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POESIE OSCENE INEDITE di Vladimir Majakovskij (1893-1930) “L’inno degli onanisti”, “Chi sono le puttane”,  da “A tutta voce”, da “Lettera a Tatiana Yakovleva”, Pettegolezzi, Equivoci, Smargiassate di Majakovskij a cura di Donata De Bartolomeo e Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti “A tutta voce” (1929-1930)

Majakovskij Lilia Brik Jalta-1926

Majakovskij Lilia Brik Jalta-1926

 Il  14 aprile scorso, in occasione dell’85° anniversario della sua morte, il sito russo AdMe.ru  ha pubblicato (ad eccezione delle due poesie finali) questo omaggio a Majakovskij che vi ripropongo. Con l’occasione desidero di nuovo ringraziare Kamila Gayazova per la passione con la quale condivide con me questo “viaggio” all’interno della poesia russa e per l’infinita pazienza con cui rilegge (e quando necessario corregge …) tutto quello che traduco! 

                                                       -Majakovskij,

                                                        i vostri versi non agitano,

                                                        non scaldano, non contagiano.

                                                       -I miei versi non sono mare,

                                                        non sono una stufa e non sono la peste.

Vladimir Majakovskij fece irruzione nella poesia con la sua alta corporatura, l’andatura decisa, il fervore, l’ampia gestualità e la parlata infiammata. Questa personalità scosse il mondo poetico e lasciò una traccia considerevole nell’attività del “secolo d’argento”.

La natura ribelle di Majakovskij si rifletteva in tutto: nell’aspetto esteriore, nella maniera di vestirsi, nel modo in cui declamava i versi. Era sfacciato, scioccante e maleducato ma era al tempo stesso un uomo molto sensibile.

da A tutta voce

Il mio verso arriverà

attraverso le schiene dei secoli

e attraverso le teste

dei poeti e dei governanti.

Il mio verso arriverà

ma non arriva così

non come una freccia

nella caccia di amorini con la lira,

non arriva come

al numismatico  una moneta consunta

e non arriva come la luce di stelle morte.

Il mio verso

a fatica

squarcerà la mole degli anni

e sorgerà

convincente,

grossolano,

tangibile,

come nei nostri giorni

è entrato un acquedotto

costruito già dagli schiavi di Roma.

(1929-1930)

                              

majakovskij illustrazione

majakovskij illustrazione

                                       Un nuovo stile

Quando Majakovskij mise in uso la sua famosa “scaletta” stilistica, i poeti-colleghi lo incolparono di essere un imbroglione: allora i poeti venivano pagati in base alla quantità dei versi e Majakovskij riceveva due-tre volte di più per versi di analoga “lunghezza”. Secondo le parole di Majakovskij la rima doveva ingombrare tutte le righe  che davano forma ad un unico pensiero, stare insieme. Egli poneva la parola più importante alla fine della riga e ci adattava la rima a qualsiasi costo.

                               La cattiva Lilia

Con le donne Majakovskij ebbe e non ebbe fortuna allo stesso tempo. I biografi definiscono ad una sola voce Lilia Brik come il suo più grande amore. Effettivamente il poeta le scriveva: “ Io amo, amo nonostante e grazie a tutto, ho amato, amo e amerò, se sarai cattiva con me o affettuosa, mia o di una altro”. Ma Lilia Yure’vna viveva senza problemi col marito Osip Brik. Dopo la sua morte nel 1945 scriverà: “Quando si è ucciso Majakovskij, è morto un grande poeta. Ma quando è morto Osip, sono morta io”.

                                Il beniamino della folla

Vladimir Goldshmidt camminava accanto a Majakovskij e raccontava a voce alta i suoi successi:

-Ecco, sono a Mosca da un mese e già mi conoscono tutti. Faccio serate – ovazioni copiose, centinaia di letterine, non riesco a liberarmi delle signorine. Che volete…la fama…

Incontro a loro saliva sulla collina una pattuglia di guardie rosse. Majakovskij si avvicinò al bordo del marciapiedi e si rivolse alle guardie rosse:

-Buongiorno, compagni!

Dalle fila delle guardie rosse risposero amichevolmente e allegramente:

– Buongiorno, compagno Majakovskij!

Il poeta si voltò verso il “futurista della vita” e, ridendo, disse:

-Eccola la fama, ecco la notorietà … E allora! Rilanciate, giovanotto!

                                            Puskin lo so a memoria

A Tiblisi si svolgeva una serata sul tema “Figure della letteratura sovietica”. Cominciarono a porre a Majakovskji diverse domande.

Domanda: “Come valutate Dem’jan Bednyj?”

M: “Lo leggo”

D: “ E Esenin?” (Erano passati circa due mesi dalla sua morte)

M: “In generale guardo ai funerali con preconcetto”

D: “Con quali soldi andate all’estero?”
M: “Con i vostri!”

D: “Date spesso un’occhiata a Puskin?”
M: ”Non do mai un’occhiata a Puskin. Io Puskin lo so a memoria”

                                      

Lilia Brik

Lilia Brik

 Tra i primi

Politecnico, Vladimir Majakovskij prende parte ad un dibattito sull’internazionalismo proletario:

-In mezzo ai Russi mi sento russo, in mezzo ai Georgiani mi sento georgiano…

Domanda dalla sala:

-E in mezzo ai cretini?

Risposta:

-In mezzo ai cretini ci sto per la  prima volta.

Tatiana-Yakovleva

Tatiana-Yakovleva

da Lettera a Tatiana Yakovleva

                                                     “Tu non pensare

socchiudendo semplicemente gli occhi

da sotto gli archi raddrizzati.*

Vieni qui,

vieni al crocevia

delle mie grandi

e sgraziate mani.

Non vuoi?

Resta e passa l’inverno,

e questa

offesa

la metteremo sul conto comune.

Io in ogni caso

ti

prenderò un giorno –

da sola

o assieme a Parigi.

(1928)

*(ndt ) Dalle foto si vede che la Yakovleva si dipingeva le sopracciglia come fossero una linea diritta.

                                        

Majakovskij

Majakovskij

                                                  La musa irraggiungibile

Oltre a Lilia Brik il poeta ebbe altre innamorate. Una di loro la conobbe a Parigi, quando vi andò per delle letture. Questa musa si chiamava Tatiana Yakovleva. Come sempre, se ne innamorò perdutamente. Lei, invece, lo respingeva con delicatezza. Majakovskij dilapidò l’intero suo considerevole compenso in un “tour” francese in un negozio di fiori e chiese di mandarle  ogni giorno dei fiori. E loro lo fecero. Allora ed anche all’epoca della seconda guerra mondiale. Questi fiori le salvarono la vita. La Yakovleva li cambiava in cibo. Dopo, ovviamente, i soldi finirono ma lei continuò a ricevere i fiori fino alla morte: questo ormai andava a vantaggio del negozio di fiori.

                                             Chi vuole un cazzotto sul grugno?

Il futurista Majakovskij era famoso per le sue uscite villane e per il suo non comune aspetto esteriore. Una volta uscì sul palcoscenico a leggere i suoi versi ditirambici ad un pubblico che si era radunato per burlarsi di lui: esce tenendo le mani nelle tasche dei pantaloni, con la sigaretta  serrata all’angolo della bocca sprezzantemente storta. Era alto di statura, forte e ben proporzionato a vedersi, i tratti del suo viso erano penetranti e grandi. Legge ora alzando la voce fino ad un ruggito ora borbottando svogliatamente sotto il suo naso: finito di leggere si rivolge al pubblico già con linguaggio prosastico: “… Quelli che desiderano un pugno sul grugno sono pregati di mettersi in fila”.

                                              Majakovskij e i suoi viaggi

Dopo un viaggio all’estero chiesero a Majakovskij:

-Vladimir Vladimirovic, com’è laggiù a Montecarlo, molto chic?

Rispose:

-Molto, come da noi nell’albergo “La grande Mosca”.

Allora gli chiesero:

-Voi avete viaggiato molto. Sarebbe interessante sapere: quale città ritenete la più bella del mondo?

La risposta fu:

-Vjatka.*

(ndt) Fino al 1934 nome della città di Kirov

                                                  

majakovskij e lilia brik

Majakovskij Lilia Brik Jalta-1926

E in ogni caso … Lilia

Il poeta regalò alla sua amata Lilia un anello con le sue iniziali: facendolo girare, queste lettere formavano senza fine la parola “ljubljù”. *

*(ndt) in russo ti amo

Il giorno successivo alla morte del poeta sui giornali fu pubblicata una sua lettera scritta alla vigilia del decesso. Eccone un brano:

“A tutti.

Del fatto che muoio non incolpate nessuno e, vi prego, non fate pettegolezzi. Il defunto non lo sopportava assolutamente. Mamma, sorelle e compagni, perdonate – questa non è una soluzione (agli altri non lo consiglio) ma io non avevo vie d’uscita. Lilia, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilia Brik, la mamma, le sorelle e Veronica Vitol’dova Polonskaja*. Se riuscirai a procurar loro una vita tranquilla – grazie. Date i versi iniziati ai Brik, loro li distruggeranno. Come si dice, l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è infranta contro la vita quotidiana. Sono in pari con la vita e non ho con nessuno conti in sospeso di reciproci dolori, sciagure e offese.

Siate felici, voi che restate

Vladimir Majakovskij”

*(ndt) Attrice, figlia di un celebre attore del cinema muto e moglie dell’attore M. Jansin,  fu dal maggio 1929  la compagna del poeta. Fu l’ultima persona a vederlo ed assistette al suo suicidio

majakovskij-brik-pasternak

majakovskij-brik-pasternak

L’INNO DEGLI ONANISTI

Noi,

onanisti

ragazzi

dalle larghe spalle!

Non

ci attirerai

con la tetta carnosa!

Non

ci sedurrai

con una fica da niente!

Hai finito con la destra?

Lavora con la sinistra!!!

***

Trombare ci è necessario

come ai cinesi

il riso.

Non si stuferà di drizzarsi il cazzo

come un pilone radio trasmittente!

In entrambi i buchini

sbircia.

Non prendere la sifilide

                                                                   Altrimenti

davanti ai dottori

ti dovrai contorcere!

***

Ehi, onanisti,

gridate “urrah”!

La macchina del fottere

è sistemata,

ai vostri servigi

qualsiasi buchino

perfino

il buco

della serratura!!!

***

Giaccio

sulla donna

di un altro.

Il soffitto

si incolla

alla pelle.

Ma noi non ci lagniamo –

facciamo i comunisti

in barba

alla borghese

Europa!

Che il mio cazzo

come un pilone si innalzi!

Per me fa lo stesso

chi mi sta sotto –

la moglie di un ministro

o un inserviente!

***

Voi amate le rose?

Ed io ci caco sopra!

Il paese ha bisogno di locomotive,

abbiamo bisogno di metallo!

Compagno!

Non fare “oh”!

Non fare “ah”!

Non tirare le redini!

Ora che hai completato il piano

mandali tutti

a fare in culo

non l’hai completato –

da solo

vattene

a fare

in culo.

vladimir majakovskij

vladimir majakovskij

CHI SONO LE PUTTANE

                                                                       Le puttane

non sono quelle

che per il pane

davanti

e dietro

ci danno

le fiche,

che Dio le perdoni!

Le puttane sono invece queste

le bugiarde,

quelle che succhiano

i soldi

senza farti

scopare.

Ecco le puttane

vere,

che se ne vadano a fare in culo!

***

Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti

A tutta voce (1929-1930)
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)
Egregi
compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’orecchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

V.M. cadavere

V.M. cadavere «Come si dice, l’incidente è chiuso, la barca dell’amore si è infranta contro la vita quotidiana»

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Roman Jakobson da “Poetica e poesia” sulla poesia di Velemir Chlebnikov e Vladimir Majakovskij con due poesie “A tutta voce” e “Il violino e un po’ nervosamente” tradotte da Paolo Statuti

cernichov-fantasie-architettoniche

cernichov-fantasie-architettoniche

[Roman Jakobson da “Poetica e poesia” trad. it. Einaudi, 1985, pp. 3-7]

[…] Supponiamo che ci sia data un’immagine reale, una testa, e la metafora ad essa riferita sia una botte di birra. Allora, il parallelismo negativo sarà: «non è una botte di birra, ma una testa». Il parallelismo reso logico sarà il paragone: «la testa è come una botte di birra». Il parallelismo inverso sarà: «non una testa, ma una botte di birra». E infine, lo svolgimento nel tempo del parallelismo inverso sarà la metamorfosi: «la testa è diventata una botte di birra» («la testa non è più una testa, ma una botte di birra»).

Nel Diavoletto di Chlebnikov, assistiamo, in qualche modo, al processo stesso di attuazione della costruzione verbale:
L’uomo seduto (col boccale in mano):

«Offro volentieri da bere
ai miei signori ospiti.
I bordi del bicchiere schiumante
sono larghi e inondati, –
non vorreste, sfingi, un pezzetto di pesce?
La birra si innalza fino all’Ariete e al Cancro, –
però non vi piacerebbe, sfingi, un gambero?
La birra non costa più di cinque copechi,
si slancia fino alla via Lattea.
Nel mio bicchiere c’è schiuma stellare,
scorgere nel vasto cielo un vassoio con birra e antipasti
è un’usanza neo-russa».

Il bicchiere di birra assume le dimensioni dell’universo.
Lo stesso procedimento di attuazione del parallelismo inverso, come costruzione dell’intreccio, si trova nelle Memorie di un pazzo di Gogol’ e anche nel racconto di Sologub In prigione.
Un esempio di attuazione del parallelismo negativo diretto:

Egli guardò nel terem* di Marinka,
c’è là un colombo insieme a una colomba,
e se ne stanno a tubare naso a naso
e ad ali aperti si abbracciano.
E s’infiammò a Dobrynja il cuore palpitante,
e tese Dobrynja il suo robusto arco,
e mise Dobrynjuska una freccia rovente
e tirò al colombo e alla colomba,
ma finì da Marinka nell’alto terem,
proprio sullo stipite della finestrella.
E le ruppe il pettinino di vetro,
e le spezzò il fermaglietto d’argento,
e uccise a Marinka il caro amico,
e anche il giovane Tugarin Zmeevic.

[*Parte superiore delle case dei boiari, o casa in forma di torre]

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

Qui è attuata una formula di questo tipo: un colombo e una colomba fanno l’amore, Dobrynja tira una freccia al colombo e alla colomba: ma non sono due colombi che fanno l’amore, egli non ha tirato al colombo e alla colomba, bensì a Marinka nell’alto terem, e le ha ucciso l’amato.

Un esempio di attuazione del paragone si trova nella commedia di Chlebnikov L’errore della morte. La signora morte dice che ha la testa vuota come un bicchiere. L’ospite chiede un bicchiere. La morte si svita la testa.

Un esempio di attuazione di entrambi i membri del parallelismo, non in successione temporale ma in ordine di coesistenza: «Con viso rasato, smunto, e i lunghi capelli passa correndo lo scienziato e grida, strappandosi i capelli: “Orrore! Ho preso un pezzetto del tessuto di una pianta, della pianta più comune, e d’un tratto sotto il mio occhio armato esso, mutando con malizia i suoi tratti, è diventato il vicolo Volynskij, con la gente che va e viene, le finestre delle tende semiabbassate, qualcuno che legge e altri che semplicemente, stanchi, siedono vicini, e io non so dove andare, – nel pezzetto di pianta sotto la lente d’ingrandimento, o nel vicolo Volynskij, dove io abito. Così non sono sempre lo stesso, là e qui, sotto la lente d’ingrandimento, nel pezzetto di pianta e nel cortile di sera”» (Il diavoletto).

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Attuazione della metafora:

A un uomo grosso e sporco
regalarono due baci.
L’uomo era goffo,
non sapeva
che farsene,
dove ficcarli.
la città,
tutta in festa,
intonava alleluja nelle cattedrali,
la gente usciva per sfoggiare abiti.
Ma nella casa dell’uomo faceva freddo,
e nelle suole c’erano dei buchi, piccoli, ovali.
Egli scelse un bacio,
quello più grosso,
e se lo infilò come una caloscia.
Ma il freddo mordeva,
lo addentò per le dita,
«E va bene,
– si adirò l’uomo, –
li getterò via questi inutili baci!.
li gettò.
E d’un tratto
spuntarono al bacio le orecchie,
prese a girare su di sé,
e gridò con una voce sottile:
«Mammina!»
L’uomo si spaventò.
Avvolse nei brandelli dell’anima il corpo tremante,
se lo portò a casa,
per metterlo in una cornice azzurra.
Frugò a lungo nella polvere, nelle valigie
(cercava la cornice).
Si volse a guardare:
il bacio giaceva disteso sul divano,
enorme,
grasso
Ecco, cresciuto,
ride,
s’infuria.

(Majakovskij)

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Un procedimento analogo venne impiegato a scopo umoristico nel Satiricon: come i bambini capiscono il linguaggio degli adulti. Lo stesso motivo si ritrova nel romanzo di Belyj Kotik Letaev. Cfr. anche l’attuazione della metafora nella pittura illustrativa, ad es. nella miniatura bizantina.

Attuazione dell’iperbole:

Io volavo, come una bestemmia.
L’altro piede
mi insegue ancora per la strada vicina.
(Majakovskij)

majakovskij illustrazione

cernichov-fantasie-architettoniche

L’ossimoro attuato rivela chiaramente la sua natura verbale poiché, secondo la definizione della filosofia contemporanea, se ha significato, esso non ha oggetto (come ad esempio «il cerchio quadrato»). Tale è il «Naso» gogoliano, che Kovalev considera un naso, mentre quest’ultimo scuote le spalle, è vestito in uniforme, ecc.

[…] L’abolizione del limite fra significati reali e metaforici è un fenomeno tipico del linguaggio poetico. Spesso la poesia opera con immagini reali come se fossero figure verbali (procedimento inverso di attuazione): tali sono, ad esempio, i calembours.

[…] Sulla trasformazione di immagini reali in tropi sulla loro metaforizzazione, è basato il simbolismo come scuola poetica.

Nella scienza della pittura sta apparendo una rappresentazione dello spazio come convenzione pittorica, del tempo ideografico. Ma alla scienza è ancora estraneo il problema del tempo e dello spazio come forme del linguaggio poetico. La violenza del linguaggio sullo spazio letterario è soprattutto evidente nel caso della descrizione, quando le parti che coesistono nello spazio si dispongono in successione temporale. Sulla base di ciò, Lessing persino rifiuta la poesia descrittiva…

[…] Per quanto riguarda il tempo letterario, un vasto campo di ricerca è rappresentato dall’artificio dello spostamento temporale… «Byron ha cominciato a raccontare dalla metà dell’avvenimento o dalla fine». Oppure cfr. per esempio La morte di Ivan Il’ic, dove lo scioglimento è dato prima del racconto… In Chlebnikov osserviamo l’attuazione dello spostamento temporale, per di più scoperto, cioè non motivato…

majakovskij

majakovskij

Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti

 
A tutta voce
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)
Egregi

compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’orecchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

(1929-1930)

Lilia Brik

Lilia Brik

Il violino e un po’ nervosamente
Il violino coi nervi tesi, supplicando,
a un tratto scoppiò in pianto
così infantilmente,
che il tamburo non resse:
“Bene, bene, bene!”
E lui stesso si stancò,
non finì di ascoltare il violino,
sgattaiolò in fretta
e se ne andò.
L’orchestra estraneamente guardava
il violino che si sfogava nel pianto
senza parole
senza tempo,
e solo chissà dove
uno stupido piatto
strepitava:
“Cos’è?”
“Com’è?”
E quando il flicorno –
cornoramato,
sudato,
gridò:
“Scemo,
piagnone,
asciugati!” –
io mi alzai,
barcollando, mi arrampicai tra le note,
tra i leggii curvi per lo spavento,
chissà perché gridai:
“Mio Dio!”,
mi buttai al collo di legno:
“Sai una cosa, violino?
Noi ci somigliamo tremendamente:
ecco anch’io
urlo –
ma non so dimostrare nulla!”
I musicisti ridono:
“S’è invischiato e come!
E’ venuto dalla fidanzata di legno!
Che testa!”
Ma io – me ne frego!
Io – sono un bel tipo.
“Sai una cosa, violino?
Dai –
Vivremo insieme!
Sì?”

(1923)

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska.
Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano:

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy „Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k. “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

Dużo wierszy umieściłem w moim blogu musashop.wordpress.com

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal Russo in Italiano:

Blok, Aleksandr: “I dodici”, La Fiera Letteraria, 13.6.1971, N. 18
Poesia, sett. 2014, N. 296
Bagrickij, Eduard: “Il canto di Opanas”, La Fiera Letteraria, 28.5.1972, N. 22
Chlebnikov, Velemir: “La perquisizione notturna”, La Rassegna Sovietica, 1990
Poesia, aprile 2014, N. 292
Chodasevič, Vladimir: “Poesie”, Tempo Presente, giugno-luglio 1986
Cvetaeva, Marina: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
Inber, Vera: “Vas’ja il Fischio”, La Fiera Letteraria, 5.12.1971, N. 43
Majakovskij, Vladimir: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
Mandel’stam, Osip: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
“30 poesie”, Edizioni CFR, 2014
Pasternak, Boris: “30 poesie”, Edizioni CFR, 2014
Puškin, Aleksandr: “32 poesie”, Edizioni CFR, 2014

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal Ceco in Italiano:

Havliček-Borovsky, Karel: “Elegie Tirolesi”, La Fiera Letteraria, 19.11.1972, N.47
Wolker, Jiři: “Poesie”, La Fiera Letteraria, 27.1.1974, N. 4

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Archiviato in critica della poesia, poesia russa del Novecento

UNA POESIA di Michail Arkad’evič Svetlov (1903-1964) “Granada” traduzione e Commento a cura di Paolo Statuti

rivoluzione d'ottobre 3  Michail Arkad’evič Svetlov nacque a Ekaterinoslav il 17 giugno 1903 e morì a Mosca il 28 settembre 1964. Poeta e drammaturgo russo. Proveniva da una povera famiglia ebrea. Dal 1919 membro del Komsomòl  (Gioventù Comunista). Nel 1920 prese parte come volontario alla guerra civile in Russia. Inizialmente subì l’influenza del gruppo Kuznica (La fucina). La sua prima raccolta Rel’sy (Rotaie) uscì nel 1923. Negli anni ’40 e ’50 creò liriche patriottiche, riflessive e poemi per il teatro. La sua poesia più famosa è Granada. Essa è stata musicata da diversi compositori e tradotta in molte lingue. Negli anni della guerra civile spagnola (1936-39) fu uno dei canti più amati dalla brigate internazionali, e durante la II guerra mondiale era l’inno dei prigionieri del campo di concentramento di Mauthausen.

Qual è l’origine di questo poema? Svetlov camminava lungo via Tverskaja a Mosca e giunto nei pressi del cinema Ars (diventato poi Teatro Stanislavskij) in fondo a un cortile vide la scritta Albergo Granada. Lì per lì per celia decise di scrivere una serenata. Continuò a camminare cantando: «Granada, Granada…».

Ma non nacque una serenata, bensì un canto romantico internazionale. Svetlov era a corto di denari e cercò di vendere la poesia a diverse redazioni. Ma non vollero accettarla, non piaceva. Si offrì di pubblicarla la rivista Oktjabr (Ottobre), ma non avevano soldi per pagarlo. Alla fine fu stampata dalla Komsomolskaja pravda (La verità della Gioventù Comunista) il 29 agosto 1926, per un compenso ridotto, cioè 40 copechi a strofa, anziché 50 come era stato stabilito, motivando la riduzione con le parole: «Voi, Svetlov, potete scrivere meglio».

Michail Svetlov Memorial Plaque on the Kamergersky Alley house in Moscow where Svetlov lived in 1931 - 1962

Michail Svetlov Memorial Plaque on the Kamergersky Alley house in Moscow where Svetlov lived in 1931 – 1962

Un giorno il poeta Semën Kirsanov lesse Granada. Il poema gli piacque molto, corse subito da Majakovskij e gli lasciò il testo. Alcuni giorni dopo si svolse una serata di Majakovskij al Museo del Politecnico. La sala era stracolma. «Io stavo in piedi – racconterà nel 1957 Svetlov – mi ero stancato e tornai a casa, senza aspettare la fine della serata, ma un mio vicino che era rimasto fino all’ultimo mi disse: – Perché sei andato via? Majakovskij ha  recitato a memoria la tua Granada!

In seguito egli la lesse in molte città. Diventammo amici. Una volta sorridendo mi confidò: – Svetlov! Qualunque cosa io scriva non conta, tutti mi chiamano La nuvola in calzoni. Temo che sarà lo stesso con la vostra Granada.

   Furono parole profetiche. Ogni mio nuovo conoscente dice subito: – Ah sì, Svetlov! Granada! Da una parte fa piacere, ma dall’altra è un peccato che dopo 40 anni di attività letteraria, io risulti l’autore di una sola poesia».

de chirico particolare

de chirico particolare

 Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska. Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

  pasternak 1

Granada

A passo di marcia,
Noi combattenti,
Il canto Jabločko
Stringiamo tra i denti.
Ah, questa canzone,
O steppa, conserva
La malachite
Della tua erba.

Ma un’altra canzone
Di un’altra terra
Qualcuno ha portato
Con sé nella sella.
E canta guardando
Di qua e di là:
«Granada, Granada,
Granada majà!»

E questa canzone
Lui canta assai bene…
Ma come conosce
Le iberiche pene?
Orsù, Aleksandrovsk,
Char’kòv, rispondete:
Da tempo in spagnolo
Cantata l’avete?

Oh dimmi, Ucraìna,
Nel biondo frumento
Taras Ševčenko
Non giace da tempo?
Perché, amico mio,
Canti questa città:
«Granada, Granada,
Granada majà?»

Indugia il ragazzo,
E poi trasognato:
– Granada – risponde –
In un libro ho trovato.
Granada da sempre
In Spagna è situata –
Ha un nome assai bello,
Da tutti è onorata!

La casa ho lasciato,
Io voglio lottare,
La terra ai coloni
Io voglio ridare,
Tornerò dai miei cari,
Quando Dio vorrà!
«Granada, Granada,
Granada majà!»

Correvamo a lottare,
Per capire a fondo
La lingua degli spari –
La lingua dello scontro.

Il sole sorgeva
E poi tramontava,
E il cavallo era stanco,
Eppur galoppava.

Il canto Jabločko
Con gli archi-lamenti
Sonavano tutti
Sui violini dei tempi…
Ma quel canto dov’è,
E’ finito di già:
«Granada, Granada,
Granada majà?»

Colpito nel petto
A terra è crollato,
Il caro compagno
La sella ha lasciato.
La luna il suo corpo
Baciò rischiarando,
E dalle labbra uscì:
«Grana…» soltanto.

In terra lontana,
Nelle nubi dov’è,
L’amico il suo canto
Ha portato con sé.
E da allora nessuno
Mai più sentirà:
«Granada, Granada,
Granada majà».

Il reparto non vide
Quel morto guerriero
E il canto Jabločko
Cantò per intero.
Soltanto dal cielo
Sull’alba-velluto,
D’una piccola nube
Il pianto è piovuto…

Ma nuove canzoni
Ha composto la vita…
Ragazzi, non serve
Soffrir per un canto.
Non serve, non serve,
E non servirà…
Granada, Granada,
Granada majà!

(1926)

Paolo Statuti

Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cypriank “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

Dużo wierszy umieściłem w moim blogu musashop.wordpress.com

 

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UNA POESIA di Vladimir Majakovskij: A Sergej Esenin Traduzione e Commento di Paolo Statuti con un Appunto di Antonio Sagredo

 majakovskij illustrazione

 Vladimir Majakovskij: A Sergej Esenin

Commento di Paolo Statuti

Vladimir Majakovskij e Sergej Esenin – due grandi poeti in continuo dissidio tra loro, e non poteva essere diversamente: il primo – membro fondatore del LEF (Fronte di Sinistra delle Arti), cantore del proletariato, definito il “gigante fragile”, devoto in amore, modesto e costumato nei rapporti umani, rivoluzionario autentico che si batteva per la libertà totale dell’individuo da ogni oligarchia; il secondo – geniale poeta contadino che non tollerava rivali, “eroe” della bohème moscovita, sfrenato bisessuale con una vita turbolenta e disordinata come pochi…

L’atteggiamento negativo di Esenin verso Majakovskij è stato sottolineato da diversi letterati della cerchia di quest’ultimo. Il critico e storico della letteratura V.B. Šklovskij, ad esempio, afferma che «a Esenin non piaceva Majakovskij e strappava i suoi libri, se li trovava in casa». Il poeta V.S. Roždestvenskij definisce «strani» i rapporti tra i due poeti: «C’era tra loro una ostilità che non si attenuava mai. Per Majakovskij Esenin era un evidente “male lirico”. Polemizzando con quest’ultimo e con il suo entusiastico uditorio, giudicava con ironia gli incontri poetici del rivale. L’irascibile ed estremamente permaloso Esenin non glielo perdonò mai». Ed ecco una testimonianza del poeta proletario N. Poletaev: «Una volta, durante un ricevimento presso la Casa della Stampa, a capodanno, dopo aver abbondantemente bevuto, Esenin importunava Majakovskij, gridandogli quasi piangendo: «La Russia è mia, capisci? – mia, e tu…tu sei americano! La Russia è mia!» Al che Majakovskij rispose tranquillamente: «Prego, prendila pure! Mangiala col pane!».

Majakovskij Rodcenko uno scatto

Majakovskij Rodcenko uno scatto

Non è un segreto per nessuno che Majakovskij si riteneva un genio, e di conseguenza considerava la creazione degli altri poeti, inclusi i classici della letteratura russa, con un certo disprezzo. Alcuni li criticava apertamente, altri li derideva, altri ancora li tacciava di grafomani, in quanto le loro opere non avevano alcun valore per le generazioni future. Nei confronti di Esenin il suo atteggiamento era assai controverso, riconosceva in lui il talento letterario, ma non poteva accettare la mancanza di idee e di principi in questo “rinomato beone artigiano”, ritenendo che Esenin avrebbe dovuto usare il suo ingegno non per descrivere le bellezze della natura russa, ma per il bene della rivoluzione.

Malgrado ciò, dopo la tragica morte di Esenin, Majakovskij riesaminò il suo giudizio sulla vita e la creazione del poeta contadino, tanto che nella primavera del 1926 scrisse la famosa poesia “A Sergej Esenin”, da cui emergono sentimenti diversi: rammarico, costernazione, comprensione…Non intendo fare qui un’analisi di questa poesia, mi limiterò quindi a richiamare l’attenzione sulla strofa finale, che è una polemica parafrasi delle famose parole  dell’ultima poesia di Esenin: «In questa vita morire non è nuovo,/ma più nuovo non è neanche vivere”. Quando Majakovskij scrisse questa poesia la versione ufficiale della scomparsa di Esenin era il suicidio, ed egli non poteva prevedere che un giorno essa sarebbe stata messa in dubbio. Egli era convinto che Esenin si fosse tolto volontariamente la vita, perché non aveva saputo trovare il suo posto nella nuova società. Oggi, dopo la pubblicazione dei documenti della GPU, dove risulta che il poeta sarebbe stato assassinato, anche l’autenticità della celebre lettera scritta da Esenin col proprio sangue, in mancanza dell’inchiostro, prima di morire, viene messa in discussione, e si pensa che sia stata architettata per avvalorare la tesi del suicidio. Esenin con la sua vita sregolata, con le sue critiche al potere sovietico, con la sua rabbia per quanto riguardava la popolazione contadina che si sentiva delusa e tradita dalla rivoluzione – era diventato un personaggio molto scomodo per il regime. Del resto, alcuni particolari relativi al corpo appeso al tubo del riscaldamento, fanno propendere per la tesi dell’omicidio: la mano era in una posizione innaturale, come se avesse cercato di sollevarsi per non essere strozzato, il laccio non era ben stretto, i graffi sul braccio destro e una contusione sotto l’occhio sinistro, farebbero pensare a una disperata colluttazione con i suoi sicari, anche se probabilmente era ubriaco. L’autopsia rivelerà inoltre che la spina dorsale era spezzata, come se qualcuno gli avesse afferrato le gambe e lo avesse tirato giù con forza mentre era appeso.

sergej esenin nella bara

sergej esenin nella bara

E il “suicidio” di Majakovskij? Sospetti e mistero hanno sempre circondato la sua morte. Secondo la tesi più credibile, egli fu istigato al “suicidio” dalla polizia politica di Stalin, se non si trattò invece di un vero e proprio omicidio. Il regista Aleksandr Dovženko, che era con Majakovskij alla vigilia della morte, ricorda: «Eravamo seduti insieme in giardino, tutti e due abbattuti, lui spossato dalle nullità, dai ruffiani, dai cannibali e dagli speculatori…» Con i suoi attacchi ai burocrati che, a suo avviso, “strangolavano” la rivoluzione, nel 1930 Majakovskij aveva perso del tutto i precedenti favori del regime staliniano. Tra le altre cose resta un mistero la pistola fornita al poeta dalla GPU. Egli ne fu sorpreso e voleva restituirla, ma gli agenti insistettero perché la tenesse, facendogli capire che tali erano le “disposizioni”. In conclusione Majakovskij e Esenin, due poeti rivali così diversi tra loro, per ironia della sorte furono accomunati da una morte simile.

sergej esenin con la pipa

sergej esenin con la pipa

Ma quanti altri poeti russi sono morti tragicamente! È incredibile quanti abbiano risposto al mio lugubre appello:

 Kondratyj Ryleev, decabrista, impiccato nel 1826, 31 anni
Aleksandr Griboedov, trucidato a Teheran nel 1829 da fanatici musulmani, 34 anni
Aleksandr Puškin, morto in un duello-farsa nel 1837, 38 anni
Michail Lermontov, morto in duello nel 1841, 26 anni
Nikolaj Gumiljov, fucilato nel 1921, 35 anni
Sergej Esenin, suicidio-farsa nel 1925, 30 anni
Vladimir Majakovskij, suicidio-farsa nel 1930, 37 anni
Nikolaj Kljuev, fucilato nel 1937, 53 anni
Sergej Klyčkov, fucilato nel 1937, 48 anni
Pavel Vasil’ev, fucilato nel 1937, 27 anni
Nikolaj Olejnikov, fucilato nel 1937, 39 anni
Piotr Orešin, fucilato nel 1938, 51 anni
Boris Kornilov, fucilato nel 1938, 31 anni
Osip Mandel’štam, morto in un gulag nel 1938, 47 anni
Marina Cvetaeva, morta suicida nel 1941, 49 anni
Michail Golodnyj, morto nel 1949 in un incidente automobilistico, 46 anni
Nikolaj Rubcov, ucciso nel 1971 dalla fidanzata, 35 anni
Aleksandr Galich, ufficialmente ucciso nel 1977 da una scarica di corrente elettrica nella sua abitazione di Parigi, ma secondo un’opinione diffusa la sua morte è stata un omicidio o un suicidio, 59 anni

Come spiegarlo? Perché i poeti – è comprensibile. Essi sono più sognatori, impressionabili, irrazionali delle altre persone. Cioè – più vulnerabili. Ma perché proprio i poeti russi? Non c’è nessun altro paese in cui tanti poeti siano deceduti di morte violenta. A mio avviso si possono individuare tre cause. La prima è politica: la crudeltà dei regimi zarista e sovietico, responsabili direttamente o indirettamente. La seconda è psicologica. Qualcuno ha scritto: «L’anima del poeta è irrazionale. L’anima russa è irrazionale. L’anima del poeta russo è dunque doppiamente irrazionale». La terza causa è fatale, cioè è voluta da un tragico fato che come una maledizione agita le sue nere ali sulla poesia russa.

(Paolo Statuti)

manifesto di Rodcenko

manifesto di Rodcenko

Appunto di Antonio Sagredo

aggiungo qualcosa a ciò che ha scritto l’amico Paolo (da una mia nota -al Corso su Majakovskij di A.M.Ripellino, anno accademico 1971-1972)

Riprendo la nota 145 e i vari motivi e i fortissimi dubbi circa il suicidio di Majakovskij: le riflessioni di Cesare De Michelis nel suo articolo, sul quotidiano “la Repubblica” del 13 aprile 2000 riportano anche quelle ricostruzioni “verosimili“ (elaborate tra il 1989 e il 1994) del giornalista-scrittore Valentin Skorjatin che scrisse nel suo libro: “Il mistero della fine di Majakovskij”, e iniziano 1) l’ultima lettera del poeta fu scritta a matita (cosa mai fatta) perché preferiva la penna; 2) la lettera è datata 12 aprile e non 14 aprile, e fa pensare che il fatto doveva accadere il 12, ma poi accadde il 14; 3) i versi nella lettera riprendono frammenti di due anni prima (1928); 4) il tono della stessa non è il suo e non ha mai scritto nulla di simile, così dichiarò l’amico regista Ejzenštejn in appunto trovato nel 1940 da Valentin Skorjatin; 5) il visto rifiutato al poeta per Parigi (ma non è vero per accuratissime ricerche), ma il poeta decise di non più partire lo stesso; 6) le dichiarazioni piene di enigmi contraddizioni della Veronika Polonskaja (l’ultima sua donna) alla polizia; 7) perché tre agenti dei servizi segreti più la polizia per le prime indagini?; 8) la posizione del cadavere, e la testa rivolta verso la porta o verso la finestra?; 9) quali e quante macchie di sangue si scorgevano dalla camicia?; 10) in che direzione era stato esploso il colpo e quali segni c’erano sul volto?; 11) chi era l’autista che lo riportò a casa dopo una serata passata dal suo biografo Vasilij Kataev?, e chi era il commesso che portò al poeta dei libri il mattino del 14 aprile?; 12) nel verbale della polizia del 14 aprile si legge che ai piedi del morto era stata rinvenuta una mauser col n. 312045 (che il poeta non aveva mai posseduto), ma nei rapporti dei servizi si dice che il poeta s’era sparato con la sua browning n. 268979, poi consegnata agli atti dell’inchiesta; 13) le trame dei due Brik verso il poeta (poi che una vera passione per una donna altra non avrebbe dato loro più la possibilità di controllare il poeta!) passano attraverso due loro donne: Tat’jana Jakovleva presentata al poeta dalla sorella di Lilja, Elsa Triolet (moglie di Aragon); e poi Veronica Polonskaja – presentata da Osip Brik al poeta nel maggio 1929, e che il governo sovietico esclude dalla eredità majakovskiana, perché? Perché sua agente segreto?!; 14) anni prima i due Brik mettono il poeta in contatto con due agenti del OGPU: Jakov Agranov e Lev El’bert (primo e ultimo firmatario del necrologio apparso sulla Pravda del 15 aprile). Majakovskij sembra aver confidato all’amico poeta Michail Arkad’evič Svetlov* il timore di essere arrestato: questo fa capire come i rapporti tra il poeta e il potere sovietico erano tesissimi! Ma la trappola si sta chiudendo: i due Brik se ne vanno all’estero, e sapranno a Berlino del suicidio, ma da chi? Se non dalla polizia segreta!; il giorno 14 aprile: l’agente El’bert gira nella casa di coabitazione coi Brik, mentre il poeta se ne va, o si rifugia?, nel suo studio; c’è una uscita di servizio dalla cucina… la Polonskaja scende le scale verso le 10,15 dopo aver parlato col poeta… la porta dello studio si apre e compare qualcuno con la pistola, una mauser?, in mano… il poeta cade e si rompe il setto nasale (come risulterebbe dalla maschera mortuaria). Questo qualcuno, dopo aver messo la lettera del poeta sulla scrivania e la pistola accanto al corpo fugge dalla porta di servizio; scende in strada e poco dopo incontra due amici del poeta (Michail Kol’cov e Serghej Trat’jakov) già avvertiti, ma da chi?, dal secondo agente Agranov?; il qualcuno ritorna indietro con quei due fino alla stanza dove giace Majakovskij. Questa ricostruzione la ritengo pochissimo fantasiosa: essa per me si avvicina molto a quella io ho sempre pensato come vera o veritiera secondo le informazioni che allora possedevo. Il libro dello Skorjatin riporta anche alcune obiezioni dello studioso svedese Bengt Jangenfeldet, che nel 1985 pubblicò da Mondadori il carteggio tra il poeta e Lilja Brik. — Riferii le mie perplessità a Angelo Maria Ripellino (parecchi mesi prima della sua morte: 21 aprile del 1978), circa il fatto che il poeta si fosse ucciso di mano propria; e se così sarebbe stato costretto; e se non così, ucciso per mano altrui – che per me è più veritiero -. Lo slavista, ricordo, che mi fissò come allibito, era turbato, non so se a lui piacesse di più la morte romantica: il suicidio! Certo è che aveva i suoi forti dubbi se mi rispose più o meno: “si, è possibile, sia andata così, ma è così terribile! E il terribile era una cosa normale, consueta, a quei tempi!”. (*Svetlov: nota seguente 149. Incontro tra Svetlov e Majakovskij).

Majakovskij

Majakovskij

*

Ve ne siete andato,
come dicono,
all’altro mondo.
Il vuoto…
Volate,
imprimendovi nelle stelle.
Nemmeno una bettola,
nemmeno un acconto.
Lucidità.
No, Esenin,
no,
non vi sto beffando.
Ho l’amarezza
in bocca –
non l’ilarità.
Vedo –
Il polso reciso piegando,
delle vostre
ossa
il sacco oscillate.
– Smettetela!
Fermatevi!
Avete perso la testa?
Lasciare
che le guance
inondi
il gesso mortale?!
Voi
che in ogni occasione
sapevate cavarvela
come nessun altro
al mondo
sapeva.
Perché allora?
Perché?
Costernazione!
I critici barbugliano:
– Tutta colpa
di questo…
di quello…
e – principale ragione –
lo scarso legame,
e il risultato? –
molta birra e molto vino. –
Dicono,
dovevate lasciare
la bohème
e unirvi alla classe,
con la classe voi
non avreste fatto scenate.
Perché, la classe
la sete
spegne con le aranciate?
Anche la classe beve
e come!
Dicono,
se vi avessero affidato
a qualcuno di “Na postù” –
il vostro contenuto
sarebbe stato
assai più pregevole.
Voi
avreste scritto
cento strofe
al giorno,
lunghe
e stucchevoli,
come Doronin.
Ma io penso,
che giunto
a tale paranoia,
vi sareste tolto
la vita prima.
Assai meglio
è morire di vodka,
che di noia!
Non ci sveleranno
mai
le cause di questa morte
nè il laccio,
né il temperino.
Ebbene,
si fosse trovato
l’inchiostro all’”Angleterre”,
non avreste avuto motivo
di tagliarvi
le vene.
Si sono rallegrati i plagiari:
bis!
Poco è mancato
che litigassero
tra loro.
Perché mai
aumentare
il numero dei suicidi?
Meglio
produrre
più inchiostro!
Per sempre
adesso
la lingua
si chiuderà tra i denti.
Pesa
ed è fuori luogo
risvegliare l’arcano.
Per la gente,
per chi crea il linguaggio,
è morto
un rinomato
beone artigiano.
E portano
rottami funebri di versi
di precedenti
funerali
senza niente cambiare.
Nel tumulo
ottuse rime
conficcano come paletti –
ma è così
che un poeta
si deve onorare?
A voi
un monumento non hanno fuso ancora, –
dov’è,
di bronzo sonante
o di granita fattura? –
e nei recinti della memoria
già
hanno portato
di dediche
e di ricordi la lordura.
Il vostro nome
sbavano nei fazzolettini,
la vostra parola
insaliva Sobinov
e intona
sotto una marcia betulla –
“Non una parola,
o ami-ico mio,
non un sospi-i-i-i-ro”
Ah,
parlare in altro modo
con questo
Leonid Lohengrinyč!
Alzarsi qui
come rombante attaccalite:
– Non permetterò
di balbettare
e storpiare i miei versi! –
Rintronarli
con un fischio
a tre dita
alla nonna
e a Dio all’anima alla madre!
Per spazzar via
l’incapace gentaglia,
gonfiando
loro
le vele delle giacche,
perché
preso dal panico
Kogan scappi via,
i passanti
ferendo
con le picche dei baffi.
La lordura
finora
si è poco diradata.
C’è molto da fare –
occorre sbrigarsi.
La vita
bisogna
prima rifarla,
e rifatta –
la si può decantare.
Questo tempo –
è difficile per la penna,
ma ditemi
voi,
mostri e storpiati,
dove,
quando,
quale grande ha mai scelto
una strada
più battuta
e più facile?
La parola
comanda
la forza umana.
Avanti!
Che il tempo
dietro di noi
scoppi come cento granate.
Dei vecchi giorni
il vento
ricordi
soltanto
le chiome arruffate.
Per l’allegria
il nostro pianeta
è male attrezzato.
Bisogna
strappare
la gioia
ai giorni che verranno.
In questa vita
morire
non è arduo.
Vivere
è assai più complicato.

(1926 – Versione di Paolo Statuti)
 dal blog Un’anima e tre ali – Il blog di Paolo Statuti

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POESIE RUSSE SUGLI STRUMENTI MUSICALI TRADOTTE DA PAOLO STATUTI – Vladimir Majakovskij, Mirra Lochvizkaja, Ljudmila Desjatnikova

majakovskij-brik-pasternak

majakovskij-brik-pasternak

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

 

 

 
Vladimir Majakovskij (1893-1930)

 

Il violino e un po’ nervosamente
Il violino coi nervi tesi, supplicando,
a un tratto scoppiò in pianto
così infantilmente,
che il tamburo non resse:
“Bene, bene, bene!”
E lui stesso si stancò,
non finì di ascoltare il violino,
sgattaiolò in fretta
e se ne andò.
L’orchestra estraneamente guardava
il violino che si sfogava nel pianto
senza parole
senza tempo,
e solo chissà dove
uno stupido piatto
strepitava:
“Cos’è?”
“Com’è?”
E quando il flicorno –
cornoramato,
sudato,
gridò:
“Scemo,
piagnone,
asciugati!” –
io mi alzai,
barcollando, mi arrampicai tra le note,
tra i leggii curvi per lo spavento,
chissà perché gridai:
“Mio Dio!”,
mi buttai al collo di legno:
“Sai una cosa, violino?
Noi ci somigliamo tremendamente:
ecco anch’io
urlo –
ma non so dimostrare nulla!”
I musicisti ridono:
“S’è invischiato e come!
E’ venuto dalla fidanzata di legno!
Che testa!”
Ma io – me ne frego!
Io – sono un bel tipo.
“Sai una cosa, violino?
Dai –
Vivremo insieme!
Sì?” Continua a leggere

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INDAGINE INTORNO AL “SUICIDIO” DI VLADIMIR MAJAKOVSKIJ a cura di Antonio Sagredo e UNA POESIA: ” Alcune parole su mia madre”

 

manifesto

manifesto

manifesto di Rodcenko

manifesto di Rodcenko

 

majakovskij

majakovskij

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcune parole su mia madre                                               

 

Io ho una madre su carta da parati fiordaliso.
E passeggio in pavonesse variopinte,
torturo, misurando col passo, arruffate margherite.
La sera prende a suonare su oboe arrugginiti,
mi avvicino alla finestra,
credendo,
che vedrò di nuovo
una nuvola
posatasi
sulla casa.
E alla mamma malata
passano i bisbigli della gente
dal letto all’angolo vuoto.
La mamma sa –
che questi sono mucchi di pensiero demente
che strisciano fuori da dietro ai tetti della fabbrica Šustov.
E quando la cornice della finestra insanguinerà
la mia fronte, incoronata da un cappello di feltro,
io dirò,
scostato con voce di basso l’ululato nel vento:
“ Mamma.
Se io avrò compassione
del vaso del vostro tormento,
pestato dai tacchi di una danza di nuvole, –
chi carezzerà le mani d’oro,
storte da una insegna presso le vetrine “Avanzo”? .

1913

(traduzione di A.M. Ripellino)

majakovskij volto

Nel capitolo Enciclopedia russa, in Cimiteri – Storie di rimpianti e di follie di G. Marcenaro, B. Mondadori, 2008, è descritta la storia che Majakovskij ebbe con Elizaveta Petrovna (nata in un paese degli Urali) già sposata nel 1923 con l’inglese George Jones, e che una volta in America diviene Helen Jones, Elly Jones) da cui sarebbe nata la loro figlia (dapprima Patricia Jones Thompson) poi Elena Vladimirovna Majakovskaja. Il poeta incontra Elly Jones a New York nel 1925. A Nizza nel 1928 Majakovskij incontra Elly e sua figlia Elena. Questi da adulta più volte si recherà a Mosca, sotto Patricia Jones Thompson, al cimitero di Novodevičij, dove intorno alla tomba di suo padre spargerà le ceneri di sua madre Elly.

Vari sono i motivi  e  fortissimi i dubbi circa il suicidio di Majakovskij: le riflessioni di Cesare De Michelis nel suo articolo, sul quotidiano “la Repubblica” del 13 aprile 2000 riportano anche quelle ricostruzioni “verosimili“ (elaborate tra il 1989 e il 1994) del giornalista-scrittore  Valentin Skorjatin che scrisse nel suo libro: “Il mistero della fine di Majakovskij”.

Elena Vladimirovna Majakovskaja

Elena Vladimirovna Majakovskaja

E iniziano:

1) l’ultima lettera del poeta fu scritta a matita (cosa mai fatta) perché preferiva la penna;

2) la lettera è datata 12 aprile e non 14 aprile, e fa pensare che il fatto doveva accadere il 12, ma poi accadde il 14;

3) i versi nella lettera riprendono frammenti di due anni prima (1928);

4) il tono della stessa non è il suo e non ha mai scritto nulla di simile, così dichiarò l’amico regista Ejzenštejn in appunto

Elena Vladimirovna Majakovskaja

Elena Vladimirovna Majakovskaja

trovato nel 1940 da Valentin Skorjatin;

5) il visto rifiutato al poeta per Parigi (ma non è vero per accuratissime ricerche), ma il poeta decise di non più partire lo stesso;

6) le dichiarazioni piene di enigmi  contraddizioni della Veronika Polonskaja (l’ultima sua donna) alla polizia;

7) perché tre agenti dei servizi segreti più la polizia per le prime indagini?;

.

carmelo bene recita poesie di majakovskij

carmelo bene recita poesie di majakovskij

8) la posizione del cadavere, e la testa rivolta verso la porta o verso la finestra?; 8) quali macchie di sangue si scorgevano dalla camicia?;

10) in che direzione era stato esploso il colpo e quali segni c’erano sul volto?;

11) chi era l’autista che lo riportò a casa dopo una serata passata dal suo biografo Vasilij  Kataev?, e chi era il commesso che portò al poeta dei libri il mattino del 14 aprile?;

12) nel verbale della polizia del 14 aprile si legge che ai piedi del morto era stata rinvenuta una mauser col n. 312045 (che il poeta non aveva mai posseduto), ma nei rapporti dei servizi si dice che il poeta s’era sparato con la sua browning n. 268979, poi consegnata agli atti dell’inchiesta;

scatto di Rodcenko

scatto di Rodcenko

13) le trame dei due Brik verso il poeta (poi che una vera passione per una donna altra non avrebbe dato loro più la possibilità di controllare il poeta!) passano attraverso due loro donne: Tat’jana Jakovleva presentata al poeta dalla sorella di Lilja, Elsa Triolet (moglie di Aragon); e poi Veronica Polonskaja – presentata da Osip Brik al poeta nel maggio 1929, e che il governo sovietico esclude dalla eredità majakovskiana, perché? Perché sua agente segreto?!;

14) anni prima i due Brik mettono il poeta in contatto con due agenti del OGPU: Jakov Agranov e Lev El’bert (primo e ultimo firmatario del necrologio apparso sulla Pravda del 15 aprile).

majakovskij e lilia brik

majakovskij e lilia brik

Majakovskij sembra aver confidato all’amico poeta Michail Svetlov il timore di essere arrestato: questo fa capire come i rapporti tra il poeta e il potere sovietico erano tesissimi! Ma la trappola si sta chiudendo: i due Brik se ne vanno all’estero, e sapranno a Berlino del suicido, ma da chi?.

Il giorno 14 aprile: l’agente El’bert gira  nella casa di coabitazione coi Brik, mentre il poeta se ne va, o si rifugia?, nel suo studio; c’è una uscita di servizio dalla cucina… la Polonskaja scende le scale verso le 10,15 dopo aver parlato col poeta… la porta dello studio si apre e compare qualcuno con la pistola, una mauser?,  in mano… il poeta cade e si rompe il setto nasale (come risulterebbe dalla maschera mortuaria). Questo qualcuno, dopo aver messo la lettera del poeta sulla scrivania e la pistola accanto al corpo fugge dalla porta di servizio; scende in strada e poco dopo  incontra due amici del poeta (Michail Kol’cov e Serghej Trat’jakov) già avvertiti, ma da chi?, dal secondo agente Agranov?; il qualcuno ritorna indietro con quei due fino alla stanza dove giace Majakovskij. Questa ricostruzione la ritengo pochissimo fantasiosa: essa per me si avvicina molto a quella io ho sempre pensato come vera o veritiera secondo le informazioni che allora possedevo. Il libro dello Skorjatin riporta anche alcune obiezioni dello studioso svedese Bengt Jangenfeldet, che nel 1985 pubblicò da Mondadori il carteggio tra il poeta e Lilja Brik. — Riferii le mie perplessità a Angelo Maria Ripellino (parecchi mesi prima della sua morte: 21 aprile del 1978), circa il fatto che il poeta si fosse ucciso di mano propria; e se così sarebbe stato costretto; e se non così, ucciso per mano altrui – che per me è più veritiero -. Lo slavista, ricordo, che mi fissò come allibito, era turbato, non so se a lui piacesse di più la morte romantica: il suicidio! Certo è che aveva i suoi forti dubbi se mi rispose più o meno:  “ si, è possibile, sia andata così, ma è così terribile! E il terribile era una cosa normale, consueta, a quei tempi!”.

 Majakovskij seduto   Ancora nel febbraio del 1978 dissi a Ripellino, durante una passeggiata in auto per Roma, che non ero molto d’accordo col “presagio” e che, invece, Majakovskij fu indotto ad uccidersi o fu addirittura ucciso! – Ripellino, non mi rispose. Così scrisse  Pasternàk: ”Secondo la mia opinione,  Majakovskij si è sparato per orgoglio, per aver condannato qualcosa in sé, qualcosa con cui non poteva  conciliarsi il suo amore proprio”; in  Pasternàk, Autobiografia, op.cit. p 77.

Ma c’è da restare di stucco se già nel poema del 1916-17 Uomo (*)(quadro: Majakovskij ai secoli) il poeta stesso ha il presagio dello stato dei suoi sentimenti in cui avvenne il suo suicidio; i versi recitano:

Questa è via Žukovskij?… Questa è via Majakovskij da millenni:/qui si è sparato davanti alla casa della donna amata”.

Lilia Brik

Lilia Brik

   Il rifiuto della sua ultima donna, Veronika Polonskaja (che se ne esce dalla casa del poeta quasi sbattendo la porta) di vivere stabilmente con Majakovskij (che l’aveva implorata di restare con lui) fu soltanto l’ultima concausa che lo portò pochi istanti dopo a spararsi. – Non si sa in effetti cosa pensare. Pesa su Majakovskij tutta una tradizione (quasi fosse obbligato a rispettarla!), una serie di morti di poeti: da Puškin in poi… suicidi mascherati da omicidi!

Ma la figlia di Majakovskij [Elena Vladimirovna (Patricia J. Thompson)] afferma: “Sur le suicide de Maïakovski, Patricia J. Thompson a une version intéressante. Pour elle, un homme de cette trempe ne pouvait mettre fin à ses jours pour une histoire sentimentale”. ( intervista del 26 ott. 2004). Continua a leggere

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