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Chaurapanchasika, Poema erotico attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo, traduzione a cura di Paolo Statuti

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Chaurapanchasika, textile art

 Chaurapanchasika è considerato uno dei più bei poemi d’amore di tutti i tempi. Comprende 50 brevi strofe e ciascuna di esse inizia con adyápi (anche ora). Secondo il poeta, traduttore e drammaturgo inglese Tony Harrison, questa parola: “produce l’effetto di una campana funebre e del battito del cuore del condannato a morte. Nella pausa tra anche ora e la strofa che segue, il suono della campana rievoca alla sua coscienza il voluttuoso amore vissuto.” E’ la storia dell’amore furtivo di un giovane di talento, scelto dal re Sundava del Kanchipur per istruire la figlia Vidya. Per evitare ogni sviluppo romantico tra i due, il re disse alla principessa che il suo tutore era lebbroso, mentre disse al giovane che la sua allieva era cieca. Tuttavia il trucco durò poco e nelle due giovani anime sbocciò l’amore. Quando il re venne a saperlo imprigionò e condannò a morte il giovane. Egli trascorse le sue ultime ore componendo questo poema, in cui ricorda la bellezza dell’amata e le gioie della passione.

   Nei vari manoscritti conservati negli archivi indiani e di altri paesi, esistono diverse versioni di questa “raccolta di strofe”, come qualcuno ha voluto definirla, sotto il nome di Chaurapanchasika o Bilhanapanchasika, tuttavia gli studiosi considerano come fondamentali due versioni: quella del Kashmir e quella dell’India meridionale, nelle quali soltanto 7 strofe sono comuni a entrambe. Nel 1971 è uscito il libro della nota studiosa di letteratura sanscrita Barbara Miller Phantasies of a Love-Thief. The Caurapancasika attributed to Bilhana (Columbia University Press), dove c’è la traduzione letterale dal sanscrito di queste due versioni. Consultando anche altre traduzioni in inglese e francese, ho rilevato che esse divergono più o meno tra loro per il numero e la lunghezza delle strofe e per il loro contenuto. Si ha insomma l’impressione che da un ceppo originario siamo scaturite differenti “schegge”. Esiste ad esempio anche una traduzione anonima russa di sole 41 strofe, che sembra sia stata tradotta da una delle lingue europee, anziché dal sanscrito.  Inoltre la leggenda ha conclusioni diverse: quella più lieta vede il giovane rimesso in libertà e il suo matrimonio con la principessa, dopo aver letto il suo poema al re, e quella più triste che termina con la morte dell’amante segreto per mano del carnefice.

   Ci sono varie opinioni sulla paternità di questo poema, tuttavia esistono fondati motivi per attribuirlo a Bilhana, poeta del Kashmir dell’XI secolo, ricordato soprattutto per il suo poema storico Vikramankadevacarita (Le gesta del re Vikramaditya).

   Nell’inverno del 1915 il poeta inglese Edward Powys Mathers tradusse il poema di Bilhana e lo intitolò Black Marigolds (I neri garofani d’India). La prima edizione uscì nel 1919 e nel 1929 fu inserita nell’antologia della poesia mondiale curata dal poeta americano Mark Van Doren (Anthology of World Poetry). Edward Powys Mathers nacque da una famiglia cinese che viveva a Forest Hill (Londra) il 26 agosto 1892 e morì il 3 febbraio 1939. All’inizio della prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito britannico, ma qualche mese dopo, per motivi sconosciuti, fu congedato. Della sua produzione poetica e della sua vita si sa poco. Nella prefazione al suo lavoro Mathers scrive: “Più che una traduzione, considero questa mia opera una interpretazione, un tentativo di rendere in inglese lo spirito di mesta esaltazione di cui è saturo il testo originale in sanscrito.”  Quella di Mathers è considerata una traduzione libera e piuttosto come un’opera originale, scritta sotto l’influenza e come imitazione del poema indiano.

   Per la mia versione ho preso in esame soprattutto due traduzioni dal sanscrito: quella inglese di Edward Powys Mathers, 8 strofe della quale furono inserite da John Steinbeck (1902-1968) nel suo romanzo Cannery Row (Vicolo Cannery), e quella francese di Hippolyte Fauche (1797-1869).

      In italiano mi risultano queste due traduzioni dal sanscrito:

Il canto del ladro d’Amore, a cura di Giuseppe De Lorenzo, R. Ricciardi, 1925 e Ladro d’amore. Caurapancasika attribuito a Bilhana, a cura di Giuliano Boccali, Vanni Scheiwiller, 1979. Di queste due versioni non ho tenuto alcun conto per evitare ogni possibilità di plagio.

   Sono felice di avere scoperto questo capolavoro della poesia erotica che mostra tutta la gamma dell’amore e un intero mondo di colore, luce, passione che stimola i sensi e suscita emozioni. E sono soprattutto felice di poter contribuire a farlo conoscere ai lettori italiani.

Ecco la mia versione:

chaurapanchasika 2Chaurapanchasika – Canto dell’amore furtivo
attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo

1

Anche ora,
tutti i miei pensieri volano alla figlia del re
in ghirlande di magnolie dorate,
tutti i miei pensieri vanno a lei,
come a una scienza perduta,
fuggita dalle menti umane,
cercando di riportarla nella mia anima.

2

Anche ora,
se penso alla sua immagine,
al suo viso come loto sbocciato,
al suo seno come due frutti
ricolmi di dolce succo,
al suo corpo ferito
dalle frecce dell’amore,
il mio cuore è come sepolto nella neve.

3

Anche ora,
se rivedessi la mia fanciulla
dai grandi occhi di loto, di nuovo
l’abbandonerei alle mie bramose braccia,
a questi frementi gemelli che ora stringono
nel buio un gelido nulla, di nuovo
berrei il nettare inebriante
dalle sue morbide labbra,
come un’ape nella sua folle ebbrezza
ruba il miele a un fiore di ninfea.

4

Anche ora,
la ricordo esausta dal peso del giovane amore,
ricordo lo sciame di riccioli che cadevano
sulle pallide guance, come a celare
il segreto della colpa, ricordo
i suoi piccoli piedi armoniosi e le morbide braccia
che cingevano come edera il mio collo.

5

Anche ora,
ricordo il suo viso acceso da improvviso pudore,
trasformato dall’insonnia amorosa,
i suoi grandi occhi lucenti come tremule stelle,
e tutta la notte vaganti come uccelli rosa
che sfiorano le acque dell’amore
in un raccolto di loto.

6

Anche ora,
se rivedessi le sue membra soavi
che la mia lunga assenza
ha gettato nella febbre,
il mio amore per lei sarebbe corde di fiori,
e la notte un amante dai capelli neri
sul seno del giorno.
7

Anche ora,
sento il suono del flauto,
vedo le sue labbra color papavero,
il suo corpo fremente al ritmo dell’amore.
Tacita e incantevole come luna piena,
ninfa dal florido seno che danza avvolta
nella criniera dei suoi capelli al vento.

8

Anche ora,
la ricordo nel suo letto
fragrante di muschio e di sandalo.
I miei occhi che presto non vedranno più
rivedono le campanule d’oro
che pendono dalle orecchie
e battono sulle guance di magnolia;
i seducenti occhi simili a due fringuelli
che si baciano coi becchi immersi a turno
nelle piccole avide bocche.

9

Anche ora,
l’austera ruvidezza dell’amore
sul suo corpo docile e delicato,
tormenta la mia memoria.
La rivedo nell’ora che incorona l’amore,
rossa per il vino gustato dalle sue labbra,
il corpo lieve, i grandi occhi accesi,
le membra che profumano
di muschio e di legno del Kashmir.

10

Anche ora,
ricordo il lontano viso splendente come oro,
imperlato dal sudore, gli occhi ardenti di desiderio,
che svelavano la fatica della voluttà.
Ricordo il viso raggiante, come disco lunare,
quando Rahu smette di nascondere i suoi raggi
con la sua ombra scura.

11

Anche ora,
la morte mi conforta col ricordo
delle sue ciglia vellutate
e dei piccoli fiori rossi del suo seno.
Ed è presente al mio animo
la parola “Addio”, che al momento
di lasciare la figlia del re,
quella notte, chino su di lei,
io le sussurrai nell’orecchio.

Chaurapanchasika 312

Anche ora,
i miei occhi che non guardano più intorno
mi mostrano il viso della mia diletta perduta,
le guance accarezzate dai riccioli neri.
O soffice, bianca, mirabile pergamena,
dove le mie povere labbra ora lontane,
nella notte lunare, scrivevano versi di baci
che non scriveranno più.

13

Anche ora,
lottando con la morte, mi appare il tremolio
delle palpebre delicatamente incipriate,
tutta la dolce immagine del corpo
spossato dai moti ripetuti della gioia,
i fiori rosa dei palpitanti capezzoli
sul bordo della tunica,
la freschezza delle labbra scarlatte,
segnate dai miei baci voluttuosi.

14

Anche ora,
in un fresco scroscio di acque a primavera,
le sue dita rosse come fiori di asoka,
le perle della collana che baciano
le seducenti punte dei seni,
le sue amabili pallide guance,
dove si riflette un sorriso interiore,
il suo languido passo di cigno:
mi ricordano la mia diletta fanciulla. Continua a leggere

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