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Giacomo Leopardi – Il pensiero filosofico e poetico del recanatese nelle letture della nuova ontologia estetica e di Emanuele Severino – a cura di Giorgio Linguaglossa

Congresso di Vienna

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Digital art (l’ente)

Giacomo Leopardi nella lettura della «nuova ontologia estetica»

Non c’è dubbio che il pensiero e la poesia di Leopardi siano usciti fuori dell’orizzonte di lettura delle ultime quattro decadi della cultura poetica italiana. La poesia italiana si è mostrata reticente e restia ad affrontare l’eredità poetica del recanatese e a ricollegarla alla sua filosofia critica; il recanatese è così diventato un grande estraneo, uno scomodo e ingombrante poeta pensatore, ad avviso di Severino il più grande pensatore degli ultimi due secoli. Addirittura, di recente una poetessa alla moda lo ha inserito tra i poeti «minori».
La «nuova ontologia estetica» ritiene invece che occorre al più presto rimettere Leopardi nel posto che gli spetta, come il primo e più grande poeta pensatore europeo che pensa la crisi come ente dileguantesi nel nulla, l’unico ente dotato di autocoscienza. La nuova poesia europea dunque parte da Leopardi. La «nuova ontologia estetica» si è occupata a più riprese del «problema Leopardi», e ha rimesso al centro della propria ricerca la questione dell’ente, e quindi la questione del nichilismo nella sua fase attuale di sviluppo e del peculiarissimo «stato psicologico» proprio della nuova poesia ontologica. In questa accezione, la NOE non poteva non occuparsi della critica del recanatese alla civiltà del suo tempo e si è mossa in direzione della fondazione di una nuova poesia ontologica che ripartisse da una critica radicale dell’economia estetica e filosofica degli istituti stilistici del secondo novecento e dei giorni nostri. Ma già parlare di «istituti stilistici» significa dimidiare e fuorviare la impostazione che la «nuova ontologia estetica» dà dell’ente. La «nuova poesia» è quell’ente che designa lo stadio attuale degli altri enti ricompresi nell’orizzonte della crisi che quegli enti impersonano e prospettano. Direi che l’apertura verso gli altri enti è l’aspetto fondamentale della «nuova poesia ontologica», ente prospettico per eccellenza.

Occorre porre un alt all’economia curtense delle ultime decadi del pensiero poetico italiano. La «nuova ontologia estetica» col suo rimettere in piedi la poesia sullo zoccolo di una nuova ontologia intende riprendere, per reinterpretarla in base alle mutate esigenze della odierna età della tecnica, la lezione del grande recanatese.

Testata azzurra

grafiche di Lucio Mayoor Tosi

Porre la poesia sullo zoccolo di una nuova ontologia,

è questa la chiave di accesso che usa Leopardi per attraversare i linguaggi petrarcheschi degli ultimi secoli della poesia italiana e ristrutturarli in un linguaggio poetico integralmente espressivo che nulla concedesse alle sinapsi petrarchesche della tradizione italiana.
Concordo con quanto sostenuto da Emanuele Severino sul «pensiero» di Leopardi. Il filosofo italiano legge il recanatese come il primo poeta filosofo del nichilismo, colui che si è posto come critico radicale dell’«età della tecnica». Il recanatese scopre che l’assunto fondamentale dell’età della tecnica è il nichilismo, quel pensiero soggiacente, non detto, dell’Occidente, quel «solido nulla» che costituisce il reale inteso come esito transitorio, passaggio di un ente dal nulla al nulla. Cioè nichilismo.
Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese, scrive: «La vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento».1]

Leopardi pensa il divenire in termini ontici e ontologici,

poiché fa coincidere il divenire con la storia degli uomini e la loro infelicità nel dolore. Il pensiero poetante per sua natura non ha semplicemente il ruolo di rilevare il senso ultimo dell’ente e di porgerlo all’uomo, il pensiero poietico è un pensiero fondante, un pensiero che dà la misura del mondo, fonda gli ambiti di comprensione dell’ente visto nel divenire come permanente produzione e distruzione dell’ente. Leopardi affida alla poiesis un compito arduo ed estremo, quello di porgersi in posizione di ascolto dell’ente.
È ovvio che un pensiero così abissale non poteva e non può essere accettato dalla poesia italiana del tardo novecento, rimasta sostanzialmente petrarchesca, scettica, acritica, conformistica e priva di un pensiero filosofico.

Testata politticoIl problema è che «Non si dà la vera vita nella falsa»,

così hanno sintetizzato e sentenziato Adorno e Horkeimer ne la Dialettica dell’Illuminismo (1947), in un certo senso contrapponendosi nettamente alle assunzioni della analitica dell’esserci di Heidegger, secondo il quale invece si può dare l’autenticità anche nel mezzo di una vita falsa e inautentica adibita alla «chiacchiera» e alla impersonalità del «si». Il problema dell’autenticità o, come la definisce Kjell Espmark, l’«esistenza falsificata», è centrale per il pensiero e la poesia europea del Novecento. Oggi in Italia siamo ancora fermi al punto di partenza di quella staffetta ideale che si può riassumere nelle posizioni di Heidegger e di Adorno-Horkeimer i quali, nella loro specularità e antiteticità, ci hanno fornito uno spazio entro il quale indagare e mettere a fuoco quella problematica. La poesia del Novecento europeo ne è stata come fulminata, ma non per la via di Damasco – non c’era alcuna via che conducesse a Damasco – sono state le due guerre mondiali e poi l’ultima, quella fredda, combattuta per interposte situazioni geopolitiche, a fornire il quadro storico nel quale situare quella problematica esistenziale. Quanto alla poesia e al romanzo spettava a loro scandagliare la dimensione dell’inautenticità nella vita quotidiana degli uomini dell’Occidente.

«Il secol superbo e sciocco»

Il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi mette a nudo la realtà dello stato di cose presente in Europa scaturito dal Congresso di Vienna (1815). Il problema intravisto dallo sguardo acutissimo di Leopardi è il fondamento minaccioso del «nulla», del «niente» che sta alla base della costruzione della civiltà europea. Questo pensiero, sconvolgente per la sua acutezza e per l’anticipo di settanta anni con il quale viene formulato prima di Nietzsche, ci fa capire la grande potenza del pensiero filosofico di Leopardi, il suo aver percepito con estrema chiarezza, in anticipo sul proprio tempo, che il presente e il futuro dell’Europa sarebbe stato il Nichilismo. È un risultato sconvolgente quello cui giunge il pensiero di Leopardi se pensiamo che ancora oggi siamo all’interno delle determinazioni che l’età del nichilismo riserva al pensiero europeo dopo Heidegger. Il pensiero debole di Vattimo e il pensiero parmenideo di Emanuele Severino si muovono nell’orbita tracciata a suo tempo dal filosofo di Recanati. E, probabilmente, la civiltà europea dovrà anche nel futuro fare i conti con il pensiero filosofico di Leopardi, d’altronde espresso con una chiarezza e precisione lancinanti.

Rispetto al pensiero dell’Illuminismo, Leopardi fa un passo indietro, ritorna al pensiero dei greci, mette a punto l’apparato categoriale che gli serve per scoprire e mettere a nudo la vera essenza della civiltà europea. «Il secol superbo e sciocco», che credeva a quell’800 romantico ed idealista, e credeva nelle «magnifiche sorti e progressive», viene irriso dal poeta di Recanati il quale si cimenta in un pensiero che riparte dal punto zero, dal pensiero di un «corpo» che si muove nel «nulla», fonda il modo di pensare ontologico della civiltà europea. Il paradiso della civiltà della tecnica è destinato all’angoscia, in quanto la logica della scienza sulla quale esso è fondato è una logica che poggia la sua costruzione su ipotesi auto evidenti, sprovviste però di fondamento nell’épisteme su una verità immutabile e definitiva. Questa suprema felicità che il paradiso della tecnica può dare all’uomo sarebbe quindi, in ultima istanza, una felicità effimera, precaria, falsa e falsificabile. Continua a leggere

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POESIE di Costantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani introdotte da una prosa inedita “Sulla cera” di Letizia Leone e una scelta di frammenti di Gaston Bachelard da “La fiamma di una candela” (SE, Milano, 1996) – L’ontologia del poeta solitario. L’immaginazione letteraria e la rêverie poetica sulla piccola fiamma di candela. 

grecia La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

La contesa per il tripode tra Apollo ed Eracle in una tavola tratta dall’opera Choix des vases peintes du Musée d’antiquités de Leide. 1854. Parigi, Bibliothèque des Arts Décoratifs

Letizia Leone – SULLA CERA

Si può vivere anche così, inabissati in una camera senza finestre, e si può vivere bene, trascorrere un’esistenza vivace, ricca di imprevisti e affollata di fantasmi.
Non è mai solo, Costantino, tra le quattro pareti della sua stanza che potrebbero delimitare il peristilio di un tempio classico quando l’ardore dell’immaginazione trasfigura gli arredi, spacca i muri ed erge la fila delle colonne.
“Tana breve” chiama questa sua piccola camera-palcoscenico dove il lumen gagliardo di un candelabro celebra ogni sera il teatro delle Ombre. Qui come in una chiesa bizantina i lunghi ceri cultuali resistono accesi dall’ora della compieta per l’intera traversata notturna confortando gli avventori trafelati. Poiché quasi sempre nell’ora più alta della notte arrivano, luminosi, presso il suo tavolo da lavoro i lemuri e considerando che hanno scavalcato secoli, cento, mille e più anni, si rivelano sorprendenti nell’aspetto.
Non serbano affatto l’aura delle effigi delineate sulle icone o tumulate nelle pagine ingiallite di libri fuori commercio, non somigliano alle statue di marmo degli eroi conservate nelle sale vuote dei musei, no, sono ragazzi allegri e belli che irrompono rumorosi da un punto di luce ellenica. Un punto murato nell’universo che per qualche mistero si schiude in un fulgore di giardini ionici, sovrani e profumati. Forse Costantino ha trovato la formula arcana per disserrare quel varco ed è qualcosa che ha a che fare con il buio, la luce calda della lucerna e la notte. Chissà. Lui di certo non se ne preoccupa e fa solo il suo lavoro con concentrazione e generosità: sognare.

Sognare nel debole riverbero di una piccola combustione ma senza alcun sentimentalismo d’accatto, sognare in modo serio, magico, da negromante, un sogno ad occhi aperti in grado di insufflare vita estrema nelle parole di un morto.
Si, sono emozionato perché oggi ho un appuntamento con il maestro.
L’ho incontrato pochi giorni fa in un caffè di Alessandria e mi ha concesso l’onore di un’intervista. Conosco a memoria i suoi versi e ho già in mente le cose da chiedergli, e poi nel quartiere si chiacchiera. La sua dimora, un seminterrato al quale si accede scendendo una decina di scalini è il luogo misero e sublime di incontri clandestini, efebi, giovani poeti, fantasmi ardenti che sfilano muti e bussano alla sua porta.

Muore piano l’illuminazione nella stanza, si fa esangue vacillante di fiamme che bruciano sul candelabro davanti al reliquiario dei libri. Né gli spicchi di fuoco di cento candele riuscirebbero a intiepidire l’aria umida di sepoltura, qui il silenzio pone i suoi semi ed erompe in una quiete sovrana e profonda, non umana. Un uomo seduto al tavolo da lavoro in fondo alla parete sta leggendo da un quaderno, sono appunti scritti a mano, frammenti di versi erotici di Paolo Silenziario ricopiati da qualche versione dell’antologia palatina.

Ci sono. Mi siedo accanto al poeta, percepisco il mormorio sospiroso della recitazione nella gioia pacata della concentrazione. La poesia ormai è uno stato dell’essere che colma tutta la vita inavvertitamente. E così continua a leggere, nella sua condizione dura e lussuosa di esiliato, noncurante della mia presenza: continua a leggere per tutto il tempo della nostra conversazione ma non è maleducazione la sua. Tutto gli è lecito per la venerazione nei riguardi della Musa e, quanto a me è già troppo avere ottenuto udienza.

Come fa a vivere nella penombra? Gli chiedo.

grecia Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Eveone, Un efebo serve il vino al banchetto. Lato A da una kylix attica

Lui ha detto una volta che è solito passeggiare senza scampo su e giù per tenebrose camere dove l’irruzione della luce da una finestra potrebbe essere un’altra tortura. Ma quale luce può essere dolorosa, mi scusi? Quella solare, accecante? E poi in fondo la Poesia non è bisogno di luce? Luce di una qualità segreta, forse, atta a generare visioni.

Quindi alla mia domanda sembra già aver risposto: chi non abbia mai indugiato sul mistero della Luce accennata dal filtro di una piccola fiamma non è predisposto alla poesia, all’esercizio interiore dello stupore e della metafora. Poi scrive dei versi e me li regala nell’attimo stesso della creazione: Una candela. Via, stasera, dalla camera troppe luci. Mi sia dato fantasticare preso nella malìa suggestiva del sogno…

Ormai è stanco di spiegare ad ogni avventore la sua felicità tra le solide mura di una cantina dove a volte dal soffitto impazza, invisibile, azzurro purissimo.
Lo splendido squallore di qualche convegno erotico, in segreto, sul divano o sul letto sfatto del solitario, a celebrare il più intimo rito della carne. Voluttà proibite. In questo momento c’è un ragazzo seduto sul divano che è venuto per ascoltare e ascolta con tutto il corpo, non solo con gli occhi ma anche con la bocca mentre tu Kostantinos gli porgi vino, miele, focacce sacrali.

Vorrei andarmene, mi sento un intruso.

Intanto la cera va consumando, libera il suo odore mieloso di chiesa e la fiamma si è appiattita come per effetto di correnti leggere, come se qualcuno avesse respirato…
Il mio poeta è laggiù, seduto nell’angolo, mentre io vado vagolando.

grecia scena di un banchetto

scena di un banchetto

Non t’illudere che sia stato un sogno, una sola e breve vita questa e tutte quelle che hai vissuto ogni notte: Demetrio, i sovrani Tolomei, Tèmeto D’Antiochia l’amante giovane, i profughi dei sottosuoli …non è l’unica occasione questa, si potrà rinascere nelle taverne e nei bordelli di Bèrito. Anche se la carne è nuova porterà incisa qualche ruga di memoria.
Resto incredulo, forse è l’effetto dell’aria guasta da questo odore nauseante di fiori decomposti misto all’odore del pane di cera, una penetrante esalazione che svela un presentimento.

Il fatto è che ora Kostantinos Kavafis ha spento le candele e tutte le lampade a olio. La tenebra fortifica se stessa. Poter sforare la densità e tentare una carezza sul volto di chi dorme.
Ne avrei voglia solo per sapere chi è tra me e lui la larva, lo spettro, il fantasma che succhia tepore dalle candele e dalle membra dei vivi.

teseo Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Greek Pottery Art Hercules Of greek vase painting

Gaston Bachelard – Frammenti da “La fiamma di una candela” (SE – collana Testi e Documenti. Traduzione di G. Alberti)

La fiamma ci chiama a vedere come se fosse la prima volta: ne abbiamo mille ricordi, ne sogniamo grazie all’individualità personale di un’antichissima memoria…il sognatore vive in un passato che non è unicamente il suo, nel passato dei primi fuochi del mondo.

La meditazione della fiamma ha offerto allo psichismo del sognatore un nutrimento di verticalità, un alimento verticalizzante.

Non è più tempo di lucignoli e candelabri. A oggetti desueti ormai non si accompagnano che sogni superati. A queste obiezioni la risposta è facile: sogni e rêverie non si modernizzano così rapidamente come le nostre azioni. Le nostre rêverie sono vere e proprie abitudini psichiche fortemente radicate. La vita attiva non le sconvolge in nulla.

… sembra che in noi ci siano angoli oscuri che tollerano soltanto una luce vacillante. Un cuore sensibile ama i valori fragili.

Un sognatore di lampada comprenderà d’istinto che le immagini della piccola luce sono intime fiammelle.
Il sognatore di fiamma unisce quel che vede a quel che ha visto. Conosce la fusione dell’immaginazione e della memoria. Si apre allora a tutte le avventure della rêverie; accetta l’aiuto dei grandi sognatori, entra nel mondo dei poeti.

Ricostruendo per noi stessi le immagini della cella del filosofo in meditazione, vediamo sul suo tavolo la candela e la clessidra, due esseri che indicano entrambi il tempo umano, ma in stili quanto diversi! La fiamma è una clessidra che scorre verso l’alto.

La fiamma non è più un oggetto di percezione. Si è trasformata in un oggetto filosofico. Allora tutto è possibile. Il filosofo può ben immaginare davanti alla sua candela di essere il testimone di un mondo in combustione.

Nella fiamma lo spazio vacilla, il tempo si agita.

La fiamma della candela sul tavolo del solitario prepara tutte le rêverie della verticalità. La fiamma è una verticale intrepida e fragile. Un soffio scompone la fiamma, ma la fiamma si raddrizza. Una forza ascensionale riafferma il suo prestigio.
Die Kerzenflamme, die sich purpurn bäumt (Fiamma di candela che purpurea s’impenna) dice un verso di Trakl.

…questi aforismi verranno accolti nel quadro di una poetica. Qui la fiamma è creatrice. Ci trasmette intuizioni poetiche affinché possiamo partecipare alla vita infiammata del mondo. La fiamma è allora una sostanza vivente, una sostanza poetizzante.

La lampadina elettrica non ci darà mai le stesse rêverie della lampada viva che traeva la sua luce dall’olio. Siamo entrati nell’era della luce amministrata. Nostro unico ruolo è girare un interruttore.

Ma queste rêverie sulle cosmogonie della luce non appartengono più al nostro tempo. Le evochiamo qui soltanto per segnalare l’onirismo sconosciuto, l’onirismo perduto, l’onirismo divenuto tutt’al più materia di storia, sapere di vecchio sapere.

Konstantinos (Costantinos) Kavafis (gr. Κωνσταντῖνος Καβάϕης), nacque a Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863 e morì nell’ospedale greco San Saba di Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1933. Trascorse ad Alessandria la maggior parte della sua vita, visitando la Grecia solo tre volte (nel 1901, 1903 e 1932). Il greco, la sua lingua poetica, lo dovette reimparare durante l’adolescenza.
Kavafis vivendo in una città di mare, meta di viaggiatori ed emigranti in cerca di fortuna, si trovò in un felice crogiuolo di incontro tra persone di diverse culture. In Europa, in campo poetico, dominavano i simbolisti francesi, in Egitto vi era la grandissima e mirabile tradizione della poesia araba e per ragioni familiari Kavafis era vicino anche alla poesia ellenica di Omero, Saffo, Alceo, Anacreonte.
Impiegato per tutta la vita in un ufficio del ministero dei lavori pubblici d’Egitto coltivò quasi segretamente il suo amore per la poesia. In un primo tempo, compose i suoi versi in una lingua epurata ma dopo il 1903 si rivolse al parlato, arricchito di forme dialettali di Costantinopoli e di parole tratte dalla tradizione classica.
Le sue liriche pubblicate postume nel 1936, si possono suddividere in due gruppi: quelle scritte prima del 1910, che risentono dell’influenza dei parnassiani e dei simbolisti, e quelle che, composte dopo il 1910, rappresentano la parte migliore della sua produzione. Formatasi al di fuori della tradizione, la sua opera segna una reazione agli ideali cantati da Palamas.

Poesie di Cstantino Kavafis nella traduzione di Filippo Maria Pontani (Mondadori, 2000)

CANDELE

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese –
dorate, calde, vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine dànno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

.
CANDELABRO

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.

DALLE NOVE

Dodici e mezza. È scorso presto il tempo,
dalle nove, che accesi la lampada
e mi sedetti. Fermo, senza leggere,
senza parlare. Con chi mai parlare,
qua, solitario, in questa casa vuota!

E la parvenza del mio corpo giovine,
dalle nove che accesi la lampada,
venne, e mi colse; e mi destò memoria
di certe stanze chiuse profumate,
d’un remoto piacere (e temerario!)
E mi recò dinanzi agli occhi strade
che nessuno conosce più, locali
colmi di movimento, ora spariti,
e teatri, e caffè, che c’erano una volta.

E la parvenza del mio corpo giovine
venne e m’addusse le memorie amare:
separazioni, lutti di famiglia,
sentimenti dei miei, sentimenti
dei morti, di così poco rilievo.

Dodici e mezza. Com’è scorso il tempo.
Dodici e mezza. Come scorsi gli anni.

PERCHÉ GIUNGANO

Una candela, e più nulla. Quel lume fievole
meglio s’addice, più fascinoso sarà,
quando le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.

Una candela. Via, stasera, dalla camera
troppe luci. Mi sia dato fantasticare,
perso nella malìa suggestiva del sogno,
abbandonato al sogno entro quel lume fievole,
perché le Ombre giungano, Ombre di Voluttà.

.
BRAME

Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
Inadempiute, senza voluttuose
Notti, senza mattini luminosi.

.
LE FINESTRE

In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m’aggiro
per trovare finestre ( sarà
scampo se una finestra s’apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle, forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.

I PASSI

Sopra il suo letto d’ebano, adornato
d’aquile coralline, dorme fondo
Nerone – inconscio, placido, e felice,
florido di carnale sanità,
di rigogliosa giovinezza bello.

Ma nella stanza alabastrina, ov’è racchiuso
Degli Enobarbi l’avito larario,
come inquieti s’affannano i suoi Lari!
Gli dei piccini tremano,
nell’ansia di nascondere i loro corpi esigui:
hanno udito una voce sinistra,
voce di morte che ascende la scala;
e gli scalini crollano sotto ferrigni passi.
Ora i Lari meschini, scoraggiti
Si sommergono a fondo del larario,
e l’uno l’altro spinge e risospinge,
un minuscolo dio su l’altro cade:
hanno compreso quale voce sia,
han conosciuto i passi delle Erinni.

MURA

Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura

Sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

.
IONICA

Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t’amano,
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su te l’alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un èmpito,
e un’eteria parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.

.
IN CHIESA

Amo la chiesa con i suoi labari, con i suoi
Amboni e le sue luci, e le immagini, e i suoi
Candelabri, e l’argento dei vassoi.

Com’entro là, nella chiesa dei Greci,
con gl’incensi fragranti, con le sue liturgie
risonanti di voci e d’armonie,
con le parvenze dignitose e pie
dei preti, il ritmo greve di gesti e movimenti,
il fulgore dei lunghi paramenti,
corre la mente all’èra bizantina, alle splendide
glorie di nostra gente.

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QUANDO SI DESTANO

Di conservarle sfòrzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano,
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sfòrzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

.
IL SOLE DEL POMERIGGIO

Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.

Oh, quanto è familiare, questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era il letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

.
È VENUTO PER LEGGERE

È venuto per leggere. Aperti,
due, tre libri, di storici e poeti.
Ha letto appena per dieci minuti.
Poi basta. Sul divano
Sonnecchia. È tutto intero dei suoi libri
-pure, ha ventitré anni; è molto bello.
E questo pomeriggio è passato l’amore
nella carne stupenda, nella bocca.
Nella sua carne ch’è tutta beltà
corsa è la febbre della voluttà.
Senza grottesche remore alla forma del piacere…

letizia leone

letizia leone

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”). 

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015.

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

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