santulussurgiu ha diretto A libro aperto, uno degli 8 festival letterari della Sardegna. Ha pubblicato poesie su il bagordo, l’Avanti, Poiesis, il giornale nazionale COBAS dei Comitati di base della scuola e divulgato mediante letture in circoli, radio e su Internet. Un unico suo librino è dato alle stampe: Luminescenze, con sette disegni di Luigi Dragoni, il 174 della Collana dei Numeri, Editrice Signum d’arte diretta dal pittore Claudio Granaroli – michelearcangelo.firinu@fastwebnet.it

Chris Steven l'ambasciatore americano assassinato

Chris Steven l’ambasciatore americano assassinato

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa 

C’è una oggettività tutta brechtiana nel modo di porsi davanti agli eventi della cronaca da parte di Michele Arcangelo Firinu, il distacco e, insieme, la partecipazione ad eventi dolorosi e assurdi che capitano agli esseri umani delle classi subalterne. Firinu ha il merito di restare ai fatti, ritiene che una delle consegne a cui deve restare fedele il poeta sia quello di aderenza ai fatti e di doverli soltanto commentare con una poesia che sta a mezzo tra la filastrocca e lo strofeggiare finto assorto dei poeti laureati. Ma c’è anche il sarcasmo del poeta che prende ad oggetto delle sue poesie d’amore proprio i disperati operai morti nel cantiere, o i due gemelli che hanno chiesto l’eutanasia, o una prostituta di nome Maria. Le poesie d’amore di Firinu sono anche e soprattutto poesie di sarcasmo contro l’ipocrisia della pubblica opinione e della stampa che, com’è noto, dopo i fatti truculenti di cronaca passano con disinvoltura al commento di altri fatti rosa. È un modo, questo di Firinu, per mettere sotto i riflettori della poesia eventi che altri poeti più politicamente corretti si guardano bene dal trattare, preferendo tematiche più rispondenti a ciò che la pubblica opinio ritiene debbano essere gli argomenti statutari della poesia.
Una particolare nota di merito va fatta al trattamento del metro libero di Firinu, sempre accortamente studiato e variato secondo gli strumenti della reiterazione, dell’anafora e della anadiplosi con una particolare interpretazione della variatio di strumenti metrici molto diversi.
Una poesia che vuole in apparenza presentarsi come accompagnamento ai fatti si dimostra invece essere uno strumento di straniamento e di smascheramento dell’ipocrisia generale della società nella quale viviamo.

Poesie di Michele Arcangelo Firinu

Chris Steven, l’ambasciatore ucciso1

Muore ben pettinato l’ambasciatore,
eppure muore
e pare, nell’impietosa foto
che lo esibisce al mondo, un ecce homo,
un cristo povero deposto
dalla vita e dal suo posto,
che gli fu onore e gloria
e ora croce
di supplizio e di guerra,
come l’onorificenza postuma,
che appenderà la vedova
in salotto,
sotto il ritratto lustro,
e che dirà feroce
che a se medesimo l’ambasciatore
portò pena,
dopo che ai suoi nemici,
nell’imperiale guerra.

(Roma, 12 settembre 2012)

Michele Arcangelo Firinu

Michele Arcangelo Firinu

Mark e Eddy, gemelli*

Nel pancione-aerostato di Mary
con amore Romy depose il seme,
affinché nelle azzurre acque della sposa
si cullasse la sua progenie.

Nella voliera liquida
staccata dalla terra,
come in una campana vitrea, silente,
due esserini monozigoti maturarono
e galleggiavano,
stretti stretti tra loro,
nel calore dell’amnios.

Nati, crebbero interpretarono
il film della loro esistenza
senza colonna sonora alcuna,
l’uno rivolto all’altro
a grammaticarsi sguardi,
i sogni ben ficcati nelle palpebre
e letti a specchio da iride a iride.

Scorre la polvere dei giorni
e riempie le clessidre sorde.
I due calzolai siedono al desco, ridono,
piantano chiodi su tacchi e suole
senza rumore.

Colma la polvere le ampolle:
quarantacinque anni nelle clessidre sorde.

Ma ora muore anche la luce
nelle pupille dei due fratelli.

Nelle loro silenti campane di vetro
non tollerano che il glaucoma
gli cali la mannaia del buio. Rattrappirsi
annichiliti, ognuno dei due in un singolo bozzolo,
come monadi senza finestre,
non sarebbe più vita.

Indossano per l’ultima foto, dopo il caffè,
un sorriso tenue, dolce, sbiadito,
dentro le tute e le scarpe nuove.
Il fratello Dirk, il papà e la mamma
li stritolano mentre li abbracciano,
serrano i denti, che non sfuggano lacrime.
Mark e Eddy Verbessen, gemelli, salutano:
“Ci vediamo in cielo”
e si coricano vicini,
come due bambini buoni
in una poesia pascoliana,
tenendosi stretti la mano.

Per due anni hanno implorato le cliniche
che non li lasciassero soli a cercar la finestra,
lo sparo, lo sfracello da un ponte.

Rispetta il loro volere
il dottor Distlemans Wim, pietoso.
Al Bruxelles University Hospital Jette Campus,
il quattordici dicembre duemiladodici,
fa scorrere nelle loro vene l’eterno riposo.

Erano in tale sintonia, i due gemelli,
che con la morte si son voluti siamesi.

(Roma, 24.02 – 5.03.2013)

Pittura Stefano Di Stasio 10

Stefano Di Stasio

Volano Angeli

Ai caduti sul lavoro, moltitudine;
All’Osservatorio di Bologna sulle morti sul lavoro in Italia, morti bianche, infortuni mortali sul lavoro, che di tale moltitudine tiene conto e memoria.

Come volano gli angeli
che volano,
che volano dai tetti,
che volano e non hanno ali,
che sfidano i marciapiedi incatramati.

Come volano gli angeli
quando li sprecano, non li proteggono;
come volano gli angeli dai palchetti
e non hanno ali,
non hanno freni si sfracellano
nei cortili dei cantieri desolati.

Come volano gli angeli
nei cieli delle fiamme torinesi:
l’ala di fuoco, la mano di dio
li ghermisce,
li solleva,
li sbatacchia,
li sublima
nell’ordalia della linea cinque
degli altiforni della ThyssenKrupp.1

Come non volano gli angeli,
come non volano:
s’addormono dentro la Saras,
s’infetano dentro quell’amnios,
dentro quell’utero metallo-chimico,
nella bestemmia di desolforazione
al Mildhydrocracking 1;
come non volano quando s’accasciano,
sono tre e restano gli orfani: tre
in un amen.2

Oh, come volano, saettano gli angeli,
in un tempo molle che gli s’affloscia
sopra la testa dentro lo schianto
del capannone; com’è volato
nella buriana quell’angelo sfranto
a Tortolì.3

Come volano gli angeli che volano
dentro le tute,
che gli s’inzuppano del loro sangue;
sono alle macchine, sono alle isole,
quando s’impigliano alle catene
e gli ingranaggi coi loro sorrisi
di acciai dentati
bene li masticano,
bene li mangiano,
bene li sputano,
bene li vomitano.

Volano pezzi, falangi
di angeli; volano mani,
decollano gambe,
saettano braccia:
quanto sarebbe vasto
il campo non-santo
delle tombe degli arti?
Sprizza il sangue degli angeli bastardi,
annaffia campi e hangar, nutre
pance di macchine ebbre.

Come volano gli angeli migratori:
mettono ali ai loro pensieri
sciolgono vele ai desideri;
per un pane sfidano il mare;
angeli belli, angeli neri,
nessuno li vuole coi loro fuscelli;
volano dentro l’azzurra voliera,
non trovano pane, bevono sale,
saziano pesci, saziano squali
in quella liquida profondità.

Oh, come volano gli angeli delle riserve
che non lavorano,
che non li vogliono,
che non li pagano,
che non consumano,
che non dimorano,
che non si lavano,
che mal si vestono,
che molto tanfano;
nei marciapiedi dormono,
nei marciapiedi siedono,
nei marciapiedi questuano,
nelle panchine ubriacano,
e negli inverni ghiacciano,
di quando in quando bruciano
e nelle fiamme crepitano
e nelle fiamme strepitano
e nelle fiamme crepano
e negli inferni involano.

Com’è silente nel gelo il volo
degli angioletti di carbone e cenere:4
bruciavano stracci imbevuti nell’alcol
nella baracca, per riscaldarsi.
Volano nell’ombra del cupolone
nel cielo arrossato dalla nostra vergogna,
in questa gogna grassa, la Roma empia,
che ha eletto l’oro come cuore di dio.

Com’è volato l’angelo Ion5
messo al servizio di un bel rottweiler,
Mema il romeno, placido e docile,
metteva il cane alla catena;
ma un giorno quel cane si è rivoltato
e ha messo l’uomo alla catena;
come volava la testa di Ion:
correva il cane figlio d’un cane,
giocava nel prato e beveva quel sangue.
Non vide il Natale mentre volava
la testa spiccata dell’angelo Ion.

Oh, come volano gli angeli
che nei tralicci salgono,
che ci lavorano,
che vi si folgorano,
che vi si bruciano,
che vi si cuociono,
che poi li calano,
che poi li interrano,
che poi gli mancano,
che li ripiangono nei Ferragosti,
dentro gli odori dei loro arrosti.6

Come volteggiano,
quanti ne volano
e non manca giorno,
in ogni refolo,
in ogni angolo,
in ogni spasimo,
anno per anno, in ogni mondo:
come in battaglia in una tonnara,
come in mattanza a Little Bighorn7!

Volarono angeli di argenti, ori,
zinco, silicio, quarzo, azzurrite;
volarono angeli a Monteponi
a Trubba Niedda, Perda Majori,
al Salto di Quirra di Gerrei,
a Monte Pisano8 e un battaglione
nelle budelle di carbone;
erano tanti a Marcinelle9:
ci fu un boato, li tirarono su,
avevano ali di grisù.

Oh come volano,
volano gli angeli,
e come folano,
come s’affollano
dentro i silenzi,
dentro l’oblio,
privi di un angelo,
privi di un dio.

(Roma, 28.12.10 – 16.03.20) Continua a leggere

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