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Roman Jakobson da “Poetica e poesia” sulla poesia di Velemir Chlebnikov e Vladimir Majakovskij con due poesie “A tutta voce” e “Il violino e un po’ nervosamente” tradotte da Paolo Statuti

cernichov-fantasie-architettoniche

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[Roman Jakobson da “Poetica e poesia” trad. it. Einaudi, 1985, pp. 3-7]

[…] Supponiamo che ci sia data un’immagine reale, una testa, e la metafora ad essa riferita sia una botte di birra. Allora, il parallelismo negativo sarà: «non è una botte di birra, ma una testa». Il parallelismo reso logico sarà il paragone: «la testa è come una botte di birra». Il parallelismo inverso sarà: «non una testa, ma una botte di birra». E infine, lo svolgimento nel tempo del parallelismo inverso sarà la metamorfosi: «la testa è diventata una botte di birra» («la testa non è più una testa, ma una botte di birra»).

Nel Diavoletto di Chlebnikov, assistiamo, in qualche modo, al processo stesso di attuazione della costruzione verbale:
L’uomo seduto (col boccale in mano):

«Offro volentieri da bere
ai miei signori ospiti.
I bordi del bicchiere schiumante
sono larghi e inondati, –
non vorreste, sfingi, un pezzetto di pesce?
La birra si innalza fino all’Ariete e al Cancro, –
però non vi piacerebbe, sfingi, un gambero?
La birra non costa più di cinque copechi,
si slancia fino alla via Lattea.
Nel mio bicchiere c’è schiuma stellare,
scorgere nel vasto cielo un vassoio con birra e antipasti
è un’usanza neo-russa».

Il bicchiere di birra assume le dimensioni dell’universo.
Lo stesso procedimento di attuazione del parallelismo inverso, come costruzione dell’intreccio, si trova nelle Memorie di un pazzo di Gogol’ e anche nel racconto di Sologub In prigione.
Un esempio di attuazione del parallelismo negativo diretto:

Egli guardò nel terem* di Marinka,
c’è là un colombo insieme a una colomba,
e se ne stanno a tubare naso a naso
e ad ali aperti si abbracciano.
E s’infiammò a Dobrynja il cuore palpitante,
e tese Dobrynja il suo robusto arco,
e mise Dobrynjuska una freccia rovente
e tirò al colombo e alla colomba,
ma finì da Marinka nell’alto terem,
proprio sullo stipite della finestrella.
E le ruppe il pettinino di vetro,
e le spezzò il fermaglietto d’argento,
e uccise a Marinka il caro amico,
e anche il giovane Tugarin Zmeevic.

[*Parte superiore delle case dei boiari, o casa in forma di torre]

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

Qui è attuata una formula di questo tipo: un colombo e una colomba fanno l’amore, Dobrynja tira una freccia al colombo e alla colomba: ma non sono due colombi che fanno l’amore, egli non ha tirato al colombo e alla colomba, bensì a Marinka nell’alto terem, e le ha ucciso l’amato.

Un esempio di attuazione del paragone si trova nella commedia di Chlebnikov L’errore della morte. La signora morte dice che ha la testa vuota come un bicchiere. L’ospite chiede un bicchiere. La morte si svita la testa.

Un esempio di attuazione di entrambi i membri del parallelismo, non in successione temporale ma in ordine di coesistenza: «Con viso rasato, smunto, e i lunghi capelli passa correndo lo scienziato e grida, strappandosi i capelli: “Orrore! Ho preso un pezzetto del tessuto di una pianta, della pianta più comune, e d’un tratto sotto il mio occhio armato esso, mutando con malizia i suoi tratti, è diventato il vicolo Volynskij, con la gente che va e viene, le finestre delle tende semiabbassate, qualcuno che legge e altri che semplicemente, stanchi, siedono vicini, e io non so dove andare, – nel pezzetto di pianta sotto la lente d’ingrandimento, o nel vicolo Volynskij, dove io abito. Così non sono sempre lo stesso, là e qui, sotto la lente d’ingrandimento, nel pezzetto di pianta e nel cortile di sera”» (Il diavoletto).

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Attuazione della metafora:

A un uomo grosso e sporco
regalarono due baci.
L’uomo era goffo,
non sapeva
che farsene,
dove ficcarli.
la città,
tutta in festa,
intonava alleluja nelle cattedrali,
la gente usciva per sfoggiare abiti.
Ma nella casa dell’uomo faceva freddo,
e nelle suole c’erano dei buchi, piccoli, ovali.
Egli scelse un bacio,
quello più grosso,
e se lo infilò come una caloscia.
Ma il freddo mordeva,
lo addentò per le dita,
«E va bene,
– si adirò l’uomo, –
li getterò via questi inutili baci!.
li gettò.
E d’un tratto
spuntarono al bacio le orecchie,
prese a girare su di sé,
e gridò con una voce sottile:
«Mammina!»
L’uomo si spaventò.
Avvolse nei brandelli dell’anima il corpo tremante,
se lo portò a casa,
per metterlo in una cornice azzurra.
Frugò a lungo nella polvere, nelle valigie
(cercava la cornice).
Si volse a guardare:
il bacio giaceva disteso sul divano,
enorme,
grasso
Ecco, cresciuto,
ride,
s’infuria.

(Majakovskij)

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Un procedimento analogo venne impiegato a scopo umoristico nel Satiricon: come i bambini capiscono il linguaggio degli adulti. Lo stesso motivo si ritrova nel romanzo di Belyj Kotik Letaev. Cfr. anche l’attuazione della metafora nella pittura illustrativa, ad es. nella miniatura bizantina.

Attuazione dell’iperbole:

Io volavo, come una bestemmia.
L’altro piede
mi insegue ancora per la strada vicina.
(Majakovskij)

majakovskij illustrazione

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L’ossimoro attuato rivela chiaramente la sua natura verbale poiché, secondo la definizione della filosofia contemporanea, se ha significato, esso non ha oggetto (come ad esempio «il cerchio quadrato»). Tale è il «Naso» gogoliano, che Kovalev considera un naso, mentre quest’ultimo scuote le spalle, è vestito in uniforme, ecc.

[…] L’abolizione del limite fra significati reali e metaforici è un fenomeno tipico del linguaggio poetico. Spesso la poesia opera con immagini reali come se fossero figure verbali (procedimento inverso di attuazione): tali sono, ad esempio, i calembours.

[…] Sulla trasformazione di immagini reali in tropi sulla loro metaforizzazione, è basato il simbolismo come scuola poetica.

Nella scienza della pittura sta apparendo una rappresentazione dello spazio come convenzione pittorica, del tempo ideografico. Ma alla scienza è ancora estraneo il problema del tempo e dello spazio come forme del linguaggio poetico. La violenza del linguaggio sullo spazio letterario è soprattutto evidente nel caso della descrizione, quando le parti che coesistono nello spazio si dispongono in successione temporale. Sulla base di ciò, Lessing persino rifiuta la poesia descrittiva…

[…] Per quanto riguarda il tempo letterario, un vasto campo di ricerca è rappresentato dall’artificio dello spostamento temporale… «Byron ha cominciato a raccontare dalla metà dell’avvenimento o dalla fine». Oppure cfr. per esempio La morte di Ivan Il’ic, dove lo scioglimento è dato prima del racconto… In Chlebnikov osserviamo l’attuazione dello spostamento temporale, per di più scoperto, cioè non motivato…

majakovskij

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Poesia di Vladimir Majakovskij tradotta da Paolo Statuti

 
A tutta voce
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)
Egregi

compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me.
E, forse, dirà
il vostro erudito,
con la mente
piena di questioni,
che viveva da qualche parte un tale
cantore dell’acqua bollita
e nemico acerrimo dell’acqua corrente.
Professore,
togliti gli occhiali-bicicletta!
Io stesso racconterò
del tempo
e di me dirò.
Io, fognaiolo
e portacqua,
dalla rivoluzione
richiamato,
io per il fronte ho lasciato
i signorili giardini
della poesia –
capricciosa megera.
Che giardino guarda e ammira,
figlia,
la casa,
pulisci
e stira –
io da sola l’ho piantato,
solo io l’annaffierò.
Chi versa strofe dai catini,
chi spruzza
dalla bocca –
leziosi Mitrejki,
saccenti Kudrejki –
come raccapezzarsi!
Per la melma non c’è quarantena –
mandolinano tutto il giorno:
«Tara-tena, tara-tena,
ten-n-n…»
Non è un grande onore,
se tra le rose
alzano i miei busti
nei giardinetti,
dove scatarra la tubercolosi,
dove un teppista abbraccia una puttana
e la sifilide impera.
Anch’io
della propaganda
ho le tasche piene,
anch’io
potrei scrivere
romanze su di voi, –
è più redditizio
e più allettante.
Ma io
me stesso
ho domato,
e con il piede pesante
ho schiacciato la gola
della mia canzone.
Ascoltate,
compagni posteri,
l’agitatore,
lo strillone-caporione.
Soffocando
i torrenti della poesia,
io avanzerò
tra volumi di liriche,
da vivo
ai vivi parlando.
Verrò da voi
in un futuro comunista,
non come
il melodioso bardo eseniano.
La mia poesia giungerà
attraverso i crinali dei secoli
e attraverso le teste
dei governi e dei poeti.
La mia poesia giungerà alla meta,
ma essa vi giungerà,
non come una freccia
lanciata da Cupido a sorte,
non come arriva
a un numismatico una consunta moneta
e non come arriva la luce delle stelle morte.
La mia poesia
con la fatica
sfonderà la mole degli anni
e apparirà
ponderosa,
rude,
visibile,
come ancora oggi
è visibile l’acquedotto,
eretto
dagli schiavi di Roma.
Nei tumuli di libri,
di versi seppelliti,
ritrovando per caso la ferraglia delle strofe,
voi
con rispetto
prendetela in mano,
come vecchia
arma fatale.
Io
l’orecchio
con la parola
non sono avvezzo a carezzare;
il delicato orecchio di ragazza
nei riccioli
dal doppio senso sfiorato
non arrossirà.
Dopo aver disteso in parata
le mie pagine-plotoni,
io passerò
il fronte delle strofe.
I versi stanno
pesanti come piombo,
pronti anche alla morte
e alla gloria immortale.
I poemi sono morti,
canna contro canna
dei titoli puntati
e squarciati.
L’arma
del genere
preferito,
è pronta
a lanciarsi con un grido,
s’è irrigidita
la cavalleria delle facezie,
avendo alzate delle rime
le lance acuminate.
E tutte
le truppe fino ai denti armate,
che venti anni nelle vittorie
hanno passato,
fino all’ultima
pagina
io affido a te,
proletario del pianeta.
Il nemico
della classe operaia –
è anche il mio nemico,
giurato e di vecchia data.
Ci hanno chiesto
di andare
con la bandiera rossa
anni di lavoro
e giorni di fame.
Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare.
A noi
la dialettica
non l’ha insegnata Hegel.
Essa al suono delle lotte
nei versi è penetrata,
quando
sotto le pallottole
i borghesi fuggivano da noi,
come noi
un tempo
fuggivamo da loro.
Che
dietro ai geni
come vedova sconsolata
si trascini la gloria
in una funebre marcia –
muori, o mio verso,
muori, come semplice soldato,
come ignoti
all’attacco sono morti i nostri!
Io sputo sopra
il bronzo dei monumenti
io sputo sopra
il viscido marmo.
Grondiamo di gloria –
noi tutti noi, –
che il nostro
monumento comune
sia il socialismo
eretto
nelle lotte.
O posteri,
controllate i galleggianti dei dizionari:
dal Lete
emergeranno
i resti di parole
come «prostituzione»,
«tubercolosi»,
«blocco».
Per voi
che
siete sani e destri,
il poeta
leccava
gli sputi dei tisici
con la ruvida lingua del manifesto.
Con la coda degli anni
io divento la somiglianza
di mostri
fossili con la coda.
Compagna vita,
su,
presto bruciamo,
bruciamo
in cinque anni
il resto dei giorni.
A me
neanche un rublo
hanno portato i versi,
di ebano
non è arrivato un mobile in casa.
E tranne
una camicia fresca di bucato,
dirò sinceramente,
a me non serve niente.
Entrato
Nella Commissione di Controllo
dei luminosi
anni che verranno,
io sulla banda
di poeti
scrocconi e furfanti
solleverò
come tessera bolscevica,
i miei
libri di partito –
tutti quanti.

(1929-1930)

Lilia Brik

Lilia Brik

Il violino e un po’ nervosamente
Il violino coi nervi tesi, supplicando,
a un tratto scoppiò in pianto
così infantilmente,
che il tamburo non resse:
“Bene, bene, bene!”
E lui stesso si stancò,
non finì di ascoltare il violino,
sgattaiolò in fretta
e se ne andò.
L’orchestra estraneamente guardava
il violino che si sfogava nel pianto
senza parole
senza tempo,
e solo chissà dove
uno stupido piatto
strepitava:
“Cos’è?”
“Com’è?”
E quando il flicorno –
cornoramato,
sudato,
gridò:
“Scemo,
piagnone,
asciugati!” –
io mi alzai,
barcollando, mi arrampicai tra le note,
tra i leggii curvi per lo spavento,
chissà perché gridai:
“Mio Dio!”,
mi buttai al collo di legno:
“Sai una cosa, violino?
Noi ci somigliamo tremendamente:
ecco anch’io
urlo –
ma non so dimostrare nulla!”
I musicisti ridono:
“S’è invischiato e come!
E’ venuto dalla fidanzata di legno!
Che testa!”
Ma io – me ne frego!
Io – sono un bel tipo.
“Sai una cosa, violino?
Dai –
Vivremo insieme!
Sì?”

(1923)

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska.
Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano:

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy „Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k. “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

Dużo wierszy umieściłem w moim blogu musashop.wordpress.com

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal Russo in Italiano:

Blok, Aleksandr: “I dodici”, La Fiera Letteraria, 13.6.1971, N. 18
Poesia, sett. 2014, N. 296
Bagrickij, Eduard: “Il canto di Opanas”, La Fiera Letteraria, 28.5.1972, N. 22
Chlebnikov, Velemir: “La perquisizione notturna”, La Rassegna Sovietica, 1990
Poesia, aprile 2014, N. 292
Chodasevič, Vladimir: “Poesie”, Tempo Presente, giugno-luglio 1986
Cvetaeva, Marina: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
Inber, Vera: “Vas’ja il Fischio”, La Fiera Letteraria, 5.12.1971, N. 43
Majakovskij, Vladimir: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
Mandel’stam, Osip: “Poesie”, Grafie Russe, Libro Aperto Ediz., maggio 2013
“30 poesie”, Edizioni CFR, 2014
Pasternak, Boris: “30 poesie”, Edizioni CFR, 2014
Puškin, Aleksandr: “32 poesie”, Edizioni CFR, 2014

Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal Ceco in Italiano:

Havliček-Borovsky, Karel: “Elegie Tirolesi”, La Fiera Letteraria, 19.11.1972, N.47
Wolker, Jiři: “Poesie”, La Fiera Letteraria, 27.1.1974, N. 4

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Archiviato in critica della poesia, poesia russa del Novecento

UN POEMA di Velemir Chlebnikov IL GENIO DEL FUTURISMO RUSSO, “La perquisizione notturna”, Traduzione e Commento di Paolo Statuti

 Il manifesto de «La corazzata Potëmkin» (1925)

Il manifesto de «La corazzata Potëmkin» (1925)

Velemir Chlebnikov, universalmente considerato uno dei più geniali creatori d’avanguardia del XX secolo e il più grande futurista russo, accanto a Majakovskij, nacque il 28 ottobre 1885 nel governatorato di Astrachan. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali a Kazan, nel 1903 si iscrisse alla Facoltà di matematica della stessa città. Il 5 novembre di quell’anno prese parte a una manifestazione studentesca e fu arrestato. Nel 1908 riprese gli studi all’Università di Pietroburgo, questa volta nella Facoltà di scienze naturali. Nel 1909 si trasferì prima alla Facoltà di lingue orientali e quindi a quella di filologia slava, dalla quale verrà espulso per non aver pagato le tasse universitarie. Nel 1910 aderì al cubofuturismo russo e scrisse Il vivaio dei giudici, manifesto del movimento. Coniò per i cubofuturisti il termine “budetljane”, ossia banditori del “Budu”, del “Sarò”. I ricordi di molti scrittori di quegli anni sostanzialmente concordano: Chlebnikov è inerme come un bambino, si trascura, è incapace di difendersi. Dominato dalla passione creativa, trascorre intere giornate in biblioteca, immerso in elucubrazioni matematiche. Lavora all’opera Le tavole della Sorte, un trattatello di equazioni di storia, attendendo alla ricerca dei rapporti numerici che reggono le ”secolari altalene dei popoli”, e ingegnandosi a scoprire la periodicità degli avvenimenti cruciali.

Scrive versi su ritagli di carta, con una calligrafia minuta, apportando numerosi ritocchi. E’ in balia del demone della creazione e lo sarà per sempre. Lavorando dimentica anche di mangiare. Conserva le poesie in una federa. Ne smarrisce molte. Ma ciò non conta: la cosa principale per lui è il fatto stesso di creare. Nel 1916 fonda l’Associazione dei “317”, detti anche Presidenti del Globo Terrestre, ed è eletto a capo della stessa. Tale associazione comprendeva tra gli altri Majakovskij, Malevič, Burljuk, in una pittoresca congrega di artisti, poeti, aviatori, politici.

cernichov-fantasie-architettoniche

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Nel 1919, durante la guerra civile, fu arrestato a Charkov dai bianchi, perché scambiato per una spia e finì poi in un ospedale psichiatrico. Patisce la fame e contrae due volte il tifo. Fa l’impressione di un uomo estremamente trascurato. Gira come uno straccione, malaticcio, affamato e pieno di insetti. Eppure scrive molto. Nel 1921 partecipa come soldato dell’Armata Rossa alla campagna di Persia. Descriverà questa sua esperienza nel diario poetico La tromba del Gul mullà. Nello stesso anno lavora a Pjatigorsk come guardiano notturno, comincia a curarsi, poi interrompe le cure e si reca a Mosca, dove prende alloggio presso il pittore Pёtr Miturič. Nella primavera del 1922, assieme a Miturič che vuole salvarlo, si reca nel governatorato di Novgorod. E’ sempre più debole, ma si trascina dietro ostinatamente il sacco dei manoscritti. Il 28 giugno 1922, completamente disfatto, muore tra atroci sofferenze. Aveva 37 anni. Sulla sua tomba Miturič scrisse: “Primo presidente del Globo Terrestre Velemir I”.Chlebnikov: sciamano, santone dei cubofuturisti, epico e lirico, drammaturgo, pensatore e teorico, disseminava letteralmente i suoi manoscritti nelle città, nei campi e nei boschi. La sua produzione pubblicata dopo la morte occupa sette grossi volumi. Ciò che si è salvato, grazie ai suoi amici, è tuttavia soltanto una minima parte di ciè che scrisse. Tra le opere più importanti, apparse quando il poeta era in vita, ricordiamo La creazione e L’eletto, del 1914, oltre alle Tavole della Sorte e al poema Zangesi, pubblicati nel 1921.

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Vladimir Majakovskij e Lilja Brik nel 1915

Chlebnikov ebbe un sentimento profondo e immediato della natura della lingua russa. Tutto servì al poeta come materiale per costruire un nuovo universo di parole. Questo universo è certamente la creazione di un genio, ma non è fatto per il vasto pubblico. Molti suoi componimenti, infatti, sono intraducibili.

Velemir Chlebnikov 2 Commento di Paolo Statuti

La perquisizione notturna è uno dei principali poemi di Chlebnikov. Nei giorni del terrore rosso un drappello di marinai irrompe in una casa, dove viene fucilato un giovane nemico di classe. Il Capo che lo ha ucciso è sconvolto da come quello rideva «incurante davanti al caricatore della morte». Sul luogo dell’omicidio si organizza una gozzoviglia. Sbalordisce la dovizia di termini usati da Chlebnikov. Il poeta si serve degli strati più diversi della lingua russa, tra cui il gergo dei marinai e quello della strada. La costruzione del poema si basa sulle continue ripetizioni del crudele racconto del capo. «Una pallottola in testa, eh?» – dice al marinaio il giovane condannato a morte, e poi aggiunge: «Addio, minchione! Grazie per il tuo sparo». Ubriacandosi, il Capo ripete cinque volte il suo racconto sull’uccisione. Il critico letterario M. Poljakov scrive: «…Il Cristo che guida la marcia dei soldati bolscevichi ne I dodici di Blok, in questo poema di Chlebnikov non c’è, non parteggia né per i bianchi, né per i rossi, ma nella sua ira incenerisce gli assassini. Si può dire che il Capo provoca Dio, attirando il fuoco su di sé. Egli è una figura tragica, a lui Chlebnikov ha dato una parte della sua anima: oggi egli guida una «banda di santi assassini», domani potrebbe benissimo partecipare alla rivolta di Kronstadt dei marinai contro il governo bolscevico. Ma non sarà mai uno degli «acquisitori» – odiati da Chlebnikov – che camminano quatti quatti dietro gli «inventori», e conoscono una sola parola: mangio».

Velemir Chlebnikov

Velemir Chlebnikov

La perquisizione notturna

Allerta!
Pronti a sparare.
Sotto, ragazzi:
A destra il 38.
Bussa più forte!
– Agli ordini!
– Allerta!
Dentro!
– Prego, prego,
Benvenuti!
– Mare, alt!
– Poche ciance, madre
Testa grigia,
Il mare non lo freghi.
Apri gli occhi.
E’ qui il 38?
– Sì, benvenuti,
Cari compatrioti! –
Trema la testa d’argento
Viva a stento.
– Madre!
Il nome!
Su, facci strada, mammina!
Rispettabile
Mamma!
Non ti agitare,
Andrà tutto bene.
Dov’è la selvaggina?
– Tu! Mettiti alla porta.
– Fatto – la soffitta.
– Tu, qui!
– Agli ordini!
– Avanti, mare,
Gagliardi!
Si nascondono i codardi…
Hanno trafitto,
Sono arrivati in tanti,
Hanno agguantato i furfanti,
I bianchi non l’hanno fregati.
– E tu, madre, sveglia!
Muoviti!
Anche i vecchi possono sedersi
Sulla punta della baionetta.
E il maritino, ci aspetta?
Tira fuori i furfanti,
Per me, vecchio
Lupo di mare!
Sento col naso –
Ho fiuto, io –
Un fiuto di segugio:
La selvaggina c’è.
La caccia andrà bene.
– Fratello, annusa.
Odore di selvaggina bianca.
Ho fiuto, io.
Segugi-fratelli, fatevi sotto!
– E’ tutto quello che ho –
E anche un po’ di perle.
– Quanti pezzi?
– Quaranta?
– Bastano per la cena!
Non gracchiare!
Prendi, arraffa!
Fratello, agguanta!
Tutto qui?
Non siamo signori!
Prendi
A volontà.
Non siamo zar
Da starcene a sognare.
Prendi, arraffa, prendi, arraffa!
Ehi, mare, agguanta come aquila!
– Agguanta, sotto!
Prendi a volontà!
– Vecchia, suonaci una polca.
– La tristezza non ti aiuterà.
Voce:
Mamma, mamma!
– Madre, madre!
Parla!
Fuori la canaglia bianca!
– Domani si riunisce il soviet.
Io sono vecchia, marinai!
Rosso, bianco,
Ossa bianche.
Non capisco, scusate.
Ho i capelli bianchi.
Sono una madre.
– Pam! Pam!
Sparo, fumo, fuoco!
– Chi ha sparato?
Fermo! L’arma, su le mani!
– Facciamogli la festa!
– Giovane, contro il muro.
Così! E su la testa!
Chioma grano spigato,
Baffetti oro filato.
– Vicino alla stufa, cane,
Togliti le pelli umane!
– Scusami, lupo di mare,
La mira sbagliata:
La mano tremava,
Pallottola pazza. Continua a leggere

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