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Sabino Caronia POESIE SCELTE  La ferita del possibile (Rubbettino, 2016) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – La metafisica della presenza, il diario di una assenza – La novecentizzazione dello stile

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013). Del 2016 è La ferita del possibile (Rubbettino).

 

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Originariamente, il titolo di questa raccolta doveva essere Diario di una assenza, dove il centro semantico della significazione era l’«assenza» e il «diario» indicava semplicemente la scansione temporale delle occasioni perdute. In un secondo tempo, Sabino Caronia optò per il titolo definitivo, La ferita del possibile,  dove il carico semantico principale viene a trovarsi sulla parola chiave: «la ferita», e il carico secondario sulla parola seguente: «del possibile». Dunque, il «diario» come narrazione temporalmente scandita delle «ferite». Una ontologia del «cuore», filtrata dalla coscienza letteraria dell’autore, e quindi una ontologia estetica altamente stilizzata, quasi a correzione e integrazione della significazione secondaria.

Dopo Derrida sappiamo che la «metafisica della presenza» richiama le nozioni di «presenza» e di «presente» e, al contempo, quella di «assenza» e di «assente», tutti concetti fondamentali della metafisica correlati a quello di «fondamento», che sarebbe crollato con il venir meno delle categorie di «originario» e di «sostanza». Oggi un poeta che voglia poetare sull’assenza con lo stile del Novecento non può fare altro che novecentizzare lo stile. Qui c’è, in nuce, tutta l’operazione di Sabino Caronia, una operazione che vuole ricucire gli strappi che il Novecento ha apportato allo stile del Novecento, con quell’endecasillabo sinuoso con gli accenti tonici al loro giusto posto, le pause al loro giusto posto, con l’endecasillabo ristabilito al centro della scena della forma-poesia.

Per Derrida, «Scrivere significa ritirarsi. Ma non nella tenda per scrivere, ma dalla scrittura stessa. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparlo o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola. Essere poeta significa saper lasciare la parola. Lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto […] Una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio».

Scrive Nietzsche: «Noi lo abbiamo ucciso – voi e io!.. Chi ci ha dato la spugna per cancellare l’intero orizzonte?… Dove ci muoviamo? Non cadiamo forse continuamente?… Indietro, e di lato, e in avanti – da tutte le parti?».

Incredibile a dirsi, l’«assenza» nel nostro mondo post-contemporaneo si è indebolita, non sappiamo più che cosa sia «assenza» e cosa sia «presenza», entrambe ruzzolano e rotolano da tempo come la famosa nietzschiana “X” che va verso la periferia dello spirito, un rotolare senza fine con una serie di cadute senza fine: in avanti, indietro, di lato, a destra e a sinistra, una caduta non più verticale ma »orizzontale» come scrisse Tadeusz Rozewicz in una sua famosa poesia degli anni Sessanta. Non più il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo del libro di Tommaso Moro (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale, Utopia, ma un viaggio nel non-luogo della «assenza» che non ha più senso dire che sia esistente o immaginario. Ambiguità di un non-luogo debole in via di un indebolimento senza fine. È questo il senso del viaggio nella «ferita del possibile» di Sabino Caronia. Rigorosamente parlando, il viaggio in un non-luogo è, appunto, un non-viaggio, al culmine del quale affiora la certezza: «Dio non c’è», che, per un autore di formazione cattolica, è il massimo del disvelamento e dell’angoscia.

Dio non c’è, me lo dice il suo silenzio,
l’infinita speranza e l’infinita
disperazione che mi porto dentro,
inchiodato alla tua piccola croce.

(Pitture di Mario M. Gabriele)

Le citazioni, implicite ed esplicite, di cui sono costellate queste poesie, sono il modo con il quale Caronia novecentizza con lo stile ciò che il Novecento ha cancellato e rimosso, un modo come un altro per rimarcare l’«assenza» di cui la citazione e il frammento sono la chiave con il loro codice genetico e il loro corredo di significati e di significanti nobili ma irrimediabilmente decaduti e defraudati.
Mi piace ricordare che questo libro esce a cento anni di distanza da un altro libro fondamentale per la poesia italiana, Il porto sepolto di Ungaretti, edito nel 1916. Durante questi cento anni del «secolo breve» sono intervenute tre guerre mondiali: la prima, la seconda, la guerra fredda, ed adesso ci troviamo in mezzo alla quarta guerra fatta «a pezzi», per usare una frase di papa Francesco, in altri continenti, per committenti invisibili e distruzioni invisibili. Molto probabilmente, con la fine del Novecento è finita anche la letteratura, sostituita con l’intrattenimento mediatico e il narcisismo di massa, con prodotti di secondarietà, filmografie e scenografie, cose già viste, già udite. Ciò che resta, sono i rottami, i frammenti e i relitti stilistici di una antica tradizione che si è dissolta. Sabino Caronia ci canta un «canzoniere», sommessamente, con una punta di rastremata nostalgia e di malinconia, appunto, questa fine che non vuole finire, il lungo addio del «secolo breve».

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Sabino Caronia La ferita del possibile (2016)

C’è chi su questa nera terra dice
che la cosa più bella sia una torma
di cavalieri ed altri invece dice
sia una flotta o un esercito schierato.
Questo è quello che dice tanta gente,
ma io dico invece sia l’amato bene

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Io per te sono vivo

Io per te sono vivo e di te sola
scapigliata poesia soltanto vivo.
Tu dai luce alla notte e con il fuoco
del tuo cerino accendi la mia fiamma.
Tu dai voce al silenzio e, se tacessi,
sento che griderebbero le pietre.

Come un fiume

D’altro no, non ho voglia che d’amare
e te, te sola, basti a questo cuore,
nient’altro cerco, nessun altro amore,
a una valle un sol fiume può bastare.
Tu sei fatta per me della misura
della mia solitudine infinita,
altra cosa non chiedo dalla vita
ch’avere in te la mia tana sicura.
Con te fuggire voglio il mondo intero
vivendo insieme d’un solo pensiero
e non vedere con gli occhi del cuore
che quel che di te spero ogni minuto
e d’un tempo a tua immagine vissuto
sempre al riparo di ciascun dolore.

Occhi chiari

Sei tu la sola che dai dubbi amari
puoi salvarmi e dal buio che m’inghiotte,
son quegli occhi tuoi grandi così chiari
che a te vicino non si fa mai notte.
Se il tuo sguardo mi fosse luce amica,
stella cometa che mostra la via,
svanirebbe ogni mia paura antica
e il buio mi farebbe compagnia.

Diario di un’assenza

È il vuoto che tu lasci la mia vita.
No, non manca la sedia, ma il tuo posto,
e più manca la voce e più il silenzio
dell’averti qui accanto, di quei grandi
occhi perduti lontano nel tempo.
Anche la chiara luce della luna
solitaria di te nel buio splende.
Tutto intorno è il diario di un’assenza.

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Un no di lei

Un no di lei lo preferisco ai mille
e mille sì di tutte le altre donne
e le sue impertinenze amo e il suo sguardo,
freddo come il più freddo degli inverni,
ed amo l’odio che mi porta ed amo
pure, con esso, il male che mi fa.

 

(Sabino Caronia)

In ogni voce

Mi basterebbe solo un tuo sorriso,
incontrare il tuo sguardo, anche per poco,
poterti dire, ahimè, quanto somiglia
al gelo della morte la tua assenza.
Se tu mi manchi, sai, tutto mi manca,
ogni umana, celeste compagnia,
e in ogni voce invano la tua voce
cerco, perduta, come stella in cielo.

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L’azzurro

Chiedi perché la bella età si celi
o nei tempi futuri o nei passati,
chiedi qual cara illusione ornati
l’abbia coi suoi cristallini veli,
per qual virtù sian di zaffiro i cieli
e in dolci lapislazzuli stemprati
i monti e, in pura calma addormentati,
sian mari e laghi a quel color fedeli.
Così chiedi e una voce in te sussurra:
“Non l’orizzonte è azzurro ed i profili
familiari dei monti e non è azzurra
la gioventù, l’amore o la speranza,
la pargoletta gioia o i puerili
sogni del cuore: azzurra è la distanza”.

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La promessa

Ho promesso alla rosa che tenevi
come un piccolo cuore tra le dita
quella sera che andando sorridevi
da un altro tempo a me, da un’altra vita,
di rinascere al giorno e di fiorire
a nuova luce, a nuova primavera,
ma questa notte non vuole finire,
il buio cresce e l’anima dispera.

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Il distratto

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Lo so, c’erano nuvole stamani,
ma in su non ho guardato. Tutto il giorno
non ho visto che facce e pietre e tronchi,
e le porte per dove, avanti e indietro,
andavano le facce, senza posa.
Guardavo da vicino, non alzavo
gli occhi da terra. Ora s’è fatto buio
e le nuvole, no, non le ho vedute.
Che domani ci pensi. L’altro giorno
guardavo lassù in alto e una ragazza,
di là dalla ringhiera d’un terrazzo,
con la testa lavata e sulle spalle
solo un asciugamano, si passava
uno, due, venti volte tra i capelli
il pettine. Le braccia erano rami,
agili e forti, d’un albero grande.
Saran state le quattro, e c’era vento.

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Tu dichiarami amore

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Tu dichiarami amore e non spiegarmi
quello che a noi non è dato spiegare.
In questa breve, orribile esistenza
solo compagno ci sarà il pensiero?
E mai nessuno poi che ci rimpianga,
che senta, quando sia, la nostra assenza?
No, non spiegarmi nulla, non occorre,
tu dichiarami, amore, solo amore.
La salamandra sfida tutti i fuochi
e mai non prova paura o dolore.

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La piccola croce

Dio non c’è, me lo dice il suo silenzio,
l’infinita speranza e l’infinita
disperazione che mi porto dentro,
inchiodato alla tua piccola croce.
Tutto passa e dilegua, ogni apparente
grandezza passa e passa ogni fortuna,
fuori o ben dentro l’occhio di una qualche
lungimiranza silenziosa.– Quale?-
– grido, suor Kafka – Quale?- Il tuo martirio
forse è una strada aperta anche al più fiero
degli aguzzini e a me, che qui ti prego,
aggrappato alla tua piccola croce.

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Questo amore

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Questo mio amore è un bambino malato
che a letto, tutta notte, sconsolato,
vaneggia tra le mani della sorte,
e al bordo di quel letto c’è la morte.

 

(Sabino Caronia e Paolo di Paolo)

Fiore di luce

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Fresco fiore di luce in un giardino
di tenebra la prima stella appare
e rischiara la notte nel cammino
come fosse una barca in mezzo al mare.

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La porta del cuore

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Per te ho socchiuso la porta del cuore,
che se volevi ci potevi entrare,
per te ho pianto e gridato di dolore,
ma tu purtroppo avevi altro da fare.

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Di là dalla speranza

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No, non scusare me, scusa il mio amore
che per cielo e per terra ti ha cercato,
inquieto, infaticabile, ostinato,
di là dalla speranza e dal dolore.

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A distanza

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A distanza, dai luoghi che traversa
l’ansia d’averti, come sai, ti chiamo
ed una gioia sento in me diversa
a cui mi arrendo come pesce all’amo.
Tutta la vita in fondo è cosa persa,
l’inganno di un inutile richiamo,
la filastrocca bella e un po’ perversa
che ci seduce con il suo “ti amo”.
Pure resta un ricordo, l’usignolo
che cantava nel bosco tutto solo
e l’ombra che scendeva nella sera
dalle tue ciglia, muta ombra severa,
e gli angoli incurvava della bella
bocca altera e distante come stella.

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Paesaggio

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L’eternità nel tempo e il provvisorio
profumo della morta ora lontana
riconosco nel sasso di giarrana,
nel fiore teso come un ostensorio.
Forse nel solitario orto conchiuso
è la meta del viaggio che ho smarrita
quando cercai nel mondo e fui deluso
di trovare la morte nella vita.
Qui, dove poco indugia il giardiniere,
il desiderio in me sento fiorire
come fiore che cresce sullo stelo
e sono l’uomo che volle guarire,
sfidando anche la collera del cielo
ed ora è santo, ed era cavaliere.

 

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Villa d’Este

Cipressi, malinconici cipressi
di Villa d’Este, vi rivedo ancora,
sempre uguali per me, sempre gli stessi,
foschi, diritti e muti come allora.
Ecco che il sole filtra fra gli spessi
rami e una strana luce li colora
di paradisi non a noi concessi
che il cuore incanta e l’anima innamora.
E tu ritorni, come fosse ieri,
tutta assorta nei tuoi freschi pensieri,
e, come ieri, ti rivedo ancora
passare, così in cielo azzurra stella
immutabile passa ed incompresa,
alta, lassù, di viva luce accesa.

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La nave di cristallo

Vorrei partire ed andare lontano
con te, sulla tua nave di cristallo,
verso l’isola bella delle fiabe
dove mai non s’invecchia e non si muore
e dove solamente si è fedeli
alle luci lontane e alle canzoni.

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In nessun luogo

Quando nessuna parola più giova,
in nessun luogo, da nessuna parte,
e più non c’è speranza, e non c’è amore,
sfondiamo il grigio muro che separa
il nostro breve sogno dalla vita
e andiamo avanti verso l’assoluto.

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La stanza

Altra cosa non chiedo dalla vita
che una stanza per me dentro al tuo cuore,
piccola, niente lusso, ma pulita,
poco spazio mi basta e poco amore.
Un oceano di stanze interminato
è l’immenso palazzo del tuo cuore,
non lasciarmi di fuori col passato,
non chiudere la porta al mio dolore.

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La passeggiata

Anima mia leggera,
va’ a Parigi, ti prego,
e con la tua candela,
timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se mai Dina per caso
è ancor viva tra i vivi.
Deluso in questo giorno
da Parigi io ritorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, sottile,
e la spilla, gentile,
che sul petto brillava
e un poco s’appannava.
Anima mia, sii brava
e va’ in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.

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Il sole del mattino

Quella camera sì che la ricordo!
A sinistra la porta e il mobiletto
marrone, di buon legno, coi cassetti,
di fronte il bianco armadio con lo specchio
e l’altro mobiletto, pure bianco,
poi, lì, a destra, di lato, la finestra
e giù, di fuori, il bel lampione nero
sul marciapiede, tra gli alberi spogli.
Al centro della stanza c’era il letto,
il grande letto colore del cuore.
Poveri oggetti, ci saranno ancora?
Al centro della stanza c’era il letto
e lo lambiva il sole del mattino.
Quel mattino, le sette: quel saluto
come per pochi giorni. Ahimè, quei giorni,
quei giorni, ormai, son divenuti eterni.

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POESIE INEDITE di Giuseppina Di Leo con La topografia delle nostre abitudini; Islands in the stream SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA

Sergio Michilini, L'ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

Sergio Michilini, L’ISOLA DEI VIVI, 1995, olio su tela

 L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginariodi Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Giuseppina Di Leo. Nasco a Bisceglie (Bt) nel 1959, sono laureata in Lettere; frutto della mia tesi di laurea (2003) è il saggio bio-bibliografico su Pompeo Sarnelli (1649-1730), dal titolo: Pompeo Sarnelli: tra edificazione religiosa e letteratura (2007). Ho pubblicato i seguenti libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Mie poesie, un racconto e interventi di critica letteraria sono ospitati su libri e riviste (Proa Italia, Poeti e Poesia, Limina Mentis Editore, Incroci), nonché su blog e siti dedicati alla poesia. Dieci sue poesia sono state pubblicate nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Progetto Cultura, Roma, 2016, pp. 352 € 16)

l'isola dell'utopia

l’isola dell’utopia

A proposito di Utopia

Nel mondo vivono infiniti altri mondi, tutti carichi e intrisi di soggettività. Alle volte l’unione tra le parti è una chimera (come nel caso in cui si sprofonda nello sfruttamento dell’uomo da parte di un altro uomo, e come nel caso delle guerre fratricide – e tutte le guerre hanno questa caratteristica malvagia in comune); altre volte far convergere i punti di dissidio è il tentativo esperito nato dal bisogno di sanare la frattura che ci portiamo dentro dal nostro “essere gettati” nel mondo. Ma, quando la percezione dell’abbandono si fa chiara, ecco che comprendiamo la ricchezza contenuta in noi stessi e così anche la ricchezza e la bellezza di ciò che ci circonda. Sarebbe ideale vivere fraternamente. Con le proprie idee così diverse (religiose, politiche), poter insegnare ai più piccoli che la diversità è un dono di cui aver sempre bisogno, il pane e il sale della civile convivenza e perciò anche della vita. Da questo nostro minuscolo vivere troveremmo l’agognata immortalità. Dalla mia attenzione al mondo, mediata dalla necessità di esso, nasce questo mio bisogno di poesia.

(Giuseppina Di Leo)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

*

Un enorme gatto grigio, se ne stava seduto
immobile nell’atrio mentre la pioggia lo bagnava
sembrava non sentire lo schiocco delle gocce
cadergli addosso. Strana scena, pensai
ed immaginai me stessa nella pioggia
così provocante il cielo a una mia reazione
immediata di autodifesa. Ma il gatto sembrava
non avvertisse e l’acqua lo inzuppava.
Forse provava piacere. Forse su quell’essere
la pioggia aveva
lo stesso effetto portato dal sole sulle foglie.

(20 febbraio 2011 / 15 dic. 2014)
*

Se non fosse per la scelta del colore
(il giallo dei colza al posto del bianco,
supponiamo, delle margherite)
Guy de Maupassant tratteggia
la campagna francese
come una bandiera patriottica
nel viaggio delle ospiti
della casa Tellier
da Fécamp a Virville.

Va bene il blu dei fiordalisi
per la prima comunione della nipotina
e il rosso dei papaveri
con l’immagine di Madame. Maupassant
descrive tipi piuttosto che personaggi
natura morta dai colori marci
rutilante anche nel moralismo:
gli aspetti psicologici sono la sua bravura.

Come nel passaggio in cui la bambina
si ritrova a trascorrere la vigilia
della sua prima comunione
in compagnia di Rose,
anch’ella, come l’altra,
incapace di dormire. E Maupassant:
«E fino all’alba la comunicanda poggiò la fronte sul petto nudo della prostituta».

(17 ott. 011 – 26 ag. 014)

*

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Islands in the stream*

Un cielo pesante sfrangia i tufi
sui muri delle case richiami del vento
pioggia in anse aperte, più spesso
punti di maggiore incontro con l’azzurro.

Se mancasse questo inverno
ne avvertirei l’assenza. Forse
non oggi, se tanto spegne dentro
la crudezza dell’addio.

Seduto intorno il cielo pesante del nord.
Tu, intanto, aspetterai
un altro inverno per avere nostalgia?

Solo spigoli i rosai delle pietre
combacianti il cielo, l’azzurro che ferisce
islands in the stream
conflitto della lontananza. Aspetteremo
nell’immenso spalancato fondo di un paesaggio
un altro inverno per sentire noi
aderente l’azzurro più vicino.

(20 sett. 012 / 17 dic. 014)

*Islands in the stream= Espressione coniata da Wordsworth in The Prelude (1805), per indicare i ricordi, individuati come isole non spazzate via dal flusso del tempo.
*

Come nella più antica delle rappresentazioni
il re e la regina siederanno in trono
accanto i ministri saccenti, gli osservanti
dell’ordine discreto
del minuto di silenzio
per le vittime delle stragi
per quelle della malavita
per i comandanti in armi.
Con tenacia
la distanza da loro ci separerà.

(19.aprile.2013 / 25.ott.013)

giuseppina di leo

giuseppina di leo

 

Il figlio di Crono ti donò il sonno di Zefiro

e il sonno ti portò il sogno del ritorno
e tu vedesti gli uomini lavorare i campi
le donne nelle arti affaccendate
e le vecchie agli usci silenziose ad aspettare.

Sul mare il vento dondolava il sogno
si apriva la strada
in nove giornate
seguendo un fine (a te, ignaro)
di nove anni.

Ma ti tormentava l’impazienza del giorno
il suo tafano ti pungeva.

Furono gli uomini della tua nave i pensieri
d’un tratto passarono dal letto alla stanza
e quando si squarciò l’otre
di colpo, dai mille cavalli in fuga
la furia ti sconvolse la ragione.

(18 ott. 2014)

Giuseppina di leo

Giuseppina di leo

La topografia delle nostre abitudini

*
Parto con il tenente Giovanni Drogo
lui diretto alla fortezza Bastiani.
Il mio viaggio finisce in un giorno.
Alla stazione un altro lui
mi chiedeva: «Ma dove vai?».
Simbolicamente.

*
E così, Giovanni Drogo rifiuta
la proposta del medico
di spacciarsi per malato di cuore,
non gli va, e su due piedi decide di rimanere.
Per quale ragione? Per la forza dell’abitudine.
L’abitudine è la vera fortezza Bastiani
soggiogati, si fatica non poco ad allontanarsene:
«Drogo ha deciso di rimanere.».

*
Tracciamo insieme le linee della città
che non amiamo, ma che non lasceremo mai
ed ecco la topografia delle nostre abitudini
di noi che da trent’anni
professiamo di amarci, stanchi nel dirlo.

*
«Scendo per un caffè.»

*
La loro unione poteva essere definita perfetta
in tutti i suoi aspetti; mai una sbavatura
mai un momento di noia
mai un litigio; in sintesi: mai niente
di tutte le questioni, sebbene minuscole,
che lacerano e logorano il rapporto a due:
una unione invidiabile, di quelle che
con gli estimatori, fanno parlare
anche gli invidiosi.

*
Le nostre ombre sporcano il paesaggio
da questo punto in poi si vedono i declivi
alzarsi nell’inverno delle nuvole.
Severo il cielo è come questa notte
che non passa.

(28.10.013)

*

«Quel medesimo sole illumina contemporaneamente
gli squallidi lavatoi e certe praterie lontane».
È sottile inquietudine, del tutto nuova filtra
nella fortezza Bastiani, uno stato d’animo,
avvertito con sorpresa in sé da Drogo.
Certo, c’è già stato
l’omicidio “regolare” del povero Lazzari,
troppo ingenuo per capire che non poteva permettersi
di correre dietro alla sua fantasia: non avrebbe dovuto.
Ma lui voleva solo accertarsi che il cavallino nero
visto per i campi non fosse il suo, roba di un momento
niente di più: a cosa gli serviva conoscere la parola d’ordine?
e perché mai avrebbe dovuto scomodare gli altri
e informarli per un’uscita della durata di un attimo?

Con il mio telefonino scarico, ora che sono in viaggio,
percepisco il senso di liberazione del giovane Lazzari
il cavallino nero mette alla prova anche le tentazioni.

Per questo egli si era allontanato, all’insaputa di tutti,
ignaro che, così facendo,
stava per divenire ignaro e sconosciuto persino di sé stesso.

Ben gli sta, dice a suo modo Matti a proposito del tiro perfetto,
centrato alla fronte dal “Moretto”, il bravo Martelli,
nonostante quell’altro lo avesse invocato: «Moretto,
come, non mi riconosci? sono io, sono Lazzari».
Tutto inutile, che fosse proprio lui, Lazzari, e non
un nemico qualsiasi, a Moretto non gli poteva bastare.

*

Drogo ha avuto già il sogno premonitore:
il tenente Angustina morirà subito dopo.
La primavera alla fortezza Bastiani corre
come una novità mai vista. Così il maggiore Drogo
abbandona la fortezza e se ne torna a casa.
In «serpa alla carrozza erano due soldati,
il cocchiere e l’attendente» . Drogo, dunque,
lascia la fortezza nell’ora in cui c’è da affrontare
lo straniero. Ma non se ne va per suo volere.
La malattia smette di essere un’alternativa
la consapevolezza del nostro vivere invita a diffidare
si affaccia tra le false illusioni, come nel sogno
il palazzo signorile con gli spiriti fata invitanti.
E di poi il saluto al capitano
incontrato nell’arrivo s’incrocerà,
al suo posto, a un rifiuto eclatante: Drogo
va via senza aspettare il comandante
Simeoni, e con lui sconfesserà tutto intero
il valore delle armi nel finale.

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