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Sabino Caronia La consolazione della sera, romanzo, Schena editore 2017, € 14 – Il romanzo come autobiografia camuffata e immaginaria – Lettura di Giorgio Linguaglossa

Foto autoportrait

Il romanzo come «autobiografia camuffata»

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995).

Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000).

Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal».

Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009), le raccolte poetiche Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) e La ferita del possibile (Rubbettino, 2016).

Onto Caronia

Lo scrittore è il suo genere letterario

 

Lo scrittore è il suo genere letterario.

Già la definizione di genere letterario non è affatto una cosa scontata. A prima vista il romanzo di Sabino Caronia è incentrato sul tema della ricerca delle tracce dello scrittore Franz Kafka; invece, in modo paradossale, nel corso della lettura si stratificano la dimensione quotidiana della voce narrante del protagonista, i suoi ricordi, le tracce del privato, il racconto delle sue ubbìe, dei suoi incontri e quella quasi metaforica dell’inseguimento, non solo  del Kafka «reale», quanto delle tracce disperse del romanziere; tracce casuali, sentieri interrotti, dunque. Ad esempio, il romanzo si apre con la presentazione di Gabriel Farrater, poeta catalano che ha il merito di aver tradotto Il processo di Kafka in catalano e averlo pubblicato nel 1966. Chi è costui?, si chiede il lettore, ma non importa perché Sabino Caronia non smette di stupirci, passa da Farrater a Italo Calvino, al ricordo del germanista Alighiero Chiusano e, subito dopo, al romanziere Zafon di cui viene citato il primo romanzo, Marina. Ecco come Caronia ci parla:

[…]

ed io evocavo quelle atmosfere che erano legate per me al primo romanzo di Zafon, Marinail collegio sulla collina, le viuzze, le case abbandonate e polverose, i cancelli cigolanti, i gatti che si aggirano circospetti, come Kafka.

  Kafka, il gatto Kafka, quel gatto per cui Zafon si era certo ispirato allo strano animale del racconto Unincrocio, mezzo gattino e mezzo agnello, che era «una provenienza dell’eredità paterna» e che a me faceva sempre pensare alle parole della originaria conclusione: «Un ragazzetto ereditò da suo padre nient’altro che un gatto e, grazie a quel gatto, divenne sindaco di Londra. Che cosa diverrò io, grazie al mio animale, alla mia eredità?».

  Che fine aveva fatto il gatto Kafka?

Mi sembra sempre di vederlo mentre dorme, placidamente acciambellato sul sedile posteriore, tutto per lui, dell’auto che percorre la strada per Blanes.

  E penso a Bolaño, che voleva andare fino a Parigi per portare rose sulla tomba di Jim Morrison, alle sue primavere di Blanes, vissute con la strana allegria «di essere vivi e di non dover dare spiegazioni al riguardo», alle memorabili pagine conclusive di Stella distante: «… Il treno si fermò a Blanes… l’autobus ci lasciò a Lloret… La sua voce risuonò tranquilla come quella di un uomo che sa che la vita finisce sempre male e non vale la pena di esaltarsi… Accesi una sigaretta e mi misi a pensare a cose senza importanza…

  Il tempo, per esempio. Il riscaldamento globale. Le stelle sempre più lontane…».

[…]

LD07

Il tempo, per esempio. Il riscaldamento globale. Le stelle sempre più lontane…

Per poi interloquire con un assioma travolgente:

[…]

Io e Kafka, io come Kafka. Il suo bisogno di evasione è anche il mio. È un bisogno che ritorna sempre nella sua opera.

[…]

Ci sono dissertazioni in margine ad una foto:

[…]

  C’è una foto in cui Kafka, bambino di circa sei anni, appare stretto in un vestito striminzito, un po’ umiliante e strapieno di merletti, immerso in un paesaggio di serra. Sullo sfondo spuntano foglie di palma.

E, come per rendere ancora più afosi e soffocanti quei tropici imbottiti, stringe nella mano sinistra un gigantesco cappello a falde larghe all’uso degli spagnoli. Occhi infinitamente tristi ispezionano il paesaggio che è stato loro destinato, il grande orecchio è teso in ascolto.

[…]

Per passare alla storia di una «colonna eretta nel 1650 per celebrare la vittoria degli Asburgo sugli svedesi… abbattuta il 3 novembre 1918, una settimana dopo la dichiarazione di indipendenza dall’Austria e i suoi resti sono ora al Lapidarium». Ma non basta, ci sono anche i ricordi strettamente personali:

[…]

  Una sera d’inverno di qualche anno fa, a Roma, uscendo dalla Libreria Vaticana in via di Propaganda, mentre, come al solito, per ritornare a casa, ero diretto alla metro Spagna, avevo fatto uno strano incontro.

  L’incontro era avvenuto proprio lì, sotto la colonna mariana, dove tanti anni prima, la sera del 21 gennaio 1991, dopo la presentazione all’Unione Lettori Italiani del mio volume di saggi L’usignolo di Orfeo e la cena al ristorante viennese di via della Croce, mi ero congedato dal mio amico Chiusano, l’insigne germanista innamorato di Kafka, lo straordinario negromante che avevo conosciuto alla presentazione del suo romanzo Il vizio del gambero, nel 1986, l’anno della cometa di Halley, in una libreria a pochi passi da Montecitorio.

  Io e Kafka, io come Kafka.

  Il suo bisogno di evasione era anche il mio in coincidenza dei cinquant’anni e della morte di mia madre.

  Rivivo ogni minimo particolare di quel tempo lontano: prima la pensione e la morte di Diana, il viaggio in Spagna e a Parigi, poi il ritorno a Capri e la sosta a villa San Michele, dove è la sfinge legata al mio concepimento.

«Dieu se cache dans les details».

Dio si nasconde nei particolari.

Ripenso a quella frase e, ripetendola, mi ricordo di un tramonto a Parigi, al Trocadero, dalla terrazza del Palais de Chaillot.

[…]

  Il pensiero lo porta a «Laura, la giovane siciliana dai capelli rossi… e, con Laura, ripenso al racconto di Nanokov…

[…]

Ripeto e rifletto.

I dettagli, l’importanza dei dettagli, dei particolari.

«Dieu se cache dans les details».

[…]

E poi, ancora un ricordo, la morte della principessa Diana:

[…]

foto Le biglie

Alle 0,20 il Mercedes S-280 nero targato 688LTV75 e guidato da Henri Paul con a bordo Trevor Rees-Jones, la principessa Diana e Dodi Fajed…

Alle 0,20 il Mercedes S-280 nero targato 688LTV75 e guidato da Henri Paul con a bordo Trevor Rees-Jones, la principessa Diana e Dodi Fajed parte dall’uscita posteriore del Ritz, al numero 36 di rue Cambon, si dirige verso rue de Rivoli, poi gira a destra a Place de la Concorde, il cui obelisco egiziano al centro, illuminato nella notte, rappresenta uno dei luoghi caratteristici più celebri di Parigi, poi si ferma, nei pressi dell’Hotel Crillon, al semaforo rosso all’angolo di rue Royale, la larga via che, tra i due settecenteschi palazzi a colonne che fanno da fondale alla piazza, sale al classicheggiante tempio della Madeleine, quindi attraversa gli Champs-Elysées, diretta verso Cours de la Reine e la riva occidentale della Senna, gira a destra, percorre prima Cours de la Reine, passando sotto il tunnel che corre parallelo al fiume all’altezza dei ponti Alexandre III e Invalides, e Cours Albert I, il rettilineo di 480 metri che si dirige verso il ponte e la place de l’Alma, quindi imbocca, piegando a sinistra, il tunnel sulla cui volta è la statua con la fiamma d’oro, copia di quella della statua della Libertà, per schiantarsi infine, alle ore 0,25, contro il pilone numero 13.

  Rivivo quegli ultimi istanti di Diana e mi sembra di vedere la casa parigina dei Fajed, l’appartamento di dieci stanze al secondo piano, al numero 1 di rue Arsène-Houssaye, che avrebbe dovuto essere la meta di quella folle corsa nella notte: la porta, l’entrata con i suoi pavimenti a disegni geometrici di marmo rosa, bianco e nero e i lampadari di cristallo, il piccolo salone a sinistra dell’entrata e fuori il grande balcone con ringhiere di ferro da cui si vede a destra l’Arc de Triomphe e a sinistra la distesa degli Champs Elysées con gli alberi che formano un cordone fino a place de La Concorde, distante circa un chilometro e mezzo, il salotto verde dove Diana si vestì per la cena e lasciò i bagagli quel sabato sera, il salotto principale con soffitti alti, due grandi divani, un tavolino con ripiano di marmo rosa e un camino di marmo bianco, la camera da letto con il grande letto matrimoniale, il copriletto dorato e i tendoni pesanti di seta broccato, poi ancora i bagni di marmo, le stanze per gli ospiti, la stanza per fare ginnastica, le due cucine, l’ala del maggiordomo.

  Lì Diana era stata il mese prima quando aveva trascorso con Dodi il week end da sabato 26 a domenica 27 luglio, con l’arrivo a sorpresa a Parigi di pomeriggio in elicottero, la cena a un tavolo d’angolo da Lucas Carton, in place de La Madeleine, e poi, dopo il ritorno all’appartamento e prima del rientro all’Hotel Ritz, dove avrebbe passato la notte da sola, la passeggiata mano nella mano lungo la Senna.

«Dieu se cache dans les details».

[…]

Poi, un bel giorno, l’incontro:

[…]

  Ed eccolo lì, Kafka, proprio lui, in persona.

  Mi apparve chiaramente davanti, come se fosse vivo.

  Posò le mani larghe, quasi scolpite nel legno, sulla scrivania, poi con le dita fini e affusolate…

[…]

Ed ecco che siamo arrivati a Kafka: Continua a leggere

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Biancamaria Frabotta (1946) POESIE SCELTE Da Mani mortali (Mondadori, 2012, pp. 158, € 15); La viandanza (1995); Terra contigua (1999); Il rumore bianco (1985) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – “La poesia nell’epoca del balenante selfie”; “Il genere monologico post-lirico”; “La prepotente psicologizzazione del linguaggio poetico”; “Un registro lessicale che comprende l’alto e il basso, che fa convivere il prosaico e l’umile con il sublime”; “La ristrutturazione della forma elegiaca”

città Hamburger Bahnhof

Hamburger Bahnhof

Biancamaria Frabotta è nata nel 1946 a Roma, dove insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università “La Sapienza”. Negli anni Settanta ha partecipato al movimento femminista con ampia attività pubblicistica. Autrice di saggi e di varie opere di critica letteraria, ha scritto un romanzo: Velocità di fuga (Reverdito, 1989) e Quartetto per masse e voce sola (Donzelli, 2009); opere teatrali:Trittico dell’obbedienza (Sellerio,1996) e radiodrammi. Ha curato l’antologia di poesia femminile italiana dal dopoguerra a oggi Donne in poesia (Savelli, 1976) e l’antologia di saggi e di testi poetici Poeti della malinconia (Donzelli, 2001). Ha pubblicato le seguenti opere di poesia: Effeminata (Geiger,1976, con una Nota critica di Antonio Porta); Il rumore bianco (Feltrinelli, 1982, con Prefazione di Antonio Porta); Appunti di volo e altre poesie (La Cometa,1985); Controcanto al chiuso (Rossi § Spera Editori,1991, con disegni e litografie di Solvejg Albeverio Manzoni); La viandanza (Mondadori, 1995, Premio Montale); Ne resta uno (Il Ponte, 1996, sedici haiku, con sei incisioni di Giulia Napoleone); Terra contigua (Empiria, 1999); La pianta del pane (Mondadori, 2003); Gli eterni lavori (San Marco dei Giustiniani, 2005); I nuovi climi, (Brunello, 2007); Da mani mortali (Mondadori, 2012).

E-mail:    bfrabotta@libero.it

città Tomas Saraceno

città Tomas Saraceno

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

«Per parlare bisogna essere in due», scriveva agli inizi degli anni Venti Vasìlij Ròzanov.* Non è una boutade ma una constatazione di fatto e, del resto, sempre lo stesso scrittore scrive che «per chi è solo non esiste interesse perché per averne, bisogna essere in due».

Ho iniziato con questa citazione di Ròzanov per indicare la paradossalità in cui si è venuta a trovare la poesia post-lirica dopo la crisi del Sessantotto in Italia. Una forma-poesia, quella del post-ermetismo è venuta definitivamente a cadere. Con Trasumanar e organizzar del 1971 la poesia di un certo tipo, di tipo pubblicistica, diciamo, è venuta meno, ha perso terreno; lo stesso Montale, il padre della poesia italiana, con Satura (1971) cambia registro, cambia le carte in tavola e ci consegna una poesia del privato, del quotidiano e delle occasioni. Fortini continuerà per la sua strada, nel 1994 pubblica Composita solvantur, ma rimarrà sempre più un isolato, però anche nella sua poesia penetra, osmoticamente, a lungo andare, il privato e il personale. Amelia Rosselli (1930) nel 1963 pubblica Variazioni belliche, e Andrea Zanzotto pubblica La Beltà nel 1968, ed appare evidente che lo sperimentalismo dà i suoi migliori frutti al di fuori della propria compagine di scuola. Lo sperimentalismo, dopo il ’68 entra in crisi irreversibile e rimarrà in piedi soltanto presso epigoni di secondo piano. Questo il quadro. In particolare, la poesia di Biancamaria Frabotta, dagli esordi degli anni Ottanta ai nostri giorni, preferisce dissodare il genere monologico post-lirico dove il «chi parla» è un solitario, una persona massa che ci parla della propria monadicità. Il paese è cambiato velocemente, il ’68 si è decomposto e dissolto nel buio della lotta armata e negli anni bui. All’impegno civile e politico è subentrata l’euforia consumistica, il disimpegno e il ritorno al privato. La poesia diventa un atto liberatorio, di fede, è stato detto, di partecipazione individualistica all’agorà. La nuova poesia degli anni Ottanta recepisce  la mutazione genetica degli «oggetti» e del linguaggio relazionale, posa l’attenzione sul ripristino della forma elegiaca opportunamente ricorretta, introietta le vicende del vissuto, del privato e del quotidiano. Sorge, in definitiva, una diversa linguisticità ed una nuova sensibilità per la lingua della poesia nella misura in cui l’interlocutore pubblico della poesia diventa sempre più rarefatto e sfuggente e il suo pubblico si assottiglia e tende ad essere circoscritto al pubblico della ristretta cerchia della poesia. La poesia della Frabotta si è trovata, da subito, fin dagli inizi, dagli anni Ottanta, da Il rumore bianco (1985), ad apprestare una sensibilità particolarmente attenta alla problematica del «rumore» di un certo tipo, e precisamente «bianco», quel particolare rumore che nasce dal rumore di tutti i colori del nostro mondo, dalla promiscuità dei linguaggi e dei rumori di tutte le emittenti linguistiche. È un merito della poesia della Frabotta che essa recepisca, in consonanza con i tempi, questo nuovo fenomeno dei linguaggi proprio della nuova civiltà mediatica. Un altro aspetto tipico del registro stilistico e lessicale della poesia della Frabotta è la prepotente psicologizzazione del suo linguaggio poetico e la assimilazione entro la propria contestura stilistica del linguaggio del quotidiano, il linguaggio di tutti i giorni. Questo direi che è stato, grosso modo, il filo conduttore della poesia frabottiana dagli anni Ottanta ai giorni nostri, e questo tragitto è ben visibile in quest’ultimo volume che riunisce il lavoro degli ultimi dieci anni.

La gran parte della poesia contemporanea, la parte intellettualmente più recettiva, ha dovuto prendere atto di questa direzione di marcia macro poetica. Ma c’è un distinguo da fare, la differenza di fondo è che è stato il romanzo, per il tramite dei suoi vari generi, ad occupare lo spazio lasciato scoperto dalla poesia; e questo fenomeno avrà un peso sempre maggiore sulla poesia italiana di questi ultimi decenni. Ma questo è già un altro discorso.

È passato quasi un secolo da quando il grande lirico Boris Pasternak lodava le qualità poetiche di un asettico elenco di orari ferroviari, e due secoli da quando Stendhal raccomandava la lettura del Code Civil. Ad ogni mutamento di civiltà occorre reimparare a ri-nominare le cose, a dialogare con il lettore tramite il discorso con l’Alter Ego. In fin dei conti, il romanzo, la poesia, intesi come generi letterari, altro non sono che strumenti che consentono la sempre nuova ridefinizione del dialogo delle cose e con le cose. Ridefinizione nel senso di capacità e perspicuità della costruzione di codici linguistici e stilistici più idonei alla rappresentazione di nuovi «oggetti».

Se leggiamo una poesia emblematica di quest’ultimo libro di Biancamaria Frabotta avremo chiaro il valore del ripristino e della ristrutturazione della forma elegiaca posata però su un calco metrico che oscilla dal settenario al novenario, fino a punte di un verso atonico di quattordici sillabe; con questa opzione metrica la composizione assume un respiro più mosso e articolato che non se fosse stata scritta in un metro più regolare. È l’imprevedibilità del calco metrico che dà il senso del tempo che passa ed è passato. L’elegia sta tutta qui, deve dare il senso del tempo trascorso, indicare una distanza. Il lessico è scelto tra quello basso, di uso comune, con punte espressive sugli aggettivi in funzione avverbiale (azzurranti, palpitanti, affioranti, taglienti) che funzionano non da rafforzativi o da qualificativi del sostantivo (non solo) ma anche come modalità avverbiali e come semafori fonici di richiami e di rimandi tra suoni che si ripetono e si allungano sulla superficie della composizione al pari di un refrain di un pezzo musicale dove acquistano valore le durate, più che i timbri, le lunghezze di ogni singola nota più che la successione delle note. Si notano scarti e lacerti del linguaggio montaliano (sottoripa, di frodo, odoroso di calcina) ma come fusi e sfusi in un campo elegiaco molto distante dall’ologramma stilistico di Montale.

biancamaria frabotta cop da mani mortali

Quando arrivo
se ne è appena andata
come una persona
imperfettamente amata
che posa a terra a fatica
la valigia discesa, un piede
ancora sul gradino del treno
esitante e nel cuore la luce
del mare feriale
le gallerie di colpo senza
golfi, seni azzurranti, rive
mancate come ragazze viziate.
Quando arrivo
scompare sottoripa, di frodo
fra razze di spalla palpitanti
come fosse imminente il riscatto
e le figure non finite sul selciato
odoroso di calcina e carname
la città che i poeti hanno veduta
pettinata contropelo sul monte
la funicolare che porta
dove comincia la morte
e al porto, fra i pescicani
affioranti la fame dalle vasche
– ma dov’è l’Italsider, il peso
immenso dell’operaia decenza
dove la città eroina avvolta al risveglio
nella carta velina? Oh Giorgio, mio caro Giorgio
quale nuovo disastro è ora nell’alba
fra nuvole dissolte e rifatte poco in là
eguali, come Allah vuole, che il cosmo
ricrea ogni attimo che muore.
Quando arrivo
è passato molto vento fra i moli
fra gli orienti improvvisi
i turisti clandestinamente
importati d’inverno con tenere vesti
d’estate, attillate, solcate negritudini
sui passi sillabati dai tacchi taglienti
quando arrivo, trafitta
capitale delle rovine d’Italia
pupilla che grigiamente sbianca
pur di non somigliare a sé stessa
risanata Genova che mi fai male
e piegata mi colpisci al petto.

Biancamaria Frabotta, a proposito del titolo, La viandanza, di un suo libro, scrive:

«Sin dalla prima infanzia impariamo, senza discutere, a dare un sesso a tutto: persone, animali, cose e concetti. Il Sole, la Luna, il Soggetto, l’Anima hanno messo in noi radici profonde. Quasi serbassimo la remota memoria di quello che imparammo immersi nel liquido amniotico dove galleggiavamo come pesci fra fonde risorgive di balbettii dimenticati. Le parole cominciarono a fluire alle labbra più rapide dei concetti che si formavano nella mente e talvolta per qualche misteriosa ragione femminile fanno ressa nella gola occludendola con un ostinato silenzio. Divenni femmina, nel linguaggio, prima che nel corpo. Affeminata, appunto, sfrontata distorsione di senso, provocazione, proterva venuta alla luce. Mia prima plaquette che mi facesti tremare i polsi… Parlare a vanvera mi sembra oggi meno pericoloso che pensare a vanvera. La parola “viandanza”, per esempio, apolide e intrusa in quanto alla grammatica, navicella di lungo corso nel gran mare dei simboli classici (homo viator, wanderer, nostos o naufragio, identità o perdita) danzando per la via, mi dette un’anima. Al corpo ci pensò natura, il tempo gli mise l’orologio al polso. Con chi prendersela ora se il cuore perde qualche colpo, l’anomìa apre lacune nel cervello? La poesia, come una madre pietosa, raccoglierà le spoglie delle sue creature. Cosa volete che vi dica più di questo nell’epoca del balenante selfie? Qualcosa che illumini il buio e duri più dell’attimo dello struscio del dito sullo schermo?».

In quest’ultimo libro la Frabotta ha messo a punto un ventaglio lessicale più ampio e più composto di quello contenuto nei precedenti libri e un registro metrico più mosso e variegato rispetto, ad esempio, al libro del 1985, Rumore bianco; e questo risultato è da ascrivere alla progressiva acquisizione di un linguaggio che ha saputo intercettare i mutamenti della lingua di relazione e della storia, un registro lessicale che comprende l’alto e il basso, che fa convivere il prosaico e l’umile con il sublime: «i cavoli, i carciofi fra i narcisi». È stato un lungo percorso che ha portato la poetessa romana ad attraversare le esperienze stilistiche ricomprese in La viandanza (1995) e La pianta del pane (2003), libri nei quali si chiude la fase delle problematiche dell’autenticità legate alla vita affettiva e familiare, per affrontare, con quest’ultimo volume, una poesia dallo spettro tematico più vasto e stilisticamente di maggiore difficoltà operativa che innesta il tema dell’autenticità nella tematica della attenzione alla natura e ai suoi ritmi. Tipico di questa attenzione alla natura è il frequentissimo inquadramento dei personaggi in un ordito naturale come nella poesia che segue, con quelle ombre indecifrabili che si insinuano nella apparente chiarità della natura.

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Biancamaria Frabotta

Da Mani mortali (Mondadori, 2012)

Da quell’isola erbosa
solo tu mi telefoni
uomo di poche parole.
Nella bruma di voce
ripete un nome il buio
serrato dentro un pugno.
E rotola dentro me come un tuono
il tuo scarno commiato
da quella remota propaggine
d’Impero, dove volontariamente
alla vista degli amici vivi esiliato.
Ora non resta altro che il sangue nel viso.
Dici. Bianca. E io, Marco. Dove siamo?
Fra persone e fra luoghi non più comuni
a metà strada una spenta lingua sussurra.
Oh patria che lasci andare via i tuoi poeti!

***

Entrando nel campo cercai
le roselline selvatiche nella rete
gli iris infestanti, i papaveri
i gelsomini bianchi e dopo,
i cavoli, i carciofi fra i narcisi,
sull’arancio ferito i grappoli
profumati della zagara.
in terra giaceva l’edera vizza
screziata di morte lumache
eppure, scriveva Bernardin
non tutto era stato ucciso
dalla terribile severità di quell’inverno.
Ancora, in stile fiorito, il suo giardino
godeva di tardive, ma robuste violette
promesse di fragole e primule, risalenti
filari e tracce di linfa nei peri.
In verità le viti cominciavano
appena ad aprire i germogli.

***

Nell’estate del duemila e tre
tutto si prosciugò silenziosamente.
Un meraviglioso azzurro puntato
su di noi come un’arma radiosa
premeva i piedi sul suolo, spruzzava
di calce le pareti, entrava, senza
nemmeno una goccia di pioggia
anche di notte
dentro i nostri occhi spalancati.
Dal tronco del melo colava pece nera
e a febbraio bisognò abbatterlo intero.
Il fico si salvò scrollandosi di dosso
la veste lieve delle foglie assetate
e a luglio cogliemmo fichi secchi
da terra, come fosse Natale.
La siccità portò via anche due peschi
che si erano avviticchiati l’uno all’altro
all’insaputa di tutti, in un solo albero da fuoco.

***

L’inverno del duemila e sette
saltammo l’inverno.
Come in un capriccio di Goya
l’autunno cominciò e non finì
se non, a primavera, con le mosche
che non erano mai morte, dentro
uno specchio inquieto e velenoso.
I cittadini quasi non si accorsero
del premeditato tepore
immersi com’erano nel
traffico delle loro imprese
quotidiane – solo qualcuno
talvolta
si svegliava di notte
con un piede più gonfio, coi
capelli scomposti, per quanto
tagliati di recente, le bluse
dei pigiami arrotolate sui vetri
o in totale nudità sotto i piumoni.
In campagna ogni gemma soffriva
nel falso turgore dei getti traditi
dal sole caldo di quelle giornate
che dai prati emanavano una
intraprendente erba incolore.

 

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Biancamaria Frabotta foto di Dino Ignani

da Il rumore bianco (1985)

La mela m’insegni è doppiare la metà di sé.
La vita mi insegni è gli spicchi della mela
la meta dell’incresciosa circostanza
lo specchio che doppia il capo della buona speranza
la testa sdoppiata da una nebbia passeggiatrice
due metà in una,la mela intera, una copula di cattivo gusto.

Erosione dell’utopia o rigore della pazienza ?
Rispondere è sostituire il bianco al nero.
Prova tu che ami il disordine
delle tinte, le onde morte dell’etere
léccane il nero di grassa dolce colla
e sulla lingua spergiura ti resterà neo nata
l’altra metà della domanda, l’inesprimibile bianco
(non la domanda ma la risposta è il nostro nobile privilegio)
essere leggibile per tutti e per me indecifrabile.

a adelaide

Come deve farsi esile,minuta la vita
nel filo scabro di un rigo di poesia,
non come una giovinetta tuffarsi
ma si assottiglia fino a sparirsi
a tradirsi, non il collo maudit
di Ade che ride sotto il cappello
ma un’ode minore, minima,un soffio
eppure una bara per le tue movenze
di felino domestico, pulcino danzante,elegante
non chiedermi più, accontentati
la metamorfosi delle tue forme leggiadre
mima, perdonami :è mimesis anch’io.

Ho un buco nel mezzo della testa
che non basta la bussola
per il vento che ci fischia.
Ieri avrei detto :è la croce dei venti
il nido cilestrino dei monsoni.
Oggi certo me l’ha sparato un amico
un cecchino che pratica l’arte del rattoppo.
Chi ha aperto questa falla nello scafo ?
Aria e acqua fanno a gara.
Più cedevole agnella non c’è per la tua pasqua.

E io mi compro gli stivaletti
neri come la notte e con alti tacchi
per mettere la testa fuori dalle nuvole
per svelta correre nella pioggia del natale
e le raffiche di questa maladolescenza.
E io ti mostro gli stivaletti
attillati per scendere dalle sublimi vendette
dalle mobili scale del metrò e tu già ridi
di questi stivaletti
che mi portano dritta all’inferno giù fino a Dio.

Bianca Maria Frabottaph©campanini-baracchi

Biancamaria Frabotta ph©campanini-baracchi

da La viandanza (1995)

Appunti di volo, III
Dell’allarme pur sempre possibile
ma poco probabile nell’ora
che curva inchina il fianco
a più mitigate speranze di quiete
intendo solo il tremito
di chi mi resta a lato nonostante
anche il sibilo sia poco credibile
così perso in un rigo d’aria sbilenco
e un’alba così finta
e flebile da svanire
nel ventre sterile del grifo.
Soltanto il decollo aumenta i nostri battiti.
Volendo, potremmo,volando,toccarci i gomiti.

Post coitum test
Perfino un voto e intorno a me il vuoto
ma nulla valse a scalfirlo
quello splendido utero senza costrutto
quel cavo oscuro imbuto che così
strenuamente tenne testa
al capitombolo innamorato del tuo codino
pavoneggiante.
Eiaculato limpido,viscosità normale.
Soltanto la reazione si dimostrò alcalina
ma la vitalità spenta in quell’ora dura
risorse e ancora dura…
E dire: sarebbe nato un così bel bambino.
E invece: nemmeno fosse un serpente
da addomesticare
un sibilo lungo di vento confuse nei mari mossi
del grembo il tuo biondo vanto di generare.

Miopia
Mi presti i tuoi occhi per guardarti?
A chi negheresti una lente nitida sul mondo?
Sui denti scoperti l’urto dell’acqua lustrale
il rimbalzo fra i rami di un volubile raggio
sotto la gronda una rissa di colombe native.
Chiunque vorrebbe i tuoi occhi per guardarsi.

da La vita sedentaria

La sogliola

Greve asimmetria che mostri all’alto
un solo fianco e la portentosa migrazione
entrambi gli occhi sulla stessa banda schiaccia
e con ardua compressione
il mare ti lavora ai fianchi
la coda ti si accorcia e il muso
maestro agli interminabili agguati
alle sinistre ore del riposo
e alle stente nuotate, ora che
l’onda ti costringe
a strisciare adulta lungo il fondo
ricordi le ore beate della larva
la perfetta simmetria di un tempo
e la grazia del nuoto, vuoto
affiorante in superficie?

.
La viandanza

E un’inezia in veste di gala terge
la risacca, un’inerzia, pròdiga, mamma
vermiglia di vortici sei falsa calma
come l’onda lunga della riconoscenza.
Riconoscersi o congedo questa improvvida sosta
di sole che affoga? Làtita
il senso lontano dalla terra ferma
e tu dormi sul filo di lana
come lo stranito starsene dei non umani
oltre le curve dove ci pedina il tempo
e sull’orlo del campo anonimi frulli di freddo
e panico che abbagli i divieti, i binari.
Così recalcitra la fame degli erbivori.
E’ lo spavento dei passeri poveri quello
lo sgomento delle nubi al macero. Fra poco
ci staranno addosso in tanti i polipi
della città fantasma
con tentacoli e raggiri e tu, ora lesta
a provocarli, col guizzo circasso
dell’occhio, a patirli,sordida
giòvale, giovane Civitavecchia
sgarbata bilancia fra apocalisse e paese

***

smaniosa pazienza è la felicità che
incendia in lei troppe parole o nessuna.
Preda di insana genìa, Eugenia
nata De Falchi, o insensatezza
di un nome rapace o insensatezza
di un nome ben nato
e se il volo non fosse un voto paterno
ma una nomade svendita di senno
e un’azzurra (che vegeto caos in questa
stazione) provvida grazia di rimozione ?
O fu soltanto pigrizia la coincidenza mancata?
Il paranoico estro di disastri all’attesa
comparti e defence
custodi e silence
it’s forbidden, non leggi?
de stationner sur la passerelle
e à l’occurance
togliere il piombo
ruotare il vetro
premere il pulsante,ma bada
sarà severamente punito
l’abuso dei tuoi sontuosi capricci
futuri nutriti sui lidi di Caravani
di parche cartate di cozze
primizia del nuoto di secca
di granchi traversi la svogliata trafila
spiando tra le valve ora salse
di salmonella ricordi la misericordia dell’orto?
l’intemperanza della madreroccia
e nel grembo femmina il riccio
morte certa del mare (è la legge!)
brulicante d’uova arancia, e limoni ?
la misticanza invisa all’orgia pagana
di vergini lische, scorfani
e sparnocchie ancora in vita risenti
come torpida marciava alle narici l’alga
e la brama dell’altro, con inversa
ala d’ascesa, murata baldoria d’un istante
fu l’ardore di chi ti corresse
– Non si dice salisco, ma salgo
e tu che non soffri cavezza,coraggio fuggendo
oltre il Villaggio del Fanciullo
la Repubblica dei Ragazzi
e Marangone
fogna a cielo aperto

***

levata al cenno delle cento
macerie d’acqua in cui nacque
l’ultima cella foriera d’anfore e rancori
dove fanno il nido le murene
e luccicano le orecchie di Venere
e intendono chi non dicendo
abbastanza ha già detto troppo
e con esorbitante assedio di giubilo smura
le labbra avare di racconti
e se nell’afa sfuma
la ciminiera più alta d’Europa
neppure tu le cerchi più le lapidi labite
dal liquame della Fiumaretta
necropoli di vivi incrementi
al fabbisogno di Roma
e non avrebbe meritato l’indulto
la pena commutata nella guazza serena
di una tomba non inquinata
chi placò gli insulti della mia tosse convulsa
e divampa in cenere l’ombra
di una carrozzella in corsa
verso la rada di Sant’Agostino
dove montava la luna della buona pesca
ai polipi e spirava lo jodio sull’indomito
falò amico ai naviganti
che un vezzoso odio eclissò e ora lo smog
amico ai benestanti? E ora
nostra cocente storia convulsa
nostra avulsa radice le tombe
fra gli escrementi navigano
con la stessa indocile fretta
che sulla fusta leggera
ti induce al fasto saraceno
di crescerti la vita d’un anno.
E che spasimo per un diffidente volatile
una sorte pellegrina nel padule! e che vandala
quando tu i sandali di pena scalzando
e di corda intrecciata nella mano sudata
stringevi la merendina di Santa Costanza
scorbutica novizia della Piazza Calamatta
fluivano scalze le pozzolane sulla Scaletta
con le prime notizie della paranza e senza
che sorpresa smarrirsi nei meandri
della Piazza Leandra dove
i morti restituiti

***

all’ebete gioco del tempo ma non tu
rapita al Pirgo di corsa e che affanno
sul tuo sandalino che fila
verso il Borgo Odescalchi
dove rabida nobiltà di veli, paglie e corde
si spegne nel vuoto delle cabile
Santa Fermìna al martirio
palma alla dritta, galera a sinistra
ti insidia ora un tenente
un serpente in piedi, la corona in testa
e nel petto smilzo timida alla sbarra
quella notte fosti tu la più bella
tra le svelte acque della Ficoncella
e le tronfie in lungo a libare
succo di viti tedesche, o vita
vita tua sottile
che il gerarca corrotto cinse di raro
vanto di provinciale grazia e ritroso
non per coscienza ma per innocenza di classe
millenovecentodiciassette
riarse un rigoglio cremisi sul fianco
il fiocco, le maniche a sbuffo
e perfetto ruotava sopra il ginocchio
il taffetà tagliato a teletti
a scorno delle ricche Guglielmi
Giovannelli
d’Ardìa Caracciolo
o Rodano Cinciari
oh come vagano semplici in mente
i nomi dei tuoi primi tormenti
oh come risalta nella prossima notte
la torcia del tuo eretico orgoglio!
Poi l’Ottimo Consiglio
del millenovecentoquaranta
non portò i suoi figli in salvo
sui monti della Tolfa, ma
canicola,canizie, canile
e stillicidio di polveri
croste,ghetti e l’inverno
che inferno affacciarsi
sulla mole del Lazzaretto Vecchio!
Là i vincitori (giurarono i vinti)
giocando a palla, venivano a galla
i teschi dei frati tra le bombe
miste alla pioggia e di salso prodigio

***

tutte le notti smontava la luna
della Buona Morte ai polipi e agli òmeri mozzi.
Oh cimitero disperso fra le vasche
di sterile letame,annegato
nell’olio, nell’oblìo che
una petroliera dispensa dal largo
troppo fondo al porto lo scafo
troppo tagliente la chiglia
e che lago melmoso questo scavo
senza bisogni, questa vetrosa fronte
del treno che ci trascina
oltre le argille della Ripa Alba
e tutto è da imparare ormai
a danno,mamma, e se ne vanno
nella cavità dell’aria che grave
ora rimuove
i fumi di un’infanzia ormai appena visibile
come nei polmoni l’ombra di una trascurata influenza.

biancamaria frabotta 3

biancamaria frabotta

da Terra contigua (1999)

Il gomito di Majakovskij
Passava a frotte la spenta gente stanca.
Nessuno ti sapeva più. Nemmeno una reliquia
in quella casa che dà le spalle alla Lubianka.
E ancora bruciano le stelle, anche le più restie alla ressa
nella fosca festa dei tuoi occhi. E sopra, un raro cranio
vestito a zero perché la Storia non vi trovasse inciampo.
Cadeva neve sopra altra neve assente
e la Moskova accanto, come vasta acqua affranta.
Vari passanti stupivi. Radi borghesi .E colombi.
Trovando non voluta requie, e poco altro infine.
Il poco del bene disperso dall’uso perverso.
E non la tua candida propaganda. Non il candore delle genti.
Impietristi dal gomito alle stelle. Ma se cuore di poeta
batte nella pietra, svegliatevi cuori di pietra !
Bimbe baccanti fate a brani la sua blusa gialla !

***

All’officio dei pii, all’odio degli ignavi
(ad altri tolse lena la neve più recente)
levasti il pugno d’anni che ti perse.
Oh come pesa il peso sulle nostre spalle
ché piena luce poca luce aggrava. E noi
patémi ed elettroencefalogramma piatto.
Fortuna che venni tardi al crollo
e più non volli fiutare la tua ora
come cane che in macerie raspa.
Ora scivolo in te come in un sogno
d’erbe alte e verdi dove legge
d’amore è andare, leggeri di speranze
e leggerti all’ombra d’una folta schiera.
Batte il sole una pietra senza tempo.
I poeti muoiono sempre in tempo.

Cose chiare
Mio marito ha un cuore generoso
come il dio che dona il primo verso.
La notte non tira le coperte
sul petto non pungono i suoi peli
e la mattina vorrebbe unirsi al coro
anonimo che sole e fame assilla.
Mio marito diffida delle ore scure
e al suo cospetto io mi vergogno e anche
di vergognarmi mi vergogno.
Mio marito diffida delle cose oscure.
Così per amor suo io cambierò stile
e per lui terrò in serbo cose chiare.

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EVENTI MITOMODERNISTI: CONTRO LA BARBARIE DEL BRUTTO – Il giorno 20 aprile al Teatro Filodrammatici a Milano, dalle ore 17.30 fino alle 24.00, Tomaso Kemeny e Giuseppe Conte propongono un incontro mitomodernista dal tema “Contro la pulsione di morte – Bellezza & Mito, Poetiche e Politiche del Desiderio” Con uno scritto di Tomaso Kemeny e sue poesie dimostrative con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

Mitomodernismo Tomaso Kemeny in recita a Milano

Mitomodernismo Tomaso Kemeny in recita a Milano

Appunto di Tomaso Kemeny

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Il giorno 20 aprile al Teatro Filodrammatici a Milano, dalle ore 17.30 fino alle 24.00, Tomaso Kemeny e Giuseppe Conte propongono un incontro mitomodernista dal tema “Contro la pulsione di morte – Bellezza & Mito, Poetiche e Politiche del Desiderio”, in cui interverranno personalità della poesia e della cultura italiana. La finalità di questo incontro si pone sulla scia dell’evento già avvenuto un anno fa nella medesima sede, il 9 gennaio 2015, promosso da Tomaso Kemeny, a conclusione dell’azione mitomodernista “Freccia della Poesia”, in cui i relatori (Schwarz, Pontiggia, Majorino, Kemeny, Cruciani) furono invitati a un dibattito intorno a “il valore, storico, metafisico-teorico della scrittura poetica e delle arti oggi, dal punto di vista della propria poetica ed esperienza, tenendo conto del trionfo del vuoto intellettuale che caratterizza il mondo globalizzato e del genocidio delle varie forme di bellezza naturali e architettoniche in atto e per valutare il significato di azioni poetiche”.
Il 6 dicembre 2014 la “Freccia della Poesia” aveva attraversato l’Italia da Napoli a Milano, al grido “Fight for Beauty”, per finire con un maxi reading (200 partecipanti), colorato e pacifico, in Galleria Vittorio Emanuele, laddove nel 1909 un happening futurista era al contrario finito “a botte”, con la famosa “Rissa in galleria” dipinta da Umberto Boccioni. Quest’azione sancì la felice fusione  del Grand tour poetico, fondato alla fine del 2014 da tre poeti nati negli anni Settanta (il comasco Pietro Berra, la romana Flaminia Cruciani e il barese Gianpaolo Mastropasqua), e il ventennale movimento mitomodernista animato da Tomaso Kemeny che venne nominato Capitano. La fusione del movimento e del Grand tour, ispirata dalla spinta verso orizzonti di bellezza comuni da costruire e inventare, portò all’attuazione di un programma serrato di eventi, articolato in tappe sull’intera penisola e aperto al confronto poetico sul territorio e alla promozione di incontri alla Casa della Poesia di Milano, fra cui ricordiamo “Scintille mitomoderniste” il 6 febbraio 2015. La prima tappa comasca del Tour fu il 21 marzo 2015, dal titolo “poesia e psiche”, nell’ex ospedale psichiatrico San Martino, all’ombra del monte di Brunate, di cui è originaria la famiglia di Alda Merini e dove ogni anno viene celebrata la poetessa che scrivendo sopravvisse all’inferno del manicomio. Il 29 aprile, in Campidoglio, la terza epifania del Grand tour aveva voluto ricordare la fondazione di Roma con una rinascita poetica. Mentre il 6 giugno, la carovana poetica aveva attraversato un pezzo di Sardegna, da Cagliari a Serri, seguendo il percorso raccontato dallo scrittore inglese D.H. Lawrence nel suo libro “Mare e Sardegna” del 1921, nell’ambito del festival Leggendo Metropolitano.
Non si possono dimenticare gli eventi, “Nelle terre del Cigno, storie di poeti e viaggiatori, a cura di Paola Pennecchi, Angelo Tonelli e Massimo Maggiari a San Rocco nel giugno del 2015, come anche il 13 dicembre “Mito, luci e ombre mitomoderniste” organizzato da Chicca Morone. O lo storico rituale e festoso sbarco degli Argonauti nel Golfo degli Dei a Lerici, che si rinnova ogni anno, diretto da Angelo Tonelli ed esportato da Massimo Maggiari a Charleston in South Carolina. A Torriglia, dal 2010, si tiene, inoltre, un Festival “Torriglia in arte” dal sapore mitomodernista, organizzato da Francesco Macciò, che si apre simbolicamente con un Komos (corteo di poesia musica e danza) guidato da Angelo Tonelli.
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L’ultima azione, “2016 Eroici Furori”, simbolica e pacifica, ha avuto la finalità di “rovesciare ‘Roma’ in ‘Amor’ per sollecitare lo spegnimento dei roghi che devastano la natura e le menti, per, invece, esaltare quella bellezza insurrezionale che apra alla gioia di vivere, di lottare, a quella giustizia profonda e cosmica che sola può rappresentare un’alternativa radicale all’Impero del Brutto”. La più recente azione, in ordine di tempo, con cui il Grand tour poetico e il Movimento mitomodernista hanno aperto la terza stagione di performance, lo scorso 13 febbraio in Campo De’ Fiori a Roma, dove Giordano Bruno fu arso vivo e dove è stato celebrato con il sacro fuoco della poesia quale eroe della libertà di pensiero. In questa occasione è stato acceso un rogo simbolico “per purificare simbolicamente il mondo degradato dalla ragione economica imposta dal Mercato”, dove è stata bruciata “l’immondizia insanguinata chiamata Denaro”.
Quest’anno Grand tour poetico e Movimento mitomodernista, come detto, sono ripartiti da Roma, come non mai al centro dell’attenzione internazionale, tra Giubileo della Misericordia, statue oscurate nei Musei Capitolini e minacce di attentati. Dal 6 all’8 marzo in occasione del Festival Internacional de Poesía “Benidorm & Costa Blanca”, in Spagna, il Grand tour poetico ha presentato il mitomodernismo attraverso la lettura di un testo di Tomaso Kemeny, implementando l’organico del Grand tour (già composto da Ottavio Rossani, Maurizio Soldini, Adriana Gloria Marigo, Gianpiero Neri, Gabriella Sica, Isabella Vincentini, Jacopo Ricciardi, Massimo Bubola, Laura Garavaglia, Vittorino Curci e altri) con delegati di tre continenti, aprendo a un percorso europeo che punta a raggiungere Parigi il prossimo novembre, per portare la voce pacificatrice della poesia a un anno dall’attentato al Bataclan in una grande azione mitomodernista coordinata al livello europeo.
 .
Direttivo del Grand Tour Poetico
Pietro Berra, Flaminia Cruciani, Gianpaolo Mastropasqua
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Tomaso Kemeny

Tomaso Kemeny

Discorso del Capitano Tomaso Kemeny

Per il Festival Internacional de Poesía Benidorm & Costa Blanca

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Mitomodernismo e Grand Tour Poetico: combattere per la bellezza.
In un’epoca, la nostra, in cui l’incertezza delle masse, derivante dalla percezione di non essere all’altezza di costruire un avvenire, in un’epoca sottratta alla speranza ma non alla paura, il singolo si concede al cinico desiderio di fruire dei doni irripetibili della vita, ripudiando ogni programma di emancipazione nella dimensione della libertà creativa.
Il mitomodernismo nutre le forze che non accettano il mondo così com’è, soggiogato all’Impero del Brutto globalizzato. Il mitomodernismo incoraggia, da una parte, la privata insurrezione contro noi stessi se cediamo al compromesso, alla massificazione, all’appiattimento all’utile immediato, e ,dall’altra, assume la “bellezza” come mito guida alla ribellione permanente ai poteri illegittimi del “brutto”, offensivi alla dignità dell’uomo.
La base teorica del mitomodernismo fu elaborata in anni quando la “bellezza” veniva ritenuta un disvalore reazionario, il mito giudicato come frutto di deliri primordiali e il “sublime” ridotto un cascame idealista. Il filosofo Stefano Zecchi, i poeti Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny elaborarono la visione molteplice che porta alla rivolta permanente a un’epoca tendente al post-umano, dedita al culto dell’effimero in grado di oscurare le necessità di una bellezza insurrezionale nuova (dopo quella classica, rinascimentale, barocca, romantica, futurista, surrealista) in grado di dare forma al nostro tempo desimbolizzato, esiliato nei labirinti dell’insignificanza.
L’uomo, dopo avere prometeicamente soggiogato, in parte, la natura, oggi si trova servo di un’economia e di una tecnologia distruttive, che minacciano di morte la natura della nostra terra madre. In questa situazione drammatica, le forze del mitomodernismo nascono dalla necessità di una ribellione internazionale salvifica. Basta con le esibizioni intellettuali di ironia miranti a ridicolizzare ogni forma di superamento dell’utile immediato. Oltre a opere di filosofia, poesia ed estetica, il mitomodernismo vive per azioni tendenti a risvegliare dal sonno suicida le masse assopite in sogni di impossibile consumismo permanente. Basti ricordare come il primo ottobre del 1994, un commando poetico ligure, capitanato da Giuseppe Conte, un commando lombardo capitanato da Tomaso Kemeny occuparono pacificamente la Basilica di Santa Croce in Firenze per la rinascita morale ed estetica dell’Italia. Si riportano qui le parole d’ordine per il commando lombardo composte da Kemeny:
1. Affidarsi, senza riserve, alla potenza dell’immaginazione creatrice.
  1. Eleggere Santa Croce a centro cosmico della rinascita della bellezza, dell’etica e dell’arte.
  2. Affermare la verità della poesia e dell’arte con un gesto inconfutabile.
  3. Azzerare la corrotta vecchiaia del mondo.
  4. Sfidare l’arroganza delle spettacolarizzazioni plebee e televisive.
  5. Aprire il cuore del tempo dissacrato a un raggio di bellezza.
  6. Opporsi alla cecità delle forze che avvelenano l’aria, l’acqua, la terra, e l’anima.
  7. Dire addio ai vezzi dell’apparenza per affrontare gli abissi dell’essere.
  8. Ritornare al caos sublime per fare rigermogliare le figure del tempo.
Giorgio Linguaglossa con i mitomodernisti Roma Campo de' Fiori 13 febbraio 2016

Giorgio Linguaglossa con i mitomodernisti Roma Campo de’ Fiori 13 febbraio 2016

Tra le tante manifestazioni-azioni si ricorda l’occupazione della collina dell’infinito di Recanati, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. L’azione dei “mille” mitomodernisti, fra i quali si distinsero gli “sciamani” Angelo Tonelli e Massimo Maggiari e il poeta rivoluzionario transilvano Gèza Szocs (oggi Presidente del PEN maggiaro), fu consacrata alla “Unità dell’Italia nella Bellezza”.
Recentemente il movimento mitomodernista si è alleato al “Gran Tour Poetico” capitanato da Flaminia Cruciani, Gianpaolo Mastropasqua e Pietro Berra; la fusione fu concretizzata il 6 dicembre del 2014 nell’azione “La freccia della poesia”, che ha percorso in treno l’Italia portando la poesia e la musica nelle stazioni di Napoli, Roma, Firenze, Bologna e Milano dove l’azione si è conclusa nella Galleria Vittorio Emanule.
 Le forze del mitomodernismo erompono dal pensiero mitico in grado di trasfigurare e rigenerare la vita del singolo e la civiltà e nella ricerca di una bellezza nuova, dai molti volti, in opposizione al decostruzionismo nihilista dominante una civiltà soggiogata dall’Impero del Brutto.

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Mitomodernismo Roberta Montisci

Mitomodernismo Roberta Montisci alla stazione Termini di Roma

Tomaso Kemeny L’abcd della bellezza. A: Sulla futura bellezza del mondo

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   La sua “verità” il poeta lo può esprimere solo attraverso il mito;  infatti attraverso le figure del mito si riesce a tenere insieme come in una costellazione, luce e ombra, bello e brutto, ricordo e oblio, voce e silenzio.
   Monti, mari, fiumi, boschi, ruscelli, cascate, fiori (nonostante il diffuso inquinamento), nonché astri e costellazioni, corpi e volti umani ci permettono di distinguere diverse e specifiche manifestazioni della bellezza, manifestazioni la cui osservazione può permetterci di sciogliere indefiniti nodi problematici concernenti il senso della vita dell’universo.
   Si tratta di forme di bellezza in mutamento e formazione nel tempo secondo meravigliose metamorfosi che caratterizzano non solo la morfologia della bellezza naturale, ma anche dello sviluppo dell’arte letteraria, figurativa, musicale e di tutte le attività creative di cui l’uomo si dimostra capace.
   Il processo metamorfico, ma circolare, che caratterizza il nostro universo, fa presagire una evoluzione in grado di integrare nel presente il passato salvando il futuro dagli abissi dell’insignificanza. Si intende, come auspicabili, le trasformazioni della bellezza in grado di diffondere, nel tempo terrestre e storico, il prevalere delle etica del dono sull’etica del possesso.

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Mitomodernismo Giordano Bruno arso vivo il 17 febbraio 1600

Mitomodernismo Giordano Bruno arso vivo il 17 febbraio 1600

B: La bellezza trionfa nel Rinascimento

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   William Shakespeare in “As you like it” (1599) pone la bellezza, nella sua manifestazione fisica umana femminile, come prima nella gerarchia delle tentazioni-desideri “Beauty provoketh thieves sooner than gold”, “la bellezza tenta i ladri più dell’oro”, dialogo tra donne Atto 1, Scena III.
   Diciamocelo, la bellezza , un universale relativo, è di fondamento a tutte le civiltà. Lo riconosce Sigmund Freud quando osserva che il godimento della bellezza e in diversa misura inebriante, tanto che la civiltà non potrebbe farne a meno (S.Freud, Drei Abhanlungen zur Sexualtheorie, Vienna 1905). Essa, bellezza, come valore, varia in tempi e luoghi, si tratta  di un valore eterno, ma mutevole, un universale relativo.
   Sulle caratteristiche della bellezza femminile sono state versate cascate d’inchiostro nel rinascimento, in particolare a Firenze e a Venezia, basti ricordare, tra gli altri, Agnolo Firenzuola con il suo Dialogo sulla bellezza delle donne (firenze 1548) e Nicolò Campani Bellezze della donna (Venezia, 1566). E se il dominio del “brutto” nel ventesimo secolo ha fatto scrivere a George Bataille che “l’essenza dell’istinto sessuale è l’insozzamento della bellezza “ in La mort et la sensualité(Parigi,1957), l’estetica del sembiante femminile sta a cuore persino a una intellettuale come Simone de Beauvoir, quando in Le deuxième sexe”   (Parigi, 1947) scrive “occuparsi della propria bellezza, vestirsi con eleganza, è come un lavoro che consente alla donna di prendere possesso della propria persona”. Se è curioso ricordare come l’originale saggista Remy de Gourmont Physique de l’amour: essai sur l’istinct sexuel (1903, Parigi) affermi che “a rendere la donna più bella è il fatto degli organi sessuali invisibili”, Vernon e Margaret Coleman, inFace Values: How the Beauty Industry Affects You (San Francisco, 1981) ritengano necessario salvaguardare la “fragilità” della bellezza femminile con “il trucco: aiuta la donna a sentirsi meno vulnerabile”.
   Ma è Giordano Bruno nei suoi De gli eroici furori”, stampati a Londra nell’officina di John Charlewood (1585) e dedicati al poeta “cavalliero” Filippo Sidneo ovvero Philip Sidney, che motteggiando i sospiri senza fine, i tremori, le malinconie, gli infruttuosi corteggiamenti in versi dei poeti tardo petrarcheschi, esalta l’originario splendore divino impresso nei volti e corpi femminili celebrando quell’impeto carnale amoroso che, attraverso la bellezza dei corpi, porta all’unione con l’infinito, ottenendo “quel beneficio d’amore” che riscatta il destino umano dalla finitezza. L’eroismo erotico include la morte nella vita, come si legge nelle parole di un personaggio nel primo dialogo degli “eroici furori”:

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Mirami, o bella, se vuoi darmi la morte
del tuo grazioso sguardo apri le porte

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in analogia con l’invocazione del poeta-drammaturgo Ch. Marlowe, il cui Faust(in The Tragical History of Doctor Faustus,1589) implora Elena di farlo eterno con un bacio , “make me eternal with a kiss…” e precorre, intendo Bruno, il sintagma “profetico” di Cesare Pavese “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
   Per Bruno peccaminoso non è il godimento carnale dei corpi, ma l’inappetenza trascendentale di chi non riesce a superare i limiti umani attraverso l’eros. Attraverso il furore eroico si esalta l’impulso a oltrepassare il piano dei corpi per vivere l’unità originaria con il divino.

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Mitomodernismo lettura ai filodrammatici

Mitomodernismo lettura ai filodrammatici

C: Quale grande follia ? Quis tantus furor? (Virgilio, Georgica, 39-29 a.C, Libro IV, .494.495)

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   Euridice grida “Chi ha perduto me sventurata e te, Orfeo? Quale follia?” (“Quis et me miseram et te perdixit, Orpheus, quis tantus furor?”). Il sembiante bello è solo promessa di felicità, come osserva Stendhal(“La beautè n’est que le promesse de bonheur” in De l’amour,1822) si deteriora col tempo e si perde se non intessuta in altri valori epocali, promessa di felicità potrà venire mantenuta forse nella realizzazione di una concezione rivoluzionaria della bellezza. Come pensai alla morte di Andrè Breton (1966, 28 settembre), occasione in cui scrissi un poema(quando, 1968) dove ero sicuro che le lettere e e le arti ,nella prospettiva della Teoria Estetica (Torino, 1975) di Theodor Adorno, fossero castrate, dato che per il filosofo la bellezza nel contesto sociale dato non fosse che un falso valore d’uso teso a immettere il lavoro estetico nell’orizzonte delle merci contribuendo, in questo modo, a rafforzare l’ideologia dominante, riducendo le opere d’arte a livello delle pratiche gastronomiche e pornografiche. Dal mio poemetto 28 settembre 1966 (Milano, 1968) mi pare pertinente riportare un passo:

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quando avrà un nome l’arresto del vortice
prodigioso
quando avrà sangue il mare d’argento
quando la morte saprà chi ha portato via nelle
sue ceste incestuose
allora nudo correrò nel vento
per sapere dove porta la via inesistente
per rispondere alla sfinge il nonsenso dell’esistenza
per tacere ai piccoli confessori di miserie
il mio contegno di erede di fallimenti
(ho scagliato nella forra la mia corona di ferro
e prigioniero di un orizzonte infernale
so che la mia vita è la più breve)
quando il colore dei tuoi occhi sarà il nulla
quando le grandi speranze saranno imbalsamate come cammelli
quando il rumore dei tuoi passi
romperà l’esilio dell’uccello di fuoco
quando l’aldiqua sarà una rosa disserrata a festa
e non ci sarà bisogno di ricordi per sentirci eterni
quando le parole avranno un eco nei cuori
quando la neve sarà un bosco in fiore
quando
quando gli occhi delle ragazze
porteranno in vasi di porcellana i loro fragili
fianchi
quando i bambini mentiranno per uccidere dio
quando la proprietà privata sarà un’orrida leggenda
quando coloro che fanno professione rivoluzionaria
sapranno salutare la bellezza

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Mitomodernismo Silvio Raffo in azione

Silvio Raffo in azione

Al crollo dei regimi totalitari del ‘900 e al fallimento delle ideologie fondanti le speranze in un riscatto politico, tocca alle varie forme d’arte a rinnovare la percezione delle cose e delle azioni quotidiane guastate-corrotte dall’abitudine. E’ in gioco la vita reale, l’unica che abbiamo. In coloro che non sono insensibili all’energia eversiva diffusa sulla Terra dalla Bellezza, ogni giorno torna la smania di misurarsi con l’infinita circolarità del cosmo, nella prospettiva che tutto è ancora possibile, poiché tutto tende al ciclico. Ne consegue che quali che siano le condizioni imposte dal tempo storico, tutto ciò che finisce ricomincia secondo la meravigliosa trasfigurazione metamorfica dell’identico. E così anche la bellezza umiliata nell’effimero e nel decorativo tornerà un giorno a sfidare la volgarità dilagante e gli speculatori senza dignità, rinnovando lo splendore della ciclicità del mito. Così i poeti, artisti, filosofi devono uscire dalla scrittura per azioni simboliche, correndo il rischio del ridicolo, per svegliare i consumatori consumati quotidianamente.
   Ricorderò tre azioni simboliche tese alla rinascita morale ed estetica dell’Italia : la prima accadde il 29-30 aprile del 1988 a Riccione; fu un evento dal titolo “La nascita delle Grazie”; fummo in 6, Mario Baudino, Giuseppe Conte, Rosita Coppioli, Roberto Mussapi, Stefano Zecchi ed io a sostenere 19 tesi per la vita della Bellezza (Cf. Le avventure della bellezza,1988-2008, a cura di T.K., Arcipelago edizioni, Milano,2008). La seconda il 1° ottobre del 1994. Un commando di poeti ligure guidato da Giuseppe Conte e uno lombardo  da me capitanato occupò la Basilica di Santa Croce a Firenze per un’azione dimostrativa (Cf. L’occupazione simbolica di Santa Croce, produzione & cultura, rivista bimestrale del sindacato nazionale degli scrittori, Anno VIII, n.3-4, maggio-agosto 1994). La terza azione vede l’occupazione della colle dell’infinito a Recanati, con mille poeti, artisti e cittadini mitomodernisti al grido “Fight for beauty!” il 17 marzo del 2011, in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia(Cf. Recanati, l’Italia unita nella Bellezza,17marzo 1861 – 17 marzo 2011, a cura di T.K., Arcipelago Edizioni, dicembre 2011).
   Nel 1994 nacque il movimento internazionale mitomodernista anche per reazione alla progressiva sdrammatizzazione e tolleranza del “brutto”, contro tutto ciò che impedisce la realizzazione di quella giustizia suprema, miticamente promessa dal “nostos” e dalla “parusia,consistente del ritorno della Bellezza nel mondo. Se gli eventi più significativi e più grandi sono le idee, l’idea più grande è la bellezza che richiede-esige di portare a compimento lo splendore immanente nelle persone e nelle cose.

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   Per evocare il mito platonico di Er e gli eroici furori di Giordano Bruno azioni future potrebbero fondarsi su tre ER : sulla lotta Eroica contro i commissari dell’utile personale immediato e contro tutto ciò che avversa il numinoso,  sulla lotta contro l’immoralità radicale assicurata dalle Bische delle Borse Valori. Sull’Erotico:se non c’è morale che valga per tutti i tempi e tutti i luoghi, l’amore vero vede l’uomo e la donna avvertiti come fine e non come mezzo. L’amore è da considerarsi non come letale incantesimo che pietrifica il corpo desiderato, trasfigurato baudelairemente in “un sogno di pietra”, ma come scintilla in grado di trasfigurare l’indifferenza all’assurdo quotidiano nello splendore meraviglioso  che aspira al bene collettivo. L’azione contro la demoralizzazione globale operata dall’Impero del Brutto, esige anche quella tensione ERetica che apra, al di là delle fedi istituzionalizzate, all’ascolto del sacro battito cardiaco della Terra Madre e del Cosmo.
grecia zeus artemisium

zeus artemisium

Ci sono almeno tre modi di raffigurare il rapporto della Bellezza col tempo: la bellezza come origine di un processo che dura “…finchè il Sole/ risplenderà sulle sciagure umane”(voce di Ugo Foscolo); come “una gioia per sempre la cui grazia aumenta, non finirà mai nel nulla”(voce di Keats). Come la prima parola composta di Finnegans Wake (vode di James Joyce), “riverrun”, che evoca un’idea di bellezza modernista che si manifesta nel “rhythmos”, termine che deriva da “rhein”, lo scorrere del fiume. Si tratta di una Bellezza che porta le stigmate del tempo, una Bellezza metamorfica che promette l’eterno ricominciamento lo “immer wieder” di marca poundiana.
   Amo una Bellezza sconvolgente, che mette in questione il nostro rapporto con la vita e il mondo; il suo appello è l’origine di quella energia desiderante che ci spinge ad esprimerci al meglio di noi stessi. Essa apre nel tempo metamorficamente secondo un ritmo in grado di unire presente e passato, salvando il futuro dagli abissi dell’insignificanza.
   Piacendo senza interesse, la Bellezza è in grado di fare rifiorire etica del dono, quella che nega l’amore come possesso, etica senza la quale muore la libertà del desiderio e che si oppone all’imbarbarimento nell’insignificanza ripetitiva.

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   Oggi la distanza necessaria alla contemplazione-creazione è resa domestica-anestetica dai monitor dei computer, dai display dei cellulari. Il pulsare dell’immenso cosmico in ogni granello di sabbia (vedi William Blake) viene perduto in immagini a due dimensioni che usurpano il “vuoto” necessario all’immaginazione. La stessa contemplazione notturna dei cieli, l’interrogare l’indicibilità dell’infinito tende a venire meno così come la cosmografia interiore che permise a qualcuno di pensare “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Potrei evocare innumerevoli tipi di “brutto”, ma preferisco, telegraficamente, dire che la bellezza è ciò che al mondo più manca.

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Roy Lichtenstein Masterpiece

Roy Lichtenstein Masterpiece

C: (last but not least) Della libertà

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   La morfologia specifica del discorso poetico esige l’assoluta manifestazione del pensiero creativo ispirato. Al di là delle categorie di “conformismo” e di “anticonformismo”, di “consenso” e di “dissenso”, di “destra” e di “sinistra”, di “credente” e di “ateo” il poeta ,come tale, è sempre vigile nell’ascolto delle Muse. Il poeta ha come materiale a disposizione parole stuprate dall’uso e dalla comunicazione sociale; quindi deve trovare il coraggio di affrontare l’esilio imposto alle Muse e di attraversare il deserto in cui sono confinate. I lampi dell’immaginazione potranno essergli da guida per il ritrovamento delle Muse. E quando il suo canto si libera dall’evidenza del lavoro poetico, in quei rari momenti è festa grande e si assiste alla fusione del cielo e della terra, alla fusione del presente desertificato con l’oasi di un possibile futuro.
   Se il poeta riesce a transumanare la propria voce, allora può guidare il lettore attraverso il proprio deserto epocale interiore. Al ritorno dal deserto gli uomini sapranno superare l’amore di sé impregnato di condizionamenti storico-culturali e con speranza e timore sapranno accostare il destino etico-sociale e cosmico di uomini liberati.
   E essenziale che tutti i paesi, epoca e lingua abbia almeno un poeta perché la collettività non perda la percezione di un’identità di assoluta dignità e perché la lingua madre, massacrata quotidianamente, rinasca in quella bellezza formante che fonda lo splendore civile.
   Oggi, la vita dominata da necessità tecnologico-burocratico-finanziarie assegna un ruolo titanico al poeta come a colui colui che con la sua energia immaginativa permetta ai cittadini di sentire a quale distanza si trovino dalla felicità e che li orienti a cogliere la bellezza nuova che li renda consapevoli di chi siamo e chi vorremmo essere, in che mondo viviamo e in che mondo vorremmo vivere.

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Mitomodernismo, Ottavio Rossani in azione

Ottavio Rossani in azione

Parole della Musa

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La marea delle ore in gabbia sfida
in vortici
sempre più intensi
i disegni della natura
e il futuro si smarrisce in incubi virtuali.
Tu hai un unico dovere,
quello di sempre, non lo scordare:
porta le parole a sprigionare
il canto della terra che ruota
in un sogno di bellezza immortale.

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Celebro la poesia

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Celebro la poesia
che alle altre non somiglia:
scorre nelle vene azzurre dell’aria
per tingere di desiderio i cieli
e di gemme e di fiori incorona
la mai sazia d’amore.
Lei sola sfida il terrore senile
dell’avventura e accende il tramonto
a sospendere la lacrima stellata
della notte sovrana. Celebro lei,
la poesia che nel sangue germoglia
e ogni cosa decrepita muta
nella rosa di luce
che il mondo risveglia.

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Preghiera

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Vieni tu che sei incorporeo e sei tutti i corpi
Vieni gloria inespressa di tutte le cose
Non abbandonare la terra alla desolazione
sii la porta di tutte le nostre aurore
Sulla montagna calva dell’orgoglio ti disprezzo
Sono la chiave universale delle rivolte
Ma nella tela di ragno della sfrontatezza il mio cuore
Martella un salmo al tuo splendore
Per noi che dissipiamo la bellezza della natura
Per noi torrenziali nelle oscenità periferiche delle notti
Fai sbocciare i petali neri della musica oltraggiosa
Della santità incessante.

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foto Ghada Abdel Razek arab actress

Ghada Abdel Razek arab actress

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: Sulla Bellezza

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«l’uomo forma anche secondo le leggi della bellezza» (303).
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 La produzione dell’arte produce un «oggetto» soltanto quando questo «oggetto» può essere recepito dall’uomo in quanto «oggetto».
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Scrive a tal proposito Marx: «la musica stimola soltanto il senso musicale dell’uomo, e per l’orecchio non musicale, la più bella musica non ha alcun senso (non) è un oggetto, in quanto il mio oggetto può essere soltanto la conferma di una mia forza essenziale, e dunque può essere per me solo com’è la mia forza essenziale, e dunque può essere per me solo com’è la mia forza essenziale quale facoltà soggettiva per sé, andando il significato di un oggetto per me… tanto lontano quanto va il mio senso». (328-329)
Già Marx aveva anticipato l’impostazione della teoria della ricezione quando nella Introduzione ai «lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica», scrive che la produzione crea non solo un determinato oggetto per il soggetto, ma anche un soggetto per quell’oggetto: «L’oggetto artistico – e allo stesso modo ogni altro prodotto – crea un pubblico sensibile all’arte e in grado di godere della bellezza».
Questa conclusione di Marx suggerisce che – fermo restando lo specifico del «consumo» della letteratura – la produzione resta il momento fondamentale che contribuisce in modo essenziale a determinare il genere, il contenuto e il risultato del consumo. Marx sottolinea però che anche la produzione viene determinata, per converso, dal consumo: «Il prodotto si afferma e diviene prodotto solo nel consumo […]».
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 Il Bello non può essere disconnesso dal nesso fondamentale dell’alienazione di ogni attività umana. Ritorniamo quindi al pensiero marxiano contenuto in proposito nei Manoscritti economico-filosofici del 1844. Per Marx il nesso ontologico fondamentale è costituito dalla alienazione. Il rapporto che lega l’uomo all’«industria» non può essere esaminato oggettivamente se non facciamo riferimento al concetto di alienazione che investe ogni prodotto dell’attività umana produttiva, e quindi anche del prodotto cosiddetto artistico in quanto rientrante anch’esso nell’attività umana produttiva
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«L’alienazione, nella sua essenza, implica che ogni sfera mi imponga una norma diversa e antitetica, una la morale, un’altra l’economia politica, perché ciascuna è una determinata alienazione dell’uomo e fissa una particolare cerchia dell’attività sostanziale estraniata e si comporta come estranea rispetto all’altra estraneazione». (338)
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Il processo di disumanizzazione e alienazione dell’arte
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Giorgio Linguaglossa Lucia Gaddo Letizia Leone Salvatore Martino Gezim Hajdari 2015 Bibl Rispoli

da dx Giorgio Linguaglossa Lucia Gaddo Letizia Leone Salvatore Martino e, a sx Gezim Hajdari Roma presentazione del libro “Delta del tuo fiume” aprile 2015 Bibl Rispoli

«Tanto più praticamente la scienza della natura è penetrata, mediante l’industria, nella vita umana e l’ha riformata e ha preparato l’emancipazione umana dell’uomo, quanto più essa immediatamente ha dovuto completarne la disumanizzazione. La industria è il reale rapporto storico della natura, e quindi della scienza naturale, con l’uomo. Se, quindi, essa è intesa come rivelazione essoterica delle forze essenziali dell’uomo, anche la umanità della natura o la naturalità dell’uomo è intesa. E dunque le scienze naturali perderanno il loro indirizzo astrattamente materiale, o piuttosto idealistico, e diventeranno la base della scienza umana, così come sono già divenute – sebbene in figura di alienazione – la base della vita umana effettiva; e dire che v’è una base per la vita e un’altra per la scienza, questo è fin da principio una menzogna. La natura che nasce nella storia umana – nell’atto del nascere della società umana – è la natura reale dell’uomo, dunque la natura come diventa attraverso l’industria – anche se in forma alienata – è la vera natura antropologica». (Manoscritti economico-filosofici. 330-331)
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Nel pensiero marxiano critico (e quindi anche l’arte in quanto produzione rientrante nel concetto di produzione alienata) sia la filosofia che le scienze naturali sono considerate dal punto di vista dell’alienazione quale nesso fondamentale di ogni attività produttiva; sia l’umanizzazione della natura sia la disumanizzazione operate tramite l’industria attecchiscono (in quanto alienate) anche alla sfera (separata) dell’arte.
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foto Riparte il Chiambretti Night con Eto'o... e una sexy Ainett Torna il programma di Piero Chiambretti che ospita il calciatore Samuel Eto'o

Riparte il Chiambretti Night con Eto’o… e una sexy Ainett Torna il programma di Piero Chiambretti che ospita il calciatore Samuel Eto’o

Il pensiero marxiano sull’arte posteriore a Marx
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Il pensiero marxiano posteriore a Marx non è mai stato capace di indagare la problematica dell’arte dal punto di vista dell’alienazione e dell’estraneazione che attecchisce il piano dell’arte in quanto attività produttiva. E questa macroscopica lacuna favorisce ancora oggi gli indirizzi positivistici che pensano l’arte in sé, come un assoluto astrattamente slegato dal nesso concreto che lo lega all’industria.
L’«industria» è la causa della crescente complessità della società umana (in quanto crea nuovi bisogni mentre soddisfa i vecchi). «La produzione di nuovi bisogni è la prima azione storica» scrive Marx. In tal senso, anche il bisogno di arte è una «azione storica» e come tale storicamente condizionata e determinata. Come ha scritto Adorno (Teoria estetica), nelle società di massa anche il bisogno di arte non è poi così certo come può apparire, anzi, per il filosofo tedesco il bisogno di arte sembra essere stato abolito, o comunque sostituito con l’arte di massa, ovvero, con il kitsch.
In questo orizzonte problematico anche il «bisogno» del «Bello» non è un fatto così scontato come potrebbe apparire a prima vista, anch’esso soggiace alla alienazione fondamentale che attecchisce la produzione del «Bello». Secondo Adorno, nelle condizioni attuali delle società di massa, il «Bello» si muta in Kitsch. Detto in altri termini, l’umanizzazione dell’arte sventolata in buona fede da ardenti apologeti da tanti pulpiti si muterebbe nella disumanizzazione reale dell’attività produttiva alla quale essa soggiace.
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Ritengo che la difficoltà di speculare su di una estetica critica dipenda dalla assenza di un pensiero critico che ponga al centro dell’Estetica i concetti di alienazione (Entfremdung) e di estraneazione (Entäusserung).
E qui si pone il paradosso della posizione estetica: come è possibile che una situazione alienata come quella dell’opera d’arte possa condurre, attraverso l’estraneazione (Entäusserung) propria della attività artistica, ad una messa in risalto di quella alienazione (Entfremdung) che dà piacere al fruitore? Che produce piacere? Il paradosso della sfera dell’arte, in nuce, è tutto qui.
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Per dirla con Valéry, l’arte che non pensa se stessa in rapporto all’industria «è più ottusa e meno libera».
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citazioni tratte da K. Marx Manoscritti economico-filosofici del 1844 Einaudi 2004

 

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